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Per la prima volta negli ultimi 50 anni, gli Stati uniti rischiano di chiudere l’anno con un saldo migratorio negativo con un impatto altrettanto negativo sull’economia in settori chiave come l’edilizia e l’agricoltura dove manca manodopera.
Josè ha 31 anni avanza a piccoli saltelli lungo la via pedonale di Città del Guatemala. Cammina a stento, con due stampelle e una sola gamba. Anni fa un incidente in moto in Venezuela lo ha reso invalido ma non gli ha impedito di migrare. A gennaio 2024 è partito da Caracas con l’obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti, fermandosi per mesi in un accampamento a Tijuana, sulla frontiera Nord del Messico, in attesa di un appuntamento per richiedere asilo politico, che non è mai arrivato. Dopo circa un anno e mezzo di vita di stenti ha deciso di tornare nel suo paese di origine e, come lui, hanno fatto anche decine di migliaia di migranti provenienti da diversi paesi dell’America Latina.
«Non è possibile entrare legalmente negli Stati Uniti, né vivere in strada in Messico, quindi torno a casa e poi vedrò dove altro andare», racconta José.
La via del ritorno
Ad aver intrapreso la stessa via di ritorno sono anche migliaia di persone già presenti nel paese. Le retate promosse dall’amministrazione Trump in bar, luoghi di culto, centri sportivi e spazi di lavoro, hanno generato un pervasivo senso di terrore nella gente. In molto preferiscono abbandonare il paese volontariamente piuttosto che rischiare di essere intercettati e successivamente deportati dall’Ice (Immigration and customs enforcement, ndr), la temuta polizia migratoria statunitense responsabile del controllo di dogane e immigrazione. In questo modo, il rientro in patria, falsamente volontario quanto forzato da sentimenti di paura angoscia, evita mesi di carcere in un centro di detenzione per migranti e riduce l’imprevedibilità dell’intero processo. Lasciare gli Stati Uniti diventa una scelta attiva per cui si definisce una data specifica, si compra un biglietto aereo su volo commerciale e si parte, senza aspettare di essere eventualmente fermati dalla polizia, detenuti e deportati forzatamente. Il viaggio di ritorno dei deportati, invece, è psicologicamente traumatico. Incatenati alla vita e ammanettati mani e piedi, con la divisa carceraria addosso, i migranti mettono piede nel proprio paese di origine come criminali, umiliati di fronte ai familiari che spesso li aspettano all’aeroporto militare dove arrivano.
Di fronte a questo scenario di deportazione di cui l’amministrazione Trump non è ideatrice, ma certamente la più grande promotrice, molti decidono di non migrare affatto, chi è già in cammino sta facendo dietro front e chi è già presente sul territorio statunitense sta preparando le valigie per rientrare a casa o trasferirsi in uno Stato dell’America Latina più accogliente.
Questi tre nuovi modi di vivere la migrazione verso gli Stati Uniti, stanno portando il maggior ricettori di migranti del mondo ad avere un saldo migratorio negativo, per la prima volta dalla Grande depressione del 1930.
Cosa significa
Dopo anni di crescita ininterrotta, la popolazione migrante negli Stati Uniti è in declino. Come riportato recentemente dal Pew Research Center, importante istituto di ricerca e statistica indipendente, sono di più le persone che lasciano il paese di quelle che vi arrivano.
Tra gennaio a giugno gli Stati Uniti hanno perso quasi un milione e mezzo di persone nate all’estero e la popolazione straniera si è ridotta da 53,3 milioni di gennaio a 51,9 milioni a giugno. Tra di loro rientrano tanto persone con visto che irregolari.
Questo ha comportato una riduzione della manodopera in particolare nell’agricoltura e nell’edilizia, settori dove la presenza dei migranti è storicamente massiccia. A giugno solamente il 19% della forza lavoro era composto da stranieri, con una perdita di oltre 750mila lavoratori rispetto a gennaio.
Meno 1,5 milioni in sei mesi
I funzionari dell’amministrazione Trump hanno salutato con favore i dati, sottolineando che alcuni uffici pubblici che si occupano di tematiche migratorie avrebbero visto un alleggerimento del carico di lavoro e che l’economia statunitense si starebbe riprendendo.
Tuttavia, non sono dello stesso parere molti economisti che evidenziano come mancanza di manodopera rischia di avere un impatto negativo sull’economia, soprattutto ora che molte fasce di lavoratori della generazione X e Baby Boomer si stanno avviando verso la pensione.
Ma al di là dell’eventuale impatto economico, l’estremo nazionalismo statunitense e il rifiuto ad accogliere lavoratori stranieri qualificati o meno, sta logorando l’immagine del Paese.
Il rischio è che gli Stati Uniti smettano di essere il paese dell’«American Dream». E mentre Trump rifiuta i migranti, può essere che i migranti rifiutino gli Stati Uniti, come cominciano a dimostrare i dati. Un paradosso, e anche un po’ un declino, per una nazione diventata grande grazie alla manodopera straniera e la creatività migrante, ma che potrebbe diventare una realtà a partire dalla comunità scientifica e accademica, storicamente composta da persone provenienti da diversi contesti geografici, che potrebbe vedere più negli Stati Uniti un polo fertile per l’incontro culturale.
Simona Carnino