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Corea del Nord. Da Padre a Figlia? Dinastia Kim

Sommario

Le immagini che circolano continuano a mostrare una popolazione in delirio per Kim Jong Un, il «grande leader». Eppure, la Corea del Nord non è più il Paese isolato dal mondo degli anni Novanta. Anche qui è arrivato il cambiamento. Sottile e silenzioso, ma inevitabile.

Pyongyang. L’aria fredda di ottobre penetra attraverso i vetri appannati dell’autobus che attraversa le strade deserte di Pyongyang. Alle 6 del mattino, la capitale nordcoreana si risveglia lentamente sotto un cielo che inizia ad albeggiare e che sembra riflettere l’umore di questo Paese. Ogni momento trascorso qui mi mostra una realtà poco conosciuta in Occidente: una nazione che vive in una dimensione temporale parallela, dove il XXI secolo si scontra quotidianamente con logiche politiche e sociali che sembrano appartenere a un’altra era.

I «jangmadang», tra passato e futuro

La Corea del Nord del 2025 non è più quella completamente isolata degli anni Novanta. Attraversando le vie di Pyongyang, è impossibile non notare i segnali di un cambiamento sottile ma inesorabile. Smartphone cinesi sbucano dalle tasche dei passanti, nonostante il governo ne limiti severamente l’uso. Nei mercati jangmadang, i bazaar semi ufficiali che hanno trasformato l’economia nordcoreana, le donne commercianti, contrattano con una vivacità che contrasta con l’imma- gine stereotipata di una popolazione sottomessa.

«Il cambiamento c’è, ma è come un fiume sotterraneo», mi avevano spiegato Park Min-ho e Kim Yeon-mi, due disertori nordcoreani che hanno lasciato il Paese cinque anni fa e che hanno accettato di incontrami in un caffè di Seoul la scorsa estate. «La gente sa che esiste un mondo diverso là fuori. Le informazioni filtrano attraverso i confini, portate dai commercianti cinesi, dalle chiavette Usb contrabbandate, dalle trasmissioni radio in onde corte. Ma tutto questo avviene nel silenzio più assoluto».

Il «songbun» e gli «inminban»

La società nordcoreana del 2025 rimane strutturata secondo il sistema songbun, una forma di classificazione sociale che determina ogni aspetto della vita di un individuo in base alla storia politica della sua famiglia. Tuttavia, l’emergere dell’economia di mercato informale ha iniziato a erodere, seppur lentamente, questa antica gerarchia.

Durante una visita guidata a una fabbrica tessile di Pyongyang, osservo operaie che indossano orologi di marca cinese e trucco colorato, piccoli lussi che sarebbero stati impensabili solo un decennio fa. La guida ufficiale, una donna sulla cinquantina, evita le mie domande sui salari, ma non può nascondere l’evidenza: anche in questo sistema totalitario, la prosperità materiale sta diventando un’aspirazione legittima.

Il controllo sociale rimane, tuttavia, pervasivo. Ogni quartiere ha i suoi inminban, comitati di sorveglianza composti da cittadini che monitorano la vita quotidiana dei vicini. «È come vivere in una casa di vetro», mi racconta Kim Yeon-mi. «Sai sempre che qualcuno ti sta guardando, che ogni tua azione può essere riportata alle autorità».

Le «donju», agenti del cambiamento

Una delle trasformazioni più significative della società nordcoreana riguarda il ruolo delle donne nell’economia. Dopo la crisi alimentare degli anni ‘90, quando il sistema di distribuzione statale collassò, furono principalmente le donne a sviluppare attività commerciali per la sopravvivenza delle famiglie.

Oggi, queste donju (letteralmente «maestri del denaro») controllano gran parte dell’economia informale del Paese. Gestiscono mercati, importano merci dalla Cina, prestano denaro e hanno accumulato capitali che spesso superano quelli dei funzionari di partito. Paradossalmente, in una società ufficialmente egualitaria, si sta formando una nuova classe capitalista composta principalmente da donne.

«Mia madre è diventata ricca vendendo cosmetici cinesi», racconta una giovane rifugiata. «Aveva più soldi di mio padre, che lavorava in una fabbrica statale. Ma doveva sempre stare attenta a non mostrare troppo la sua ricchezza, per non attirare l’attenzione delle autorità».

Le donne nordcoreane sono diventate i veri agenti di cambiamento della società. Dopo aver salvato le loro famiglie dalla carestia attraverso il commercio informale, hanno mantenuto un ruolo economico centrale che sfida le strutture patriarcali tradizionali. Molte controllano ora i redditi familiari, prendono decisioni economiche importanti, e hanno sviluppato reti di business sofisticate che si estendono attraverso tutto il Paese e oltre i confini nazionali.

Una generazione digitale clandestina

La generazione nata dopo il 2000 rappresenta forse il più grande enigma della Corea del Nord contemporanea. Cresciuti in un’epoca di relativa stabilità economica, nonostante le sanzioni internazionali, questi giovani mostrano atteggiamenti che sfuggono ai canoni tradizionali della società nordcoreana e che spesso contrastano con l’ideologia ufficiale.

Vogliono viaggiare, studiare all’estero, avere accesso a internet, e scegliere la propria professione. Queste aspirazioni, normalissime ovunque nel mondo, rappresentano una minaccia esistenziale per un sistema basato sul controllo totale e l’isolamento.

In una scuola superiore di Pyongyang, gli studenti dimostrano una conoscenza sorprendente della tecnologia moderna. Sanno utilizzare computer e tablet, parlano con entusiasmo di matematica e scienze, ma quando si tocca la politica internazionale, le loro risposte diventano meccaniche, ripetendo formule apprese a memoria sui «nemici imperialisti americani».

Tuttavia, in privato molti giovani nordcoreani consumano contenuti culturali sudcoreani e cinesi, scaricati illegalmente e condivisi attraverso reti clandestine. Il K-pop (musica pop sudcoreana nota in tutto il mondo, ndr) e i drama sudcoreani hanno penetrato persino la cortina di ferro digitale di Kim Jong Un, creando una generazione che conosce un mondo alternativo, ma non può esprimerlo pubblicamente.

I giovani nati in questo nuovo secolo rappresentano la prima generazione nordcoreana cresciuta con accesso, seppur limitato, alla tecnologia digitale. Hanno imparato a navigare simultaneamente nel mondo ufficiale della propaganda e in quello clandestino dei contenuti stranieri. Sviluppano competenze digitali avanzate non per seguire corsi ufficiali, ma per accedere a contenuti proibiti. Sanno come nascondere file nei computer, come modificare smartphone per ricevere segnali stranieri, e come utilizzare Vpn (reti private virtuali anti censura, ndr) improvvisate per aggirare le restrizioni di rete.

«I giovani nordcoreani sono diventati hacker per necessità», osserva un ricercatore specializzato in tecnologia nordcoreana. «Sviluppano competenze incredibili per soddisfare la loro curiosità verso il mondo esterno. Sono una generazione che ha imparato che le regole ufficiali esistono per essere aggirate».

Le reti familiari

Una delle caratteristiche più interessanti della società nordcoreana contemporanea è lo sviluppo di reti di solidarietà informale, che permettono la sopravvivenza in un sistema ufficialmente rigido, ma praticamente disfunzionale.

Le famiglie si organizzano in clan economici allargati, dove ognuno contribuisce secondo le proprie capacità: chi lavora nell’amministrazione statale fornisce informazioni sui controlli imminenti, chi commercia nei mercati condivide i profitti, chi ha contatti con i trafficanti di confine procura beni stranieri.

«In Corea del Nord, la famiglia vera non è quella biologica, ma quella economica», spiega una rifugiata che gestiva una piccola rete commerciale prima di scappare. «Mia sorella lavorava in banca e mi avvertiva quando stavano per arrivare controlli sui commercianti. Mio cognato guidava un camion e trasportava le merci. La moglie di mio fratello aveva contatti in Cina. Insieme, riuscivamo a sopravvivere e anche a prosperare.»

Frequentando coloro che oggi scappano dalla Corea del Nord risulta chiaro un fatto: non si fugge più per la repressione politica e sociale, ma per un puro fatto economico.

Piergiorgio Pescali

Una fermata della metro della capitale nordcoreana. Foto Mike Bravo-unsplash.

I tormenti del «grande leader»
KIM Jong un

Nipote del fondatore del Paese, preparato e intelligente, Kim Jong Un ha i suoi problemi ma pare saldo al potere. Nel frattempo, la figlia Kim Ju Ae compare sempre più spesso al suo fianco nelle occasioni ufficiali. È però improbabile che sia candidata a succedergli.

Al potere dal 2011, Kim Jong Un rappresenta l’incarnazione delle contraddizioni della Corea del Nord di oggi. Educato in Svizzera, parla varie lingue e ha dimostrato un’apertura verso alcuni aspetti della modernizzazione. Al tempo stesso, ha consolidato il controllo del Paese con modi autoritari che spesso superano quelli dei suoi predecessori.

Durante una parata militare a cui ho recentemente assistito nella piazza Kim Il Sung, il giovane leader appare come una figura carismatica che sa alternare momenti di informalità – saluta la folla con gesti spontanei – a pose statuarie che richiamano la tradizione dinastica dei Kim. È evidente che sta cercando di costruire un’immagine che combini modernità e continuità, innovazione e controllo.

Le recenti crisi in Corea del Sud hanno paradossalmente rafforzato la posizione di Kim Jong Un, offrendogli ulteriori opportunità per aumentare le capacità nucleari del regime. Questa situazione gli permette di presentarsi ai suoi cittadini come l’unico baluardo contro l’instabilità regionale.

Kim Jong Un, estremamente intelligente e perspicace, ha ereditato un sistema creato per un mondo che non esiste più. La Guerra fredda è finita da tre decenni, l’isolamento totale è diventato impossibile nell’era digitale, e le nuove generazioni nordcoreane sono profondamente diverse da quelle che hanno costruito il regime negli anni Quaratnta e Cinquanta.

Il leader nordcoreano ha mostrato pragmatismo in alcuni settori, permettendo l’espansione dei mercati informali, modernizzando l’aspetto esteriore di Pyongyang, introducendo elementi di cultura pop nella propaganda ufficiale, ma rimane inflessibile sui pilastri fondamentali del potere: il monopolio politico, il controllo dell’informazione, e l’arsenale nucleare.

Kim Jong Un con la figlia Kim Ju Ae durante un evento in occasione del completamento dell’area turistica costiera di Wonson Kalma, nella provincia di Kangwon, il 24 giugno 2025. (Photo by KCNA VIA KNS / AFP)

Kim Ju Ae e la cultura confuciana

Uno degli aspetti più intriganti della politica nordcoreana contemporanea riguarda la questione successoria. Kim Ju Ae, la figlia di Kim Jong Un, è oggetto di intense speculazioni, ma funzionari nordcoreani di alto rango esprimono dubbi sulla sua possibile successione.

Durante le apparizioni pubbliche, la bambina di circa dodici anni viene presentata come «la persona più amata» o «la brillante bambina», titoli che, in passato, erano riservati ai futuri leader. Tuttavia, la cultura confuciana profondamente radicata nella società nordcoreana rende problematica l’idea di una leadership femminile. «La dinastia Kim ha sempre seguito logiche patriarcali», osserva un diplomatico europeo di stanza a Pyongyang che preferisce rimanere anonimo. «Kim Ju Ae potrebbe essere una figura di transizione, ma è difficile immaginare che possa effettivamente governare. Più probabilmente, Kim Jong Un sta preparando il terreno per un altro erede maschio non ancora pubblicamente identificato».

Il regime ha recentemente enfatizzato l’importanza dell’autocrazia ereditaria, probabilmente per rafforzare la legittimità di Kim Jong Un e preparare future successioni familiari. Questa strategia suggerisce che la famiglia Kim intende perpetuare il proprio controllo per generazioni.

L’élite del Partito: privilegi e incertezza

Kim Jong Un è nipote di Kim Il Sung, il fondatore della Corea del Nord, morto nel 1994, ricordato come il «Presidente eterno» del Paese. La sua figura mitica domina ogni aspetto della vita pubblica: statue, ritratti, citazioni, e pellegrinaggi ai luoghi della sua vita mantengono vivo il culto della personalità.

Tuttavia, tra le generazioni più giovani, questo culto inizia a mostrare segni di erosione. Molti giovani nordcoreani non hanno mai conosciuto direttamente l’era di Kim Il Sung e il suo mito appare sempre più come una reliquia del passato.

«Mio figlio onora ogni mattina il nostro Grande leader», racconta una madre dopo essersi assicurata che nessuno ci possa sentire. «Ma so che non prova la stessa emozione che provavo io alla sua età. Per lui, è solo un rituale vuoto». L’élite del Partito dei lavoratori vive in una realtà parallela rispetto al resto della popolazione. Nei quartieri esclusivi di Pyongyang, funzionari di alto rango hanno accesso a beni importati, internet limitato, e persino viaggi all’estero per «missioni diplomatiche» che spesso includono shopping di lusso.

Tuttavia, anche l’élite vive nell’incertezza. La storia nordcoreana è piena di epurazioni improvvise di funzionari di alto rango, inclusi parenti stretti dei leader. Jang Song-thaek, zio di Kim Jong Un e una volta considerato il secondo uomo più potente del Paese, fu giustiziato nel 2013 con accuse di tradimento.

«L’élite nordcoreana vive nel lusso, ma è un lusso precario», osserva un collega. «Puoi avere tutto quello che vuoi finché rimani nelle grazie del Leader, ma se fai un passo falso, perdi tutto in un istante. È un’esistenza dorata, ma terrificante. A volte è meglio vivere senza nessun privilegio. Non hai nulla da perdere».

Piergiorgio Pescali

La torre Juche ricorda l’omonima ideologia sviluppata da Kim Il Sung. Foto Jeremy888-Pixabay.

La famiglia Kim

Kim Jong Un (1982 o 1983), il Leader supremo

È il terzo Leader supremo della Corea del Nord. Al potere dal dicembre 2011, figlio di Kim Jong Il e Ko Yong Hui, ha studiato in Svizzera sotto falso nome prima di tornare in patria per essere preparato alla successione. A soli trent’anni ha ereditato il potere, consolidandolo attraverso epurazioni, inclusi l’esecuzione dello zio e l’assassinio del fratellastro. Ha accelerato il programma nucleare e missilistico, aprendo anche un cauto dialogo diplomatico. La sua leadership combina brutalità interna e pragmatismo esterno.

Ri Sol Ju (1989 circa), la moglie

È la First lady dal 2012. Ex cantante, rappresenta un’innovazione: a differenza delle precedenti First lady rimaste nell’ombra, appare spesso in pubblico con abiti eleganti e stile occidentalizzato, regalando al regime un volto «morbido». Ha dato alla luce tre figli, tra cui Kim Ju Ae. Nonostante la visibilità pubblica, la sua influenza su Kim Jong Un sarebbe limitata rispetto a quella della sorella del leader, Kim Yo Jong.

Kim Ju Ae (2012 o 2013), la figlia in ascesa

Apparsa pubblicamente dal novembre 2022, Kim Ju Ae accompagna il padre a eventi militari e lanci missilistici. La sua visibilità senza precedenti alimenta speculazioni: una parte degli analisti ritiene che Kim Jong Un la stia preparando come successore, facendone la prima donna leader della Corea del Nord. Rappresenta la continuità dinastica per le generazioni future.

Kim Yo Jong (1987), la sorella

È la figura più potente della cerchia di Kim Jong Un. Vicedirettore del Dipartimento di propaganda, è in realtà la figura prominente al comando dell’ufficio. Ha studiato con i fratelli Kim Jong Un e Kim Jong Chul in Svizzera, diventando poi stretta collaboratrice del fratello. Ha rappresentato il regime alle Olimpiadi 2018 in Corea del Sud. Nota per il temperamento spietato, supervisiona epurazioni di elementi considerati pericolosi per la stabilità della famiglia Kim e rilascia dichiarazioni aggressive. Considerata possibile successore o reggente, esercita più influenza di Ri Sol Ju.

Kim Jong Chul (1981), il fratello maggiore

Fratello maggiore di Kim Jong Un, è stato escluso dalla successione dal padre, Kim Jong Il, perché ritenuto privo del temperamento necessario. Riservato e appassionato di rock occidentale, in particolare di Eric Clapton, vive lontano dai riflettori senza posizioni di rilievo. A differenza del fratellastro Kim Jong Nam (assassinato nel 2017) non rappresenta una minaccia politica e mantiene buoni rapporti con Kim Jong Un.

P.P.

Monumento che celebra la liberazione dal Giappone. Foto Barpa via Flick.

Socialismo e mercato
Il sistema economico

Anche se Kim Jong Un li contrasta, i meccanismi del mercato hanno trovato terreno fertile tra i suoi sudditi. Succede così che negli  «jangmadang», i mercati informali, si possa trovare di tutto e di più.

L’economia nordcoreana presenta un paradosso affascinante. Ufficialmente, rimane un sistema socialista pianificato, ma nella realtà quotidiana, i meccanismi di mercato dominano la vita della maggior parte dei cittadini. Le previsioni per il 2026 indicano che le politiche di Kim Jong Un per reprimere i mercati potrebbero scatenare disordini sociali, suggerendo tensioni crescenti tra le forze del cambiamento economico e il controllo politico. Tuttavia, in questo Paese le previsioni politiche ed economiche sono paragonabili a quelle metereologiche degli anni Sessanta: assolutamente inaffidabili.

I mercati jangmadang sono ormai parte integrante del paesaggio urbano. In quello di Tongil, nel centro di Pyongyang, venditori ambulanti offrono di tutto: dai prodotti alimentari cinesi agli elettrodomestici sudcoreani contrabbandati. Le donne, che costituiscono la maggioranza dei commercianti, hanno sviluppato reti sofisticate che si estendono fino al confine cinese.

«Mia madre era una casalinga che dipendeva completamente dalle razioni statali», racconta Lee Hyun-seo, una commerciante del mercato di Pyongyang con cui riesco a parlare brevemente. «Io invece mantengo tutta la famiglia con il mio negozio. I tempi sono cambiati, anche se il governo fa finta di niente».

In un mercato di Chongjin, nella provincia del Hamgyong settentrionale, i commercianti vendono di tutto: riso importato dalla Cina, strumenti elettronici sudcoreani, vestiti usati americani e – persino – valuta straniera. I prezzi fluttuano secondo la domanda e l’offerta, gli imprenditori accumulano capitali e si sviluppano catene di distribuzione spesso sofisticate.

«Il governo finge che questi mercati non esistano, ma in realtà dipende da loro», spiega un economista esperto di Corea del Nord. «Le tasse sui commercianti sono diventate una fonte di reddito cruciale per le autorità locali».

I mercati non sono solo luoghi di commercio di beni materiali, ma anche centri di scambio culturale informale. Canzoni popolari non censurate circolano di bocca in bocca, storie di vita reale vengono condivise sottovoce, e si diffonde un folklore urbano che sfugge al controllo statale.

Le sanzioni internazionali hanno avuto effetti contraddittori sulla società nordcoreana. Da un lato, hanno effettivamente limitato l’accesso del regime a tecnologie avanzate e valuta forte. Dall’altro, hanno accelerato lo sviluppo dell’economia informale e hanno reso la popolazione più dipendente dai mercati interni piuttosto che dallo Stato.

«Le sanzioni hanno reso i nordcoreani più indipendenti dal governo», osserva ancora l’economista. «Quando lo Stato non può più fornire beni essenziali, la gente impara a procurarseli da sola. Ironicamente, le sanzioni potrebbero aver accelerato lo sviluppo di una società civile informale.»

Monumento al Partito dei lavoratori a Pyongyang. Foto Steve Barker – Unsplash.

Pyongyang, una «città teatro»

Pyongyang rappresenta una vetrina privilegiata che nasconde la realtà del resto del Paese. La capitale, dove vivono circa tre milioni di persone molte delle quali selezionate per la loro lealtà al regime, gode di infrastrutture relativamente moderne, alimentazione elettrica stabile e accesso a beni di consumo. Negli ultimi anni le strade di Pyongyang e di altre città si sono riempite di auto private, riconoscibili dalla targa gialla. Una cosa impensabile solo cinque anni orsono.

Nelle province, specialmente quelle settentrionali vicine al confine cinese, le condizioni sono drasticamente diverse. Villaggi privi di elettricità, strade non asfaltate, e una popolazione che dipende ancora largamente dall’agricoltura di sussistenza caratterizzano gran parte del territorio.

«Pyongyang è come un villaggio Potemkin (nome dato ai villaggi fittizi della Russia zarista, ndr)», spiega un diplomatico occidentale. «È progettata per impressionare i visitatori, ma rappresenta solo una frazione della realtà nordcoreana. Il vero Paese inizia appena fuori dalla capitale».

Pyongyang del 2025 è irriconoscibile rispetto alla capitale degli anni Novanta. Grattacieli residenziali di lusso, parchi acquatici e centri commerciali moderni creano l’illusione di una metropoli prospera e dinamica.

Tuttavia, questa modernizzazione serve in larga parte a scopi propagandistici. Gli appartamenti di lusso sono riservati all’élite del partito, i centri commerciali vendono prodotti importati a prezzi proibitivi per la popolazione comune, e le strutture ricreative sono accessibili solo ai cittadini con il giusto status sociale.

«Pyongyang è diventata una città-teatro», commenta un architetto sudcoreano che studia l’urbanistica nordcoreana. «Ogni edificio, ogni strada, ogni parco è progettato per trasmettere un messaggio specifico. Non è una città per vivere, è una città per impressionare».

Strategie di sopravvivenza quotidiana

Al di là della politica e della propaganda, la vita quotidiana dei nordcoreani è caratterizzata da una straordinaria capacità di adattamento. Le famiglie sviluppano strategie di sopravvivenza complesse, combinando lealtà pubblica e pragmatismo privato.

Le donne si alzano all’alba per fare la fila ai mercati, gli uomini partecipano alle sessioni di «critica e autocritica» sul posto di lavoro, i bambini frequentano scuole dove imparano a venerare i leader morti. Eppure, dentro le case, le stesse persone guardano film sudcoreani, ascoltano musica pop e sognano una vita diversa.

«Siamo diventati attori nella nostra stessa vita», riflette una rifugiata. «In pubblico, recitiamo la parte del cittadino perfetto. In privato, siamo persone normali con desideri normali. Ma la recita è così lunga che a volte dimentichi quale sia la realtà».

La cultura ufficiale nordcoreana rimane dominata dalla propaganda di regime, con film, libri e spettacoli teatrali che celebrano i leader e demonizzano i nemici esterni. Tuttavia, negli spazi marginali della società, emergono forme di espressione più autentiche.

Lupi e marionette

La musica pop nordcoreana ufficiale, con i suoi ritmi marziali e testi edificanti, convive con una passione crescente per il K-pop sudcoreano, consumato in segreto ma discusso con entusiasmo tra i giovani. Questa doppia vita culturale crea una generazione che vive in due mondi paralleli.

«I giovani sanno tutto del mondo esterno», osserva un professore della Kim Il Sung University. «Hanno visto i film di Hollywood, conoscono il
K-pop, sanno come vivono i sudcoreani. Questa conoscenza crea una tensione enorme tra ciò che sanno essere possibile e la realtà in cui vivono».

Il sistema sanitario e educativo nordcoreano presenta risultati contraddittori. Da un lato, il Paese mantiene tassi di alfabetizzazione elevati e ha sviluppato competenze mediche significative, specialmente nella medicina tradizionale. Dall’altro, la carenza di risorse a causa delle sanzioni internazionali limita severamente l’accesso a farmaci moderni e tecnologie mediche avanzate.

Nelle scuole che visito, gli studenti dimostrano preparazione eccellente in matematica e scienze, ma la loro educazione è pervasa da contenuti ideologici che distorcono la comprensione del mondo esterno. I bambini imparano a leggere con libri che descrivono gli americani come «lupi imperialisti» e i sudcoreani come «marionette fantoccio».

L’educazione in Corea del Nord produce menti brillanti ma imprigionate, ragazzi che sono capaci di eccellere in qualsiasi campo, ma che devono confrontarsi con anni di indottrinamento.

Piergiorgio Pescali

La facciata della chiesa cattolica di Jangchun (Wikimedia).

La religione
La persecuzione dei cristiani

Sebbene mantenga qualche piccola chiesa simbolica come omaggio al suo passato religioso cristiano, il governo nordcoreano richiede lealtà assoluta e considera qualsiasi sentimento religioso come prova di lealtà divisa.

La situazione dei cristiani in Corea del Nord rappresenta uno dei capitoli più tragici della moderna persecuzione religiosa. Gli annuali rapporti della Open doors world watch list assegnano alla Corea del Nord il punteggio peggiore possibile in cinque delle sei categorie di persecuzione religiosa, con diverse decine di credenti di Chiese clandestine scoperti e giustiziati, e più di cento familiari inviati nei campi di lavoro.

Durante la mia permanenza a Pyongyang, visito la chiesa protestante di Bongsu, una delle quattro chiese ufficialmente riconosciute nella capitale. L’edificio è ben tenuto. La comunità appare devota, ma l’atmosfera è surreale. I fedeli, tutti anziani, recitano preghiere che includono riferimenti al «Grande leader» Kim Il Sung, mescolando dottrina cristiana e ideologia juche (il fondamento socialista e patriottico del Paese, ndr) in modo che apparirebbe blasfemo in qualsiasi altro contesto.

«Questa non è vera fede cristiana», mi ha confidato uno dei pochi pastori che hanno potuto visitare la Corea del Nord su invito del governo. «È teatro per i visitatori stranieri – ha aggiunto -. I veri cristiani in Corea del Nord si riuniscono in segreto, rischiando la morte o i campi di prigionia».

La facciata della chiesa protestante di Bongsu (Wikimedia).

Nonostante la persecuzione sistematica, il cristianesimo continua a crescere clandestinamente in Corea del Nord. Le stime suggeriscono che tra 200mila e 400mila nordcoreani (1,5 per cento della popolazione) pratichino in segreto una qualche forma di fede cristiana, un numero significativo in un Paese di 26 milioni di abitanti.

La diffusione del cristianesimo avviene tramite canali informali attivati da missionari protestanti, per lo più affiliati a Chiese evangeliche statunitensi: commercianti che attraversano il confine con la Cina nascondono materiale religioso tra le merci legali. Chiavette Usb e schede di memoria contenenti testi biblici vengono disseminate attraverso le stesse reti utilizzate per distribuire contenuti di intrattenimento straniero. Questa sovrapposizione tra mercato nero dell’intrattenimento e distribuzione religiosa clandestina crea canali di diffusione difficili da intercettare completamente.

I cattolici, invece, sono più ligi alle leggi e questo li ha resi più accettati dal governo, che spesso nelle sue invettive contro la religione evita ogni riferimento alla Chiesa cattolica.

Le riunioni di preghiera avvengono in modi creativi: durante passeggiate apparentemente casuali, in case private durante feste di compleanno, o persino nei bagni pubblici per brevi momenti di comunione spirituale. I cristiani nordcoreani hanno sviluppato un codice di comunicazione basato su gesti e frasi apparentemente innocue per riconoscersi senza destare sospetti.

Le testimonianze dei rifugiati rivelano l’esistenza di una chiesa sotterranea che, nonostante la brutale repressione, continua a crescere. Le riunioni avvengono in case private, in gruppi di due o tre persone al massimo. Le Bibbie, contrabbandate dal confine cinese, vengono nascoste sottoterra o memorizzate interamente per evitare di essere scoperti con prove fisiche.

La chiesa clandestina si sta espandendo, e i cristiani, come spesso accade quando qualcosa è proibito, sono affamati della Parola di Dio.

P.P.

Kim Jong Un incoraggia i soldati delle forze nordcoreane per le operazioni militari d’oltremare; il Paese ha iniziato a costruire un memoriale per i suoi soldati inviati e caduti nella guerra tra Russia e Ucraina. (Photo by KCNA VIA KNS / AFP)

La scelta del nucleare
Il confine sud e l’arsenale nucleare

Kim Jong Un spinge molto sul nucleare. Che non è soltanto un deterrente contro eventuali aggressioni straniere. È anche uno strumento di legittimazione interna.

Il confine tra le due Coree rimane uno dei luoghi più tesi al mondo. Durante una visita alla zona demilitarizzata (Dmz), la divisione della penisola coreana appare non solo geografica, ma temporale. Da un lato, la moderna Corea del Sud con i suoi grattacieli e la sua tecnologia; dall’altro, un paesaggio che sembra cristallizzato negli anni Cinquanta.

Per i coreani, sia del Nord che del Sud, attraversare questo confine significa spesso la morte. Le guardie di frontiera hanno ordini di sparare a vista sui fuggitivi, e il confine è minato e sorvegliato con tecnologie militari avanzate. Tuttavia, tra le trecento e le ottocento persone all’anno riescono ancora a scappare, principalmente attraverso il confine settentrionale con la Cina. Ben poche rispetto alle migliaia che fuggivano negli anni sotto Kim Jong Il. Segno che la vita nel Paese non è più così insopportabile.

«Il confine non è solo una linea sul terreno», riflette un ufficiale delle Nazioni Unite di stanza nella Dmz. «È una frattura temporale che separa due modi completamente diversi di concepire l’esistenza umana».

Le relazioni tra le due Coree hanno attraversato cicli di tensione e distensione, ma le divisioni fondamentali rimangono irrisolte. La recente instabilità politica in Corea del Sud ha rafforzato la posizione di Kim Jong Un, permettendogli di presentarsi come un leader stabile in una regione in tumulto.

Tuttavia, i legami familiari e culturali tra le due Coree continuano a rappresentare una forza potente per la riconciliazione futura. Milioni di sudcoreani hanno parenti in Corea del Nord, e la cultura pop sudcoreana continua a penetrare la cortina di ferro nonostante i divieti ufficiali.

«La divisione della Corea è artificiale e temporanea», afferma un professore di storia coreana all’Università di Seul. «Le due Coree sono una nazione divisa, non due nazioni separate. Prima o poi, la storia troverà un modo per riunire ciò che la politica ha diviso».

Il nucleare come pilastro del regime

Il programma nucleare nordcoreano non è solo una questione di sicurezza nazionale, ma rappresenta il fulcro dell’identità politica del regime. Durante una visita al museo della Guerra di liberazione della patria, la propaganda ufficiale presenta le armi nucleari come l’unico deterrente contro un’aggressione straniera.

Kim Jong Un ha accelerato lo sviluppo nucleare come nessun leader prima di lui. Sotto la sua guida, la Corea del Nord ha condotto quattro dei sei test atomici, ha sviluppato capacità termonucleari e missili balistici intercontinentali capaci di raggiungere gli Stati Uniti. Questo arsenale non serve solo a scoraggiare attacchi esterni, ma conferisce al regime una legittimità domestica come protettore della nazione.

«Le armi nucleari sono la nostra garanzia di sopravvivenza», mi dice un funzionario del ministero degli Esteri durante un briefing ufficiale. «Finché esiste la minaccia americana, non avremo altra scelta che mantenere e rafforzare le nostre capacità difensive.»

Tuttavia, il programma nucleare presenta anche costi enormi. Le sanzioni internazionali hanno isolato economicamente il Paese, limitando le possibilità di modernizzazione e sviluppo. È un paradosso che il regime sembra accettare: sacrificare il benessere economico immediato per garantire la sopravvivenza politica a lungo termine.

Il programma nucleare di Kim Jong Un ha raggiunto una fase di maturità tecnica che rende la Corea del Nord una potenza nucleare de facto. Tuttavia, questo successo presenta nuove sfide per il regime. L’arsenale atomico ha permesso a Kim di ottenere riconoscimento internazionale e di scoraggiare aggressioni esterne, ma ha anche creato aspettative domestiche che potrebbero essere difficili da mantenere. I cittadini nordcoreani si aspettano che il prestigio militare raggiunto dal Paese si traduca in miglioramenti concreti delle loro condizioni di vita. Inoltre, mantenere e sviluppare l’arsenale nucleare richiede risorse enormi che potrebbero essere utilizzate per lo sviluppo economico. Il regime si trova di fronte a un dilemma: continuare a investire nel nucleare per mantenere sicurezza e prestigio, o riallocare risorse per soddisfare le crescenti aspettative economiche della popolazione. L’arsenale atomico è diventato anche il principale strumento diplomatico della Corea del Nord. Kim Jong Un ha dimostrato abilità nell’utilizzare le capacità nucleari per ottenere summit internazionali, negoziati bilaterali, e riconoscimento come leader mondiale.

Tuttavia, questa strategia presenta rischi crescenti. Ogni test nucleare e ogni lancio di missili aumentano le sanzioni internazionali e l’isolamento del Paese. Il regime deve continuamente bilanciare la necessità di dimostrare capacità nucleari crescenti con la necessità di evitare provocazioni che potrebbero scatenare conflitti militari o sanzioni paralizzanti.

Una segnalazione di presenza di mina lungo la Dmz. Foto Piero Sierra-Flickr.

L’alleanza con la Russia di Putin

Nonostante la presenza della Corea del Nord sulla scena mondiale con le sue armi nucleari, la dinastia Kim si sta lentamente indebolendo a causa della lotta per la successione. Tuttavia, negli ultimi anni, Kim Jong Un ha dimostrato notevole abilità diplomatica, alternando provocazioni e aperture per mantenere rilevanza internazionale.

L’alleanza con la Russia si è rafforzata significativamente, specialmente dopo l’invasione dell’Ucraina. La Corea del Nord fornisce – infatti – munizioni e soldati. Questa collaborazione offre a Kim Jong Un una valvola di sfogo dalle sanzioni internazionali e una fonte di valuta forte.

Con la Cina, la relazione rimane complessa. Pechino è il principale partner commerciale della Corea del Nord, ma è anche frustrata dalle provocazioni nucleari che destabilizzano la regione. «La Cina vuole un cuscinetto contro l’influenza americana, ma non vuole un vicino nucleare imprevedibile», sintetizza un analista di politica estera.

I rifugiati nordcoreani che arrivano – ormai con il contagocce – in Corea del Sud, forniscono informazioni preziose sui cambiamenti in corso nel loro Paese d’origine. Le loro testimonianze rivelano una società più complessa e dinamica di quanto i media internazionali spesso descrivano.

I rifugiati più recenti mostrano livelli di educazione e sofisticazione tecnologica superiori rispetto a quelli degli anni precedenti. Molti hanno gestito business privati, utilizzato tecnologie moderne, e avuto accesso a informazioni sul mondo esterno prima di fuggire.

«I rifugiati di oggi non sono più persone disperate in fuga dalla fame», mi ha spiegato un operatore sociale che lavora con i nordcoreani in Corea del Sud. «Sono spesso imprenditori, studenti, professionisti che hanno scelto di lasciare il Paese per realizzare aspirazioni che nel loro Paese non potevano soddisfare».

Piergiorgio Pescali

L’Arco della riunificazione delle due Coree, fatto abbattere da Kim Jung Un nel gennaio 2024. Foto Barpat-Flickr.

Repressione e censura digitale
I campi di prigionia

I campi di prigionia politica, conosciuti come kwanliso, rimangono una delle realtà più oscure della Corea del Nord. Secondo stime internazionali non verificate, tra le 80mila e le 120mila persone sono detenute in questi campi, dove le condizioni sono disumane e il tasso di mortalità estremamente elevato.

Tra i prigionieri politici ci sono non solo dissidenti diretti, ma anche persone colpevoli di «crimini ideologici»: possedere materiale straniero, criticare il regime, sfruttare le crisi economiche per arricchirsi troppo. A differenza di quanto spesso viene scritto in Occidente, invece, essere parenti di qualcuno considerato sleale non comporta automaticamente la prigionia. Tuttalpiù la famiglia del reo è soggetta a restrizioni.

I campi di prigionia politica rappresentano uno degli aspetti più stabili del sistema nordcoreano, ma anch’essi stanno evolvendo. Satelliti commerciali mostrano l’espansione di alcuni e il consolidamento di altri, suggerendo adattamenti alle mutate esigenze di controllo sociale.

I prigionieri sono sempre più utilizzati per lavoro industriale specializzato piuttosto che per l’agricoltura. Questo permette al regime di sfruttare economicamente la manodopera forzata mentre mantiene il deterrente politico. Alcuni campi producono ora componenti per l’esportazione, generando valuta forte.

«I campi non sono solo strumenti di punizione, ma sono diventati parte dell’economia sommersa del regime», ha rivelato in un’intervista una ex guardia carceraria rifugiatasi in Corea del Sud. «I prodotti realizzati dai prigionieri vengono venduti all’estero attraverso intermediari cinesi, senza che i compratori conoscano l’origine».

Cellulari e rete intranet

La Corea del Nord ha sviluppato uno dei sistemi di censura digitale più sofisticati al mondo. Internet esiste solo per una piccola élite di funzionari governativi e tecnici, mentre il cittadino comune ha accesso solo a una intranet nazionale chiamata Kwangmyong, che contiene contenuti strettamente controllati dal governo.

Tuttavia, la tecnologia ha anche aperto nuove vie per la diffusione di informazioni. I telefoni cellulari, introdotti nel 2008, sono ormai ampiamente diffusi, anche se le comunicazioni sono monitorate e l’accesso a internet mobile è bloccato. Chiavette Usb e schede Sd provenienti dalla Cina permettono la circolazione clandestina di film, musica e programmi televisivi stranieri.

La Corea del Nord ha sviluppato un sistema di sorveglianza che combina metodi tradizionali e tecnologie moderne. Telecamere di sicurezza, intercettazioni telefoniche, e monitoraggio digitale si aggiungono alla rete di informatori che pervade ogni livello della società.

«È una corsa agli armamenti tra controllo e libertà», osserva un esperto di tecnologia. «Il regime sviluppa nuovi metodi di sorveglianza, ma la gente trova sempre nuovi modi per aggirare le restrizioni».

P.P.

Donne nordcoreane in costume tipico omaggiano i leader. Foto-Barpat-Flickr

Come perpetuare la dinastia
Verso un nuovo autoritarismo

Mercato, influenze esterne, aspirazioni giovanili: la Corea del Nord sta cambiando. Il regime ha capacità di adattamento, ma per Kim Jong Un mantenere il controllo politico sarà comunque una sfida complicata. 

Gli elementi di cambiamento, osservati durante questo viaggio, mi suggeriscono che la Corea del Nord potrebbe essere in transizione verso una forma diversa di autoritarismo, meno totalitaria ma ancora rigidamente controllata. Questa evoluzione non rappresenterebbe necessariamente una democratizzazione, ma piuttosto un adattamento del controllo autoritario alle realtà del XXI secolo.

Il modello potrebbe assomigliare a quello cinese degli anni Ottanta e Novanta: liberalizzazione economica limitata, controllo politico mantenuto, apertura culturale selettiva, e integrazione graduale nell’economia globale. Tuttavia, le specificità del sistema nordcoreano – inclusa la natura dinastica del potere e l’isolamento geografico – rendono incerto se questo modello possa funzionare.

La stabilità e continuità della leadership nordcoreana rimane la più grande «incognita nota» quando si tratta di valutare il futuro della Corea del Nord. Il Paese si trova a un crocevia storico, con forze che spingono verso direzioni opposte.

Da un lato, l’economia di mercato informale, l’esposizione crescente al mondo esterno e le aspirazioni delle nuove generazioni creano pressioni per l’apertura e la riforma. Dall’altro, il regime resiste, dimostrando capacità notevoli di adattamento e controllo.

Esperimento sociale e possibili scenari

La questione nucleare rimane un punto centrale. Finché Kim Jong Un potrà presentare le armi nucleari come garanzia di sicurezza nazionale, il regime manterrà legittimità agli occhi di molti cittadini. Tuttavia, se questa strategia dovesse fallire, se le sanzioni diventassero insostenibili o se la situazione economica si deteriorasse drasticamente, il sistema potrebbe affrontare una crisi di consenso senza precedenti.

Tre scenari appaiono possibili per il futuro della Corea del Nord: una riforma graduale dall’alto simile al modello cinese, una stagnazione prolungata con tensioni sociali crescenti, o una trasformazione drammatica causata da una crisi interna o esterna. Ogni scenario presenta implicazioni profonde.

Dietro la facciata immutabile della propaganda di regime, forze profonde di cambiamento stanno trasformando la società nordcoreana in modi che potrebbero essere irreversibili.

Il controllo totalitario rimane una realtà quotidiana, la persecuzione religiosa continua ad essere brutale e il programma nucleare procede inesorabile. Tuttavia, milioni di nordcoreani hanno ormai assaggiato, anche solo attraverso media contrabbandati, il sapore della libertà e della prosperità.

Kim Jong Un si trova di fronte alla sfida più complessa della dinastia Kim: come mantenere il controllo politico assoluto in una società che sta cambiando dal basso. È vero che il regime ha dimo- strato capacità straordinarie di adattamento, ma le pressioni interne ed esterne continuano ad accumularsi.

La Corea del Nord del 2025 non è più l’ultimo regno eremita del mondo, ma non è nemmeno una società aperta. È qualcosa di nuovo e incognito: un regime autoritario che utilizza tecnologie moderne per controllare una popolazione che conosce sempre meglio il mondo esterno. È un esperimento sociale su vasta scala di cui nessuno può prevedere l’esito.

il presidente russo Vladimir Putin cammina con il presidente cinese Xi Jinping e il leader nordcoreano Kim Jong Un prima della parata militare per l’80° anniversario della vittoria sul Giappone e la fine della Seconda guerra mondiale, in piazza Tiananmen, a Pechino, il 3 settembre 2025. (Photo by Alexander KAZAKOV / POOL / AFP)

Il peso (crescente) delle contraddizioni

Le contraddizioni che caratterizzano il Paese sono profonde e potenzialmente esplosive. La persecuzione religiosa continua, ma la fede cresce in segreto. Il controllo dell’informazione rimane severo, ma la conoscenza del mondo esterno si diffonde. L’arsenale nucleare fornisce sicurezza, ma a costi economici crescenti. L’élite gode di privilegi, ma vive nella paura costante. La propaganda celebra il successo, ma la popolazione aspira a una vita diversa. I giovani vengono indottrinati, ma sognano libertà e opportunità.

Forse la caratteristica più notevole della Corea del Nord contemporanea è la capacità dei suoi cittadini di vivere vite doppie: conformi pubblicamente, liberi privatamente; obbedienti esteriormente, pensanti interiormente; isolati ufficial-

mente, connessi informalmente. Questa duplicità esistenziale potrebbe essere insostenibile per le generazioni future.

Tra cambiamento e implosione

La domanda centrale rimane: riuscirà Kim Jong Un a gestire questa transizione mantenendo il controllo, o le forze del cambiamento finiranno per travolgere il sistema? La risposta a questa domanda non determinerà solo il futuro di 26 milioni di nordcoreani, ma anche l’equilibrio geopolitico dell’intera regione asiatica.

La Corea del Nord sta cambiando, lentamente ma inesorabilmente. La domanda non è se cambierà, ma come e quando. E soprattutto, se il cambiamento avverrà attraverso riforme graduali dall’alto o attraverso una trasformazione più drammatica spinta dalle pressioni sociali dal basso.

In un mondo sempre più interconnesso, la Corea del Nord si trova di fronte alla scelta finale: evolversi o rischiare l’implosione. La storia sta osservando, e il tempo stringe. Il futuro del Paese non è più nelle mani dei soli leader, ma dipende dall’equilibrio precario tra controllo e cambiamento, tra tradizione e modernità, tra isolamento e apertura.

La dinastia Kim ha governato per tre generazioni, ma la quarta potrebbe trovarsi di fronte a sfide che nessun controllo autoritario, per quanto sofisticato, può completamente contenere. Il silenzioso fiume sotterraneo del cambiamento continua a scorrere, e prima o poi troverà una via d’uscita.

Piergiorgio Pescali

Una delle innumerevoli celebrazioni in onore del Paese e del suo leader. Foto Jeremy888-Pixabay.

Ha firmato il dossier:

PIERGIORGIO PESCALI
Risiede in Giappone e Corea del Nord lavorando nella ricerca scientifica in campo fisico e nucleare. Grazie al lavoro che lo porta a viaggiare per il mondo collabora con vari media. È una firma storica di MC.

A CURA DI Paolo Moiola, giornalista MC e autore del dossier sulla Corea del Sud pubblicato sul numero di agosto-settembre 2025 e reperibile sul sito della rivista.

Bambini nordcoreani in uniforme scolastica omaggiano. Foto Mike Bravo-Unsplash.
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