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Haiti, la transizione può attendere

Inchiesta 2/ Perché Haiti è il paese più disastrato del pianeta

A protester holds a sign and gestures during a protest against rising fuel prices, in Port-au-Prince, Haiti, December 10, 2021. (Photo by Richard Pierrin / AFP)
Haiti
Marco Bello

Dopo l’assassinio del presidente, alla guida del paese si è insediato un governo de facto. È sostenuto dalla comunità internazionale e dal maggiore Gruppo di potere. Lo fronteggia una larga coalizione alternativa. Ci sarà scontro o negoziato?

Scaduto il parlamento (ad eccezione di 10 senatori, un terzo del senato, che da soli non possono legiferare), scadute le autorità locali, assassinato il presidente della repubblica (il 7 luglio scorso), ad Haiti il vuoto istituzionale sembra toccare i massimi livelli.

Dopo la morte del presidente Jovenel Moise, una fazione del suo partito, il Phtk (Partito haitiano tèt kole), appoggiata dalle ambasciate occidentali (che insieme a Onu e Osa si riuniscono nel Core group), è riuscita a imporre il medico Ariel Henry come primo ministro de facto. Questi era stato designato dallo stesso Moise due giorni prima di morire. Henry ha poi trovato un accordo con alcuni partiti dell’opposizione, in quello che è passato sotto il nome di «accordo dell’11 settembre». Questa è l’alleanza attualmente al potere che si è data tre obiettivi principali: la riforma della Costituzione, la creazione di un nuovo Consiglio elettorale provvisorio (Cep) per realizzare elezioni generali, e la messa in sicurezza del paese, in preda alle bande armate.

L’accordo prevedeva un nuovo governo de facto, nel quale avrebbero potuto partecipare anche gli altri partiti firmatari. Esso è stato realizzato il 24 novembre scorso. De facto perché non può essere validato da un parlamento, e perché ha un primo ministro che governa da solo, non in collaborazione con il presidente della repubblica, come prevederebbe la Costituzione.

La voce dei movimenti

All’opposizione si trovano diversi schieramenti. L’accordo firmato il 30 agosto da diverse entità del mondo associativo, società civile e alcuni partiti politici (che si dichiarano a sinistra), noto come «accordo di Montana» (dal nome dell’hotel dove è stato siglato), è sicuramente quello più importante per numero e statura degli aderenti. Prevede una transizione più vicina alla Costituzione, con un esecutivo bicefalo. Non essendoci istituzioni repubblicane attive, i firmatari dell’accordo hanno previsto meccanismi consensuali per arrivare alla nomina di un presidente e un primo ministro. Hanno quindi formato il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), costituito da 40 membri tra i quali leader di organizzazioni contadine, femministe, socioprofessionali, e partiti politici.

Il Cnt, il 30 gennaio, ha eletto un presidente e un primo ministro di transizione, nelle figure di Fritz Jean e Steven Benoit, non riconosciuti dalle altre fazioni. «Il Cnt  si contrappone allo schema di chi ha il potere in questo momento. La questione è vedere come andranno i rapporti di forza, per poter realizzare una negoziazione tra le due parti. Per ora hanno avuto solo qualche incontro interlocutorio», ci confida un osservatore haitiano.

Un’ulteriore novità è stata un’alleanza tra il gruppo del Montana e il Protocollo d’intesa nazionale (Protocole d’entante nationale, Pen), un gruppo di partiti politici appartenenti alla destra storica. Ne fa parte, ad esempio, l’ex senatore Yuri Latortue. Tale alleanza, o «consenso politico», suggellata l’11 gennaio scorso, ha suscitato anche qualche perplessità in diversi esponenti della sinistra e dei movimenti sociali.

L’alleanza Montana-Pen, per risolvere il problema presidenziale, propone una presidenza collegiale, composta da cinque membri, alla quale fare partecipare anche un esponente dell’attuale gruppo al potere. Ci sarebbe poi un primo ministro e un gabinetto ministeriale, e questi organi guiderebbero una transizione di due anni che porterebbe alle elezioni generali. «Difficile che il governo di Phtk accetti questo cosiddetto “consenso politico”, se i rapporti di forza si mantengono quelli attuali».

Cimitero danneggiato dal terremoto del 14/08(2021 – Photo by Julien Masson / Hans Lucas / Hans Lucas via AFP

Chi tira i fili

«Il politico più influente del momento rimane l’ex presidente Michel Martelly, che punta a riconquistare la presidenza. Attualmente molti lo vedono dietro alle decisioni del governo di Henry, che di fatto lo rappresenta», continua il nostro interlocutore.

Da notare la spaccatura in seno al partito Phtk, causata proprio dall’assassinio del presidente, che pare essere stato un affare interno. In opposizione alla fazione Martelly-Henry, si trova la moglie di Moise, Martine, che ha mostrato ambizioni politiche, e con lei tutto il settore che appoggiava il presidente assassinato, come l’ex primo ministro e influente uomo d’affari, Laurent Lamothe.

Secondo un articolo del New York Times1 , che riporta un’intervista al businessman, ex trafficante di droga, Rodolphe Jaar, arrestato il 7 gennaio scorso in Repubblica Dominicana nell’ambito delle indagini sull’assassinio di Moise, il premier Henry era in costante contatto con alcuni dei principali indiziati del complotto, prima e dopo gli eventi. Secondo certi analisti, Martelly stesso potrebbe essere stato attivo nell’assassinio.

È però verosimile che le due fazioni, figlie dello stesso partito e della stessa cultura politica, all’ultimo momento, trovino un accordo per governare il paese.

Dove sta il popolo

«Quelli del Montana vorrebbero una “transizione di rottura”, che escluda i corrotti e gli attori del precedente potere, e coloro che hanno partecipato ai massacri di questi ultimi anni (ne sono stati compiuti diversi). Chiedono un processo partecipativo, che metta avanti le associazioni della società civile organizzata, e i partiti politici, in una dinamica democratica. Ma, per avere un peso nel negoziato, dovrebbero poter contare anche su una mobilitazione a livello popolare, cosa che non sembra tanto possibile per il momento, a causa del controllo da parte delle bande armate dei quartieri cittadini e delle principali vie di comunicazione. Gang che obbediscono ancora, almeno in parte, ad alcuni politici del campo opposto.

Il peso che possono giocarsi oggi è di tipo morale, le associazioni hanno una certa rappresentatività, sono circa un migliaio, sono conosciute. Se riuscissero a esprimere la loro forza con manifestazioni di piazza potrebbero portare le forze dominanti e la comunità internazionale ad ascoltarli, a pensare che occorre procedere in modo diverso».

Malgrado tutto, i «Montana» hanno un certo ascolto. Ad esempio, l’ambasciata statunitense e il dipartimento di stato li hanno già incontrati più volte per sapere cosa propongono.

«Penso che la comunità internazionale vorrebbe che il gruppo di Montana integrasse il governo attuale. Brian Nichols, sottosegretario Usa agli affari emisferici, durante un incontro ha chiesto loro di negoziare seriamente con Henry», chiosa il nostro osservatore.

Marco Bello

 1 – �Haitian prime minister had close links with murder suspect, New York Times, 10/01/2022.

 


Nomi e numeri/ Le tappe dello scandalo PetroCaribe

Dove sono i soldi degli haitiani

Da un’ottima idea di Hugo Chávez, quella di aiutare i paesi del Sud con le risorse del Sud, nasce una vicenda di corruzione di proporzioni gigantesche. Essa ci spiega, almeno in parte, perché al popolo di Haiti venga negata la dignità.

Il presidente del Venezuela (1999-2013) Hugo Chávez voleva sviluppare accordi di cooperazione con i paesi limitrofi per aiutarne lo sviluppo. Da questa idea nacque l’accordo PetroCaribe, che permetteva ai paesi firmatari di beneficiare del petrolio venezuelano su una corsia preferenziale.

L’accordo fu firmato nel 2005 da 12 paesi dei Caraibi. All’epoca Chávez non volle firmare con il presidente ad interim di Haiti Boniface Alexandre, in quanto non era stato democraticamente eletto (si trattava di un presidente di transizione, che aveva sostituito Jean-Bertrand Aristide fuggito in esilio nel 2004).

Il giorno dopo l’insediamento di René Préval come presidente, nel maggio 2006, Chávez lo chiamò per proporgli l’accordo. L’ambasciatore Usa ad Haiti, però, fece pressioni affinché non accettasse, pur ammettendo in segreto (rivelano documenti Wikileaks) che l’operazione avrebbe portato un beneficio economico al paese. Dopo una serie di negoziazioni, l’accordo venne firmato nell’ottobre dello stesso anno, per diventare esecutivo a gennaio 2007.

Murale decicato a Jovenel Moise. (Photo by Valerie Baeriswyl / AFP)

Cosa prevede

L’accordo PetroCaribe prevede che il Venezuela fornisca petrolio ad Haiti a un costo pari al 30% di quello del mercato internazionale. Il restante 70% sarà restituito dallo stato haitiano dopo 25 anni, con un tasso di interesse dell’1%. Unico vincolo posto dal Venezuela: che i fondi derivanti dal 70% risparmiato sia impiegato dal governo in progetti di sviluppo, di infrastrutture e di investimento per il paese (strade, scuole, ospedali, ecc.).

Il meccanismo prevede che lo stato acquisisca il petrolio e lo venda alle società private presenti sul territorio, che lo utilizzano per produrre elettricità. In questo modo verrebbero ricavati i fondi spendibili per le opere a favore degli Haitiani.

Per rendere operativo l’accordo, il presidente Préval costituì il Bureau de monetisation de programmes d’aide au développement, Bmpad, (Ufficio di monetizzazione dei programmi di aiuto allo sviluppo) che sarebbe stato l’organo incaricato di gestire i fondi PetroCaribe.

Nell’arco del 2007 i fondi accumulati (il 70%) risultarono essere 197,5 milioni di dollari. A inizio settembre 2008 l’isola fu colpita da quattro forti uragani, che causarono centinaia di morti e distruzione, in particolare nella città di Gonaives. Préval, insieme alla primo ministro Michèle Pierre-Louis, decise di impegnare i fondi PetroCaribe per la ricostruzione.

Cattiva gestione?

I governi che si sono succeduti e hanno impegnato i fondi accumulati da PetroCaribe sono stati i seguenti.

René Préval con primo ministro Jean-Max Bellerive, tre decreti per un impegno totale di 450 milioni di dollari. Il presidente Michel Martelly, succesore di Préval (maggio 2011), con il primo ministro Gary Conille, firmò un decreto il 22 febbraio 2012 per lo sblocco di 220 milioni. Due giorni dopo il primo ministro si dimise. Sarebbe stato sostituito da Laurent Lamothe (imprenditore di una famiglia della ricca borghesia haitiana).

Martelly e Lamothe spesero altri 900 milioni, oltre ai 220 precedenti.

Il presidente Martelly, contestato dalla popolazione, cambiò primo ministro, nominando nel gennaio 2015 Evans Paul, uomo politico di lungo corso, già legato alla sinistra. Durante il periodo Martelly-Paul i fondi PetroCaribe impegnati furono 250 milioni di dollari.

Infine, le elezioni per il successore di Martelly non andarono a buon fine, e venne nominato un presidente di transizione, Jocelerme Privert, che sarebbe stato in carica un anno (da febbraio 2016).

Insieme al primo ministro Enex Jean-Charles, impegnarono 33 milioni del fondo PetroCaribe.

Ad eccezione della prima tranche utilizzate per Gonaives, gli altri fondi diedero origine a progetti «bidone», pagamenti non tracciati, realizzazioni inesistenti.

Altre perdite

Ci sono altri fondi che mancano all’appello. Come detto, il petrolio venezuelano veniva venduto a compagnie private che producono energia (Sogener, e-Power e altre). Queste vendono i chilowattora alla compagnia di stato Eléctricité d’Haiti (EdH). L’EdH, però non pagava i fornitori, per cui questi, a loro volta, non pagavano il petrolio fornito da Bmpad. Questo produsse una perdita secca nell’intero periodo (2008-2016) di altri 600 milioni di dollari.

Infine, sul 30% da pagare subito alla fornitura al Venezuela, il paese di Chávez concesse una moratoria di due anni perché Haiti aveva forti problemi socio economici e di liquidità. Risultò che, di questa parte, solo l’85% venne pagato, mentre il 15% ancora rimane senza tracciamento: circa 200 milioni di dollari statunitensi.

Facendo i conti, dei fondi non tracciabili o spesi in modo dubbio, si raggiunge il valore minimo di 2,653 miliardi di dollari, per il periodo 2008-2016.

Va notato che questa cifra ha lo stesso ordine di grandezza del bilancio annuale del paese caraibico (intorno a 4 miliardi).

La Corte superiore dei conti e dei contenziosi amministrativi (Cscca) di Haiti ha realizzato tre audit finanziari sull’utilizzo dei fondi PetroCaribe che hanno dato origine a tre rapporti: gennaio 2019, maggio 2019 e l’ultimo1, completo, agosto 2020, dai quali sono dedotte le cifre sopra citate. La Corte ha messo in evidenza come «i progetti di investimento e i contratti relativi ai fondi PetroCaribe non sono stati gestiti secondo i principi di efficienza ed economia». La Corte ha lamentato, inoltre, la cattiva cooperazione dei funzionari statali e la mancanza di giustificativi per milioni di dollari.

Il popolo chiede conto

Ancora prima della pubblicazione del primo rapporto, nell’agosto 2018, una mobilitazione aveva preso piede sui social media, sotto l’hastag #PetrocaribeChallenge. La popolazione chiedeva alla classe politica di rendere conto su questi fondi2.

Per assurdo (o cecità di chi governava), il 7 luglio l’esecutivo, spinto dal Fondo monetario internazionale, aveva previsto l’aumento del 50% del prezzo del carburante alla pompa. È stata la scintilla che ha scatenato due giorni di proteste e guerriglia urbana a Port-au-Prince.

Il primo rapporto della Cscca metteva in causa il presidente Jovenel Moise, all’epoca non ancora in carica, per essere al centro dello schema di appropriazione indebita dei fondi, attraverso alcune sue imprese (tra cui Agritrans). La contestazione popolare è divampata in piazza in modo massivo nel febbraio 2019, mettendo a rischio lo stesso presidente3. Tali disordini hanno portato al cosiddetto «payi lok» (paese bloccato, in creolo) negli ultimi mesi di quell’anno, durante i quali la popolazione ha fermato tutte le attività in molte città.

Il fenomeno è andato scemando a inizio 2020 per diversi motivi, dall’arrivo del Covid-19 all’intervento delle gang che impedivano alla gente nei quartieri di uscire di casa e andare a manifestare.

Resta un rapporto di oltre 1.000 pagine, un lavoro esemplare dei giudici della Corte superiore dei conti, che aspetta in un cassetto che i responsabili della gestione, politici al potere e alti funzionari, siano convocati in tribunale per rendere conto.

Marco Bello 

  1. �Audit spécifique de gestion du fonds PetroCaribe. Cour supérieure des comptes et du contentieux administratif. Rapport 3, 12/08/2020.
  2. �#PetrocaribeChallenge, la campagne qui mobilise les haitiens contre la corruption, France24, 15/02/2020.
  3. PetroCaribe scandal: Haiti court accuses officials of mismanaging $2 bln in aid, France24, 18/08/2020.

 


Testimoni/ L’ultima intervista a padre Jean-Yves Urfié

«Bisogna che lascino in pace Haiti»

«Finché [il governo di] Haiti è agli ordini di Washington, la situazione non può migliorare. È un sistema di sfruttamento allo stato puro».

Ho conosciuto Jean-Yves Urfié nel 1995, a Port-au-Prince. Mi avevano parlato di lui, fondatore e direttore dell’unico settimanale in lingua creola (la lingua ufficiale) del paese, Libète. Sacerdote della congregazione dello Spirito Santo, da sempre si occupava di comunicazioni sociali. Mi aveva accordato un’intervista. In seguito ho avuto la fortuna di lavorare con lui al suo giornale.

Arrivato nel 1964 ad Haiti, ne era poi stato espulso da François Duvalier nel 1969. Aveva continuato a lavorare con la diaspora haitiana, prima a Brooklyn, New York, e poi in Guyana francese. Per poi tornare nel paese dei Caraibi a cui avrebbe dedicato la vita.

Nel gennaio dell’anno scorso, gli ho fatto l’ultima intervista sulla situazione del paese. Questa volta per telefono, perché da qualche anno viveva in Francia. Neanche tre settimane dopo, il 9 febbraio 2021, il Covid se l’è portato via all’età di 83 anni. Jean-Yves stava ultimando il suo libro di memorie, una vita che racconta anche la storia di Haiti di oltre mezzo secolo.

Riascoltando l’intervista, trovo una grande lucidità e visione. Ne riporto qui alcuni stralci che aiutano a comprendere l’attuale situazione haitiana.

La presidenza di Jovenel Moise non rischia di trasformarsi in una dittatura?

«È già una dittatura perché il presidente governa per decreto. […] L’opposizione ha cominciato a manifestare contro questo. […]

È soprattutto l’opposizione politica, ma incominciano ad aggiungersi dei movimenti nella società civile perché si rendono conto che alcuni decreti del presidente, sono contro la libertà.

Ad esempio ha creato un’agenzia di servizi segreti i cui membri possono essere armati, e andare dalle persone senza mandato e rendono conto solo al presidente. Una modalità che assomiglia molto ai Macoute del passato. Anche i diplomatici stranieri hanno detto a Moise che è un decreto pericoloso.

I diplomatici stranieri sono, però, molto ipocriti, perché informalmente criticano un decreto, ma non fanno nulla affinché non sia pubblicato.

O meglio, quando vogliono intervenire, lo fanno. Quando non vogliono, dicono che rispettano l’indipendenza del paese. Soprattutto gli Stati Uniti e il cosiddetto Core group».

Ma cosa sta succedendo al movimento popolare?

«Il movimento popolare era più forte nel 2019: avevano bloccato il paese per diverse settimane (si riferisce al payi lok per protestare contro lo scandalo PetroCaribe, vedi box pag. 13, ndr). Ma il problema è che, nell’opposizione stessa, ci sono persone molto simili a Moise, quindi il popolo non ha fiducia in tutti i suoi leader. Inoltre, non riescono a mettersi d’accordo. Per essere efficace, occorre che il movimento sia generale, ma oggi i vari gruppi lottano gli uni contro gli altri. Ci sono quelli che sono più radicali e altri meno, quelli favorevoli al dialogo e altri no. Tra i radicali c’è gente come Yuri Latortue, che faceva parte degli squadroni della morte durante il colpo di stato (parla del golpe di Raoul Cédras, 1991-1994, ndr). È diventato molto ricco grazie a traffici strani. La gente non si fida».

Cosa ne pensi del fatto che sia stato ripristinato l’esercito?

«Questo è un altro pericolo, perché l’esercito è sempre stato contro il popolo, almeno dall’occupazione americana (gli Usa hanno occupato militarmente Haiti dal 1915 al 1934, ndr). Sono loro che hanno riformato le Forze armate d’Haiti durante l’occupazione e questo esercito lavora sempre per gli interessi americani. Nella Costituzione l’esercito esiste, ma aveva una reputazione talmente cattiva che, dopo colpo di stato (di Cédras, ndr), al suo ritorno, Aristide l’aveva eliminato (1994). Da allora tutto il settore macoute (la destra duvalierista, ndr) cerca di rimetterlo in piedi».

Il fenomeno delle gang armate esiste da decenni, ma adesso sembra fuori controllo. Perché?

«Ci sono gang dappertutto, e sono al servizio dei politici. Hanno un grosso arsenale: si parla di 500mila armi leggere che sono entrate nel paese. Latortue e altri politici le ordinano e le fanno arrivare nei porti. E si assiste a una moltiplicazione.

È molto difficile disarmare questi gruppi. È come in Repubblica Centrafricana e altri paesi africani, dove i miliziani non rimettono le armi, neppure con i programmi di demilitarizzazione.

Inoltre tra di loro ci sono poliziotti. A volte si apprende che poliziotti sono arrestati, perché erano coinvolti nei rapimenti. Rapiscono anche gente del popolo. Il loro modo di sopravvivere è utilizzare le armi per fare soldi. Il mezzo più rapido è il rapimento. Chiedono delle somme enormi: uno o due milioni di dollari. Quando non sono pagati, i rapiti vengono uccisi».

(Photo by Reginald LOUISSAINT JR / AFP)
Quali speranze ci sono affinché migliori la situazione sociale ad Haiti?

«Il fondo del problema è un cambiamento di sistema. Non puoi migliorare la situazione ad Haiti cambiando un solo uomo. Fintanto che il sistema resta com’è, ovvero che Haiti è agli ordini di Washingon, non può funzionare. Siamo in pieno sistema capitalista selvaggio: nelle fabbriche le operaie prendono 5 dollari al giorno, un modello di sfruttamento che non può continuare. Questa è la base di tutto. Moise non fa che perpetuare un sistema di disuguaglianze. Finché sarà così, ci saranno le bidonville dove le persone languiscono, bevono acqua sporca, non hanno alcun confort, vivono sotto un tetto di lamiera con 40 gradi all’interno. Sono gli Stati Uniti che hanno le fabbriche al Parc industriel. L’interesse degli Usa per Haiti sono i bassi salari. Una seconda preoccupazione degli americani sono i boat people (migranti sui barconi, ndr) che hanno ripreso a partire. È come un termometro: quando le cose vanno veramente male, i boat people partono.

Gli americani non vogliono i profughi ma vogliono tenere i salari bassi. È un sistema di sfruttamento allo stato puro: “Non siete contenti ma restate a casa vostra, non vi vogliamo da noi, ma voi lavorate per noi”».

Con il presidente Joe Biden le cose potrebbero cambiare?

«Non cambia con i presidenti Usa. Abbiamo avuto Obama e Carter, adesso abbiamo Biden. Anche se non è cattivo come Trump, però rappresenta un sistema pieno di disuguaglianze, che fa la fortuna di Wall Street, il vero simbolo di tutto questo».

Marco Bello

Nota

Jean-Yves Urfié ebbe un ruolo importante nella resistenza al colpo di stato di Raoul Cédras (1991-1994), organizzato dalla Cia (Usa). In quel periodo pubblicò un romanzo contro la dittatura, uscito con lo pseudonimo Paul Anvers, che, se letto in creolo, suona come «pelle all’inverso», in quanto si riteneva haitiano bianco, quindi con la pelle rivoltata.
Paul Anvers, Rizierès de sang, L’Harmattan, Paris, 1992. Ancora disponibile in formato elettronico sul sito dell’editore.

Archivio MC

Cattedrale di Port-au-Prince distrutta nel terremoto del 2010 e mai ricostruita

Appello dei vescovi di Haiti

  • I vescovi di Haiti, il 3 febbraio scorso, hanno fatto un appello pubblico «affinché i protagonisti trovino un consenso il più largo possibile per uscire dalla crisi in modo definitivo, perché è necessario un compromesso storico».

L’ora che viviamo è estremamente grave e particolarmente decisiva, in questo momento irreversibile della nostra storia. Quello che è in gioco è il nostro presente e il nostro avvenire, e dunque la nostra esistenza stessa come popolo, come nazione e come stato. È quindi necessario prendere delle decisioni coraggiose.

Sì, la nostra cara Haiti non ne può davvero più. È stanca, estenuata, sfinita. Ne ha abbastanza di vivere in condizioni totalmente alienanti, umilianti, inumane e disumanizzanti.

È il momento è per l’unità, l’unione che fa la forza, la messa in comune delle nostre idee e dei nostri sforzi. L’ora del consenso nazionale e patriottico per fare uscire definitivamente il nostro paese dalla crisi profonda che perdura da troppo tempo, e che minaccia seriamente la sua stessa esistenza.

È tempo di uscire dalla nostra indifferenza, dal nostro torpore, le nostre paure reciproche. È tempo di raccoglierci in un sussulto morale, patriottico e di cittadinanza, prima che sia troppo tardi.

Di fronte alla situazione drammatica nella quale è precipitato il nostro caro paese, noi, i vescovi cattolici di Haiti, rivolgiamo una volta di più, un appello urgente a tutti i protagonisti che sono sulla scena sociopolitica, affinché trovino insieme un consenso più ampio possibile, che possa condurre all’uscita definitiva dalla crisi, in vista della riconquista della nostra sovranità e di un risollevamento di Haiti.

Noi esortiamo a lavorare insieme, in sinergia, in vista di costruire un avvenire solido e radioso per Haiti, le sue figlie e si suoi figli.

Haitiane e haitiani, noi dobbiamo coniugare tutte le nostre forze, le nostre energie, le nostre intelligenze, nostre risorse e lavorare insieme affinché il 7 febbraio sia un giorno di dialogo, di consenso, e di compromesso storico per l’unità del nostro popolo, la salvaguardia e la trasformazione del nostro paese che si trova sul bordo dell’abisso.

Haitiane e haitiani, mettiamo il bene supremo della Nazione al di sopra di ogni altro interesse personale, per evitare che il nostro paese precipiti nel caos più totale.

Facciamo appello alla coscienza e al senso di responsabilità dei nostri dirigenti, al fine che essi mettano tutto in opera per l’ordine, la pace, la sicurezza e il rispetto delle vite e dei beni sia ristabilito e consolidato. Così prevarranno infine nel nostro paese il diritto e la giustizia.

Ai gruppi armati e ai rapitori che seminano, in totale impunità, la violenza, la paura, il lutto, la desolazione, e la disperazione nelle famiglie haitiane, noi chiediamo di deporre le armi, di rinunciare alla violenza, al rapimento e di smettere di fare colare il sangue delle loro sorelle e fratelli.

Firmato da tutti i vescovi haitiani
(liberamente tradotto dal francese)

 

Haiti
Marco Bello