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Guerra latente in Kashmir

L’escalation del conflitto a bassa intensità
L’India ha accusato il Pakistan per l’attentato islamista del 22 aprile scorso nel Kashmir indiano. Nella regione, contesa da 80 anni, il conflitto a bassa intensità tra le due potenze nucleari, si è impennato per alcuni giorni, facendo temere una nuova guerra.

Quando è stato ucciso, Sushil Nathaniel, assicuratore di Indore, stato del Madhya Pradesh, nell’India centrale, era in vacanza con la sua famiglia. Si trovava nello Stato di Jammu e Kashmir, nella regione Nord occidentale del Paese, quella che il ministero del Turismo, a Delhi, presenta come la «Svizzera dell’India».

Era il 22 aprile, e pare che fino agli ultimi istanti, l’uomo abbia dato testimonianza della sua fede cristiana.

L’attentato islamista

Nella valle di Baisaran, vasta area verdeggiante circondata da pini, sulle propaggini meridionali della cittadina di Pahalgam, quel 22 aprile era iniziato come tanti altri giorni: i turisti scattavano foto sui pony, si godevano un picnic sotto il sole, i venditori locali servivano cibo di strada con la semplicità di sempre.

Poi, all’improvviso, un gruppo di terroristi armati hanno aperto il fuoco sulla folla inerme, compiendo uno degli attacchi più gravi contro i civili che il Kashmir abbia visto negli ultimi dieci anni.

Il massacro, attributo a gruppi separatisti di ideologia jihadista con base in Pakistan, ha avuto una connotazione anche religiosa. Jennifer, la moglie di Nathaniel, avrebbe poi riferito che i terroristi armati hanno chiesto all’uomo quale fosse la sua fede. Alla risposta: «Sono un cristiano», gli hanno chiesto d’inginocchiarsi e di recitare il «Kalima» (la professione di fede islamica). Nathaniel ha confessato di non conoscerlo, così gli hanno sparato alla testa a sangue freddo, davanti ai familiari.

Durante il funerale a Indore, il vescovo Thomas Mathew Kuttimackal non ha esitato a usare per lui la parola «martire».

Sushil Nathaniel è stato ucciso con altri ventiquattro uomini indù e con un musulmano che aveva cercato di fermare un terrorista. Altre decine di persone sono state ferite.

Le origini del conflitto

Il massacro ha sconvolto lo Stato del Kashmir, non solo per la sua portata, ma anche per ciò che ha simboleggiato: la rottura di una pace fragile, un colpo devastante per l’economia e il ritorno della paura in una regione che ha visto alternarsi fin dall’indipendenza di India e Pakistan dal Regno Unito, nel 1947, periodi di pace e altri di guerra.

Alle origini del conflitto, una contraddizione storico politica e religiosa: quando, nella partition che sancì l’indipendenza dall’Impero britannico, si decise di dare vita a due nazioni – una per la maggioranza indù, l’India, una a maggioranza musulmana, il Pakistan -, il maharaja che in quel momento guidava il regno del Kashmir scelse l’India. Questo pur andando contro il desiderio della popolazione kashmira, in prevalenza musulmana.

Da lì sorse la conflittualità tra gruppi che, come diceva il Mahatma Gandhi, avevano convissuto per duemila anni «come figli di un’unica madre, la madre India».

Il Kashmir è stato un focolaio di conflitti sin dal 1947, generando quattro guerre aperte tra India e Pakistan (nel 1947-48, nel 1965, nel 1971, e nel 1999) e tensioni persistenti.

Mohammed Taqi, editorialista del quotidiano pachistano «Daily Times», a proposito della strage e delle sue conseguenze, ha scritto: «La guerra per procura cominciata in Kashmir nel 1947 rimane un pilastro della strategia di difesa pachistana». Secondo gli analisti, il conflitto in Kashmir aumenta periodicamente di intensità quando crescono le frizioni fra i due Paesi dotati di arma nucleare, Pakistan e India.

Oggi, la regione è divisa in tre porzioni principali: una è Jammu e Kashmir, amministrata dall’India; un’altra è Gilgit-Baltistan e Azad Jammu e Kashmir, appartenente al Pakistan; la terza è Aksai Chin, controllata dalla Cina dal 1962.

Il Kashimir indiano disponeva di un’autonomia speciale garantita dalla Costituzione del 1947, ma, nel 2019, il governo centrale di Delhi l’ha revocata. Lo Stato, unico a maggioranza musulmana (il 68% su una popolazione locale di 14,5 milioni di abitanti), è divenuto un «territorio dell’Unione», cioè amministrato dal governo federale, tramite un rappresentante dell’esecutivo. Una decisione che ha creato proteste e disordini locali, e ha generato ulteriore senso di distanza e di alienazione nella popolazione dal governo centrale.

Questa situazione ha aumentato l’instabilità interna e i rischi di radicalizzazione violenta, specialmente tra i giovani. Nell’area, infatti, i gruppi jihadisti ed estremisti già in passato hanno proliferato e organizzato attentati.

La diga di Baglihar, nota anche come Progetto idroelettrico di Baglihar, sul fiume Chenab nel distretto di Ramban dello Stato di Jammu e Kashmir. | © Draskd_flickr.com

Un «atto di guerra»

L’attacco terrorista nel Kashmir indiano ha avuto alcuni effetti immediati: sul versante interno, si è registrato il crollo del turismo, e l’aumento della tensione sociale e politica nella regione di confine.

In secondo luogo ha generato una nuova esplosione del conflitto tra le due potenze nucleari,  con conseguenti schermaglie militari lungo la «linea di controllo», la frontiera provvisoria che divide la regione.

Tra i punti nodali messi nuovamente in discussione, anche quello della condivisone delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti. L’India, accusando il governo pachistano di sostenere e foraggiare i gruppi terroristi, ha definito l’attacco del 22 aprile «un atto di guerra», e ha adottato una serie di misure di ritorsione come la chiusura del suo spazio aereo, il ritiro dei visti e dei propri diplomatici dal Pakistan.

Attribuendo la responsabilità al gruppo pachistano Lashkar-e-Taiba, organizzazione designata dalle Nazioni Unite come «terrorista», il Primo ministro indiano, Narendra Modi, ha concesso alle forze armate indiane piena libertà di rispondere all’attentato.

Le forze di sicurezza hanno quindi demolito le case dei militanti sospettati dell’attacco di Pahalgam, mentre l’esercito ha dispiegato truppe nel Kashmir meridionale intensificando arresti nei villaggi vicini.

L’esercito indiano ha dichiarato di aver distrutto nove «campi terroristici» in Pakistan, mentre attacchi con droni hanno raggiunto la periferia di città pachistane ben oltre la regione, come Karachi e Lahore.

Islamabad ha dichiarato che 31 civili sono stati uccisi dagli attacchi indiani e da scontri a fuoco lungo il confine. Dall’altra parte, Nuova Delhi ha aggiunto che almeno 12 suoi cittadini sono stati uccisi dai bombardamenti che anche il Paese rivale, nel frattempo, ha attuato.

Il Pakistan, negando le accuse indiane di un suo sostegno ai gruppi jihadisti, ha chiesto un’indagine internazionale, ma gli eventi sono ben presto degenerati in un’escalation.

Le reciproche rappresaglie hanno fatto temere lo scoppio di una nuova guerra in Asia meridionale. E solo le pressioni della comunità internazionale e la mediazione degli Usa hanno generato una fragile tregua.

Pakistan India preghiera | © Parrocchia Nostra Signora Regina

La preghiera dei bambini

«Consideriamo la tregua tra India e Pakistan come frutto della preghiera dei bambini», ha detto padre Qaisar Feroz, frate cappuccino e parroco alla chiesa di Nostra signora Regina degli angeli, Bhai Pheru, alla periferia di Lahore, nel Punjab pachistano, il cui territorio è stato colpito da bombe indiane, creando grande spavento tra la gente.

Il parroco ha raccontato che, in seguito a quel bombardamento, il 10 maggio, un gruppo di bambini e famiglie si è riunito davanti alla Grotta mariana nella parrocchia di Bhai Pheru.

I frati cappuccini e le suore francescane hanno celebrato con la comunità parrocchiale un rosario per la pace. Alla fine della preghiera, i presenti hanno liberato alcune colombe come simbolo dell’ardente desiderio dei bambini, che reggevano cartelli per dire: «Sì alla pace, no alla guerra».

«Al termine del rosario – racconta il frate – è arrivata la grande sorpresa dell’annuncio del cessate il fuoco tra India e Pakistan.  Ora speriamo che questa tregua regga e che si possa costruire una pace giusta e duratura tra le parti».

La regione del Kashmir pachistano, a livello ecclesiale, è una porzione di territorio dell’arcidiocesi di Islamabad- Rawalpindi. Nel territorio vi è una missione retta dai Missionari oblati di Maria immacolata. I cristiani in Pakistan, hanno detto questi, incoraggiano il dialogo e la pacificazione perché «la violenza è una sconfitta in ogni circostanza e in ogni tempo».

Kashmir Srinagar cattolici | © Diocesi di Jammu-Srinagar

Marce per la pace

Dall’altro lato della frontiera, il vescovo Ivan Pereira, della diocesi indiana di Jammu-Srinagar, ha rimarcato che «i fedeli cattolici del Kashmir hanno pregato incessantemente per la pace nella regione» e «hanno camminato per le strade, accanto agli altri uomini di buona volontà, indù e musulmani, con fiaccole accese per far brillare la fiamma della riconciliazione e della pace».

Con i suoi 9mila fedeli, la comunità cattolica nel Kashmir indiano porta il suo messaggio di pace tra la maggioranza musulmana. Notando «il grave e vile attacco alla sacralità della vita, compiuto su gente innocente che viveva serenamente un tempo di vacanza», il vescovo stigmatizza «il tentativo di quanti vogliono destabilizzare le relazioni tra India e Pakistan», e ricorda la missione della comunità cattolica nello Stato dell’India nordoccidentale: «Portare pace, armonia, fratellanza, e promuovere la dignità di ogni persona, senza distinzioni di cultura o religione».

La comunità cristiana, nella sua articolazione delle diverse confessioni, lo fa, anche e soprattutto, attraverso le scuole che da oltre un secolo accolgono studenti per il 99% musulmani.

La guerra dell’acqua

In seguito all’attacco del 22 aprile, l’India, per rappresaglia, ha riacceso l’antica disputa sulla condivisione delle acque con il Pakistan, inserendo la questione nel pieno del conflitto.

Citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la necessità di far valere i propri diritti ai sensi del Trattato sulle acque dell’Indo, le autorità indiane hanno annunciato la sospensione dei flussi d’acqua dai fiumi orientali – Ravi, Beas e Sutlej – verso il Pakistan.

Firmato nel 1960 grazie alla mediazione della Banca mondiale, il Trattato sulle acque dell’Indo, regola la distribuzione delle acque di sei fiumi del bacino dell’Indo tra India e Pakistan.

Mentre l’India controlla i fiumi orientali, deve consentire ai fiumi occidentali, incluso l’Indo stesso, di scorrere verso il Pakistan. Qualsiasi tentativo di alterare questo equilibrio è stato storicamente considerato un atto provocatorio e illegittimo.

Il Pakistan ha condannato duramente l’iniziativa, definendola «guerra dell’acqua», mentre il Comitato per la sicurezza nazionale di Islamabad ha definito «vigliacca e illegale» l’interruzione o la deviazione dei flussi d’acqua. La decisione dell’India illustra un preoccupante cambiamento: lo sfruttamento dei fiumi come strumento del conflitto.

L’azione dell’India segna una violazione della fiducia in aree già estremamente sensibili dal punto di vista geopolitico.

Tuttavia, anche Nuova Delhi potrebbe ritrovarsi intrappolata nel suo stesso gioco. L’Indo, che si snoda per oltre tremila chilometri, è il fiume più lungo del subcontinente, e nasce nel Tibet cinese, rendendo la Cina un attore chiave nel controllo delle risorse idriche.

Considerando anche il Brahmaputra, altro importante fiume che nasce in Cina irrigando il Nord Est dell’India e si ramifica in Nepal e Bangladesh, la geopolitica regionale dell’acqua è ampiamente influenzata da Pechino, il che espone l’India a una crescente vulnerabilità.

Usare il dominio dei fiumi nella contesa tra nazioni, trasforma «l’oro blu» in fattore politico e geopolitico. Gli osservatori internazionali chiedono una mediazione urgente tra India e Pakistan su questo versante per prevenire una crisi umanitaria su vasta scala.

Shikara. Imbarcazioni per turisti
 | © Scott-Collison_flickr.com

Il crollo del turismo

Migliaia di turisti sono fuggiti dalla valle del Kashmir nel giro di 24 ore dall’attacco del 22 aprile, e le prenotazioni alberghiere sono state cancellate in massa. Negozianti e guide locali, che dipendono interamente dal turismo stagionale, si sono ritrovati senza lavoro.

La zona tutt’intorno a Pahalgam, sempre brulicante di turisti, oggi è deserta. Prima dell’attacco, le stime del governo locale del Jammu e Kashmir indicavano che oltre 3,5 milioni di turisti avevano visitato la valle nel 2024 e il flusso era in crescita.

Le compagnie aeree avevano aumentato il numero di voli, mentre gli hotel stavano ampliando la loro capacità, mentre l’economia locale registrava un incremento.

Ora le shikara, le gondole kashmire, tradizionali imbarcazioni di legno usate per le gite turistiche sui laghi del Kashmir, un tempo affollate di gente, giacciono inutilizzate sulle rive del lago Dal, a Srinagar, in attesa di passeggeri che non arrivano più. I gondolieri stanno a braccia conserte, precipitati nello sconforto.

Negli ultimi anni il turismo era al centro della narrazione di Nuova Delhi per un «nuovo Kashmir»: sicuro, aperto ed economicamente vivace. Campagne pubblicitarie scintillanti e investimenti infrastrutturali miravano ad attrarre visitatori e a segnalare un ritorno alla pace.

L’attentato di Pahalgam, seguito dallo scontro militare tra India e Pakistan, ha gettato un’ombra sul sogno di pace e prosperità del Kashmir. E, ora nonostante la tregua, le ferite interne rimangono aperte e sanguinati.

«Il cessate il fuoco può aver fermato i missili, ma chi fermerà il dolore nei nostri cuori?», nota padre Shaiju Chacko, responsabile delle pubbliche relazioni della diocesi di Jammu-Srinagar, raccontando tutto il dolore della gente kashmira.

Per il popolo del Kashmir, il conflitto indo-pachistano non è solo un conflitto tra due Paesi, ma rappresenta la lotta tra la speranza e la disperazione.

Paolo Affatato

Gli esercitiin campo

Il Kashmir è una delle zone più militarizzate del mondo, con 500mila soldati schierati. È una regione in cui agiscono anche gruppi guerriglieri islamisti di varia provenienza.

Fra i gruppi armati locali, vi sono formazioni che chiedono l’indipendenza, isolati sia da Delhi che da Islamabad; vi sono poi sigle di militanti nati e addestrati in Pakistan e Afghanistan, come «Lashkar-e-Taiba», con membri kashmiri, in nome di un’ideologia panislamica.

Si tratta di gruppi che hanno compiuto attentati terroristici, sostenuti o spesso «infiltrati» dall’intelligence pachistana (anche se Islamabad nega ogni rapporto con loro).

Cronologia

  • 1820 – 1947: l’intero Kashmir è governato dai maharajah indù della dinastia Dogra.
  • 1947: l’ultimo maharajah Hari Singh chiede l’indipendenza. Il territorio è caratterizzato da un’unica lingua, il kashmiri (lingua dardica parlata in India e Pakistan) e dalla religione islamica.
  • 1947: prima insurrezione musulmana a Poonch, l’India invia le truppe e annette il Kashmir.
  • 1962 – 1963: conflitto tra Cina e India per il controllo della parte Nord occidentale del Kashmir, che si conclude con un accordo di spartizione.
  • 1965: seconda guerra indo-pachistana del Kashmir: si infiltrano paramilitari dal Pakistan per favorire una insurrezione nel Kashmir indiano.
  • 1971: terza guerra indo-pachistana. L’esercito dell’India interviene a sostegno dei guerriglieri indipendentisti bengalesi.
  • 1999: quarta guerra indo-pachistana, provocata dallo sconfinamento di truppe pachistane oltre la linea di controllo.

Paolo Affatato

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