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Contea di Hsinchu. A Guanxi la strada lascia la pianura, con le sue città frenetiche, trafficate di auto e motorini, i palazzi alti e le migliaia di insegne e scritte commerciali luminose, senza un albero. Da qui in avanti si inerpica sulla montagna, curva dopo curva. Si apre davanti a noi un paesaggio inaspettato: montagne coperte di boschi, piccole abitazioni sui bordi della via. Strette valli percorse da torrenti. Scorgiamo alte pareti di roccia, sovrastate da foresta tropicale. Fa caldo umido, come si addice alla stagione. Non ci immaginavamo che Taiwan fosse anche questo.
Eppure, oltre la metà della superficie dell’isola, è costituita da montagne, che la percorrono da Nord a Sud, nella parte centrale fino alla costa orientale, che infatti non è praticabile dalle navi.
Andiamo sempre più verso l’interno, le pendenze sono talvolta impressionanti, nonostante le curve. Arriviamo alla località chiamata Naro, un piccolo borgo di una ventina di case. Questa è la zona della popolazione
Atoyal, una delle sedici etnie riconosciute dal governo della Repubblica di Cina (nome formale che comprende l’isola principale e gli arcipelaghi Penghu, Kinmen e Matsu). Altri dieci gruppi stanno lottando per il riconoscimento.
Questi popoli indigeni – o aborigeni, come li chiamano qui – sono i primi abitanti dell’isola. Si tratta di etnie austronesiane, ovvero quelle che abitano le isole del Sudest asiatico, ma anche la Micronesia nel Pacifico. Parlano lingue proprie, simili al bahasha, usato in Indonesia e Malaysia. In totale sono circa 500mila sui 23 milioni di abitanti di Taiwan, e hanno una storia di discriminazioni e isolamento. Solo negli ultimi due decenni le loro identità culturali sono state rivalutate, per motivi politici.

A Naro ci accoglie suor Anna Dinh Thi Lanh, missionaria vietnamita del Sacro Costato. «Qui siamo in due – ci racconta, con un sorriso disarmante -. Io sono arrivata a Naro due anni fa, ma sono nel Paese da quindici».
Le suore missionarie del Sacro Costato sono state fondate dal medico e sacerdote Eustachio Montemurro a Gravina di Puglia (Bari) nel 1908. Sono arrivate a Taiwan nel 1961 e oggi sono ventotto di cui quattro italiane, poi taiwanesi, cinesi e vietnamite.
La zona montana della contea di Hsinchu è un’area di presenza e di evangelizzazione dei Gesuiti. Molti di loro arrivarono qui dalla Cina continentale (mainland) perché espulsi dai comunisti, giunti al potere dopo la vittoria della guerra civile nell’ottobre 1949.
Il metodo missionario prevedeva, dopo avere imparato la lingua del gruppo etnico, la formazione di catechisti nei diversi villaggi. Questi avrebbero diffuso la Parola nelle loro zone, a cominciare dalla proprie famiglie e nella lingua madre.
Per affiancare i missionari, il padre Liao, direttore della missione Chiunglin Jianshi (dal nome della zona, oggi Jianshi è il comune il cui territorio copre anche questa zona), aveva pensato di chiamare le suore di Montemurro.
Ci racconta ancora suor Anna: «Qui a Naro, nel 1961 arrivò una suora italiana, che la gente chiamò Zhao Xiurong. Perché qui a Taiwan ogni missionario riceve anche un nome cinese. Una sorella che ha fatto grandi cose, in particolare per rendere l’istruzione accessibile a tutti». Parla di suor Elena Pia Frongia, che, da subito, si adoperò affinché anche i figli degli aborigeni andassero a scuola, perché l’educazione – ne era convinta – avrebbe dato una svolta alla loro vita.
Inoltre, in quel tempo, a Taiwan mancavano i beni di prima necessità e i trasporti erano scomodi, soprattutto per le popolazioni indigene sulle montagne, dove la vita era ancora più dura e difficile. Per prendersi cura dei poveri, Zhao Xiurong raccoglieva in città e trasportava beni di prima necessità e aiutava i malati procurando loro medicine. Quando veniva a sapere che qualcuno era nel bisogno, faceva del suo meglio per aiutarlo.
Suor Anna ci fa visitare la missione di Naro. C’è l’asilo fondato da suor Elena Pia, chiamata Catholic Franciscus preschool (scuola materna cattolica francescana, da Francesco Saverio), dove i bambini sono molto eccitati al vedere dei forestieri e corrono nel cortile sorridendo e gridando. Poi ci sono dei locali per fare laboratori e incontri, dove vediamo tavoli, sedie, tamburi e altri oggetti utili per l’animazione. Si tratta del Naro youth activity center (centro per i giovani). E, infine, la bella chiesa, semplice e pulita, con scritte in cinese e taia, la lingua del posto, e tessuti locali appesi.
«In quell’epoca furono formati otto catechisti nella zona coperta da Zhao Xiurong. Oramai sono quasi tutti in pensione, ma una signora che ha lavorato con la suora è ancora attiva e insegna nella scuola», continua suor Anna.
Continuamo poi il nostro viaggio sulla montagna visitando la chiesa di Wufeng, Christ the
Saviour church, il cui campanile rosso svetta su un’altra vallata. È una delle cappelle della parrocchia, ci viene detto. Anche qui operava Zhao Xiurong. Il paesaggio è mozzafiato.

Scendiamo dalla montagna per visitare la casa centrale delle suore del Sacro Costato, a Hsinchu, il capoluogo della contea. Qui, infatti, alloggia da due anni fa suor Elena Pia Frongia. Vogliamo incontrarla.
Zhao Xiurong ci accoglie nella sala visite della casa. Ha gli occhi vispi dietro a grandi occhiali con la montatura di metallo e una parlantina chiara e spedita.
Nata a Ovodda, in provincia di Nuoro, nel 1932, è arrivata a Taiwan, con alcune consorelle, il 22 aprile 1961.
Il Paese, a quell’epoca, era molto povero, e la gente delle montagne, in maggioranza delle etnie aborigene, era più emarginata e priva di risorse che la gente della pianura. I gesuiti lavoravano, tra l’altro, nella missione di Jianshi, nella contea di Hsinchu, che copriva una vasta zona montana, oggi a livello amministrativo coincidente con il territorio di Jianshi township.
Le suore vivevano inizialmente nella cittadina di Jiuzantou, alle pendici delle montagne, e percorrevano a piedi l’intero territorio, fino Jianshi, a oltre 50 chilometri.
Le strade erano in pessime condizioni, strette e con alte pendenze, e non c’erano quasi automobili.
Suor Elena Pia fu destinata a seguire alcune vallate della missione di Jianshi, in appoggio a un padre gesuita francese.
È sufficiente darle il «la» affinché il suo racconto diventi un flusso di emozioni: «Vivevo nella comunità a Jiuzantou e andavo a piedi in tutti i villaggi. Il più lontano da noi era a dieci ore di cammino. La gente era molto affabile, buona e semplice. Le cristiane e i cristiani (ancora pochi), ma anche quelli che non avevano ancora abbracciato la religione cattolica, quando vedevano le suore erano molto gentili e affettuosi. Vedere la suora in quelle zone, per loro era quasi come vedere Dio.
All’inizio, le strade erano davvero brutte, e per questo utilizzavo due bastoni per camminare. Non circolavano automo- bili, né mezzi pubblici. Il padre missionario aveva la moto, ma io preferivo andare a piedi.
Le montagne erano vaste, e le persone abitavano disperse nei villaggi. La gente era molto attaccata al proprio territorio di origine, anche per il rispetto agli anziani. Per questo era difficile farli spostare. Se costruivano una casa nuova, era sempre vicina a quella vecchia. Erano abituati a stare in montagna, per il lavoro, per l’ambiente».

In quel periodo suor Elena Pia iniziò a conoscere il territorio e la gente. Le famiglie non riuscivano a mandare i figli a scuola per motivi economici e di distanza. Ma in quel modo, la marginalizzazione dei popoli delle montagne non poteva che perdurare. La giovane suora capì che la soluzione stava nell’educazione fino dalla tenera età, alla quale andava associata la formazione ai valori. Con grande perseveranza incoraggiava i genitori a mandare i figli a scuola. Sovente li aiutava economicamente quando era necessario pagare per il cibo o il trasporto.
Il suo metodo è, fin da subito, il prendersi cura delle persone nei villaggi, andando di casa in casa, «Sempre con il sorriso, incoraggiava e confortava chi ne aveva bisogno», ci aveva confidato suor Anna.
Oltre all’educazione, in molti casi c’era carenza di medicine e di cibo. Suor Elena Pia attraversava valli e montagne con uno zaino sempre ben fornito, un cappello di bambù in testa e due bacchette alle mani.
Continua a raccontarci con entusiasmo: «Il padre con cui ho lavorato all’inizio era un francese. Un vero missionario. Andava in giro con il tascapane, portava da mangiare per i poveri. Era sempre carico. Lui abitava a Jianshi. Io andavo e venivo dalla nostra comunità. Ma avevo una stanzetta a Naro, dove c’era solo un’aula per i bambini».

Nel 1967 venne completata la chiesa a Naro, dedicata a san Francesco Saverio. Da quel momento suor Elena Pia si trasferì a Naro.
Voleva aiutare le donne e si inventò una scuola di taglio e cucito. Le macchine da cucire occupavano metà della chiesa. In questo modo le donne avrebbero imparato un mestiere, avrebbero avuto un piccolo reddito per elevare un minimo il loro livello economico. «Mi occupavo io dei loro bambini, mentre imparavano», ci dice soddisfatta.
Nel frattempo, lavorava alla sua idea: raccogliere soldi per finanziare la costruzione di un asilo, lì a fianco della chiesa.
Nel 1972 inaugurò il Catholic Franciscus preschool per bimbi dai due ai sei anni. In questo modo i bambini dei villaggi sulle montagne avrebbero avuto una prima formazione scolastica, anche nella propria lingua, sarebbero stati educati ai valori (seguendo poche semplici regole, per dare loro un minimo di disciplina) e – non ultimo – avrebbero usufruito di una mensa quotidiana, per avere un buon pasto. Suor Elena Pia curava personalmente la preparazione del cibo, facendo molta attenzione che fosse sufficiente, anzi, qualcosa in più.
Puntava alla formazione integrale (carattere, istruzione ed educazione fisica) dei bambini fino dalla tenera età.
Racconta suor Elena Pia della gente di montagna: «Devo dire che di animo sono buoni, non ci sono malvagi. Mi hanno sempre trattata più di quello che sono. Anche fra di loro, si rispettano, si vogliono bene. Ogni villaggio ha il suo modo di vivere, lo stile della montagna è unico. Ci sono lingue diverse, le lingue montanare, nei vari villaggi sono quasi uguali.
Adesso parlano anche cinese. Sono andati a scuola, inoltre hanno avuto a disposizione alcuni insegnanti che hanno fatto corsi di cinese anche per adulti. Su questo abbiamo collaborato con il comune.
Negli anni, molti sono venuti in città, e quelli di città sono andati in montagna, per cui ci sono stati diversi cambiamenti».
Sono almeno tre le generazioni che hanno mandato i figli alla Catholic Franciscus preschool.

Zhao Xiurong era anche attenta alla gioventù delle montagne. Molti giovani non erano andati a scuola, non avevano soldi e facevano dei lavoretti. Mancavano centri di aggregazione per loro.
Raccolti i soldi sufficienti, suor Elena realizzò, a fianco dell’asilo, il Naro youth activity center (Nyac, centro giovani), che inaugurò nel 1994. Qui ragazze e ragazzi si ritrovano ancora oggi per ascoltare musica, cantare, ballare, stare insieme. Arrivarono anche dei computer usati. Furono realizzati campi estivi e invernali durante le vacanze, ma anche classi estive per i più piccoli con tutoraggio da parte dei più grandi. Oggi il Nyac è un importante punto di riferimento per i giovani delle montagne di Jianshi.
Testimonia un giovane che lo ha frequentato: «Per me Zhao Xiurong ha giocato due ruoli: mi aiutava a mettere ordine nella mia vita, era come una madre (per questo molti la chiamano Yaya, che in lingua taia significa mamma); in secondo luogo era un’insegnante rigorosa».
Continua suor Elena Pia che gesticola vistosamente mentre parla: «Abbiamo fatto un bel gruppo di lavoro, non ci sono mai stati problemi. Poi sono arrivate altre suore, ma in montagna ero solo io. C’erano tante ragazze e donne che venivano ad aiutare e dormivano a casa. Era come se stessimo in una famiglia. Quando non venivano le mamme o le sorelle maggiori, io tenevo le bambine, e la sera insegnavo un po’ di catechismo, come fare qualche lavoretto, o le facevo studiare. Con la gente c’era l’amore. Mi aiutavano, avevo persone sempre a fianco, non mi lasciavano sola per paura che cadessi».
Un giorno suor Elena conobbe un gesuita sardo, che era stato in Vietnam, e le raccontò della gente là. «La prossima volta porti pure me», gli disse. E così successe. Suor Elena passava dei brevi periodi in quel paese, andando su e giù da Taiwan. Coltivava alcune vocazioni, che sarebbero diventate le sorelle del Sacro Costato che oggi lavorano a Hisnchu. Due di loro, suor Anna e suor Agnese, l’hanno sostituita a Naro. Oggi l’istituto ha una presenza fissa in Vietnam.
Nel 2022 le consorelle le chiesero di traferirsi a Hsinchu: «Sono venuta in città dopo sessant’anni in montagna. Adesso ho 93 anni – ci dice allegra -, e ne ho fatta di strada! Salite, discese. Alcune molto ripide. Adesso non mi lasciano più andare, ma il mio cuore è laggiù. Penso a quella gente. Molti di loro mi vengono a trovare quando passano da Hsinchu. Sono venuti i gruppi di giovani e anche le mamme dei ragazzi. Sanno che io non posso andare tanto su». E continua: «lo spirito di viaggiare ce l’ho, e di camminare pure. Ringrazio il Signore per lo spirto che mi ha dato, per avermi guidata, per avermi dato la forza di andare anche in posti difficili».
Suor Elena Pia Zhao Xiurong è una persona che ispira molta serenità e saggezza.
Dobbiamo andare, abbiamo un altro appuntamento. Ma è come se le mancasse qualcosa: «Fermatevi, cenate con noi, non vi abbiamo accolti bene», ci dice, e insiste. Non possiamo. Appare dispiaciuta, ma ci accompagna con fare deciso fino alla porta della casa e ci saluta con la mano e un caloroso sorriso.
Marco Bello
*Mentre scriviamo questo articolo, il 30 maggio ci avvisano da Taiwan: apprendiamo con tristezza che suor Elena Pia è andata alla casa del Padre.
