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I discorsi di Gesù nel Vangelo di Giovanni crescono in lunghezza e profondità di capitolo in capitolo, fino a quello dell’ultima cena che copre ben quattro capitoli chiudendosi al 17°.
Seguiranno ancora alcuni scambi, alcune parole, ma nulla di così ampio. E se il capitolo 16 era segnato da un tono quasi luttuoso, nel 17 domina il calore dell’intimità, come un toccante epilogo che mette il cappello a un’intera costruzione. Dopo, resterà «solo» da vivere l’ultimo atto, senza bisogno di altre parole.
Abbiamo già ricordato che nel mondo ebraico e, quindi, anche nel quarto Vangelo, la «gloria» non evoca incenso e lodi e gratificazioni alla grandezza, ma è il «mostrarsi di Dio per ciò che è davvero». La gloria di uno sportivo non è la medaglia d’oro che ha vinto, ma la gara nella quale se l’è guadagnata.
Ma proprio perché il senso della gloria è l’essere non l’apparire, in prima battuta ci si può stupire di questa esaltazione gloriosa collegata a ciò che il Padre sta per fare, o che addirittura, per dire meglio, è invitato a fare. A questo capitolo, infatti, seguirà il racconto del cammino di Gesù verso la croce. Ma, anche questo è già stato detto (Giovanni torna più volte sugli stessi argomenti): è proprio la croce a mostrare appieno il volto vero di Dio. Un Dio che si mette a disposizione dell’uomo al punto da lasciarsi uccidere, e da lasciarsi uccidere come se fosse un maledetto da Dio. Questa totale offerta di sé all’uomo è la gloria del Figlio, e quindi anche la gloria del Padre.
Si tratta di un aspetto che è già stato toccato più volte, e che qui è ribadito in modo solenne: il meglio dell’opera di Gesù, la sua pienezza, è mostrare il volto del Padre. La gloria del Figlio e quella del Padre non si danno in alternativa, ma in collaborazione, come succede solo tra chi si ama.
Se, infatti, io assisto all’esaltazione dell’opera di un collega, di un compagno di squadra, di un collaboratore, ne posso essere felice, ma può anche darsi che mi senta punto da un pizzico di gelosia, o almeno di emulazione: vero che lavoriamo insieme, che lo stimo e che si merita questi complimenti, ma la prossima volta, magari, sarebbe bello se lodassero me.
Al contrario, un genitore, un innamorato, un amico davvero profondo, quando sente proclamare la grandezza di chi ama solitamente gode persino più che se sentisse parlare di sé.
Tra Gesù e il Padre, da tutti i punti di vista, c’è un rapporto di intimità e di affetto tale che non ricorda semplicemente la collaborazione tra colleghi, ma il calore di chi si ama.
Già da subito, però, il discorso si apre a «tutto ciò che è stato dato» a Gesù, e cioè ai discepoli; quindi, a persone per le quali si invoca il dono della vita eterna. Sembrerebbe che questo accenno alla vita eterna introduca un tema diverso, ma Gesù indica immediatamente che la vita eterna consiste nella conoscenza prima del Padre e poi del Figlio (v. 3). Siamo subito riportati alla relazione tra loro due, nella quale, peraltro, Gesù si mette al secondo posto.
È un gesto di umiltà? Potremmo anche dire di sì, perché Gesù si è già offerto nell’ultima cena come colui che serve (Gv 13,4-11), benché, allo stesso tempo, abbia accettato di essere il Signore, e altrove si è presentato come «via, verità e vita» (14,6): è più centrale, quindi, rispetto all’unità, cogliere che Gesù, esaltandosi, non esalta sé, ma il Padre.
Se chiedessimo a Gesù se sia più importante lui o il Padre, potrebbe anche risponderci che la domanda è sbagliata, perché non sono in concorrenza bensì persone che si amano.
È in tutto e per tutto un rapporto d’amore, e proprio quel versetto 3, che concentra la vita eterna nella conoscenza dei due, non solo non è un disturbo, ma anzi indica già dove ci porterà l’evangelista.
Il discorso di Gesù prosegue apparentemente sul tema di questa intima e amorevole unità di Padre e Figlio, ma cogliamo subito che qualcos’altro, per così dire, apparentemente non quadra. Infatti, tutto sembra da subito focalizzarsi sugli esseri umani: «Quello che è mio è tuo», dice, e viceversa. Gesù parla degli uomini e sposta sempre più l’accento su di loro, che sono coinvolti in questo rapporto di affetto.
Come ogni tipo di amore, anche quello tra Padre e Figlio non si accontenta di restare chiuso in se stesso, ma ne genera altro.
E quindi, dapprima, Gesù si mostra interessato soprattutto alla sorte dei suoi discepoli, che restano nel mondo pur non appartenendo al mondo. Poi afferma, in modo apparentemente definitivo: «Siano una cosa sola, come noi» (v. 11).
Gesù mostra il Padre, e ama il Padre che ama il Figlio. Ma il loro amore, autentico e quindi non rinchiuso su se stesso, si allarga agli esseri umani, ai discepoli di Gesù, che sono chiamati a essere «una cosa sola» come Gesù e il Padre.
Detto così: diventare «una cosa sola», potrebbe sembrare qualcosa di violento, come se le diverse identità dei discepoli fossero destinate a essere schiacciate in un amalgama indistinto. Ma l’amore non sopporta di cancellare le identità, di annullare le differenze. Ecco perché Gesù aggiunte «come noi»: perché è chiaro oramai da tutto il Vangelo che l’amore tra il Padre e il Figlio non cancella le loro individualità, ma le valorizza
Ma perché citare l’amore tra Padre e Figlio? Serve soltanto ad avanzare un esempio? O gli uomini dovrebbero davvero prendere come modello Dio? E chi è che gli esseri umani dovrebbero amare?

Gesù continua a preoccuparsi per i suoi discepoli che dovrà lasciare nel mondo. Ma lo fa, come abbiamo già visto, proponendo come modello sé e il proprio rapporto con il Padre: «anche io non sono del mondo», «li ho mandati come mi hai mandato», «santifico me stesso perché loro vengano santificati».
Il modello continua a restare Gesù, con insistenza, tanto che potremmo iniziare a sospettare che non si tratti semplicemente di un caso, né del primo esempio che gli viene casualmente in mente. Tutto ciò che dice sugli esseri umani, sui discepoli, è preso dalla storia di amore tra Gesù e il Padre. Come se quella fosse il modello anche per loro, sul quale capire che cosa significa vivere in intimità e unione.
L’unico parziale spostamento da questo modello sembra essere la santificazione (v. 19). Il «santo» non è il «perfetto», come troppo spesso viene detto nel mondo greco e quindi anche nel nostro, quanto ciò che viene riservato, lasciato da parte. Per capirlo potremmo pensare a quando, in un negozio, ci proviamo degli indumenti e ce li teniamo già nel carrello: non sono ancora propriamente nostri, perché non li abbiamo ancora pagati, ma ci offenderemmo se qualcuno ce li prendesse, perché comunque sono già destinati a noi. La «santità» ebraica è questo: è l’essere stati scelti o messi da parte, anche se non si appartiene ancora in maniera definitiva a chi ci ha scelti. Gesù è fatto per tornare al Padre, è riservato per quello, anche se si trova ancora, per poche ore, nel mondo.
Ma se Gesù «si mette da parte», «si riserva» per l’intenzione buona del Padre, questo processo vissuto da Gesù, che già è un modello per i discepoli, diventa qualcosa di più: si dice che questa santificazione di Gesù avrà come conseguenza che anche i discepoli siano santificati in verità. Il destino degli uomini non è, apparentemente, quello di Gesù, perché vengono dalla terra e lì devono tornare. Ma se Gesù si metterà da parte per il Padre, anche la destinazione autentica degli uomini verrà chiarita. Tale destinazione non viene ancora esplicitata, ma il discorso si fa sempre più insistente, e capiamo di dover fare attenzione agli sviluppi.
Al versetto 20 parrebbe esserci un’altra deviazione, perché Gesù sembra improvvisamente ricordarsi di dover riallargare il quadro per inglobare non solo i discepoli lì presenti, quei dodici che si era scelti, ma anche tutti coloro che arriveranno nel tempo, credendo a ciò che quei dodici avranno detto.
È nella logica dell’amore, già lo abbiamo detto, di non chiudersi, ma di continuare a riaprirsi e riallargarsi. Gli amici autentici non sono gelosi delle proprie amicizie, ma godono nel condividerle anche con altri.
Questo richiamo, prezioso e opportuno, è solo l’ultimo tassello per arrivare all’intuizione definitiva, che pure è già stata preparata da tutto il capitolo, e forse dal Vangelo intero: nell’amore tra Gesù e il Padre, che potrebbe sembrare esclusivo perché costituito a un livello sovra-umano, sono invitati, con desiderio, anche gli esseri umani. Questi ultimi non potrebbero ambire a quell’incontro, non potrebbero pretenderlo, ma viene loro donato dal Padre e dal Figlio con la stessa apertura e generosità di un amore che non si chiude su di sé.
Gesù, da tempo, da almeno tre Pasque, mostra il volto e l’amore del Padre. Ma ora arriva finalmente all’affermazione definitiva: quella conoscenza e intimità di cui fruisce lui, vuole che siano vissute anche dai suoi discepoli. Quel rapporto di condivisione totale che esiste dentro la Trinità, è aperto anche agli uomini. Quell’uguaglianza con Dio che Adamo ed Eva avevano tentato di «rubare», prendendo di nascosto il frutto dell’albero proibito, e che i costruttori della torre di Babele avevano provato a conquistare con la forza, è ora donata gratuitamente agli esseri umani.
Perché il segreto divino non è la potenza o l’immortalità o la severità o la perfezione o la fredda giustizia, ma l’amore, pieno e oltre ogni misura. E l’unico modo coerente di esprimersi per un amore senza misura è quello di abbattere ogni distinzione e barriera: «L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (v. 26).
All’inizio di quest’ultima preghiera al Padre sembra che Gesù si preoccupi solo di che cosa avrebbero fatto in sua assenza, e pare invocare solo che restino uniti, ma l’insistenza sul legame d’unione tra il Figlio e il Padre prepara la strada al sogno finale, all’invocazione di un legame tra Dio e l’umanità che finisca con l’accogliere tutti i discepoli di Gesù nella comunione e intimità divine.
È il punto d’arrivo del percorso di svelamento del Padre nel Vangelo di Giovanni. Tanto ricco e complesso che varrà la pena, continuando il cammino, recuperare tutto ciò che abbiamo scoperto per raccoglierlo in una sintesi nuova.
Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 20 – continua)