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Le cronache degli ultimi tempi hanno riportato gravi episodi di violenza sessuale di gruppo che hanno coinvolto, sia come autori che come vittime di reato, dei minori. In quello verificatosi a Caivano nel 2023, la più grande delle due vittime aveva 12 anni e anche sette dei nove responsabili erano minorenni.
Da allora, questo comune dell’hinterland napoletano, considerato per anni una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa, è associato alla legge (il cosiddetto «decreto Caivano») con cui la politica ha scelto di affrontare il problema «della criminalità minorile, del disagio giovanile e della povertà educativa», facendone un «modello» da esportare in altre periferie.
Il «decreto anti baby gang» – com’è stato ribattezzato dai giornali – ha introdotto stravolgimenti normativi che vanno in senso contrario allo spirito di presa in carico educativa che connotava il nostro sistema penale minorile. Ha ampliato, infatti, le possibilità di carcerazione e ridotto quelle delle misure alternative.
Nell’anno successivo alla sua entrata in vigore (2024), si è registrato un incremento del 16,4% del numero di minori presenti negli istituti penitenziari, a fronte di una diminuzione del 4,15% delle denunce. Secondo i dati raccolti nel XXI Rapporto di Antigone, «Senza respiro», relativi ai primi mesi del 2025, i minori in carcere sarebbero 597 su 516 posti disponibili, con tassi di affollamento che, in alcune strutture, arriva anche al 170%.

Il populismo penale, amplificato dai media, riduce la questione della devianza giovanile alle cosiddette «baby gang» – minori italiani autoctoni, italiani di seconda generazione o stranieri – che prendono d’assalto le città o ai «ragazzi dentro».
Questi ultimi sono in massima parte stranieri – il 51,4% degli ingressi in carcere rispetto al 22% del totale dei ragazzi presi in carico dai servizi -, e frequentemente mettono a ferro e fuoco gli istituti penali minorili in cui sono reclusi.
Per una lettura più approfondita di un fenomeno che sembrerebbe fuori controllo, abbiamo intervistato Giovanni Lapi, educatore dell’Ussm (Ufficio di servizio sociale per i minorenni) di Torino, con una lunga esperienza di lavoro all’interno dell’Ipm (Istituto penale per i minorenni) «Ferrante Aporti», e un dottorato (PhD) in Sociologia e studi politici.
Nel suo lavoro quotidiano, il dottor Lapi incontra tanti minori e giovani adulti autori di reati e li accompagna nel difficile percorso di presa di consapevolezza e reinserimento sociale.
«Dal mio punto di osservazione, non mi sento di dire che i ragazzi che seguiamo siano riconducibili alle cosiddette “baby gang”. Si tratta piuttosto di gruppi di coetanei che provengono dai quartieri più disagiati, con alle spalle storie di vita difficili, come anche da famiglie benestanti. Le tipologie di reato che commettono, in maniera estemporanea, anche se a volte reiterata, sono la rissa, le lesioni, le violenze, anche sessuali, e le rapine di strada, soprattutto ai danni di coetanei più indifesi.
Nel caso di minori stranieri non accompagnati o italiani provenienti dalle fasce più svantaggiate, la motivazione che li spinge a delinquere è il bisogno di emulazione, di raggiungere lo status di quelli “che stanno meglio” attraverso l’appropriazione di beni che simboleggiano quello status.
Nel caso di ragazzi di estrazione borghese, c’è – invece – il bisogno di vincere la noia, uscire dall’anonimato, fare una bravata in contrapposizione a famiglie che economicamente non hanno problemi, ma che sul piano educativo sono carenti o non sufficientemente presenti.
Non siamo però di fronte a fenomeni come le bande di latinos (giovani ricongiunti alle proprie madri emigrate in Italia dal centro e Sud America in ricerca di lavoro) di un decennio fa. In quel periodo lavoravo nell’istituto penale minorile Ferrante Aporti e ricordo che avevamo ragazzi detenuti che appartenevano a queste gang strutturate, spesso in lotta tra loro, attive sui territori di Milano e Genova.
Oggi la mia percezione è che non siamo di fronte a un aumento dei reati, ma a un aumento della repressione che porta i minori in carcere con maggiore facilità.
È uno degli effetti del “decreto Caivano”: modificando il codice di procedura penale minorile, ha ridotto il numero dei reati per quali è possibile accedere alla messa alla prova».

«Nel nostro ruolo professionale abbiamo il dovere di indagare anche questa sfera con un’ottica diversa da quella delle forze dell’ordine. Invitiamo il ragazzo a rielaborare quanto è avvenuto e il percorso che lo ha portato fino a quel punto. Questo per far sì che non cada nella recidiva e ritrovi una traiettoria di vita nella legalità, il più possibile soddisfacente e gratificante per lui. Laddove ci sono le condizioni per farlo, su segnalazione al Centro giustizia riparativa di Torino o di Novara, possono essere coinvolti nella rielaborazione del reato anche i coimputati e le vittime.
Alcune situazioni necessiterebbero di verifiche più puntuali nell’arco del tempo, ma siamo in affanno: l’Ussm nel 2024 ha avuto in carico circa mille fra minori e giovani adulti fino a 25 anni e il trend, rispetto agli anni precedenti è in crescita.
Inoltre, i servizi sociali territoriali hanno sovente un turnover altissimo e ci sono pochi posti disponibili nelle comunità. Questa situazione, nel complesso, determina delle difficoltà nella gestione integrata degli interventi nei loro confronti.
Se i percorsi dei ragazzi sono fallimentari, non è soltanto perché oggi loro sono più problematici. Le responsabilità sono anche dei politici, delle istituzioni e dei servizi deputati a farsene carico.
Ad esempio, ho partecipato al processo nei confronti dei detenuti protagonisti della rivolta al Ferrante Aporti dell’agosto 2024. Si è portati ad affermare che i ragazzi sono più ingestibili, però non si fa sufficientemente autocritica e non si dice che anche il modo di gestirli è cambiato, che non riusciamo più a capirli.
Al processo è stato analizzato l’aspetto della violenza dei ragazzi, una violenza inaudita, ma – per fortuna – contro le cose e non contro le persone. Invece, non ci si è interrogati abbastanza sulle cause, legate – in primis – al sovraffollamento (alcuni detenuti dormivano su materassi per terra, perché non c’erano letti sufficienti) e al caldo estremo patito in quei giorni. Condizioni di detenzione che sono inaccettabili e che hanno portato i detenuti all’esasperazione. Poi è chiaro che, in situazioni come quella della rivolta, c’è anche chi vuole “cavalcare l’onda” ed esprime una violenza fine a sé stessa, senza una vera e propria ragione per farlo».

«Non ho letto il suo libro, ma non posso che essere d’accordo. Se non credessimo in questa affermazione non faremmo questo mestiere.
Non esistono ragazzi cattivi, perché nessuno nasce cattivo. Sono le esperienze di vita che, a un certo punto, possono portare a commettere dei reati. Recentemente mi è successo che, a fronte di una mia richiesta di prolungamento del periodo di messa della prova per un ragazzo, un’educatrice della comunità che lo ospitava esprimesse il suo disappunto, obiettando che non sarebbe servito a nulla “tanto delinquente è, delinquente rimane”.
Se noi educatori siamo rinunciatari o giudicanti, non possiamo fare bene il nostro lavoro. Rientra nel ruolo dell’educatore andare in profondità e conquistare la fiducia del ragazzo, instaurando una relazione educativa, anche semplicemente facendo delle cose con lui, come le attività manuali, l’andare al cinema o al museo».
«Ultimamente meno, perché faccio più un lavoro di servizio sociale. Nel periodo in cui facevo un lavoro più educativo, era normalissimo per me entrare in camera del ragazzo, confrontarmi con i genitori, uscire e andare a fare un giro in quartiere. I colloqui, ad esempio, mi capitava sovente di farli anche su una panchina al parco. Quando posso lo faccio anche adesso.
Mi è successo che qualcuno mi scambiasse per un amico. Ricordo un ragazzo che mi aveva detto: “Appena prendo la patente, ti porto in giro”. Mi ha fatto delle confidenze che probabilmente non aveva mai fatto a nessuno. Ho dovuto lavorare per rimettere un po’ di “distanza”. Tramite il rapporto di fiducia è possibile conoscere meglio i retroscena, colmare i vuoti sul piano relazionale ed educativo, e portare ulteriori elementi agli assistenti sociali per delineare un progetto di reinserimento».
«Dal mio osservatorio, e sulla base dell’esperienza al Ferrante Aporti sicuramente il rap e la trap sono una forma espressiva del disagio e dei percorsi di vita accidentati di ragazzi che, con più facilità, hanno incrociato il carcere. Ad esempio, all’Istituto penale per minori (Ipm) vi erano laboratori di scrittura gestiti da rapper più o meno affermati. Mentre in Ussm ho seguito un ragazzo di origini marocchine, cresciuto a Torino, divenuto un rapper molto conosciuto. Sono stato a casa sua e mi ha portato a fare un giro nei luoghi dove era solito ritrovarsi con gli amici. Aveva già il sogno di affermarsi in questo ambito musicale, scriveva dei testi e andava in studio di registrazione, con un’idea definita su come muoversi rispetto al mercato discografico. Ci è riuscito, e non è l’unico. Ce ne sono altri, che ho anche conosciuto, che hanno fatto l’esperienza del carcere minorile e che stanno facendo successo con milioni di visualizzazioni».

«In primis, per questione di numeri. Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila la presenza nell’Istituto penale minorile di Torino era per l’80-90 per cento di stranieri, specialmente dell’area del Maghreb. Di fatto, le misure alternative alla detenzione – sia quelle cautelari, come il collocamento in comunità, sia quelle dell’affidamento in prova al servizio sociale o della detenzione domiciliare – sono difficilmente applicabili nei confronti dei ragazzi stranieri. La possibilità di scontare la pena fuori dal carcere, ieri come oggi, presuppone la presenza di una famiglia o di adulti di riferimento significativi (anche solo “i cugini”, come i maghrebini chiamavano talvolta i vicini di casa). Ancora oggi nell’Istituto penale minorile di Torino vi è una presenza maggiore di stranieri, molti di questi di seconda generazione, ma perlopiù minori stranieri non accompagnati.
In secondo luogo, credo che la maggiore diffusione del genere rap o trap tra gli stranieri sia collegata al bisogno di affermazione che contraddistingue questi ragazzi. Tanti anni fa ho visto un servizio su Amir Issaa, uno dei primi rapper di seconda generazione. Non ha vissuto direttamente l’esperienza del carcere ma nella canzone omonima, racconta di quando, alle 5 del mattino, le forze dell’ordine irrompevano in casa per arrestare suo padre. Ha scritto dei libri ed è venuto al Ferrante Aporti per incontrare i ragazzi. Tiene anche lezioni nelle università, persino negli Usa, dove racconta di come la musica sia diventata la sua ragione di vita e la sua professione.
Parliamo, dunque, di due generazioni di rapper o trapper accomunati da temi ricorrenti nelle loro composizioni – la polizia, l’arresto, l’incarcerazione, le fughe – ma con una solidità diversa. Al di là di essi, ci sono ragazzi ex autori di reato che si mettono a disposizione per raccontare la propria esperienza nelle scuole».

«Soprattutto i ragazzi poco scolarizzati, che hanno meno strumenti culturali, vedendo nell’influencer qualcuno che ce l’ha fatta senza troppi sforzi, sono portati a pensare che anche loro possano percorrere la stessa strada rinunciando a formarsi, a crearsi un bagaglio di competenze. Cercano scappatoie per fare soldi facili, in modo da potersi permettere determinate cose, e quindi avere un certo stile di vita. D’altronde anche la precarietà del lavoro e le scarse retribuzioni percepite, a fronte di impegno e sacrificio, portano i ragazzi a essere sfiduciati. Proviamo – quindi – a farli riflettere sui risvolti negativi delle loro scelte e ad offrirgli delle alternative, come i percorsi di orientamento formativo, professionale e lavorativo, quelli di educazione alla legalità o quelli filosofici dove, attraverso un metodo ispirato alla maieutica socratica, riflettono sul concetto di responsabilità e sulla possibilità di cambiamento».
Silvia Zaccaria
