Inserisci la tua email e iscriviti alla nostra newsletter

Pakistan. Ragazze vittime di nozze e conversioni forzate

Il caso della tredicenne rapita, convertita e sposata forzatamente

Il caso di Maria Shahbaz, la tredicenne cristiana rapita in Punjab nel 2025 da un uomo di 40 anni, convertita forzatamente all’islam e presa in sposa dal suo rapitore, ha riaperto un’antica piaga del Pakistan. Quella dei rapimenti di ragazze delle minoranze religiose indù e cristiane, per nozze islamiche forzate – dunque con annessa conversione forzata all’islam – è una ferita che sanguina e che non accenna a rimarginarsi.

In Pakistan la legge islamica è fonte di diritto

La nazione, con circa 250 milioni di abitanti a larga maggioranza islamica, include al suo interno corpose comunità minoritarie, come gli indù (circa  4,5 milioni in maggioranza residenti nella provincia meridionale del Sindh) e i cristiani (3,3 milioni, di diverse confessioni, concentrati soprattutto nella provincia del Paunjab).

Il fenomeno del rapimento di ragazze a scopo di nozze forzate è stato già in passato oggetto di attenzione da parte della politica nazionale ma – come capita anche per altre questioni, ad esempio la nota «legge di blasfemia» – è materia che incrocia anche la religione e le disposizioni della sharia, la legge islamica.
Nel Paese, infatti, vige un sistema che gli studiosi definiscono «ibrido» e che consegna alla sharia il ruolo di fonte suprema di ispirazione dell’ordinamento e del diritto.
Nonostante il sistema statale sia regolato da una Costituzione che – nata all’indomani dell’indipendenza dall’Impero britannico e della partition con l’India – ha cercato di recepire principi come i diritti e le libertà individuali e collettive, la Carta fondamentale pachistana stabilisce che nessuna legge può essere emanata se è in contrasto con i dettami dell’islam: un principio che subordina la legislazione civile ai precetti religiosi e crea a volte un corto circuito.

Pressioni sulle minoranze religiose

Sebbene la Carta costituzionale garantisca formalmente la libertà religiosa e diritti di cittadinanza uguali per tutti, l’integrazione della sharia nel sistema legale pachistano genera forme di pressione sulle minoranze religiose (cristiani, induisti, sikh e ahmadi), sconfinando in forme di discriminazione e sfide che toccano i rapporti sociali.

Secondo gli osservatori, nei casi dei matrimoni che coinvolgono minori, l’ambiguità è generata dal fatto che la legge islamica non indica un’età minima per le nozze, e queste vengono consentite quando i contraenti raggiungono la pubertà fisica. Tuttavia sono in vigore leggi, emanate per proteggere i minori e dichiarate conformi ai precetti islamici dalla Corte federale della sharia, che vietano i matrimoni precoci in tutto il Pakistan.

In tale quadro si innesta il fenomeno dei matrimoni e conversioni forzate all’islam di ragazze appartenenti alle minoranze. Secondo i dati di alcune Ong, sono oltre mille ogni anno e «sono in aumento», rileva padre Lazar Aslam, frate Cappuccino, responsabile della Commissione Giustizia, pace ed ecologia in Pakistan. I tribunali locali talvolta convalidano questi matrimoni coatti basandosi su interpretazioni religiose, strappando alle famiglie di origine le ragazze minorenni.

Il caso di Maria Shahbaz

In quest’ambito si situa il caso che ha occupato il dibattito pubblico nel Paese nelle ultime settimane: quello che tocca la vita della tredicenne cristiana Maria Shahbaz. Dopo la protesta della famiglia di origine, la polizia di Lahore ha accolto, sia pur con ritardo, la formale denuncia, ma un tribunale di primo grado ha comunque affidato Maria al suo rapitore, accettando documenti falsificati che attestavano la sua maggiore età (18 anni).

Il caso ha avuto un seguito: i legali della famiglia hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale federale – saltando l’eventuale ricorso in appello, il secondo grado di giudizio – ma, sebbene la famiglia abbia fornito prove della minore età di Maria e della mancanza di consenso, la Corte ha confermato la decisione presa in primo grado, di fatto legittimando un matrimonio infantile.

Khalid Rehmat, neo arcivescovo di Lahore, come rappresentante della Chiesa cattolica in Pakistan, ha espresso la sua ferma condanna verso la decisione della Corte costituzionale. Il verdetto – ha precisato – rappresenta «un grave fallimento della giustizia», in quanto ha convalidato non solo la pratica del matrimonio precoce ma ha anche ratificato di fatto il rapimento e la conversione forzata all’islam di una ragazza.

Si tratta di una pericolosa «legittimazione del crimine», ha detto il monsignore, mettendo in guardia dalla tendenza a «legittimare abusi contro i minori e le minoranze religiose, incoraggiando i malintenzionati a compiere conversioni forzate e matrimoni infantili».
L’arcivescovo ha espresso la «profonda angoscia della comunità cristiana» e ha chiesto «maggiore protezione per la dignità umana, la libertà religiosa e i diritti delle persone vulnerabili in Pakistan», ribadendo la richiesta di «autentica giustizia».

La questione, ricordano gli esponenti cristiani, tocca concretamente la pratica della libertà di religione che in Pakistan è garantita dalla Costituzione (nella sua versione modificata nel 1973) ma che di fatto è limitata da leggi restrittive, discriminazioni sistemiche anche nelle istituzioni statali, ma anche dall’emergere di un radicalismo religioso che trova spazio nella vita pubblica e nella mentalità diffusa nella società, a scapito dei diritti di cittadinanza.

Per questo ci si appella alla «Commissione nazionale per i diritti delle minoranze», creata ufficialmente a dicembre del 2025, incaricata di tutelare i diritti delle comunità non musulmane in Pakistan, promuovendone i diritti sociali, economici, politici e legali.

di Paolo Affatato

SCARICA IL PDFSTAMPA L'ARTICOLO

Iscriviti alla nostra newsletter