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Mai dire patrimoniale

L’Italia è un Paese fondato sull’ingiustizia fiscale. Di conseguenza, la disuguaglianza cresce e lo Stato non ha risorse sufficienti per i servizi. Una soluzione ci  sarebbe: invece di fare sconti ai «paperoni», sarebbe utile introdurre una patrimoniale.

Stando ai dati del 2024, in Italia la sfera pubblica amministra oltre 1.100 miliardi di euro, un importo corrispondente a circa il 50% del Prodotto interno lordo (Pil).

La cifra comprende tutto: dalle pensioni al sostegno di individui e famiglie, dall’istruzione all’ordine pubblico, dall’apparato giudiziario al funzionamento della pubblica amministrazione, sen-za dimenticare gli interessi sul debito pubblico.

In ordine decrescente, la prima spesa è quella per pensioni (comprese quelle sociali) che assorbono 337 miliardi, ossia il 30% dell’intera spesa pubblica. Seguono la sanità con 138 miliardi (12%), il sostegno a individui e famiglie con 109 miliardi (10%), gli interessi sul debito 85 miliardi (8%), l’istruzione 79 miliardi (7%) e più giù il complesso militare con 32 miliardi (2,9%).

Il prelievo fiscale

Come si sa, lo Stato non vende ciò che fornisce, tutt’al più chiede delle compartecipazioni sui servizi. Ragion per cui si procura il denaro di cui ha bisogno tramite la fiscalità che consiste in prelievi forzosi, strutturati attorno a due canali principali: i contributi (oneri) sociali e i tributi.

I contributi sociali sono prelievi attuati in sede di produzione sul valore dei salari; i tributi sono prelievi sui proventi e i consumi delle famiglie. Gli oneri sociali contribuiscono al 25% del fabbisogno dello Stato; i tributi al 59%. Ciò che manca, proviene da altre fonti come profitti da partecipazioni societarie e compartecipazioni dei cittadini ai servizi ottenuti (ad esempio, il ticket pagato per una visita medica). Inoltre, se le normali forme di entrata non bastano, lo Stato copre la differenza con l’indebitamento che, nel 2024, è stato di 75 miliardi. Somma che, aggiunta agli indebitamenti precedenti, ha portato il debito complessivo dello Stato italiano a 3mila miliardi di euro.

Nel 2024 l’imposizione fiscale (oneri sociali e tributi) in Italia ha prodotto un gettito di 933 miliardi di euro che rappresenta il 42,6% del Pil.

Tale percentuale è nota come pressione fiscale e indica la quota di ricchezza di cui lo Stato si appropria in maniera forzosa. Molti ritengono che, in Italia, abbiamo una pressione fiscale spropositata, ma in altri paesi dell’Unione europea è anche più alta. Valgano come esempio l’Austria, la Danimarca, la Francia con livelli attestati rispettivamente al 43,2%, 43,5% e  44,3% del Pil.

Il problema della pressione fiscale non è la percentuale in sé, ma i criteri di imposizione adottati, e l’uso che viene fatto del prelievo fiscale. Se gestito con l’intento di fare cassa per spese inutili e dannose, il prelievo fiscale è odioso, ma se è gestito con criteri di equità per spese finalizzate al miglioramento della vita di tutti, è un potente motore di livellamento sociale e di promozione della dignità umana.

L’articolo disatteso

Per capire la qualità del prelievo fiscale in Italia, conviene partire dalla Costituzione che, al tema, dedica l’articolo 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Un testo conciso che, con poche parole, esprime tre concetti fondamentali. Il primo: tutti devono fare la propria parte. Il secondo: ognuno deve contribuire in base alle proprie possibilità. Il terzo: chi più ha, più deve mettere. Purtroppo, né il secondo, né il terzo principio sono adeguatamente applicati. Il secondo perché alcuni canali di ricchezza godono di trattamenti fiscali agevolati o non sono tassati affatto. Il terzo perché la progressività messa in campo lascia molto a desiderare.

Le aliquote sui redditi

La progressività è un concetto matematico che, in linguaggio corrente, può essere riassunto con la massima coniata dai ragazzi di Barbiana in Lettera a una professoressa: «Non c’è niente di più ingiusto che fare le parti uguali fra disuguali». Che, in ambito fiscale, diventa «non c’è niente di più ingiusto che applicare la stessa percentuale di prelievo su redditi disuguali». Un esempio fa capire bene perché.

Se hai due figli a carico e guadagni mille euro al mese, cento euro di imposte possono risultarti fatali. Se – invece – guadagni diecimila euro, anche se paghi mille euro di imposte puoi continuare a vivere nel lusso. Eppure, in ambedue i casi, verrebbe applicata la stessa percentuale di prelievo, ossia un’aliquota del 10%. Chiaro esempio di come le aliquote abbiano un diverso peso specifico in base al reddito percepito e come sia necessario differenziarle per garantire un minimo di equità.  A questo punta la progressività: adottare un metodo di tassazione che procede per scaglioni. Ossia tassazione zero fino a un certo ammontare di reddito riconosciuto come indispensabile per poter vivere, e poi aliquote crescenti sulle diverse porzioni di reddito che si aggiungono.

A titolo di esempio, la progressività potrebbe essere articolata come segue: esenzione universale e incondizionata fino a 10mila euro l’anno, 10% sull’aggiunta di 5mila euro, 11% sull’ulteriore aggiunta di 5mila euro, 13% sull’aggiunta successiva e avanti di questo passo, fino a raggiungere il 90% sulle quote milionarie.

La progressività procede per aliquote crescenti sugli importi che si aggiungono perché la ricchezza incamerata svolge funzioni diverse via via che cresce. Le quote più basse non possono essere toccate, o possono essere toccate poco, perché servono per i bisogni fondamentali. Viceversa, le quote che si aggiungono sono risparmiate o utilizzate per consumi sempre più di lusso, per cui possono essere tassate con aliquote elevate senza paura di compromettere la vita delle famiglie, ma – anzi -migliorandola perché, con maggiori introiti, lo Stato può garantire servizi migliori per tutti. Senza contare che la progressività riduce le disuguaglianze e rafforza la cultura della solidarietà.

L’Irpef, l’Iva e le altre

In Italia, l’imposta sul reddito, ossia su ciò che entra nelle nostre tasche come ricchezza corrente, si chiama Irpef, acronimo di «Imposta reddito persone fisiche».

Quando venne introdotta, nel 1974, era strutturata su 32 scaglioni, l’ultimo dei quali al 72% su un reddito che – rivalutato al costo della vita di oggi – corrisponderebbe a quattro milioni di euro o poco più. Gradatamente gli scaglioni sono stati ridotti fino a diventare tre, tra i quali il più alto è al 43%, oltre i 50mila euro.

Va detto, tuttavia, che l’Irpef rappresenta solo una parte di ciò che versiamo alle casse pubbliche, e neanche la più voluminosa.

Altre due voci hanno un grande peso e hanno il difetto di essere in percentuale fissa. Si tratta dei contributi sociali e dell’Iva, l’Imposta sul valore aggiunto.

Mettendo insieme tutte le somme che versiamo allo Stato, ci rendiamo conto che la progressività in Italia è molto blanda e che, oltre certi importi, vige addirittura la regressività, ossia aliquote decrescenti.

Una ricerca condotta dall’Istituto superiore Sant’Anna di Pisa relativa al 2015 riporta che la pressione fiscale passa dal 40% per i redditi al di sotto di 15mila euro, al 50% per i redditi attestati sui 62mila euro, e scende poi sui redditi oltre gli 82mila euro. Ad esempio, è del 35% per chi guadagna 530mila euro.

Lo studio mette in evidenza che, per assurdo, chi percepisce me-no di 7mila euro l’anno, come chi vive di sola pensione minima, subisce una pressione fiscale del 50%. Artificio dovuto al fatto che, spendendo tutto ciò che incassa, paga alte tasse indirette su tutti i suoi proventi.

La quantità di persone che può usufruire di un sistema fiscale regressivo è piccola, dal momento che corrisponde al 5% più ricco della popolazione adulta, ossia due milioni e mezzo di individui. Individui, questi, che incamerano oltre un quarto della ricchezza complessiva prodotta nel nostro Paese.

Foto Gerd Altmann-Pixabay.

La disuguaglianza

In effetti, l’Italia è nel gruppo dei paesi industrializzati a maggiore disuguaglianza sociale. Questo dato si ricava non solo da come è distribuito il reddito nazionale, ossia la ricchezza prodotta annualmente, ma anche da come è ripartito il patrimonio nazionale, ossia la ricchezza accumulata sotto forma di edifici, risparmi bancari, proprietà aziendali.

La Banca d’Italia certifica che il 10% più povero della popolazione possiede meno dello 0,1% del patrimonio complessivo, mentre il 10% più ricco possiede il 52%. E le differenze si stanno accentuando, considerato che, dal 2020 al 2022, la ricchezza del 10% più ricco è cresciuta di due punti percentuale.

La disuguaglianza è una piaga di livello mondiale che un fisco più giusto potrebbe arginare. Attraverso tre scelte di fondo: maggiore progressività sui redditi, un’alta tassazione sulle eredità più ricche, la tassazione dei grandi patrimoni. Ma, invece di organizzarsi per ridurre le disuguaglianze, oggi gli Stati sono in gara fra loro per richiamare in casa propria i paperoni mondiali, seducendoli con trattamenti fiscali di favore. In Europa, già da tempo immemorabile, paradisi fiscali come Monaco, Andorra, Svizzera, fanno ponti d’oro ai ricchi stranieri che si insediano nei loro confini, ma ora questo tipo di offerta è avanzata anche da Grecia, Malta, Portogallo e perfino dall’Italia.

Asilo fiscale per i paperoni

L’ingresso dell’Italia nel club degli offerenti asilo fiscale ai paperoni mondiali è avvenuto con la legge finanziaria varata nel dicembre 2016, ad opera del Governo guidato da Matteo Renzi. Allora, come oggi, il Governo era alla ricerca di soldi senza affondare le mani nelle tasche dei ricchi nostrani, e varò una legge che permetteva ai ricchi stranieri di prendere la residenza nel nostro Paese con la garanzia che, per quindici anni, nessuno avrebbe indagato sui loro guadagni esteri in cambio di una tassa forfettaria di centomila euro all’anno, più altri benefici per i loro familiari.

Nel corso degli otto anni successivi l’ammontare è stato rivisto prima a duecentomila euro, poi a trecentomila da parte dell’ultima finanziaria varata nel dicembre 2025.

Dai documenti della Corte dei Conti, si apprende che, nel 2023, i paperoni stranieri che avevano aderito all’offerta italiana erano 2.875. Lo studio legale Maisto e Associati stima però che, in seguito, se ne siano aggiunti altri 1.200. In tal modo, il totale odierno sarebbe di oltre 4mila persone, tutte ritenute Uhnwi, sigla inglese che sta per «Individui a ricchezza netta ultra elevata» (Ultra high net worth individual). Persone, cioè, con patrimoni superiori ai 30 milioni di dollari.

Nel mondo ne sono stati censiti mezzo milione sparsi in ogni continente, compresa la poverissima Africa. Benché rappresentino solo lo 0,006% della popolazione mondiale, gli ultra ricchi posseggono il 13% della ricchezza privata totale.

Quali risultati si aspettasse il governo Renzi prostituendosi ai paperoni stranieri non è dato saperlo, ma, alla resa dei conti, il beneficio economico per le casse pubbliche italiane è stato piuttosto modesto.

Nel 2023 il gettito è stato di 315 milioni di euro, ossia lo 0,03% dell’intera spesa pubblica. Un risultato insignificante che, però, ha notevoli costi sociali e politici. Sul piano sociale ne sanno qualcosa città come Milano, Roma, Firenze, i centri urbani prescelti dai ricchi stranieri.

In queste città, l’incetta di appartamenti da parte dei nuovi residenti ha fatto lievitare a dismisura il prezzo delle abitazioni, rendendo più cari non solo gli acquisti, ma anche gli affitti. Sul piano politico, il danno è valoriale perché normalizza, anzi legittima, le disuguaglianze. Che, al contrario, andrebbero combattute, cominciando con un sistema fiscale seriamente progressivo su ogni manifestazione di ricchezza.

Grandi patrimoni

Non a caso gli economisti più attenti insistono sulla necessità di tassare anche i patrimoni, almeno quelli oltre un certo ammontare. Un’imposta patrimo-

niale avrebbe un grande effetto livellatore, non solo perché andrebbe a colpire le accumulazioni più scandalose, ma anche perché fornirebbe allo Stato i soldi necessari a garantire sanità, istruzione e altri servizi fondamentali per tutti i cittadini.

La Cgil ha calcolato che una tassa di appena l’1,5% sui patrimoni superiori a due milioni di euro, in Italia garantirebbe un gettito aggiuntivo di 26 miliardi che permetterebbe di rimettere in sesto la sanità e sostenere meglio le famiglie più fragili, senza ricorrere al debito. La dimostrazione che la strada giusta da seguire non è quella dei favori e dei condoni, ma quella indicata dalla Costituzione.

Francesco Gesualdi

I principi del sistema fiscale italiano sono iscritti nella Costituzione , ma la realtà si sta muovendo in direzione opposta. Foto Gerd Altmann-Pixabay.
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