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«Il folle di Dio» 

Il libro sul Papa di un ateo speciale
Un famoso scrittore spagnolo, ateo e anticlericale, chiamato a raccontare un viaggio del Papa. La preparazione, l’incontro con i collaboratori di Bergoglio, il viaggio e il contatto con Fedeli e missionari. Ne esce un romanzo particolare nel quale l’autore si interroga.

«Non si può essere missionari senza essere fuori di testa». Firmato: Javier Cercas. Non pensate sia un insulto: in realtà quello del romanziere spagnolo vuole essere un bellissimo complimento. La frase, infatti, finisce così: «Non lo dico io: lo dice papa Francesco».

Il libro in questione è «Il folle di Dio alla fine del mondo», uscito in aprile (in Italia da Guanda) e subito accolto con successo da lettori e critica. La sua genesi è quantomai singolare: siamo nel 2023, in vista del viaggio di papa Francesco in Mongolia, Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero della comunicazione vaticana, ha un’idea: far raccontare da un «esterno», ossia da qualcuno che avesse un punto di vista «altro», quell’evento così particolare, un Papa che visita una tra le più minuscole comunità cattoliche al mondo. La scelta cade su Cercas, cattolico di formazione ma non credente, per scelta, dall’età dell’adolescenza.

Oltre che acclamato romanziere, Cercas è un intellettuale con una rubrica fissa su El País. La sua prima reazione fu, a dire poco, di sorpresa: «Non riuscivo a crederci – scriverà-: il Papa, il Vaticano, la Chiesa universale che spalancano le loro porte a uno scrittore ateo e anticlericale come me. Ma siete matti?». Poi, però, Cercas accettò l’invito del Vaticano. A una condizione: «Poter chiedere a papa Francesco se mia madre vedrà mio padre al di là della morte, per portarle la sua risposta».

Il razionalista

Prende il via così un’avventura diventata poi per l’autore – che in apertura del libro si definisce «un razionalista ostinato, un empio rigoroso» – un’esperienza umana e spirituale assolutamente indimenticabile. Già, perché preparando il suo viaggio, Cercas ha modo anzitutto di conoscere da vicino alcuni dei più importanti collaboratori di papa Francesco: tra questi padre Antonio Spadaro, gesuita ed ex direttore di Civiltà Cattolica, il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, solo per citarne alcuni.

Il dialogo e il confronto con costoro e con il vaticanista Lucio Brunelli, porta Cercas a scrivere, a un certo punto: «Mi dico che chissà, che si sono viste cose più strane e che forse, se avessi avuto un gruppo di amici come quello, sarei ancora cattolico».

Incontri missionari

A conquistare il cuore del romanziere, però sono soprattutto gli incontri con i missionari e le missionarie (in vari casi, della Consolata). È a loro che Cercas riserva le pagine più intense e talora commuoventi del romanzo. Ecco, ad esempio, un passaggio relativo a padre Enzo Viscardi, tra le figure per le quali

Cercas nutre la più sincera ammirazione: «Lo sento parlare di questioni quali il privilegio che il papa abbia scelto di andare in Mongolia; di come la Chiesa mongola – minuscola, umile, frugale, periferica – calzi come un guanto con il modo di Bergoglio di intendere la Chiesa; dell’arduo imperativo dei missionari in Mongolia, che consiste nell’inserirsi in una cultura e in una società così diverse dalle loro, in un Paese con una storia così complessa, gloriosa e lunga, che, per di più, ha sperimentato negli ultimi vent’anni una metamorfosi fuori dal comune, “La tradizione la possiamo imparare sui libri – assicura padre Ernesto -, ma i cambiamenti attuali sono folgoranti e adattarsi è la cosa più difficile: come parliamo a questi ragazzi che crescono secondo categorie totalmente diverse da quelle dei genitori, nomadi della steppa in molti casi, e che hanno tutto il giorno in mano il cellulare, come in qualunque posto del mondo?”; della sfida di costruire una Chiesa davvero mongola, dai sapori e odori mongoli, con mentalità mongola, che sia cosa dei mongoli, “Perché, altrimenti, sembra che siamo qui a cercare di colonizzarli, e questo non ha alcun senso”».

Per quanto riguarda la commozione Cercas scrive, commentando l’incontro fra Bergoglio e i missionari: «È difficile, estremamente difficile non commuoversi fino al midollo vedendo come l’anziano vicario di Cristo sulla terra viene acclamato da quella moltitudine insensata, da quegli idealisti che hanno deciso di dare la loro vita in olocausto per un mondo migliore».

L’incontro con suor Francesca Allasia, la più giovane delle missionarie della Consolata di stanza in Mongolia, è una delle pagine più belle in assoluto. È la sua prima destinazione come missionaria, vi è arrivata dopo aver lavorato a Torino e a Nepi. La vocazione? «Ho sempre sentito che il mio cuore voleva grandi dimensioni. Grandi come il mondo…». Suor Francesca racconta a Cercas, con semplicità, l’attività che lei e la sua consorella keniana Ana svolgono con i ragazzi (nessuno dei quali è cattolico) in un centro che si chiama «Sole che sorge». Cercas chiede lumi su come si annuncia il Vangelo in un posto del genere. Risposta: «“Con le parole poco. Però cerchiamo di dirlo con la nostra vita”. Prende con due dita il crocefisso che ha sul petto. “E inoltre questo li attira molto, lo guardano, ti domandano… E noi gli diciamo che siamo donne e uomini di Gesù. A volte, qualcuno ha sentito parlare di lui, ma non sanno bene chi sia. Parliamo, ma poco… Non so, io credo che l’amore possa tutto e che si possa evangelizzare soltanto con l’amore. L’amore serve a intendersi al di là delle lingue”». Lapidario il commento di Cercas: «Pronunciate da qualunque altra persona, le parole di suor Francesca mi sembrerebbero di una falsità flagrante, per non dire di un kitsch spaventoso. Dette da lei, mi sembrano nitide e incontestabili come una dimostrazione matematica».

Gerolamo Fazzini

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