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La storia di don Claudio Burgio, un prete nato musicista e poi divenuto educatore di ragazzi «difficili» ai quali ha deciso di dedicare la propria vita. Senza mai dimenticare la sua prima passione.
Milano. Da vent’anni, don Claudio Burgio si spende nell’Istituto penale per i minorenni (Ipm) «Cesare Beccaria» e da venticinque opera nella comunità «Kayros» (tempo opportuno, giusto), che ha fondato alla periferia di Milano, dove siamo andati a trovarlo.
Figura poliedrica – sacerdote, musicista, compositore, educatore e scrittore – è autore di diversi libri in cui narra le esperienze vissute con i giovani autori di reato che incontra in quei contesti. Il più noto, «Non esistono ragazzi cattivi», riassume lo spirito con cui don Claudio affronta quotidianamente quella che forse è la sfida educativa più ardua del nostro tempo: saper comprendere le complessità e le difficoltà del mondo giovanile, sempre più disilluso verso quello degli adulti, e provare a riconquistarne la fiducia.
Don Burgio, iniziamo con il racconto del suo percorso.
«Sono del ’69 e da trenta sono prete della Diocesi di Milano. Provengo da una famiglia cattolica di estrazione medio borghese. Da piccolo cantavo ogni domenica al Duomo di Milano, dove ho ricevuto la mia prima formazione musicale, ma anche umana e spirituale. Il mio riferimento era don Luciano Migliavacca, allora direttore della cappella musicale, figura a cui guardavo con ammirazione e fascinazione. In qualche modo la musica, in particolare quella sacra, mi ha portato a scorgere la possibilità di una vocazione sacerdotale. Per me il coro era una sorta di seconda famiglia. Dopo il liceo classico e un anno di Lettere, la spinta a entrare in seminario ha avuto il sopravvento. Così, dopo il cammino di formazione, nel ’96 sono stato ordinato sacerdote dal cardinal Martini. Sapendo che avevo studiato al Pontificio istituto ambrosiano di musica sacra, il cardinale aveva intenzione di affidarmi la cappella musicale, ma io gli manifestai il desiderio di restare nell’ambito pastorale, che sentivo più vicino».
Quindi, dall’esperienza musicale è passato a quella in comunità.
«La vicenda della comunità nasce dalla mia prima esperienza in oratorio a Lambrate, vicino casa mia, dove si affacciavano i primi minori stranieri non accompagnati. All’inizio li dirottavo verso altre istituzioni, ma poi, assieme alle famiglie dei giovani, siamo arrivati a immaginare un piccolo appartamento. Nel 1998 abbiamo accolto il primo ragazzo, arrivato da noi perché aveva visto un campo da calcio e un campanile. Nel 2000 abbiamo dato vita all’associazione “Kayros” e aperto la prima casa. Nel 2005 il cardinale Martini e il cardinale Tettamanzi mi hanno chiesto di affiancare don Gino Rigoldi, cappellano del Beccaria, nel suo lavoro al carcere minorile. Quindi, dal 2006, la comunità si è aperta anche ai ragazzi dell’Ipm. Adesso abbiamo una cinquantina di ospiti e quelli del penale minorile – italiani, stranieri o di seconda generazione – sono la stragrande maggioranza».
Nella sua esperienza ventennale al Beccaria, come ha visto cambiare il fenomeno del disagio, della devianza giovanile, cioè il profilo dei giovani in carcere?

«In realtà, le problematiche sono sempre più o meno le stesse. I reati sono prevalentemente contro il patrimonio. Per i minori stranieri non accompagnati sono quasi reati di “sopravvivenza”. Anche se i ragazzi dicono che lo fanno per i soldi, il movente vero è tutto ciò che serve per costruire in loro un’identità forte, appagata, soddisfatta. Dopo il Covid ho visto manifestarsi una nuova fragilità. Prima i ragazzi avevano la capacità di mettersi in discussione e anche una certa maturità. Negli ultimi anni si assiste, invece, a una forte incoscienza, non consapevolezza della gravità dei reati e soprattutto una fragilità personale molto forte. Si tratta di ragazzi disorientati, che commettono reati, anche gravi, senza un motivo preciso. Magari a seguito di una rissa, come è capitato mesi fa con uno studente della Bocconi (una violenza di gruppo avvenuta a Milano il 12 ottobre 2025, ndr). I tre minori, che ora sono al Beccaria, riflettono quello che è lo stile di questi ragazzi (talvolta provenienti, come in quel caso, da famiglie normali e anche abbienti) che non prevedono le conseguenze dei loro gesti. Sono in preda alla compulsività dei consumi, di un certo modo di intendere l’esistenza, svuotato di senso e di significato».
E i genitori?
«Se la narrazione mediatica è colpevolizzante nei confronti dei genitori, in realtà il problema va al di là. È vero che le famiglie a volte sono assenti, hanno dei problemi, ma questo c’è sempre stato. Quello che ora sconcerta è vedere condotte simili messe in atto da figli di genitori che hanno cercato di trasmettere dei valori. Quindi, c’è una matrice culturale e sociale che va oltre l’ambito genitoriale. Il tutto favorito dai social media, dalla tecnologia, da messaggi di tipo consumistico che fanno grande breccia nella testa dei ragazzi».
Oggi, dopo il Decreto Caivano, cosa rappresenta il carcere minorile?
«Il governo attuale ha basato tutta la propria azione politica sul tema della sicurezza e ha bisogno che il problema ci sia e sia anche vistoso. Ora, il problema c’è. Non lo neghiamo. Non c’è dubbio che i reati minorili siano comunque aumentati, se non nei numeri, sicuramente nella violenza e nel tipo di gravità. Secondo quanto riferito dal questore di Milano in un’audizione in Parlamento del novembre scorso, si registra un aumento del 20% dei reati commessi da minorenni. Quindi, c’è una piccola escalation che però viene narrata in termini sempre molto criminalizzanti. Mi pare che, sull’onda emotiva di alcuni episodi sicuramente gravi, si è andati a costruire un tipo di decreto che non ha tenuto conto delle conseguenze. Una di queste è il sovraffollamento delle carceri minorili, che ha messo in ginocchio il sistema.
Adesso si stanno costruendo tre nuove carceri minorili per un sistema sempre più improntato alla penalizzazione e repressione che trova consenso elettorale ma non affronta e non risolve il problema. Invece, bisognerebbe investire nell’educazione, a cominciare dalla scuola e da tutte quelle agenzie che possono aiutare ad avere un tipo di narrazione diversa».
In questi anni si è guadagnato l’appellativo di «prete dei rapper». Si riconosce in questa etichetta?
«No. Come non mi definisco “prete di strada”, tipica etichetta che si dà a tutti quei preti dediti al sociale, così non mi riconosco in questa. Certamente il mondo musicale mi ha sempre interpellato, appartiene alla mia storia e alla mia vita, anche se un conto è dedicarsi alla musica sacra, polifonica, un conto è il rap e la trap. Per cui, quando si è trattato di avere a che fare con ragazzi che, nella mia comunità, scrivevano e cantavano – come si dice in gergo – le loro “barre” (nella musica rap, unità di misura che definisce la durata di una strofa, ndr), per me è stato interessante accompagnarli. In tal modo sono riuscito a entrare nel loro mondo musicale e a percepire che non va semplicemente censurato, ma ascoltato per capire cosa si muove nella loro anima. Perché questi testi certamente inquietanti, non sempre legittimabili, sono uno spaccato della realtà: la vita di quartiere, delle case popolari, delle seconde generazioni. Quindi, in questo senso, non ho solo favorito, ma partecipato a un genere musicale che ho visto crescere intorno a me in comunità attraverso alcuni ragazzi, come Zaccaria, in arte Baby Gang, e gli altri che mi hanno fatto scoprire il loro mondo, attraverso le loro canzoni.
L’aggancio con il mondo discografico è venuto in modo naturale, e nel 2023 abbiamo aperto un’etichetta musicale, la “Kayros music”. Ovviamente la nostra idea non è di fare business, ma di aiutare i ragazzi in un’attività che amano. In questo modo anche noi possiamo affacciarci sulle loro vicende emotive e interiori instaurando un dialogo con ragazzi che ormai sono molto reticenti con gli adulti».

Molti ragazzi sono nati in Italia, ma provengono da famiglie di cultura islamica. Come è riuscito lei, prete cattolico, a trasmettere valori che afferiscono a un’altra cultura?
«Il rapporto con altre culture, con altre religioni, è inevitabile in un contesto plurale come quello della nostra comunità o del Beccaria. Non penso di essere uno di quei preti che, in maniera indulgente e bonaria, e forse un po’ superficiale, fa solo il prete sociale, ma un prete del Concilio Vaticano II. Per cui, seguendo il suo dettame, attingo molto da come l’islam, che questi ragazzi, attraverso la vita condivisa, mi hanno portato a conoscere, può illuminare quella che è la mia identità e la mia fede cristiana e cattolica.
Certamente non sono mancate pagine oscure. La partenza di due ragazzi, che – per cinque anni – sono stati con noi, per andare a combattere in Siria con l’Isis, è stato uno shock. Ci ha ferito, ma ci ha anche permesso di affrontare, con i ragazzi rimasti, una riflessione più profonda sul nostro rapporto con l’islam.
In particolare, un messaggio che mi ha inviato uno dei due mi ha fatto molto riflettere. C’era scritto: “Grazie di tutto, don, stammi bene, che Allah ti guidi sulla retta via. Ci vedremo in paradiso. Inshallah”.
Un messaggio forte, inaspettato. A un terrorista dell’Isis non era consentito usare il cellulare e poteva rischiare la morte, tanto più scrivendo a un prete cattolico.
Inoltre, mi ha fatto riflettere la parola “paradiso”. Noi preti che viviamo “nel qui e ora”, forse ci dimentichiamo troppo spesso che esiste un’escatologia, una vita eterna. Alla fine, è tantissimo quello che mi trasmettono i ragazzi musulmani o quelli che si professano agnostici».
Qual è stato il suo «messaggio» per aiutare i ragazzi nel loro percorso di riscatto?
«Una persona non è il suo errore. Il cartello all’ingresso – “Non esistono ragazzi cattivi” – vuole provocare questa riflessione: concepirsi come identità ancora in costruzione, per cui un errore, uno sbaglio, anche grave, non definisce una persona, non la identifica in maniera assoluta. Nel nostro intento educativo, non vogliamo dare risposte, tanto meno preconfezionate o che appesantiscono la coscienza, ma – al contrario – intendiamo suscitare domande, affinché siano gli stessi ragazzi a trovare le risposte più credibili. Al momento giusto. Per questo ci chiamiamo “Kayros”.
Noi siamo solo compagni di viaggio. Non possiamo decidere noi la vita dei ragazzi. Da qui deriva anche la scelta di tenere i cancelli aperti giorno e notte, proprio per sfidare la loro libertà, per far ritrovare loro l’autostima, perché si possano percepire come persone che sanno decidere, che non sono così deboli e fragili come magari pensano quando entrano qui».
Ne «Il mondo visto qui», fa riferimento alle baby gang. È corretto usare ancora questa categoria che, come lei stesso ammette, alimenta ansia e paura collettiva?
«Nel libro dico che questa è una etichetta impropria, un modo furoviante di leggere i fenomeni perché il concetto di “bambino” non si può certo associare all’idea di gang, se per gang intendiamo un’organizzazione con riti di passaggio, codici, regole e una configurazione gerarchica come possono essere le gang latine a Milano. Nel libro ribadisco più volte che, oggi, si tratta di gruppi spontanei, fluidi. Non c’è nulla di organizzato, né di gerarchicamente impostato. Per cui è improprio definirle gang. Io ripeto da tempo che la questione dell’etichettamento è un abile espediente del mondo degli adulti e delle istituzioni, per non affrontare i problemi».
Nei suoi scritti, in particolare in «Se vi guardo, rischio di fidarmi», ricorre il tema della fiducia. Lei descrive gli adolescenti e i giovani di oggi schiacciati sul presente perché il futuro li terrorizza. Quali possono essere i loro punti di riferimento in un mondo adulto sempre più sordo e incline a giudicarli e criminalizzarli?
«Il titolo del libro riprende una frase scritta a lettere cubitali sulle pareti di una cella al Beccaria: “Tengo il cappellino sugli occhi perché se vi guardo in faccia rischio di fidarmi”. Già qualche anno fa un ragazzo internato mi diceva: “Per me i vostri valori adulti sono tutte scatole vuote, perché voi i valori li proclamate ma non li vivete”.
Direi che nella frase di questo ragazzo si raccoglie forse quello che è il tema più forte di questo tempo storico, cioè la non coerenza tra il dire e il fare dell’adulto. Chiaramente nessuno di noi è perfetto o completamente coerente, siamo tutti fallibili, ma c’è davvero una distanza molto forte tra i valori proclamati dagli adulti e quelle che sono le scelte reali. Io penso che questa crisi educativa interpelli soprattutto l’adulto che deve ritrovare un senso al proprio essere al mondo. Io, ad esempio, vivendo con questi ragazzi, ho compreso il senso della loro “pro-vocazione”. “Pro-vocare” significa “chiamare a proprio vantaggio”, non è un insulto, qualcosa da censurare, ma è una chiamata a guardare avanti».
I trapper rappresentano un punto di riferimento?
«No, perché certamente non possiamo avallare quello che scrivono. Sono però un’ottima occasione per l’adulto di andare oltre la lettura semplificatoria delle parole scandalose o dei concetti sbagliati. Ci dobbiamo chiedere perché questi ragazzi, quando erano bambini, hanno visto le armi, la violenza, la droga. Va bene contestare i rapper, ma dove eravamo noi prima? Se un Baby Gang canta certe cose è perché la sua esperienza, sin da piccolo, è stata questa. Proprio perché – come dicono loro – sono real, aderenti alla realtà, alla loro realtà. Ecco perché non si può scindere l’aspetto artistico dall’identità personale. Un’identità cresciuta in contesti criminali, nei quali probabilmente scuola e agenzie educative o non sono riuscite, o non hanno fatto niente. E questo rimanda anche ai ghetti di certi quartieri dove le persone vivono in condizioni di povertà quasi assoluta».
Malgrado i vari arresti, Baby Gang resta comunque un modello positivo?
«Zaccaria è un ragazzo intelligente, sensibile, che non è riuscito ancora a rielaborare la sua infanzia. Da quando lo conosco, ha fatto molti passi, però è chia-
ro che ogni carcerazione (per i reati commessi da giovanissimo) lo reimmette in un contesto carcerario che, invece di rieducare, riproduce crimini e criminali. Per questo è molto difficile avere una mentalità diversa da quella che lui stesso descrive nella canzone omonima: “Tengo solo una mentalitè / o gli sparo o mi spara”.
Per molti ragazzi, la vita si riassume in questa frase. La canzone rende anche l’immagine di un contesto caratterizzato dalla competizione sociale per cui l’altro non è il mio amico ma una minaccia, un nemico che devo far fuori per affermarmi».
C’è ancora spazio per la fiducia nel rapporto con le nuove generazioni?
«Certo. La fiducia ha bisogno di tempo. Quando diciamo che i ragazzi vogliono tutto e subito, non ci accorgiamo che anche noi siamo molto affrettati nel giudizio. Dobbiamo ritrovare i tempi della spiritualità e del silenzio. Non si può pretendere che un ragazzo di 24 anni come Baby Gang sia già un adulto consapevole, responsabile, dopo un’infanzia del genere. Bisogna saper attendere, seminare. Il cardinal Martini ci ha aiutati a capire questo: “Se getti un seme, forse qualcosa verrà fuori. Se invece non getti nulla, non verrà fuori nulla”».
Silvia Zaccaria (3 – Fine)
