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Non sempre possono tornare nelle loro chiese. A volte devono lasciare la parrocchia, attraversare villaggi e zone di conflitto, raggiungere campi di sfollati o trovare riparo in una capanna insieme alle famiglie in fuga. Ma continuano a celebrare la messa, ad ascoltare, a pregare con la gente, a confortare le persone che soffrono.
In Myanmar, dopo oltre cinque anni di guerra civile, il ministero di molti sacerdoti è diventato itinerante: non sono più i fedeli a raggiungere la parrocchia, ma sono i preti a mettersi in cammino per restare accanto alle comunità disperse a causa della violenza.
I dati Onu fanno emergere la portata della crisi birmana: a ottobre 2026 sono circa 4 milioni le persone sfollate all’interno del Myanmar. Altre 1,64 milioni di persone originarie del Paese risultano rifugiate o richiedenti asilo all’estero.
La crisi umanitaria coinvolge, nel complesso, 16,2 milioni di persone. Di questi, 4,9 milioni sono bambini che necessitano di assistenza per la nutrizione.
Gli sfollamenti sono spesso ripetuti: molte famiglie, costrette ad abbandonare più volte le proprie case, cercano riparo in villaggi, monasteri, campi improvvisati e strutture di fortuna.
È in questo scenario che sacerdoti e religiosi cercano di restare accanto alla popolazione, raggiungendola nei luoghi in cui trova rifugio e portando con la celebrazione dei sacramenti anche ascolto, conforto e aiuti concreti.
«Ogni volta che la nostra gente scappa, noi la accompagniamo», ha raccontato all’agenzia «Fides» don Marko Phe Bya, vicario generale della diocesi di Loikaw e parroco della cattedrale di Cristo Re, nello Stato Kayah, nella parte orientale della nazione.
Nel novembre 2023, i militari occuparono la cattedrale e il centro pastorale diocesano, costringendo il vescovo Celso Ba Shwe, i sacerdoti e le religiose a fuggire.
Oltre 300mila persone risultano sfollate nel territorio di Loikaw, tra cui circa 40mila cattolici. Molti vivono in insediamenti precari, nei boschi o in villaggi lontani, esposti ai combattimenti e ai bombardamenti.
«Con gli altri sacerdoti ci prendiamo cura di loro: andiamo a visitarli, celebriamo la messa nei campi, fuori dalla città di Loikaw». I sacerdoti seguono gli sfollati e restano con loro. Costruiscono piccole tende, una capanna come chiesa, come cappella. È un segno di speranza che sacerdoti, religiosi e catechisti vadano con loro.
La prossimità pastorale si fa anche assistenza concreta: cercare cibo, alloggio, istruzione e cure sanitarie per famiglie che hanno perso la casa e i mezzi di sostentamento. Ed è sostegno spirituale per chi vive nella paura. «Predichiamo di tenere salda la fede, perché Dio è la nostra speranza», racconta il sacerdote.
Lo stesso approccio caratterizza la diocesi di Myitkyina, nel nord del Paese. Padre Stephen Sut Awng, parroco di Katha, è stato costretto ad allontanarsi dalla propria sede a causa degli scontri tra l’esercito birmano e i gruppi armati. Oggi vive nel villaggio di Napa, a circa 26 chilometri dalla parrocchia, insieme agli sfollati interni. Lì continua a svolgere il suo servizio, accompagnando chi ha perso sicurezza e stabilità: «Siamo a fianco degli sfollati, cercando di donare un po’ di consolazione e testimoniando la presenza di Dio», afferma.
Anche nella diocesi di Myitkyina, la presenza dei pastori si fa sentire nei campi profughi. Nel campo di Santa Teresa, dove vivono oltre mille persone provenienti dai villaggi circostanti, alcuni sacerdoti e consacrati laici visitano regolarmente le famiglie sfollate e la loro presenza esprime la vicinanza della Chiesa a una comunità che affronta quotidianamente precarietà e incertezza: «I fedeli hanno ricevuto la conferma di non essere dimenticati, né dai loro pastori né da Dio», ha raccontato padre Peter Lazum Naw Bawk, parroco locale.
Nella diocesi di Taungngu, nel Myanmar centro meridionale, la pastorale continua a essere segnata dalla dispersione delle comunità e dai rischi legati ai bombardamenti. Il vescovo coadiutore Bernardino Ne Ne racconta a MC di sacerdoti che visitano le famiglie, le ascoltano e le consolano.
Dei 64 sacerdoti della diocesi, 44 sono attualmente impegnati nel «servizio pastorale itinerante»: «I nostri preti sono vicini alle famiglie. Attraverso il servizio caritativo, la cura pastorale, l’educazione e l’impegno per la giustizia, la Chiesa cerca di mostrare e vivere la compassione di Cristo».
Il ministero itinerante non è soltanto una risposta all’emergenza, ma è anche un modo per «restare comunità» in un tempo di difficoltà, perche «la Chiesa è fatta di persone, non di edifici. Le persone sono le “pietre vive” che costruiscono il Regno di Dio», ricorda.
In un Paese dove milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, la Chiesa condivide la precarietà degli sfollati. I sacerdoti non possono fermare i combattimenti né garantire da soli il ritorno alla normalità, ma «possono restare accanto a chi soffre, offrire un luogo di preghiera anche sotto una tenda e continuare a invocare il dialogo e la pace», rileva don Ne Ne. «La gente, oggi, stremata da cinque anni di guerra, desidera ardentemente il dialogo, la riconciliazione, la pace», conclude il Vescovo.
Paolo Affatato