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Il prossimo 9 agosto si celebra la Giornata internazionale dei popoli indigeni, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1994 e celebrata per la prima volta nel 1995.
La data del 9 agosto ricorda la riunione inaugurale del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulle popolazioni indigene, svoltasi a Ginevra nel 1982, che segnò l’inizio del percorso di riconoscimento dei diritti dei popoli originari.
La giornata internazionale rappresenta uno strumento di sensibilizzazione della comunità internazinale sulle sfide che affrontano le comunità indigene e sul loro contributo alla salvaguardia della diversità culturale, linguistica e ambientale del pianeta.
Negli ultimi trent’anni il cammino dei diritti dei popoli indigeni è stato segnato da tappe decisive: dalla proclamazione di due Decenni internazionali dei popoli indigeni fino all’adozione, nel 2007, della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (Undrip).
Quest’ultima riconosce il diritto all’autodeterminazione, alla tutela delle terre ancestrali, delle culture, delle lingue e delle istituzioni tradizionali.
Tuttavia, il riconoscimento internazionale non si è tradotto ovunque in un reale miglioramento delle condizioni di vita dei popoli indigeni. Anzi, oggi sono tra i gruppi umani più svantaggiati e vulnerabili a livello globale.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, nel mondo vivono oltre 476 milioni di persone indigene, distribuite in circa 90 Paesi e appartenenti a più di 5mila culture differenti.
Pur rappresentando meno del 6% della popolazione mondiale, custodiscono una parte fondamentale della diversità culturale dell’umanità e parlano la maggioranza delle circa 7mila lingue esistenti.
I territori dei popoli indigeni comprendono il 28% della superficie del globo e contengono l’11% delle foreste del mondo. Essi, dunque, sono custodi della maggior parte della biodiversità rimanente del mondo.
Dietro questa straordinaria ricchezza culturale si nascondono però profonde disuguaglianze. L’Organizzazione internazionale del lavoro stima che i popoli indigeni rappresentino circa il 19% delle persone che nel mondo vivono in condizioni di povertà estrema.
In molti Paesi continuano a subire discriminazioni, espulsioni dalle loro terre ancestrali a favore dello sfruttamento delle risorse naturali, violenze, un accesso limitato ai servizi sanitari e all’istruzione.
A tutto ciò si aggiungono gli effetti del cambiamento climatico, che colpiscono in modo particolare queste comunità.
Anche il rapporto The indigenous world 2026, pubblicato dall’International work group for indigenous affairs (Iwgia), conferma come nel corso dell’ultimo anno siano proseguiti numerosi conflitti per la difesa delle terre indigene, spesso interessate da attività minerarie, grandi opere infrastrutturali e deforestazione.
Il rapporto evidenzia, però, anche una crescente capacità di organizzazione delle comunità indigene e, per quanto riguarda la comunità internazionale, un progressivo riconoscimento del valore dei loro sistemi di conoscenza nella tutela della salute, della biodiversità e del clima.
Per l’edizione 2026 della Giornata internazionale dei popoli indigeni, le Nazioni Unite hanno scelto un tema che richiama il legame profondo tra salute, cultura e diritti: «Onorare le ostetriche indigene: far progredire i diritti, garantire la continuità culturale e promuovere il benessere intergenerazionale».
L’obiettivo è porre l’attenzione sul ruolo essenziale delle ostetriche tradizionali, non soltanto come figure sanitarie, ma come autentiche custodi di un patrimonio di conoscenze che intreccia medicina, spiritualità, relazioni familiari e rapporto con il territorio.
Le ostetriche indigene rappresentano, infatti, un punto di riferimento fondamentale, soprattutto nelle aree rurali e più remote, dove i servizi sanitari pubblici sono spesso assenti.
Accompagnano le donne durante la gravidanza, il parto e il puerperio, ma il loro compito va ben oltre l’assistenza clinica: trasmettono pratiche tradizionali, conoscenze sulle piante medicinali, sui rituali, le lingue e i valori delle comunità rafforzandone l’identità.
Per molte popolazioni indigene, la nascita non è soltanto un evento biologico, bensì un momento comunitario e spirituale che lega il nuovo nato agli antenati, alla terra e alla cultura del gruppo.
Le Nazioni Unite sottolineano come queste conoscenze, tramandate di generazione in generazione, siano oggi minacciate dalla marginalizzazione delle popolazioni indigene, dalla perdita delle lingue tradizionali e dalla progressiva scomparsa delle anziane depositarie del sapere.
Riconoscere il ruolo delle ostetriche significa, quindi, non solo migliorare la salute materna e infantile, ma anche tutelare il diritto dei popoli indigeni a conservare i propri sistemi di conoscenza e a integrarli, quando possibile, con la medicina moderna.
È una prospettiva che richiama i principi della Dichiarazione Onu sui diritti dei popoli indigeni, fondata sul rispetto dell’autodeterminazione e delle pratiche culturali proprie di ciascun popolo.
In questo scenario si inserisce l’impegno dei Missionari della Consolata, presenti da decenni accanto a numerose comunità indigene in America Latina e Africa.
La loro azione pastorale e sociale è sempre improntata al rispetto delle culture locali, promuovendo il dialogo interculturale, la difesa dei diritti e l’accompagnamento delle popolazioni nei processi di sviluppo e liberazione.
In Brasile, dove i Missionari della Consolata operano anche nella regione amazzonica, il sostegno alle comunità indigene è uno dei punti caratterizzanti della loro azione missionaria. Accompagnamento pastorale, difesa dei territori tradizionali, promozione dell’educazione interculturale, denuncia delle minacce rappresentate dalla deforestazione, dalle attività minerarie illegali e dall’occupazione delle terre ancestrali.
Attraverso il lavoro condiviso con le Chiese locali e con le organizzazioni indigene, i missionari favoriscono percorsi di formazione dei leader comunitari e sostengono il protagonismo delle popolazioni originarie nella tutela della foresta amazzonica.
Anche nella Repubblica democratica del Congo la presenza della Consolata si affianca ai popoli autoctoni della foresta, in particolare ai gruppi comunemente conosciuti come Pigmei, spesso vittime di discriminazione ed esclusione sociale.
Le iniziative promosse riguardano l’accesso all’istruzione, ai servizi sanitari, alla tutela dei diritti fondamentali e alla valorizzazione delle tradizioni culturali, nella convinzione che l’annuncio del Vangelo passi anche attraverso la promozione della dignità umana e della giustizia sociale.
Esperienze analoghe dei Missionari della Consolata sono presenti anche in altri Paesi come Kenya, Mozambico, Colombia, Venezuela, Argentina, in sintonia con il magistero di papa Francesco, in particolare nell’enciclica Laudato si’ e nell’esortazione apostolica Querida Amazonia.
La Giornata internazionale dei popoli indigeni 2026 ricorda, dunque, che la tutela dei diritti delle popolazioni originarie non riguarda soltanto una minoranza della popolazione mondiale, ma il futuro dell’intera umanità.
Difendere le loro culture, lingue e territori significa preservare un patrimonio insostituibile di conoscenze sulla convivenza con la natura e sulla cura della vita.
Luca Lorusso