Yanomami
Scopri lo straordinario lavoro dei Missionari e delle Missionarie della Consolata con il popolo Yanomami dell’Amazzonia. La convivenza con i vari popoli indigeni del Roraima è stata una grande scuola.
Scopri lo straordinario lavoro dei Missionari e delle Missionarie della Consolata con il popolo Yanomami dell’Amazzonia. La convivenza con i vari popoli indigeni del Roraima è stata una grande scuola.
Conosco personalmente Richardson Viano da qualche anno. L’ho incontrato per la prima volta in occasione della sua partecipazione alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, quando la sua storia iniziava a emergere, oltre il dato sportivo o la curiosità. Da allora il dialogo, con lui e con la sua famiglia, non si è interrotto, e questo mi ha consentito di raccontare oggi un percorso seguito da vicino.
Haiti, del resto, per me non è mai stata un tema o un oggetto di studio: è un insieme di volti, di voci, di strade percorse tante volte, di case in cui sono stato accolto, di legami familiari e affettivi che hanno inciso profondamente nella mia vita. È da questo rapporto diretto e vissuto che nasce il mio sguardo su ciò che accade oggi nel Paese, ed è lo stesso sguardo con cui, da anni, provo a raccontare Haiti: non esclusivamente dall’alto della geopolitica o, peggio ancora, dal «nostro» punto di vista, ma dal basso delle storie quotidiane, delle persone e della loro ostinata capacità di resistere. Proprio come nella mia prima esperienza di pubblicazione (il libro Haiti, l’innocenza violata, Infinito edizioni, 2011), quando, dopo il terremoto del 2010, con l’amico Marco Bello, conosciuto proprio ad Haiti, avevamo raccolto le voci della società civile haitiana, che gridava al mondo la sua fondata preoccupazione sulla mancata ricostruzione fisica e morale del Paese.
Anche nella co-scrittura della biografia di Richardson, accanto alla voce del protagonista, è stato fondamentale l’apporto dello scrittore per ragazzi Alessandro Corallo, con il quale ho condiviso esperienze di volontariato in Haiti. Corallo è, inoltre, padre adottivo di un giovane haitiano.
Haiti oggi è attraversata da una crisi profonda e tragica. Non è una crisi improvvisa: è il risultato di decenni di espropriazione della popolazione, di uno Stato svuotato, di un potere frammentato, di una violenza che ha preso il posto delle istituzioni. Le parole che usiamo spesso – «instabilità», «emergenza», «caos» – rischiano però di anestetizzare lo sguardo. Dietro quelle parole ci sono innanzi tutto vittime, migliaia di vittime. Poi ci sono persone, famiglie, bambini, giovani che crescono senza orizzonti, e una società civile che resiste come può.
In questo contesto parlare di sport può sembrare marginale, quasi fuori luogo. E invece non lo è. Perché lo sport, in un Paese come Haiti, non è mai solo sport. È spazio simbolico, è possibilità di riscatto, è narrazione alternativa a quella dominante della disperazione.
La storia di Richardson Viano va letta esattamente così.
Richardson nasce nel 2002 a Port-au-Prince. Nei primi anni della sua vita conosce la povertà, l’abbandono, l’orfanotrofio. Poi l’adozione, l’arrivo in Francia in una famiglia italiana, la scoperta di un mondo che sembra non avere nulla a che fare con quello da cui proviene: la neve, le montagne, lo sci alpino. Una disciplina che, per immaginario, per accesso economico, per colore della pelle di chi la pratica, è lontanissima da Haiti.
Eppure Richardson sceglie di tornare simbolicamente indietro. Decide di gareggiare per Haiti. Di portare quella bandiera su piste dove non era mai stata. A Pechino 2022, a soli 19 anni, diventa il primo atleta haitiano della storia a partecipare a un’Olimpiade invernale.
A febbraio 2026, partecipa ai Giochi olimpici di Milano Cortina nelle gare di slalom gigante e slalom speciale. Arrivando, in questi secondi, 29° su 92 atleti in competizione. Richardson non vince medaglie, ma rompe un confine. E chi conosce Haiti sa che rompere i confini simbolici è spesso più difficile che superare quelli materiali.

Nel libro Ad Haiti sognavo la neve abbiamo cercato di raccontare proprio questo: non l’eccezionalità individuale fine a se stessa, ma il significato collettivo di una storia personale. È anche la storia di un’adozione, vissuta non come un punto di arrivo ma come un percorso lungo, costellato di domande sull’identità, sulle origini, sul senso dell’appartenenza. Un racconto che può parlare a tanti bambini e ragazzi adottati che, a un certo punto della loro crescita, sentono il bisogno di cercare le proprie radici e spesso faticano a trovare modelli di riferimento nella nostra società. Richardson non è un eroe isolato: è il prodotto di relazioni, di scelte, di sacrifici, ma anche di una diaspora haitiana che, pur tra mille contraddizioni, continua a cercare modi per restituire qualcosa al Paese d’origine. Proprio per questo diventa una figura in cui molti possono riconoscersi e immedesimarsi, perché condivide una storia fatta di distacchi, di passaggi, e di un equilibrio cercato nel tempo.
Lo sport, in Haiti, è da sempre uno dei pochi spazi di riconoscimento nazionale condiviso. Il calcio, soprattutto. Non è un caso che la recente qualificazione della nazionale haitiana ai prossimi Mondiali abbia avuto un impatto emotivo enorme, dentro e fuori dall’isola. In un Paese senza presidente, senza parlamento funzionante, senza sicurezza, quella qualificazione ha rappresentato una rara, fragile, ma reale forma di unità.
Richardson si inserisce in questa stessa traiettoria simbolica.

La sua figura parla ai giovani haitiani, e non solo, in modo diretto: non promette soluzioni facili, non nasconde la fatica, non cancella le disuguaglianze. Racconta però che esistono percorsi non lineari, che l’identità non è una gabbia, che si può appartenere a più mondi senza tradirne nessuno.
Questo è un messaggio profondamente politico. In un Paese dove la politica è percepita come assente o distante, corrotta, violenta, lo sport diventa uno dei pochi linguaggi ancora credibili. Non perché sia puro, ma perché è comprensibile, visibile, concreto. Si vince o si perde davanti a tutti. Si cade e ci si rialza sotto gli occhi di tutti.
Oggi molte eccellenze sportive haitiane crescono fuori dal Paese. Anche la nazionale di calcio si è allenata e ha disputato le partite casalinghe negli Stati Uniti. Molte altre figure di rilievo sono espressione della diaspora o di origine haitiana, come la tennista Naomi Osaka, alcune stelle del calcio femminile, dell’Nba e del baseball.
Altre storie sono simili a quelle di Richardson, con uno sforzo personale enorme per costruire e coprire i costi della carriera sportiva. Come lo sciatore fondista Stevenson Savart, esordiente olimpico proprio a Cortina nello sci di fondo con grande attenzione mediatica, adottato in Francia, o lo skater Gasny Pierre Louis, che vive in Cile.

Tutto ciò non riduce, anzi rafforza, il valore simbolico di queste esperienze: sono storie che tengono vivo un legame, che mostrano possibilità, che offrono a un’intera comunità un’immagine diversa di sé e del proprio futuro.
Haiti non riesce al momento a sviluppare talenti in casa o rendere lo sport accessibile a tutti. Non solo per l’invivibilità e l’instabilità che segnano la vita quotidiana nel Paese, ma anche per la cronica carenza di fondi, infrastrutture e programmi sportivi strutturati. In questo contesto diventa evidente quanto sarebbe decisivo poter investire sul territorio. Le scuole, i centri educativi, le attività sportive di base dovrebbero esistere o resistere nei quartieri di Port-au-Prince e nelle province, perché servirebbero a restituire senso, a costruire immaginari alternativi a quelli delle gang armate, che oggi rappresentano, tragicamente, una delle poche forme di potere organizzato visibile.
In questo senso, il percorso di Richardson non è un’anomalia folkloristica da raccontare con stupore esotico. È una storia che interroga direttamente chi si occupa di cooperazione, di politica internazionale, di solidarietà. Ci chiede se siamo capaci di vedere Haiti non solo come luogo di emergenza permanente, ma come spazio di soggetti, di talenti, di possibilità.
Anche la scelta estetica delle divise olimpiche haitiane va letta così. Non come semplice operazione di immagine, ma come affermazione culturale. Portare sulle piste alpine i colori, i simboli, la pittura naïf haitiana significa dire: esistiamo, siamo qui, non come problema ma come cultura viva. In un mondo che spesso concede visibilità ad Haiti solo quando c’è un terremoto, un uragano o un massacro, questa presenza ha un valore politico enorme.
Naturalmente lo sport non può sostituire la politica. Non può fermare la violenza, ricostruire lo Stato, garantire diritti. Ma può fare una cosa fondamentale: tenere aperta una crepa nell’immaginario della rassegnazione. Può ricordare che Haiti non è solo il luogo dove «tutto va male», ma anche un Paese che continua a produrre senso, bellezza, resistenza.
Scrivere oggi di Richardson Viano, per me, significa questo. Raccontare Haiti dal punto di vista di chi la vive, la ama, la soffre, senza indulgenza e senza pietismo. Significa riconoscere che anche una discesa tra i pali può diventare un atto di dignità collettiva. E che, in un Paese attraversato da una crisi senza fine, ogni gesto che restituisce possibilità di futuro, per quanto fragile, merita di essere preso sul serio.
La storia di Richardson Viano funziona perché non è irraggiungibile: non racconta un’eccezione da ammirare a distanza, ma un percorso fatto di domande, di cadute, di ripartenze. È una storia che può parlare a molti, soprattutto a chi cresce con identità plurime, a chi è stato adottato e a un certo punto sente il bisogno di capire da dove viene, a chi cerca un volto in cui riconoscersi senza sentirsi fuori posto.
Ad Haiti sognavo la neve nasce con questa intenzione: restituire complessità senza togliere umanità. In un tempo in cui Haiti è spesso raccontata solo attraverso la violenza e la perdita, fermarsi su una storia come questa significa scegliere di guardare anche ciò che resiste, ciò che prova a immaginare un futuro, ciò che prima di essere realizzato deve essere sognato. Ed è forse da qui, da questi piccoli segni di possibilità, che può ricominciare un racconto diverso del Paese.
Alessandro Demarchi

Infine è arrivato il 7 febbraio 2026. Data simbolo per Haiti, perché in quel giorno, quarant’anni fa, nel 1986, un sollevamento popolare organizzato cacciò Jean-Claude Duvalier, facendo cadere una sanguinosa dittatura famigliare, iniziata nel 1957. Quest’anno doveva essere la data dell’insediamento del nuovo presidente (l’ultimo eletto, Jovenel Moise, è stato assassinato il 7 luglio 2021), in sostituzione del Consiglio presidenziale di transizione (Cpt). Il Cpt è un organo ideato dal Caricom (Organizzazione degli stati dei Caraibi), riunitosi con Usa, Canada, Francia e Ue a Puerto Rico nel marzo 2024. Riunione su Haiti alla quale, però, non ha partecipato alcuna delegazione haitiana.
Le condizioni per realizzare delle elezioni nel Paese caraibico però non ci sono ancora. Il territorio è frazionato e controllato da bande criminali, armate di tutto punto con equipaggiamenti che arrivano, attraverso vie illegali, dagli Stati Uniti.
Il Cpt, composto da sette membri, che ha svolto dal 25 aprile 2024 il ruolo di presidente, cessa di esistere. La più alta carica dello Stato – ma anche l’unica – diventa, quindi, il primo ministro di transizione, Alix
Didier Fils-Aimé alla guida del Governo, anch’esso di transizione, dall’11 novembre 2024.
Fils-Aimé il 7 febbraio ha fatto un discorso ufficiale, per suggellare il passaggio. Ha promesso la riconquista del territorio, la neutralizzazione delle gang criminali, e la tenuta di elezioni libere. Specificando che lo Stato si impegna a non influenzare la consultazione e a garantire un trattamento egualitario dei candidati. Ha ricordato che la transizione non è completata e continua ad avere come missione il ritorno a una situazione di sicurezza e a un regime democratico.
Per questo, ha continuato, sono mobilitate polizia, Forze armate e la nuova Forza di repressione delle gang (Frg). E, soprattutto, ha fatto appello all’unità della nazione.
La realtà sul terreno, però, è catastrofica. Oltre alla quasi totalità della capitale Port-au-Prince, le gang controllano diverse città e comuni dei dipartimenti Ovest, Artibonite e Plateau central, nonché le principali arterie stradali. In questo modo hanno il controllo anche sui trasporti e, quindi, il commercio di una vasta zona del paese.
Secondo l’ultimo rapporto della Binuh (Ufficio delle Nazioni Unite ad Haiti), da gennaio a novembre 2025, sono stati oltre 8.100 gli omicidi causati dai gruppi armati. Anche la pratica del rapimento a scopo di estorsione continua da parte delle gang, e vede una recrudescenza nelle ultime settimane. Secondo il Binuh, durante il 2025 sono 647 i rapimenti ufficialmente censiti.
La Frg è un’iniziativa dell’amministrazione Trump. Istituita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2025 e dichiarata operativa l’ottobre successivo, sarà completamente dispiegata solo entro ottobre 2026. Di fatto, oggi, è ancora inconsistente. Ha sostituto la Missione multinazionale d’appoggio alla sicurezza (Mmas), comandata dal Kenya che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi fissati. La nuova forza scaturisce da un cambio di strategia della comunità internazionale, ovvero non limitarsi all’appoggio alla polizia nazionale, ma combattere le gang, oltre che messa in sicurezza delle infrastrutture, e operare per la tenuta di elezioni nel Paese. È previsto che arrivi a avere un effettivo di 5.500 militari e 50 civili. Come già la Mmas, anche la Frg non è sotto l’egida dell’Onu, che però ne ha approvato il mandato con un voto al Consiglio di sicurezza il 30 settembre 2025.
Un’operazione offensiva a carattere militare, quindi, non una forza di polizia, abilitata a operare in modo indipendente dalle autorità haitiane. Sarà coordinata da un Ufficio di appoggio per Haiti, basato a Port-au-Prince, che dovrà gestire le questioni logistiche e amministrative.
La Frg sarà in parte finanziata dal fondo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
I costi stimati della missione e dell’Ufficio di coordinamento sono circa di un miliardo di dollari all’anno. Fondi, però, ancora da trovare. Come anche i Paesi che parteciperanno con l’invio di truppe.
Sul piano politico, il 21 e 22 febbraio si è tenuta la cerimonia di firma del «Pacte national pour la stabilité et l’organisation des élections» (Patto nazionale per la stabilità e l’organizzazione delle elezioni). Il patto, voluto dal Governo di Fils-Aimé (che lo ha presentato al pubblico il 23 febbraio), è stato firmato da alcuni partiti politici e associazioni della società civile, con il benestare dalla Binuh.
Il suo obiettivo è creare condizioni di stabilità al fine di arrivare alle elezioni. Diverse formazioni politiche, tuttavia, sono contrarie non lo hanno sottoscritto.
Intanto, il 3 marzo, il premier Fils-Aimé ha presentato un nuovo esecutivo, ottenuto con un pesante rimpasto del precedente. Un ennesimo patto, una ulteriore forza militare straniera che non si riesce neppure a dispiegare, miliardi di dollari da trovare. La storia di Haiti pare, quanto mai, drammaticamente ciclica.
Marco Bello

Mai abituarsi alla guerra. Da alcune settimane l’Ucraina è entrata nel quinto anno d’invasione da parte della Russia di Vladimir Putin. La popolazione ha appena passato un inverno particolarmente duro perché le azioni belliche, intensificate con l’obiettivo di distruggere le infrastrutture energetiche, hanno puntato direttamente alla popolazione. Una guerra indirizzata ai civili, dunque, in modo diretto (con le bombe) e indiretto (con il freddo e le privazioni).
Mentre scriviamo, si è pure scatenato l’attacco totalmente illegale da parte di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. In flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite (articolo 2), senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa (articolo 51). Un attacco diretto alle Nazioni Unite già debilitate (si veda l’articolo nella rubrica Cooperando). La mossa di Trump, inoltre, aggira l’autorità costituzionale del Congresso degli Stati Uniti, il cui voto è necessario per una dichiarazione di guerra, a meno di attacco contro gli Usa o minaccia di un attacco imminente. Intanto, è partito il macabro conteggio delle vittime civili nella nuova guerra.
Israele, da due anni e mezzo, punta in modo sistematico alla popolazione della striscia di Gaza, uccidendola, oltre che con i proiettili dei cecchini e le bombe degli aerei, per fame, per malattia, per freddo (mentre Hamas usa la gente come scudi). Continua l’occupazione della Cisgiordania e attacca ancora il Libano distruggendo e uccidendo.
Sono guerre fuori da ogni regola, nelle quali gli eserciti si concedono tutto. Nonostante oggi la guerra ibrida e l’uso dei droni diano l’illusione di guerre meno cruente. Restano le trincee e le linee rosse (o gialle) invalicabili. Mentre il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra paiono retaggi del passato.
Poi ci sono le guerre che si dimenticano semplicemente perché i media non ne parlano.
Il conflitto in Sudan, questo mese, compie tre anni. È descritto dalle agenzie dell’Onu come la più grave catastrofe umanitaria odierna, con oltre 12 milioni di sfollati. Guerra civile, ma in realtà guerra internazionale, con l’implicazione di Emirati arabi uniti, Egitto, Russia, Iran, Turchia. Anche qui, l’assedio e poi la caduta della città di Al Fashir (capoluogo del Nord Darfur) a fine ottobre 2025, ha mostrato rappresaglie e violenze inenarrabili contro i civili. Ma poco è stato e viene raccontato sui media cosiddetti mainstream.
Così come avviene per le guerre nel Sahel. In Burkina Faso, a metà febbraio, si è svolta la più grande offensiva, condotta su vari fronti e in diverse provincie, dei gruppi jihadisti di Jenim, legati ad al-Qaeda. Ha coinvolto centinaia di combattenti e ha portato alla morte di oltre 180 persone in pochi giorni, molte delle quali civili.
Le guerre sono anche circondate da false informazioni, oggi favorite da due elementi: la facilità di diffusione tramite social media (che non sono mezzi di stampa e quindi non sono verificati) e la possibilità di fabbricare notizie, foto e video, attraverso un largo uso dell’intelligenza artificiale. Immagini create ad hoc e diffuse in rete attraverso le piattaforme social, sembrano reali e inducono a credere ad avvenimenti mai accaduti e a orientare l’opinione pubblica.
Mai abituarsi alle guerre, mai dimenticare. Informarsi, anche se è difficile. Viviamo in una società sovraffollata di notizie, ma solo di quelle che ci vogliono dare.
Per avere un’informazione plurale e dettagliata, su alcuni temi o Paesi, occorre cercare, leggere i media alternativi. Proprio come MC. Media che non sono in mano a potenti gruppi economici portatori di interessi, ma sono realizzati dal basso, dalla società civile. Come quelli di cui ci racconta Andrea Saroldi nella rubrica «La legge della solidarietà» di questo numero.
La scelta su come informaci è un’opzione che possiamo ancora scegliere.
Felice Pasqua a tutte e tutti.
Marco Bello,
direttore editoriale

In una conferenza stampa, il 30 marzo, Cheng Li-wun, la presidente del partito Kmt (Kuomintang, l’ex partito unico di Chang Kai-shek), ha dichiarato di aver accettato con entusiasmo l’invito del presidente cinese Xi Jinping a guidare una delegazione in visita alla Repubblica popolare cinese (Rpc). Come riporta il Taipei Times, Cheng ha detto che spera di promuovere sviluppi pacifici nelle relazioni intra stretto che portino a stabilità nello Stretto di Taiwan. Il braccio di mare che separa l’isola dal continente, con una larghezza minima di circa 130 km, è presentato dagli analisti come un punto nevralgico della geopolitica mondiale e, talvolta, dai media internazionali, come luogo più pericoloso del mondo.
Il Kmt, attualmente all’opposizione, ha posizioni più filocinesi e meno autonomiste rispetto al Partito democratico progressista (Pdd), dell’attuale presidente Lai Ching-te, in carica dal maggio 2024.
Avvicinare le due sponde
La visita della delegazione è quindi da inquadrare in una strategia di Xi di avvicinamento soft tra le due sponde, in vista della riunificazione agognata da Pechino.
Cheng ha detto di voler migliorare le relazioni intra stretto basandosi sul cosiddetto «consenso del 1992». A fine ottobre quell’anno i delegati della Repubblica popolare (del Partito comunista cinese, Pcc) e quelli della Repubblica di Cina (del Kmt)), incontratisi a Hong Kong definirono il principio di «unicità della Cina», valido per entrambi i lati dello stretto. Di fatto, ognuna delle due parti riconosceva una sola Cina, ma ogni soggetto gli attribuiva un significato diverso. Il «consenso» è tuttora valido e spesso richiamato.
Il presidente e segretario generale del Pcc, Xi Jinping, ha invitato la delegazione del Kmt a visitare le città di Jiangsu, Shanghai e Beijing (Pechino) tra il e 7 e il 12 aprile. Un invito che vuole promuovere lo sviluppo pacifico delle relazioni Pcc-Kmt e intra stretto, ha affermato il direttore dell’Ufficio per gli affari taiwanesi di Pechino, Song Tao.
Il 14-15 maggio, sarà la volta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a volare in Cina su invito di Xi Jinping.
Marco Bello
Hsinchu. Suor Jocelyn Arevalo ci accoglie con un largo sorriso. È una persona minuta e piena di vitalità. Parla inglese in modo fluente. Chiamata da tutti suor Joyce, è filippina, e da oltre 25 anni vive e lavora a Taiwan. La sua congregazione, le suore agostiniane di Nostra Signora della consolazione ha avuto origine a Manila, all’inizio del secolo scorso.
Lei è la responsabile della pastorale dei migranti della diocesi di Hsinchu, che copre una vasta zona a Sud della capitale Taipei. Subito ci invita a entrare nel palazzo sede del Hsinchu catholic migrants and immigrants service center, centro servizi per migranti, il maggiore dei tre che gestisce la diocesi.
Qui ci presenta Lydia Nieh, la supervisionatrice dei casi, ovvero colei che coordina tutti gli operatori (case workers) che lavorano con le persone assistite dal centro. Questi seguono ogni «caso», appunto, singolarmente. Lydia è anch’essa una immigrata, nata in Myanmar, di etnia cinese. Infine, suor Joyce ci introduce alla direttrice del centro, Gracie Liu, taiwanese.
Le tre donne, di tre origini diverse, paiono piuttosto affiatate.
Suor Joyce prende subito la parola: «Questo centro, che ha celebrato 27 anni di attività, non realizza solamente il lavoro pastorale con i migranti, ma è un vero centro servizi per loro. Certo forniamo il nostro accompagnamento per la crescita spirituale dei lavoratori migranti, ma anche un aiuto emotivo, psicologico e fisico. Ad esempio, organizziamo la messa nelle diverse lingue in cattedrale. E – continua la religiosa – facciamo consulenza per i casi di depressione, ricerca della famiglia, o diversi altri problemi pratici che possono incontrare. Inoltre, quando necessario, offriamo letti e docce in dormitori. Più in generale, difendiamo i diritti dei migranti».

Taiwan è uno dei pochi Paesi ad alto reddito nella regione, per questo motivo è meta ambita di migranti dalle varie nazioni limitrofe. Il centro diocesano si occupa dei lavoratori migranti più bisognosi: «Qui vengono soprattutto filippini, vietnamiti, indonesiani, e thailandesi – continua suor Joyce -. Molti filippini lavorano nelle fabbriche dei semiconduttori, al Science park di Hsinchu (vasta area industriale dove sono presenti i maggiori stabilimenti di semiconduttori al mondo), perché sono favoriti dal fatto che parlano inglese. I vietnamiti sono molto bravi nelle costruzioni e sono impiegati nei cantieri. Le donne indonesiane trovano lavoro come care giver presso le famiglie». Gli uomini di varie nazionalità, inoltre, lavorano anche in agricoltura e nella pesca.
«Il vescovo, monsignor Lee, ci supporta molto, è coinvolto con il nostro lavoro, e noi lo aggiorniamo sempre sulle attività del centro.
Tra tutte le diocesi di Taiwan, possiamo dire che quella di Hsinchu ha i centri migranti meglio organizzati. Ce ne sono tre, di cui uno dedicato ai vietnamiti in Taoyuan».
Abbiamo incontrato monsignor John Baptist Lee Keh-mien alcuni giorni fa. Ci ha informati sul fatto che molti migranti frequentano le parrocchie e che lui sta incoraggiando sacerdoti e religiose dei Paesi di maggiore immigrazione a venire a lavorare in diocesi, in modo da ridurre le barriere linguistiche e culturali.
Ci ha, inoltre, raccontato della sua preoccupazione per i lavoratori senza documenti, e di come, talvolta, la polizia venga a cercarli durante la messa.
Secondo lui, «l’economia di Taiwan ha bisogno di questi lavoratori, ma quelli senza documenti vengono sfruttati perché pagati di meno».
Lydia prende la parola: «Assistiamo ogni migrante personalmente. Innanzitutto verifichiamo se ci sono state delle violazioni dei suoi diritti. Per fare questo cerchiamo di capire se dicono la verità, poi registriamo il caso e chiamiamo i servizi governativi. In Taiwan c’è il numero telefonico dedicato alla protezione dei lavoratori migranti. Questi possono chiamare il numero e trovare un operatore che parla la loro lingua. Li incoraggiamo a chiedere assistenza e li aiutiamo nella negoziazione, se necessario.
Abbiamo anche delle strutture per dare loro un aiuto diretto. Possiamo fornire un letto e una doccia, se ne hanno bisogno. Di solito le fabbriche che impiegano questi lavoratori, mettono a disposizione dei dormitori. Mentre i lavoratori domestici dormono a casa del datore di lavoro. Nel caso non potessero, ad esempio per conflitti con il datore stesso, possono venire qui».
I posti a disposizione nel centro sono sessantadue e gli ospiti stanno mediamente uno o due mesi, ma in alcuni casi possono stare anche per tempi più lunghi.

Particolare importanza è data ai casi di vittime di traffico di persone. «Esistono degli intermediari illegali che vanno nei Paesi di provenienza e propongono ai potenziali migranti un lavoro, dicendo che è previsto un alto salario – spiega Lydia -. Questi partono, e l’intermediario li propone per dei lavori presso suoi clienti che di solito, però, non sono quelli pattuiti. Ad esempio, le lavoratrici domestiche vengono trattenute e quasi segregate. “Puoi guadagnare più soldi”, dicono loro, “sei già qui, perché no”, e restano imbrigliate. Talvolta sono salvate dalla polizia.
In altri casi il datore di lavoro usa falsi contratti, chiede ai lavoratori di venire a Taiwan e poi li dirotta su altre società.
Lydia racconta di un caso accaduto circa tre anni fa: «È successo che a una ventina di uomini vietnamiti, l’intermediario avesse parlato di una ditta inesistente, mostrando documenti falsi per farli venire dal Vietnam. Quando i lavoratori sono arrivati a Taiwan, l’intermediario li ha portati a una compagnia differente da quella prevista, dicendo loro che potevano lavorare lì. Ma i migranti non avevano il permesso di lavoro, e non hanno ricevuto alcun contratto, iniziando quindi un lavoro con un salario ridotto in quanto essi erano “illegali” nel Paese».
La vicenda è venuta poi alla luce perché uno dei vietnamiti, stufo di essere sfruttato, è andato dalla polizia. «Gli agenti hanno investigato per sei mesi, trovando, infine, un gruppo di ventuno lavoratori migranti senza documenti e sfruttati. Li hanno portati al nostro centro chiedendoci di dare loro rifugio».
Se sono ingressi illegali, come normalmente capita in questi casi, e sono riconosciuti come casi di traffico di persone, i migranti ottengono uno status legale, e il permesso di lavorare.
«Per quanto riguarda le persone prive di documenti, le aiutiamo per pratiche varie, ma anche, per esempio, per andare all’ospedale. La diocesi di Hsinchu gestisce, infatti, il Mercy hospital. Il Governo chiede la segnalazione alla polizia dei migranti senza documenti. In alcuni ospedali lo staff rispetta questa regola. Ma nell’ospedale della diocesi non si fa. Se i migranti hanno un incidente sul lavoro, ci chiedono aiuto, e anche se sono senza documenti, noi li assistiamo. Ma se vanno davanti a un giudice, questo li fa arrestare. Quindi, talvolta diciamo loro di andare prima dalla polizia a dichiararsi spontaneamente».
Gracie, la direttrice del centro, ci fa il punto su alcune attività: «Sovente i migranti non capiscono i documenti e non sanno dove firmare, ad esempio i contratti di lavoro. Tutto è scritto in lingua cinese e non ci sono traduzioni.
Gli intermediari, o i datori di lavoro, dicono loro di firmare. Ma loro non si sentono sicuri».

«Da quando abbiamo scoperto questi problemi, il nostro ufficio ha organizzato gli Education assistance groups (gruppi di educazione e assistenza). Si tratta di gruppi di lavoratori immigrati, già stabilizzati, in particolare filippini. Alcuni di loro sono i nostri leader in cattedrale per la pastorale internazionale delle comunità cattoliche.
I gruppi di educazione e assistenza responsabile offrono formazione ai gruppi di migranti arrivati da poco. Questo lo si fa con cadenza mensile.
Per qualsiasi tipo di problematica incontrino i migranti, noi cerchiamo di dare loro una formazione adeguata. Lo facciamo in cattedrale, ma anche in diverse chiese della diocesi. Numerose sono le comunità filippine e indonesiane.
Il gruppo di educazione è anche un modo per fare sapere ai lavoratori migranti che in questa diocesi esiste un centro che può aiutarli. È un lavoro di sensibilizzazione», continua Gracie.
«Come canale informativo usiamo anche due pagine Facebook, una del centro e l’altra della cattedrale. Qui riceviamo commenti, domande, in diverse lingue.
Quando vediamo qualche messaggio, intervengono i nostri operatori delle diverse nazionalità, in modo che possiamo sempre assicurare una risposta in ogni lingua. Anche per questo ci chiamano per assistenza».
Suor Joyce spiega: «In cattedrale abbiamo due messe la domenica e, talvolta, subito dopo la funzione, qualche lavoratore migrante viene a farci delle domande, se ci sono questioni che non capiscono. Io chiamo la direttrice, anche se è domenica. Ecco perché siamo sempre disponibili 24 ore su 24 e 7 giorni su 7.
Di solito facciamo una breve formazione di quindici minuti con i membri dei gruppi di educazione e assistenza prima della messa, sulle questioni più importanti.
Ad esempio, c’è stato un periodo nel quale davamo informazioni sull’uso delle moto, perché i migranti non conoscono il codice stradale di Taiwan e vengono fermati sovente dalla polizia. Nelle Filippine si guida in maniera molto differente.
Questa è educazione pratica. Aiutiamo anche su questioni riguardanti i soldi, ad esempio sui prestiti che spesso nascondono truffe. Un lavoro preparatorio è fare delle riunioni nelle quali gli animatori di questi gruppi di educazione discutono su come sia meglio agire a fronte di vari eventi. Le loro esperienze personali di ex migranti aiutano molto.
Con la direttrice e Lydia discutiamo una volta al mese insieme ai nostri case workers, per parlare di quali sono i casi, e di quali sono le cose che dobbiamo fare per loro.
C’è sempre un lavoro di squadra, una discussione, affinché il nostro centro dia un servizio migliore. Una difficoltà è data dal dovere interagire con molte nazionalità differenti», conclude suor Joyce.

I tre centri migranti della diocesi di Hsinchu fanno parte del Migrant empower network di Taiwan (Men), una piattaforma di tutte le organizzazioni che si occupano di migrazione.
«Ci si ritrova a discutere quali sono i temi più importanti per i migranti – ci racconta suor Joyce -. Ogni due anni abbiamo un raduno internazionale sulla migrazione, durante il quale si discute, in particolare, un tema. L’ultimo è stato “abolire il sistema degli intermediari”, cioè quelle persone che reclutano all’estero gente da sfruttare, perché essi creano molti problemi ai migranti.
Abbiamo cercato di rispondere ad alcune domande: come prendono i soldi ai migranti? E qual è il punto di vista del Governo di Taiwan?
Stiamo continuando la lotta su questo. E migranti da diversi Paesi e Ong si ritrovano in questi incontri».
Al centro, i migranti possono frequentare corsi di lingua cinese, di musica, o chiedere counseling ai case workers, fare incontri. Ma anche seguire formazioni per le care giver, e altre sulla legislazione, o su come collaborare con i datori di lavoro e come trovare un impiego, impostando correttamente un colloquio di selezione. Il centro mette a loro disposizione svariate attività. Essi vi soggiornano quando aspettano un lavoro, e lo attendono con impazienza, perché le loro famiglie nei Paesi di origine hanno bisogno di soldi. In alcuni casi, i migranti attendono il permesso di lavoro oppure il rimpatrio.
«Anche se il nostro centro è cattolico, noi non facciamo distinzione di religione. Incoraggiamo i migranti a pregare ciascuno nel proprio credo, a frequentare la propria chiesa, o culto. Anche il nostro staff non è affatto tutto cattolico.
Inoltre, la diocesi organizza incontri tra le varie religioni, con protestanti, buddhisti, taoisti», conclude suor Joyce, facendo riferimento alla grande pluralità religiosa che si vive a Taiwan. Alla fine del nostro incontro, le tre leader ci portano a visitare i locali del centro. Ci incuriosisce una saletta all’ingresso della quale c’è un cartello: su sfondo verde è disegnato il simbolo di una moschea stilizzata, e sono scritti i testi «muslim prayer room» in inglese, sala di preghiera in bahasa indonesia e in cinese. Un piccolo grande esempio di accoglienza.
Marco Bello

Incontriamo suor Maristella Piergianni, missionaria del Sacro costato. La sua è una congregazione di spiritualità ignaziana, fondata a Gravina di Puglia (Bari) da Eustachio Montemurro nel 1908 (cfr. MC luglio 2025).
Suor Maristella vive a Taiwan dal 1965 e ha 83 anni, ma ne dimostra dieci di meno. Siamo al centro Social welfare foundation san Giuseppe, un palazzo moderno di cinque piani nel centro cittadino. È un luogo nel quale ci si occupa di disabilità.
La religiosa ci presenta Monica Lin, la direttrice del centro, e ci racconta l’origine di quest’opera: «Nel 1975 era parroco qui a Hsinchu un padre gesuita ungherese, Stefano Jasko. Un giorno vide un ragazzo con disabilità aggirarsi per le strade senza una meta, ed ebbe l’intuizione di accoglierlo. Ha iniziato così a raccogliere ragazzi che nessuno voleva negli edifici della parrocchia. Alcune famiglie tenevano i ragazzi segregati in casa perché ne avevano vergogna. La voce si è sparsa, così sono arrivati altri disabili fisici e mentali. I ragazzi sono diventati tanti e c’è stata la necessità di creare un centro adatto per loro».
Suor Maristella ci spiega, inoltre, che per alcuni decenni il centro è stato in un altro edificio, nella parrocchia di san Giuseppe, poi, circa undici anni fa, è stato costruito il palazzo nel quale ci troviamo, realizzato con tutti i criteri per le disabilità fisiche.
Qui sono seguite un migliaio di persone, di tutte le età, dai bambini piccoli agli adulti. Ma non è un centro residenziale. Alcuni vivono a casa dei genitori, altri in case famiglia. C’è anche un dormitorio legato al centro in un’altra struttura.
Suor Maristella parla con noi in italiano e si confronta con la direttrice in cinese, in entrambe le lingue ha lo stesso simpatico accento del Sud Italia.
«Qui è come una scuola, dove ci sono molteplici attività per ragazzi e adulti, ma tutte diurne. Ognuno però è seguito singolarmente in tutto il suo percorso. Alcuni di loro lavorano, secondo le proprie capacità. Facciamo in modo che possano essere autonomi, quando possibile. Poi ci sono quelli più gravi, che non possono lavorare».
Il centro, fondato dai Gesuiti, è inserito nelle opere sociali della Chiesa. Con la riduzione generale del numero di sacerdoti, la direzione è stata affidata direttamente alla diocesi. Nei primi anni ha ricevuto finanziamenti dall’estero, dalla rete della congregazione. Poi anche dal Governo di Taiwan. Oggi, si regge su donazioni di privati taiwanesi e su contributi statali per il pagamento del personale. Vi lavorano, infatti, circa centocinquanta persone.
«Io sono infermiera – continua suor Maristella – diplomata negli Stati Uniti. Lavoravo in un ospedale della diocesi, poi, nel 1992, padre Stefano chiese alla nostra congregazione un’infermiera per aiutarlo con i suoi ragazzi. E così fui trasferita al centro. A parte un periodo di alcuni anni durante i quali ho fatto la superiora provinciale, sono rimasta a lavorare qui, assumendo incarichi diversi».
Mentre parla si interrompe e, con gli occhi sorridenti, dice: «Ma sono felici questi ragazzi, sono belli. C’è anche la banda musicale per le grandi feste!».
Suor Maristella e la direttrice ci mostrano poi una sala, nella quale si trovano giochi e pitture realizzate dai ragazzi e ragazze del centro: «Tutte queste cose vengono vendute per autofinanziamento», dice soddisfatta la religiosa.
Ma.B.

La vice premier taiwanese, Cheng Li-chun, l’8 febbraio scorso, in una intervista alla televisione pubblica taiwanese, la China Television System, ha risposto a distanza a un’affermazione del segretario di Stato al commercio statunitense, Howard Litnick. Il politico aveva dichiarato che il suo obiettivo è di trasferire il 40% delle produzione di semiconduttori dall’isola al suolo Usa. «L’ho detto chiaramente alla parte Usa dei negoziatori: questo è impossibile», ha detto Cheng. Nella stessa intervista, Chang ha confermato, inoltre, che la tecnologia più avanzata resterà sull’isola.
Il negoziato con gli Usa
Cheng è la capo delegazione del Paese asiatico, sul negoziato in corso che vede l’impegno americano alla riduzione dei dazi a fronte di investimenti taiwanesi sul territorio Usa nel settore della produzione di semiconduttori. Una prima importante firma è stata siglata il 15 gennaio scorso mentre si attende quella definitiva, che dovrebbe arrivare a giorni. Tale accordo dovrà poi essere ratificato dal parlamento (yuan legislativo), dove però, l’opposizione ha la maggioranza dei seggi (62 contro 51 del partito di governo, il Partito democratico progressista).
L’obiettivo statunitense è quello di liberarsi del collo di bottiglia che si è creato nella catena di approvvigionamento dei chip. Se questi, infatti, sono progettati negli Usa, la fabbricazione di quelli più avanzati è, quasi al 90%, sull’isola di Taiwan. Ma la tecnologia dei circuiti integrati (o chip) è il nodo strategico di oggi e del futuro, quindi Donald Trump vuole riportare in casa anche l’anello della produzione, paventando questioni di sicurezza nazionale.
Cheng ha inoltre affermato, che Taiwan può espandere la sua produzione negli Usa ma, al contrario, non vuole ricollocavi parte del suo potenziale produttivo.
La vice premier ha inoltre ricordato che durante i negoziati ha chiarito che la tecnologia di punta nella produzione dei chip non sarà trasferita in altri paesi. Tale tecnologia (circuiti integrati con definizione di 2-3 nanometri, mentre quella consolidata è a 6-12nm) deve essere sviluppata a Taiwan, dove esiste un ecosistema favorevole di ricerca e sviluppo.
Le compagnie taiwanesi si espanderanno investendo in altri Paesi (ad esempio negli Usa), solo quando avranno consolidato la produzione sull’isola.
Intanto, il Giappone
Eppure qualcosa si muove. Il presidente della Tsmc (Taiwan semiconductor manufacturing company, il maggiore produttore) C.C. Wei, ha già pianificato di realizzare uno stabilimento (chiamati fab) per la produzione di chip a 3nm in Giappone. Questo tipo di produzione sarà realizzata nella seconda fabbrica a Kumamoto, oggi in costruzione, con operatività prevista entro l’anno. Nell’attuale stabilimento, attivo da fine 2024, si producono chip a 7nm.
L’investimento stimato di Tsmc per l’operazione è di 17 miliardi di dollari.
Il programma, svelato da Wei durante l’incontro con la premier giapponese Sanae Takachi, il 5 febbraio scorso a Tokyo, nasce da una grande intesa tra le parti. Il progetto si colloca nella direzione voluta dalla premier conservatrice giapponese (in carica dal 21 ottobre scorso), che punta ad espandere la produzione di chip nel Paese, anch’essa per questioni di sicurezza nazionale.
La leadership della premier è risultata, tra l’altro, molto rafforzata dal risultato delle elezioni legislative anticipate dell’8 febbraio. Il suo partito, il Partito liberale democratico (Pld), è infatti passato da 198 seggi a 316, sui 468 della camera bassa, superando la soglia dei due terzi, dandole un grande margine di manovra.
Ricordiamo che la tecnologia dei 3nm significa disegnare circuiti con componenti della dimensione di 3 miliardesimi di metro. Ridurre la dimensione, aumenta l’integrazione dei chip, quindi la velocità di calcolo finale. Tale dimensione è essenziale per sviluppare le applicazioni di intelligenza artificiale e robotica, entrambe aree tecnologiche in grande sviluppo.
Va – infine – ricordato che la Tsmc ha iniziato, pochi mesi fa, la produzione chip con tecnologia a 2nm a Kaohsiung, città nel Sud di Taiwan.
Marco Bello
Dal 19 al 23 gennaio si è svolto ad Hanoi, capitale del Vietnam, il 14° Congresso del Partito comunista vietnamita (Pcv). Tale congresso si svolge ogni cinque anni e serve a definire i vertici e le politiche del Paese per il successivo quinquennio. Poco meno di milleseicento delegati, in rappresentanza di 5,5 milioni di iscritti al partito, si sono riuniti per cinque giorni con lo scopo di eleggere il nuovo Comitato centrale, il Segretario generale e 19 membri dell’Ufficio politico (Politburo), oltre che assegnare alcune altre cariche.
I quattro pilastri
Nella Repubblica socialista del Vietnam, dalla fine della guerra (30 aprile 1975) e la successiva riunificazione (cfr. MC aprile 2025), la forma di governo ha una struttura monopartitica nella quale la gestione del potere è stata basata sui cosiddetti quattro pilastri. Si tratta del presidente della Repubblica (Luong Cuong, dal 21 ottobre 2024) con poteri rappresentativi e di controllo, il primo ministro (Pham Minh Chinh) a capo della struttura amministrativa dello Stato, il presidente dell’Assemblea nazionale (Tran Thanh Man), massimo rappresentante del potere legislativo e, in ultimo, ma il più importante, del Segretario generale del Pcv. Questa posizione è occupata da To Lam dall’agosto 2024.
Una struttura a quattro che è servita per cinquant’anni a evitare la concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, dando voce alle diverse correnti all’interno del Pcv, che si differenziano anche geograficamente. Il Vietnam, infatti ha molte varietà regionali, sia etniche che culturali, oltre che una storia politiche distinta tra Nord e Sud.
L’uomo (più) forte
To Lam, già ministro della Sicurezza, è diventato segretario generale nell’agosto del 2024, dopo la morte di Nguyen Phu Trong (19 luglio 2024) link. Trong è stato il più importante e longevo uomo politico vietnamita dalla fine della guerra. To Lam, all’epoca, era presidente della Repubblica e uno dei favoriti alla successione.
Da allora ha realizzato una serie di riforme amministrative e dello Stato, riducendo il numero di provincie (da 63 a 34) e sfoltendo i funzionari nei ministeri (un taglio di circa 150mila unità). Riforme con l’obiettivo di snellire l’appartato statale, ridurre gli sprechi, e favorire gli investimenti stranieri. Ha, inoltre, compiuto numerosi viaggi all’estero, portando a casa ben 14 partenariati strategici con altrettanti Paesi.
Ha pure continuato la lotta anti corruzione iniziata da Trong, facendo ulteriore «pulizia» nello Stato (e, pare, anche tra i suoi oppositori).
In questo periodo, il Paese ha ottenuto ottimi risultati economici, con una crescita del Pil stimata all’8% nel 2025, una delle più alte dell’area (nonostante i dazi imposti dagli Usa, principale paese di esportazione dei prodotti vietnamiti), mentre ora punta al 10% per il 2026.
Alcuni osservatori temevano un tentativo di concentrazione di poteri nelle mani di To Lam, (come l’unificazione delle cariche di presidente della Repubblica e segretario generale, già successa ma per brevi periodi), ma questo, almeno sulla carta, non è avvenuto.
To Lam è stato confermato segretario generale, mentre un nuovo comitato centrale è stato eletto dall’assemblea del Congresso, così come il Politburo (di cui To Lam fa parte). Da segnalare che la nuova dirigenza del Paese è composta da uomini e donne che la guerra non l’hanno fatta ma solo letta sui libri (sono nati a metà degli anni Sessanta o dopo). Si tratta di una nuova generazione di tecnocrati e tecnici da un lato, e di militari dall’altro, che non hanno combattuto per motivi anagrafici.
A livello formale, il motto del 14° congresso era: «Unire le forze, plasmare l’avvenire».
Secondo la retorica diffusa dai media nazionali, la politica del nuovo Comitato centrale, in carica fino al 2031, dovrà dare un nuovo slancio «per completare le istituzioni di sviluppo del Paese e la costruzione di uno stato di diritto socialista moderno, che si appoggi su innovazione, scienza e tecnologia e la trasformazione digitale come motori essenziali» (scrive Le Courrier du Vietnam). Una spinta dunque sul comparto tecnologico, come produzione ma anche come formazione di competenze.
Lam, nei giorni precedenti, preparava il Congresso spingendo sulla retorica dell’inizio di «una nuova era di crescita per il Paese». Un programma che ha l’obiettivo di portare il Vietnam a essere un Paese ad alto reddito entro il 2045.
Economia del turismo
L’economia del Paese è basata su tre macro aree: agricoltura (è il terzo produttore di riso del mondo); industria manifatturiera e costruzioni; e servizi. La manifattura riguarda il tessile e il calzaturificio e, più recentemente, anche il settore tecnologico (aziende come Apple vi hanno trasferito alcune produzioni dalla Cina). Per i servizi, una voce imprescindibile è diventata quella del turismo.
Nel 2025 la metà della crescita del Pil è imputabile proprio ai servizi, nei quali una parte predominante è data dal turismo. Basti pensare che le presenze straniere hanno visto un’impennata del 20,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 21,1 milioni (scrive il Saigoneer). I cinesi sono stati gli stranieri più presenti (5,28 milioni), seguiti dai coreani (4,33) e poi taiwanesi (1,33). Per il 2026 l’obiettivo fissato dai funzionari del settore è quello, piuttosto ambizioso, di raggiungere i 25 milioni di presenze.
Marco Bello
Il 15 gennaio scorso è stato firmato un primo memorandum d’intesa su cooperazione e investimenti tra Governo di Taiwan e Dipartimento del commercio Usa. L’obiettivo è la riduzione dei dazi Usa sui prodotti di Taiwan. Si scenderebbe dal 32% addizionale (rispetto alle precedenti tariffe), annunciato da Trump il 2 aprile 2025, al 15 o 20% per la maggior parte dei beni. Un’eccezione importante sono le tecnologie, per le quali i produttori taiwanesi che estendono la loro catena di produzione negli Usa, potrebbero esportare verso il Paese nordamericano semiconduttori o attrezzature collegate con dazi molto bassi o addirittura nulli (in regime di duty free).
La minaccia dell’aumento dei dazi è stata, ancora una volta, utilizzata da Donald Trump per ottenere un successo politico. In cambio della riduzione delle tariffe, infatti, i produttori di circuiti integrati taiwanesi si sono impegnati a investire 250 miliardi di dollari per l’installazione negli Usa di fabbriche di semiconduttori, oltre che per intelligenza artificiale ed energia.
Il Governo di Taiwan si impegna, inoltre, a fornire ulteriori 250 miliardi di dollari per garantire un credito e facilitare ulteriori investimenti.
Già da tempo, gli Usa di Trump vogliono andare verso un’autonomia di produzione dei chip a semiconduttore, componenti strategici perché essenziali nella maggior parte dei prodotti elettronici attuali e futuri, riducendo la dipendenza produttiva che hanno attualmente nei confronti delle fabbriche di Taiwan.
Processo in corso
Il 3 marzo scorso, Donald Trump, ricevendo alla Casa bianca il presidente e Ceo (amministratore delegato) della Tsmc (Taiwan semiconductor manifacturing company), Wei Che-Chia (魏哲家, Wèi Zhéjiā), aveva annunciato un investimento di 100 miliardi dollari da parte dell’azienda taiwanese, leader mondiale nella produzione dei chip, per l’installazione di cinque nuovi stabilimenti negli Usa, in particolare in Arizona.
La dichiarazione era stata un primo passo di questo processo di trasferimento di parte della catena di produzione dei semiconduttori sul suolo degli Stati Uniti.
In una conferenza stampa a Taipei, lo scorso 20 gennaio, la vice primo ministro Cheng Li-chiun ha confermato che, nelle prossime settimane, sarà siglato un altro accordo commerciale reciproco. Solo in quel momento il negoziato sarà completo. Cheng ha detto che non si tratta di ricollocare parte della catena di approvvigionamento taiwanese dei semiconduttori, ma di espandere negli Usa le capacità industriali di Taiwan.
La vice primo ministro ha annunciato che gli accordi finali comprenderanno dazi, esenzioni da barriere doganali, facilitazioni commerciali, sicurezza economica, tutela del lavoro, protezione ambientale e opportunità di affari. Ci sarà anche una parte sui reciproci investimenti.
Problemi interni
Questo avviene mentre Taiwan sta passando un periodo di crisi politica interna. Contro il presidente Lai Chin-te, del Dpp (Partito democratico progressista) è iniziato un processo di impeachment chiesto dai partiti di opposizione Kmt (Kuomintang, l’ex partito unico e oggi filo Pechino) e Tpp (Taiwan people’s party) che lo accusano di avere «minato l’ordine costituzionale e la democrazia a Taiwan». Il processo, che vede varie tappe, culminerà con il voto del Parlamento (lo Yuan legislativo) il 19 maggio prossimo.
Il presidente Lai è stato eletto nel gennaio 2024 per entrare in carica il 20 maggio dello stesso anno, succedendo alla presidente Tsai Ing-wen, dello stesso partito.
L’opposizione riunita può contare su 60 seggi contro i 51 del Dpp allo Yuan legislativo.
Intanto la neoeletta presidente del Kmt, Cheng Li-wun (in carica da ottobre 2025), a fine dicembre, ha dichiarato di voler visitare, nella prima parte dell’anno, gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese (Rpc). La priorità è, tuttavia, per Pechino, allo scopo di incontrare il presidente Xi Jinping. Il Kmt, l’ex partito unico di Chang Kai-shek, è oggi quello con posizioni più vicine alla Rpc.
Marco Bello
Batutumonga. Partiamo con il fuoristrada da Rantepao, in direzione Nord. La strada si inerpica sulla montagna e talvolta si fa stretta e ripida. A un certo punto siamo costretti a fermarci, dietro una curva, due auto si sono toccate e non si riesce a procedere. Solo gli scooter continuano a sfrecciare nelle due direzioni. Siamo in coda con diversi camioncini che trasportano persone e derrate di ogni tipo.
Tutto intorno la natura è lussureggiante: piante con grandi foglie, banani, alberi ad alto fusto, conifere a fianco di palme di svariati tipi. Poi giganteschi cespugli di bambù con canne di grosso diametro. Siamo sull’isola indonesiana di Sulawesi, nelle montagne del Sud Ovest, la regione conosciuta come Toraja (pronuncia toragia), perché abitata dalla popolazione che porta questo nome.
Stiamo andando a Batutumonga a incontrare Dinny Jusuf, la fondatrice di «Torajamelo». È mattina, le nuvole sono basse. Salendo di quota, una bruma spessa avvolge ogni cosa. Arriviamo nel villaggio e, nella piazzetta principale, le magnifiche tonkonan, le case tradizionali con il tetto a forma di barca, compaiono in mezzo nebbia. È un’atmosfera da favola.
Per raggiungere la casa di Dinny occorre inerpicarsi a piedi per alcuni minuti. Ma arrivati la vista sulla valle è mozzafiato.
Torajamelo, in lingua locale significa «Bellezza toraja». È un ente che si occupa dei diritti delle donne indigene. E lo fa attraverso l’arte della tessitura. Siamo qui per farci spiegare come.

Dinny è una signora vispa, loquace, con i caratteri somatici più da Asia continentale che da Toraja. Ci accoglie calorosamente e si presenta: «Normalmente mi definisco come nonna, madre, moglie e sognatrice. Perché sogno una vita migliore, soprattutto per i popoli indigeni, qui in Indonesia».
Ci accomodiamo sulla terrazza ammirando le risaie circondate da montagne. «Il mio background è da bancaria, ho lavorato per una grande banca d’affari per dieci anni e viaggiavo molto. Poi quando ho avuto i miei due figli da crescere, ho lasciato la banca e ho iniziato a interessarmi dei diritti delle donne».
Era l’inizio del 1998, a maggio sarebbe caduto il dittatore Suharto dopo oltre trent’anni di regime (cfr. MC ottobre2025).
Dinny aderì al gruppo Voices of concerned mothers (voci delle madri impegnate), per chiedere giustizia contro le sparizioni di persone per ragioni politiche. Poi gli studenti scesero in piazza e ci furono disordini e repressione.
La comunità cinese fu presa di mira (gli indonesiani di etnia Han) con uccisioni e stupri delle donne. Dinny è di madre cinese: «Io e la mia famiglia non ci sentivamo sicuri, per cui andammo via, soprattutto per i figli, ci trasferimmo a Perth in Australia».
In Australia diventò attivista di Amnesty International. «Quando i miei due figli iniziarono l’università, io tornai in Indonesia. Qui mi fu chiesto di diventare segretaria generale della Commissione nazionale antiviolenza contro le donne, istituita dal presidente B.J. Habibie che era succeduto a Suharto e voleva evitare che accadessero altre violenze di genere».
Basata a Giacarta, la capitale, Dinny doveva coordinare un ufficio con decine di persone e viaggiare ai quattro angoli dell’Indonesia, per parlare con le donne e raccogliere storie di violazioni. «L’Indonesia appare così bella e pacifica, ma sotto c’è ancora molta violenza nei confronti delle donne. Anche oggi, a causa di una cultura del patriarcato. Qui nella zona Toraja le donne sono trattate con una certa uguaglianza, sia dalle pratiche tradizionali che dalle religioni. Ma in altre regioni le leggi tradizionali locali, la religione e pure lo Stato, possono essere violenti verso le donne».
Verso la fine del 2007, Dinny andò in sovraaffaticamento, in burn out. «Ero sul punto di rottura. Chiesi a mio marito di andare a vivere a Toraja, perché amo questo posto. Così nel 2008 iniziammo a costruire questa casa.
Io amavo andare a fare escursioni e, per riprendermi, cominciai a percorre questo territorio, passando nelle comunità».
Il marito di Dinny è un toraja di Batutumonga.

Percorrendo i villaggi, l’attenzione dell’attivista fu attratta da qualcosa di anomalo: «Notai una presenza di bambini e neonati, con caratteri somatici più cinesi che toraja. La cosa mi stupì e iniziai a indagare». Dinny scoprì che molte ragazze e donne toraja, costrette a emigrare per cercare lavoro, in particolare in Malaysia e Singapore, subivano violenze o comunque andavano incontro a maternità indesiderate. Tornavano in patria dove partorivano e affidavano i figli a nonne e zie per poi ripartire. «Avevo scoperto questo disagio diffuso tra le donne toraja. Il mio cervello iniziò a mettersi in moto. Mi venne in mente che, nel villaggio di mia suocera,
Sa’dan, in passato c’era la cultura della tessitura tradizionale. Ma la pratica stava morendo, e le giovani non tessevano più».
Le cause erano molteplici. Le migrazioni forzate volute da
Suharto da Giava verso le altre isole, avevano diffuso – o imposto – la cultura del batik, che è un diverso tipo di tessuto e lavorazione, non originario di questa zona. Per le cerimonie ufficiali occorreva usare il batik. Fu una sorta di colonizzazione culturale.
In seguito, nel 2002, gli attentati terroristici islamisti a Bali (tre bombe causarono 202 morti, di cui molti stranieri, e oltre 200 feriti), ebbero l’effetto di allontanare i turisti da tutta l’Indonesia, eliminando un mercato importante per le tessitrici. La tessitura non dava più reddito.
«La mia idea fu quella di far rivivere la tessitura tradizionale. Se le donne possono vivere di questo, hanno i mezzi per restare a casa, essere in sicurezza, non subire violenze o rapporti indesiderati. È così che Torajamelo è cominciato nel 2008».
Il marito di Dinny e una delle sue sorelle, disegnatrice di moda, assecondarono l’idea della «visionaria» e la aiutarono nella realizzazione.
Nel 2010 l’attività venne formalizzata in due strutture: una fondazione non profit e una società profit. «Volevamo svincolarci dal dover chiedere sempre soldi a terzi, avendo una società che poteva produrre profitto, ma che aveva certe caratteristiche. Più tardi sarebbe stata chiamata impresa sociale. Quindi sono diventata un’imprenditrice sociale».
«La nostra mission aveva dunque due obiettivi: il primo, appoggiare le donne indigene, per dare loro un’opzione lavorativa in modo che non fossero costrette a migrare, a lasciare il villaggio. E questo tramite la tessitura. Il secondo, collegato, era rilanciare la tessitura tradizionale, come elemento culturale. Io, inoltre, speravo di poter vivere qui in Toraja. Ma mi illudevo».
«All’inizio andavo su e giù per le colline della zona di Sa’dan. È la zona di cui è originaria mia suocera. Cercavo le donne che producevano ancora». Sa’dan è a circa un’ora di auto da Batutumonga, in un’altra valle a Nord di Rantepao.
Dinny spiegò l’idea alle tessitrici, la propose alle giovani, organizzò formazioni. Oltre a rilanciare la produzione, occorreva trovare dei nuovi mercati, proponendo anche modelli innovativi e di buon livello.
«Nelle formazioni insegniamo (ancora oggi) alle tessitrici la giusta combinazione dei colori e motivi, e pure le tecniche. Nel Toraja i colori tradizionali sono quattro: nero, rosso, giallo e bianco, per le cerimonie. Colori luminosi che non piacciono a Giacarta, e in altri Paesi, come in Giappone, dove preferiscono blu o altri colori più scuri, che seguano il trend della moda.
Io e mia sorella abbiamo iniziato a fare le formazioni, poi abbiamo chiamato esperti esterni.
Molte delle tessitrici che seguono i nostri corsi non sanno leggere e scrivere, sono semplici madri. Quindi applichiamo uno speciale metodo di formazione».
«Per organizzare il marketing io dovetti andare a Giacarta. Mia sorella, invece, ci aiutò creando i modelli. L’operazione ebbe successo e il business crebbe. Dovevamo avere un negozio, un ufficio in capitale. Non mi piace Giacarta, per il traffico, l’inquinamento. Ma abbiamo dovuto farlo, quindi ho accettato. Nel periodo dal 2010 al 2014 ci siamo focalizzate sul Toraja e le sue tessitrici».
Torajamelo acquisì con il tempo una certa visibilità, le sue attività e i suoi modelli iniziarono a essere conosciuti nell’arcipelago. «Donne, organizzazioni, e gruppi indigeni di altre isole cominciarono a chiederci di aiutare le tessitrici delle loro aree. Chiedevano aiuto in formazione, marketing, e diffusione dei prodotti».
A Torajamelo dovettero stabilire dei criteri per decidere quali richieste appoggiare. «Il primo criterio era quello di intervenire in aree di forte emigrazione delle donne. Il secondo era che ci fosse in loco una buona organizzazione di base, con la quale fare il partenariato. Infine, terzo: dovevano già esserci tessitrici, perché è questo il nostro punto di entrata».
Le attività di Torajamelo crescevano. Le comunità interessate si moltiplicavano. Nelle isole di Lombok, Nusa Tenggara, Timor, Flores iniziarono partenariati. Anche la quantità di ordini era in crescita. «A volte alcune società ci ordinavano un gran numero di tessuti. Ma il nostro principio era, ed è, che non vogliamo fare una fabbrica. Non vogliamo usare le macchine per la tessitura, ma i telai manuali tradizionali. Non vogliamo neppure mettere tutte le donne in un unico posto, perché le madri non devono lasciare il villaggio, altrimenti ne patiscono i bambini, l’ambiente, tutto.
Così, quando arrivano degli ordini molto grossi, li frazionano. Potendo contare sul partenariato di 15 comunità, abbiamo una base di centinaia di tessitrici. Ad esempio, una nota società di cosmetici ci commissionò 500 pezze di stoffa in breve tempo. E riuscimmo a soddisfare la richiesta».
Oggi le comunità del Toraja sono autonome. Non hanno più bisogno dei servizi di Torajamelo, né dal punto di vista formativo, né da quello del marketing. «Capita che commissioniamo loro una produzione, ma, di fatto, sono indipendenti».

«Nel 2019 avevamo già vinto alcuni premi ed eravamo famose. Avevamo dei mercati in Giappone, a Milano, a Londra. Anche grazie a contatti amici che ci hanno aiutate.
Poi arrivò il Covid. Pensai che occorreva digitalizzare tutto, oppure avremmo dovuto chiudere. Io sono una nonna e non sapevo da dove cominciare».
Dinny era presa da questo dilemma, quando incontrò una volontaria di Torajamelo, ma non una qualsiasi. «Dal 2017 avevamo come consigliera volontaria una certa Aparna Bhatnagar Saxena, un ingegnere di Mumbai, India, che era vicepresidente di Dhl logistica. Lei lavorava a Singapore e nel tempo libero promuoveva Torajamelo. Da un po’ di tempo stavo cercando qualcuno che mi rimpiazzasse, ma non trovavo nessuno che volesse, oppure fosse abbastanza bravo per farlo. Non si guadagna bene, ed è molto impegnativo. Non è un lavoro normale, occorre avere la passione. Quando ho visto Aparna a Singapore mi sono detta: è lei. Però non avevo abbastanza budget per farle una proposta».
Mentre Dinny parla con entusiasmo dell’incontro, un grande rapace spicca il volo da un albero del bosco vicino, volteggia proprio davanti a noi e poi vola via lontano nella valle. Dinny si interrompe ed esclama: «È bellissimo! È un buon segno, significa che siete i benvenuti».
Passarono alcuni anni e Dinny incontrò Aparna una seconda volta: «Ero in ufficio a Giacarta e lei è apparsa. Mi ha spiegato che aveva cambiato lavoro e si era trasferita nella capitale indonesiana. Lavorava adesso nell’e-commerce per un’azienda legata ad Ali Baba (il colosso e-commerce cinese, nda). Veniva a chiedermi se, nei fine settimana, poteva fare la consigliera d’affari volontaria».
Dopo alcuni mesi, arrivò il Covid e per Dinny è iniziò il dilemma. «Nel marzo 2020 chiesi ad Aparna di diventare direttrice esecutiva di Torajamelo. In pratica di sostituirmi con l’obiettivo di digitalizzare la società. Dopo diverse settimane, invece di darmi una risposta, mi fece due domande. La prima: “Ti fidi di me?”. “Ma certo”, risposi, “abbiamo lavorato insieme per tre anni, quindi ci conosciamo abbastanza”. La seconda domanda: “Accetteresti che io gestisca
Torajamelo in maniera diversa da te?”. “Sicuro”, risposi io. Così, nel giugno 2020, Aparna Saxena divenne la Ceo (direttrice esecutiva, nda) di Torajamelo. È riuscita a digitalizzare la società, rendendo i prodotti delle nostre donne disponibili anche online, sulla piattaforma ahana.com». Ahana è un marchio creato da Torajamelo, e vende anche altri brand, che devono rispettare stringenti criteri di sostenibilità nella catena produttiva.
Dinny Jusuf da allora ricopre il ruolo di presidente, oltre che fondatrice e consigliera. L’attivista è impegnata anche come consulente presso altre strutture del settore, come il dipartimento dello Stato che si occupa di artigianato. Intanto, un amico di Dinnya, Bhimanto, ha preso in carico la parte della formazione.

Nel 2019 Torajamelo iniziò anche un progetto di ecoturismo, ovvero turismo in appoggio delle comunità. Cominciò insieme a una Ong internazionale, con formazioni indirizzate ad abitanti dei gruppi di base, ma poi il Covid ne bloccò lo sviluppo.
«Io sogno in una collaborazione tra Indonesia e India. Adesso stiamo stabilendo legami con il Giappone, siamo state recentemente a un’importante fiera a Osaka. C’è un tessuto particolare, chiamato ikat, fatto a Okinawa (Giappone), in Gujarat (India) e a Bali (Indonesia). Stiamo stabilendo un triangolo della tessitura».

Attualmente il mercato di Torajamelo è soprattutto in Indonesia, e in larga parte nel cosiddetto business to business (B2B in sigla), ovvero nella vendita ad altre società. In minor misura i tessuti sono venduti anche al consumatore finale. Questo avviene soprattutto per capi di moda. Inoltre, il suo mercato si è molto esteso grazie all’online.
«Nel febbraio dello scorso anno siamo state invitate dal Governo indiano a una grande fiera culturale del tessile in India, dove erano rappresentate circa seicento etnie. Aparna ha firmato un accordo con il ministro degli Affari tribali indiano, per scambiare prodotti indiani e indonesiani.
Inoltre, Torajamelo è stata accreditata come Ong presso l’Unesco, per fornire consulenza su Intangible cultural heritage (patrimonio culturale immateriale). Grazie ad Aparna siamo anche parte di Un Women (l’ente Onu per l’uguaglianza di genere, nda).

«La nostra parola chiave oggi è “collaborazione”, nello specifico su donne, educazione e ambiente. Collaborazione con governi, altre Ong, imprese sociali, comunità, sui temi della giustizia economica per le donne, in particolare indigene e delle comunità locali».
Chiediamo a Dinny come misura il successo di Torajamelo. «Intanto esistiamo ancora e siamo sostenibili. Considerate che io e Aparna non siamo pagate da Torajamelo, ma viviamo di altre consulenze. Il successo è quando le tessitrici indigene non hanno più bisogno di noi, come in Toraja. Qui hanno le loro competenze e le reti di vendita. Il loro reddito è aumentato di cinque volte. Eppure lavorano da casa».
E conclude: «Aparna si lamenta, dice che io sono la sognatrice e lei è la lavoratrice».
Marco Bello

Cisgiordania, fronte di guerra. Non si può dire che sia «nuovo», ma dal 7 ottobre 2023 il conflitto si è, anche qui, intensificato. I coloni ultraortodossi, che in realtà sono occupanti più che coloni, compiono ogni sorta di crimine contro i palestinesi. E restano sempre impuniti. Talvolta sono appoggiati dall’esercito dello Stato di Israele (Idf).
L’ultimo terribile episodio salito alle cronache (almeno rispetto a quando stiamo scrivendo) è l’esecuzione sommaria di due palestinesi a Jenin, da parte dei militari israeliani. Il video, realizzato di nascosto, ritrae alcuni soldati di uno degli eserciti più forti del mondo freddare due uomini disarmati con le mani in alto. È successo il 27 novembre scorso. Negli stessi giorni, un altro video mostra un gruppo di coloni a volto coperto che assalta, bastoni in mano, una fattoria di palestinesi ferendo una contadina. Una scena quotidiana in Cisgiordania.
Un Paese, Israele, che si dice democratico ma che viola sistematicamente i diritti.
E poi l’Ucraina. Qui l’invasore, dopo quasi quattro anni di guerra, vuole annettere i territori, anche quelli che non ha conquistato militarmente. Intanto continua a distruggere tutto: centrali elettriche, ospedali, scuole, case. Con l’«amico» presidente dello Stato più arrogante del mondo che si veste da negoziatore, Trump, ma continua a fare gli interessi del collega russo.
E il Sudan, dove la guerra semisconosciuta che va avanti da aprile 2023, ha causato 12,6 milioni di sfollati: persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa e fuggire. Del numero di civili morti non è dato sapere, perché in questa guerra non si contano neppure. Il Paese dove la caduta della città di el-Fasher, il 26 ottobre scorso, dopo un assedio durato 17 mesi, ha svelato al mondo un nuovo inferno sulla terra.
Allargando la lente sul continente africano, scopriamo che, restando a Sud del Sahara, su 49 paesi, in 24 di essi ci sono conflitti internazionali, conflitti interni o post elettorali, o regimi dittatoriali, molti dei quali retti da giunte militari. La popolazione della metà dei Paesi africani vive in guerra o subisce pesanti violazioni dei diritti umani.
Un esempio tra tutti, il Mali. Il Paese cerniera tra i popoli del deserto e quelli del Sahel, governato da oltre quattro anni da una giunta militare appoggiata dai mercenari russi, sta per cadere in mano ai jihadisti legati ad al-Qaeda.
È l’industria delle armi che detta legge. I Paesi della Nato sono pressati a portare la spesa per esercito e difesa al 5% del Pil in pochi anni. Operazione, tra l’altro, tecnicamente impossibile.
La parola Pace non trova più posto in tutto questo. Ma la maggioranza della popolazione di Israele, Palestina, Ucraina, Russia, Sudan, Mali, e del resto del mondo vuole la guerra? La risposta è no, e allora perché ci lasciamo comandare da un’esigua minoranza che, con essa, fa i suoi affari?
L’anno che sta iniziando ci auguriamo che porti segni di pace, notizie di fine di guerre. La geopolitica, gli interessi nazionali, la real politik, la corsa alle risorse, … tutto questo fa in qualche modo parte della natura umana, ma la guerra può essere sostituita con altre forme di negoziazione, rette dal diritto internazionale, costruito faticosamente dopo la Seconda guerra mondiale, e oggi così disatteso.
Noi, di rivista e sito Missioni Consolata, continueremo a parlare di tutti questi temi, sforzandoci di farlo in modo più autorevole e indipendente possibile. Anche in questo 2026.
Non tralasceremo le notizie positive e belle. Ne citiamo una per tutte: a febbraio ricorre il centenario della morte (16 febbraio 1926) di san Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata, e anche fondatore della nostra testata, sotto il nome di «La Consolata», nel lontano gennaio 1899. Allamano, infatti, era un visionario anche sull’importanza dell’informazione.
Care lettrici e cari lettori, a voi chiediamo di continuare a seguirci, a leggerci, a scriverci lettere (o e-mail). E, come redazione di Missioni Consolata, auguriamo a tutte e tutti un anno di Pace vera.
Marco Bello
direttore editoriale

