Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Africa dell’Ovest. Franco Cfa, pro e contro

Strumento di controllo neocoloniale o di stabilità economica?

Residuato del neocolonialismo o strumento di stabilità economica? Il franco Cfa (franc communauté financière africaine, in francese), moneta utilizzata da otto Paesi dell’Africa occidentale (Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo), continua a generare dibattiti accesi.
Istituito nel 1945 come «franco delle colonie francesi d’Africa», il suo obiettivo iniziale era stabilizzare le economie coloniali e proteggerle dalla svalutazione del franco francese. Con le indipendenze, molti Stati decisero di mantenere la moneta, attratti dalla stabilità e dalla garanzia di convertibilità assicurata dalla Francia.
Nel 1999, con l’introduzione dell’euro, la parità fu fissata a un euro per 655,957 franchi. Il sistema si regge ancora oggi sulla garanzia di convertibilità illimitata offerta da Parigi. Per decenni, i Paesi aderenti hanno dovuto depositare una quota delle loro riserve valutarie presso il Tesoro francese: il 100% inizialmente, poi ridotta al 50%. Una clausola spesso criticata come forma di controllo finanziario, così come la storica presenza francese negli organi decisionali della Bceao, la banca centrale comune.


I vantaggi, secondo i sostenitori
Secondo Emilio Sacerdoti, già funzionario del Fondo monetario internazionale e ora consulente della Banca mondiale e dell’Unione europea per l’Africa, «il grande vantaggio del franco Cfa è la stabilità». Il cambio fisso con l’euro (e in passato con il franco francese) ha consentito all’area Cfa di mantenere un’inflazione media del 3%, contro tassi molto più alti in Paesi come Nigeria o Ghana.
Tra il 2015 e il 2020, i Paesi dell’Uemoa (Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale) hanno registrato una crescita media del 6%, con punte del 7% in Costa d’Avorio e del 6% in Senegal. «Una moneta stabile – sottolinea Sacerdoti – ha favorito l’espansione del credito, degli investimenti e il rafforzamento del settore privato».
Tuttavia, il cambio fisso comporta anche rigidità. «Quando l’euro si rafforza troppo rispetto al dollaro – come è avvenuto tra il 2010 e il 2012 – i Paesi Cfa ne soffrono – osserva Sacerdoti -. Le loro esportazioni, quotate in dollari (caffè, cacao, oro, arachidi), diventano meno competitive».
Anche Amath Ndiaye, economista ed ex membro del Comitato per la futura Banca centrale africana dell’Unione africana, difende il franco Cfa, definendolo uno «scudo economico». Dopo la riforma del 2019, sottolinea, «la politica monetaria dell’Uemoa è formalmente sovrana». La Francia non partecipa più agli organi decisionali della Bceao e interviene solo in caso di crisi di liquidità in valuta estera. La parità con l’euro, dunque, «non è più imposta, ma frutto di una scelta sovrana degli Stati membri».
Secondo Ndiaye, il franco Cfa contribuisce a contenere l’inflazione, attrarre investimenti e rafforzare la credibilità macroeconomica. Sarebbe quindi uno «strumento di sovranità controllata» in un contesto internazionale instabile, capace di coesistere con strategie per l’industrializzazione e l’occupazione.


Le critiche
Non tutti condividono questa visione. «La stabilità del tasso di cambio deriva dal fatto che la strategia monetaria riflette quella dell’Eurozona – scrive Rémy Herrera, economista del Centro nazionale per la ricerca scientifica francese (Cnrs) –. Le valute dell’area franco non sono altro che estensioni dell’euro in Africa».
Secondo Herrera, la stabilità monetaria favorisce soprattutto gli operatori stranieri, come dirigenti transnazionali o investitori europei, piuttosto che le piccole imprese locali. Il sistema protegge chi ha capitali da trasferire, ma non stimola la produzione interna né la diversificazione economica.
Le economie che usano il franco Cfa restano infatti concentrate nei settori primari: agricoltura e risorse naturali. La cooperazione monetaria con la Francia, sostiene Herrera, non ha favorito un’autentica integrazione internazionale né un commercio regionale dinamico. Le esportazioni restano orientate verso l’Europa, mentre il commercio intraregionale si attesta su livelli modesti: circa il 15% in Africa occidentale e appena il 10% in Africa centrale, contro oltre il 60% dell’area euro.


Il nuovo progetto
Il franco Cfa resta una moneta al centro di due visioni contrapposte: da un lato, strumento di stabilità e garanzia macroeconomica; dall’altro, simbolo di una sovranità monetaria incompiuta. La riforma del 2019 ha introdotto cambiamenti significativi, ma il dibattito resta aperto.
Nel 2010, l’allora presidente senegalese Abdoulaye Wade affermò: «Dopo 50 anni di indipendenza, se riacquistiamo il nostro potere monetario, riusciremo a gestire meglio le nostre economie». Una possibile alternativa potrebbe essere una moneta unica della Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale). Il progetto esiste, ma è ancora sulla carta.

Enrico Casale

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Ti è piaciuto questo articolo? Sostieni MC: ci aiuterai a produrre un’informazione approfondita senza pubblicità!

Cambiare il mondo comincia da te. Diamo voce ai valori umani: iscriviti e fai la differenza!