Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Grazie

Volevo estendere a tutti i collaboratori della rivista Missioni Consolata la mia gratitudine per il vostro giornale la cui lettura mi rasserena specie nei momenti bui del vivere quotidiano.
Mi piace molto la rubrica lettori e missionari in dialogo: mi raccomando spesso a loro nelle preghiere e ne ottengo aiuto e conforto.
Ad esempio, la figura di padre Luigi Brambilla mi ha particolarmente colpito per la sua semplicità nel fare il bene.
Auguro a tutti voi serene feste e ancora un grazie di cuore.

Mirella De Gregorio | 14/12/2025, email

No al pessimismo

Egregio Direttore,
sono un uomo di novant’anni, piemontese, vado a messa nella chiesa dei latinos in via Nizza. Gente favolosa: la chiesa non è mai stata così bella, sono sereni, generosi, una gioia per una città un po’ triste come Torino.

Volevo dire del suo editoriale di dicembre: tutto verissimo, tutto documentatissimo, ma tutto di un gran pessimismo, quasi una disperazione per questo mondo.
Secondo me dovrebbe fare un editoriale da aggiungere a questo, nel quale racconti le cose belle, perché il mondo è pieno di cose belle. […]

Se questa mattina mangiamo pane e latte è perché un contadino ha seminato il grano, un mugnaio l’ha macinato, un panettiere ha fatto il pane; poi un contadino ha allevato una mucca, l’ha munta e il suo latte è arrivato a noi.

Proprio voi sacerdoti che passate la vita a fare il bene, dovete parlare anche del bene. La nascita di Gesù è una cosa bellissima, una festa, e le garantisco che troverebbe un posto dove nascere. […]

Ho incontrato un vescovo palestinese a una riunione e gli ho chiesto che cosa posso fare io per il bene del mondo e lui mi ha chiesto: lei lavora? Gli ho detto di sì e lui mi ha risposto: faccia bene il suo lavoro. E nel mondo ci sono milioni di persone che fanno bene il loro lavoro. Ci sono milioni di mamme e di papà che sono attenti ai figli, li vestono, li curano, semplicemente gli vogliono bene. E ci sono milioni di uomini e donne che si vogliono bene, che vivono l’uno per l’altra. […]

I vostri missionari passano la vita a fare il bene, ho anche alcuni amici che quando possono vanno nelle missioni ad aiutare. Ho un amico meccanico che va ad aggiustare tutto quello che è aggiustabile e mi ha raccontato che in Eritrea, credo, un ospedale aveva cinque culle termiche per neonati che non funzionavano, cinque su sei, e lui ha scoperto che erano intasati i filtri e li ha aggiustati tutti.

Anni fa sono stato in Brasile da don Pigi Bernareggi, che aveva costruito (nella periferia e nelle favelas di Belo Horizonte, ndr) nove scuole, con nove asili e centinaia di bimbi felici che sta

vano più volentieri lì che a casa. C’era una gioia, una bellezza, una dolcezza in quelle persone che accudivano i figli, quasi tutte povere donne con prole e senza mariti, eppure c’era veramente gioia.

Fa un po’ ridere un editoriale come il suo per chi deve sposarsi e che deve fare figli. I figli non si fanno per dovere di patria, ma per amore, solo per amore, e neanche quando vuoi tu. Per me ogni figlio è una grazia mandata da Dio, il modo e il come non lo so e non me lo chiedo, ma quando arriva un figlio si ringrazia. Per favore, siate un po’ ottimisti. Tanto il sole è da qualche migliaio di anni che si alza al mattino e tramonta la sera.

Nel mondo ci sono sempre stati i buoni e i cattivi e chi porta avanti il mondo sono i buoni, i cattivi con le loro cattiverie finiscono quasi sempre male, ha mai visto un cattivo vivere bene?

Sono andato ieri a trovare un mio amico all’ospedale; era molto malato ma sereno, e così invece di mettermi a piangere con lui, l’ho fatto ridere per mezz’ora ricordando le varie cretinate fatte da giovani, e non credo di avergli fatto del male facendolo ridere.

Ernesto Mascarotto | lettera manoscritta, dicembre 2025

È stata per me una sorpresa ricevere questa lunga lettera manoscritta con cura, quattro dense facciate. Chiedo perdono per le parti che ho dovuto tagliare.
Mi permetto di dire che non era mia intenzione essere pessimista. Forse un po’ provocatorio, sì, specialmente nei confronti del nostro mondo «ricco».

Se davvero fossi pessimista di fronte alla realtà in cui viviamo, non avrei scritto quelle cose. Le ho scritte perché credo davvero che ci sono tantissime persone, credenti e non, che amano la vita, che pagano di persona per un mondo bello, giusto, fraterno e in pace. E lo fanno con gesti semplici, quotidiani, che non fanno notizia.

Persone che (come ho scritto nella conclusione) sono ancora capaci di «offrire un’accogliente mangiatoia a chi bussa alla nostra porta, un piccolo gesto di amore che, come una piccola luce, rompe il buio della notte».

Grazie signor Ernesto per la sua lettera appassionata e piena di ottimismo, e soprattutto per la sua giovinezza di cuore.

PREMI NOBEL

Anche quest’anno, così come negli anni precedenti, ho avuto l’invito di partecipare il 10 dicembre alla cerimonia dei Premi Nobel a Stoccolma, capitale che mi ha accolto con il suo fascino nordico invernale. La città era avvolta in un freddo pungente, ma il cielo terso eluminoso rendeva l’atmosfera magica. Camminando per le strade del centro, tra i palazzi storici e i negozi addobbati, si respirava un’aria di festa e solennità. L’unica nota di rammarico era l’assenza della neve, che avrebbe reso il paesaggio ancora più fiabesco, anche se la bellezza della capitale svedese non ne risultava minimamente intaccata.

Nei giorni precedenti la cerimonia, sono stato seguito da una tutor che mi ha istruito meticolosamente sull’etichetta da osservare. In un evento di tale portata, ogni gesto, ogni parola e ogni comportamento sono importanti, specialmente quando si è in presenza della famiglia reale svedese.

Il protocollo è rigoroso e il rispetto delle convenzioni non è una semplice formalità, ma un modo per onorare la solennità dell’occasione e chi la rappresenta.

La tutor mi ha accompagnato anche alla scoperta di Stoccolma. Insieme abbiamo visitato il Museo del Premio Nobel, dove la storia di questo prestigioso riconoscimento prende vita attraverso documenti, oggetti personali dei laureati e installazioni interattive.

Sapendo che provengo dal Giappone, ha voluto mostrarmi anche il piccolo ma affascinante Museo dell’Estremo Oriente, dove ho potuto ammirare collezioni di arte e artefatti che mi hanno fatto sentire un po’ più vicino a casa. Non è mancata la visita al Museo Nazionale, con le sue straordinarie collezioni d’arte che testimoniano la ricchezza culturale della Svezia e un incontro assieme ai Premi Nobel per la fisica con relativa conferenza.

Oltre alle visite culturali, ho avuto l’opportunità di partecipare ad alcuni incontri con scuole e università. Questi momenti di dialogo con studenti e docenti sono stati particolarmente stimolanti: ho potuto condividere esperienze, rispondere a domande e ascoltare le prospettive delle nuove generazioni. È stato bello vedere l’entusiasmo e la curiosità dei giovani verso la scienza, la cultura e l’impegno per un futuro migliore.

La giornata della cerimonia è iniziata con una preparazione meticolosa. L’evento richiede un dress code formale e rigoroso: smoking per gli uomini, abito lungo per le donne. Ogni dettaglio conta in un’occasione così importante, che celebra le menti più brillanti del nostro tempo nei campi della fisica, chimica, medicina, letteratura ed economia.

La Concert Hall di Stoccolma, dove si svolge la cerimonia, è un edificio maestoso che incute rispetto. Varcarne la soglia significa entrare in un luogo dove la storia si fa ogni anno, dove il genio umano viene riconosciuto e celebrato. Le colonne di marmo, i lampadari di cristallo e l’acustica perfetta creano un’atmosfera solenne e allo stesso tempo accogliente.

Durante la cerimonia, ho assistito alla consegna delle medaglie e dei diplomi da parte del Re di Svezia. Vedere i laureati salire sul palco, con i loro volti che esprimevano emozione, umiltà e fierezza, è stato profondamente toccante. Ascoltare le motivazioni dei premi, comprendere l’impatto che le loro scoperte e il loro lavoro avranno sull’umanità, mi ha fatto riflettere sulla grandezza del pensiero umano e sulla sua capacità di trasformare il mondo.

Il tradizionale banchetto che segue la cerimonia, presso il municipio di Stoccolma, è un evento spettacolare. Più di mille invitati, tavole imbandite con eleganza, piatti della tradizione svedese serviti con precisione coreografica.

La conversazione con gli altri ospiti, provenienti da tutto il mondo, ha arricchito ulteriormente l’esperienza, creando un ponte tra culture, discipline e prospettive diverse.

I Premi Nobel non sono solo una celebrazione di risultati individuali, ma un messaggio di speranza: che l’eccellenza esiste, che il merito viene riconosciuto e che il sapere può davvero cambiare il mondo.

Piergiorgio Pescali, | 11/12/2025, da Stoccolma

Anche tu sei importante

Chissà perché stanotte, 20 novembre 2025, in Tanzania, ho sognato Ersilia.
Incontrai Ersilia anni fa in un villaggio brasiliano, a 30 chilometri da Manaus, sulle rive del Rio delle Amazzoni che avanzava maestoso, battagliero e trionfante come si addice al re dei fiumi.

«Sono nata in una famiglia facoltosa di proprietari terrieri. Ma un giorno mi trovai lebbrosa». Incominciò così Ersilia a raccontarmi la sua storia.
Aveva 14 anni Ersilia, intelligente quanto bella, quando le diagnosticarono il morbo di Hansen. I genitori tentarono di incoraggiare la figlia dicendo: «Forse i medici si sono sbagliati».
No, la diagnosi era esatta. Ersilia era davvero lebbrosa.

Iniziò il calvario della ragazza. Innanzitutto, il repentino voltafaccia dei genitori, e il rifiuto sadico della loro figlia. «Tu non sei più Ersilia – la bollarono -. Tu sei una cagna immonda. Chissà quali orrendi peccati hai commesso! Così Dio ti ha castigata. Vattene da casa nostra!».
Ersilia se ne andò. Vagò per ore e ore lungo il Rio delle Amazzoni, implorando soccorso. Ma anche il grande fiume era sordo al suo dolore.

Giunta la sera, bussò a una porta che si aprì. Comparve una suora missionaria, che gestiva un centro medico. Ersilia vi trovò lavoro. Ma le parole «tu sei una cagna immonda, Dio ti ha castigata» le martellavano le tempie senza sosta. Finché decise di farla finita.

Un mattino la ragazza afferrò una bottiglia di acido solforico e la portò alla bocca. Ma qualcuno alle spalle gridò: «Ersilia, non lo fare!». La ragazza si voltò: nessuno.
La ragazza riprese la bottiglia. Di nuovo la voce imperiosa: «Ersilia, non lo fare». E non c’era anima viva. Per la terza volta la ragazza si aggrappò alla bottiglia di acido solforico. La voce misteriosa ritornò: «Ersilia, non lo fare, perché anche tu sei importante».

Ersilia crebbe lebbrosa. Fu violentata da uomini diversi. Rimase incinta tre volte partorendo tre bimbi, che le furono subito sottratti e non rivide più, perché era «una cagna immonda».
Ersilia raccontava la sua storia e la rendeva viva con ampi gesti delle mani quasi consunte dalla lebbra e con sguardi intensi.

«Amico, vedi questo fiume? Ho versato tante lacrime da far esondare il Rio delle Amazzoni. Ma non serve piangere. Serve credere che anche una lebbrosa è importante».
Ersilia divenne catechista in una comunità di lebbrosi.

Un Vangelo di Natale recita: «Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1, 14). Parole sconvolgenti, perché il Verbo fatto carne è Gesù, venuto a vivere con noi, affaticato come noi, rinnegato da Pietro, venduto da Giuda, crocifisso fra due delinquenti. Una notte, provato dal terrore, sudò persino sangue.

Ma è il Salvatore, l’unico nostro salvatore. E fa dire a Ersilia lebbrosa: «I moncherini dei piedi mi consentono solo di strisciare come un verme, non di camminare. Ma anch’io sono importante».

Allora il Rio delle Amazzoni intona una commovente canzone; «Sei amato, sei importante, Gesù è con te».

padre Francesco Bernardi | 12/12/2025, Dar es Salaam, Tanzania

Rimboccare le maniche

Spettabile padre Gigi,
con ammirazione per il vostro lavoro invio queste poche riflessioni.

I Re Magi, cioè i rappresentanti delle grandi religioni di allora, i sapienti del tempo si prostrarono davanti a Gesù Bambino e concordi lo adorarono offrendogli oro incenso e mirra.

Un salvatore atteso da tutti i popoli per cui i Re Magi grandi studiosi delle stelle e  capi religiosi si mettono in cammino alla ricerca di questo bimbo annunziato dai profeti. Lo trovano in Gesù Bambino, nella sua semplicità, umiltà, accordo fra tutte le religioni e salvezza per tutte le genti se lo accogliamo e mettiamo in pratica il suo grande messaggio. Non ha fatto tutto lui relegandoci a essere solo spettatori passivi ma è venuto ad aiutarci, se vogliamo. Ci ha resi partecipi attivi, non ci ha tolto la gioia di fare noi il bene, di collaborare attivamente con lui.

C’è molto ancora da fare per sconfiggere il male ma Gesù ci dice che, se osserviamo i suoi insegnamenti, faremo trionfare il bene. Ci invita a fare noi, a rimboccarci le maniche, a mettere in pratica le sue parole, accettando il suo aiuto se no da soli non sappiamo bene qual’è la verità. Cordiali Saluti

E.B. | 03/01/2025, via email

Dalla Faraja House

Carissimi amici,
«Forse Dio è malato», scriveva Veltroni. Anche l’Africa è piena di armi, guerre e tanta sofferenza. Fame, fosse comuni, sfollati, genocidi, trattative … sono parole normali in tutti i telegiornali: il trionfo di «Caino». Parole come pace e speranza pronunciate sempre più timidamente.

Tere e Zawadi (ovvero: Dono), 6 e 5 anni: le abbiamo accolte pochi giorni fa. Due belle bimbe violentate in diversi modi da un energumeno di 65 anni. Facili prede, abbandonate a se stesse in strada mentre la zia andava a guadagnare qualche soldo al mercato. Genitori lontani chissà dove. La triste storia andava avanti da parecchio, finché qualcuno ha chiamato la polizia… e le hanno portate a noi senza raccogliere prove e testimonianze, ma solo «mazzette», più facili e redditizie.

Il mondo è in subbuglio per tanta violenza ovunque e anch’io mi sento malato di «nostalgia»: nostalgia di pace, di un po’ di bontà! Non ho più sorrisi e abbracci da distribuire a questi bimbi affamati di affetto e giustizia. Li guardo negli occhi: il sorriso nasconde la paura, la violenza subita, l’abbandono.
Ci metteremo una «toppa» ma lo strappo rimane!

Nonostante tutto grandi feste in questi giorni: Shedrack e Yacinta hanno finito l’università! La lista dei «graduati» si allunga: maestri, dottori, avvocati, biologi, segretarie, poliziotti, musicisti, ecc.

Col vostro aiuto abbiamo distribuito consolazione e possibilità di autosufficienza.
E festa anche per il parto gemellare della mucca: latte in arrivo!

Il salone è inaugurato. La peschiera è piena di pesci che crescono velocemente… ma la necessità di acqua aumenta! Ed eccoci impegnati con un secondo pozzo alimentato da pannelli solari. Non avremo bisogno del bastone di Mosè per far scaturire l’acqua dalla roccia, basterà il vostro affetto e la vostra «condivisione». […] [Spero abbiate avuto un Natale sereno e gioioso], e preghiamo affinché il Paese ritrovi giustizia e pace. Ma anche l’Italia ha bisogno di ritrovare le proprie «radici» e dare ascolto a Giovanni Battista che continua a «gridare nel deserto».

padre Franco Sordella | 09/12/2025, Faraja House, Iringa, Tanzania.




Raccolta «Il Volto del Padre»

È qui disponibile la caccolta di tutti i 22 capitoli del nostro cammino alla ricerca del Volto del Padre attraverso le pagine del Vangelo di Giovanni.
La raccolta si può anche scaricare.
Grazie ad Angelo Fracchia per le sue riflessioni e aiuto alla comprensione.
Grazie anche a Marco Francescato per le sue illustrazioni creative.

Presentazione

Queste pagine sono il frutto di oltre due anni di collaborazione tra la rivista Missioni Consolata e il biblista Angelo Fracchia che ci ha accompagnato alla scoperta del «Volto del Padre» come Gesù ci svela nel Vangelo di Giovanni.

Perché questa ricerca?
Lo spunto per chiedere ad Angelo un aiuto a rileggere il Vangelo di Giovanni e riscoprire il vero volto di Dio parte da lontano.
Anni di confessioni e di vita pastorale hanno evidenziato in me quanto poco conosciamo di Dio, ma non solo, soprattutto come lo conosciamo male. Questo, purtroppo, favorito anche da una catechesi e da una prassi liturgica popolare che, nonostante i grandi sforzi di rinnovamento post conciliare, sono ancora tenacemente condizionate da una mentalità antica secondo la quale Dio è giudice rigoroso, è esigente e pignolo come un esattore delle tasse, o è addirittura uno da «comperare» e tener buono come un boss mafioso.
Chiedo perdono di queste espressioni forse crude, ma, nonostante Gesù ci abbia insegnato fin dall’inizio il «Padre nostro», chiamandolo «Abba», noi abbiamo faticato ad accettare il vero volto di questa paternità e ci siamo fermati invece al «patriarca» o al re e imperatore, secondo i modelli più forti e autoritari incarnati nella nostra società. E questo ha stravolto il nostro modo di vedere Dio. Un Dio che bisogna supplicare mille volte, comperare con meriti e penitenze, blandire con «avvocati», inondandolo di fiumi di parole.
Sarebbe come dire che per avere la luce del sole noi dobbiamo ogni notte o ogni mattina metterci lì a pregare perché il sole sorga, illumini e riscaldi. Il sole lo fa già questo, sempre, per tutti: Se però noi teniamo le imposte chiuse, se ci chiudiamo in cantina o in una grotta, se mettiamo una benda sugli occhi, la luce non può far niente. Siamo noi che dobbiamo aprire le finestre, uscire all’aperto, lasciarci inondare di luce.
Per questo sono stato colpito dalla freschezza, dalla provocazione e dall’invito al cambiamento di mentalità che emana da ogni pagina del Vangelo, in particolare da quello di Giovanni.
«Chi vede me, vede il Padre», dice Gesù a Filippo che gli ha chiesto «Mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8-9). Al centro del Vangelo di Giovanni c’è un Dio che è amore, un Dio che è luce, un Dio che si fa Parola per comunicare e creare relazioni nuove, un Dio che non sta seduto in cielo ad aspettare, ma ci viene incontro, si fa uno di noi, si fa nostro servo. Un Dio che ci ha già perdonato ed è venuto a cercarci.
Ecco allora la sfida: «rottamare le false immagini di Dio», come scrive Carlo Miglietta*, e convertirsi, cambiate mentalità e prospettiva, lasciarsi amare, entrare nella logica di questo amore e diventare liberi dalle schiavitù, dalle oscurità e malattie spirituali che ci impediscono di essere autenticamente figli e fratelli.

Non aggiungo altro. A voi il piacere di scoprire il vero Volto di Dio.
Gigi Anataloni
Marzo 2026

  • Carlo Miglietta, Perché credere, cosa credere, come credere, Gribaudi 2026



Radici sacre, identità viva

Alle pendici del Kirinyaga, il Monte Kenya, si intrecciano cosmogonie, racconti e pratiche che hanno definito l’identità del popolo Kikuyu e la ridefiniscono attraverso le generazioni.

I Kikuyu, un popolo bantu stabilitosi circa duemila anni fa sugli altipiani centrali dell’attuale Kenya, da sempre chiamano il monte che sorge sul loro territorio Kirinyaga (Kĩrĩnyaga o Kere-Nyaga), che significa «Montagna della lucentezza» o «Montagna bianca», per la neve che lo ricopre. Il primo a mettere per iscritto il nome di quel monte fu l’esploratore tedesco Johann Ludwig Krapf nel 1849, usando la grafia Kenia, secondo la pronuncia delle sue guide non kikuyu.

Più tardi gli inglesi preferirono usare la trascrizione Kenya, più consona al loro modo di scrivere le lingue locali. Così, anche i movimenti per l’indipendenza presero lo stesso nome, come aveva fatto Jomo Kenyatta, il quale si chiamava in realtà Kamau wa Ngengi, proprio per legare il loro destino a quello della nazione.

© AfMC

Il monte Kenya

Nel suo libro «Davanti al Monte Kenya» (Facing Mount Kenya), pubblicato nel 1938, Jomo Kenyatta, di etnia kikuyu, spiega il valore simbolico della montagna, legata al mito delle origini.

Kirinyaga è molto più di una vetta, è l’asse cosmico e il cuore spirituale di un intero popolo. Nella cosmologia tradizionale kikuyu, è la dimora di Ngai, il dio creatore. Rappresenta il richiamo delle radici e il riferimento costante per la vita comunitaria e per la spiritualità. Non è un luogo da conquistare, ma da onorare. Le cerimonie più importanti – nascite, iniziazioni, matrimoni e funerali – sono accompagnate da invocazioni a Ngai rivolte verso la montagna. Anche elementi naturali come pioggia, sole, luna e arcobaleni sono considerati manifestazioni della sua presenza.

Vivere sotto lo sguardo del monte significa abitare un paesaggio impregnato di sacralità, dove ogni gesto quotidiano è memoria, in un dialogo costante tra esseri umani e natura.

Nella tradizione kikuyu la natura non è mai sfondo, ma interlocutrice. Gli alberi sacri e i cicli agricoli sono parte di una visione del mondo in cui l’identità individuale vive sempre dentro una rete di relazioni: con la famiglia, la comunità, gli spiriti degli antenati e la terra che offre il suo nutrimento.

Grande albero di mugumu, foto 1902 di Filippo Perlo. © AfMC

Il mugumo

In particolare, un’antica pianta di fico, detta mugumo (letteralmente «quel vecchio albero grigio»), è profondamente intrec-
ciata con il tessuto spirituale, culturale e storico della comunità kikuyu. È considerato un albero sacro, dimora degli spiriti ancestrali (mumbi) e degli antenati (ngoma). Le persone possono cercare guida, benedizioni e protezione connettendosi con i propri antenati attraverso pratiche rituali che hanno quell’albero al centro, come il rito di iniziazione o l’offerta di preghiere o di latte, miele o birra tradizionale.

Segnali quali uccelli che si posano sull’albero o eventi insoliti che accadono vicino a esso, sono interpretati come messaggi da parte degli spiriti ancestrali, e gli anziani possono eseguire divinazioni per ottenere indicazioni da questi segni. La corteccia del fico ha una funzione terapeutica, così come la linfa lattiginosa, usata anche nei rituali per la fertilità.

Il fico mugumo è un luogo di ritrovo per importanti eventi comunitari e per la risoluzione dei conflitti. Si ritiene, infatti, che l’energia spirituale dell’albero promuova equità, imparzialità e unità, aiutando a risolvere le controversie e a prendere decisioni importanti.

Il mugumo ha avuto un ruolo nella storia della resistenza contro il dominio coloniale: i combattenti per la libertà si raduna-
vano sotto questo albero per pianificare e organizzare le loro attività. Così è diventato un simbolo di resilienza e unità contro lo sradicamento e di sfida all’oppressione.

Danza tradizionale Kikuyu attorno a un mugumu. Foto di Filippo Perlo. © AfMC

La Consolata e i Kikuyu

La presenza dei Missionari della Consolata tra i Kikuyu è una storia di fede, dedizione e trasformazione sociale.

Alla fine dell’800 il cardinale Guglielmo Massaia chiese l’invio di missionari in Etiopia. Propaganda Fide affidò all’Istituto Missioni Consolata il compito di evangelizzare i popoli del Kaffa (Etiopia). «Ma il piano di Dio era un altro: non l’Etiopia, ma il Kenya», racconta lo storico Giovanni Giorgio Demaria. «Dato che il Massaia aveva impiegato quattro anni per raggiungere l’Etiopia risalendo il Nilo, si pensa di arrivarci partendo dall’Oceano Indiano. Allamano, per avere informazioni, si rivolge al console italiano a Zanzibar. Quest’ultimo rimanda ai Padri dello Spirito Santo del vicariato di Zanzibar, che comprende anche l’area che oggi è il Kenya, alla cui guida c’è monsignor Émile-Auguste Allgeyer». Allgeyer, nel novembre 1901, accettò la richiesta di Allamano di mandare missionari nel Kikuyu Nord, nel proprio vicariato per la prova richiesta da Propaganda Fide ai nuovi istituti. La zona rappresentava il trampolino per raggiungere l’Etiopia.

Il 28 giugno 1902, i primi quattro missionari della Consolata arrivarono presso i Kikuyu.

La loro prima base fu il villaggio di Tuthu, nella regione di Murang’a, che oggi è considerato il «luogo delle origini» della fede cristiana per milioni di keniani. Nel 1904, infatti, si tenne l’importante conferenza di Murang’a (cfr. dossier di MC ottobre 2020) in cui si stabilirono i criteri fondamenti per il lavoro missionario: apprendimento della lingua locale, annuncio evangelico itinerante, lavoro manuale, buoni rapporti con indigeni e governo, formazione dei catechisti, cura dei malati, visite ai villaggi, istituzione di scuole.

Importantissimo si rivelò il lavoro delle suore, in particolare con i malati, e la capacità dei fratelli laici a trattare i Kikuyu con dignità, tenendo conto della fatica dei lavoratori e della necessità di garantire loro un salario adeguato.

I missionari, nonostante difficoltà come il clima, le malattie, la solitudine, la scarsa possibilità di comunicare con la gente di cui non si conoscevano le abitudini e la mentalità, si dedicarono immediatamente a imparare la lingua e le tradizioni locali, a curare i malati, a insegnare mestieri e avviare scuole, annunciando il Vangelo con rispetto e pazienza. «Aspettarono 13 anni per celebrare il primo battesimo», racconta padre Vincenzo Salemi, missionario della Consolata, che ha vissuto tra i Kikuyu per vent’anni dal 1968.

L’incontro con i Kikuyu ha generato sfide e cambiamenti, ma anche spazi di ibridazione culturale, dando vita a nuove forme di appartenenza.

Il Canonico G. Camisassa in visita alla Missione della Madonna di Mondovì al Karema Nel 1911 – La folla convenuta per la grande gara catechistica. © AfMC

L’identità contemporanea

Oggi i Kikuyu vivono una realtà dinamica. Sono in gran parte agricoltori: coltivano caffè, tè, mais, banane e ortaggi, soprattutto nelle fertili regioni del Monte Kenya. Molti vivono in aree urbane, a Nairobi ad esempio, dove sono attivi nel commercio, nell’istruzione, nella sanità e nella politica.

Ma nei villaggi sono ancora presenti le case tradizionali, thingira o nyõmba (da nyumba in kiswahili), di forma circolare per riflettere l’armonia con la natura e la ciclicità della vita. L’ingresso delle capanne è rivolto a Nord Est, verso il Monte Kenya, in segno di rispetto verso Ngai.
All’interno, c’è una zona per cucinare, una per dormire, una per conservare semi e oggetti rituali, un’altra per il bestiame.

La nyõmba non è un semplice spazio abitativo: ancora oggi è un simbolo di identità e continuità del clan. Le donne, infatti, nella nyõmba esprimono la loro centralità nella trasmissione del sapere orale: è lì che le madri insegnano alle figlie i canti, i proverbi, le tecniche agricole e i rituali. La struttura familiare, infatti, rimane ancora oggi un elemento di solidità: la famiglia estesa e il rispetto per gli anziani continuano a essere valori centrali. Le nuove generazioni affrontano la sfida di conciliare la modernità con le radici culturali.

I giovani kikuyu oggi sono normalmente trilingui: parlano kikuyu, swahili e inglese.

Riti di passaggio, come l’iniziazione, sono ancora celebrati, soprattutto nelle zone rurali, in forme nuove e adattate alla sensibilità della società contemporanea, accompagnate da danze e canti tradizionali.

Il rito di iniziazione tradizionale, di cui ancora oggi si conserva un forte ricordo, si svolgeva per gruppi di età denominati irua, ognuno con un nome specifico e composto da adolescenti con massimo cinque anni di differenza tra loro.

Nei mesi che precedevano la cerimonia, gli iniziandi ricevevano insegnamenti da un anziano riguardo ai valori, i doveri e le responsabilità comunitarie.

La cerimonia, chiamata mambura, era anticipata da una danza preparatoria per celebrare e rafforzare la solidarietà del gruppo.

I maschi venivano circoncisi come rito centrale per il passaggio alla maggiore età. La cerimonia pubblica richiedeva dimostrazioni di coraggio: esprimere paura era considerato vergognoso per sé e per la famiglia. Dopo la circoncisione, i giovani rimanevano in isolamento per settimane, durante le quali erano intensificati gli insegnamenti sulla cultura kikuyu.

Ancora oggi la circoncisione maschile è essenziale, ma, soprattutto in città, molti ragazzi sono circoncisi in strutture sanitarie.

Anche le ragazze, con la guida di un’anziana, affrontano la cerimonia di iniziazione – essenziale per il matrimonio -. La tradizione prevedeva che rimanessero per un periodo isolate a imparare il ruolo di donna adulta: dal matrimonio alla maternità e alla responsabilità comunitaria. In passato veniva praticata una forma di mutilazione genitale, ma attualmente le comunità l’hanno sostituita con altre cerimonie fortemente simboliche.

Guaritore tradizionale kikuyu all’opera a Tuthu, tra il 192 e il 1910, © AfMC

Salute e malattia

Anche per quanto riguarda il rapporto con la salute, i Kikuyu sperimentano una commistione tra saperi ancestrali e apporti della modernità.

La salute non è considerata solo assenza di malattia: è equilibrio tra corpo, spirito e comunità. Per questa ragione la medicina tradizionale svolge un ruolo fondamentale nel sistema di pensiero kikuyu: è cura, ma anche memoria e cultura.

Nonostante il declino apparente nell’ambiente urbano contemporaneo, la figura del mũndũ mũgo, il guaritore, continua ad adattarsi ai cambiamenti sociali, rimanendo un punto di riferimento fondamentale per la salute e la gestione delle problematiche magico religiose.

Egli custodisce, infatti, saperi tramandati oralmente per generazioni. Le sue specializzazioni includono la divinazione (kũragũra), l’identificazione dei sortilegi e la protezione da essi, e l’erboristeria.

Le piante medicinali, raccolte con rituali che rispettano la natura, sono usate per curare febbri, infezioni e disturbi più complessi. Ognuna ha una storia, un potere e un legame con il mondo spirituale.

La guarigione non è mai un evento del singolo individuo, ma coinvolge la famiglia e, spesso, l’intero villaggio. La malattia, infatti, è vista come squilibrio che riguarda la persona nella sua rete sociale. I rituali di purificazione e le preghiere agli antenati rafforzano il senso di appartenenza e protezione.

Oggi, le radici kikuyu continuano a nutrire un’identità viva, capace di confrontarsi con la modernità senza perdere il legame con il Kirinyaga. Non sono catene che imprigionano, ma ponti che permettono di attraversare il tempo e lo spazio.

Elisabetta Gatto e Gloria Codello

Vista aerea da Est del Monte Kenya (© AfMC / Gigi Anataloni)

La mostra «Kirinyaga»

La relazione profonda del popolo kikuyu con la terra e con gli antenati è al centro della mostra «Kirinyaga. Radici sacre, identità viva», allestita nello spazio per le mostre temporanee Urihi del Cam – Cultures and mission, il Polo culturale dei Missionari della Consolata a Torino -, fino a novembre. Si tratta della prima mostra originale organizzata dal comitato scientifico del Cam e allestita da Mediacor.

Il percorso espositivo, attraverso oggetti, immagini storiche e testimonianze video, intende restituire due dimensioni inseparabili: le radici sacre, cioè la profondità spirituale e simbolica che continua a orientare oggi la vita sociale kikuyu, e l’identità viva, che non è immobile, né «folclorica». Questa identità è stata capace di trasformarsi, di attraversare la storia coloniale, la modernità urbana, le migrazioni, fino alle sfide del presente.

Si racconta un viaggio dalle tradizioni ancestrali alla contemporaneità, mettendo in luce la forza di una comunità che ha saputo dialogare con il mondo, anche resistendo alla dominazione coloniale e aprendosi all’incontro con i Missionari della Consolata, giunti in Kenya all’inizio del XX secolo.

E.G e G.C.

info@cam.consolata.eu



Per una nuova primavera

In questi giorni domina il numero 12, ma non quello degli apostoli, sfortunatamente.
A Milano c’è un milionario ogni 12 persone, mentre «i 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono da soli una ricchezza superiore a quella detenuta dalla metà più povera dell’umanità, ossia 4,1 miliardi di persone» (dal rapporto Oxfam del 19 gennaio 2026 sullo stato delle diseguaglianze sociali a livello globale e in Italia).

Numeri da vertigine, considerando poi che gran parte di questa ricchezza non è usata per il bene comune, ma per aumentare le diseguaglianze e imbrigliare ogni opposizione; per rafforzare un sistema politico e informativo che silenzia, imprigiona, sopprime ogni alternativa, obiezione, dissenso.

Questi stessi ricchi sono poi quelli che guadagnano sulle guerre e considerano il mondo terra di conquista e spartizione, senza alcuna considerazione per chi vi abita e per il diritto dell’umanità a disporre delle sue risorse collettivamente, e non a favore di pochi privilegiati.

In questo mese di marzo, ci aspettano due appuntamenti importanti per rinnovare la nostra contrarietà a ingiustizia e diseguaglianze: la giornata internazionale della donna, l’8, e la 34ª giornata dei «Missionari martiri, gente di primavera, portatori di nuova vita e speranza», il 24. Assieme a questi due appuntamenti mi piace ricordarne un altro, già celebrato l’8 febbraio: la giornata contro la tratta. Tre appuntamenti di speranza e di rinnovato impegno per un mondo più giusto, fraterno e in pace.

La giornata contro la tratta è stata l’occasione per ribadire un forte no allo sfruttamento delle persone, siano esse lavoratori maltrattati, donne e minori trafficati per ogni genere di abuso, migranti e rifugiati spremuti fino in fondo con false promesse, o immigrati arrestati senza pietà e senza rispetto dei loro diritti e delle norme internazionali.
Ogni persona è un valore, è immagine di Dio, è cittadina del mondo, è degna di rispetto ed ha diritto a una vita piena.

La giornata internazionale della donna offre l’opportunità di ripensare, rinnovare, rigenerare le relazioni tra uomo e donna, in una visione d’insieme, dove nessuno è padrone dell’altro o dell’altra. È l’occasione per ribadire il «no» ai soprusi e alla violenza di genere, certamente, ma soprattutto a ogni tipo di sopraffazione nella relazione tra persone. Occorre rigettare tutte le degenerazioni del cosiddetto patriarcato, nei tempi antichi strumento di sopravvivenza essenziale in una vita dura, oggi degenerato in forme inaccettabili di superiorità e dominio che legittimano l’abuso e la brutalità e, soprattutto, rivelano una grande confusione dei ruoli, non visti più come strumenti per un cammino da compiere insieme, ma spesso solo come mezzi per l’affermazione di sé, del proprio io.

La giornata dei missionari (e cristiani) martiri ci parla, invece, di primavera e di vita nuova. Celebrata dal 1993, nel giorno del tredicesimo anniversario del martirio di monsignor Oscar Romero, avvenuto nel 1980, ricorda quest’anno 17 «martiri» (cioè «testimoni»). Da quando si celebra, l’anno con il maggiore numero di cristiani uccisi per la fede (264) è stato il 1994. In tutto, dal 1990 a oggi sono stati 1.181, tra cui 679 sacerdoti e 214 religiosi.

Personalmente, questa giornata mi suscita due sentimenti contrapposti: tristezza e grande gioia.

Tristezza per la violenza, l’intolleranza e la persecuzione ancora oggi praticate in troppe parti del mondo, con oltre 350 milioni di cristiani non liberi di vivere la loro fede. Soprattutto perché spesso violenza e intolleranza sono giustificate come via per mantenere o ritrovare una presunta «grandezza», messa in pericolo da chi è diverso o non allineato con l’ideologia o la religione dominante.

Gioia grande perché trovo di una bellezza incredibile il fatto che ci siano persone che continuano a dare la vita per amore, che non si lasciano intimidire dalla cattiveria, dai soprusi, dalle vessazioni e rispondono con il dono della loro stessa vita, con la gratuità e il perdono.
Testimoni che non fuggono, ma stanno con la loro gente fino alla fine, sono vicini ai più poveri, ai popoli indigeni, agli sfruttati della terra, ai migranti, dando tutto grazie alla forza che trovano nell’amore di Gesù. Stupendi uomini e donne di pace e fraternità, fiori di una nuova primavera per tutta l’umanità, incredibile antidoto a ogni pessimismo.

Gigi Anataloni
direttore responsabile




Angelo Fracchia, Amici di Dio

«Il mondo oggi non ha bisogno di maestri ma di testimoni e i maestri vengono riconosciuti come tali solo in quanto sono anche testimoni» (Paolo VI). Sono parole di mezzo secolo fa, ma in fondo ancora (o forse sempre?) valide. Sapere come camminare, quale percorso fare, quali accortezze seguire per arrivare alla meta è importante, ma trovare qualcuno che cammini con noi, che ci apra la via, che ci mostri come comportarci, è impagabile.
Questo vale ancora di più quando la questione non è come portare a termine dei compiti pratici o risolvere dei problemi, ma come impostare, gestire e condurre la nostra vita. In questo caso, come e quando potremmo essere sicuri di aver fatto un buon lavoro, così eventualmente da correggerlo e farlo migliore?

Ecco perché più che le teorie, ci interessano gli esempi, i testimoni, coloro che percorrono la pista come noi, fosse pure in altri tempi e in condizioni non identiche, ma su strade che assomigliano a quelle che ci troviamo di fronte noi. […]
In realtà, nella Bibbia noi troviamo più che altro le esperienze di persone varie che, in contesti e situazioni diverse, hanno provato a cercare la propria strada di vita e hanno pensato di averla trovata in rapporto con un Dio sempre uguale a se stesso ma sempre impegnato in relazioni variegate, che mostravano ognuna un suo volto un poco diverso rispetto alle altre.Ecco allora che la dedizione assoluta e trasparente di un Abramo o di un Samuele si accostano all’apparente opportunismo, pieno però di coraggio e generosità, di Raab e di Rut. E costoro, non si muovono forse ai confini o fuori dalla legge, come Osea e Tamar, pur capaci di farci intuire un volto di Dio ancora più vertiginoso e affascinante? E guardando al confuso cammino di Giacobbe, alla paura di Mosè, ai dubbi di Geremia, non ci sentiremo confortati in tutte le nostre imperfezioni e indecisioni? E guardando alle loro esperienze, non cogliamo meglio anche il volto invisibile del loro compagno, con cui si sono accompagnati nelle loro esistenze? […] Perché tutte insieme, queste diverse esperienze umane possono indicarci non quale strada percorrere, ma come tracciare il sentiero nostro, e sentire che in ogni nostro passo anche noi potremo sentirci chiamare da Dio: «amico mio».




Angelo Fracchia, Una Chiesa in uscita

Il volume raccoglie le 20 puntate sul libro dell’Esodo pubblicate tra il gennaio 2021 e dicembre 2022 per renderci partecipi del cammino del popolo d’Israele, che con la guida di Mosè, è passato da una situazione di schiavitù a una vita in libertà, da una realtà di non-popolo al diventare popolo di Dio.
Scrive in biblista Angelo Fracchia: «Tutti noi abbiamo in mente le acque del Mar Rosso che si aprono davanti al bastone di Mosè. Probabilmente tornano alla memoria immagini di libri sacri, del catechismo, o di film. Chi si avventura senza accompagnamento nel libro che racconta quell’episodio, però, potrebbe sentirsene in prima battuta respinto: scene crude, passaggi apparentemente incomprensibili, parti che ci paiono sinceramente lunghe e noiose. Nello stesso tempo, però, è contenuto in quel libro il racconto di Pasqua, fondamento della fede di ebrei e cristiani».




Dalla nostra rivista, 100 anni fa

Siamo lieti di condividere con voi la copia integrale della nostra rivista pubblicata nel marzo 1926, immediatamente dopo i funerali di San Giuseppe Allamano.

«Martedì, 16 febbraio (1926), alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Re.mo canonico Giuseppe Allamano Fondatore e Superiore generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino».
Giuseppe Allamano vegliato nella camera ardente, 17 febbraio 1926

Queste sono le parole che aprono le sedici pagine dedicate all’evento che ha segnato la vita dei due Istituti e della Chiesa di Torino.
Le pagine raccontano «La morte del Giusto» (vedi MC 1/2026), seguita dal «Commovente tributo d’affetto del Clero e Popolo di Torino» e dalla «Mirabile apoteosi» del funerale. Segue una breve sintesi della sua vita come «L’Uomo di Dio», e si conclude con «L’elogio del Papa» (Pio XI).

Qui trovate il periodico nella sua integrità, come è stato pubblicato cento anni fa.
Buona lettura. Uniti nella preghiera e nel ringraziamento con tutti i Missionari e le Missionarie della Consolata e con la Chiesa torinese.

N:B: per facilitare la lettura utilizzare il menu qui sotto o scaricare il file (formato pdf).




Angelo Fracchia, Un cammino di libertà

Questa volume raccoglie le 20 puntate pubblicate nel biennio 2019_2020,  più una prefazione scritta apposta per questa raccolta. È il frutto della collaborazione tra la rivista Missioni Consolata e il biblista Angelo Fracchia, alla scoperta del libro degli Atti degli Apostoli, il libro della missione.

Uno degli inviti pressanti di papa Francesco a tutta la Chiesa è quello di essere «una Chiesa in uscita». Il libro degli Atti diventa fonte di ispirazione, un paradigma di vita. Il mandato degli Apostoli diventa allora il nostro mandato. Il loro stile di dare la bella testimonianza di Gesù è ispirazione e modello per noi. Non per ripetere quello che gli apostoli hanno fatto, ma per acquisire il loro stesso spirito e imparare e riconoscere l’azione dello Spirito nel nostro oggi.




Il paese ha perso la verginità

«Voi tanzaniani siete troppo remissivi. Nessuna manifestazione, nessuna protesta. Che cosa aspettate ad alzare la testa contro un governo dittatore e corrotto, che vi schiavizza con salari da fame, mentre i disoccupati sono un esercito?». Questa la critica che alcuni osservatori africani rivolgono al Tanzania. Ed ecco che il 29 ottobre 2025 i tanzaniani dicono: «Ora basta!».

Dar es Salaam: tre parole arabe che significano «porto della pace».

Siamo in Tanzania. Ma, a partire dal 29 ottobre 2025, Dar es Salaam, capitale economica del Paese, non è piu il «porto della pace». Idem per le città di Mwanza, Arusha, Mbeya, Iringa, Tonduma, coinvolte in tragici eventi con circa 700 morti ammazzati nel giro di 48 ore.

Che cosa sta capitando in Tanzania, decantata oasi di tranquillità dell’Africa? Prima di rispondere a tale domanda, occorre fare dei passi indietro.

Tutti i presidenti

Julius Nyerere merita apprezzamento. Con Léopold Senghor del Senegal, Nyerere fu l’unico presidente dell’Africa ad avere liberamente rinunciato al potere. Leader indiscusso fin dall’indi-
pendenza del Tanganyika nel 1961, nel 1985 Nyerere abbandonò la presidenza della repubblica del Tanzania. Nel 1995 si dimise pure dalla carica di presidente del partito di maggioranza Chama cha Mapinduzi (Partito della Rivoluzione), che dettava la politica del Paese.

Nyerere si ritirò senza essersi arricchito. Evento più unico che raro in Africa.  Nel contempo Nyerere non fu scevro da scelte infauste: «nodi cruciali», che a suo tempo destarono malumori e resistenze. Ignorarli sarebbe offendere lo stesso «mwalimu» (maestro) del Tanzania, amante della verità.

Un nodo cruciale furono le leggi sulla detenzione preventiva dei sospettati di agire contro lo Stato.

Discutibile fu poi l’allontanamento dal Tanzania del politico Oscar Kambona e di altri personaggi, rei di opinioni contrarie al Presidente.

Ancora: Nyerere peccò di spirito antidemocratico quando adottò «il sistema del partito unico». Il presidente spiegò: il partito unico è una scelta obbligata, perché il Paese non è politicamente preparato al pluripartitismo; con più partiti, la nazione cadrebbe nel marasma degli altri Stati africani, divenendo facile preda di demagoghi abili nel cavalcare malumori tribali o religiosi.

Poi, il 30 ottobre 1978 Idi Amin Dada, dittatore dell’Uganda, invase il Tanzania. Tra i due Paesi fu guerra. L’esercito tanzaniano non solo cacciò l’invasore, ma occupò persino la capitale ugandese Kampala.

Fu l’episodio più sconcertante del mwalimu. Molti Paesi africani lo accusarono di violare i principi dell’Organizzazione dell’unità africana. Lui replicò: nella guerra contro l’Uganda ha prevalso «la ragione di Stato» e la consapevolezza che con l’imprevedibile e sanguinario Amin era impossibile ragionare.

Il Tanzania uscì vittorioso dal conflitto, ma affamato e stremato, senza riserve monetarie. Il Paese non poteva concedersi il lusso di una guerra.

Il dopo Nyerere

I presidenti successori di Nyerere furono: Ali Hassan Mwinyi (1985-1995), Benjamin Mkapa (1995-2005) e Jakaya Kikwete (2005-2015). Dopo Kikwete, fu la volta di John Magufuli, che morì nel 2021 probabilmente di Covid-19. Seguendo la Costituzione, il defunto presidente venne rimpiazzato dalla vicepresidente, Suluhu Samia Hassan.

C’è un denominatore comune fra questi cinque presidenti: ed è la «dittatura».

In Tanzania vige il pluripartitismo, ma è solo una parvenza di democrazia, giacché il Chama cha Mapinduzi detiene sempre in Parlamento la maggioranza assoluta: è il megafono del presidente di turno, un rullo compressore contro i partiti di opposizione, spesso irrilevanti perché divisi.

La Costituzione fa del presidente un «deus ex machina», quasi insindacabile. Dittatore, appunto. Esiste poi uno stretto connubio fra polizia e Presidenza della repubblica. Di qui il quesito cruciale: chi comanda in Tanzania? Il Parlamento o la polizia?

Durante il secondo mandato del presidente Kikwete vi fu un lodevole tentativo di riformare la Costituzione, grazie all’apporto di alcuni movimenti democratici, anche cattolici. Ma le loro proposte furono insabbiate. Un buco nell’acqua.

P.Mario Bianchi (allora superiore generale IMC) conversa col Presidente Nyerere nella casa della Missione di Uhungu, 2-7-1978.

Eventi inquietanti

Il 5 ottobre 2022 il quotidiano britannico The Guardian denunciò il governo del Tanzania per volere sradicare circa 100mila Masai dal loro habitat ancestrale di Ngorongoro e dintorni. Il Governo replicò: «No, noi li vogliamo proteggere meglio».

La verità, invece, è un’altra: creare una riserva di caccia di lusso per i turisti (cfr. MC notizie 6 ottobre 2025). Alla faccia del rispetto dei diritti umani. Il contenzioso tra Masai e potere politico è ancora aperto.

Perplessità destava, inoltre, la voce che circolava in Tanzania nel 2023: il Governo intende affidare la gestione dell’importante porto di Dar es Salaam a un paese arabo. Per il cittadino comune il progetto era uno schiaffo, un sentirsi tacciato di incapacità. I vescovi cattolici se ne fecero carico con una lettera aperta, chiedendo al governo di sottoporre alla volontà del popolo il problema dello scalo di Dar es Salaam.

Il sottoscritto lesse il documento dei vescovi, intitolato Vox populi vox Dei, nella parrocchia Ubungo Msewe di Dar es Salaam, che fu salutato da scroscianti applausi.

Il risultato? Zero. Il 22 ottobre 2024 quattro moli del porto suddetto furono affidati alla gestione degli Emirati arabi uniti.

Però il fenomeno più inquietante è un altro. Da circa due anni in Tanzania, durante la presidenza di Hassan, scompaiono persone. Scompaiono per non comparire più. Sono desaparecidos come quelli dell’Argentina del 1976-1983.

Nella prima metà di ottobre del 2025 Yuda Tadei Ruwa’ichi, arcivescovo di Dar es Salaam, stigmatizzò il dramma esigendo spiegazioni dall’autorità nazionale. No comment.

La rivolta dei giovani

Arriviamo al 29 ottobre 2025. In Tanzania sono in corso le elezioni presidenziali. La riconferma per altri cinque anni della presidente in carica Samia Suluhu Hassan è scontata, anche perché alla tornata elettorale non partecipa il maggiore partito di opposizione Chadema (Partito della democrazia e dello sviluppo), che ritiene inutile votare se prima non si cambia la Costituzione che garantisce poteri enormi al presidente eletto.

Assente forzato dalle elezioni è lo stesso presidente del Chadema, Tundu Lissu, imprigionato con l’accusa di tradimento. Lissu, l’8 settembre 2017, sfuggì miracolosamente a un attentato, restando gravemente ferito da 16 colpi di arma da fuoco.

In vista delle elezioni politiche, l’esecutivo ha dispiegato pesanti e costosi strumenti repressivi, per scardinare i restanti esponenti dell’opposizione. Tutto con un unico obiettivo: spianare la strada al secondo mandato di Hassan.

La mattina del 29 ottobre 2025 tanti seggi elettorali sono quasi deserti. Fra i non votanti, primeggiano i giovani, disamorati della presente politica. Giovani che, nel pomeriggio, iniziano a radunarsi per le strade di Dar es Salaam, per manifestare il loro dissenso verso il regime.

Oltre a denunciare l’inutilità di un’elezione il cui risultato è deciso da tempo, i manifestanti sfogano la loro rabbia contro il sistema politico, bruciando veicoli, scardinando distributori di carburante, devastando stazioni di polizia. Le forze dell’ordine reagiscono con gas lacrimogeni e blocchi stradali. Scende in campo pure l’esercito, rafforzando la repressione.

E si spara. Corre voce che alcuni soldati tanzaniani rifiutino di sparare contro i propri concittadini. Intervengono allora mercenari dell’Uganda e del Rwanda.

La sera del 29 ottobre viene proclamato il coprifuoco. Ma i manifestanti lo ignorano, sfidando polizia ed esercito. La protesta si estende a macchia d’olio anche in altre città, non solo a Dar es Salaam. È uno «tsunami» di rivolte. Sulle strade giacciono circa 700 cadaveri.

Nel frattempo la situazione diventa ancora più caotica. Già prima del voto, le autorità hanno bloccato l’accesso a internet e posto i media sotto controllo.

Gli aeroporti sono chiusi: non si parte né si arriva, specialmente a Dar es Salaam.

Sabato, primo novembre 2025, vengono notificati i risultati ufficiali delle elezionia: Suluhu Samia Hassan stravince con un plebiscito «bulgaro», pari a quasi il 98 per cento. Però i votanti sono stati circa 30 milioni, in un Paese che conta oltre 70 milioni di persone. È evidente che hanno votato solo gli aderenti al Chama cha Mapinduzi.

Evviva la Presidente! Oggi ha vinto.

 E domani?

Il domani del Tanzania è già iniziato il 3 novembre 2025, con il prezzo della benzina schizzato da tremila scellini il litro a diecimila, mentre il valore dello scellino è collassato: uno scellino vale 0,00035 euro (18/11/2025).

L’aumento del carburante è il volano per l’aumento immediato di tutto. Così il costo dei generi alimentari è triplicato dal mattino alla sera. Ma guai a criticare il Governo. Il potere ti vede e ti sente. La gente vive nel terrore.

E se i parenti dei 700 morti ammazzati decidessero di vendicare i loro congiunti?

«Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, l’ora della salvezza, ed ecco il terrore» (Geremia 14, 19).

Il Tanzania ha perso la verginità. Nulla sarà più come prima. I bagni di sangue sono là in attesa di… «Quod Deus avertat!», che Dio ce ne scampi.

Francesco Bernardi




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

«Sulawesi crossing»

Grazie Marco per il tuo dossier sulla Chiesa nell’isola di Celebes (Indonesia), e in particolare sulla diocesi di Manado. Questa è informazione buona e molto utile per il mondo, e in particolare per i lettori di Missioni Consolata. Ho mandato questo dossier a monsignor Rolly Untu. Saluti da Manado, da «la gente che sorride».

padre Polce Pitoy,  missionario del Sacro Cuore, Manado, 6/11/2025

La presenza di Marco Bello, della rivista Missioni Consolata, è stata fonte di gioia e cordiale amicizia per me personalmente e per monsignor Fransiskus Nipa, arcivescovo di Makassar. Marco ha svolto un’eccellente attività giornalistica sulla Chiesa cattolica, in particolare sulla nostra comunità nella parte meridionale dell’isola di Sulawesi, in Indonesia. La sua pubblicazione sulla rivista Missioni Consolata ha mostrato al mondo la ricchezza storica e culturale della nostra società, arricchita dall’atmosfera islamica e, naturalmente, la vita della comunità cattolica come «piccola Chiesa» in questa vasta area pastorale. Apprezzo e amo questo dossier intitolato «Sulawesi Crossing», che racconta la città costiera di Makassar, con la sua cattedrale, luogo sacro e culturale iconico nel cuore di questa dinamica città. E anche l’incredibile cultura della società Toraja nella zona montuosa, la città natale di quasi il 60% dei cattolici dell’arcidiocesi. Grazie di cuore a Marco e a tutti i missionari della Consolata.

don I Made Makus Suma, Makassar, 12/11/2025

Grazie a San Giuseppe Allamano

Giovedì primaverile 1915. Durante una delle visite degli studenti e chierici da Torino, l’Allamano si lascia fotografare dal chierico Borello Mario.

Ho conosciuto i Missionari della Consolata nel 1972-1973; ho frequentato alcuni sacerdoti: p. Antonio Lasaponara, p. Vittorio Aquilino, p. Raffaele (Garzia), p. Luigi. La benedizione al mio matrimonio nel 1980 è avvenuta con la celebrazione di padre Antonio. Il 20 Ottobre 2024 ero personalmente presente in piazza San Pietro per la canonizzazione di San Giuseppe Allamano. Negli ultimi mesi ho pregato il nostro comune santo affinché fosse posto rimedio ad una situazione di «umana» e palese ingiustizia.

Il Signore Dio nostro ha ascoltato l’intercessione di San Giuseppe. Per tale motivo rendo grazie.
Spero di essere presto a Torino per rendere personalmente grazie al santo.
Desidero che il mio nome non sia pubblicato.

Lettera firmata
Brindisi, 21/09/2025

La foto, da cui è tratto il particolare del volto di San Giuseppe Allamano qui sopra, ha una sua storia, che comprende anche un accurato lavoro di restauro e colorazione.

Un giovedì di primavera del 1915, come annota il diario del seminario di Torino dei Missionari della Consolata in corso Ferrucci, i chierici vanno in passeggiata a Rivoli, dove sanno che il canonico Allamano li attende. Dopo una conferenza di formazione
e la lettura di diverse lettere di missionari dal Kenya, il fondatore raccomanda loro di tenere frequenti e vivi contatti epistolari con i confratelli in missione. I seminaristi si commuovono.

Finito l’incontro, il chierico Mario Borello, che tiene in mano una macchina fotografica, prega il fondatore di lasciarsi fotografare da solo. Egli cede alla richiesta soltanto davanti alla esplicita promessa del giovane di intensificare subito la corrispondenza con l’Africa. Sapendo della riluttanza che lui aveva nel lasciarsi fotografare da solo, si apprezza ancora di più la sua «paterna concessione» per far crescere lo spirito di famiglia tra i suoi
missionari.

16/02/1926 – 16/02/2026, a cento anni della «Morte del giusto»

Il numero di marzo 1926 de «La Consolata» è totalmente dedicato alla «morte del giusto». Riportiamo, senza modifiche, pochi stralci dalle pagine del periodico.

Funerale di Giuseppe Allamano

L’editoriale

Martedì, 16 febbraio, alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Rev.mo canonico GIUSEPPE ALLAMANO, Fondatore e Superiore Generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino.

La mano, tremante, quasi si ribella a dare il tristissimo annunzio, perché vorremmo ancor persuaderci che non è così; né ci par vero che si siano chiusi per sempre quegli occhi limpidi e sereni che penetravano addentro dei cuori per scoprirne i segreti affanni; e che più non ci sia dato sentir quella voce che tante parole disse di bontà, di consiglio, di conforto e di perdono; e che si siano per sempre irrigidite quelle mani che ognora s’aprivano a beneficare, o s’alzavano a benedire.

Eppure è questa la dura realtà; e nessuna parola noi troviamo che valga ad esprimere il nostro dolore. […] Lutto gravissimo adunque, non solo per il nostro Istituto, né solo per la Diocesi torinese, ma per la Chiesa Cattolica, di cui era e sarà fulgida gemma.

In quest’ora di suprema amarezza, altro conforto non troviamo, né vogliamo trovare, che in pronunziare le parole ch’Egli ripeteva durante il corso della breve malattia e che gli erravano ancora sul labbro moribondo: « Sia fatta la volontà di Dio!»; e ripeterle, com’Egli faceva, con lo sguardo rivolto all’immagine della SS. Consolata, per confidare a Lei tutta la nostra ambascia, per versare nel Suo Cuore materno tutte le nostre lacrime.

E tu, Padre, dal bel Paradiso, di presso al trono della SS. Consolata di cui fosti il Figlio più tenero, a fianco del Beato Cafasso di cui fosti imitatore perfetto nelle virtù, volgi lo sguardo a noi tuoi Figli, che hai lasciato orfani, a tutte le persone che ti volevano bene e, impetrandoci conforto nel dolore, ottienici pure la grazia di poter seguire le tue orme benedette, per consumare la nostra vita, ed ogni istante di essa, come tu facesti, per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime.

Funerale di Giuseppe Allamano arrivo nella piazza del Duomo

La morte del giusto

«Sive vivimus, sive morimur, Domini sumus». Sia che viviamo sia che moriamo siamo sempre del Signore. Furono queste le parole che il Can.co Giuseppe Allamano pronunziò quando dovette mettersi a letto. Era il 1° febbraio. Due giorni dopo, sembrandogli d’essersi ri-messo alquanto, volle alzarsi nella speranza di poter celebrare la S. Messa; e a chi dolcemente rimproveravalo per questo sforzo, più di volontà che di reale miglioramento, rispondeva: «Son già due giorni che non celebro…; essi, i dottori, non sanno, non capiscono che cosa voglia dire lasciare la Messa …; faccio la Comunione, è vero, ma la Messa, la S. Messa!» e il suo occhio, reso più vivo da tanta passione eucaristica, si fissava, con la solita espressione di fede e d’amore, sul crocifisso che stava davanti a Lui, sopra lo scrittoio.

Povero Padre! La Messa quel giorno non poté celebrarla, e non la celebrò più; il Maestro Divino era già alla porta e bussava, per invitarlo alla Messa eterna del Paradiso. Ed egli, con lo stesso ardore con cui, durante la sua lunga carriera sacerdotale, aveva offerto ogni giorno all’Eterno Padre il calice del Sacrificio, offriva ora tutto se stesso, in unione alla Vittima Divina. […]

«Prego per voi – diceva [a coloro che], vedendolo assorto nella contemplazione dell’immagine della Consolata, lo interrogavano con filiale confidenza che cosa stesse facendo – prego per tutte voi, per tutti i Missionari… è questa la mia continua occupazione… non posso far altro». Ed ai Superiori dell’Istituto, che gli promettevano, alla lor volta, le preghiere dei Missionari, diceva: «Sì, sì, pregate per me… ; vedete, questo poco di vita che ancor mi resta è per voi… vi ho dato tutto!».

[…] La sua abituale giaculatoria, dopo le invocazioni alla SS. Consolata tutte riboccanti di tenero e filiale affetto, erano le parole di Gesù nel Getzemani: «Mio Dio, sia fatta la tua santa volontà». […]

Era lui a confortare quanti, amici e ammiratori, figli e beneficati, venuti a recargli conforto, erano invece vinti dalla commozione al vedere quella preziosa esistenza spegnersi per sempre, e prorompevano in lagrime attorno al suo letto. Li confortava col suo aspetto calmo e sereno, con la parola piena di spirituale unzione, col cenno della mano additante la patria celeste, col dolce e paterno sorriso, con la sua benedizione. […]

Il lunedì, 15 febbraio, nelle prime ore del pomeriggio, il male precipitò improvvisamente, gettando nella più viva costernazione quanti, da due settimane, venivano trepidando intorno a Lui. […]

L’occhio del Morente pare rianimarsi e la sua mano ha un leggero movimento, in un supremo sforzo per alzarsi e benedire. Certo, in quel momento, davanti al suo occhio dovette passare la visione delle care Missioni, dei diletti figli e figlie eredi del suo apostolico spirito, dei poveri africani […]; ed oh, con quale e quanta effusione di cuore egli dovette, in quell’istante, tutti benedire! Fu così, nella visione delle lontane Missioni, ch’Egli, lentamente, dolcemente spegnevasi […].

Ancora dalle sue labbra, qual soffio lieve lieve, uscì il saluto alla celeste Mamma che gli tendeva le braccia: “Ave Maria!”, ancora abbozzò sul crocifisso un lungo, fervido bacio… e il bacio al suo Signore si prolungò nel gaudio e nella luce eterna.

Funerale di Giuseppe Allamano: il corteo funebre lascia il Duomo per recarsi ala Cimitero Monumentale.

da «La Consolata», marzo 1926