La Colombia colpita dal terremoto. La Chiesa si unisce in solidarietà

Da Consolata News del 12 agosto 2026.

Il terremoto di magnitudo 7.4 che ha colpito la Colombia il 10 agosto ha generato un’ondata di solidarietà che ha oltrepassato i confini. La Chiesa colombiana, Papa Leone XIV e le organizzazioni ecclesiali dell’America Latina hanno espresso la loro vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, invitando alla preghiera, al servizio e alla ricostruzione della speranza.

La Colombia si è svegliata lunedì 10 agosto con un forte terremoto di magnitudo 7.4, registrato alle 7:34 del mattino, con epicentro nel comune di San José del Palmar, Chocó, a una profondità di 103 chilometri. La scossa è stata percepita in vaste regioni del Paese e anche a Panama, Venezuela, Ecuador e nel nord del Brasile.

Mentre proseguono le operazioni di soccorso e assistenza nel Paese, la Chiesa latinoamericana esprime la sua fraternità con il popolo colombiano, dimostrando che il dolore di una nazione sorella è anche un invito alla comunione in tutta l’America Latina. «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui»: queste le parole di San Paolo, riprese dal Consiglio Episcopale Latinoamericano e Caraibico (CELAM), riassumono la risposta della Chiesa alla tragedia in Colombia.

Situazione attuale

Stazione della Via Crucis danneggiata nella Chiesa della pastorale afro a Calì

I dipartimenti più colpiti sono stati Chocó, Valle del Cauca, Quindío, Risaralda e Caldas. Il terremoto ha causato gravi danni a case, edifici, ospedali, scuole, strade e aeroporti. Secondo il rapporto dell’Associazione colombiana delle città capoluogo (Asocapitales) della mattina dell’11 agosto, si contavano 254 morti, 1.246 feriti, 1.575 case danneggiate e decine di edifici distrutti, mentre proseguivano le ricerche dei dispersi. Il governo ha dichiarato lo stato di calamità nazionale e sta mantenendo attive le operazioni di ricerca, soccorso e assistenza alle persone colpite.

Una rete di solidarietà internazionale composta da diversi paesi sta mobilitando squadre di medici e di logistica, mentre governi stranieri e organizzazioni internazionali stanno coordinando gli sforzi per sostenere la Colombia e affrontare l’emergenza.

Nel pomeriggio del 10 agosto erano state registrate 47 scosse di assestamento e il Servizio Geologico Colombiano ha avvertito che potrebbero verificarsi altre scosse. La Colombia è un paese sismicamente attivo a causa dell’interazione delle placche tettoniche di Nazca, sudamericana e caraibica.

Nella regione del Pacifico, si verifica un processo di subduzione, per cui la placca di Nazca si immerge sotto la placca sudamericana rilasciando energia. In media, in Colombia si registrano circa 2.500 terremoti al mese, sebbene la maggior parte sia di bassa magnitudo e non venga percepita dalla popolazione.

Edificio crollato a Cali. Foto: Germán Angulo

Essere «una sola famiglia nell’avversità»

La cattedrale basiica di Nostra Signora del Rosario a Manizales, danneggiata dal terremoto

La Chiesa cattolica in Colombia ha risposto all’emergenza con la preghiera, la vicinanza e una solidarietà concreta. La Conferenza Episcopale Colombiana ha invitato il Paese a riconoscersi come «una sola famiglia», accompagnando quanti hanno perso i propri cari, i feriti, i dispersi e le famiglie colpite dalla tragedia.

Anche la Caritas Social Pastorale colombiana ha attivato il proprio sistema nazionale di emergenza per offrire sostegno alle comunità maggiormente colpite, sottolineando che «la solidarietà si traduce in preghiera, accompagnamento e servizio ai più vulnerabili».

La Conferenza dei Religiosi della Colombia, a sua volta, ha rinnovato l’impegno della Vita Consacrata a «essere vicini a coloro che soffrono di più, ad accompagnare, servire e sostenere la speranza». A questa mobilitazione si sono uniti anche i Missionari della Consolata presenti in Colombia, che hanno espresso la loro vicinanza alle famiglie e alle comunità colpite, invitando alla calma e a fare riferimento esclusivamente alle informazioni diffuse dalle fonti ufficiali.

Guglia della chiesa della parrocchia Nostra Signora di Fatima a Manizales danneggiata dal terremoto – Foto: Adalberto López

Attraverso le sue diverse espressioni – vescovi, religiosi, Caritas e comunità missionarie – la Chiesa cerca così di accompagnare questo momento di dolore, rafforzando la fraternità e alimentando la speranza. L’appello è a camminare insieme, perché, come hanno ricordato i vescovi colombiani, «nessuno può affrontare da solo un’emergenza di questa portata» e «ogni gesto di aiuto, ogni mano tesa e ogni sforzo condiviso» possono trasformarsi in un segno concreto di fraternità e speranza. […]

Il Consigliere Generale per l’America, padre Juan Pablo De Los Rios, che si trova in visita nella città di Manizales, ha inviato un messaggio tramite i social. “Grazie per le vostre preghiere e i vostri auguri in questo momento difficile che sta colpendo molte zone della Colombia. In questo momento mi trovo a Manizales con la mia famiglia e, sebbene questa sia una zona sismica, non ho mai vissuto nulla di simile, soprattutto per la sua durata, 93 secondi. È stato un momento davvero spaventoso”, ha affermato. “Grazie a Dio la mia famiglia e i nostri missionari stanno bene. Molti edifici sono crollati in città e le persone hanno dovuto rifugiarsi nei centri di accoglienza. Ci sono stati alcuni danni materiali al Santuario di Fatima, dove si trovano anche i nostri missionari più anziani, ma tutti stanno bene”.

Padre Julio Caldeira, IMC, missionario nell’Amazzonia colombiana,
vicepresidente della REPAM e membro del Consiglio per la Comunicazione del CELAM.

Per il testo completo: Consolata News del 12 agosto 2026.

Statua distrutta nella parrocchia IMC di Nostra Signora di Fatima a Manizaes – Foto: Adalberto López
Parrocchia di Nuestra Señora de los Remedios a Dagua, Valle del Cauca. Foto: Julio Caldeira



Noi e Voi, in dialogo

Ricordare suor Leonella

Quadro per la beatificazione di suor Leonella Sgorbati

La beata Leonella Sgorbati, suora missionaria della Consolata, uccisa a Mogadiscio, Somalia, il 17 settembre 2006, in odio alla fede, beatificata nella cattedrale di Piacenza il 26 maggio 2018, a 20 anni dal martirio, sarà ricordata nella deliziosa chiesa di Rezzanello, Gazzola (Pc) nel mese di agosto 2026. La celebrazione eucaristica dovrebbe essere presieduta dal giovane cardinale della Consolata, Giorgio Marengo.

Alla beatificazione di suor Leonella a Piacenza era presente l’allora superiora generale delle missionarie suor Simona Brambilla. Alla sera del 25 maggio 2018, suor Simona partecipò, con altre consorelle e numerosi fedeli, alla processione con le fiaccole dalla casa natale di suor Leonella alla deliziosa chiesa parrocchiale, dove era stata battezzata nel giorno della nascita, il 9 dicembre 1940, dal giovane parroco don Paolo Ghizzoni che sarebbe diventato ausiliare di Piacenza prima e poi vescovo di San Miniato a Pisa, dove sarebbe mancato, in concetto di santità, l’11 giugno 1986 e ora riposa nella splendida cattedrale. Durante la processione, fatta recitando il rosario, suor Simona teneva fra le mani la reliquia della beata suor Leonella, che depose sotto la mensa eucaristica visibile per sempre.

Sabina Pareti
Facebook, 22/04/2026

Sul sondaggio

Cari amici,
ottima idea (quella del sondaggio, ndr). Ci conosciamo molto bene, [per questo] preferisco una risposta più articolata, la merita!

Per la classifica: sono maschietto, età 61/90 (fra non molto 86). Trovo la redazione attuale «straordinaria». In particolare, i dossier, sono un’informazione unica, non si trova altrove e cerca di essere oggettiva. Complimenti.

Peccato alcuni articoli con pennellature di base ideologica e con troppi «luoghi comuni». Ad esempio quello sull’imposta patrimoniale […]. Qualunque imposta è buona o cattiva a seconda dell’uso che lo Stato percettore fa dei soldi e se i contribuenti evadono o meno.

Condivido (su MC 2026/04) l’articolo di Saroldi su «Informazione», non quello su «Scuola, Patria e armi» di Mazzeo. Si riferiva forse al Minculpop di mia infantile memoria?

Non si vede il presente né – purtroppo – il futuro? Noi anziani vediamo tornare un tragico passato da noi vissuto in prima persona. Dobbiamo lasciare la formazione dei giovani ai social media? I problemi da affrontare, troppo trascurati per decenni e decenni, richiedono analisi (e risposte) di lungimirante qualità. Scusate queste opinioni!

Lorenzo Rossi di Montelera
email, 20/04/2026,

Grazie di cuore per questa sincera condivisione. Per il sondaggio, contiamo di darvi i risultati quanto prima. Grazie di cuore a tutti coloro che ci hanno già risposto e che ci risponderanno.

a Fratel Domenico Bugatti, imc

Caro Domenico,
questa mattina potrebbe essere la tua ultima messa con noi prima prima della tua partenza per le vacanze in Italia. «Forse», perché siamo tornati ai tempi degli «aerei forse» (gli air-peut-être dei tempi di Mobutu, ndr); speriamo comunque che questa non sia l’ultima messa in senso assoluto e che tu possa tornare dopo una meritata pausa.

Desidero ringraziarti per tutto ciò che hai fatto nella nostra regione della Repubblica democratica del Congo negli ultimi 40 anni e, in particolare negli ultimi 26 anni a Isiro. Ventisei anni fa, hai preso in mano una nuova opera fondata da padre Ariel Hoyos Zuluaga, il gruppo di «Aiuto per i giovani e i bambini bisognosi», Gajen (Groupe d’appui pour les jeunes et les enfants necessiteux). L’hai coltivata e si è dimostrata davvero degna dei Missionari della Consolata. Gajen è rinomata a Isiro. Quest’opera ha dato un valore missionario significativo alla nostra presenza nella città. La nostra casa procura (la casa centrale di riferimento per tutti i missionari che lavorano nel Nordest della Rd Congo, ndr) offre ospitalità missionaria, ma anche assistenza e aiuto ai più bisognosi, grazie al Gajen.

Grazie al tuo impegno, Gajen è diventato centro nutrizionale, clinica pediatrica, officina di carrozzine per disabili, sala studio per studenti, scuola materna, scuola primaria e secondaria, alloggi per gli studenti delle classi superiori, luogo di visita e assistenza ai bambini ricoverati all’Ospedale generale di Isiro, «ambulanza» per i malati dell’Ospedale di Neisu, sostegno alle mamme, assistenza ai detenuti, trasporto occasionale per i funerali e molto altro ancora.

Tutto questo grazie all’aiuto della tua famiglia, così come di amici e organizzazioni varie.

Voglio anche ringraziarti per tutti i servizi che hai offerto alla nostra comunità locale: aiuto in cucina, servizio come sacrestano, manutenzione della casa, ristrutturazione della «Casa padre Oscar», disponibilità del tuo veicolo e così via. Sicuramente sto dimenticando qualcosa; non conosco tutto.

Ma, se tutte le persone che hai aiutato venissero a ringraziarti, la fila sarebbe lunghissima. Hai fatto tanto bene in silenzio, proprio come voleva il nostro santo fondatore, san Giuseppe Allamano, che aveva una predilezione per i fratelli missionari e credo che tu saresti stato uno dei suoi preferiti.

Alla tua età, 79 anni, a volte ti chiedi se dovresti tornare in Congo. Ti dico, se la tua salute te lo permette, torna! Anche se l’aspetto sanitario di Gajen sarà ora gestito dall’ospedale Notre-Dame de la Consolata di Neisu, ci sarà ancora posto per te. Ci saranno ancora bambini disagiati, giovani che hanno bisogno di aiuto, studenti, persone con disabilità che necessitano di carrozzine, mamme senza mezzi di sostentamento, detenuti, malati e così via.

Domenico, sei prezioso per la nostra comunità: per il tuo servizio, la tua presenza, la tua fedeltà alla preghiera e al rosario quotidiano e, soprattutto, per l’attenzione verso i tuoi fratelli. Anche se sei cieco come una talpa, vedi tutto e nulla ti sfugge. Riposati bene, recupera la salute e torna presto da noi!

padre Richard Larose, imc
Isiro, 18/04/2026

Dalla Bolivia

Ho avuto l’occasione di leggere l’articolo: Bolivia. In marcia contro il presidente sul vostro sito web (MC notizie del 25 maggio 2026) a cura di Simona Carnino.

Nel complesso l’articolo rispecchia abbastanza bene la situazione attuale di Bolivia. Vorrei comunque chiarire alcuni punti, a mio parere poco approfonditi.

1 – El Pueblo boliviano. Si suppone che il popolo boliviano siano tutte le persone nate in Bolivia e che ci vivano. Coloro che protestano, bloccano le strade e chiedono la rinuncia del presidente Paz sono appena un 10% della popolazione. Soprattutto i gruppi rurali, gli agricoltori dell’altipiano e delle vallate di Cochabamba e Sucre, favoriti, nei precedenti governi, con falsi progetti di sviluppo che hanno arricchito soprattutto i dirigenti di questi gruppi (vedi: Fondo indigena campesino). Altro gruppo che chiede la rinuncia del presidente è la Cob (Central obrera boliviana) che al momento rappresenta appena i minatori dipendenti della Comibol (Corporación minera de Bolivia). Questo gruppo è risentito con il presidente Paz perché due mesi fa, con decreto, abolì la sottoscrizione obbligatoria con relativa percentuale monetaria dello stipendio dei dipendenti pubblici. Adesso la sottoscrizione è libera. I dirigenti della Cob sono quasi tutti dipendenti della Comibol, che percepiscono salari altissimi, sia per la loro anzianità e anche per motivi politici. Il capo massimo, di cognome Argollo, è indagato per usufruire di una pensione di invalidità senza essere invalido.

2 – La menzionata riforma agraria fu solamente un tentativo di concedere in proprietà i terreni agricoli statali a famiglie delle zone tropicali basse. Nella zona occidentale, caratterizzata da altipiani e vallate, quasi tutti i terreni agricoli sono di proprietà delle famiglie degli agricoltori. L’idea governativa, avvallata dal Parlamento, era quella di concedere la proprietà in modo che le famiglie degli agricoltori potessero diventare soggetti giuridici, non tassati, ma con possibilità, per esempio, di accedere a prestiti bancari. Comunque, tale legge, la 1.720, è stata abolita il 14 maggio 2026.

3 – Evo Morales: si accenna a lui ma non si scrive che è lui in persona che finanzia i bloqueos e le manifestazioni contro il presidente. Non si accenna al narcotraffico.

Morales è stato presidente della Bolivia per quindici anni. Prima di maniera costituzionale, poi quasi costituzionale, per effetto della nuova Costituzione del 2009, fino al 2019. Dal 1984, ed anche adesso, è presidente delle sei federazioni dei produttori di coca della regione del Chapare. È pur vero che coca non è cocaina; è altrettanto vero che tutta la cocaina si produce con la coca. Soprattutto con la coca prodotta nel Chapare, essendo questa coca non gradita per gli usi medicinali e di masticazione tradizionale.

Morales è indagato per stupro e tratta di persone. Doveva presentarsi ai primi di maggio al tribunale ma è restato a casa, nel Chapare, dove è protetto da un cordone di persone cubane e colombiane armate con mitra e fucili d’assalto, e da un altro cordone esterno di cocaleros (produttori di coca) che si turnano, armati con machetes e pali appuntiti. Morales risulta essere la cerniera tra i produttori di coca e i fabbricanti e trafficanti di cocaina. Per questo riscuote e ha riscosso somme enormi di denaro e favori sia dai primi come dai secondi. Morales vorrebbe tornare ad essere presidente di Bolivia. […] E se non potesse essere presidente, vorrebbe perlomeno che sia presidente un suo delfino: l’attuale governatore di Cochabamba, in modo che si mettessero a tacere i processi a cui deve sottomettersi.

I bloqueos sono finanziati da Morales con i soldi del narcotraffico. Attualmente ogni bloqueador riceve in contanti 200 bolivar (circa 20 euro) al giorno, mentre i dirigenti delle comunità o sindacati ricevono 500 bolivar al giorno (un manovale agricolo riceve circa 10 euro). Questo è anno di poche piogge e per questo con raccolti scarsi; bloccare strade e istituzioni si è trasformato in un’attività alternativa e redditizia.

Inoltre, essendo la vostra rivista dell’area cattolica, mi sarei aspettato di trovare nell’articolo anche un accenno allo sforzo della Chiesa cattolica boliviana per aprire canali di dialogo e avvicinamento tra le parti in conflitto. Domenica scorsa, 24 maggio, un sacerdote responsabile della Caritas della diocesi di El Alto ha rischiato d’essere sequestrato in un tentativo d’avvicinamento con i ponchos rojos, un gruppo particolarmente violento implicato nei bloqueos.

Domenica 31 maggio era previsto un incontro promosso dalla Conferenza episcopale. All’ultimo momento i dirigenti Cob hanno disdetto la loro presenza.

L’attuale presidente Paz non è sicuramente un grande statista; comunque, è stato eletto con maggioranza assoluta e, costituzionalmente, bisogna aspettare due anni e mezzo per indire un eventuale referendum revocatorio del suo mandato. Se lo stesso decidesse di dimettersi, toccherebbe rimpiazzarlo al vicepresidente, ex capitano di polizia, che è uno assolutamente incapace.

La situazione è tremendamente difficile. Preghiamo Dio che illumini le menti e intenerisca i cuori delle persone chiamate a risolvere questa triste situazione. Arrivederci

Valerio Weiss, volontario laico in Bolivia, 02/06/2026

Grazie per la tua testimonianza. Quanto scrivi, in alcuni casi, non sembra del tutto provato. Come di consueto, abbiamo chiesto all’autrice una risposta che pubblicheremo sul prossimo numero.

Torino accoglie

Caro padre Gigi,
sai che faccio turismo a Torino? Non guido più perché ho perso il campo visivo, così uso i mezzi pubblici e questo mi aiuta a conoscere la città e i suoi abitanti. Per fare gli esami medici, il Cup (Centro unico di prenotazione) mi manda in periferia o nei paesi vicini.]…]

Torino è pulita, accogliente e bella, a volte anche in periferia. Montagne e collina aiutano. In centro, su tram e bus, ci sono studenti da tutto il mondo. Mi aiutano, mi lasciano sedere, sono felici di studiare da noi. Dovendo prenotare per fare dei raggi X, vado alle Basse del Lingotto.

Sulla metro chiedo aiuto ai vicini per arrivare a destinazione. Un cinese che studia Giurisprudenza si offre di accompagnarmi alla fermata del 18. Saliamo e conosco una congolese di Brazzaville. Ho tempo di capire che sarebbe bello conoscersi. Il giro è lungo, ci parliamo. Una rumena scende con me mi fa vedere come arrivare al Cup Mirafiori, un centro medico grande, luminoso e semi vuoto. In pochi minuti l’esame è prenotato.
Torino è il posto giusto per me: viaggio in tutto il mondo restando nella bellezza.

Claudia Caramanti,
Torino, 08/05/2026

Il sorriso della missione

Domenica 25 ottobre ricorderemo
padre Adolfo De Col
durante la celebrazione eucaristica delle 10.30
nel santuario San Giuseppe Allamano in corso Ferrucci 18 a Torino.
Seguirà la proiezione del video biografico nella Sala dei Popoli del Cam,
e un pranzo di beneficenza.
È necessario prenotarsi per il pranzo a
info@cam.consolata.eu o 353 479 7232.




Un bicchiere d’acqua fresca

Un bicchiere d’acqua fresca offerto. In apparenza una cosa da nulla.

In queste settimane di sole cocente, però, anche noi, così abituati ad avere sempre l’acqua disponibile da non renderci neppure conto di quanta ne sprechiamo, possiamo intuire quanto sia prezioso il gesto di chi ce ne offre un po’.

La domenica in cui ho celebrato il mio 50° di sacerdozio, a fine giugno scorso, il Vangelo del giorno mi ha colpito per un dettaglio nelle parole di Gesù, che dice: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca […]» (Mt 10,42).

Non so se sia stato per il caldo torrido, o per i ricordi d’infanzia e di missione, ma ho apprezzato quelle parole in modo più profondo del solito.

Ho ricordato, ad esempio, quando nell’età delle elementari aiutavo mio padre a pompare l’acqua per riempire l’abbeveratoio delle manze nella stalla. Cento, duecento, mille, duemila pompate per riempirlo. Ogni secchio d’acqua era sudato, come lo era per il nostro vicino che tirava su l’acqua dal pozzo alla vecchia maniera, con la corda.

Indimenticabile è il mese estivo che ogni anno passavo sulle Prealpi di Serle, alle spalle di Brescia, dalla terza elementare in su. Là andavo nei prati sul monte con mio zio. Lo aiutavo quando falciava, maneggiando il rastrello per togliere l’erba tagliata dall’ombra dei castagni. Non c’erano sorgenti e ci portavamo l’acqua da casa, che veniva accuratamente calata nei buchi profondi del terreno carsico per mantenerla fresca per quando avessimo avuto sete.

Più tardi, a Maralal, in Kenya, ho capito qualcosa di più sull’importanza dell’acqua. A causa di otto mesi di siccità, tra fine 1991 e inizio 1992, avevamo lunghe file di donne e bambini che venivano al pozzo della missione per riempire una tanica di acqua al giorno per tutte le necessità delle loro famiglie: bere, cucinare e lavare. Negli stessi anni, nel Meru, le donne di Mutuati e dintorni andavano, camminando per ore, alla pozza del Tamani per raccogliere l’acqua gocciolante dalla parete franosa della collina, quasi un giorno per venti litri prima che arrivasse l’acquedotto di fratel Giuseppe Argese. Altre donne, in tanti villaggi del Samburu, dopo la pioggia, riempivano i loro contenitori con l’acqua delle pozzanghere su strade e sentieri.

«Un solo bicchiere di acqua fresca», dice Gesù. Non una bottiglia, un secchio, no: «un solo bicchiere». Roba da niente, che però fa la differenza. E non acqua qualsiasi, ma acqua fresca: un dettaglio, in quei tempi senza frigorifero, che indica il dono di qualcosa di buono, che hai messo da parte per la tua necessità, non la prima cosa che trovi in giro. Apparentemente una cosa da nulla, in realtà uno squisito gesto di amore e di condivisione, una partecipazione alla fatica e al sudore dell’altro, un dare dal cuore qualcosa che è tuo, che tu hai curato, che è prezioso per te.

Oggi, in questi tempi di grande sete, e non solo di sete di acqua, ma anche di giustizia, di pace, di rispetto, di cura, di valorizzazione di ogni persona, donare un «solo bicchiere di acqua fresca» diventa un gesto rivoluzionario. Niente di eclatante, da far notizia. Una cosa povera, semplice, quasi invisibile. Una piccola cosa che però fa la differenza per chi dà e chi riceve.

Dare «acqua fresca» diventa il rifiuto della logica dell’io per scegliere il noi. È accorgersi dei problemi degli altri e sentirli fratelli, vicini e non invasori o competitori. È combattere la «remigrazione» con l’attenzione, il rispetto, l’accoglienza vera. È la gratuità che vince l’interesse. È sentire il bisogno dell’altro come senti il tuo e avere a cuore il suo benessere.

«Un solo bicchiere» è anche reazione all’impotenza, al sentirsi inutili di fronte all’enormità dei problemi, alla tracotanza dei potenti, alla tentazione di dire «non serve a niente» e al chiudere gli occhi per non vedere.

Quello che davvero ci salva e ci mantiene umani sono i piccoli gesti quotidiani di amore.

Gigi Anataloni, direttore responsabile




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Andate controcorrente

Spettabile redazione,
[vi scrivo a proposito della] rivista di aprile 2026. Cosa vi prende? Perché seguite la corrente del mondo e non andate controcorrente per continuare a «non essere del mondo»?

1. Retrocopertina: il sondaggio dei lettori per migliorare la rivista. Davvero da farsi uscire gli occhi dalle orbite appena si inizia a leggere le domande, perché, nella prima, chiedete di che sesso sia chi risponde. Tutti sappiamo che i sessi sono solo due e che il resto viene dall’inquilino sotto e dalle teorie, fantasie, follie, boiate che diffonde, ergo: cos’è quell’«Altro» dopo «M» ed «F»?

2. Pagina 20: «Scuola, patria e armi». Non si capisce cosa ci sia di sbagliato a conoscere l’esercito del proprio Paese, quello che fa e cosa viene comprato con i soldi dei contribuenti e non solo per la guerra; ascoltare storie vere, aneddoti e fare domande. Io non so niente dell’esercito e, soprattutto della Marina, perché non vivo vicino al mare, ma, se fossero venuti nelle mie scuole, sarebbe stato bello e formativo. Mai vista neanche la polizia o i pompieri a tenere lezioni sulla sicurezza, ecc. Un gran peccato.

Quando, invece, nelle scuole e perfino negli asili vengono fatti entrare uomini canterini vestiti da donna che camminano sculettando, quando all’asilo, si truccano i maschi da femmina o quando le maestre li obbligano a vestirsi da fatina rosa con la parrucca bionda e vengono assunti come professori di matematica uomini che si presentano in classe con la barba, ma con gonna sopra al ginocchio e tacchi, come è successo in Friuli e troppe porcate ancora, che potete trovare tutte documentate in rete, allora la scuola non è diseducativa, lo diventa solo se entrano delle divise.

Non si capisce cosa ci sia di sbagliato nella foto che mostra due bambini che tengono in mano un cartellone per la parata militare del 4 novembre o quella in cui si vede una scolaresca che ascolta un sindaco alpino che suona il Silenzio o altro. Quando, invece, delle scolaresche sono state portate in moschea ed obbligate ad inginocchiarsi senza scarpe, allora va tutto bene: la scuola non perde tempo in inutilità e, soprattutto, non offende i suoi studenti. Se scrivete un articolo denuncia (denuncia di cosa, poi) sull’esercito a scuola, allora dovete farlo anche contro le porcherie di cui sopra e di cui, quasi sempre (ormai si sa) le famiglie non vengono preventivamente informate.

Ricordate sempre quello che dice Gesù: «Voi non siete del mondo». Continuate a non esserlo. Saluti.

Celeste Pedrelli, 05/05/2026

Gentile direttore,
prima di scrivervi ci ho pensato a lungo. Premetto che non sono un militare, ma faccio parte come ex agente di polizia locale di tanti che hanno servito le istituzioni. […] Il professor Mazzeo ha fatto un elenco di nefandezze a tal punto che l’Italia sembra uno stato che inculca un militarismo sfrenato […] e non ricorda che senza mezzi di difesa pur costosi, non potrebbe vivere in questo stato democratico. […] Sono rimasto molto deluso.

Luigi Magrotti, Campospinoso (PV) 15/05/2025

Grazie dei vostri scritti schietti e diretti. Con Celeste condivido il disagio per quel «M, F, Altro», pur messo con buone intenzioni in nome dell’inclusività.
Quanto alla lettera del signor Luigi, chiedo scusa di averla tagliata, ma così ho potuto inserirla anche se arrivata a lavoro già iniziato.

Sulla questione «Scuola, patria e armi», diamo spazio a quanto ci ha scritto il professor Antonio Mazzeo.

Innanzitutto, una precisazione. La questione non è che non si parli a scuola di forze armate, spese militari, missioni internazionali e interessi geostrategici dei gruppi economici, finanziari ed energetici italiani a livello internazionale. Anzi, ci proviamo come insegnanti tutti i giorni e come relatori per le attività e i convegni di formazione dei nostri colleghi. Tuttavia, devono essere gli educatori e l’intero sistema scolastico a proporre ed analizzare questi temi, sviluppandone contraddizioni e complessità con il fine esclusivo dello sviluppo dello spirito critico e dell’autonomia di pensiero di alunni e studenti. Cosa diversa è invece quanto purtroppo accade, e che abbiamo provato a spiegare nella nostra inchiesta (ma si guardi in proposito all’enorme mole di dati raccolta e pubblicata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università). Cioè che la narrazione su militare e militarismo, su industrie belliche e crisi e conflitti internazionali è stata assunta unilateralmente dalle forze armate e dalle industrie belliche, con finalità (legittimazione dello stato di guerra odierna e della militarizzazione di ogni sfera della società, normalizzazione della guerra e della violenza come unico elemento per la risoluzione dei conflitti, ecc.) del tutto antitetiche a quello che invece è il fine educativo del sistema scolastico. Mi permetto di aggiungere che ormai a forze armate e forze dell’ordine è stato delegato l’intervento nelle scuole di ogni ordine e grado per svolgere «lezioni» su quasi tutte le discipline e i temi possibili, esautorando progressivamente insegnanti ed educatori anche dall’approfondimento dei contenuti delle materie di indirizzo. Un «modello» assolutamente inaccettabile e più che mai pericoloso in questa drammatica fase storica segnata dalla Terza guerra mondiale annunciata da papa Francesco.

Medio Oriente

Spettabili redattori,
leggo sempre con grande interesse la vostra newsletter.
Con questa mail non intendo minimamente tediarvi con le mie eventuali opinioni sulle diverse (gravi) problematiche da voi trattate, ma solo sommessamente suggerire una modesta mozione d’ordine. Quale? Presto detto: invece di Medio Oriente, si dovrebbe, perlomeno per i Paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo, propriamente parlare di Vicino Oriente. Del resto, i francesi, ovvero i massimi responsabili (insieme agli inglesi naturalmente) dell’attuale stato di cose da quelle parti, parlano correntemente per questi Paesi di Proche Orient.

Di Vicino Oriente altrimenti noi italiani dovremmo parlare solo a proposito della Grecia, il che, pur con tutto il rispetto che si deve a questo splendido Paese, mi sembrerebbe riduttivo.
Con viva cordialità.

Ennio Cocco, 08/05/2026

Purtroppo, qui da noi l’uso dei due termini è ambiguo. Il termine Medio Oriente sta prevalendo nel nostro linguaggio grazie all’influsso dell’inglese. Normalmente, come dice la Treccani, indica l’area geografica comprendente i paesi africani e asiatici che si affacciano o gravitano sul Mediterraneo orientale.

Celebrazione del 70° di messa di padre De Col Adolfo qui con pergamena con benedizione pontificia

Ricordando PADRE ADOLFO

Padre Adolfo De Col è andato alla casa del Padre l’8/05/2026 a 98 anni di età. Padre Giuseppe Inverardi, ex superiore generale, condivide alcuni dei suoi ricordi.

Ho conosciuto padre Adolfo De Col ancor prima di incontrarlo personalmente. In noviziato provenivamo da tre seminari diversi: Montevecchia (Como), Biadene (Treviso), Rosignano Monferrato (Alessandria). Spesso, allora e dopo, ci scambiavamo valutazioni sui formatori che avevamo avuto. Quelli provenienti da Biadene ricordavano con affettuosa ammirazione e riconoscenza il loro trio, e gli altri il loro. Al ricevere la notizia del decesso di padre De Col, un missionario che era stato formato a Biadene, mi ha scritto: «Con i padri Tullio Bosello e Giuseppe Garniga, padre De Col è stato il mio maestro». E dalle conversazioni precedenti so che chi scrive non intende maestro di materie scolastiche, ma della vita, con la sua vita. È quanto affermano altri due missionari commentando la sua morte. «Eri un uomo di grande cuore e un grande esempio per noi missionari giovani. Caro padre De Col, quanto ho imparato da te».

Seguendo questa scia, tra le testimonianze ricevute da amici comuni, ne trascrivo alcune. All’unisono sottolineano caratteristiche della sua personalità e ricchezza umana. «Sempre gentile, sereno, sorridente». «Ancora brioso a 90 anni!». «Anni fa fece il fine settimana di «Incontro matrimoniale», impegnandosi poi come guida. Con garbo e il sorriso entrava nel cuore delle persone e pregava per noi». Facendo memoria dei suoi anni a Bevera un giornale locale della Brianza scrive: «Molti lo ricordano come persona discreta, profondamente legato alla missione e capace di lasciare un segno autentico».

Lo incontrai per la prima volta a Kangeta, in Kenya. Una missione incipiente nata dopo aver consegnato quella di Tuuru ai padri e suore del Cottolengo, perché potessero attendere con professionalità ai bambini poliomielitici dell’opera iniziata da padre Franco Soldati, che, in seguito, diede inizio alla missione di Mutuati. 

Missione incipiente! Tutto era semplicità. Come semplice era padre Adolfo. Per dimora una capanna più che una vera casa. Ma poteva scrivere: «Imparo a fare a meno di tante cose nel modo di vestire e nel cibo. Faccio da cuoco a me stesso, e nonostante il misero cibo, sto ingrassando». Gli dava fastidio il forte vento che sollevava nubi di polvere. Desiderava e attendeva la stagione delle piogge. Del suo apostolato scriveva: «Cerco di dare alla gente l’essenziale per la loro vita cristiana, quello che ha reso stabili e forti i nostri genitori». Concludeva: «Sto benone». Benone! Parola consueta sulle sue labbra. Come pure: «Che bello, quanto è bello!». Sapeva stupirsi e gioire.

A Kangeta rimase 13 anni. Arrivato in Kenya a 54 anni era ovvio che non potesse apprendere bene la lingua, ma con determinazione e impegno la padroneggiava sufficientemente. Tuttavia, è proprio il caso di affermare che predicava, annunziava, ed evangelizzava con cuore, dedizione, zelo e amore per la gente. Ispirandosi, come affermava lui stesso, al metodo dei primi missionari, gli premeva la promozione umana con vari interventi. Una dimensione: coltivare i campi in modo più produttivo. La zona di Kangeta non si prestava all’agricoltura. Il capo villaggio gli aveva donato un vasto appezzamento in pianura a circa 15 km2. Là costruì tre capanne e vi si recava periodicamente, fermandosi anche la notte, con alcuni, desiderosi di apprendere. Era orgoglioso di questo progetto educativo.

Prima di Kangeta, padre Adolfo aveva trascorso tre anni a Tuuru, avendo come mentore il mitico padre Franco Soldati, esperto missionario, scrittore fecondo, perfetto conoscitore della lingua, imbevuto della cultura locale. Campo faticoso da dissodare quello dell’Igembe. Un missionario che vi lavorò alla sua apertura scrisse nel diario: «Sotto ogni foglia degli alberi di Tuuru si annida un diavolo». L’immagine esprime plasticamente la difficoltà di evangelizzare, testimoniata pure dai missionari che vennero in seguito. Sembrava una cultura impenetrabile, restia persino all’ascolto. Una società dominata, fino a intimorire, da associazioni di anziani, rinchiusi nei loro segreti culturali. Ad ammorbidire il terreno provvide l’opera di padre Franco Soldati, coadiuvato da padre De Col, a favore dei bambini poliomielitici. Opera divulgata dal cortometraggio «Il miracolo delle stampelle». Come pure aiutò un altro miracolo: l’acquedotto costruito da fratel Giuseppe Argese, che, inizialmente, con un percorso di 25 km portò acqua dalla foresta dell’Igenbe a Tuuru. In seguito, fu esteso a 250 km portando acqua a circa 250mila abitanti della zona. Che benedizione! Quanta fatica risparmiata alle donne. Salute migliorata. Riconoscenza da parte della popolazione e del Governo. Fratel Argese era conosciuto come «Mukiri», il silenzioso. Silenzioso in parole lo era, ma loquace nelle sue opere create con fine conoscenza tecnologica e gusto artistico. Un trio favoloso mutò la realtà dell’Igembe: padre Soldati, padre De Col e fratel Argese.

Un’altra difficoltà con cui cimentarsi era la coltivazione della miraa. Foglie narcotiche la cui masticazione, nel passato, era privilegio degli anziani, ma poi divenuta di consumo comune e merce di mercato. Se la miraa era una fonte di introito, era pure causa di intorpidimento mentale che impediva lo sviluppo e generava problemi famigliari, sociali, e di salute. Padre De Col più volte esprimeva sofferenza per questa realtà diffusa. Tuttavia, non si arrendeva, avvertiva, richiamava.

Nel 1990 rientrò in Italia: quattro anni a Bevera, trenta in Casa Madre, uno ad Alpignano. Indubbiamente il suo cuore sempre pulsava missione. Della sua presenza in Casa Madre menziono solamente due attività: seguire gli «Amici Missioni Consolata» e altri gruppi, e accompagnarli nelle missioni, specialmente in Kenya, dove conosceva persone e posti. Con il suo consueto brio li educava e animava alla missione. Con questa attività si fece centinaia di amici e conoscenti con i quali teneva cordiali rapporti. Era la sua nuova missione: ascoltare, contattare, essere contattato. Che fosse molto conosciuto e benvoluto lo ha attestato la larga partecipazione alla recita del Rosario, e più ancora all’Eucaristia esequiale il giorno seguente. Questa è stata presieduta da monsignor Virgilio Pante, vescovo emerito di Maralal, e concelebrata da 27 missionari. Padre Pietro Demaria ha fatto l’eulogia, e dopo la comunione ci sono state tre testimonianze. Più che vero il versetto cantato: «Quando busserò alla tua porta, avrò amato tanta gente e avrò amici da ritrovare». Tantissimi! Conscio di questo era stato lui stesso ad esprimere il desiderio che il funerale fosse celebrato al santuario di san Giuseppe Allamano di cui era stato rettore per dieci anni.

Alla fine di febbraio del 2025 era caduto: frattura, ospedale, fisioterapia. Non potendo essere propriamente aiutato in Casa Madre, era stato destinato ad Alpignano. Con sofferenza e sacrificio si era arreso alla realtà. Alla sua morte aveva 98 anni e mezzo. A chi gli augurava di arrivare ai 100 diceva di non desiderarlo. Ultimamente per un periodo ebbe un torpore mentale, ma poi si riprese. Chi lo visitò gli ultimi giorni, e persino l’ultimo, lo trovò vispo e colloquiante. Tuttavia, il giorno prima telefonando lui stesso a una conoscente disse: «È giunta l’ora». Mera espressione rituale o sensazione vera?

Fino al 2025 era attivo. A chi gli consigliava di rallentare il passo replicava: «Ma ci sono ancora tanti progetti da portare avanti». Ora e per l’eternità l’unico progetto è lodare il Signore.

Recita Sant’Agostino: «È questa la vita che dobbiamo sospirare.
– E continua: –
Quaggiù si brama, lassù si consegue.
Qui si sospira, là si gode.
Qui si prega, là si cantano lodi.
Qui si geme, là si esulta».

Caro Padre Adolfo sei stato instancabile. Ora riposa, godi, esulta, loda. Noi, tantissimi, ti siamo grati per averci arricchiti con la tua umanità, esempio, e vita.

padre Giuseppe Inverardi, Torino, 12/05/2026

Padre De Col all’Equatore nel 2012 con amici



Fanno 400 chilogrammi

La Repubblica sciita non è il solo paese nucleare dell’area mediorientale. C’è anche Israele, dotato di un arsenale atomico che nessuno è mai riuscito a controllare. Affrontare la questione nucleare con un doppio standard è un’ipocrisia strutturale.

Il Medio Oriente è da sempre un teatro dove la geopolitica si misura in chilometri di pipeline (condutture), in barili di petrolio e, sempre più, in centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. La tecnologia nucleare non è mai stata, in questa regione, una questione meramente tecnica: è potere, deterrenza, legittimità internazionale. È la lingua con cui gli Stati parlano di supremazia o di sopravvivenza.

L’Iran

La Repubblica islamica dell’Iran ha compreso questo linguaggio prima degli altri. Teheran ha condotto per anni una partita sottile, giocata sulla soglia: abbastanza avanzata da essere credibile come potenza nucleare latente, abbastanza ambigua da non offrire un casus belli definitivo. I dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) hanno documentato una traiettoria inequivocabile: nel 2025, l’Iran aveva raggiunto la capacità di arricchire l’uranio fino al 60 per cento, a un passo da quel 90 per cento indispensabile per uso militare, accumulando circa 400 chilogrammi di materiale ad alta purezza.

Il cosiddetto «tempo di breakout», quello necessario per produrre materiale fissile sufficiente a una singola testata, si misurava ormai in settimane. Ma, nel giugno 2025, quel calcolo strategico è stato brutalmente interrotto: Israele ha lanciato l’operazione «Rising lion», colpendo i siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan con 200 aerei da combattimento. Il 22 giugno gli Stati Uniti hanno unito i propri B-2 all’attacco, utilizzando bombe «bunker buster» Gbu-57 per perforare il sito sotterraneo di Fordow.  A causa di questi attacchi, il programma nucleare iraniano è stato gravemente danneggiato, anche se non distrutto. A febbraio 2026, senza che i negoziati – mediati dall’Oman – producessero risultati, Israele e gli Stati Uniti hanno avviato una nuova campagna militare, questa volta puntando anche alla decapitazione della leadership iraniana: il 28 febbraio l’ayatollah supremo Ali Khamenei è stato ucciso in un raid su Teheran.

Il regime sapeva perfettamente il valore di ciò che possedeva. Nelle ultime fasi negoziali del febbraio 2026, aveva aperto alla possibilità di ridurre le proprie scorte al livello più basso possibile in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. L’atomo come moneta di scambio: non per costruire un ordigno nucleare, ma per tenere aperta la porta al dialogo. L’Iran non ha mai costruito una bomba né dichiarato di volerlo fare, ma il solo fatto che il mondo intero credesse che fosse a poche settimane dal farlo, ha prodotto lo stesso effetto strategico: nessuno osava attaccare senza tenere conto del rischio di una risposta nucleare. È questa ambiguità calcolata, la potenza latente, la soglia mai varcata ma sempre suggerita, che Teheran ha usato come scudo per anni. Fino a quando, nell’estate del 2025, appunto, Israele e gli Stati Uniti hanno deciso che la «deterrenza per esistenza» (un Paese con capacità nucleari, ma che – per sua volontà – non sviluppa bombe) dell’Iran aveva raggiunto un livello non più tollerabile.

L’Arabia Saudita e gli Usa

In questo scenario si inserisce, con ambizioni proprie, l’accordo nucleare civile siglato tra Washington e Riyadh a dicembre 2025. È il cosiddetto «Accordo 123» (123 Agreement sotto il titolo di «Cooperation with other nations»), dal paragrafo della legge americana sull’energia atomica che lo regola. Esso non è un atto di generosità tecnologica: è una mossa geopolitica. Gli Stati Uniti intendono mantenere il proprio primato nel settore nucleare civile del Golfo, contrastando l’avanzata di Cina e Russia, entrambe pronte a offrire reattori senza le clausole (stringenti) imposte da Washington.

Le condizioni dell’accordo sono presentate come il «Gold standard» della non proliferazione: nessun arricchimento sul suolo saudita, nessun riprocessamento del combustibile esaurito, dipendenza totale dalle forniture esterne e supervisione piena da parte dell’Aiea. Una camicia di forza volontaria, accettata da Riyadh in cambio di tecnologia, prestigio e una garanzia implicita di protezione americana.

Il paradosso è evidente. Mentre l’Iran ha subito sanzioni, isolamento diplomatico e ispezioni contestate per un programma che dichiarava pacifico, l’Arabia Saudita, che ha apertamente minacciato di dotarsi di capacità nucleari per scopi militari qualora Teheran varcasse la soglia definitiva, otteneva accesso alla tecnologia statunitense in cambio di promesse sulla carta.

Non si tratta di giudicare la bontà dell’accordo in sé: è uno strumento legittimo e potenzialmente stabilizzante. Un accordo può essere giuridicamente ineccepibile e politicamente destabilizzante allo stesso tempo. Ciò che conta, nel Golfo, non è solo il testo scritto di un trattato, ma come quel trattato viene letto dagli attori della regione: se appare come la conferma di un sistema di privilegi a geometria variabile, alimenta risentimento e spirali competitive. Il fatto che l’Arabia Saudita riceva tecnologia nucleare civile americana, mentre all’Iran vengono imposte sanzioni (e mentre Israele mantiene il proprio arsenale nell’impunità totale), non è percepita nella regione come una stabilizzazione, ma come l’ennesima conferma che le regole del gioco non si applicano a tutti. Questa percezione è un motore di proliferazione più potente di qualsiasi reattore.

Israele, privilegi e impunità

La percezione regionale è dominata da un’asimmetria ben più antica e strutturale: quella israeliana. Israele è l’unica potenza nucleare del Medio Oriente nonostante Gerusalemme non abbia mai confermato né smentito il possesso di testate nucleari operative.

L’«ambiguità strategica», dottrina elaborata negli anni Sessanta con la complicità silenziosa degli Stati Uniti, ha consentito a Israele di costruire un arsenale atomico al di fuori di qualsiasi quadro giuridico internazionale. Lo Stato ebraico non ha mai aderito al «Trattato di non proliferazione» (Non-proliferation treaty), sottraendosi così alle ispezioni dell’Aiea sui siti militari. Una scelta che non è mai stata sanzionata, né punita, né oggetto di seria pressione da parte delle potenze occidentali.

È in questa frattura tra il trattamento riservato a Israele e quello inflitto all’Iran, che si annida il risentimento più profondo e duraturo da parte dei Paesi mediorientali. Non si tratta, però, di un sentimento irrazionale: al contrario, è la percezione razionale di un «doppio standard» che struttura le relazioni di potere nella regione. Teheran lo usa come argomento di legittimazione interna e come leva negoziale. Riyadh lo tiene a mente come scenario estremo. Gli Stati del Golfo, in silenzio, ne traggono le proprie conclusioni.

Il ministro dell’energia saudita, principe Abdulaziz, alla 68.ma sessione dell’Iaea (Vienna, settembre 2024). Foto ministero Energia dell’Arabia Saudita.

La Turchia e la Nato

Ogni analisi del rischio nucleare mediorientale che si fermi al Golfo Persico è, per definizione, incompleta. Il sistema di tensioni che attraversa questa regione non ha confini netti: si propaga verso Nord lungo le faglie dell’instabilità, raggiunge il Mediterraneo orientale e si innesta nelle contraddizioni interne all’Alleanza atlantica. È qui, nella figura di una Turchia sempre più difficile da classificare, che il problema nucleare rivela la sua natura sistemica.

Ankara è formalmente parte dell’architettura di deterrenza occidentale. Nella base Nato di İncirlik, nel cuore dell’Anatolia meridionale, stazionano circa 50 ordigni nucleari tattici americani B61, eredità della Guerra fredda e simbolo di un’integrazione militare che Washington ha sempre considerato strategicamente irrinunciabile. Eppure, questa prossimità fisica con l’atomo non ha prodotto in Erdoğan la rassicurazione che Washington si attendeva. Ha prodotto, al contrario, una consapevolezza della propria dipendenza e il desiderio di superarla.

La Turchia guarda alla propria posizione geografica con l’occhio di chi si sente perennemente esposto. A Est, l’Iran, anche dopo i bombardamenti israeliani e americani del 2025 e di oggi, rimane un’incognita nucleare irrisolta e un rivale strutturale. A Nord, la Russia proietta la sua potenza in Siria e nel Mar Nero trasformando la propria presenza militare in due aree geografiche adiacenti alla Turchia in una pressione strategica permanente. In Siria, Mosca ha basi aeree e navali, Khmeimim e Tartus, che le consentono di controllare lo spazio aereo del Mediterraneo orientale e di influenzare gli equilibri di potere alle porte meridionali di Ankara. Nel Mar Nero, la flotta russa, nonostante le perdite subite nella guerra con l’Ucraina, mantiene una presenza che vincola i movimenti navali turchi e limita la libertà di manovra di Ankara nella sua stessa regione di prossimità. Per la Turchia, confinante con entrambi i teatri, questa doppia proiezione russa significa essere perennemente stretta tra un’Alleanza atlantica che chiede fedeltà e una Russia con cui Erdoğan ha coltivato relazioni parallele, spesso a spese della coesione della Nato.

A Ovest, la Grecia rivendica spazi marittimi con il sostegno europeo. Da questo contesto è nata la domanda che Erdoğan ha posto all’Assemblea generale dell’Onu nel 2019: perché ad alcuni Stati è consentito possedere armi nucleari e ad altri no? Non era una provocazione retorica, ma la trascrizione pubblica di un calcolo strategico che Ankara conduce in privato da anni.

La variabile cipriota

Cipro, in questo schema, non è una variabile secondaria. L’isola divisa, Repubblica di Cipro a Sud, membro dell’Unione europea; Repubblica turca di Cipro del Nord a Nord, riconosciuta solo da Ankara, è il punto in cui la contesa turco-greca assume forma territoriale concreta e permanente.

La presenza militare turca sull’isola, ininterrotta dal 1974, è al tempo stesso una ferita aperta nel diritto internazionale e una leva che Ankara usa con abilità nei negoziati con Bruxelles e Washington. Non è un’occupazione dimenticata: è uno strumento attivo di politica estera.

La scoperta di vasti giacimenti di gas naturale nelle acque del Mediterraneo orientale ha trasformato questa contesa da conflitto congelato a terreno di scontro attivo. Turchia, Cipro, Grecia, Israele, Egitto e Libano si disputano zone di sfruttamento economico esclusivo in uno spazio geografico ristretto e strategicamente denso.

Ankara ha risposto alle concessioni petrolifere cipriote inviando proprie navi da esplorazione scortate da unità della marina militare, sfidando apertamente le pretese di Nicosia e le proteste di Bruxelles.

Il nesso con la questione nucleare è indiretto ma strutturale. Una Turchia che consolida la propria autonomia strategica rispetto alla Nato, che costruisce relazioni parallele con Mosca, è una Turchia che, nel lungo arco della storia, potrebbe decidere di non accontentarsi più del ruolo di custode passivo delle bombe altrui. Sarebbe, in quel caso, il segnale più destabilizzante che il fianco Sud dell’Alleanza atlantica abbia mai prodotto.

I bombardamenti israelo-americani sull’Iran del 2025 e del 2026 hanno distrutto impianti e ucciso scienziati, ma non hanno risolto il problema politico che sta alla radice della proliferazione: la percezione di un sistema internazionale a doppio standard, in cui la legge si applica ai deboli e si negozia con i forti. Richiede qualcosa di più ambizioso e politicamente arduo: un quadro di sicurezza regionale condiviso, fondato su principi di equità e trasparenza universale. Una zona libera da armi di distruzione di massa, proposta e discussa per decenni in sede Onu e sistematicamente bloccata proprio per la questione israeliana, resterebbe lo strumento più coerente. Ma è, al momento, una prospettiva lontana quanto la pace definitiva tra i popoli che abitano quella terra.

Un’ipocrisia strutturale

La geografia non perdona le astrazioni. Il Mediterraneo orientale non è il cortile d’Europa: è la frontiera dove la sicurezza europea, quella mediorientale e quella del fianco Sud della Nato si toccano e si confondono. Ignorare questa connessione significa continuare a discutere di centrifughe iraniane e reattori sauditi come se fossero problemi isolati, quando sono invece nodi di una rete di tensioni che abbraccia l’intero arco di crisi dal Maghreb
all’Hindu Kush (Pakistan).

La guerra in corso lo dimostra con brutalità. Le centrifughe di Fordow sono state distrutte, quelle di Natanz danneggiate. Ma la domanda politica che ha generato il programma nucleare iraniano – perché ad alcuni Stati è consentito ciò che ad altri è negato? – rimane intatta, e più urgente di prima.

La politica internazionale continua a usare la non proliferazione come grammatica selettiva: rigorosa con i nemici, indulgente con gli alleati. Un’ipocrisia strutturale che, nel lungo periodo, rischia di essere la più efficace spinta alla proliferazione.

Piergiorgio Pescali




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Persecuzione

Carissimo padre Gigi,
sono Fausto Prandini, direttore del Servizio interdiocesano (Modena e Carpi) migrantes, ecumenismo e dialogo interreligioso. Sono un vecchio amico della Consolata a partire dagli anni 90, quando ho dedicato tre anni di volontariato in Kenya nella regione del Meru. Apprezzo molto i tuoi editoriali che ci danno sempre uno spunto di riflessione. Vorrei sottolineare, in riferimento all’editoriale del mese di marzo 2026, che sarebbe utile per i lettori citare tutti coloro che sono perseguitati a motivo della loro fede, quindi, oltre ai Cristiani, anche i Mussulmani, i Buddhisti, i Sikh, ecc.

La libertà religiosa è alla base dei diritti fondamentali dell’uomo e va sempre promossa e difesa.

Come citava l’imperatore Ashoka nel III secolo a.C.: «Chi onora la religione degli altri onora la propria religione». Auguri di ogni bene a tutta la comunità della Consolata.

Fausto Prandini, Modena, 21/03/2026

L’editoriale deve essere sempre breve ed essenziale, correndo però il rischio di dare per scontate alcune cose.

Accogliendo il tuo suggerimento, sono andato a leggere «Libertà religiosa nel mondo. Rapporto 2025», pubblicato da Aiuto alla chiesa che soffre.

A pagina 16 della sintesi si legge: «In totale, 62 Paesi risultano soggetti a persecuzione o discriminazione religiosa. Tali nazioni ospitano complessivamente circa 5,4 miliardi di persone, pari al 64,7 percento della popolazione mondiale. Il che significa che quasi due persone su tre vivono in contesti in cui la libertà religiosa è seriamente compromessa».

Non è questo il luogo per entrare nei dettagli. Cito solo un altro passaggio: «Secondo il Rapporto, 24 Paesi sono classificati come soggetti a persecuzione religiosa. Tra questi figurano nazioni densamente popolate come India e Cina, nonché Stati segnati da conflitti o da regimi autoritari quali Afghanistan, Nigeria, Corea del Nord ed Eritrea. Complessivamente, essi contano circa 4,1 miliardi di abitanti, ovvero più della metà della popolazione globale, costretta a vivere in contesti caratterizzati da gravi violazioni della libertà religiosa». A questi vanno aggiunti i Paesi, 38, in cui c’è discriminazione, e altri 24 che sono «sotto osservazione per segnali preoccupanti di minacce emergenti».

All’uscita del prossimo rapporto 2026 faremo del nostro meglio per farlo conoscere anche in queste pagine.

Ora ringrazio il Signore che la nostra Chiesa cattolica ha superato da tanto tempo l’atteggiamento di intolleranza verso le altre religioni con una presa di posizione chiara nella dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II proprio a difesa dell libertà religiosa di ogni persona e di ogni popolo. Al n. 2 della dichiarazione è scritto: «Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa». Ogni persona, non solo i cristiani.

«Chiudete quel conto»

Buongiorno, ricevo sempre con piacere la vostra rivista che apprezzo tantissimo.

Un solo rimprovero: non dovreste chiudere il conto corrente con Intesa San Paolo, essendo implicata in commercio di armi, come spesso trovo pubblicato sulla vostra rivista?

Confido in una risposta. Saluti.

Denise Albani,  Dalmine (Bg), 07/04/2026

Gentile Denise, grazie del suo rimprovero. «La storia della Banca Sanpaolo di Torino affonda le radici nel 1563 – leggo su wikipedia -, nata come istituzione assistenziale (Compagnia di San Paolo) a Torino per combattere l’usura e aiutare i bisognosi». Diventata banca vera e propria nell’Ottocento, è stata fino dall’inizio dell’Istituto Missioni Consolata un riferimento pratico per tutti i servizi bancari nazionali e internazionali.

Poi, nel 2007 si è fusa con Intesa offrendo anche trading speculativi e investimenti in settori non etici come gli armamenti.

Per questo motivo abbiamo aderito fin da subito al progetto della Banca Etica, proprio per allentare i nostri legami con Intesa Sanpaolo. Ma non è stato per niente facile tagliare tutti i legami, anche perché Banca Etica non è ancora in grado di offrire una rete capillare che copra tutto il territorio nazionale e non ha quei servizi internazionali che Intesa Sanpaolo offre grazie a una rete di banche corrispondenti e filiali estere molto estesa.

Cerchiamo però di alleggerire la nostra dipendenza da realtà come questa che si arricchiscono sulla guerra. Manteniamo il nostro atteggiamento vigile e di denuncia, ben coscienti che il mondo in cui viviamo è davvero intricato, interconnesso e, spesso, appositamente confuso. Oggi, però, è difficile fare delle scelte chiare e senza compromessi, perché l’interdipendenza dei movimenti di denaro e degli investimenti bancari è enorme, molto fumosa e anche invadente.

Ne sono ben coscienti anche coloro che gestiscono Banca Etica, per la quale desideriamo una crescita vigorosa. Allo stesso tempo Intesa Sanpaolo, con la sua Fondazione San Paolo, non ha totalmente rinunciato all sua missio originaria di impegno sociale e ambientale e di cooperazione con il non profit.

Lo stesso problema si presenta oggi con tanti settori della vita. Un’esempio è Paypal, che ti offre facilitazioni uniche per i pagamenti e poi scopri che il suo fondatore usa le sue ricchezze e il suo potere per attaccare il Papa e il cattolicesimo. Vai poi a Google con il suo motore di ricerca e la sua email, o Meta con Facebook e Whatsapp, e relativi servizi di Ai. Difficile farne a meno, pur sapendo bene che sono due grandi realtà che mettono il profitto al centro di tutto anche sulla pelle e la dignità delle persone. E non entro nel mondo di Amazon o di altre realtà di consegna a domicilio, con i loro algoritmi che sfruttano i lavoratori. E neppure in quello del mondo miliardario dell’Ai che oggi è più che mai interconnesso con la gestione delle guerre. L’unica cosa che possiamo fare è rimanere vigili senza accettare passivamente tutto questo e usando, quando è possibile, vie alternative.

Profonda speranza

Gentile padre Gigi,
a distanza di un anno, rimane vivo e forte in me il nostro incontro nella sede torinese della Consolata. Quel giorno mi ha progressivamente aperto il tesoro di un agire per l’uomo, e quella determinazione, quella gioia misteriosa che ribadisce nell’editoriale della rivista di marzo. La rivista continua ad arrivare e continua ad essere letta (e lo si vorrebbe fare con maggiore disposizione) con il suo filo di profonda speranza, nonostante tutto. Niente, non ho nulla di specialissimo da comunicare, solo che è da un po’ che desideravo inviarle un saluto grato ed era troppo che dilazionavo. Grazie per quella realtà che ancora rappresentate, che ancora sapete vedere, anche e tanto più di questi tempi.
Un caro saluto.

Grazie anche da parte nostra per l’apprezzamento e l’incoraggiamento. A te e a tutti i lettori: non abbiate paura a scriverci, a stimolarci, ad avere un atteggiamento critico. Questo ci aiuta a essere sempre fedeli alla nostra identità missionaria a servizio della verità, della fraternità e della pace.

Marco Bertorelle, Bolzano, 20/03/2026

Serafino Piras è insignito della Medaglia Pro Ecclesia et Pontifice dal Nunzio Apostolico in Mozambico, Mons. Luís Miguel Munõz Càrdaba, alla presenza di mons Diamantino Antunes vecovo di Tere

Riconoscimento a MISSIONARIO LAICO

Lo scorso 31 marzo, il missionario laico italiano Serafino Piras è stato insignito della medaglia Pro Ecclesia et Pontifice, una delle più alte onorificenze concesse dal Papa ai laici che prestano servizi rilevanti a favore della Chiesa cattolica.

La cerimonia si è svolta al termine della messa crismale del Giovedì Santo, alla presenza di tutti i sacerdoti della diocesi di Tete, in Mozambico, e di una numerosa assemblea di fedeli che ha riempito la cattedrale. La messa è stata presieduta dal nunzio apostolico in Mozambico, monsignor Luís Miguel Munõz Càrdaba, che ha consegnato, a nome di papa Leone XIV, la medaglia pontificia.

Il momento della consegna è stato profondamente emozionante e festoso. Serafino aveva al suo fianco il figlio Leonardo, giunto appositamente dall’Italia, delegato dalla sua famiglia per assistere a tale onorificenza.
Serafino Piras ha ricevuto questo riconoscimento con umiltà e gioia, riconoscendo che è anche uno stimolo a continuare a contribuire alla crescita e al consolidamento della Chiesa cattolica nella diocesi di Tete.

Nato a Villa Nova di Monteleone (Sassari), il 20 settembre 1946, dopo aver frequentato le scuole medie nel seminario dei Missionari saveriani, ancora giovane si trasferì a Milano per motivi di lavoro. Dopo alcuni anni, creò la sua propria azienda, Iter, nel settore del riscaldamento. Nel 1967 sposò Angela Piras, dal matrimonio ebbe tre figli. Molto attivo nella pastorale giovanile e nella promozione dello sport nella sua parrocchia di Santo Ambrosio di Rozzano, arcidiocesi di Milano, con la morte della moglie, nel 2004, maturò l’idea di consacrarsi a Dio e al servizio della chiesa missionaria. Frequentò il corso di teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

In seguito, decise di lasciare la sua azienda, ben avviata, ai figli per dedicarsi alle missioni per tutta la vita. Partì nel 2009 per la Diocesi di Tete, in Mozambico, per lavorare presso la missione di Nossa Senhora do Carmo, a Inhangoma, un luogo isolato dove mancava quasi tutto.
Serafino ha dato tutto quello che sapeva e aveva per la sua ricostruzione dopo anni di abbandono a causa della guerra civile. Lavorò alla formazione dei catechisti e allo sviluppo dell’agricoltura, creando a questo scopo la cooperativa agricola Nossa Senhora do Carmo. Con i cristiani dei villaggi ha costruito decine di cappelle e innumerevoli aule per le scuole.

Nel 2016, su richiesta del vescovo di Tete, si trasferì a Zobuè, località priva missionari da molti anni, dove iniziò i lavori di ristrutturazione della missione e le visite alle comunità cristiane per la celebrazione della Parola domenicale, portando l’eucarestia, di cui era ministro straordinario.

Serafino Piras è insignito della Medaglia Pro Ecclesia et Pontifice dal Nunzio Apostolico in Mozambico, Mons. Luís Miguel Munõz Càrdaba, alla presenza di mons Diamantino Antunes vecovo di Tere

Oltre alla riabilitazione della canonica, della chiesa e del salone parrocchiale, Serafino continuò l’opera di costruzione di cappelle e scuole per la popolazione, nelle zone più periferiche e abbandonate della stessa missione di Zobuè.

Nel 2018 venne nella sede della diocesi, iniziando a vivere nella casa episcopale, essendogli stato affidato il lavoro di monitoraggio delle opere della diocesi e l’accoglienza degli ospiti.

In questo periodo realizzò numerosi lavori di ricostruzione e riabilitazione, in particolare del seminario a Zobuè e delle missioni storiche di Boroma, Miruro e Chiritse, tra le molte danneggiate dalla guerra di indipendenza e poi quella civile.

In questi 17 anni di vita missionaria, Serafino ha contribuito a costruire, con le proprie risorse e l’aiuto di amici, 90 cappelle e 77 aule in diversi villaggi della diocesi di Tete.

Laico missionario fidei donum, Serafino esprime, con la sua presenza di comune battezzato, un senso di sincera fraternità ispirato dal Vangelo, che non ha confini geografici, e di solidarietà nei confronti dei più poveri ai quali presta il suo servizio sia di evangelizzazione che di promozione umana. La sua vita di lavoro e di preghiera, il suo impegno, la sua totale dedizione alla vita missionaria sono esemplari per tutti e sono riconosciuti dai cristiani e dai sacerdoti della diocesi.

Senza altri interessi o pensieri, spiritualmente solido e professionalmente preparato, è un uomo molto sociale, un amico, disponibile e propositivo nel trovare soluzioni per chiunque si rivolga a lui per un aiuto. Fedele alla sua missione, ha davvero un cuore buono. Con la parola e ancor più con la vita, porta il Vangelo nelle pieghe della società mozambicana.

La medaglia Pro Ecclesia et Pontifice, istituita da papa Leone XIII nel 1888, è un riconoscimento riservato a laici e religiosi che dedicano la propria vita al servizio della Chiesa, promuovendone la missione e i valori.

L’assegnazione della medaglia è avvenuta su mia richiesta speciale al Santo Padre perché mi è parsa la maniera migliore per esprimergli la gratitudine di tutta la popolazione cattolica di Tete.

Diamantino Antunes, vescovo di Tete, 05/04/2026




Missione è consolazione

Giugno è il mese della Consolata, non solo per i torinesi e tutti i missionari e missionarie che da Lei prendono il nome, ma anche per milioni di persone che, nei quattro angoli della terra, l’hanno conosciuta.
San Giuseppe Allamano, servitore instancabile e gioioso della Madonna, aveva capito bene che dalla Consolata venivano una forza e un messaggio impossibili da confinare nelle mura di un santuario. La sua forza di consolazione spingeva fuori, incontro alle persone, specialmente le più marginali della città. Per questo il nostro fondatore si è curato, oltre che dei giovani sacerdoti a lui affidati e dei fedeli che frequentavano il santuario, anche dei carcerati, dei tranvieri, dei lavoratori, delle «servette e sartine», non solo per alimentarne la fede ma anche per promuovere ogni iniziativa che ne migliorasse le condizioni di vita. Ha sostenuto anche la stampa cattolica (sia in Francia che a Torino) e ha poi fondato nel 1899 il «periodico» La Consolata, da cui è nata questa nostra rivista, per comunicare la consolante vicinanza della Mamma di Gesù sia nelle case di Torino, che in quelle lontane dei migranti italiani in America.

Ma tutto questo, per San Giuseppe Allamano, ancora non era sufficiente: voleva fare la sua parte nel donare, come Maria, Gesù a tutta l’umanità: ecco allora la fondazione dei due istituti missionari, e l’invio, a partire dal 1902, di centinaia di evangelizzatori in Africa, poi in America e, successivamente, in Asia.

Servitori della consolazione di Maria: sono poche parole che sintetizzano non solo l’identità dei missionari e missionarie della Consolata, ma il cuore stesso della missione della Chiesa. La vera consolazione è Gesù che è testimone dell’amore di Dio per ogni uomo e per la creazione. Egli è colui che si è fatto servo, non padrone, degli uomini, affinché vivano secondo il sogno di Dio che li ha creati: custodi del creato, generatori di vita, gioia e pace, liberi da ogni schiavitù.
Consolare non è coccolare o illudere gli altri che il male non esista. È stare accanto, con amore, speranza e fede, alle persone nella realtà, spesso dura, della loro vita.

La missione della consolazione, oggi, si confronta con sfide vecchie e nuove. Vecchie come il razzismo, la povertà, l’ignoranza, la schiavitù, la mercificazione delle persone e la rapina dei beni comuni a vantaggio di pochi. Nuove come l’intelligenza artificiale, il martellamento della pubblicità, la pressione dei social, il consumismo esasperato, l’idolatria dell’io, la presunta difesa dei confini, l’attacco alla famiglia e alla vita, la smaterializzazione dei contatti e delle amicizie, il cambiamento climatico e quanto altro.

Consolare, oggi, è anche dire, assieme a papa Leone: «Beati gli operatori di pace! Guai invece a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Consolare è contestare un approccio solo repressivo e securitario ai problemi sociali, proponendone un altro che metta al centro la dignità delle persone, soprattutto di quelle più emarginate. Non si risolvono i problemi con più carceri, più muri, più rimpatri, ma con più cura delle persone, più promozione della pace, più rapporti commerciali equi.

Consolare oggi è contestare le scelte lasciate agli algoritmi e rimettere al centro quelle motivate dall’etica e dalla responsabilità personale.

Consolare diventa allora una sfida alla passività, alla rassegnazione, alla tentazione di relazionarsi con la realtà e la storia solo attraverso uno schermo, cambiando canale quando non si è contenti.

Consolare ha la sua radice nell’esperienza della risurrezione che apre orizzonti di vita e amore a tutta l’umanità. La sua energia viene dal fuoco dello Spirito della Pentecoste che alimenta l’amore come impegno e servizio con una fede forte e una speranza che sa guardare oltre le molte morti che affliggono l’umanità.

Così il 20 giugno, festa della Consolata, è il giorno nel quale rinnovare il nostro impegno per la missione, una missione nuova e creativa che sappia andare incontro alle grandi domande della vita di oggi rivelando la presenza del Signore in mezzo a noi.

padre Gigi Anataloni, direttore responsabile




Il Medio Oriente narrato dagli alberi

Il libro di Paola Caridi, scritto con linguaggio evocativo, presenta la storia del Mediterraneo e di quello che noi chiamiamo Medio Oriente, attraverso gli alberi, testimoni silenziosi delle vicende umane.

Paola Caridi, nata a Roma nel 1961, è una giornalista, storica e saggista italiana. Tra le altre cose, è socia fondatrice e presidente dell’associazione di giornalisti indipendenti «Lettera22». Esperta di politica contemporanea del mondo arabo e del Medio Oriente, ha vissuto dal 2001 al 2003 al Cairo e dal 2003 al 2012 a Gerusalemme.

Il suo bellissimo libro, dal titolo «Il gelso di Gerusalemme», apre nuove prospettive partendo dalla domanda: «Può essere la Storia raccontata attraverso gli alberi?». La risposta è «sì».

Dimostrazione ne sia questo testo, scritto con linguaggio evocativo, che ci presenta la storia del Mediterraneo, e di quello che noi chiamiamo Medio Oriente, attraverso gli alberi, testimoni silenziosi delle vicende umane.

È un modo, afferma Paola Caridi, per «toglierci dal centro del palcoscenico. Metterci, noi umani, quanto più ai margini, anche per comprendere la nostra, di storia».

È il capovolgimento di prospettiva, dunque, a consentirci una nuova riflessione su di noi.

L’ambiente non è più solo muto sfondo delle vicende umane, ma ne diventa parte integrante.

Leggere «Il gelso di Gerusalemme. L’altra storia raccontata dagli alberi», significa immergersi in un manifesto di «botanica politica».

Da un gelso tagliato

L’autrice parte proprio da un gelso, anzi, da un suo moncone, alto solo una cinquantina di centimetri, ritrovato così da Paola Caridi dopo dieci anni di assenza dalla sua casa di Gerusalemme.

Il ceppo era ciò che rimaneva di un albero rigoglioso che in quel luogo aveva vissuto forse da un secolo e mezzo.

Da questa esperienza personale è nata l’idea del libro. Da un accenno di presenza che si fa ricordo e rimpianto.

«Ho cominciato così, pochi anni fa, a essere attratta da altri protagonisti, stavolta non umani, della storia contemporanea dell’Asia Occidentale», scrive.

La storia tramite gli alberi

Il libro ripercorre la storia e le vicende di Israele e Palestina, di cui l’autrice è attenta studiosa, grazie a una visione nuova che mette al centro gli alberi: non solo vegetazione, ma un vero e proprio aspetto culturale e identitario, radicato nella memoria e nella vita di ogni popolo, e di ciascuno di noi.

L’avvicendamento degli alberi ci parla della storia economica di un territorio e delle relazioni di potere tra i vari attori del mondo. Ma non ci abbiamo mai pensato.

Ne danno conferma gli alberi censiti nel libro di Paola Caridi: il gelso, i lecci e i sicomori, oppure gli aranci che con i loro frutti sono stati fondamentali per gli scambi commerciali, o gli ulivi, i carrubi, i mandorli e le palme che raccontano passaggi cruciali nella storia del mondo.

Il Libano affamato dai gelsi

A metà dell’Ottocento, ad esempio, i gelsi riempirono in pochi decenni il paesaggio del Libano, pur essendo già presenti in quel territorio sin dal VII secolo. Questo perché Francia e Impero britannico in quegli anni ebbero improvviso bisogno di seta grezza, e quindi di gelsi, unico cibo dei bachi.

Dopo la diffusione di una malattia grave tra quelli coltivati in Sicilia e Calabria, infatti, l’Europa si rivolse al Libano, dove la coltivazione del gelso divenne monocoltura per l’esportazione.

Ne conseguì che, negli anni della Prima guerra mondiale, il Libano fu ridotto alla fame. Quando il porto di Beirut fu chiuso, la popolazione, che coltivava gelsi e importava cereali dall’estero, fu destinata alla morte.

Ma l’autrice dà voce anche ad altri alberi, quelli, ad esempio, che in Turchia o in Egitto sono stati abbattuti per far posto agli insediamenti umani e alla furia predatrice di un’economia che sulle costruzioni si arricchisce. Agli ulivi che in Cisgiordania oggi, come da decenni, vengono bruciati o abbattuti dai coloni israeliani spalleggiati dall’Idf.

Le storie degli alberi raccontano le storie degli uomini e delle loro comunità, e di chi vuole, spesso tramite diverse forme di violenza, deciderne la sorte.

Rita Vittori

Bibliografia

Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 128, € 12,00.

Il libro è un’intensa riflessione e un atto di memoria che dà voce e identità alle vittime del conflitto a Gaza. Il titolo, evocativo, prende corpo dalla parola «sudari», i teli che avvolgono i corpi senza vita dei palestinesi uccisi. Un’immagine che esprime il bisogno di proteggere le vittime palestinesi dal rischio più grande, quello dell’oblio, restituendo dignità alle loro storie.

Paola Caridi, Gerusalemme. La storia dell’altro, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 144, € 11,00.

Un interessante libro indirizzato ai ragazzi, corredato da schede sulla storia della città, dei personaggi più famosi e sulle sue lingue. Paola Caridi immagina l’incontro di Samira, ragazza palestinese che lavora come parrucchiera nella città vecchia, con Sarah, coetanea israeliana che vive in una casa espropriata agli arabi. Attraverso il dialogo tra le due ragazze, che diventeranno amiche, si snoda la storia tormentata della città.

Tommaso Montanari, Per Gaza, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 128, € 16,00.

Fatto di parole e figure, questo piccolo libro, i cui proventi verranno devoluti interamente a favore di un’associazione palestinese, racconta l’annullamento della popolazione di Gaza, i bambini uccisi e gli artisti che continuano a dipingere sotto le bombe.

Didier Fassin, Una strana disfatta. Sul consenso all’annientamento di Gaza, Feltrinelli, Milano 2026, pp. 128, € 12,00.

In questo libro, l’antropologo Fassin esplora le radici storiche e linguistiche del silenzio e del consenso che ha accompagnato la tragedia di Gaza: governi, istituzioni e media hanno delegittimato chi criticava la risposta militare del governo israeliano a Gaza.

Daniel Bar-Tal, La trappola dei conflitti intrattabili. Il caso israelo-palestinese, Franco Angeli, Milano 2024, pp. 400, € 34,00.

Il saggio indaga i meccanismi socio-psicologici che hanno portato i cittadini israeliani a rimuovere dalla loro percezione l’orrore del conflitto con la popolazione palestinese. Un’indagine senza precedenti, aggiornata alla fine del 2024 e condotta con estremo rigore scientifico per capire come una democrazia abbia potuto evolvere in un regime autoritario basata sul nazionalismo e fanatismo religioso. Ne abbiamo scritto su MC novembre 2025.

Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi, Roma 2025, pp. 288, € 18,50.

Dopo aver preso in esame i fattori che minacciano la stabilità di Israele, lo storico israeliano, delinea, sotto forma di diario, alcune soluzioni cognitive e politiche che, se adottate, porterebbero a un avvenire migliore per tutta la Palestina.




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

LA MEMORIA È RESPONSABILITÀ

Una ragazza di un liceo ha vissuto l’esperienza del «Treno della memoria», e ha visitato i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. Ha scritto così le sue impressioni.

Quando sono arrivata là, pensavo di essere pronta ad affrontare tutto ciò che avrei visto. Mi dicevo: «È solo un viaggio, una visita, un ripasso della storia». Però, quando ho davvero messo piede su quella terra, quando mi sono trovata dentro il campo di concentramento di Auschwitz e Birkenau, ho capito che ci sono cose che non si possono «elaborare» con una semplice preparazione mentale.

Da allora, il mio cuore è rimasto pieno di emozioni contrastanti. All’inizio ho perfino avuto la sensazione di «non provare nulla». Io, pur essendo una persona molto sensibile e fragile, non ho pianto, non ho sentito né uno shock, né quel dolore lacerante che immaginavo. Ho iniziato a dubitare di me stessa: possibile che queste storie non mi abbiano toccata? Possibile che io sia una persona fredda? Mi sono confrontata con alcuni compagni e poi mi sono sentita ancora più in colpa, continuando a chiedermi: come posso essere così indifferente? Solo dopo ho capito che non era assenza di emozione, ma intorpidimento.

Quando le tragedie dei libri di storia si ripresentano ancora e ancora, sotto forme diverse, nel presente, quando le guerre, odio e discriminazione continuano a esistere in qualche angolo del mondo, la nostra percezione della sofferenza sembra diventare più opaca. E si prova un senso di impotenza, perché l’unica cosa che «io» posso fare sembra essere guardare il mondo andare verso la distruzione. Non perché non mi importi, ma perché ci siamo abituati a vedere «la prossima tragedia» raccontata nei notiziari. Soprattutto sapendo che, in questo stesso momento, più di cinquanta Paesi nel mondo sono coinvolti in guerre. L’unica espressione che mi viene in mente per descrivere tutto questo è: «Un massacro vicendevole».

Ma quando mi sono trovata davvero in quel luogo, ascoltando quelle storie e osservando le tracce reali rimaste, ho capito che non si trattava di una storia astratta, ma di vite concrete. Sono rimasta impressionata dalla stanza dei nomi. Dietro ogni nome c’era una famiglia, dietro ogni esperienza, una paura e disperazioni reali. In quel momento ho iniziato a chiedermi: qual è il senso di questo viaggio? Cosa posso fare io? Se fossi stata al loro posto, avrei avuto il coraggio di farmi avanti? E come posso contribuire a impedire la prossima tragedia?

All’improvviso mi è tornata in mente una frase di Van Gogh: «Attraverso piccole cose si formano le montagne». In realtà, la frase originale è: «Le grandi cose sono fatte dalla somma di molte piccole cose».

Pensavo di essere pronta, ma non lo ero affatto. Il primo giorno non avevo idea di ciò che avrei affrontato. Tutte le mie «preparazioni psicologiche» sono apparse così fragili davanti alla realtà della storia. Solo camminando davvero lungo quel percorso ho capito che questo viaggio non era fatto per scioccare, ma per ricordare. Ricordarci che il passato non può essere cambiato, ma che il futuro richiede la nostra partecipazione. Non possiamo fermare le tragedie già accadute, ma possiamo scegliere di non restare in silenzio. Possiamo alzare la voce di fronte all’ingiustizia, rifiutare la discriminazione, mantenere lucidità di fronte all’odio.

La storia è spaventosa non solo perché è già accaduta, ma perché può ripetersi. Questo viaggio mi ha fatto capire che la memoria è, di per sé, una responsabilità. Una volta tornata a casa, spero di poter raccontare ciò che è successo in quei luoghi a più persone possibile. Non per appesantire, ma per far ricordare. Perché l’oblio è spesso l’inizio del ritorno della tragedia.

Infine, voglio dire: non permettiamo alla storia di ripetersi. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo decidere la direzione del futuro. E forse, questo è il vero significato di questo viaggio.

Ye Wen Jing
 febbraio 2026, Torino

E LA CHIAMANO ECONOMIA

Buongiorno, ho appena finito di leggere l’articolo di Francesco Gesualdi «Mai dire patrimoniale».
Molto interessante, volevo ringraziarlo per questa rubrica, che leggo sempre con attenzione.
Mi auguro che i nostri politici possano capire questo argomento e legiferare per l’interesse di tutta la popolazione e ricordare che viviamo tutti su un’unica barca, che se fa acqua potremmo annegare tutti.
Saluti

Pasquale Capriotti
12/03/2026

CINA E XINJIANG

Grazie per la precisione e la schiettezza (nell’articolo di Paolo Moiola di gennaio sul Xinjiang, ndr) che arriva sempre ai nodi cruciali culturali con passo delicato e deciso. Senza dimenticare la storia.

Ultimamente mi sono imbattuta in una ricerca su bambini e adolescenti scomparsi dal 2020 in Cina. Moltissime le minoranze che restano disconosciute, fra cui quella degli Uiguri, (oppure sono) colpite dal traffico internazionale (dei minori). La Cina, purtroppo, ha rifiutato di sottoscrivere la Convenzione dell’Aja del 25/10/1980 per contrastare la sottrazione internazionale di minori ed è solo soggetto firmatario formale della Convenzione dell’Aja del 1993 sulle adozioni internazionali. Di fatto tutte le procedure civili e penali in tema di adozione internazionale dipendono dal ministero della Sicurezza che si può chiamare della sorveglianza; il ministero della Giustizia ha pochissimo margine di azione anche solo nelle procedure civili.

Ci sono ragioni storiche profondissime che l’articolo esplora molto bene.
Grazie a MC, come sempre.

Vittoria Pollini
12/02/2026

IRAQ E PAPA FRANCESCO

Cari Missionari,
ripensando alla visita di papa Francesco in Iraq, di cui quest’anno cade il quinto anniversario (5-8 marzo 2021), voglio ricordare e vorrei che tanti ricordassero quelle giornate meravigliose.

Voglio ricordare la solenne celebrazione nella splendida cattedrale di Qaraqosh ricostruita grazie alla collaborazione di cristiani e musulmani. Voglio pregare Nostra Signora di Qaraqosh (foto a sinistra, oggi, molto danneggiata, a destra l’originale), Regina della Mesopotamia, Regina della Terra di Abramo, perché protegga Erbil Mosul e il lago di Mosul, Tikrit, Samarra e Kirkur, Bassora e Baghdad e Nassyriah.

Voglio pregarla perché purifichi il Tigri e l’Eufrate e per il ripristino di condizioni accettabili anche dal punto di vista ecologico: i Paesi più trascurati dall’industria del turismo non possono e non devono rassegnarsi al ruolo di discariche planetarie. Sarebbe ora di fare un po’ di giustizia anche sotto il profilo naturalistico riconoscendo la potenzialità di certe aree e habitat.

Non possiamo pensare solo all’Iraq del passato e concentrare tutte le risorse, tutto l’impegno di cooperazione, tutta l’energia intellettuale sugli scavi archeologici e sulla custodia di ciò che resta della civiltà assiro-babilonese.

Anche ciò che resta (non molto purtroppo, ma potremmo anche sbagliarci…) dell’Iraq naturale, dell’Iraq selvaggio, merita considerazione e rispetto.

Oltre all’Iraq delle antiche Babilonia e Ninive, c’è l’Iraq di una fauna da rigenerare e di una flora da restaurare. Oltre all’Iraq dei musei e delle lingue morte c’è l’Iraq delle persone. Oltre all’Iraq dei Caldei vissuti 3.000 anni fa c’è l’Iraq degli odierni Caldei, quelli del patriarcato di Baghdad guidati (fino al 10 marzo 2026, ndr) dal Cardinal Raphael Sako.

Sia riconosciuto il pregio architettonico e artistico delle case, delle chiese, dei monasteri, dei minareti, delle moschee, siano istituite dalle aree protette.

Se vogliamo proseguire col nostro cammino di fede sul sentiero tracciato da papa Francesco, dalla sua Laudato si’, dal suo zelo missionario, dalla sua attenzione verso le periferie del mondo, non possiamo restare indifferenti e inattivi di fronte a situazioni come quelle che angustiano l’Iraq.

Francesco Rondina
02/03/2026, Fano

PAPA IN SIRIA?

Cara redazione,
cinque anni fa papa Bergoglio
sbarcava in Iraq sognando una svolta nella storia della Chiesa e delle sue relazioni con il mondo islamico.

Spero che il suo successore faccia la stessa cosa con la Siria, ovvero un Paese costretto, non meno dell’Iraq, a fare i conti con la tremenda eredità della guerra e con un vero spaventoso degrado ambientale.

Sarebbe davvero fantastico se dopo la visita del papa figlio di sant’Ignazio di Loyola nella terra di Abramo, il papa figlio di sant’Agostino abbracciasse i figli di un altro sant’Ignazio e baciasse la terra di un altro grande patriarca, Ignazio di Antiochia.

Spero che la Siria torni a essere un Paese più simile a quello del passato remoto che del suo passato recente. Spero che l’Oronte, al pari dei suoi gemelli, il Tigri e l’Eufrate, torni a essere un fiume bello e che le sue acque tornino a essere acque bevibili per tutti, uomini e pesci, uccelli e grandi erbivori (non dimentichiamo che ancora nel V secolo la Siria ospitava elefanti selvatici).

Vorrei altresì che, accanto alla biodiversità vegetale e animale, trovasse posto nell’agenda anche la biodiversità liturgica, perché quella che c’è in Siria è inferiore a quella che c’è in Terra Santa. I riti e i calendari e i libri liturgici, come anche le chiese e i monasteri (penso a quello stupendo di Beir Mar Musa, nato a nuova vita grazie alla passione, allo zelo, all’amore dell’indimenticabile padre gesuita Paolo Dall’Oglio) non possono uscire dalla storia.

Luciano Montenigri
02/03/2026, Fano

PACE DISARMATA

Cari missionari,
l’impegno in favore della pace disarmata e disarmante invocata da papa Leone XIV non può prescindere da una presa di distanza netta dal modello capitalista degradato e degradante, non può rinunciare alla critica dell’imperialismo finanziario disumano e disumanizzante, non può accondiscendere a un approccio militarista depravato e depravante.

Non possiamo esimerci dal ricordare ai nostri carissimi, martoriatissimi fratelli greco cattolici ucraini, che la resistenza non armata e non violenta è doverosa e necessaria.

Il porgere l’altra guancia non è filosofia, progetto, suggerimento di tal teologo, vescovo, o papa, ma Vangelo, Vangelo di Gesù Cristo Dio. Il deporre le armi, anche se non porta alla pace giusta, è condizione indispensabile per la sua affermazione effettiva nel tempo.

Non possiamo far finta di ignorare che uno stato in più in Medio Oriente, Africa, Europa o altrove significa inevitabilmente un esercito in più, un ministro della difesa in più, un arsenale in più, una opportunità in più per chi produce mine, bombe a grappolo, granate, droni, missili, ordigni termobarici, una vittoria in più per satana e per il regno del male.

Domenico Rondina
02/03/2026, Fano

CUORI INVINCIBILI

Cari missionari,
le letture che suggerite, i consigli che date sui libri da consultare, da conservare, da amare, da mettere in pratica, sono davvero stimolanti.

Mi permetto anche io di sottoporne uno alla vostra attenzione. Si intitola «I nostri cuori invincibili». È nato dall’idea di un giornalista di stabilire un contatto, un ponte, un canale comunicativo tra una ragazza palestinese, Tela, e una israeliana, Michelle.

Ebbene una delle particolarità di questo libro, una delle perle che lo rendono davvero prezioso è la posizione di Tela e Michelle sulla questione «due popoli due Stati»; entrambe preferiscono di gran lunga la soluzione dello Stato unico, di una federazione basata su eguaglianza e pari dignità.

E io per quanta stima, considerazione, devozione, amicizia e amore posso avere per chi (penso a papa Francesco, al suo successore papa Leone, al cardinale Pierbattista Pizzaballa) ha raccomandato e continua a raccomandare la soluzione di due Stati, la penso come Tela e Michelle.

Quante volte i Pontefici hanno invitato a costruire ponti non muri.

I due Stati fanno il gioco di chi preferisce la divisione (non dimentichiamo che, etimologicamente, diavolo = colui che divide), lo stato federale (foedus = patto, alleanza, unione) va nella direzione opposta.

Mario Baldassarretti
02/03/2026, Fano

METAMORFOSI

Cara redazione, mandiamo in pensione i nomi propri Israele e Palestina.

«Metamorfosiamo» il linguaggio e cominciamo a parlare di Federazione israelo-palestinese con un’unica bandiera.

Disarmando il linguaggio, trasformando i sostantivi in aggettivi, è più probabile che si mettano da parte anche le armi, convertendo la terminologia, è più probabile che si riconverta anche l’industria bellica.

Donatello Di Roberto
02/03/2026, Fano

Non capita spesso di ricevere lettere manoscritte. Stavolta ne sono arrivate ben cinque tutte insieme, da un gruppo di amici di Fano. Le condividiamo volentieri con tutti voi.



La speranza non delude

Al credente il mese di maggio offre tre caratteristiche significative dal punto di vista della missione: siamo nel tempo di Pasqua, si celebra la festa di Pentecoste ed è il mese dedicato a Maria.
Il tempo di Pasqua, i 50 giorni dalla resurrezione di Gesù alla Pentecoste, è un periodo speciale perché l’incontro con il Risorto è antidoto alla tristezza, alla sfiducia, alla rassegnazione davanti all’inevitabilità del male, all’arroganza dei potenti, alla logica della guerra. In Gesù risorto è la vita che vince contro la morte, il perdono contro la vendetta, la pace contro la guerra. Per questo diventa un tempo di ricarica delle energie più belle per impegnarsi con speranza attiva contro la rassegnazione e tutto quello che disumanizza e toglie dignità alla persona.

Pentecoste è il culmine di questo tempo speciale. È il giorno della «missione». I discepoli di Gesù pieni di Spirito Santo, il fuoco d’amore di Dio, vinta la paura, vanno incontro agli uomini per annunciare la bella notizia che Egli, il figlio di Dio, è vivo e ama ciascuno in modo unico. Nel suo nome è, quindi, possibile costruire un mondo nuovo dove tutti siano sorelle e fratelli, un’unica famiglia, e dove la relazione con il creato non sia quella di padroni sfruttatori, ma di giardinieri innamorati per farne un luogo dove far festa insieme.

Il mese di Maria, poi, offre l’opportunità per ritrovare e rinnovare la nostra umanità guardando a una donna che ha scoperto la sua dignità e libertà nell’accoglienza incondizionata dell’Amore nella sua vita. Una donna che Gesù sulla croce ci ha donato come nostra Madre. Una madre di cui nessuno può vantare l’esclusiva, ma che ci aiuta a scoprire una moltitudine di fratelli e sorelle. Una madre che ci incoraggia a fare come lei che ha cura di ciascuno di noi, ci consola, ci sostiene e si fa tutto a tutti, accettando che ciascuno la chiami col nome che preferisce e la ritragga nei modi più consoni alla sua cultura e tradizioni.

Con Maria, allora, si rinnova l’impegno per la pace, la giustizia, la cura del creato. Con lei si diventa missionari di consolazione e si ha la forza di rigettare violenze, razzismi, ingiustizie.

Il tempo di Pasqua, la Pentecoste e Maria sono tre fattori che ci aiutano a ritrovare l’energia e la visione per impegnarci a costruire un mondo sempre nuovo senza rassegnarci alla terribile situazione che stiamo vivendo, nella quale si bombardano i ponti e si costruiscono barriere, dove le fake news, la pubblicità e l’uso di un’Ai senz’anima blandiscono e intontiscono l’intelligenza e uccidono la libertà.

Questi tre elementi alimentano la mia speranza in questo anno per me speciale nel quale celebro il cinquantesimo di sacerdozio (e giornalismo). Passato nei fermenti del Sessantotto (pur essendo seminaristi, fummo tra i promotori dei primi scioperi e manifestazioni nel liceo statale che frequentavamo), lanciato nella gioiosa avventura dell’animazione missionaria, quando fui ordinato sacerdote respiravo un grande ottimismo per un mondo nuovo di fraternità e pace, un mondo senza confini, senza colonialismo, razzismo e fanatismo religioso. La televisione era ancora ai primi passi, la carta stampata manteneva ancora tutto il suo fascino e non c’erano influencer, social media e pubblicità invasiva.

Sono stato ordinato sacerdote missionario della Consolata nel 1976. Cinquant’anni dopo, il mondo sembra passarsela male: la guerra mondiale a pezzi, il cambiamento climatico, gli autoritarismi in crescita, la povertà che riguarda ancora troppe persone, la denatalità nei Paesi dell’Occidente, le chiese vuote, i giovani che perdono la speranza nel futuro.

La tentazione è quella di pensare di aver corso invano, di essere stato incapace di annunciare davvero quel mondo nuovo per cui Gesù ha dato la vita.

Ma rivivere con Maria questo tempo di Pasqua e continuare ad accettare la sfida della Pentecoste, che non ti lascia marcire nelle tue paure e nella tentazione di buttarti solo quando sei sicuro dei risultati, è ancora oggi per me una grande opportunità di vivere veramente di speranza.

Sul mio tavolo ho una piccola ghianda. Piantata, si trasforma e diventa una quercia imponente. Il pensiero mi dona consolazione. Nella forza della Pasqua del Signore, il futuro è dei piccoli. La speranza non delude.

padre Gigi Anataloni
direttore responsabile