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Dal 19 al 23 gennaio si è svolto ad Hanoi, capitale del Vietnam, il 14° Congresso del Partito comunista vietnamita (Pcv). Tale congresso si svolge ogni cinque anni e serve a definire i vertici e le politiche del Paese per il successivo quinquennio. Poco meno di milleseicento delegati, in rappresentanza di 5,5 milioni di iscritti al partito, si sono riuniti per cinque giorni con lo scopo di eleggere il nuovo Comitato centrale, il Segretario generale e 19 membri dell’Ufficio politico (Politburo), oltre che assegnare alcune altre cariche.
I quattro pilastri
Nella Repubblica socialista del Vietnam, dalla fine della guerra (30 aprile 1975) e la successiva riunificazione (cfr. MC aprile 2025), la forma di governo ha una struttura monopartitica nella quale la gestione del potere è stata basata sui cosiddetti quattro pilastri. Si tratta del presidente della Repubblica (Luong Cuong, dal 21 ottobre 2024) con poteri rappresentativi e di controllo, il primo ministro (Pham Minh Chinh) a capo della struttura amministrativa dello Stato, il presidente dell’Assemblea nazionale (Tran Thanh Man), massimo rappresentante del potere legislativo e, in ultimo, ma il più importante, del Segretario generale del Pcv. Questa posizione è occupata da To Lam dall’agosto 2024.
Una struttura a quattro che è servita per cinquant’anni a evitare la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, dando voce alle diverse correnti all’interno del Pcv, che si differenziano anche geograficamente. Il Vietnam, infatti ha molte varietà regionali, sia etniche che culturali, oltre che una storia politiche distinta tra Nord e Sud.
L’uomo (più) forte
To Lam, già ministro della Sicurezza, è diventato segretario generale nell’agosto del 2024, dopo la morte di Nguyen Phu Trong (19 luglio 2024) link. Trong è stato il più importante e longevo uomo politico vietnamita dalla fine della guerra. To Lam, all’epoca, era presidente della Repubblica e uno dei favoriti alla successione.
Da allora ha realizzato una serie di riforme amministrative e dello Stato, riducendo il numero di provincie (da 63 a 34) e sfoltendo i funzionari nei ministeri (un taglio di circa 150mila unità). Riforme con l’obiettivo di snellire l’appartato statale, ridurre gli sprechi, e favorire gli investimenti stranieri. Ha, inoltre, compiuto numerosi viaggi all’estero, portando a casa ben 14 partenariati strategici con altrettanti Paesi.
Ha pure continuato la lotta anti corruzione iniziata da Trong, facendo ulteriore «pulizia» nello Stato (e, pare, anche tra i suoi oppositori).
In questo periodo, il Paese ha ottenuto ottimi risultati economici, con una crescita del Pil stimata all’8% nel 2025, una delle più alte dell’area (nonostante i dazi imposti dagli Usa, principale paese di esportazione dei prodotti vietnamiti), mentre ora punta al 10% per il 2026.
Alcuni osservatori temevano un tentativo di concentrazione di poteri nelle mani di To Lam, (come l’unificazione delle cariche di presidente della Repubblica e segretario generale, già successa ma per brevi periodi), ma questo, almeno sulla carta, non è avvenuto.
To Lam è stato confermato segretario generale, mentre un nuovo comitato centrale è stato eletto dall’assemblea del Congresso, così come il Politburo (di cui To Lam fa parte). Da segnalare che la nuova dirigenza del Paese è composta da uomini e donne che la guerra non l’hanno fatta ma solo letta sui libri (sono nati a metà degli anni Sessanta o dopo). Si tratta di una nuova generazione di tecnocrati e tecnici da un lato, e di militari dall’altro, che non hanno combattuto per motivi anagrafici.
A livello formale, il motto del 14° congresso era: «Unire le forze, plasmare l’avvenire».
Secondo la retorica diffusa dai media nazionali, la politica del nuovo Comitato centrale, in carica fino al 2031, dovrà dare un nuovo slancio «per completare le istituzioni di sviluppo del Paese e la costruzione di uno stato di diritto socialista moderno, che si appoggi su innovazione, scienza e tecnologia e la trasformazione digitale come motori essenziali» (scrive Le Courrier du Vietnam). Una spinta dunque sul comparto tecnologico, come produzione ma anche come formazione di competenze.
Lam, nei giorni precedenti, preparava il Congresso spingendo sulla retorica dell’inizio di «una nuova era di crescita per il Paese». Un programma che ha l’obiettivo di portare il Vietnam a essere un Paese ad alto reddito entro il 2045.
Economia del turismo
L’economia del Paese è basata su tre macro aree: agricoltura (è il terzo produttore di riso del mondo); industria manifatturiera e costruzioni; e servizi. La manifattura riguarda il tessile e il calzaturificio e, più recentemente, anche il settore tecnologico (aziende come Apple vi hanno trasferito alcune produzioni dalla Cina). Per i servizi, una voce imprescindibile è diventata quella del turismo.
Nel 2025 la metà della crescita del Pil è imputabile proprio ai servizi, nei quali una parte predominante è data dal turismo. Basti pensare che le presenze straniere hanno visto un’impennata del 20,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 21,1 milioni (scrive il Saigoneer). I cinesi sono stati gli stranieri più presenti (5,28 milioni), seguiti dai coreani (4,33) e poi taiwanesi (1,33). Per il 2026 l’obiettivo fissato dai funzionari del settore è quello, piuttosto ambizioso, di raggiungere i 25 milioni di presenze.
Marco Bello