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In quanto europei, non ci possiamo esimere dal fare i conti con il nostro passato coloniale.
«Fumo e ceneri» di Amitav Ghosh, è un libro che può aiutarci a farli sino in fondo. Racconta, infatti – in una forma a metà tra il saggio storico e il memoir letterario personale e famigliare -, di come la pianta dell’oppio sia stata al centro delle dinamiche coloniali dell’Impero britannico per tutto l’Ottocento e per i primi decenni del Novecento, garantendo enormi e crescenti profitti.
L’Impero inglese ha potuto ottenere smisurati guadagni grazie a una duplice forma di sfruttamento: nei confronti dei contadini indiani, obbligati a coltivare i papaveri da oppio invece di altre colture per loro più redditizie; nei confronti della Cina, che fu costretta con la forza delle armi a importare gli oppiacei, non potendo così tutelare la propria popolazione devastata dal loro consumo.

Lo scrittore indiano, residente negli Usa, racconta una storia che si snoda su diversi piani.
Innanzitutto, apprendiamo che i primi narcotrafficanti su larga scala non furono organizzazioni criminali «private», bensì alcuni Stati nazionali: la Gran Bretagna, in primo luogo, ma anche Stati Uniti, Olanda e Francia.
In secondo luogo, comprendiamo che, per questi paesi, l’idea di libero mercato è spesso stata una maschera sotto la quale si celava «una sfera chiusa, esclusiva, dominata da un numero limitato di consorterie elitarie e poco trasparenti», scrive Ghosh, dal momento che nel meccanismo del libero scambio, chi deteneva maggiore potere non esitava a ricorrere all’uso della forza armata per imporre il commercio dei propri prodotti.
In tutto questo, naturalmente, era implicito un pregiudizio razziale che si esprimeva nel ritenere sacrificabili alcune popolazioni, anche perché considerate predisposte al vizio e al consumo di droghe: «Sebbene i trafficanti di droga angloamericani fossero eredi delle idee del cristianesimo e dell’illuminismo, sull’uguaglianza degli esseri umani, nella pratica la loro condotta seguiva una logica opposta».
In questo libro di grande fascino narrativo, Ghosh ci invita a riflettere su come le dinamiche coloniali abbiano lasciato segni profondi che ancora si riverberano sul tempo presente.
In India, ad esempio, la povertà di alcune delle aree più depresse ha una radice nelle politiche di sfruttamento dei terreni agricoli imposte nel XIX secolo dal regime inglese.
Ma le conseguenze sul presente delle passate politiche coloniali sono di più ampia portata, coinvolgono le stesse modalità di funzionamento dell’attuale mercato globale, il quale deve molto a un’idea di libero scambio guidato dall’unico criterio del vantaggio economico.

Di Amitav Ghosh va ricordata, in relazione a questo tema, anche la cosiddetta «trilogia della Ibis», un ciclo di romanzi (Mare di papaveri, Il fiume dell’oppio, Diluvio di fuoco) che, seguendo le peripezie marittime della goletta Ibis, ci immergono nelle vicende del commercio dell’oppio nella cornice dell’India ottocentesca.
Per approfondire le coordinate storiche della penetrazione del dominio inglese in India si può leggere Anarchia di William Dalrymple, storico britannico, specializzato in storia dell’India, che si sofferma sugli anni tra il 1756 e il 1803 nei quali la Compagnia delle Indie orientali estese il suo controllo su quasi tutti i territori del subcontinente indiano.
Il dato fuori dall’ordinario di questa conquista coloniale è precisamente il fatto che a compierla non fu il governo britannico in modo diretto, ma una società privata a scopo di lucro, la quale, come sottolinea Dalrymple, «operava al solo fine di arricchire i suoi investitori». La Compagnia fu una sorta di «impero dentro l’impero» che arrivò a controllare possedimenti più vasti di quelli della stessa madrepatria. Si dotò di un proprio esercito che arrivò a contare un numero di uomini doppio rispetto a quello britannico.
Solo con il passare del tempo, i poteri della Compagnia furono progressivamente limitati dal Parlamento e «riassorbiti» dalla Corona inglese (analoga storia è quella della Compagnia olandese delle Indie orientali, la Voc, ndr).

Naturalmente, anche la storia dell’ascesa della Compagnia delle Indie è carica di rimandi al nostro presente: «La prima multinazionale predatoria del mondo» è uno specchio dei rischi insiti nel potere fuori controllo di alcune multinazionali odierne. Le capacità di condizionamento politico e finanziario di certe corporation attuali ricordano da vicino quelle che, 250 anni fa, possedette la Compagnia.
«Fumo e ceneri» e «Anarchia», tra le altre cose, ci insegnano anche a valutare in modo critico l’idea, piuttosto diffusa, che il commercio sia una pratica di per sé alternativa alla guerra.
Mentre in alcuni casi effettivamente è così, in altri, invece, la volontà di commerciare, lungi dall’ostacolare le guerre, le promuove. Precisamente come avvenne per le due guerre dell’op- pio, dichiarate nel 1839 e nel 1856 dalla Gran Bretagna alla Cina, con l’appoggio di Francia e Stati Uniti, allo scopo di imporre i propri interessi commerciali.
Per approfondire questa storia, che si trova all’origine della Cina moderna e che ancora ai nostri giorni continua a nutrire il nazionalismo di quel grande paese e il suo modo di guardare all’Occidente, si può leggere il libro di Julia Lovell, La guerra dell’oppio.

Infine, un libro sorprendente dedicato a un narco stato non ottocentesco, ma prossimo ai giorni nostri, è Narcotopia di Patrick Winn, che racconta la storia dei Wa, un gruppo etnico birmano che vive in due zone del Myanmar, una confinante con la Cina, l’altra con la Thailandia, occupando un territorio pressoché inaccessibile e, di fatto, capillarmente controllato dal proprio esercito.
L’economia dello stato Wa è interamente basata sulla produzione e sul commercio dell’oppio, che si sono tradotti in ricchezze poi investite nella costruzione di strade, scuole, ospedali (non diversamente, del resto, da quello che Inghilterra e Stati Uniti fecero nell’Ottocento).
Nel suo reportage Winn ripercorre dagli anni Settanta a oggi questo complesso intreccio di affari, attività criminali e rivendicazioni di autonomia politica.
Massimiliano Fortuna
Centro studi Sereno Regis