Bangladesh. Instabilità esplosiva

Diminuisce l'ottimismo per il Governo di Yunus

Scricchiola il Governo del Nobel per la pace Muhammad Yunus. Dopo le proteste studentesche e le violenze di un anno fa, l’ottimismo per il nuovo presidente si sta esaurendo in un quadro di crescente incertezza sociale e politica.

«La luna di miele con i cittadini è finita», dicono i commentatori. Il governo ad interim del Bangladesh guidato da Muhammad Yunus dopo le rivolte studentesche di agosto 2024 che hanno portato all’estromissione dell’allora primo ministro Sheikh Hasina, non gode più della fiducia incondizionata dei cittadini.
Yunus, premio Nobel per la pace del 2006, noto per aver ideato e realizzato un sistema moderno di microcredito che ha aiutato negli ultimi decenni molti indigenti in tutto il mondo a uscire dalla povertà, affronta una crescente insoddisfazione popolare.

Troppi rinvii elettorali

Uno dei motivi del malcontento è il ripetuto rinvio delle elezioni generali, che Yunus ha finalmente annunciato si terranno nell’aprile del 2026. Le maggiori formazioni politiche in Bangladesh, infatti, parlando di un certo peggioramento dell’ordine pubblico, dell’instabilità economica e delle crescenti difficoltà in cui si ritrova la popolazione, hanno intensificato la richiesta di fare tornare i cittadini alle urne.
Il Paese affronta, da un lato, il crollo del settore industriale con un drastico calo degli investimenti esteri; d’altro l’allarme per una criminalità dilagante, incentivata dalle oltre 4mila armi da fuoco saccheggiate dopo il 5 agosto 2024, in seguito alle proteste studentesche.

«Il governo è salito al potere con grandi promesse di cambiamento, eppure gran parte di quell’ottimismo è svanito», ha scritto Mohammad Al-Masum Molla, editorialista del quotidiano bangladese The Daily Star. «Sebbene alcune riforme proposte, come i limiti al mandato del primo ministro e la formazione di un parlamento bicamerale, potrebbero aprire la strada a istituzioni democratiche più solide – ha proseguito –, queste riforme devono ancora concretizzarsi. Inoltre, l’opinione pubblica è sempre più frustrata, soprattutto a causa dei problemi economici».

«Con l’inflazione in continua crescita – prosegue Molla -, e i beni di prima necessità sempre più inaccessibili, molti bangladesi si chiedono se il governo abbia gestito al meglio la crisi economica».

Una mossa poco democratica

Un secondo motivo dei malumori popolari è legato a Sheikh Hasina e al suo partito, la Awami League. Hasina si trova attualmente in India ed è processata in contumacia dal Tribunale bangladese per i crimini internazionali. Il procedimento penale si sta concentrando sulla repressione delle proteste che hanno segnato la fine del suo governo, durato 15 anni.
Hasina è accusata di aver ordinato la violenza e l’uccisione dello studente manifestante Abu Sayeed, il primo ad essere assassinato durante la rivolta, ma sostiene che le accuse contro di lei sono di matrice politica.

Con una mossa discutibile sul piano della democrazia, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, alle elezioni, in attesa dell’esito del processo. Questo ha fatto montare la protesta tra i sostenitori del partito che si sono scontrati con i membri del National Citizen Party, la formazione politica studentesca formatasi agli inizi del 2025, che si presenta come nuovo partito alla prossime elezioni. Nei disordini a Gopalganj, località a Sud della capitale Dacca, è intervenuta la polizia, e almeno quattro persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite. Il coprifuoco imposto dal Governo è il segno che l’instabilità è pronta riesplodere.

Torna il partito islamista

Un altro fattore potrà avere un impatto cruciale. La Corte Suprema del Bangladesh ha ripristinato la legittimità del più grande partito musulmano del Paese, oltre dieci anni dopo che il gruppo politico era stato messo al bando dal governo di Sheikh Hasina. Il Jamaat-e-Islami potrà essere formalmente inserito nell’elenco della Commissione elettorale, partecipando alle prossime elezioni generali.

La sentenza va nella direzione di consentire «un sistema inclusivo e multipartitico» in un Paese di 170 milioni di abitanti, in maggioranza musulmana, ma riapre le porte all’influenza sulla scena politica dei gruppi radicali.

Paolo Affatato

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