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Filippine. Coccodrilli al potere

La Chiesa invoca una rivoluzione morale

Nel Paese «polmone cattolico dell’Asia», poche famiglie gestiscono il potere da decenni. La lotta alla corruzione è oggi uno dei temi forti della società civile. E la Chiesa si schiera con la popolazione che soffre diverse forme di povertà e ingiustizie.

«Le Filippine hanno bisogno di una rivoluzione morale». Padre Shay Cullen, prete irlandese della Società di San Colombano, nelle Filippine dal 1969, in un dialogo con Missioni Consolata auspica un cambiamento radicale.

Il missionario, che ha vissuto gli anni bui del regime di Ferdinando Marcos senior, ha poi assistito alla «rivoluzione nonviolenta» del 1986, all’ascesa di Corazon Aquino, al succedersi di altri presidenti, fino allo «sceriffo» Rodrigo Duterte e all’attuale Fernand Marcos junior, il figlio dell’ex dittatore.

Negli anni, il Paese è cambiato, è diventato una delle «tigri emergenti» del Sudest asiatico con un aumento annuo del Prodotto interno lordo costantemente superiore al 5%, alimentato dagli investimenti e dalle esportazioni e sostenuto dai consumi privati.

Il missionario ha visto la nazione dibattersi in problemi strutturali come la povertà che, ancora oggi, tocca il 21% della popolazione. Ha constatato come, negli anni, le Filippine abbiano adottato differenti approcci politici ai conflitti intestini che via via si sono presentati, come quello con i ribelli comunisti, o con gli islamisti radicali nel Sud dell’arcipelago, alternando la mano tesa al dialogo al pugno di ferro con campagne militari.

Padre Cullen ha visto le Filippine seguire e incoraggiare una politica migratoria che ha portato all’estero, in meno di 50 anni, oltre 10 milioni di persone, gli «overseas philipino workers», ben il 10% della popolazione che oggi conta circa 115 milioni di abitanti.

Gli espatriati sono persone che, con le loro rimesse, costituiscono una stampella fondamentale per l’economia nazionale.

Il prete irlandese ha consolato e accolto le vittime di tifoni e tempeste naturali che ogni anno, con cadenza e potenza sempre maggiori, sferzano l’arcipelago nella stagione dei monsoni, causando vittime e danni soprattutto tra le popolazioni più vulnerabili.

Da missionario, nel Paese che rappresenta «il polmone cattolico dell’Asia», con oltre il 90% della popolazione cristiana, ha predicato e scritto appellandosi alla fede e alla coscienza, esortando anche la gerarchia cattolica a trovare una via di testimonianza cristiana autentica e credibile in mezzo alle sfide della società e della cultura filippine.

Shay Cullen è il fondatore della Preda foundation, organizzazione nata nel 1974 e impegnata nella tutela di donne e bambini da abusi, schiavitù sessuale e traffico di persone: un ente che promuove i diritti umani e la dignità delle persone «per una società libera dalla corruzione», come afferma lo statuto associativo.

Ma «una società libera dalla corruzione» è ancora un auspicio lontano dal realizzarsi, rileva.

Per questo, ripercorrendo gli avvenimenti che, negli ultimi sei mesi, hanno attraversato le Filippine, invoca una «rivoluzione morale», che parta dalla coscienza di ogni cittadino e permei l’intera società. La nazione, nota per essere esposta a tifoni tropicali di violenza estrema – oltre venti tra l’estate e l’autunno del 2025 -, sopporta anche «il tifone umano della corruzione e degli accordi loschi tra politici e appaltatori, dove falsi progetti per infrastrutture di controllo delle inondazioni hanno prosciugato un trilione di pesos».

Il Paese, prosegue il sacerdote, «ha bisogno di un movimento indipendente, guidato da giovani leader carismatici con forti valori morali, dediti alla giustizia e alla verità, che possa sfidare la cultura della corruzione».

La corruzione sfrenata, aggiunge, «ha causato indicibili sofferenze. I politici indagano su altri politici. E gli amici aiutano gli amici a coprire i crimini contro il popolo. Non è una novità. Ogni anno si apre un’indagine su progetti condotti in modo opaco, ma ben poco ne esce, perché alla fine i colpevoli vengono puntualmente scagionati».

I bambini affrontano pericoli mentre raccolgono plastica in una discarica.
Foto di ILO / Remar Pablo 19 agosto 2024 Cotabato City, Filippine

Un popolo in marcia

Il tema della corruzione è riemerso con potenza a settembre del 2025, quando oltre 200 sigle della società civile hanno organizzato una grande manifestazione pubblica a Manila.

La marcia del 21 settembre, che ha visto sfilare oltre 150mila cittadini, era focalizzata sugli abusi compiuti nei progetti di controllo delle inondazioni, e chiedeva di accertare le responsabilità. È stata chiamata «Marcia dei trilioni di pesos», per ricordare proprio la malversazione dei fondi pubblici (un trilione equivale, per il sistema Usa, a mille miliardi; mille miliardi di pesos filippini equivalgono a circa 14 miliardi di Euro, ndr).

A generare l’indignazione, esplosa pubblicamente sui mass media e nell’agorà pubblica, sono state le gravi anomalie emerse: lavori incompleti, scadenti o divenuti «progetti fantasma», cioè opere finanziate e mai realizzate. Mentre le Filippine erano attraversate da cicloni e alluvioni, il malcontento pubblico è cresciuto: la rabbia si è manifestata in primis sui social media e poi è diventata protesta in strada.

La questione è stata sollevata ufficialmente dal presidente Ferdinand Marcos Jr che, nel suo discorso sullo stato della nazione, nell’estate 2025, ha evidenziato le gravi irregolarità, provocando una valanga di rivelazioni e dimissioni.

Lo scandalo è incentrato sull’uso improprio di circa 118 miliardi di pesos (circa 1,7 miliardi di Euro, ndr) da parte del Dipartimento dei lavori pubblici negli ultimi tre anni. I fondi stanziati per mitigare l’impatto delle inondazioni – è la denuncia – sono stati prosciugati da una rete di appaltatori e funzionari pubblici.

Sebbene circa 5.500 progetti siano stati completati dal 2022, le indagini hanno trovato prove di altrettante opere mal costruite o inesistenti, che hanno lasciato le comunità più vulnerabili duramente esposte a fenomeni come piogge monsoniche e tifoni.

La marcia pubblica è stata lanciata dal Church leaders council for national transformation, un forum che ha riunito gruppi religiosi, formazioni politiche, organizzazioni della società civile, università. «La protesta – hanno spiegato gli organizzatori, tra i quali monsignor Colin Bagaforo, vescovo di Kidapawan, e padre Albert Delvo, presidente della Catholic educational association of the Philippines – vuole giustizia e non ha colore politico». Per questo la mobilitazione popolare non è stata episodica: altre manifestazioni del medesimo calibro si sono succedute a novembre (tra gli organizzatori anche la nota Iglesia ni Cristo, una comunità che fa da contraltare a quella cattolica) per dare alla politica un segnale di continuità. Si chiedeva di dare alla neocostituita Commissione indipendente per le infrastrutture il potere di citare in giudizio i responsabili, rafforzando le indagini sulla corruzione, troppo spesso insabbiate in passato.

La questione morale

A 46 anni, Teresita (o Tere in breve), lavoratrice domestica, non vede la sua famiglia a Camiguin da due anni. Si impegna a mantenere i contatti e i rapporti con i propri cari attraverso le lettere, poiché sente di poter condividere di più scrivendo alla sua famiglia. Credito: J. Aliling / ILO

Quella portata avanti da un movimento che stigmatizza la corruzione «è una campagna che tocca la questione morale – ci dice mons. Bagaforo -. Per questo esponenti e realtà cattoliche sono in prima linea».

Dato il valore morale e spirituale della protesta, si chiede «una conversione del cuore, per promuovere l’autentico bene comune», afferma.

Due i simboli della sollevazione popolare: il coccodrillo e un nastro bianco. «Il coccodrillo – spiega il prelato – divora ogni cosa, mangia perfino i suoi figli; in questo caso i coccodrilli sono i politici e gli imprenditori che divorano il futuro dei giovani filippini, rubando denaro destinato allo sviluppo e alla loro tutela».

Il secondo simbolo, prosegue Bagaforo, «è il nastro bianco che i manifestanti hanno indossato con una coccarda sul petto per richiamare l’urgenza della trasparenza, della purezza, anche della speranza per un domani migliore».

«La presenza della Chiesa in questo frangente di protesta popolare – aggiunge – indica l’esigenza di stare a fianco della gente, defraudata e privata dei diritti fondamentali. Vogliamo condividere gioie e dolori, e alzare la voce per chi non ha voce o ha paura, per chiedere di accertare le responsabilità, avere trasparenza e ottenere giustizia».

La società, sottolinea il vescovo, «ha dato un segnale alla politica. I governanti devono ricordare che sono servitori del popolo e del bene comune. È una battaglia di etica della responsabilità che continueremo a portare avanti partendo dai valori cristiani, con l’obiettivo di tutelare il futuro dei nostri giovani».

Per dare un segnale in tal senso la Chiesa filippina ha fatto una scelta dal potente valore simbolico: la domenica, i fedeli filippini sono andati a messa vestiti di bianco e hanno esposto nastri bianchi nelle case, nei negozi e negli spazi pubblici come simbolo di «preghiera e di lotta» per il rinnovamento della nazione.

«È un gesto necessario per rendere coscienti i fedeli del fatto che ognuno di noi è chiamato a fare la sua parte per contrastare la corruzione: ognuno può e deve contribuire al buon governo della società. È anche il segno di un atteggiamento del cuore, di ricerca di trasparenza e purezza», ci ha spiegato padre Esteban Lo, rettore della basilica minore di San Lorenzo Ruiz a Manila e direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie nelle Filippine. «Il bianco – ha notato – ci ricorda la veste battesimale, ricorda la responsabilità di tutti i battezzati». Secondo una circolare firmata dal presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Pablo Virgilio David, il gesto esprime «pentimento per condurci alla speranza, alla guarigione e al ripristino della nostra vita comune nella verità e nella giustizia».

Padre Shay Cullen vede con favore l’impegno dei vescovi su questo fronte anche se, osserva, «l’influenza della Chiesa filippina sulle coscienze non è più quella di un tempo: altri mezzi, come i social media, hanno oggi un impatto preponderante».

In una società composta per il 40% da giovani sotto i 35 anni, le nuove tecnologie e le nuove piattaforme mediatiche sono divenute un elemento cruciale per orientare le coscienze, nella cultura come nella politica.

Duterte il macellaio va all’Aia – vignetta del marzo 2025

Il potere delle dinastie

La politica nelle Filippine è storicamente caratterizzata da un sistema di dinastie familiari, «e da un’oligarchia che si perpetua generazione dopo generazione, grazie ai miliardi di pesos sottratti alle casse pubbliche», ricorda padre Cullen. Lo si è visto con chiarezza nella vicenda della famiglia Duterte, uno dei clan che occupa posizioni di potere nel Paese. L’attuale capo clan, infatti, Rodrigo Duterte, sindaco per oltre 20 anni nella città di Davao, nel Sud delle Filippine, e poi presidente della Repubblica nel sessennio 2016-2022, a marzo del 2025 è stato arrestato dalla Corte penale internazionale per «crimini contro l’umanità», a causa della sua «guerra alla droga», e formalmente incriminato dal tribunale dell’Aja. Nonostante questo, sua figlia, Sara Duterte, è l’attuale vicepresidente del governo di Ferdinand Marcos jr (cfr. MC agosto 2022).

Anche la donna nel corso del 2025 ha affrontato un processo. Un procedimento di impeachment con l’accusa di abusi nella gestione di fondi pubblici.

La Camera bassa del Parlamento ha votato la sua messa in stato d’accusa, ma, a luglio 2025, la Corte suprema, con una votazione di 13 a 0, ha dichiarato incostituzionale l’impeachment. Successivamente, in Senato, 19 senatori su 24 hanno votato per archiviare le accuse, ponendo fine a una vicenda che, secondo gli analisti, avrebbe potuto rappresentare la decadenza politica della dinastia.

Così non è stato. Nel mezzo, tra il voto del primo e del secondo ramo del Parlamento, si sono tenute, infatti, elezioni di medio termine che, il 12 maggio, hanno rinnovato la Camera dei deputati, parte del Senato e le amministrazioni locali. Un voto che si è rivelato cruciale per la famiglia Duterte: Rodrigo, pur essendo in carcere in Europa, grazie a una valanga di voti e a una maggioranza schiacciante, si è ripreso la carica di sindaco di Davao, la città sull’isola di Mindanao dove aveva iniziato la sua ascesa politica. Inoltre la maggior parte dei membri del nuovo Senato erano favorevoli al suo partito e hanno scagionato la figlia Sara dalle accuse. Il voto testimonia la persistente popolarità dei Duterte nella società filippina, a livello locale e nazionale. È un patrimonio di consensi che la famiglia intende sfruttare in vista delle elezioni generali del 2028, per le quali sta riorganizzando le sue strategie politiche, e ci si attende una nuova candidatura (di Sara o un altro esponente della famiglia) alla presidenza del Paese.

Il clan punta a depotenziare il procedimento che Rodrigo Duterte affronta davanti alla Corte penale internazionale.

L’ex presidente è stato arrestato dalla polizia filippina a marzo del 2025 all’aeroporto di Manila. Ciò significa che l’esecutivo di Marcos – autorizzando il fermo – ha compiuto una precisa scelta politica per cercare di eliminare un rivale. Ma, nella guerra tra clan, la mossa non sembra aver avuto gli effetti sperati.

Il presidente Ferdinand Marcos jr (a sinistra) incontra l’ex presidente Rodrigo Duterte (a destra) il 3 agosto 2023.. Foto di pubblico dominio da https://mirror.pco.gov.ph/

Il people power

In un contesto in cui le élite sembrano ignorare le istanze del popolo, gruppi della società civile, da un lato hanno chiesto la revisione della sentenza sull’impeachment di Sara Duterte, dall’altro hanno invitato la magistratura a indagare per verificare se il governo di Ferdinad Marcos jr è responsabile di corruzione e di sottrazione di fondi ai progetti di controllo delle inondazioni.

I gruppi riportano i dati delle organizzazioni internazionali: nelle Filippine l’Indice di percezione della corruzione (Cpi) 2024, nella classifica stilata dalla Ong Transparency international, registra un punteggio di 33 su 100, che pone le Filippine nei bassifondi della lista, al 114° posto su 180 paesi censiti. I cittadini invocano un’inchiesta indipendente sulla corruzione e sul sistema di tangenti consolidato anche in un altro settore: quello delle concessioni minerarie su larga scala, che mettono in pericolo le popolazioni indigene e patrimoni naturalistici di grande valore in varie regioni dell’arcipelago.

Per dare un segnale di impegno concreto, gruppi di volontari saranno coinvolti nel monitorare la realizzazione di progetti relativi alle infrastrutture. Grazie a un apposito «Memorandum di cooperazione» siglato tra la Caritas delle Filippine e il Dipartimento dei lavori pubblici, anche i volontari indicati dalle diocesi sono coinvolti nel controllare i lavori avviati nelle comunità locali.

Gli osservatori della Caritas visitano i siti in questione e poi riferiscono a un «Gruppo di monitoraggio congiunto», offrendo così un apporto fattivo alla trasparenza, e segnalando eventuali irregolarità. È una modalità che include la società civile e, in particolare, la comunità ecclesiale, che si fa portavoce e garante di istanze etiche e di trasparenza.

L’obiettivo è generare un circolo virtuoso che alimenta il senso di corresponsabilità dei cittadini, chiamati in causa per rafforzare la buona governance di cui la nazione ha profondo bisogno.

Paolo Affatato

Leo lavora come domestico da circa due anni. A 25 anni, è la prima volta che lavora per una famiglia. Spinto da un amico, ha lasciato la madre in provincia per ottenere questo lavoro. Ha avuto il vantaggio di avere buoni datori di lavoro, dice, e si assicura di svolgere bene i suoi compiti. Credito: J. Aliling / ILO Data: 03/2016 Paese: Filippine

Archivio MC

Lorenzo Lamperti, Il ritorno di Marcos, MC agosto 2022.

Xiao Chua, Marco Bello, Filippine: 500 anni di evangelizzazione, MC luglio 2021.

Luca Pistone, La (sporca) guerra della droga, MC marzo 2019.

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