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Nei 75 anni di vita della parrocchia Cuore Immacolato di Maria di Baraka a Fizi, territorio affacciato sulla punta Nord del lago Tanganica, nella diocesi di Uvira, in Rd Congo, una data ha segnato fortemente la fede di tutti: il 28 novembre 1964, quel sabato avvenne il «martirio» dei tre missionari saveriani e del sacerdote diocesano, uccisi lo stesso giorno dai medesimi aggressori.
Quel tragico evento è stato percepito gradualmente come l’espressione più alta del valore del Vangelo di Cristo, testimoniato secondo lo Spirito di colui che ha donato la sua vita per liberarci dal peccato e risorgere a vita nuova.
I quattro beati non abbandonarono dal loro gregge in quei tempi tumultuosi della guerra
civile seguita alla dichiarazione di indipendenza dal Belgio. La coerenza con il Vangelo e la consacrazione missionaria richiedevano loro di restare accanto a una popolazione che a sua volta cercava anche di proteggerli dai pericoli, a testimonianza di una fraternità evangelica reciproca e autentica.
Carrara e Faccin, così come Didonè e Joubert, erano ben consapevoli del pericolo imminente. Sapevano che restare al loro posto poteva costare loro la vita. Ma sapevano anche che il martirio non è la scelta della morte. È piuttosto la scelta di non anteporre nulla alla vita di chi amiamo.
Le testimonianze raccolte hanno permesso di ricostituire i fatti del martirio dei nostri quattro testimoni.
Intorno alle 14 arrivò a gran velocità una jeep militare che parcheggiò davanti alla chiesa di Baraka. Si trattava di mulelisti (movimento ribelle di ispirazione maoista fondato nel 1963 da Robert Mulele e più conosciuti come i Simba, ndr.) che, da diversi mesi, occupavano la zona e combattevano contro l’Esercito nazionale congolese (Anc). Il colonnello Abedi Masanga uscì dall’auto nello stesso momento in cui fratel Vittorio Faccin usciva dalla missione, ancora in costruzione.

Abedi chiese a Faccin di salire sul veicolo e andare a Fizi. Il fratello rifiutò, dicendo che non poteva lasciare padre Carrara solo a Baraka. Il fratello fu colpito tre volte al petto e morì sul colpo.
Padre Luigi Carrara, che stava confessando in chiesa, uscì ancora indossando la stola, tutto sorpreso. Abedi gli ordinò di salire sul veicolo per andare a Fizi in modo da poter essere ucciso là. Carrara rispose che, se doveva essere ucciso, preferiva morire accanto al suo fratello. Si inginocchiò davanti al corpo senza vita di Faccin e, all’improvviso, gli spararono alla testa: bastò un proiettile e morì sul colpo. Cominciarono i maltrattamenti dei corpi dei due. Uno dei mulelisti, Évariste Mauridi Mulisho (che poi si pentirà e diventerà un testimone prezioso del martirio, ndr), tagliò un braccio di Faccin e andò a esibirlo nel villaggio di Baraka.
Più tardi la stessa jeep arrivò davanti alla chiesa di Fizi. Erano circa le 20. I mulelisti che sorvegliavano la missione di Fizi provarono a impedire l’ingresso del colonnello Abedi. Questo s’impose. Chiamò i padri. Giovanni Didonè, presa la lampada a petrolio, aprì la porta. Lui e l’abbé Albert Joubert uscirono incontro al colonnello che puntava la pistola. Didonè cominciò a farsi il segno della croce, ma una pallottola in fronte gli impedì di finire il gesto. Poi Abedi sparò direttamente al petto di padre Joubert che morì accanto al sacerdote suo amico.
Circa trent’anni dopo, padre Cyrille Tambwe conobbe personalmente Évariste Mauridi Mulisho nel campo profughi congolesi di Nyarugusu (Tanzania). Egli aveva riconosciuto il suo errore e che aveva agito sotto l’influenza dell’indottrinamento comunista anticristiano e dell’ingenuo entusiasmo della gioventù. Già all’inizio degli anni ‘70 si era convertito al punto da diventare responsabile di una comunità ecclesiale di base e supervisore nella Legio Mariae.
Fratel Faccin, alla guida dei cori, dimostrò il desiderio di coesione e lo spirito di fraternità attraverso liturgie ben preparate e celebrate. I viaggi di Didonè sugli altopiani di Fizi, dove si era organizzata una fiorente comunità di ruandesi, mostrarono l’apertura della missione verso coloro che non erano ben visti nel territorio: Cristo unisce le persone.
Carrara, con la sua pastorale dell’ascolto attraverso il sacramento della riconciliazione, espresse il desiderio di liberare le persone dalla schiavitù del peccato, un tema, quello della schiavitù, molto vicino ai fedeli, tra cui operava, i cui nonni avevano subito la tratta e lo sfruttamento del colonialismo del re Leopoldo del Belgio.
Le testimonianze raccolte dall’abbé Cyrille, che all’epoca dell’indagine diocesana era parroco di Baraka, mettono a fuoco le ragioni del martirio. Questo non è stato conseguenza dell’odio razziale contro i bianchi e l’imperialismo coloniale, odio molto forte nel post indipendenza del Congo, ma di una reazione contro i valori stessi della fede cristiana.
L’azione dei missionari, in quegli anni, consisteva nel dire che ogni separazione, ogni guerra, ogni rifiuto dell’altro non poteva venire dallo Spirito di Dio. Le catechesi e le preghiere insegnate e ripetute prima delle celebrazioni miravano a sottolineare la nuova identità cristiana, come comunità di credenti in colui che tutti salva e che invita a chiamarlo Padre nostro. Le gioie e i dolori di ogni persona sono le gioie e i dolori dell’intera comunità che, per questo, si prende cura dei più bisognosi, come i lebbrosi di Busimba (Fizi). La fede voleva essere radicata nelle opere di carità e nella promozione della dignità.

Fu tra i primi sacerdoti della Chiesa in Kivu. Nacque a Saint Louis de Mrumbi-Moba il 18 ottobre 1908. Suo padre, di origine francese, aveva fatto parte della guardia pontificia in Vaticano prima di dedicarsi completamente alle missioni estere cattoliche. Andò a vivere in Africa, condividendo la cultura e lo stile di vita, sposando una donna del luogo e lottando per l’abolizione della schiavitù. La sua azione e la sua lotta erano radicate in una fede profonda. I coniugi ebbero tre figli: due preti e una figlia religiosa che fu costretta a lasciare la vita consacrata per motivi di salute.
Albert frequentò il seminario minore e poi iniziò gli studi filosofici-teologici completandoli con successo, tanto da essere richiesto come professore. Insegnò presso il Seminario maggiore e fu direttore di scuole.
Formato alla scuola dei missionari, assunse lui stesso uno stile di vita tipicamente missionario, disponibile a trasferirsi nelle missioni dove c’era più bisogno, vivendo con semplicità e con attenzione per i poveri e i sofferenti. Nella diocesi di Uvira, terminò il suo impegno, donando la sua vita come sacrificio di fraternità umana e sacerdotale.
Obbedendo al suo vescovo, si recò in una parrocchia povera e da ricostruire, Kibanga, dove ebbe a che fare con la violenza anticristiana dei suoi connazionali congolesi, i Simba, divenuti ribelli e affiliati all’ideologia atea di stampo cinese, russa e cubana. Per causa loro soffri molto.
Consapevole del pericolo che lo aspettava, accettò di recarsi a Fizi, roccaforte dei ribelli Simba, per unirsi al saveriano Giovanni Didonè. Là subì il martirio il 28 novembre 1964. Testimone della fede in Cristo e della fraternità al di là di ogni popolo e di ogni nazione. Insieme a padre Didonè è sepolto nella chiesa di Fizi, meta di pellegrinaggi.

Padre Giovanni Didonè nacque a Cusinati di Rosà (Vicenza) il 18 marzo 1930. La sua è una famiglia di agricoltori, crebbe in un clima sereno e religioso. I genitori erano cristiani praticanti e dei loro undici figli, sette si consacrarono al Signore nella vita religiosa.
Il papà non aveva preclusioni sulla scelta del figlio di farsi prete, purché divenisse sacerdote diocesano. Per questo motivo, entrò nel Seminario di Thiene della diocesi di Padova e attese l’età di 20 anni per ottenere l’assenso, pur sofferto, del papà sulla sua scelta. Entrò dai missionari Saveriani nel 1950 ed emise la prima professione il 12 ottobre 1951. Finiti gli studi il 9 novembre 1958 ricevette il presbiterato.
Padre Didonè parti per la missione il 3 dicembre 1959 – festa di San Francesco Saverio, patrono dell’Istituto Saveriano – nella diocesi di Uvira (nel Kivu, Congo belga) dove fu assegnato a diverse missioni: Uvira, Baraka, Fizi, Kiliba. Uno dei tanti problemi che il giovane sacerdote saveriano dovette affrontare era quasi irrisolvibile: far superare i desideri di vendetta esistente tra i clan indigeni e, nel contempo, far cadere i giudizi negativi dei congolesi nei confronti dei bianchi.
Nella tarda primavera del 1962, padre Didonè era a Fizi con un compito ben preciso: costruire una chiesa per la sua comunità, che fu dedicata l’11 febbraio 1963. La ricostruzione delle ultime ore di vita del missionario saveriano si deve a padre Palmiro Cima che, tornato nei luoghi dell’eccidio nel gennaio 1966, ha raccolto informazioni da testimoni oculari.
Padre Didonè concepiva il suo essere missionario come un dono totale di sé a Dio. Nutriva un amore particolare verso la Vergine Maria, che seguiva secondo il metodo suggerito da san Luigi Grignion de Montfort, che diffondeva a tutti, compresa la sua famiglia. Il martirio a Fizi, non lo trovò impreparato.

Nacque a Cornale di Pradalunga (Bg) il 3 marzo 1933, quinto di sette fratelli e sorelle. Fu battezzato il 6 marzo e cresimato il 12 giugno dello stesso mese. Trascorse una serena infanzia in una famiglia unita che gli offrì un’educazione religiosa e umana molto solida. Per le ristrettezze economiche in cui versava la famiglia, il padre fu costretto ad emigrare in Svizzera. Lui visse nell’ambiente parrocchiale.
Fu un ragazzo incline alla preghiera e all’età di 14 anni chiese di essere ammesso presso la scuola apostolica dei missionari Saveriani. Terminato il curriculum di studi ginnasiale, a vent’anni entrò in noviziato e, una volta conclusi gli studi teologici, emise la sua professione perpetua e fu ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961.
Religioso stimato dai superiori e dai compagni di corso, si distinse sempre per il suo spirito di preghiera e di disponibilità al servizio. Lo studio della teologia si era trasformato in preghiera e meditazione. La frequenza ai Sacramenti era diventata per lui esperienza di vita e motivo di incontrare Cristo nei poveri.
Subito dopo la sua ordinazione presbiterale, il superiore generale lo destinò alla missione del Congo. Gli anni da lui trascorsi in terra africana furono vissuti nel clima della preghiera e del servizio incondizionato ai piccoli e agli umili, senza giudicarli, senza condannarli, ma cercando di giustificarli.
La guerra civile che esplose dopo l’indipendenza del 30 giugno 1960, gli permise di testimoniare la fedeltà al Signore e ai suoi fedeli cristiani, rimanendo con loro fino alla morte.

Nato a Villaverla (Vi) il 4 gennaio 1934, era terzo di cinque figli di una famiglia di agricoltori nella quale apprese la semplicità e la laboriosità. A 16 anni compì la scelta radicale di entrare tra i missionari Saveriani. Fu accolto a Cremona, dove frequentò le scuole medie. Trovando difficoltà negli studi, gli fu consigliato dai superiori di diventare fratello coadiutore. A 17 anni fu ammesso al noviziato e fece i voti l’8 dicembre 1952. Dopo qualche anno di servizio in Italia chiese e ottenne di partire per la missione del Congo dove arrivò nel 1959.
Là fu addetto alle costruzioni di cui era diventato un esperto, formando molti congolesi a quel mestiere: il lavoro era la sua passione. Dedicava molto del suo tempo libero alla formazione dei catecumeni che si preparavano al battesimo. Pur conservando un certo rammarico per non essere diventato sacerdote, si era convinto che la sua vocazione fosse quella di essere vittima come Gesù nel sacramento dell’Eucaristia.
Il 30 giugno 1960 il Congo divenne indipendente, ma con due fazioni rivali che si combattevano aspramente per il dominio del Paese, dietro la spinta dell’ideologia marxista sovietica e di quella cinese. E lui, come testimone di Cristo che predicava l’amore, fu perseguitato e imprigionato nel 1960. Era felice di poter condividere la prigionia con altri poveri congolesi perseguitati, ben consapevole del pericolo di vita in cui si trovava.
Liberato, tornò a Baraka, e andava a dormire in una famiglia, poiché nella missione non si sentiva sicuro. Lì emise i voti perpetui nel 1962.
Pur avendo la possibilità di fuggire in Burundi, non volle abbandonare i suoi confratelli e restò con loro continuando il suo servizio. Questo gli costò la vita, versando il sangue per Cristo nell’agguato del 28 novembre. è sepolto con padre Carrara nella chiesa di Baraka,
Faustino Turco,
missionario saveriano
