Corea del Nord. Isolata, ma non troppo

L’Aiea e il programma nucleare nordcoreano

Sono appena tornato da un viaggio in Corea del Nord, e la prima cosa che si impara stando lì è quanto poco, in fondo, il resto del mondo sappia davvero di cosa succede dentro i suoi confini. Il programma nucleare nordcoreano ne è l’esempio più clamoroso: da diciassette anni nessun ispettore internazionale mette piede nei suoi impianti. Eppure gli osservatori esterni continuano – con dati satellitari, analisi open-source, persino le fotografie di propaganda diffuse dalla stessa Pyongyang – a ricostruire un quadro che il regime di Kim Jong-un avvolge di voluta ambiguità. Quel quadro, alla fine del 2026, racconta un programma non solo intatto ma in piena espansione, mentre il regime globale di non proliferazione che avrebbe dovuto fermarlo osserva, impotente, da fuori.

Kim Jong-un in visita a un deposito di centrifughe. Immagine Korean Central News Agency.

Il 28 agosto 2026 l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea, in inglese Iaea) ha comunicato al proprio Board of governors la scoperta di un secondo impianto di arricchimento dell’uranio nel complesso di Yongbyon, fino a 28 cascate di centrifughe, e la messa in funzione di un annesso ampliato nel sito di Kangson. Il direttore generale Rafael Grossi ha parlato di «motivo di serio allarme». Parole che si ripetono, quasi identiche, da anni.
Gli osservatori indipendenti confermano il quadro Aiea punto per punto. Il reattore da 5 megawatt elettrici (MWe) di Yongbyon, il cuore storico della produzione di plutonio nordcoreana, scarica acqua di raffreddamento in modo pressoché continuo dal 2024, segno che è entrato in quello che si stima essere il suo settimo ciclo di irraggiamento; il laboratorio di radiochimica mostra periodica attività di vapore, indizio di campagne di riprocessamento. Nel frattempo, il reattore sperimentale ad acqua leggera (Elwr), rimasto per anni un cantiere fermo, ha ripreso a funzionare a intermittenza, mentre prosegue la demolizione del vecchio reattore da 50 MWe, mai completato negli anni Novanta.
Un’analisi di 38 North (un sito web internazionale specializzato sulla Corea del Nord) sull’intero 2025 lega tutto questo a una direttiva politica precisa: Kim Jong Un aveva definito quell’anno decisivo per «il rafforzamento delle forze nucleari» e i dati satellitari mostrano che l’apparato del Paese ha semplicemente obbedito ai suoi voleri.

L’argentino Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea-Iaea). Foto Iaea.


Un dettaglio che il dibattito pubblico tende a trascurare: la capacità di arricchimento nordcoreana non è limitata dalla materia prima. Uno studio satellitare sui cumuli di scarto dell’impianto minerario di Pyongsan, l’unica fonte confermata di yellowcake (con il nome di «torta gialla» si indica il concentrato di polvere di uranio ottenuto dalla lavorazione dei minerali estratti dalle miniere) del Paese, ha concluso che la Corea del Nord potrebbe produrre uranio ben oltre i ritmi attuali. In altre parole: se Pyongyang decidesse di accelerare, il collo di bottiglia non sarebbe la miniera, ma la propria volontà politica.
La filiera del plutonio parte da Pyongsan passa per il reattore da 5 MWe di Yongbyon e arriva al Laboratorio di Radiochimica, dove viene estratto il materiale per le testate. È lì, non altrove, che si è accumulata in quattro decenni la scorta stimata da esperti indipendenti in diverse decine di ordigni.
Diverso, e spesso confuso nella stampa, è il caso del cosiddetto «secondo reattore da 200 megawatt»: non si trova a Yongbyon, ma a Taechon, a 20 chilometri di distanza, ed è congelato dal 1994, quando il quadro concordato con gli Stati Uniti ne bloccò la costruzione. L’ultima analisi satellitare disponibile, di 38 North, non ha rilevato alcuna ripresa dei lavori sulla struttura del reattore: resta un guscio abbandonato.
Ma è un guscio che pesa sulla coscienza collettiva più di quanto la sua inattività lasci pensare. A piena capacità, un reattore di quel tipo potrebbe produrre circa 220 chilogrammi di plutonio l’anno, abbastanza, secondo alcune stime, per 25-40 testate aggiuntive ogni dodici mesi. Un numero che ridimensiona bruscamente qualunque narrazione rassicurante sui «limiti tecnici» del programma nordcoreano: quei limiti, semplicemente, Pyongyang ha scelto per ora di non superarli, non perché non ne abbia i mezzi.

L’isolamento è controproducente
Quello che i dati satellitari del 2026 mostrano, più di ogni singolo impianto, è il fallimento strutturale di un regime sanzionatorio che dura da vent’anni senza aver mai rallentato, nella sostanza, il programma che avrebbe dovuto smantellare. La Corea del Nord non ha avuto bisogno di riattivare Taechon: le è bastato costruire nuova capacità a Yongbyon e Kangson, sotto gli occhi di satelliti che tutto vedono e nessuno può fermare. È la fotografia di un mondo in cui l’isolamento diplomatico produce, paradossalmente, il risultato opposto a quello dichiarato.

Piergiorgio Pescali

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