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DOSSIER PERU’ – La teologia della liberazione

Monsignor Bambaren:

UN IMPEGNO PER I POVERI,
PER LE PROBLEMATICHE SOCIALI, PER LA DIGNITÀ UMANA

Monsignor Bambaren, qualcuno dice che la «teologia della liberazione» è morta?
«Morta? No, le idee non muoiono mai».

Nel 1998, abbiamo incontrato, qui a Lima, Gustavo Gutierrez (*), considerato il padre della teologia della liberazione. A suo modo di vedere, cosa c’è di giusto e cosa di sbagliato nelle sue idee?
«Nei primi anni Ottanta il papa fece una distinzione tra una teologia della liberazione buona che si deve appoggiare e un’altra che devia e va corretta. Io credo che ogni fenomeno vada collocato nel suo momento storico. Quando nasce la teologia della liberazione, in tutta l’America Latina ci sono fermenti rivoluzionari: Cuba, Cile, Bolivia, Perù, Colombia, Panama hanno movimenti o governi che cercano il cambiamento. È comprensibile che la situazione del momento possa aver esasperato la preoccupazione sociale dei cristiani. Anche attraverso gli sbagli la teologia della liberazione è andata maturando, superando quello che c’era di eccessivo».

Cosa va salvaguardato di quella teologia tanto dibattuta?
«In generale, possiamo dire che la teologia della liberazione ha portato a un maggiore impegno per i poveri, le problematiche sociali, la dignità della persona. Io voglio ribadire il concetto da cui sono partito: le idee non muoiono mai».

Monsignor Cipriani:

UN’IDEOLOGIA MARXISTA. PADRE GUTIERREZ
DOVREBBE SCUSARSI

Monsignor Cipriani, cosa pensa della «teologia della liberazione»?
«Io ho studiato a fondo la teologia della liberazione. E posso dire che non è una teologia. È un’ideologia, che ha una struttura filosofica al 90% marxista. È un coagulo di idee al servizio di un obiettivo. L’obiettivo non è la redenzione, ma la liberazione messianica ad opera di un movimento politico. E ciò viene fatto con citazioni del vangelo e tutta una manipolazione dei testi».

Dunque, lei non vi scorge nulla di positivo…
«Se dobbiamo trovarvi qualcosa da salvare, possiamo dire che essa è riuscita a mettere sul tavolo una maggiore preoccupazione per le enormi differenze sociali, enfatizzando le gravi ingiustizie di questo mondo».

Quindi, qualcosa di buono c’è stato…
«Ma il prezzo pagato è stato altissimo. Essa ha creato un’enorme confusione dottrinale all’interno di moltissime congregazioni, conventi, sacerdoti… Ha generato uno scontro molto forte con l’insegnamento della chiesa. E da questo, purtroppo, non si è ancora usciti».

Non si è ancora usciti?
«Esattamente. Perché la teologia della liberazione ha invertito la missione della chiesa. Con essa i sacramenti furono posti molto in secondo piano. Al primo posto vennero messi gli aspetti politici ed economici dei differenti paesi. Per queste cose la chiesa ha sempre avuto una pastorale molto ben strutturata e armonizzata. La teologia della liberazione, in molte delle sue parti, fu una critica frontale alla dottrina sociale della chiesa e alla sua opera. Purtroppo alcuni dei suoi sostenitori divennero guerriglieri, altri finirono con lo sposarsi, altri uscirono dalla chiesa».

E cosa ci può dire di Gustavo Gutierrez?
«L’ho incontrato. Non è mio compito valutare la sua coscienza, il suo mondo interiore. Credo però che egli abbia un obbligo di giustizia importante: scri-vere un libro per spiegare i concetti fraintesi nelle sue prime opere».

Paolo Moiola