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«Gli Stati membri devono concordare una revisione delle norme finanziarie dell’Onu, oppure accettare la prospettiva molto concreta del suo collasso finanziario».@ Così lo scorso gennaio il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Manuel de Oliveira Guterres, ha riassunto in una lettera agli Stati membri la situazione critica in cui si trova l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che a luglio potrebbe terminare i fondi necessari per funzionare.
Guterres, pur senza nominarli nella lettera, si rivolge in particolare agli Usa, che del budget ordinario dell’Onu coprono da soli oltre un quinto, e che oggi sono responsabili del 95% delle quote non versate. Queste ammontano a circa 2,2 miliardi di dollari, cifra che si ottiene sommando i 767 milioni dovuti quest’anno agli arretrati degli anni precedenti. A questi si aggiungono altri 1,8 miliardi di dollari che gli Stati Uniti non hanno pagato per le operazioni di mantenimento della pace. Totale: quattro miliardi di dollari@.
Il ritardo nei pagamenti degli Stati Uniti non è una novità: ha cominciato a manifestarsi negli anni Ottanta del secolo scorso, e nel 2024, quando il presidente era Joe Biden, gli Usa avevano un debito con l’Onu intorno al miliardo di dollari. Ma questa odierna, precisa il Segretario generale, non è una semplice crisi di liquidità come ce ne sono state in passato: stavolta ci sono Stati membri che, oltre a non avere versato la loro parte – questo era già successo -, hanno annunciato formalmente di non volerla versare. Gli Stati Uniti, appunto, e la Russia, che però incide dieci volte meno.
Ai mancati versamenti si aggiunge poi una norma finanziaria, risalente al 1945, che riduce ancora la disponibilità di fondi, imprigionando l’organizzazione in un «circolo vizioso kafkiano»: nel caso in cui l’organizzazione non spendesse gli stanziamenti dell’anno, infatti, dovrebbe restituire agli Stati membri ciò che non ha speso, anche se in realtà non ha mai ricevuto quei fondi, che sono, appunto, stanziati, assegnati, ma non sempre disponibili. Per il 2026, i fondi che l’Onu dovrebbe restituire sono pari a circa 300 milioni di dollari.

Per capire in che modo questa riduzione dei fondi limita il lavoro dell’organizzazione è utile ricordare rapidamente, e semplificando molto, in che modo le Nazioni Unite si finanziano. Come riporta il sito@ dell’organizzazione Better world campaign (Bwc), fondata e sostenuta dall’imprenditore dei media, filantropo e fondatore dell’emittente televisiva Cnn, Ted Turner, i finanziamenti degli Stati membri provengono da due fonti principali: i contributi obbligatori e quelli volontari.
I primi vengono stabiliti dall’Assemblea generale in base alla capacità di pagamento di un Paese, calcolata combinando diversi parametri, fra cui il Pil, il debito e le dimensioni della popolazione. Questi finanziano il grosso del cosiddetto bilancio ordinario (regular budget), che sostiene soprattutto il Segretariato, cioè la parte esecutiva dell’organizzazione, che si occupa di coordinare le risposte alle emergenze umanitarie e far funzionare le relazioni diplomatiche. Per il 2026, il bilancio ordinario è di 3,45 miliardi di dollari, in calo del 7% rispetto al 2025.
Le operazioni di mantenimento della pace, infine, sono sostenute da contributi obbligatori e invio di personale militare (peacekeeping operations). I Paesi che inviano soldati, invece di denaro, ricevono un rimborso. Per il 2026, gli stanziamenti per queste operazioni sono di 5,38 miliardi di dollari.
In totale, i contributi obbligatori ammontavano a circa 13 miliardi di dollari nel 2024 (ultimo dato consolidato disponibile).
Nello stesso anno 2024 i contributi volontari sono stati quasi 47 miliardi: il grosso della raccolta annuale, quindi. I contributi volontari si suddividono tra vincolati e non vincolati: Bwc li definisce la linfa vitale delle agenzie umanitarie e di sviluppo. Le agenzie che, insieme, ricevono oltre la metà dei fondi sono quattro: Programma alimentare mondiale (Wfp), Unicef, Programma Onu per lo sviluppo (Undp) e Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr).
Nel bilancio Onu 2024 sono inclusi, infine, i ricavi da altre attività (7,7 miliardi nel 2024), generati, ad esempio, da fornitura di servizi, investimenti e fluttuazioni dei tassi di cambio.
Il totale dei ricavi dell’Onu risulta dalla somma di queste componenti: contributi obbligatori, volontari e ricavi da altre attività. Esso è passato dai poco meno di 40 miliardi del 2011 ai 68 miliardi del 2024, con un picco di oltre 74 miliardi nel 2022@.

La principale vittima del possibile collasso di cui parla Guterres sarebbe il Segretariato sostenuto dai contributi obbligatori. Se questi non arriveranno, ad agosto 2026 gli uffici al Palazzo di vetro dovranno chiudere, il Consiglio di sicurezza dovrà riunirsi altrove, la sessione dell’Assemblea generale di settembre sarà annullata e smetterà di funzionare anche l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), solo per citare gli effetti più vistosi.
Nel corso degli anni», ha spiegato Farhan Haq, uno dei portavoce del Segretario generale, «abbiamo dovuto arrangiarci e utilizzare tutti i fondi a nostra disposizione per mandare avanti le nostre attività. […]. Non disponiamo delle riserve di liquidità necessarie per continuare a funzionare come abbiamo fatto negli anni precedenti@».
Se questi uffici non funzionano, non funziona ad esempio il coordinamento degli interventi umanitari, cioè non c’è un centro che aiuti le agenzie specializzate a lavorare insieme per rispondere a crisi umanitarie, come quelle causate dalle guerre o dagli eventi climatici estremi.
Se l’allarme lanciato da Guterrez a gennaio rispecchia una situazione inedita per gravità e urgenza, perché rischia di decapitare l’organizzazione bloccandone la capacità operativa, la riduzione dei fondi all’Onu è un problema diffuso che tocca anche direttamente le agenzie, non solo il Segretariato.
Ad esempio, il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), imposto dal presidente Donald Trump con un ordine esecutivo del gennaio 2025, è entrato in vigore a febbraio. È presto per dire quali saranno gli effetti sulla salute globale, ma nel 2024 il governo degli Usa aveva dato all’Oms un totale di 588 milioni di dollari sul totale di circa 3,2 miliardi: il 18% del budget dell’organizzazione.
Lo scorso 8 gennaio, Trump ha firmato un altro ordine esecutivo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti da diverse organizzazioni internazionali, fra cui 31 delle Nazioni Unite@.
La necessità di ridurre la dipendenza del sistema Onu dagli Stati Uniti e il declino nella credibilità dell’organizzazione dovuto a inefficienza, scandali e sprechi sono tutti temi che meritano una profonda riflessione oltre ad azioni urgenti di riforma. Ma, fa notare ancora Better world campaign, i contributi del governo Usa al bilancio ordinario delle Nazioni Unite hanno fin qui rappresentato una quota pari allo 0,2% del bilancio federale: il costo per ciascun cittadino americano di circa la metà di un latte macchiato.

Secondo i dati consultabili sul sito delle Nazioni Unite in Kenya@, le risorse necessarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile nel 2024 erano circa un miliardo di dollari. I fondi a disposizione nello stesso anno sono risultati essere 657 milioni di dollari e la spesa è stata di 528 milioni. Un terzo ha finanziato i programmi relativi all’obiettivo 2 per la riduzione della fame, il 16% è andato alle iniziativi legate all’obiettivo 3 sulla salute e il benessere, il 14,5% alle iniziative dell’obiettivo 5 per la parità di genere. Queste sono state le tre voci più consistenti.
Per dare un ordine di grandezza, basta pensare che nell’anno fiscale 2023/2024 il bilancio del Kenya@ era di circa 3.680 miliardi scellini, pari a 29 miliardi di dollari.
È presto per misurare i possibili effetti di quello che peraltro ancora non si può definire un ritiro definitivo delle Nazioni Unite, ma i missionari sul campo cominciano a immaginare possibili scenari. Il Sagana technical training institute, nella contea di Kirinyaga, spiega padre John Gachoki, «non riceve direttamente fondi da programmi Onu, ma molte strutture che lo circondano dipendono direttamente o indirettamente dalle agenzie delle Nazioni Unite». Se la mancanza di fondi dovesse interessare le strutture sanitarie pubbliche, i missionari si aspettano una riduzione delle campagne di vaccinazione (tra cui il tetano), delle attività di prevenzione e cura dell’Hiv/Aids, inclusa la distribuzione di farmaci antiretrovirali, e una conseguente forte pressione su farmacie e centri sanitari privati della contea, oltre che minori iniziative di sensibilizzazione sulla salute all’interno degli istituti educativi.
Da Loyiangalani, villaggio sul Lago Turkana, nel nord nel Paese, padre Abel Yoseph condivide le preoccupazioni del confratello riguardo ai programmi di prevenzione dell’Hiv e segnala che le Nazioni Unite sostengono, insieme ad altri donatori, anche dei programmi di risoluzione del conflitto fra gruppi etnici in aree come il Turkana: «Senza questi programmi di pacificazione, la situazione sarebbe compromessa», poiché i gruppi di mediatori non potrebbero più raggiungere le persone e sarebbe più probabile un aumento delle tensioni interetniche.
Anche in Tanzania gli effetti non sono ancora misurabili ma, spiega la responsabile dell’ufficio cooperazione Imc nel Paese, Modesta Kagali, «la crisi finanziaria delle Nazioni Unite rischia di avere ripercussioni, poiché il governo della Tanzania riceve fondi per progetti umanitari e di sviluppo in settori quali l’agricoltura, l’istruzione e la sanità». In questo ultimo settore, in particolare, «attraverso il Governo i nostri dispensari e l’ospedale di Ikonda hanno ricevuto aiuti per i programmi contro l’Hiv/Aids e la tubercolosi, e un’eventuale cessazione del sostegno avrà ripercussioni in termini di distribuzione di farmaci, test per l’Hiv e la tubercolosi, disponibilità di equipaggiamento e di attrezzature». La situazione del personale che lavora nel programma contro l’Hiv è molto precaria, perché è assunto e retribuito dal Stato. Dal 2021, la clinica per l’Hiv del Consolata Ikonda hospital ha fornito più di 44mila consulenze gratuite: servizi che sarebbero a rischio se le forniture di farmaci e i finanziamenti del programma dovessero cessare.

«Qui l’Onu continua a essere presente, ma con forti pressioni di bilancio», dice padre Juan Carlos Greco, impegnato nell’equipe che lavora con i migranti venezuelani a Boa Vista, nel nord del Brasile. Il suo punto di vista si basa sull’esperienza nell’Asemir, Articolazione ecclesiale dei servizi per migranti e rifugiati, rete coordinata dai missionari della Consolata, dalla fondazione gesuita Fe y Alegría e dalla Caritas diocesana, che coinvolge altre 10 istituzioni. «Alcune organizzazioni hanno sofferto per il taglio dei fondi che l’Unhcr trasferiva loro per le procedure necessarie a ottenere il “pre documento”, cioè il primo documento ufficiale rilasciato dalla Polizia federale (Pf) agli stranieri che cercano protezione internazionale, attività che queste organizzazioni svolgevano con l’aiuto di professionisti. Il lavoro viene svolto ora dal Servizio pastorale migranti solo con volontari.
Le stime per il 2026@- continua padre Juan Carlos – dicono che per mantenere queste attività di assistenza umanitaria in Brasile servono 113 milioni, da destinare principalmente a salute, istruzione, protezione dell’infanzia e disponibilità di rifugi (abrigos): nonostante i fondi siano passati dai 98 milioni di dollari del 2021 ai 113 stimati per il 2025, le lacune nei servizi sono tante: manca cibo, i programmi scolastici sono poco efficaci, ci sono episodi di violenza all’interno dei rifugi e anche la situazione della sicurezza è preoccupante a causa della presenza di gruppi criminali».
Il Brasile sta cercando con la sua nuova politica migratoria di rendere strutturale la risposta alla domanda d’accoglienza e di assumere un ruolo più autonomo dalle organizzazioni internazionali. Il rischio è che, senza finanziamenti sufficienti, le città di confine come Boa Vista debbano affrontare un sovraccarico nei servizi sanitari, educativi e abitativi. Lo stato di Roraima concentra già ora il 61,2% di tutte le richieste di asilo in Brasile, oggi anche e soprattutto presentate da cittadini cubani. «Il futuro dipenderà dalla capacità del Governo brasiliano di attrarre il sostegno del settore privato e della società civile, dalla collaborazione fra differenti livelli di governo», cioè fra il Governo federale e quello statale, «dalla cooperazione regionale per gestire i flussi migratori, dalla continuità nelle politiche inclusive che evitano l’emarginazione dei rifugiati e dal contrasto alla corruzione».
Chiara Giovetti

