Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Bolivia. In marcia contro il presidente

Il presidente di destra ha deluso parte del suo elettorato

El pueblo boliviano alza la voce contro l’aumento del costo della vita e chiede le dimissioni del presidente di centro destra Rodrigo Paz.

Per farlo è sceso in piazza e nelle strade della capitale bicefala formata dalle due città La Paz-El Alto, bloccando letteralmente tutto. Dalle vie di comunicazione con il Perù, all’aeroporto. Dai negozi, ai trasporti. Con conseguenze gravi per l’approvvigionamento di cibo, medicinali e combustibile.

Le manifestazioni, iniziate al principio di maggio, proseguono ormai da quasi un mese.

Secondo il Governo, sarebbero guidate in primis da sostenitori dell’ex presidente Evo Morales, insieme al settore agricolo. Quest’ultimo critica la proposta di riforma agraria che favorirebbe i grandi proprietari terrieri e latifondisti.

A questi si sono aggiunti il corpo docente che chiede salari più dignitosi, la lobby dei minatori che lavorano nelle numerose imprese presenti su suolo boliviano, e i professionisti del settore dei trasporti, che lamentano un aumento esponenziale del costo del combustibile.

In risposta, Paz ha schierato per le strade 3.500 agenti che hanno portato a scontri violenti con un saldo, a oggi, di circa 120 arresti, una cinquantina di feriti e almeno tre morti.

Ascesa e debacle di Rodrigo Paz?

Sono passati sette mesi dall’elezione di Rodrigo Paz, avvenuta il 19 ottobre scorso, che ha posto fine alla lunga stagione del socialismo boliviano incarnata dall’ex presidente Evo Morales e dal suo partito «Movimiento al socialismo» (Mas), al potere da 20 anni, recentemente guidato dall’ex presidente Luis Arce Catacora.

In autunno, la vittoria di Paz era stata netta. Con il 54% dei voti aveva surclassato gli avversari, intercettando il malcontento e la delusione di molti ex sostenitori del Mas, frustrati dalla gestione economica precedente, dall’aumento generalizzato dei prezzi, soprattutto del combustile e dei trasporti, e dalla crescente difficoltà ad accedere a beni importati, sempre più cari e venduti attraverso transazioni in dollari, valuta ormai scarsa nel Paese.

Ma a pochi mesi dal suo trionfo elettorale, in controtendenza con il voto, la popolazione ha cominciato a dimostrare segni di scontento anche nei confronti del nuovo governo di centrodestra e delle sue riforme orientate all’«austerity» per far fronte alla crisi economica, tra cui  la riduzione degli incentivi sul carburante e il taglio della spesa pubblica.

Emergenza umanitaria?

La Bolivia è paralizzata, ferita e stanca dopo settimane di proteste e anni di crisi economica, arrivata al culmine proprio nei primi mesi dell’anno.

A causa della scarsità di approvigionamenti, molti beni sono difficili da trovare e i prezzi, a oggi, continuano a crescere.

Durante gli scontri con la polizia, alcuni gruppi di minatori hanno fatto esplodere cariche di dinamite, mentre diversi edifici governativi sono stati saccheggiati. In molte aree del Paese, le scuole hanno nuovamente chiuso le porte, tornando alla didattica online, in un clima che ricorda gli anni della pandemia.

In questo contesto, gruppi indigeni e una parte significativa dei sindacati chiedono con forza le dimissioni di Rodrigo Paz. Dal canto suo, il Governo sostiene che le proteste rappresentino un tentativo neppure troppo implicito di colpo di Stato.

Ma perché si è arrivati davvero a questo punto?

Le radici del malcontento di diverse lobby e gruppi indigeni non affondano tanto nella visione anti statalista e nel modello di «capitalismo para todos» promosso dal presidente, quanto nel loro vedersi esclusi, dopo le elezioni, dalle sue politiche, nonostante avessero deciso di sostenerlo allontanandosi in parte dalla storica alleanza con il partito di Evo Morales, che invece si era consolidata proprio grazie a un rapporto di reciproco scambio politico, basato sulla logica do ut des, con le comunità indigene e il settore secondario.

Già dopo pochi giorni dalla vittoria elettorale, infatti, Paz ha preso le distanze dalla sua stessa parte politica, dicendo di voler puntare sulla meritocrazia più che sulle quote di potere e sulle alleanze stipulate in fase di campagna elettorale. Una scelta che non è piaciuta e che sta iniziando a mettere in difficoltà il nuovo presidente anti statalista, che probabilmente ha sottovalutato il peso del settore agricolo e delle comunità originarie in uno dei Paesi a più forte vocazione rurale dell’America Latina.

Simona Carnino

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Iscriviti alla nostra newsletter