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Brasile. Le tristi verità della Cop30

Dal fallimento generale si salvano i popoli indigeni

Basta leggere il documento finale della trentesima «Conferenza delle parti» (Cop30) sul cambiamento climatico di Belém per rimanere con l’amaro in bocca. Le promesse iniziali si sono infrante proprio lì, nella terra do açai, nel cuore dell’Amazzonia, evidenziando tutte le contraddizioni di quella che doveva essere la «Cop della Verità».

Si intitola «Global mutirão decision», ma in realtà nessuna decisione concreta è stata presa e non c’è stato alcun consenso globale; al contrario, soltanto l’ennesima conferma dell’accentuata frammentazione della comunità internazionale rispetto al cambiamento climatico.

Tra i due termini presi ovviamente dalla lingua egemonica, è però riuscito ad insinuarsi un concetto – quello di mutirão, dal tupi-guarani moti’rõ – mutuato dall’ethos e dal modo di vivere dei popoli indigeni. Tramandato da tempi ancestrali, questo dispositivo sociale che prevede uno sforzo collettivo e solidaristico per la realizzazione di un servigio in favore di un membro della comunità, viene così trasposto nel tempo presente. Solo che, in questo caso, a beneficiarne è il Pianeta stesso.

La partecipazione di 900 indigeni, seppure in veste di meri osservatori («party overflow», cioè letteralmente «fuori delegazione») – o «kuntari katu» (letteralmente «quelli che parlano bene»), come hanno scelto di autodefinirsi ricorrendo ancora una volta ad un termine della lingua «generale» amazzonica – alla programmazione ufficiale dell’evento, ha rappresentato senza dubbio un fatto senza precedenti nella storia delle Cop.

E se – in più occasioni – «la zona azul» che ospitava le negoziazioni è stata teatro di proteste da parte di diversi gruppi indigeni è perché questi continuano a essere esclusi dalle decisioni che li riguardano. I grandi progetti infrastrutturali ed energetici recentemente promossi dal governo Lula sono, infatti, in palese contrapposizione con le dichiarazioni che riconoscono l’importanza della delimitazione e protezione dei territori indigeni e tradizionali come strumento di mitigazione e lotta al cambiamento climatico e i diritti dei popoli e comunità su di essi.

Nell’agosto 2025, il presidente brasiliano ha firmato il decreto 12.600/2025che trasforma tre fiumi amazzonici –  Tapajos, Tocantins e Madeira – da fonte di alimento, cultura e spiritualità di popoli indigeni, quilombolas, ribeirinhos in merce nelle mani di grandi imprese private. Sempre nell’area del Tapajos, oltre all’idrovia omonima, è prevista anche una ferrovia, ribattezzata «ferrograo», perché trasporterà prodotti agricoli (e minerari) dal Mato Grosso verso i porti del Parà. Infine, nell’ottobre scorso, la Petrobras ha ricevuto l’autorizzazione da parte dell’Ibama alla trivellazione di pozzi esplorativi di petrolio a 150 km dalla foce del rio delle Amazzoni.

Il riconoscimento di 14 nuove terre indigene e l’apertura di un dialogo sul progetto Tapajos hanno rappresentato solo una magra consolazione. Si stima che altre 70 terre siano in attesa di essere delimitate, ma il processo è lento e oneroso. Intanto, proprio durante la Cop, l’ennesimo leader, esponente del martoriato popolo Guarani Kaiowa, è stato ucciso durante la retomada (rioccupazione) del territorio ancestrale.

Per questo gli indigeni rimasti fuori dalla Cop (circa 6.000) si sono uniti alle 70mila persone dei movimenti sociali, popoli delle foresta, del campo, delle periferie, per portare la propria voce al «Vertice dei popoli» e per le strade della città nella «marcia per il clima».

Nel fallimento generale, la Cop30 sarà ricordata per il protagonismo dei popoli indigeni. Foto Silvia Zaccaria.

Tra le rivendicazioni: la demarcazione dei territori, madre di tutte le battaglie, e l’accesso diretto al finanziamento climatico per sviluppare strategie di protezione, adattamento e monitoraggio basate sulle conoscenze millenarie indigene integrate con la scienza occidentale, piuttosto che dubbie soluzioni finanziarie come il Tropical forest forever facility (finanziamenti aggiuntivi per i paesi che agiscano per la conservazione delle proprie foreste tropicali).

Fuori dalla zona azul ho reincontrato Mario Wapichana, già coordinatore della Coiab e oggi articolatore del Fondo Podaali, «donare senza aspettarsi nulla in cambio», destinato al rafforzamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia. Aveva lasciato la terra indigena Serra da Lua appena tredicenne per studiare nella scuola di formazione dei Missionari della Consolata a Surumù, in quella che oggi è l’area indigena Raposa Serra da Sol, in Roraima. Mi racconta di essere stato approcciato dalla Petrobras che sta già effettuando delle prospezioni in un’area indigena di quello stato. «Gli ho riposto: “Non se ne parla neanche”».

Dopo 27 anni, Mario è tornato nella sua comunità dove incoraggia i parenti a studiare e laurearsi per occupare sempre più posizioni chiave nella società «bianca». Oggi ci sono docenti universitari, avvocati, giornalisti ma anche curatori di musei (a Belém, ben due esposizioni sono di curatela indigena).

Mentre la rioccupazione degli spazi fisici arranca, gli indigeni guadagnano sempre più spazio a livello simbolico e permeano gradualmente la società con i propri valori e visioni di futuro radicate nell’ancestralità. Un contributo prezioso, forse più di tanti vertici, allo sforzo comune per provare a salvare il pianeta.

Silvia Zaccaria

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