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Mondo. Olimpiadi e identità politiche

Le uniformi olimpiche non sono neutre

Nonostante il divieto del Comitato olimpico internazionale di esporre simboli politici durante i Giochi invernali, le uniformi di alcuni Paesi latinoamericani (e non) comunicano identità e messaggi potenti.

A colpi di fashion e messaggi subliminali, la sfilata degli atleti in alta uniforme durante l’inaugurazione dei XXV Giochi olimpici invernali di Milano – Cortina d’Ampezzo, più che un omaggio alla città famosa nel mondo per le sue passerelle di moda, è stata una chiara affermazione di identità e autodeterminazione dei popoli. Dimostrando di fatto che la moda non è neutra.

Nonostante il Comitato olimpico internazionale da sempre vieti l’esibizione di simboli politici durante i giochi invernali, o estivi, alcuni team creativi e sartoriali hanno saputo scegliere tessuti, tagli, ricami e stampe per mandare messaggi inequivocabili attraverso le uniformi ufficiali degi atleti. Attraverso la moda hanno dato voce alla memoria storica e alla cultura dei Paesi rappresentati.

Le uniformi di alcuni Paesi sono diventate, così, un racconto visivo di sovranità e indipendenza che ha valorizzato le culture ancestrali dei territori di origine, troppo spesso cancellate o marginalizzate.

Abbiamo scelto una selezione di quattro uniformi che, tra tessuti tecnici e arte, hanno trasformato la moda in un atto politico.

Haiti

Dipinta a mano da un team di artigiani, e disegnata dalla stilista italo-haitiana Stella Jean, l’uniforme haitiana grida indipendenza, sovranità e orgoglio.

Inizialmente rappresentava Touissant Loverture, una figura centrale della storia haitiana, leader della più grande rivolta di schiavi del continente americano. Una ribellione che portò Haiti a diventare il primo Paese dell’America Latina e dei Caraibi a conquistare l’indipendenza, istituendo nel 1804 la prima repubblica nera.

Di fronte a questa proposta, il Comitato olimpico ha risposto con la censura, in quanto considerava l’immagine del condottiero troppo politica. Tuttavia, la stilista, grazie a un escamotage creativo, ha mantenuto il cavallo sellato del «liberator» così come appare nel quadro di Edouard Duval-Carrié, mantenendo di fatto il riferimento storico e politico e mettendo a tacere la censura.

Haiti partecipa ai Giochi con soli due atleti, Richardson Viano e Stevenson Savart. Entrambi adottati – il primo da una famiglia italiana, il secondo da una famiglia francese -, si sono allenati in Europa e hanno richiesto la cittadinanza haitiana per poter rappresentare il Paese alle Olimpiadi, non correndo per quello di adozione.

Il Paese caraibico non ha le condizioni ambientali né politiche per costruire una squadra di sport invernali, e la presenza della delegazione haitiana a Milano-Cortina ha il sapore della rivincita. È un forma di resistenza e di orgoglio per una popolazione da anni vittima di una profonda crisi economica e di sicurezza, aggravatasi dal 2021, dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse e il collasso dello Stato sotto il controllo delle bande armate.

Nonostante l’assenza di atlete in gara, Stella Jean ha realizzato anche l’uniforme femminile, caratterizzata da ampi cerchi alle orecchie e da un turbante. Il foulard, un tempo imposto alle donne haitiane schiavizzate dai colonizzatori, è oggi rivendicato come simbolo di resistenza al colonialismo e di orgoglio.

Messico

L’uniforme coloratissima dei cinque atleti messicani, realizzata dal marchio sportivo nazionale Charly, porta in passerella l’arte tradizionale del Paese e un chiaro messaggio anticoloniale. I capi si ispirano infatti all’arte tessile preispanica, in particolare ai huipil (tunica tradizionale delle donne indigene, ndr), ancora oggi diffusi nel Sud del Messico, nella regione maya mesoamericana che comprende anche Guatemala, Belize, El Salvador, Honduras, Nicaragua e Costa Rica.

L’uso di tessuti tradizionali in contesti istituzionali e grandi eventi è stato rilanciato anche dalla presidente del Messico Claudia Sheinbaum, che spesso si affida a stiliste di origine indigena, come Claudia Vásquez Aquino, dello Stato di Oaxaca.

Colombia

Anche l’uniforme della Colombia del presidente Gustavo Petro trae ispirazione dai paesaggi naturali e dalla cultura ancestrale del Paese. I motivi richiamano la maestosità della Cordigliera delle Ande e la centralità della Madre Terra, la «Pachamama». Nella cultura andina, le montagne sono Apu, vere e proprie divinità, venerate perché garantiscono l’acqua e quindi la vita.

A completare l’outfit, il sombrero vueltiao, cappello a falda larga iconico della Colombia, originario della cultura indigena Zenú, nelle regioni di Córdoba e Sucre. Un elemento che comunica, ancora una volta, orgoglio per le culture ancestrali e la volontà politica di valorizzarle nello spazio pubblico e internazionale.

Mongolia (non è America Latina, ma…)

L’uniforme più iconica è forse quella della Mongolia, ispirata al Grande impero mongolo. Disegnata dal marchio locale Goyol Cashmere, reinterpreta, in chiave contemporanea, i deel, abiti cerimoniali tradizionali della cultura nomade mongola, con un risultato sorprendentemente chic.

Come nel caso delle uniformi latinoamericane e caraibiche, anche qui la scelta estetica è un omaggio alla cultura ancestrale del Paese e costruisce una narrazione forte e non occidentale. Una presa di posizione che rivendica standard estetici e stilistici non egemonici, nonostante l’abbigliamento tecnico invernale sia solitamente dominato da codici e design occidentali.

Simona Carnino

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