Albania. La rivoluzione dei fenicotteri

Mobilitazioni contro la devastazione ambientale venuta dall'estero

Da una protesta ambientalista a un movimento di contestazione nazionale. In Albania, la difesa dell’area protetta di Pishë Poro-Narta, nel delta della Vjosa, si è trasformata in una delle più grandi mobilitazioni civili degli ultimi anni, mettendo sotto pressione il governo del premier Edi Rama e attirando l’attenzione delle istituzioni europee.
Nelle ultime settimane migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, Valona e in numerose città europee dove è presente la diaspora albanese. Gli slogan – «L’Albania non è in vendita» e «Nuova Albania» – hanno accompagnato una protesta nata dopo l’arrivo di bulldozer e mezzi pesanti in un’area costiera di straordinario valore naturalistico, habitat di fenicotteri, pellicani dalmati, foche monache e di oltre 2.300 specie animali e vegetali.
Al centro delle polemiche vi sono i progetti turistici legati a investitori internazionali vicini all’imprenditore americano Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. Secondo i manifestanti, la costruzione di resort di lusso minaccerebbe uno degli ecosistemi più preziosi dei Balcani e rappresenterebbe l’ennesimo esempio di sviluppo imposto dall’alto senza adeguate garanzie di trasparenza.


Un modello distruttivo
«Questa attenzione verso l’ambiente non era scontata», osserva Valeria Parracino, coordinatrice dei progetti dell’Ong italiana Celim, attiva dal 2018 nella tutela del bacino della Vjosa. Secondo Parracino, dopo anni di sfruttamento incontrollato delle coste, una parte crescente della popolazione albanese vede in questi investimenti un modello che «distrugge il Paese senza lasciare benefici reali ai territori».
La controversia affonda le radici nella riforma della legge sulle aree protette approvata nel febbraio 2024, che ha aperto alla possibilità di realizzare investimenti turistici e strutture private anche in zone precedentemente sottoposte a rigidi vincoli ambientali. «L’amministrazione regionale e l’Agenzia delle aree protette sono state completamente ignorate», denuncia ancora Valeria Parracino, secondo cui i lavori procederebbero senza una sufficiente trasparenza sulle autorizzazioni e sugli studi di impatto ambientale.
Ciò che rende peculiare la mobilitazione è però la sua natura trasversale. Le manifestazioni non coinvolgono soltanto ambientalisti, ma cittadini di orientamenti diversi, accomunati dalla sfiducia verso l’intero sistema politico. «Le proteste sono assolutamente apolitiche – sottolinea Parracino -. Chi manifesta ce l’ha tanto con il partito di maggioranza quanto con quello di opposizione». Un sentimento confermato anche dagli ultimi cortei, nei quali sono risuonate richieste di dimissioni rivolte a Rama, ma anche critiche verso le tradizionali élite politiche del Paese.


In odore di adesione alla Ue

La cosiddetta «rivoluzione dei fenicotteri», come è stata ribattezzata dai media internazionali, ha ormai assunto una dimensione che va oltre la questione ambientale. Molti manifestanti vedono nella difesa di Narta e della Vjosa una battaglia per la tutela del patrimonio nazionale, dell’accesso pubblico alle coste e contro la corruzione percepita nelle grandi operazioni immobiliari.
La vicenda ha inoltre aperto un fronte con Bruxelles. L’Unione europea ha ricordato che l’Albania, impegnata nel percorso di adesione, deve rispettare gli standard ambientali previsti dal Capitolo 27 dei negoziati. La Commissione europea ha invitato Tirana ad agire rapidamente per evitare che le scelte sul progetto possano compromettere il processo di integrazione, mentre il Parlamento europeo ha chiesto maggiori garanzie per la tutela delle aree naturali e annunciato ulteriori verifiche.


Edi Rama si difende
Il governo del premier Edi Rama continua a difendere gli investimenti, sostenendo che tutte le valutazioni ambientali saranno completate e che il turismo di alta gamma rappresenta un’opportunità strategica per l’economia nazionale. Lo stesso premier ha respinto le accuse di opacità e ha persino attribuito parte della mobilitazione a campagne di disinformazione provenienti dall’estero.
Intanto, sotto la pressione delle proteste, alcune recinzioni e parte dei macchinari sono stati temporaneamente rimossi. Per gli attivisti, tuttavia, la partita è tutt’altro che chiusa. Celim e oltre quaranta organizzazioni della società civile chiedono la sospensione definitiva dei lavori, una verifica indipendente delle autorizzazioni e la piena trasparenza dell’intero progetto. Una battaglia che, da semplice vertenza locale, è diventata il simbolo del confronto tra sviluppo economico, tutela ambientale e qualità della democrazia in Albania.

Enrico Casale

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