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Da quaranta giorni, tuttavia, il deserto ti si aggrappa alla gola con un fuoco che ti inquieta (cfr Lc 4,1-13): il sospetto che sia tutto illusione, un vacillare della tua identità. «In questo mondo di fame e violenza, non attenderti il pane dagli uomini. Il pane è finito. Usa le pietre, e non le loro mani, per generare altro pane. La speranza è sfiorita in un pugno di sabbia. Attira tutti a te con la tua grandezza, e mostra loro quanto ignobile è la loro vita perché si convertano alla tua gloria».
«Sempre che tu sia figlio, a condizione che tu davvero sia figlio».
Ma tu lo sai che sei figlio. E che ti è stata data ogni cosa non per la tua gloria, ma per quella del Padre, non per la condanna, ma perché nessuno venga perduto, e perché chi è perduto venga ritrovato.
Da quaranta giorni capita che, di tanto in tanto, per un momento, la voce del vento sia sovrastata da un rombo che sale dalla terra. È il tremore del suolo battuto dai piedi dell’umanità che come atterrita da se stessa, in affanno per conservare la propria vita: «È vero che sei figlio. Allora va.
E, con le tue prerogative, salvali. Ecco tutti i regni della terra. Governali tu, re sapiente e salvatore. Dal trono donerai loro, finalmente, la giustizia, quella che da secoli invocano. E con il tuo potere, non moriranno più».
Ma tu sai che la tua sapienza sta nella piccolezza e non nel potere, nella debolezza e non nella forza, nell’incontro di occhi e non nella costrizione. Tu lo sai che tuo Padre non abita palazzi, ma il cuore dell’uomo, e che la morte non è l’ultima parola sulla vita, ma una porta.
E il vento fa sentire di nuovo la sua voce. Il Padre ama l’uomo come ama te, gli dà il potere di essere suo figlio, come lo sei te.
E tu vieni sospinto tra la gente. Tutto ti è donato. Tutto ti doni.
In questo tempo di Quaresima, buon cammino di abbandono nelle mani dell’Amore da amico
Luca Lorusso
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