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Quarant’anni fa, alle 01:23 del 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale nucleare Vladimir Ilyich Lenin di Chernobyl esplose, liberando nell’atmosfera un’enorme quantità di materiale radioattivo. Quello che le autorità sovietiche tentarono di minimizzare come un banale «incidente», si rivelò la più grave catastrofe nucleare civile della storia, un evento che ridefinì la percezione globale dell’energia atomica.
La notte tra il 25 e il 26 aprile, il personale della centrale condusse un test di sicurezza sul reattore sovietico Rbmk-1000, per verificare se le turbine fossero in grado di fornire energia sufficiente ai sistemi di raffreddamento d’emergenza durante un eventuale blackout. Il test fu però effettuato con gravi violazioni dei protocolli: troppi elementi di controllo erano stati rimossi dal nocciolo, il sistema di raffreddamento d’emergenza era disattivato, e gli operatori mancavano di formazione adeguata.
La combinazione fatale di errori umani e difetti progettuali del reattore Rbmk-1000 innescò una reazione incontrollata. Questo tipo di reattore presentava un coefficiente di vuoto positivo: l’ebollizione dell’acqua aumentava la reattività invece di diminuirla. Quando gli operatori tentarono di arrestare la reazione reinserendo le barre di controllo che erano state rimosse, queste, presentando punte di grafite, causarono un momentaneo aumento della potenza che superò di cento volte il livello nominale provocando due esplosioni. Il reattore da mille tonnellate fu scoperchiato e si innescò un incendio che durò dieci giorni, pompando per tutto il tempo radiazioni nell’atmosfera.

Nelle ore successive all’esplosione, furono principalmente i vigili del fuoco della centrale e di Prypjat a confrontarsi con l’inferno radioattivo. Ventotto di loro sarebbero morti nelle settimane successive per sindrome acuta da radiazioni, essendosi esposti a dosi letali per impedire che le fiamme raggiungessero gli altri reattori.
L’evacuazione di Pripyat, città di 49mila abitanti costruita per i lavoratori della centrale, iniziò solo 36 ore dopo l’esplosione. Gli abitanti lasciarono le case convinti di tornare dopo pochi giorni, ma non vi avrebbero più fatto ritorno.
Nei mesi successivi, l’area di esclusione fu estesa fino a 30 chilometri, evacuando circa 350mila persone. La costruzione del «sarcofago» attorno al reattore distrutto richiese oltre 600mila «liquidatori»: operai, soldati, minatori e tecnici che lavorarono in condizioni estreme, spesso con protezioni inadeguate e turni di pochi minuti per ridurre l’esposizione. Negli anni a seguire, molti avrebbero sviluppato diverse patologie correlate con quei giorni.
Quattro decenni di ricerca epidemiologica hanno fornito un quadro più chiaro. Il dato incontrovertibile riguarda il cancro alla tiroide: secondo l’Unscear – United Nations scientific committee on the effects of atomic radiation -, nel tempo, sono stati documentati oltre 20mila casi tra coloro che erano bambini o adolescenti al momento dell’incidente nelle aree più contaminate di Ucraina, Bielorussia e Russia.
Fortunatamente, questo tumore ha un tasso di sopravvivenza molto elevato, con una mortalità limitata a circa venti casi confermati.
Più controversa è la stima delle vittime totali. L’Oms valuta che le morti in eccesso per tumori potrebbero raggiungere il numero di 9mila nel corso di decenni, mentre studi più conservativi indicano cifre inferiori (attorno ai 4mila), sottolineando le difficoltà nell’isolare l’effetto di Chernobyl da altri fattori di rischio oncologico.
Un aspetto emerso con chiarezza riguarda l’impatto psicologico. Gli studi hanno documentato tassi elevati di disturbi d’ansia, depressione e problemi di salute mentale tra evacuati e liquidatori, spesso aggravati dall’incertezza e dalla perdita delle comunità di origine. In molti casi, questi effetti si sono rivelati più pervasivi e duraturi rispetto alle conseguenze fisiche dirette dell’esposizione.

Oggi la zona di esclusione rappresenta uno dei più affascinanti paradossi ambientali del pianeta. Nonostante livelli di radioattività ancora significativi, l’assenza dell’uomo ha involontariamente trasformato la regione in un rifugio per la fauna. Popolazioni di lupi, linci, orsi bruni, cavalli di Przewalski e bisonti europei prosperano in quella che è diventata una delle più grandi riserve naturali d’Europa.
Gli studi di radiobiologia hanno prodotto risultati controintuitivi. Mentre gli esseri umani mostrano marcatori di stress genetico e mutazioni, le popolazioni animali prosperano, suggerendo che l’assenza della pressione antropica compensi gli effetti negativi delle radiazioni residue.
Nel 2016 è stato completato il New safe confinement, un’immensa struttura ad arco alta 109 metri e lunga 257 metri, progettata per contenere il vecchio sarcofago e le circa 200 tonnellate di materiale radioattivo ancora presenti al suo interno. Questa struttura, costata 1,5 miliardi di euro, è progettata per durare almeno un secolo e permettere lo smantellamento graduale del reattore.
L’Ucraina non ha mai abbandonato l’atomo. Prima dell’invasione russa del 2022, circa il 50% dell’elettricità ucraina proveniva da quindici reattori nucleari in quattro centrali attive, oltre ai tre reattori di Chernobyl rimasti operativi fino al 2000.
Il conflitto del 2022 ha portato una nuova, inquietante conseguenza. La centrale di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, è stata occupata dalle forze russe e da allora è teatro di tensioni continue, con bombardamenti che hanno sollevato timori di un nuovo disastro. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha mantenuto una presenza permanente sul sito. Nonostante le difficoltà, l’Ucraina ha dimostrato resilienza nel mantenere operativa l’infrastruttura nucleare, essenziale mentre la rete energetica convenzionale subiva attacchi sistematici. Prima dell’invasione russa, il Paese aveva avviato progetti di modernizzazione e collaborazioni per ridurre la dipendenza tecnologica da Mosca, sostituendo gradualmente i reattori russi Vver con tecnologie occidentali.

Quarant’anni dopo, Chernobyl offre lezioni cruciali. Sul piano tecnico, ha evidenziato l’importanza di una robusta cultura della sicurezza, della trasparenza e della cooperazione internazionale. I progressi nella progettazione dei reattori di nuova generazione, con sistemi di sicurezza passivi, riflettono direttamente queste lezioni. Chernobyl ha dimostrato che la segretezza può trasformare incidenti gestibili in catastrofi. La tardiva evacuazione e le informazioni insufficienti hanno aggravato enormemente le conseguenze. In altre parole, quell’incidente è andato oltre i danni fisici: l’incertezza scientifica, amplificata da comunicazioni inadeguate, ha generato ansia diffusa che ha colpito milioni di persone.
Oggi, mentre l’umanità affronta la crisi climatica e molti paesi riconsiderano il nucleare come fonte a basse emissioni, Chernobyl rimane un riferimento ineludibile. Non come argomento definitivo contro o a favore del-
l’energia atomica, ma come promemoria che ci ricorda la necessità di approcci rigorosi, trasparenti e rispettosi della complessità dei sistemi che costruiamo.
Dopo quarant’anni da quel disastro, la lezione più importante è forse che alcune domande non hanno risposte semplici e che la saggezza sta nell’affrontare questa complessità con umiltà, rigore e responsabilità.
Piergiorgio Pescali
