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Le prefazioni servono a entrare appieno dentro i contenuti dei libri. Per questo, di solito, sono scritte per ultime, quando già tutto è diventato chiaro, anche per l’autore meno capace di programmare la propria opera. Non sappiamo se il prologo al Vangelo di Giovanni (Gv 1,1-18) sia stato scritto anch’esso per ultimo, ma di certo sa portarci appieno dentro al senso di ciò che narra, al punto che può essere letto con frutto dopo aver affrontato tutti i capitoli che lo seguono, come facciamo noi con questo articolo.
Il prologo di Giovanni è una buona interpretazione di tutto Vangelo, del suo cuore che è l’incarnazione, ma anche, ovviamente, del modo in cui Gesù ci fa conoscere il Padre.
«In principio era il Verbo». L’esordio del Vangelo di Giovanni è famosissimo, e si merita la sua fama. Innanzitutto, perché comincia come il libro della Genesi: l’evangelista voleva di sicuro che i suoi lettori si spostassero mentalmente all’inizio del tempo e al fondamento delle cose, che leggessero non solo seguendo la vicenda di un essere umano, ma il cuore stesso della storia. D’altronde, la parola utilizzata già nella traduzione greca della Genesi era tra quelle «pesanti»: il «principio». Una parola che indicava infatti non semplicemente l’inizio del tempo, ma anche il fondamento, ciò su cui si basa tutto. E nel «tutto» è chiaramente compreso anche ciò che a noi interessa più di qualunque altra cosa, ossia la nostra stessa vita e il fatto che sia degna di essere vissuta.
Giovanni, all’interno di un Vangelo, ossia di un testo sacro, ha il coraggio di sostenere che all’inizio «di tutto» c’è il Logos. È un termine greco che indica la «parola», ma anche la «logica», il «criterio», il «ragionamento», addirittura il «senso che sta sotto le cose».
Anche se noi ci aspetteremmo qualche profonda riflessione sulla centralità di Dio, l’evangelista ci fa ammettere che al fondo delle cose, almeno per noi, c’è la domanda sul senso di ciò che viviamo. E ha poi il coraggio di sostenere che questo senso esiste, ed è il fondamento delle cose, e lo è da sempre.
In principio non c’era Dio, ma il Logos, che per noi, per la nostra vita, è più importante di Dio stesso. Il principio unificante, la logica di fondo, il senso del vivere. Si parte da lì, dal nostro desiderio di vivere bene.
Questo principio, però, afferma subito Giovanni, era presso Dio, dalle parti di Dio, addirittura tendeva a Dio. Anzi, Dio era esattamente questo principio. Ciò che il mondo della filosofia aveva cercato nei «fondamenti» del reale, Giovanni invita a cercarlo verso Dio, in Dio. Quel senso che cerchiamo è lì.

Siamo ormai abituati al modo giovanneo di far procedere il discorso: a volte sembra restare fermo a ripeterci le stesse cose, anche se a ogni passaggio cambia qualcosa e, in qualche modo, è come se ci arrampicassimo a spirale continuando a ripassare negli stessi posti ma sempre più su.
Sembra, ad esempio, che Giovanni ripeta quanto detto nel primo versetto, già nel secondo: «Egli era, in principio, presso Dio». Il pronome maschile «egli» è riferito a Logos, in modo grammaticalmente coerente, e comincia a suggerire che esso non è qualcosa, ma qualcuno.
Giovanni dice, quindi, che tutto è stato fatto tramite quel Logos, che è principio di tutto ed è qualcuno. Dice che in lui c’era la vita per gli uomini (v. 4) e che la vita era la luce degli uomini.
L’immagine è interessante: la luce non ci dice che cosa dobbiamo fare, semplicemente ci fa vedere, per poter decidere liberamente e in sicurezza.
La vita, dice Giovanni, non è lo scopo degli uomini (se ci pensiamo, molti nella storia hanno rinunciato addirittura alla propria vita per uno scopo più nobile), ma è ciò che permette loro di muoversi, di decidere.
La spirale giovannea continua a salire regolare. Al v. 9 rimarca, infatti, l’esistenza della «luce autentica», in grado di illuminare ogni uomo, «che viene nel mondo». Non è chiaro, qui, se a venire nel mondo sia «ogni uomo», oppure la luce. Se fosse «ogni uomo», allora la sottolineatura andrebbe sul fatto che la luce che fa vedere non è riservata ad alcuni, ma a tutta l’umanità. D’altra parte, però, a «venire nel mondo» potrebbe anche essere la luce. E se così fosse, ne ricaveremmo che la luce, qui, non sarebbe una qualche fonte esterna all’umanità, oggettiva e neutrale, ma qualcosa che nell’umanità viene in modo dinamico, in movimento. Il modo in cui Giovanni ha scritto il versetto è un aiuto a cogliere quella luce come qualcosa di personale. Non è obbligatorio scegliere: come un poeta, Giovanni probabilmente si compiace di questa ambiguità, vuole, in fondo, che immaginiamo entrambe le letture come possibili, perché ci sta accompagnando gradualmente da eventi senza tempo né luogo a qualcosa di personale e situato che entra in dialogo profondo con la nostra esistenza.
Lo sviluppo ulteriore, infatti, ci conduce sempre più a una dimensione temporale e relazionale: «Lui» è venuto tra i suoi (lui chi? il Logos? la luce?), ma non è stato accolto. Nel dipanarsi dei versetti, diventa sempre più chiaro che il «senso» è legato a qualcuno, e che questo qualcuno ha a che vedere con Dio. Ci viene presentato il fallimento di una relazione su cui non sapremmo ancora niente, se non conoscessimo già la storia di Gesù, e subito dopo ci viene detto che, però, c’è chi ha accolto l’offerta e ha ottenuto, in tal modo, il potere di diventare «figli di Dio» (v. 12). Compare per la prima volta nel Vangelo il tema della paternità di Dio, vista dalla parte dei suoi figli. Questa parte, peraltro, non si concentra su Gesù, ma già su tutti gli uomini.
Giovanni lega il potere di divenire figli di Dio all’atto di «credere nel suo nome». E dice che quelli che credono sono generati non dalla carne, ma da Dio stesso.
È ciò che abbiamo colto nel discorso dell’ultima cena: una dimensione di affetto e legame personale tra il Padre e il Figlio dentro la quale anche gli esseri umani sono chiamati, non in virtù di riti o sacrifici, né perché già consanguinei del Padre, ma per la Sua unica e generosa volontà.
Il lento procedere di Giovanni, a un tratto fa un passaggio brusco, al v. 14: «E il Logos divenne carne».
Se fossimo dei filosofi greci, faremmo un salto sulla sedia. Ma come? Il Logos, quel principio di fondo, quella logica, quel criterio, non si limita a restare qualcosa di teorico, di vagamente intuibile, ma entra nel mondo. E non entra nel mondo come un ologramma, etereo e sfuggente, ma si fa carne. Si fa concretezza pesante, esposta al limite, alla malattia, ai condizionamenti, persino alla morte.
Un’idea può non morire, la carne invece morirà di certo. Dire che il principio di fondo del mondo si sia fatto concreto al punto da esporsi alla morte può essere un’idea spaventosa, allucinante. Non è un impoverimento? Il Logos non si contaminerà? Nello stesso tempo, non sarà eccessivo mettere al centro la concretezza della nostra esistenza? Farla diventare più importante di qualunque teoria?
Ma Giovanni non si ferma e aggiunge che il logos si «attendò» in noi, mise la sua tenda tra noi. La tenda era un ricordo piacevole e scomodo, per gli ebrei. Essi facevano memoria del fatto che i loro padri avevano vissuto nelle tende durante i quarant’anni di peregrinazione nel deserto. Anni di povertà, di castigo, ma anche di contatto strettissimo con un Dio che provvedeva a loro, chiaramente, ogni giorno. La tenda, riparo prezioso ma fragile, diventa un facile simbolo del corpo, fuori dal quale non viviamo ma che è anche tanto debole.
In questa fragilità, debolezza, precarietà, entra il Logos, entra Dio, mettendo la sua tenda «in noi». Vuol dire in mezzo a noi, ovviamente, e come giustamente ci dicono le nostre traduzioni: entra nelle nostre consuetudini, costumi, relazioni. Come ogni bambino che entra nel mondo, anche il Logos, Dio, deve imparare, e questo ci ripete ogni anno il Natale.
Il Logos, però, entra addirittura «in noi». Diventa non solo uno di noi, ma come noi, identico a noi. Il che significa che l’essere umano può prendere dentro, comprendere Dio, il senso ultimo e profondo del mondo, delle cose, della vita. Non avremmo potuto immaginarlo, finché non avessimo visto Dio prendere dimora in noi.
Di questo Logos possiamo addirittura dire di averlo visto, di averne fatto esperienza tangibile. E ciò che abbiamo visto, ciò che lui è nel profondo della sua pienezza, la sua «gloria» (questo significa «gloria» nel linguaggio biblico), non sono i suoi miracoli o la sua predicazione, non è la sua capacità di conoscere il cuore dell’uomo o la sua risurrezione. Il cuore del suo essere, ci dice il quarto evangelista, è nell’essere «l’unigenito che viene dal Padre, pieno di dono gratuito e verità». Vale a dire che l’essenza più preziosa e autentica di Gesù è nella sua relazione con il Padre. E significa quindi anche che, guardando Gesù, cogliamo innanzitutto la sua relazione con il Padre, chi è il Padre. E ciò che cogliamo è «grazia e verità», il dono gratuito di sé e di tante cose, il generoso donarsi, e il farlo in autenticità profonda, nella verità che svela anche tutte le false immagini di Dio e dell’uomo.
All’inizio del suo Vangelo, come chiave di lettura che può ottimamente servire anche alla fine come sintesi, Giovanni dice che il senso della nostra vita è Gesù, che mostra tangibilmente, nella storia e nella natura umana, il volto del Padre, e che questo volto, la natura piena di Dio, è dono e autenticità. Avremmo potuto immaginare altro su Dio, ma Gesù confuta ogni falsa immagine e fantasia che avevamo. Guardare Gesù significa innanzitutto vedere la generosità trasparente del Padre.
«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è nel ventre del Padre, lui lo ha rivelato» (v. 18).
Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 22 – fine)
È qui disponibile la caccolta di tutti i 22 capitoli del nostro cammino alla ricerca del Volto del Padre attraverso le pagine del Vangelo di Giovanni.
La raccolta si può anche scaricare. Grazie ad Angelo Fracchia per le sue riflessioni e aiuto alla comprensione. Grazie anche a Marco Francescato per le sue illustrazioni creative.