Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Myanmar. L’autocelebrazione dei militari

Chiuse le elezioni, rimane la dittatura

Lunedì 26 gennaio, un giorno dopo la chiusura dei seggi, la Cina di Xi Jinping – primo alleato del Myanmar – si è congratulata per la felice conclusione delle elezioni generali nel Paese asiatico, le prime dopo il colpo di stato militare del 2021.

Le elezioni si sono svolte in tre fasi: il 28 dicembre, l’11 gennaio e il 25 gennaio. La narrativa ufficiale racconta che, alla competizione, hanno partecipato il partito dei militari – l’Union solidarity and development party (Usdp) – e altre 56 formazioni politiche. Tra queste non c’erano, però, i due principali partiti dell’opposizione: la «Lega nazionale per la democrazia» di Aung San Suu Kyi (sempre agli arresti) e la «Lega delle nazionalità Shan per la democrazia».

Le elezioni hanno riguardato le due camere del Parlamento (Pyidaungsu): la camera alta (Pyithu Hluttaw) che conta 440 membri e la camera bassa (Anyotha Hluttaw) che ne ha 224. Entrambe le assemblee hanno, però, una caratteristica che le scredita fin dall’origine: il 25 per cento dei seggi è riservato ai militari che tradotto significa 110 posti nella camera alta e 56 in quella bassa.

Oltre a questo vizio sostanziale, la giunta militare al potere ha lavorato per favorire il proprio braccio politico, l’Usdp. Quindi, la vittoria del loro partito era già certa prima delle elezioni. E così, infatti, è stato. Alle critiche internazionali il generale Min Aung Hlaing, leader della giunta militare, ha così ribattuto: «Non ci interessa se i Paesi stranieri riconoscono o meno le elezioni».

In ogni caso, le elezioni non sono state universali a causa della guerra civile in corso in varie regioni del Paese. Gli abitanti delle aree in mano a gruppi armati d’opposizione non hanno, pertanto, partecipato alla consultazione elettorale organizzata dal regime.

A dispetto di questo, nella riunione governativa, tenutasi il 27 gennaio nella capitale Nay Pyi Taw, il primo ministro Nyo Saw ha riferito che «le elezioni sono state libere, eque e condotte con dignità». Il Primo ministro ha, inoltre, ricordato la validità dell’Accordo di cessate il fuoco nazionale (Nca), firmato nel 2015, tra il governo e le organizzazioni armate etniche. Dimenticando di dire che, dopo il colpo di Stato del 2021, quasi tutti i gruppi firmatari si sono ritirati da quell’accordo.

La Cina non pare molto interessata a favorire la fine del conflitto interno. Il ruolo di Pechino è stato così sintetizzato da un analista politico citato dal quotidiano nazionale The Irrawaddy: «La Cina continuerà a proteggere l’esercito, qualunque cosa faccia. Alla Cina non importa quale governo sia al potere. Pensa solo a fare affari e a generare profitti».

Il generale Min Aung Hlaing in visita al monastero buddhista di Kengying il 20 gennaio 2026. Foto Myanmar News Agency.

Rimane, infine, da decifrare la posizione dell’apparato religioso. Il Myanmar è un paese a grande maggioranza buddhista. Molti monaci si sono opposti alla giunta militare, ma non tutti e tra questi anche alcuni di grande rilevanza. Come i monaci Ashin Wirathu (premiato dai militari) e Sitagu Sayadaw (molto vicino a Min Aung Hlaing). Il regime ha approfittato delle divisioni per accreditarsi come difensore del buddhismo. Lo ha dimostrato anche partecipando con Daw Nu Mra Zan, ministra per gli affari religiosi, al secondo «Summit globale dei buddhisti» tenutosi a Nuova Delhi, in India, dal 24 al 25 di gennaio.

Paolo Moiola

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Ti è piaciuto questo articolo? Sostieni MC: ci aiuterai a produrre un’informazione approfondita senza pubblicità!

Cambiare il mondo comincia da te. Diamo voce ai valori umani: iscriviti e fai la differenza!