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Cento anni e «oltre»

La nuova biografia di san Giuseppe Allamano

L’anno che sta arrivando sarà ricco di anniversari per i Missionari e le Missionarie della Consolata. Diventa un’occasione per ripensare al passato e capire meglio il presente. E magari progettare le mosse future.

«Stasera voglio parlarvi di una bella pratica che desidero sia da voi… praticata… quella degli anniversari».

Esordiva così, Giuseppe Allamano, «il signor Rettore», in una delle consuete conferenze formative domenicali (quella di domenica 21 gennaio 1912) ai suoi missionari della Casa Madre di Torino. Desiderava convincerli dell’importanza di tenere un calendario del cuore, in cui appuntarsi le date significative della vita di ognuno: nascita, battesimo, cresima, prima comunione, ordinazioni.

Ogni ricorrenza, infatti, aiuta a far memoria e la memoria ci mantiene «sul pezzo», facendoci vivere al meglio il presente e proiettandoci nel futuro.

Allamano visse con questo spirito la celebrazione dei 25 anni di fondazione dell’istituto, le «nozze d’argento», trascorsa ricopiando le ultime disposizioni testamentarie, con uno sguardo realistico sulla sua ormai compromessa situazione di salute, ma anche aperto a chi e a cosa gli sarebbe sopravvissuto e ne avrebbe continuato l’opera. Era il 29 gennaio 1926. Poco più di due settimane più tardi, il 16 febbraio, il canonico Giuseppe Allamano sarebbe morto al Santuario della Consolata, il luogo che per 46 anni aveva servito con amore e totale dedizione.

il cardinale Giorgio Marengo con due monaci buddhisti mongoli in visita in Vaticano. Il dialogo interreligioso è un aspetto fondamentale della missione. ©AfMC

Il passato ci definisce

Oggi tocca a noi riportare alla luce un passato che ci definisce, che continua a suggerirci chi siamo e cosa dovremmo essere. Poco più di un anno fa, il 20 ottobre 2024, Roma e Torino si sono riempite dei colori e dei suoni del mondo grazie alle centinaia di persone provenienti dai quattro angoli del pianeta, venute in pellegrinaggio per vederlo santo.

Tuttavia, al di là della bellezza del ritrovarsi insieme, la canonizzazione del nostro fondatore ci ha obbligato a fare un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire le ragioni della sua santità. È stata un’occasione unica per ripensare alle nostre radici, provare a confrontarci oggi sul nostro modo di vivere la missione e capire come essere autenticamente Missionari della Consolata domani.

L’ormai imminente anno 2026 ci sembra essere, dal punto di vista celebrativo, particolarmente fecondo. Il 16 febbraio festeggeremo il centenario della morte o, per meglio dire, della «nascita al cielo» di san Giuseppe Allamano. Questa data, tuttavia, verrà preceduta da un altro momento celebrativo importante: il 125° anniversario della nascita dell’Istituto Missioni Consolata, avvenuta il 29 gennaio 1901. Non si può separare il ricordo del Fondatore da quello della sua fondazione.

È stato grazie ai missionari e alle missionarie che lo spirito di Giuseppe Allamano ha continuato a vivere in tanti luoghi e in mezzo a moltissimi popoli, dando continuità al suo carisma, facendone conoscere il nome, con orgoglio e gratitudine. La storia dei missionari e delle missionarie della Consolata si è innestata in quella di Giuseppe Allamano e ne ha dato seguito, l’ha portata a compimento.

In quattro continenti

Forse non sempre le cose sono riuscite così come l’Allamano avrebbe desiderato, non sempre siamo stati capaci di vivere in modo straordinario l’ordinarietà dell’esistenza di tutti i giorni, la ferialità della vita religiosa e missionaria. Non sempre, forse, siamo riusciti a «fare bene il bene» e a farlo senza rumore, con l’understatement tutto piemontese con cui il Fondatore condiva le sue azioni. E, senz’altro, molte volte siamo stati missionari senza prima essere santi, santi come lui, eroico nelle sue virtù.

Missionari, però, questo sì, lo siamo stati. Allamano si è reso presente in quattro continenti grazie alla partenza dei suoi figli e delle sue figlie, che hanno parlato di Cristo, della Consolata, ma anche di quest’uomo minuto, silenzioso, che nella sua vita ha mosso poco le gambe, ma ha fatto correre il cuore.

Il 2026 porterà con sé anche una terza ricorrenza, certamente non così significativa come le altre due; tuttavia, l’affetto e la riconoscenza di tante comunità che hanno avuto modo di conoscere i Missionari della Consolata ci rende orgogliosi anche del più piccolo di questi anniversari: i 25 anni della Fondazione Missioni Consolata Ets (MCets).  Nata nel giugno del 2001 come Missioni Consolata Onlus per poter rendere più efficace e organizzato il lavoro di cooperazione svolto dai missionari, la fondazione ha cambiato nome, ma non lo spirito con cui opera negli ambiti dell’educazione, sanità, e molto altro. MCets è anche l’editore di questa rivista che state leggendo, nonché la struttura organizzativa dietro ai programmi del Cam, acronimo di Cultures and Mission, il polo culturale e di promozione missionaria aperto a Torino, presso la Casa Madre dei Missionari della Consolata due anni fa.

Chi volesse saperne di più sulla fondazione può trovare tutte le informazioni necessarie sul sito www.missioniconsolataets.it.

processione il giorno della Consolata a Funda, in Angola. ©AfMC

Trasformare l’ambiente

MCets ha passato 25 anni a servizio delle attività dei missionari della Consolata nel mondo, mantenendo vivo lo spirito ereditato dal fondatore che sempre intese la promozione umana come una componente irrinunciabile dell’evangelizzazione. «Ameranno una religione che offre le promesse dell’altra vita e rende più felici su questa terra», scrisse Giuseppe Allamano ai suoi missionari del Kenya, in una lettera datata 10 ottobre 1910, parlando delle persone a cui erano stati inviati e alle quali dovevano, con la testimonianza della loro vita, dimostrare che il Regno di Dio inizia già qui, su questa terra. Agli stessi missionari aveva detto: «Puntate alla trasformazione dell’ambiente, non solo degli uomini», un pensiero che è rimasto alla base del metodo di evangelizzazione adottato dai missionari della Consolata e del loro modo di fare cooperazione.

Una nuova biografia

Per esercitare concretamente «la bella pratica» degli anniversari da celebrare, Missioni Consolata Ets ha promosso la pubblicazione di una nuova biografia del Padre Fondatore: «Oltre. Vita e Missione di San Giuseppe Allamano», di Alberto Chiara, pubblicato presso le edizioni Effatà. Non è certamente la prima biografia dedicata alla sua figura: ricordiamo, tra i principali contributi, la straordinaria e completissima opera di padre Igino Tubaldo e i volumi molto più agili di Domenico Agasso e padre Giovanni Tebaldi. Soprattutto questi due testi, ormai purtroppo esauriti, sono serviti all’autore da riferimento per seguire le vicende storiche di questo prete vissuto a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, nipote di san Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti come lo zio e come un’altra eccezionale figura della chiesa di quegli anni: san Giovanni Bosco.

Allamano manda i suoi missionari in Kenya, dipinto della chiesa di Wamba (ora perso a causa dell’incendio che l’ha distrutta), Kenya ©AfMC

Santo locale con sguardo globale

Alcune caratteristiche rendono quest’ultima fatica letteraria particolarmente interessante e meritevole di lettura. Il titolo, «Oltre», descrive Allamano in quella che fu una delle sue peculiarità: aver fondato due istituti missionari senza essere mai «partito» lui stesso per la missione. Un santo «glocal», lo definisce Alberto Chiara ripescando un termine in uso anni fa per definire il carattere globale e allo stesso tempo locale di una determinata realtà.

Allamano visse il suo ministero sacerdotale in modo pieno e realizzato nella Torino dei suoi tempi. Il Santuario della Consolata rimase il centro operativo delle sue attività, da cui non si staccò mai per ben 46 anni. Un luogo a cui dedicò sforzi non indifferenti per rimetterlo a nuovo e offrire un servizio pastorale e liturgico di prim’ordine affinché chi vi entrasse potesse vivere un’autentica esperienza di incontro con Cristo e con Maria, sua Madre.

Eppure, nel contempo, Allamano seppe andare oltre, con la mente e con il cuore, offrendo alla Chiesa di Torino la possibilità di incontrarsi con altri mondi, altre culture.

Alberto Chiara, per molti anni redattore di «Famiglia Cristiana», grande viaggiatore e narratore di storie di Chiesa in giro per il mondo, con stile giornalistico va anche oltre la vita stessa di Giuseppe Allamano, mettendola in dialogo con quanto avviene nel mondo, nella consapevolezza che davvero, in questa nostra vita, tutto è interconnesso, collegato, in relazione, come Papa Francesco ha scritto a chiare lettere nella sua enciclica «Laudato si’», dedicata alla cura della casa comune.

Alberto Chiara evidenzia, però, anche un «oltre» temporale, portando l’opera di Allamano fino ai nostri giorni e aprendo uno spazio che la proietta in un futuro a noi ancora sconosciuto. È forse questo il contributo più originale del libro, annunciato già dalla copertina, nella quale il volto del santo è avvolto in una «nuvola» di parole che ne raccontano lo spirito e la missione. Alcuni di questi termini, come ad esempio migrazioni, minoranze non appartengono al cuore della spiritualità originaria di Allamano, ma sono diventati temi e priorità nell’attività dei missionari nei vari contesti in cui si sono dovuti confrontare.

Del resto, Alberto Chiara ha conosciuto lo spirito di Allamano negli anni ’90 attraverso i suoi missionari. In qualità di inviato del suo giornale, ne ha raccontato il lavoro, faticoso e rischioso, nell’Amazzonia brasiliana, in una delle missioni più significative e sfidanti, in difesa del diritto alla terra delle popolazioni indigene.

Proprio all’Amazzonia è dedicato uno dei capitoli più toccanti del libro, con il racconto, più volte narrato anche sulle pagine di questa rivista, del miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano: la guarigione di Sorino, l’indigeno Yanomami attaccato e quasi ucciso da un giaguaro in piena foresta.

padre Jaime Patias durante la celebrazione dell’Eucarestia nella comunità Guyana El Clavo, in Venezuela. ©AfMC

La storia continua

La biografia non si conclude con la morte di Giuseppe Allamano, avvenuta al Santuario della Consolata il 16 febbraio 1926, ma termina con la descrizione della missione attuale dei missionari della Consolata. Per l’autore è chiaro che anche il 16 febbraio 2026, data in cui festeggeremo il centenario della nascita al cielo di Giuseppe Allamano, non sarà il termine reale e definitivo della storia che ha narrato.

Allamano continua a vivere in coloro che, a Torino come nel resto del mondo, si lasciano ispirare dalla sua intuizione, e continuano, attraverso il loro impegno, ad allargare a dismisura i confini della Chiesa.

Il suo è un invito a continuare ad avere fiducia e speranza in Dio per poter essere annunciatori del suo amore nel mondo, un invito che vale per tutti, noi inclusi. Lo dice bene Alberto Chiara, nelle ultime righe del volume: «Una cosa è certa, anzi due. La prima: grazie all’opera dei Missionari e delle Missionarie della Consolata attivi in circa trenta Paesi, san Giuseppe Allamano continua a essere un modello di fiducia, non a caso richiamato più volte nel corso del 2025, Anno Santo della speranza. Ancora oggi la sua spiritualità sprona tutti a vivere con impegno il “qui e ora”, considerando ogni istante come un momento favorevole per l’azione di Dio, senza sottrarsi ciascuno alle proprie responsabilità. Il segreto per saldare Cielo e Terra, l’infinito e l’ingarbugliato intreccio della storia rimane quello indicato dal canonico: l’abbandono confidente al Signore e alla Vergine Maria».

Ugo Pozzoli*
*Coordinatore della Fondazione  Missioni Consolata Ets, già direttore editoriale di MC.

Allamano Youth Day al Consolata Philosophicum Hall. Langata -Nairobi, Kenya ©AfMC
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