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Centrafrica. Le elezioni si avvicinano

Tentativi di normalità, ma la pace non c’è ancora

La Repubblica Centrafricana (Centrafrica) vive giorni apparentemente tranquilli. Le strade di Bangui, la capitale, tornano ad animarsi, i mercati risuonano delle voci delle donne che vendono manioca e verdure, e in molte zone si respira un’aria di pace. È una calma fragile che può spezzarsi in ogni momento. «La situazione è migliorata rispetto a qualche anno fa, ma restano ancora zone rosse, dove la tensione è alta e la vita molto difficile – racconta monsignor Aurelio Gazzera, carmelitano, da 33 anni missionario nel Paese e vescovo di Bangassou -. In alcune prefetture non si potranno nemmeno tenere le elezioni (previste il 28 dicembre, ndr), tanto la situazione resta tesa».


Dopo anni di guerra civile, il Centrafrica tenta di ritrovare una normalità, ma la pace resta lontana. Le grandi città, come Bangui e Bouar, sono più sicure, ma nelle campagne persistono le violenze di bande armate e gruppi ribelli. Padre Antonino Triani, missionario cappuccino, conferma: «Il conflitto generalizzato del 2015 è finito, ma restano fazioni armate che non accettano il regime o vivono di furti e rapine. Il tasso di criminalità è alto e il Centrafrica è stato giustamente definito “il cimitero degli accordi di pace”». Gli ultimi tentativi di riconciliazione – come la cessazione delle ostilità da parte dei gruppi Upc e 3R – hanno acceso una piccola speranza. «Il presidente Faustin-ArchangeTouadéra – osserva padre Triani – ha ringraziato la Comunità di Sant’Egidio, che da anni lavora con pazienza e discrezione per favorire il dialogo».


Onu, Russia e Cina
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha esteso fino al 2026 le sanzioni contro gruppi armati e individui, includendo congelamento dei beni, divieti di viaggio ed embargo sulle armi. Misure che riflettono le preoccupazioni per lo sfruttamento delle risorse naturali e dei corridoi di transumanza da parte delle fazioni ribelli.
Ma il Paese resta segnato da forti ingerenze straniere. «Il governo si è impelagato con i Wagner, ora ribattezzati Africa Corps – spiega monsignor Gazzera -. Formalmente sotto Mosca, continuano a operare in cambio di oro, diamanti, legname e uranio. Nulla è cambiato». Dal 2017, quando l’Onu autorizzò Mosca a fornire armi e addestramento, la presenza russa è diventata stabile, ma controversa. «Molti ritengono che i russi abbiano garantito più sicurezza dei caschi blu, ma al prezzo di ingerenze e sfruttamento – aggiunge padre Triani -. Le accuse di violazioni dei diritti umani non mancano».
La Francia, ex potenza coloniale, si è invece defilata. «Sono un po’ fuori gioco – osserva monsignor Gazzera -. La loro influenza politica è ormai quasi nulla». Al contrario, la Cina è sempre più presente con progetti di infrastrutture, ospedali e il nuovo stadio nazionale della capitale.


In aumento le violazioni dei diritti
La situazione dei diritti umani è peggiorata, con un aumento del 73% delle violazioni documentate. Particolarmente gravi le violenze sessuali e gli abusi sui minori. Un rapporto Onu di agosto segnala un incremento del 25% dei casi, ponendo il Paese tra quelli con la più alta incidenza. «Tra i responsabili – riporta africansecurityanalysis.org – ci sono gruppi armati, forze statali e mercenari stranieri. L’afflusso di rifugiati sudanesi ha aggravato le pressioni umanitarie, con reclutamenti forzati nei campi e violenze etniche».
Il Centrafrica resta tra i Paesi più poveri del mondo. L’insicurezza alimentare colpisce 2,2 milioni di persone, un terzo della popolazione, aggravata dai conflitti e dalle inondazioni. «L’analfabetismo supera la metà della popolazione, la mortalità infantile è altissima e la vita media non arriva a 55 anni – spiega padre Triani -. Le infrastrutture sono malandate, le strade sono spesso impraticabili durante la stagione delle piogge».


Peggiorano le condizioni di vita
Monsignor Aurelio Gazzera descrive la vita quotidiana: «I prezzi sono schizzati alle stelle: un sacco di cemento è passato da 30 a 45 euro. Anche zucchero e olio costano troppo. Così la gente riduce i consumi. Le scuole in alcune zone non hanno ancora aperto e forse non inizieranno prima di gennaio o febbraio».
Eppure, la popolazione conserva fiducia. «Nonostante tutto, la gente non si rassegna – dice padre Triani -. La fede e lo spirito di sopportazione restano forti. È una società povera, ma ricca di umanità. Il motto del primo sacerdote e padre della nazione, Barthélemy Boganda, era Zo kwe zo: ogni uomo è uomo, con la propria dignità. Questo rimane vero anche oggi».


In un contesto tanto fragile, la Chiesa cattolica continua a essere un punto di riferimento. «Per ora ci lasciano lavorare – spiega monsignor Gazzera -, ma quando parliamo di giustizia o diritti, le autorità si irritano. Finora non ci hanno mai ostacolato apertamente, ma le tensioni non mancano». Durante gli anni più duri del conflitto, parrocchie e istituti religiosi hanno accolto migliaia di sfollati. «Oggi continuiamo a offrire scuole, centri sanitari e spazi di formazione per i giovani», ricorda padre Triani.
Il clima religioso, dopo gli scontri del 2013 tra cristiani e musulmani, è tornato in gran parte sereno. «Oggi i rapporti sono buoni – conferma monsignor Gazzera -. Durante la guerra abbiamo accolto tutti, e questo ha lasciato un segno. I musulmani sanno che possono contare su di noi». Padre Triani aggiunge: «Restano tensioni locali tra pastori e agricoltori, ma la convivenza tende a normalizzarsi. La fede unisce più di quanto divida».

In attesa delle elezioni presidenziali
Le elezioni di fine anno rappresentano un banco di prova. «Il presidente Touadéra si ripresenterà per un terzo mandato dopo aver cambiato la Costituzione – spiega monsignor Gazzera -. Gli oppositori vengono esclusi con cavilli legali, e questo crea nuove tensioni. Tutto lascia pensare che verrà rieletto, ma il dopo sarà delicato».
Secondo gli analisti di africansecurityanalysis.org, processi mal gestiti potrebbero aggravare l’instabilità. Gli attori internazionali dovranno sostenere i preparativi elettorali, il disarmo e la protezione dei civili, monitorando l’influenza straniera, soprattutto nell’estrazione di risorse e nella sicurezza. La stabilità del Paese dipenderà da una governance credibile e da un impegno internazionale duraturo.
Intanto, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, lo scorso 13 novembre, ha prolungato di un anno la missione dei caschi blu, Minusca, nel Paese dal 2014.
«Basterebbe un po’ di pace – sospira il vescovo -, così il Centrafrica potrebbe finalmente esprimere tutta la sua ricchezza, umana e naturale».

Enrico Casale

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