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«Ho protestato, ho implorato, ho pianto, ma non c’è stato niente da fare». Enat aveva 13 anni quando la sua famiglia ha deciso di darla in sposa a uno sconosciuto, di 17 anni più grande di lei, in cambio di bestiame.
Erano primi mesi del 2022. Nel distretto dei Dassenech, tribù indigena semi nomade che vive nella bassa Valle dell’Omo, Sud dell’Etiopia, la siccità aveva decimato gli animali e ridotto la famiglia della ragazza in povertà.
«Sono la prima di sette figli nella mia famiglia. Prima della siccità, vivevamo bene», racconta Enat a Raphaël Pouget di Unicef Etiopia due mesi dopo il matrimonio.
«Mio padre aveva un grande allevamento, con più di cento capi di bestiame. Non avrebbe mai accettato di darmi in sposa. Poi, a causa della mancanza dell’acqua e del foraggio, gli animali hanno iniziato a morire, uno dopo l’altro. Ecco perché i miei familiari hanno dovuto arrendersi a lasciare il villaggio e cercarmi un marito. Non era rimasto niente da mangiare; era l’unica soluzione. Con il regalo di nozze, un po’ di bestiame, sono stati in grado di comprare mais e sorgo per sfamare il resto dei miei fratelli e sorelle».
In Etiopia i matrimoni infantili sono vietati dalla legge, ma in alcuni contesti e situazioni, come in quelli di Enat, sono ancora praticati.
Il matrimonio precoce è una delle più diffuse violazioni dei diritti dell’infanzia.
In occasione della «Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze» dell’11 ottobre scorso, l’Unicef ha diffuso dati allarmanti: una ragazza su cinque nel mondo viene data in sposa prima dei 18 anni, oltre 12 milioni ogni anno.
Sono 650 milioni le donne e le ragazze che oggi vivono con il fardello di un matrimonio contratto durante l’infanzia. Di queste, il 31% vive in Africa subsahariana.
Le crisi umanitarie, i conflitti, gli sfollamenti, gli eventi ambientali legati al cambiamento climatico rendono le condizioni delle ragazze ancora più precarie.
Come mostra la vicenda di Enat, la povertà può spingere le famiglie a considerare il matrimonio delle figlie una strategia di sopravvivenza.
«Il matrimonio precoce – scrive l’Unicef – può avere conseguenze gravi e durevoli per la vita per la salute fisica e mentale delle bambine e delle ragazze, aumentando rischi di isolamento sociale, ansia e stress emotivo in un momento in cui l’autolesionismo è una delle principali cause di morte per le ragazze adolescenti fra i 15 e i 19 anni a livello globale».
«La cosa più difficile per me è stata lasciare la scuola – dice ancora Enat -, perché mio marito non voleva che continuassi. Io vorrei diventare un medico. La mia famiglia ha sofferto molto a causa della carenza di servizi sanitari in campagna. Per questo, avrei voluto aprire una clinica per prendermi cura della mia famiglia e della mia comunità. Adesso invece devo solo occuparmi delle faccende domestiche: cucinare, pulire, prendere l’acqua».
Il fenomeno, però, non è inevitabile. Secondo l’Unicef, negli ultimi 25 anni gli investimenti nell’istruzione, le riforme legislative e le misure di protezione sociale hanno contribuito a evitare 68 milioni di matrimoni precoci.
Ne è un esempio un’altra storia raccolta da Unicef, quella di Azida, rifugiata rohingya in Bangladesh, che è riuscita a evitare il matrimonio.
«Avevo 13 anni quando è arrivata la proposta», racconta nel 2025, quando è già quindicenne. «Mia sorella maggiore si era sposata e io avrei dovuto essere la prossima. Le persone della nostra comunità continuavano a dire ai miei genitori che avrei dovuto sposarmi».
Azina, però, frequentava un centro per adolescenti dove aveva sentito parlare del problema delle spose bambine. «Sapevo che, essendo minorenne, non avrei dovuto sposarmi e che farlo avrebbe avuto effetti negativi su di me e sul mio corpo. Le gravidanze precoci possono portare tanti rischi per la salute della madre e del bambino, perfino alla morte».
Un giorno, i genitori di un ragazzo sono andati a trovare la famiglia di Azida per chiederla in sposa. «Ho detto ai miei genitori […] che l’età legale per sposarsi è 18 anni, ma non sembravano volermi ascoltare». Così Azida è andata al centro e ha parlato con la sua istruttrice di cucito che l’ha indirizzata a un’assistente sociale.
«L’assistente sociale ha parlato con [i miei genitori] per spiegare la situazione – continua Azida -. Ha raccontato come una bambina può diventare oggetto di abusi e abbandono […] i rischi di quando si resta incinte in tenera età» e, alla fine, loro hanno deciso di rifiutare l’offerta di matrimonio.
Al momento dell’intervista, Azida frequentava i corsi di ricamo creando abiti per sé e per altri. «Realizzo vestiti, abiti e altri oggetti – dice -. Ora, se qualcuno viene da me e mi dice che i suoi genitori vogliono farlo sposare contro la sua volontà, posso condividere la mia storia per fargli capire che può scegliere diversamente».
Luca Lorusso