Fermarsi per ripartire

Per i Missionari della Consolata che portano sulle spalle cinquanta anni di vita missionaria o di sacerdozio, il G50 non è il summit dei 50 Paesi più potenti del pianeta, ma un mese di stop e formazione. Basta sostituire la G di grandi con quella di Giubileo.

In questi ultimi 16 anni vissuti a Torino, nella Casa madre dei Missionari della Consolata, più di una volta mi sono sentito incuriosito e attratto dai vari gruppi di miei confratelli che celebravano i loro giubilei sacerdotali o di vita missionaria, quelli che, tra noi, chiamiamo gruppi G25 e G50.
Durante il loro mese di formazione a Roma passavano regolarmente alcuni giorni a Torino e dintorni per abbeverarsi alle fonti della vita dell’Istituto.

Era bello rivedere vecchi amici, conoscere confratelli che non avevo mai incontrato prima. Poi è arrivato il 2026, e sono finito io stesso dentro uno di quei gruppi.

Un giorno mi arriva un’e-mail dai superiori: sono invitato al corso di formazione permanente per quei missionari, sacerdoti e fratelli, che nell’arco degli anni 2024-2028 celebrano 50 anni di ordinazione o di professione religiosa. Il mio anno di ordinazione è il 1976: sono in lista per settembre.

Preso come sono dal lavoro in questa rivista e dagli altri incarichi, tentenno. E, dopo negoziazioni varie, partecipo al corso di maggio.

Perché un corso speciale

Nel documento guida al corso, ci viene ricordato che «avvicinandosi i 25 o addirittura i 50 anni della professione perpetua o dell’ordinazione sacerdotale […] c’è l’assoluto bisogno di stabilire un periodo prolungato in cui si prendono le proprie distanze in rapporto alla vita ordinaria per “rileggerla” alla luce del Vangelo e del pensiero del Fondatore».

Ecco allora che l’Istituto organizza per noi della terza età questo periodo prolungato di ritiro per: «Promuovere e aggiornare i missionari fornendo loro elementi di conoscenza, di crescita umana, spirituale, pastorale ed esperienziale per poter vivere meglio la vocazione religiosa e migliorare la capacità di discernere e sviluppare le competenze specifiche nella terza età per servire adeguatamente secondo lo stile e il carisma dell’Istituto».

Incontro con P. Paulin Bitairwa, saveriano

Il corso inizia

Il 4 maggio, nella Casa generalizia dei Missionari della Consolata, a Roma, ci ritroviamo undici missionari, tutti sacerdoti, nativi di nazioni diverse e testimoni del Vangelo in vari paesi dell’Africa, America Latina ed Europa. Insieme assommiamo circa 700 anni di professione religiosa, 600 di vita sacerdotale e circa 500 anni di attività missionaria.

Ogni settimana ha un suo tema: la Parola di Dio e la Vita consacrata, le stagioni della vita, la missione oggi e dialogo informativo con la Direzione generale. La metodologia prevede studi guidati da esperti, riflessione personale, condivisione in gruppi, ritiro, meditazione, preghiera e celebrazione.

Nella santa messa di apertura padre Mathews Odhiambo Owuor, consigliere generale, ricorda l’importanza della «teologia del riposo» secondo il Fondatore. «Il riposo è visto come un mezzo per servire meglio Dio, non come una fuga dagli impegni. In sintesi, per sant’Allamano, la missione richiede un equilibrio dinamico: il missionario deve lavorare con impegno, ma sa fermarsi per riposare il corpo e nutrire lo spirito».

Un aiuto a guardarsi dentro

Il 5 e 6 maggio cominciamo con due giorni di ritiro in quello che è chiamato il «salone delle colonne».

La prima tappa è con padre Fabio Ciardi che ci aiuta a «mangiare la Parola» per un incontro profondo con Gesù, radice e scopo della nostra vita missionaria.  Il punto fondamentale è che l’unica vera regola di ogni forma di vita religiosa è soltanto il Vangelo.

Mercoledì mattina affrontiamo il traffico di Roma e andiamo a san Paolo fuori le mura, nell’antichissima abbazia costruita sulla tomba dell’apostolo delle genti. Lì ci accoglie come fratelli lo stesso abate, dom Donato Ogliari. Dopo una breve guida alla storia e alle bellezze della basilica, ci chiudiamo con lui nella cappella dedicata a san Benedetto e lo ascoltiamo a cuore aperto mentre ci guida a incontrare quel primo grande missionario che fu san Paolo, per riscoprire la centralità di Gesù nella nostra vita: a lui siamo chiamati a conformarci, lui è il centro del nostro annuncio missionario.

Nel chiostro della basilica di San Paolo fuori le Mura con l’abate dom Donato Ogliari

Nel pomeriggio, suor Simona Brambilla, nostra sorella missionaria della Consolata, ci fa figurativamente «sedere attorno al fuoco» e ci ricorda che san Giuseppe Allamano ci ha detto che «ci vuole fuoco per essere apostoli». Sceglie l’immagine del fuoco per aiutarci a ricordare, rivivere la nostra esperienza missionaria e per rileggerla, assaporando la presenza del fuoco dello Spirito in essa.

Dopo una giornata di «rilettura sapienziale della nostra vita», l’8 maggio incontriamo padre Paulin Bitairwa, che ci guida a capire meglio la realtà della Chiesa nell’oggi e cogliere le nuove sfide che i cambiamenti in atto pongono alla vita consacrata e alla missione.

Incontro con i seminaristi

Tra il pomeriggio dell’8 e il mattino del 9 maggio, incontriamo i nostri seminaristi di via Nomentana (diaconi e specializzandi) e del seminario teologico della Consolata di Roma Bravetta.

Attraverso un «circolo di dialogo» (i G50 stanno al centro, mentre i giovani si alternano davanti a ciascuno di loro) narriamo alcune delle esperienze più significative della nostra vita missionaria, le sfide affrontate nei diversi contesti culturali e pastorali, ma soprattutto il modo in cui la vocazione missionaria ci ha arricchito nel profondo. Uno scambio intenso, che non riguarda solo i ricordi del passato, ma il modo in cui i G50, da missionari, hanno incontrato Dio nel servizio ai popoli.

Foto di gruppo padri G50 e seminaristi di Bravetta

«Cito le parole dette da padre Flavio Pante», scriverà poi il diacono Cristhian Alarcon: «“Noi non siamo i vostri fratelli maggiori, noi siamo piuttosto i vostri nonni, e come nonni il nostro attuale compito è volervi bene, più di quanto si vuole bene un figlio”. Grazie nonni, perché abbiamo sentito il vostro amore missionario».

Anche per noi, nonni, è bello dialogare con i nostri nipoti e condividere con loro la stessa passione missionaria che ci brucia dentro. A ciascuno di loro il nostro grazie sincero per questa opportunità e l’augurio che si lascino davvero bruciare dalla passione per la missione.

L’Istituto nel cuore, la realtà dell’IMC

Lunedì 11 maggio cominciamo una settimana focalizzata sull’Istituto e su noi stessi.

La nostra direzione generale ci parla della «Realtà dell’Imc». Il superiore generale, impossibilitato anche a collegarsi in video perché nel pieno della foresta amazzonica in visita canonica, ha condiviso con noi un testo denso. In esso ci offre un «quadro generale» della realtà. Poi padre Mathews Odhiambo e padre Juan Pablo De Los Ríos, consiglieri generali e animatori del nostro corso, completano la panoramica.

Da una parte ci descrivono la realtà di un istituto vivo e dinamico, dove la missione fa ancora sognare. Dall’altra non ci nascondono le problematiche esistenti. Certamente l’istituto è molto cambiato da quando noi G50 abbiamo iniziato il nostro cammino.

Di fronte a realtà di gioia e a quelle di sofferenza, è per noi bello vedere come l’istituto sia un corpo vivo che cerca risposte concrete, che coglie l’opportunità della canonizzazione del nostro fondatore per rinnovarsi e consolidarsi nella sua chiamata alla santità e alla missione. È chiaro anche che il rinnovamento non è solo un’iniziativa dall’alto, ma coinvolge tutti di noi: non solo i giovani in formazione, ma anche noi «nonni», sfidati a vivere non solo di ricordi, ma a trarre dalle nostre esperienze l’energia per continuare a rinnovarci, a diventare disponibili e creativi per risposte nuove e significative alle sfide della missione oggi.

Nel salone delle colonne a Casa generalizia Imc a Roma

Ripartire da Cristo

Su questo è bello l’intervento di padre Stefano Camerlengo, online da Dianra in Costa d’Avorio, il 12 maggio.

Dopo averci ricordato che lo scopo dell’istituto è quello di mostrare il vero volto di Cristo al mondo, ci sfida a rimettere Cristo Gesù al centro della nostra vita per rinnovare la qualità della vita personale, comunitaria e di missione. Occorre non annacquare lo Spirito e aiutarci, ciascuno nel suo ruolo, a mantenere l’amore originale senza cedere alla mondanità. Ritornare allo spirito originario, non è un tornare indietro, ma rifondarsi su basi solide per guardare in avanti nell’amore reciproco e in una vita fondata solo su Gesù Cristo.

In Piazza San Pietro

Il 13 maggio andiamo all’udienza con papa Leone. Arriviamo prestissimo e ci sistemano in un angolino privilegiato proprio di fronte al Papa. Veniamo citati per primi quando annunciano la lista di tutti i presenti da ogni parte del mondo. Ascoltiamo le sue parole e lo seguiamo mentre passa salutando l’immensa folla da tutto il mondo. Un’esperienza che ci fa rivivere la bellezza della Pentecoste: tutti quegli annunci, saluti, messaggi e preghiere proclamati in tante lingue diverse. Bellissimo, toccante e coinvolgente.

In Piazza san Pietro

Imparare a gestirsi

Il 14 maggio è un giorno dedicato a noi stessi, per aiutarci nella «gestione della nostra salute fisica e mentale e nello sviluppo di nuove competenze». Ci guida don Gian Franco Poli, medico e professore, sacerdote diocesano e nostro coetaneo. È un dialogo interessante e intenso, tenendo conto che alla nostra età gli acciacchi sono normali e che ciascuno di noi viaggia con una bella scorta di medicinali.

L’intervento ci aiuta a rileggere positivamente la nostra situazione e ci dà suggerimenti concreti sul come gestire la nostra salute, migliorando l’impegno nella cura reciproca e stimolandoci a una nuova creatività a servizio della missione.

Passione per Cristo, passione per la missione

Il 18 e 19 maggio ci raccontiamo. Due giorni profondi nei quali si crea un clima che aiuta ad andare oltre gli aneddoti o la cronologia delle nostre vite missionarie. Ci scaviamo dentro e condividiamo le nostre gioie e dolori, le paure e le lotte, le fatiche e i sogni.

Siamo sette italiani, un colombiano, un portoghese, due spagnoli, e abbiamo fatto il nostro servizio missionario in Kenya, Zaire ora Rd Congo, Costa d’Avorio, Tanzania, Sud Africa, Venezuela, Argentina, Messico e Italia. Abbiamo fondato nuove missioni, costruito chiese e scuole, pubblicato libri e riviste, battezzato, formato, animato, giocato, danzato, pregato, consolato, riso e pianto. Abbiamo avuto momenti duri di malattia e solitudine, rischiato la vita in incidenti, rapine, violenze politiche e tribali, minacce da guerriglieri e narcotrafficanti. Abbiamo imparato tante lingue diverse, incontrato tante persone, goduto al sentirci accolti e accettati da popoli e culture diverse. Abbiamo gioito nel contemplare il volto di Dio nelle persone più diverse e nella bellezza della natura. Abbiamo pianto nel perdere confratelli e persone amate, e abbiamo ringraziato di averli avuti. Abbiamo anche ringraziato per essere ancora vivi e attivi, spesso anche iperattivi.

Dalla condivisione emerge come la famiglia e l’ambiente parrocchiale di origine siano stati determinanti per maturare la voglia di missione e come spesso sia stato l’incontro con un missionario a determinare la scelta. Ciascuno di noi ha risposto alla sua chiamata in modi diversi, ma con il passare degli anni è diventato sempre più chiaro per ciascuno che il cuore di tutto è l’amore per Gesù Cristo, un amore che va rinnovato ogni giorno e che è l’unica forza che permette di superare difficoltà, innamoramenti, contese, scoraggiamenti, tentazioni, momenti di orgoglio e autosufficienza.

Solo con il cuore pieno di Gesù, un missionario riesce ad essere «tutto a tutti», ad amare fino in fondo, in ogni realtà e situazione.

Visita alla casa natale di San Giuseppe Allamano a Castelnuovo Don Bosco, Asti

Ultime settimane

Ci sarebbe poi ancora tanto da dire: sul nostro giro a Torino dal 20 al 24 maggio, alle radici dell’istituto; circa la profonda condivisione con padre Pietro Trabucco sul tema di come mantener viva la passione missionaria nella vecchiaia; poi l’incontro con i confratelli nella casa per anziani di Alpignano (tra i quali ci sono anche dei nostri coetanei); la bella visita con celebrazione al santuario della Consolata, la nostra «fondatrice»; la celebrazione della messa sulla tomba del nostro fondatore, san Giuseppe Allamano.

Intensa è anche l’ultima settimana, dal 25 al 30 maggio, dedicata dapprima a due incontri con due medici sulla cura dell’anzianità dal punto di vista medico e psico-spirituale, per viverla come momento di grazia.

I partecipanti al corso sintetizzano poi quanto vissuto e condiviso in queste settimane, componendo una lettera indirizzata al nostro fondatore, sullo stile dei diari dei primi missionari. Così concludono: «Guardiamo avanti con speranza e fiducia per vivere questi ultimi anni della nostra vita offrendo tutto quello di cui siamo capaci, pur coscienti della nostra progressiva fragilità: lavoro, servizio, preghiera, passione missionaria, conoscenze acquisite, sostegno e incoraggiamento ai giovani, nell’attesa dell’incontro con quel Signore e quella Madre, Maria Consolata per i quali abbiamo speso la vita per farli conoscere e amare a molti».

Il corso termina poi il 30 maggio con una Eucarestia presieduta dal superiore generale, padre James Lengarin, di ritorno dalla visita canonica in Brasile.

Conclusione

Non è facile sintetizzare un mese condiviso con tanta intensità insieme ad altri G50. Per me, e probabilmente non solo per me, non è stato facile lasciare penetrare nel mio intimo l’idea che ormai sono «anziano». Non che uno si illuda di essere perennemente giovane, ma con il tempo si scopre davvero che la radice della vera gioventù di cuore, non è un fatto fisico, ma la forza dell’amore per Gesù Cristo e per la Consolata, che sono i veri motori della passione missionaria.

Il corpo certamente invecchia e diventa più fragile, ma l’amore per Gesù, Maria e la missione sono la vera energia di vita che ti mantengono sempre giovane dentro.

Gigi Anataloni

Gruppo G50 con il rettore della Consolata, don Sergio Baravalle, davanti al quadro della Consolata



Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Lettera a Gesualdi e la sua risposta

Egregio Francesco Gesualdi,
ho letto con attenzione il suo dossier sull’Italia e la scelta militare.

Intanto devo dirle che il suo dossier è una bellissima lezione su come teoricamente si potrebbero fare le cose.

Se un contadino che si alza al mattino, prende il trattore, va a seminare il grano, invece di andare a seminare, prendesse un quaderno e scrivesse: come si semina il frumento? Non so se avremo del pane da mangiare.

Poi non ho capito bene come l’Italia, membro dell’Europa, possa dire: «Io sono contro la guerra quindi non voglio e non pago le armi, arrangiatevi voi», e se il resto dell’Europa sarebbe molto d’accordo o ci direbbe: «Se resti, la quota è questa, oppure te ne vai». Cosa facciamo, lasciamo l’Europa?

Che poi con i soldi risparmiati con le armi, riusciamo a soccorrere la sanità pubblica, organizzare una buona scuola, mettere le scuole in sicurezza, migliorare lo stato sociale, servizi per l’infanzia, risarcire la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, transizione energetica, accogliere i migranti, potenziare la cooperazione, investire nella difesa non violenta, corpo civile di pace, Nazioni Unite…

Trentacinque o 48 miliardi in armi. Ho fatto la somma di tutte le cose che si vorrebbero fare con quei 48 miliardi, l’elenco è risultato di più di 1.200 miliardi dal conto che ha fatto lei.

Ora con 48 miliardi fare lavori per più di mille.

Credo che a tavolino, due più due fa sempre quattro, ma nella vita non proprio, se un contadino che ha lavorato tutto l’anno la vigna viene la tempesta, va bene se salva metà raccolto. Sono nato contadino e so queste cose.

Poi dice delle cose bellissime. Risanare la giustizia. Ma se abbiamo appena votato “No”.

Mettere il territorio in sicurezza […], accelerare la transizione energetica. Non proprio facile. Chiedono sempre più corrente elettrica e noi come la facciano, con un pannello sul balcone?

Potenziare la cooperazione, non ho neanche capito cosa vuol dire.

Ma quello che più mi ha colpito è la difesa non violenta, cioè, bellissimo: difesa popolare non violenta, ma con la partecipazione obbligatoria (volontaria, obbligatoria).

Corpo civile di Pace. Gente che quando c’è una guerra, va sulla linea di fuoco tra due eserciti con dei cartelli «Pace». Ho l’impressione che farebbe una brutta fine…

Carissimo Gesualdi, la vita, vista lavorando, è molto più difficile che vista a tavolino.

Con molta simpatia, vera,

Ernesto Mascarotto, Torino

Caro Ernesto,
grazie della sua lettera. Quando si prende carta e penna si mostra sempre grande rispetto per il proprio interlocutore e di avere a cuore la tematica proposta. Di questo le sono davvero grato.
Ciò non di meno sono molti i punti che mi trovano in disaccordo con lei.

Nel suo scritto ho avvertito avversione e derisione per tutto ciò che è analisi, riflessione, programmazione, come se nella vita servisse solo il lavoro a testa bassa. Come esempio cita il contadino che non mangerebbe se invece di salire sul trattore si mettesse a parlare di semine sul quadernetto. Ma se al contadino giungesse voce che sta seminando semi sterili, immagino che scenderebbe subito dal trattore per portare i suoi semi in laboratorio e farli analizzare.

Fra i punti che mi contesta c’è il fatto che sarebbero davvero tanti i soldi necessari per affrontare tutti i nostri problemi, molti più di quelli spesi per la Difesa. Sembra dire che tanto vale continuare a buttarli in spese di morte. Come se una famiglia con la casa diroccata e soldi insufficienti a riparala integralmente decidesse di sperperare anche i pochi risparmi che ha, perché tanto non bastano per tutti i lavori. Non mi sembrerebbe un comportamento molto saggio. Contesta anche che facendo noi parte dell’Unione europea, dobbiamo adeguarci alle decisioni prese da altri. Ma la spesa militare non è ancora materia comune, dunque la sovranità sul tema è di esclusiva pertinenza dei parlamenti nazionali, ossia di ognuno di noi.

Su varie altre tematiche a cui accenna mi pare che abbia un approccio un po’ canzonatorio che non aiuta a trovare le soluzioni. I problemi che abbiamo davanti sono seri e non si risolvono con l’ironia. Lo stesso vale per la difesa popolare nonviolenta e i corpi civili di pace. Trattandosi di pratiche poco sperimentate, i problemi aperti sono ancora molti. Ma che l’umanità debba trovare modi meno barbari per risolvere i conflitti mi pare altrettanto evidente. Nel 2024 le guerre hanno provocato 239mila morti e 11 milioni di sfollati a livello mondiale. Non a caso papa Leone insiste così tanto sulla pace. Che non viene da sola, ma con l’impegno di noi tutti a osare anche per sentieri inesplorati.

La sua lettera termina con un richiamo alla praticità di chi, constatando quanto sia difficile cambiare le cose, invita a lasciare tutto com’è. Se mi permette, mi pare un atteggiamento di comodo per non impegnarsi. Le difficoltà ci sono, nessuno può negarle. Ma non possono essere prese a pretesto per non far niente. Personalmente sono stato educato a un altro approccio. Prima si cerca di capire se gli obiettivi sono validi, dopodiché si cercano le strategie più intelligenti per raggiungerli. Ma rinunciare a ricercare cosa è più giusto in nome delle difficoltà è il peggio che possa esserci. È esattamente ciò che serve al potere per assicurargli sudditi obbedienti disposti a ogni sopruso e a rendersi complici dei peggiori misfatti.

Francesco Gesualdi, 17/06/2026

Transizione energetica e migranti

Caro direttore,
sono un vostro abbonato da decenni e inizio dicendo che la vostra rivista è una delle poche, forse la sola, che tratta argomenti legati al rispetto della Madre Terra, come diceva papa Francesco.

Ma vorrei fare una riflessione in particolare riguardo agli articoli del dossier apparsi sul numero di giugno. «Accelerare la transizione energetica» è il titolo di un articolo, ma a questo proposito, vorrei suggerire che forse, in particolare per i credenti, è necessario riflettere e impegnarsi per un vero cambiamento degli stili di vita come dagli anni Novanta propongono gli aderenti ai Bilanci di Giustizia proposti dopo la guerra in Bosnia da don Tonino Bello e padre Alex Zanotelli.

A proposito dell’articolo «Accogliere degnamente i migranti» vorrei riflettere sulle motivazioni per cui il nostro Paese è un Paese con basso numero di nascite di bambini. Ma quale attenzione c’è stata da parte dello Stato e della Chiesa per la famiglia, vedi assegni familiari e sul problema dell’aiuto alle coppie attraverso la regolazione naturale della fertilità e del sacramento del matrimonio? Si parla tanto di accogliere tutti, ma poi come li aiutiamo a trovare casa e lavoro? Quante canoniche e conventi sono vuoti da decenni?

Ero volontario in Africa negli anni Settanta con una associazione e tra di noi il pensiero era «o noi aiutiamo questi popoli nel loro Paese o noi li avremo in Europa». Il colonialismo è ancora attuale. Cosa ne facciamo noi cristiani di alcune frasi del Vangelo riguardo agli stili di vita o della figura di san Francesco?

Scusi il disturbo e buon lavoro.

Daniele Engaddi, email, 15/06/2026

Il dossier «Invece di armarci potremmo…» presenta problemi reali, ma non ha la pretesa di avere tutte le risposte e indica piste di ricerca e riflessione.

Un commento a proposito dei migranti. È triste quello che è successo ad agosto, mentre stavamo lavorando su questo numero di MC, con la scusa di Ceuta. Lo slogan che sembra ora accettato da gran parte dell’Europa è «difendere i confini». Ma nessun governo sembra voler fare una riflessione seria sulle cause delle migrazioni. Chi alimenta le guerre? Chi sfrutta le risorse di tanti Paesi senza veri benefici per la gente del posto, ma anzi alimentando conflitti, povertà, insicurezza e sfruttamento? Quando i nostri Paesi ricchi metteranno mano a risolvere il problema del debito estero di tante nazioni del Sud del mondo? Tale debito sta strozzando la vita delle fasce più deboli della popolazione, che impedisce la crescita, e toglie soldi per scuole, ospedali e altri servizi sociali necessari.

Riprendiamo in mano quei testi di Francesco Gesualdi, usiamoli per dibattiti, ricerche, approfondimenti nelle scuole, negli oratori, nei centri culturali, nelle associazioni. Non restiamo passivi.

Acqua fresca

Caro padre Gigi
le sono molto grato per il suo editoriale di questo mese su Missioni Consolata «Un bicchiere d’acqua fresca», perché ha fatto gioire me e mia moglie in quanto abbiamo rivissuto bellissimi giorni trascorsi assieme a padre Pietro Davoli.

Purtroppo, molti non si rendono conto del dono enorme di poter disporre di acqua potabile e sono certo che il suo editoriale sveglierà qualche coscienza addormentata.

Mi permetta di complimentarmi vivamente con lei per la sua capacità di scrivere e per la sua attività missionaria. Cordialissimi saluti.

Oreste Germano Miani, email, 12/08/2025

Ricordo con tanto affetto padre Davoli (1911-2006), innamorato del monte Kenya e appassionato missionario nel Samburu. La sua semplicità e il suo vero amore sono stati incoraggiamento e ispirazione anche per me.

Online, no carta

Buongiorno.
Poiché sul vostro sito è consultabile integralmente, a quanto mi consta, la versione online (archivio storico incluso) della vostra pregevole e apprezzata rivista, chiedo di sospenderne l’invio, a mio nome e al mio indirizzo.

Non ha senso sostenere spese, ritengo, non modeste di pubblicazione e spedizione, nonché appesantire l’ambiente con invio e smaltimento, quando i contenuti della pubblicazione sono disponibili in versione digitale.

Continuerò a sostenere le vostre iniziative missionarie, nei limiti delle mie possibilità.
Vi ringrazio in anticipo.

Carlo Bertino, email, 23/07/2026

Anche noi ringraziamo per averla tra i nostri fedeli lettori. È per noi un punto d’onore essere puntuali e completi sul nostro sito, sia con i testi della rivista cartacea che con MC notizie. Però mi permetto di ricordare che l’unico risparmio è nella spedizione. Per la stampa, il numero delle copie cambia solo quando si rinnova il contratto con la tipografia, più o meno ogni tre anni e non ogni mese. Questo garantisce un prezzo di stampa stabile.

Eulogia per lo zio Adolfo

Ciao zio,
siamo qui, noi tutti, a darti il nostro saluto, il nostro arrivederci.
Ci lasci tante memorie, tanti insegnamenti; si dice che l’anzianità porti saggezza e tu la tua grande saggezza la impartivi a tutti quanti venivano a trovarti alla residenza il Castello, dove hai risieduto l’ultimo anno. Anche lì tu ricevevi tante persone affezionate che ti venivano a cercare, ansiosi di condividere le loro notizie con te. Chiamavamo la tua stanza «il centro sociale De Col». Fino all’ultimo hai mostrato determinazione e vitalità, ancora pieno di progetti, così tanto che noi non pensavamo proprio di perderti, ci eravamo abituati a pensarti centenario! Ma un giorno mi hai detto, con pacatezza: «Mi immagino di stare seduto su una roccia e guardare l’orizzonte mentre aspetto la mia chiamata». Forse ti immaginavi quegli orizzonti infiniti che ci hai fatto assaporare in Kenya, con la tua maestria nel far conoscere e capire le culture a grandi e piccini, raccontando storie di vita vissuta e cercando di fare capire il «perché» e il «per come» senza mai giudicare, creando un variopinto mosaico di modi di esistere che apriva la mente e il cuore e aiutava a capire e accettare arricchendosi con l’incontro di altre culture. O forse immaginavi l’orizzonte delle vette imponenti della tua terra natale, il Bellunese, a cui eri legatissimo.

Tu riuscivi sempre a estrapolare il meglio dalle persone, valorizzandole, facendole sentire a proprio agio, riuscendo a percepire i talenti, i punti forti di ogni individuo e così facendo coinvolgevi tutti nei tuoi progetti, nelle tue iniziative sempre a favore del prossimo, e tutti nella misura in cui erano capaci di partecipare. Non perdevi mai di vista nessuno. Avevi una memoria formidabile, ti ricordavi i nomi di una miriade di persone e luoghi. Nello stesso modo delle tue parole, anche i tuoi silenzi e i tuoi sguardi esprimevano una conoscenza profonda.

Regalavi i sandaletti portachiavi con un messaggio. Molti di voi si ricorderanno o forse avranno ricevuto questo souvenir che lui si procurava in Africa. Con questo piccolo e semplice oggetto dava un profondo messaggio, scritto in una pergamenina arrotolata:

«Carissimo/ Carissima, infila il piede in questo sandaletto e mettiti a camminare verso quel traguardo buono che ti sei proposto di raggiungere. Se lungo il percorso trovi delle difficoltà, niente paura… le difficoltà sono lì per essere superate. Qualora però tu abbia a incespicare o addirittura cadere, ancora: niente paura! Alzati, rimetti di nuovo il piede nel tuo sandaletto, canta e cammina e, quando sei stanco/a per la monotonia del tuo andare o per qualche insuccesso e ti vien voglia di sederti, no, non farlo. Si possa dire di te che: stanco/a di camminare, anziché sederti, ti sei messo/a a correre!»

Mi ricordo che tu, prossimo agli 80 anni, una volta che venni a trovarti in corso Ferrucci in bicicletta, me la prendesti e cominciasti a fare due giri in cortile. Tu non solo non ti sedevi, ma anziché correre, andavi persino in bicicletta! Avevi sempre una marcia in più che sapevi trasmettere agli altri. A 90 anni terminasti il tuo racconto dicendo «questi sono i miei primi 90 anni».

Ultimamente eri un po’ più debole fisicamente ed eri in sedia a rotelle ma avevi sempre una marcia in più che sapevi trasmettere agli altri e sapevi ascoltare sempre tutti.

Hai fatto animazione missionaria nel vero senso della parola: anima e azione. Ci hai insegnato a curare l’anima e a trasformare i sogni in azione.

Noi nipoti ti ricordiamo così zio, spezzoni di vita e di insegnamenti che rimarranno con noi e che passeremo ai nostri figli.

Famiglie Caldart, De Col e Cirio, Torino, 08/05/2026

Testo preparato dalla famiglia e letto durante il funerale di padre Adolfo De Col, celebrato l’11 maggio nel santuario di san Giuseppe Allamano, in Casa madre a Torino.




Uno in Cristo, uniti nella missione

Sono passati 100 anni dall’istituzione della Giornata missionaria mondiale che, dal 1926, per volontà di papa Pio XI, si celebra nella penultima domenica di ottobre in tutte le Chiese del mondo. Un forte impulso in questo senso fu dato dall’intuizione e dalla collaborazione dei fondatori degli Istituti missionari in Italia, uniti nel riconoscere la validità e l’universalità del mandato missionario per ogni battezzato e per ogni Chiesa locale: veniva, in questo modo, rafforzato quanto papa Benedetto XV aveva affermato pochi anni prima con la sua lettera apostolica Maximum Illud del 1919, sdoganando finalmente la missione dal giogo del colonialismo. Il senso sta tutto qui: i credenti, in ogni angolo del mondo, convocati in Gesù primo missionario e uniti a lui, contribuiscono all’azione missionaria della Chiesa, anche se solo alcuni partono per raggiungere le Chiese che vivono in situazione di minoranza o persecuzione, o in povertà, o dove l’azione missionaria è particolarmente necessaria, oltre che faticosa.

In occasione di questo centenario, papa Leone XIV, nel suo messaggio «Uno in Cristo, uniti per la missione», ha ricordato le Pontificie opere missionarie, sorte alla fine dell’Ottocento proprio perché ogni cristiano partecipasse nell’opera di evangelizzazione della Chiesa, superando la frammentazione degli sforzi e le divisioni in fazioni. Gesù lo afferma con chiarezza: è nella testimonianza di una comunità riconciliata, fraterna e solidale che l’annuncio del Vangelo trova la sua piena forza comunicativa. La via, allora, non può essere che quella dell’incontro con l’altro, – sempre diverso e sempre uguale a me – del riconoscimento reciproco, della fraternità senza se e senza ma.

«La grandezza dell’umano si rivela quando riconosciamo l’altro come dono e non come dato», ricorda papa Leone nella sua enciclica Magnifica humanitas. In un mondo attraversato da conflitti, migrazioni e trasformazioni tecnologiche rapidissime, questo invito è profetico. I dati globali parlano chiaro: oltre 120 milioni di persone vivono oggi in condizioni di migrazione forzata, più di un terzo dei giovani occidentali dichiara di sentirsi isolato e l’intelligenza artificiale (vedi dossier, ndr) rischia di accentuare disuguaglianze e polarizzazioni. E c’è la sfida per le nostre città europee, dove convivenza e paura si intrecciano e dove siamo chiamati a custodire l’umano proprio quando tutto sembra spingerci verso l’indifferenza. Dentro questa realtà, la missione ci chiede di non perdere il nostro centro: il volto di Cristo e il volto dell’altro. Il volto reale, fragile, spesso sorprendente, che ci interpella oltre i confini geografici ed esistenziali. Restare umani, oggi, significa scegliere la prossimità in un tempo che spinge alla distanza. Siamo fatti per guardare le persone negli occhi, riconoscere la loro dignità, lasciarci ferire e trasformare dal loro racconto. «Uno in Cristo: uniti nella missione» non è solo uno slogan, ma una direzione.

La missione, allora, può diventare un luogo dove l’umanità si ricompone, dove i confini si trasformano in soglie e dove è possibile vedere l’altro in modo limpido. E la fraternità universale diventa la risposta più credibile alle sfide del nostro tempo. Forse sta qui il senso più compiuto di questo ottobre missionario: tornare al cuore di Dio e dell’uomo, lasciandoci interpellare dai volti vicini e lontani che incontriamo, come modo di abitare il mondo con responsabilità. Perché la missione è ciò che siamo, non solo ciò che facciamo. È il modo in cui scegliamo di restare umani, insieme, nel tempo che ci è dato.

Le riviste della Fesmi: Andare Alle Genti, ApostolInsieme, Il Missionario, Missionari Saveriani, Missioni Consolata, Missione Oggi, Mondo e Missione, Nigrizia, Noticum, Piccolo Missionario, Popoli e Missione, Sma Notizie.




La Colombia colpita dal terremoto. La Chiesa si unisce in solidarietà

Da Consolata News del 12 agosto 2026.

Il terremoto di magnitudo 7.4 che ha colpito la Colombia il 10 agosto ha generato un’ondata di solidarietà che ha oltrepassato i confini. La Chiesa colombiana, Papa Leone XIV e le organizzazioni ecclesiali dell’America Latina hanno espresso la loro vicinanza alle vittime e alle loro famiglie, invitando alla preghiera, al servizio e alla ricostruzione della speranza.

La Colombia si è svegliata lunedì 10 agosto con un forte terremoto di magnitudo 7.4, registrato alle 7:34 del mattino, con epicentro nel comune di San José del Palmar, Chocó, a una profondità di 103 chilometri. La scossa è stata percepita in vaste regioni del Paese e anche a Panama, Venezuela, Ecuador e nel nord del Brasile.

Mentre proseguono le operazioni di soccorso e assistenza nel Paese, la Chiesa latinoamericana esprime la sua fraternità con il popolo colombiano, dimostrando che il dolore di una nazione sorella è anche un invito alla comunione in tutta l’America Latina. «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui»: queste le parole di San Paolo, riprese dal Consiglio Episcopale Latinoamericano e Caraibico (CELAM), riassumono la risposta della Chiesa alla tragedia in Colombia.

Situazione attuale

Stazione della Via Crucis danneggiata nella Chiesa della pastorale afro a Calì

I dipartimenti più colpiti sono stati Chocó, Valle del Cauca, Quindío, Risaralda e Caldas. Il terremoto ha causato gravi danni a case, edifici, ospedali, scuole, strade e aeroporti. Secondo il rapporto dell’Associazione colombiana delle città capoluogo (Asocapitales) della mattina dell’11 agosto, si contavano 254 morti, 1.246 feriti, 1.575 case danneggiate e decine di edifici distrutti, mentre proseguivano le ricerche dei dispersi. Il governo ha dichiarato lo stato di calamità nazionale e sta mantenendo attive le operazioni di ricerca, soccorso e assistenza alle persone colpite.

Una rete di solidarietà internazionale composta da diversi paesi sta mobilitando squadre di medici e di logistica, mentre governi stranieri e organizzazioni internazionali stanno coordinando gli sforzi per sostenere la Colombia e affrontare l’emergenza.

Nel pomeriggio del 10 agosto erano state registrate 47 scosse di assestamento e il Servizio Geologico Colombiano ha avvertito che potrebbero verificarsi altre scosse. La Colombia è un paese sismicamente attivo a causa dell’interazione delle placche tettoniche di Nazca, sudamericana e caraibica.

Nella regione del Pacifico, si verifica un processo di subduzione, per cui la placca di Nazca si immerge sotto la placca sudamericana rilasciando energia. In media, in Colombia si registrano circa 2.500 terremoti al mese, sebbene la maggior parte sia di bassa magnitudo e non venga percepita dalla popolazione.

Edificio crollato a Cali. Foto: Germán Angulo

Essere «una sola famiglia nell’avversità»

La cattedrale basiica di Nostra Signora del Rosario a Manizales, danneggiata dal terremoto

La Chiesa cattolica in Colombia ha risposto all’emergenza con la preghiera, la vicinanza e una solidarietà concreta. La Conferenza Episcopale Colombiana ha invitato il Paese a riconoscersi come «una sola famiglia», accompagnando quanti hanno perso i propri cari, i feriti, i dispersi e le famiglie colpite dalla tragedia.

Anche la Caritas Social Pastorale colombiana ha attivato il proprio sistema nazionale di emergenza per offrire sostegno alle comunità maggiormente colpite, sottolineando che «la solidarietà si traduce in preghiera, accompagnamento e servizio ai più vulnerabili».

La Conferenza dei Religiosi della Colombia, a sua volta, ha rinnovato l’impegno della Vita Consacrata a «essere vicini a coloro che soffrono di più, ad accompagnare, servire e sostenere la speranza». A questa mobilitazione si sono uniti anche i Missionari della Consolata presenti in Colombia, che hanno espresso la loro vicinanza alle famiglie e alle comunità colpite, invitando alla calma e a fare riferimento esclusivamente alle informazioni diffuse dalle fonti ufficiali.

Guglia della chiesa della parrocchia Nostra Signora di Fatima a Manizales danneggiata dal terremoto – Foto: Adalberto López

Attraverso le sue diverse espressioni – vescovi, religiosi, Caritas e comunità missionarie – la Chiesa cerca così di accompagnare questo momento di dolore, rafforzando la fraternità e alimentando la speranza. L’appello è a camminare insieme, perché, come hanno ricordato i vescovi colombiani, «nessuno può affrontare da solo un’emergenza di questa portata» e «ogni gesto di aiuto, ogni mano tesa e ogni sforzo condiviso» possono trasformarsi in un segno concreto di fraternità e speranza. […]

Il Consigliere Generale per l’America, padre Juan Pablo De Los Rios, che si trova in visita nella città di Manizales, ha inviato un messaggio tramite i social. “Grazie per le vostre preghiere e i vostri auguri in questo momento difficile che sta colpendo molte zone della Colombia. In questo momento mi trovo a Manizales con la mia famiglia e, sebbene questa sia una zona sismica, non ho mai vissuto nulla di simile, soprattutto per la sua durata, 93 secondi. È stato un momento davvero spaventoso”, ha affermato. “Grazie a Dio la mia famiglia e i nostri missionari stanno bene. Molti edifici sono crollati in città e le persone hanno dovuto rifugiarsi nei centri di accoglienza. Ci sono stati alcuni danni materiali al Santuario di Fatima, dove si trovano anche i nostri missionari più anziani, ma tutti stanno bene”.

Padre Julio Caldeira, IMC, missionario nell’Amazzonia colombiana,
vicepresidente della REPAM e membro del Consiglio per la Comunicazione del CELAM.

Per il testo completo: Consolata News del 12 agosto 2026.

Statua distrutta nella parrocchia IMC di Nostra Signora di Fatima a Manizaes – Foto: Adalberto López
Parrocchia di Nuestra Señora de los Remedios a Dagua, Valle del Cauca. Foto: Julio Caldeira



Noi e Voi, in dialogo

Ricordare suor Leonella

Quadro per la beatificazione di suor Leonella Sgorbati

La beata Leonella Sgorbati, suora missionaria della Consolata, uccisa a Mogadiscio, Somalia, il 17 settembre 2006, in odio alla fede, beatificata nella cattedrale di Piacenza il 26 maggio 2018, a 20 anni dal martirio, sarà ricordata nella deliziosa chiesa di Rezzanello, Gazzola (Pc) nel mese di agosto 2026. La celebrazione eucaristica dovrebbe essere presieduta dal giovane cardinale della Consolata, Giorgio Marengo.

Alla beatificazione di suor Leonella a Piacenza era presente l’allora superiora generale delle missionarie suor Simona Brambilla. Alla sera del 25 maggio 2018, suor Simona partecipò, con altre consorelle e numerosi fedeli, alla processione con le fiaccole dalla casa natale di suor Leonella alla deliziosa chiesa parrocchiale, dove era stata battezzata nel giorno della nascita, il 9 dicembre 1940, dal giovane parroco don Paolo Ghizzoni che sarebbe diventato ausiliare di Piacenza prima e poi vescovo di San Miniato a Pisa, dove sarebbe mancato, in concetto di santità, l’11 giugno 1986 e ora riposa nella splendida cattedrale. Durante la processione, fatta recitando il rosario, suor Simona teneva fra le mani la reliquia della beata suor Leonella, che depose sotto la mensa eucaristica visibile per sempre.

Sabina Pareti
Facebook, 22/04/2026

Sul sondaggio

Cari amici,
ottima idea (quella del sondaggio, ndr). Ci conosciamo molto bene, [per questo] preferisco una risposta più articolata, la merita!

Per la classifica: sono maschietto, età 61/90 (fra non molto 86). Trovo la redazione attuale «straordinaria». In particolare, i dossier, sono un’informazione unica, non si trova altrove e cerca di essere oggettiva. Complimenti.

Peccato alcuni articoli con pennellature di base ideologica e con troppi «luoghi comuni». Ad esempio quello sull’imposta patrimoniale […]. Qualunque imposta è buona o cattiva a seconda dell’uso che lo Stato percettore fa dei soldi e se i contribuenti evadono o meno.

Condivido (su MC 2026/04) l’articolo di Saroldi su «Informazione», non quello su «Scuola, Patria e armi» di Mazzeo. Si riferiva forse al Minculpop di mia infantile memoria?

Non si vede il presente né – purtroppo – il futuro? Noi anziani vediamo tornare un tragico passato da noi vissuto in prima persona. Dobbiamo lasciare la formazione dei giovani ai social media? I problemi da affrontare, troppo trascurati per decenni e decenni, richiedono analisi (e risposte) di lungimirante qualità. Scusate queste opinioni!

Lorenzo Rossi di Montelera
email, 20/04/2026,

Grazie di cuore per questa sincera condivisione. Per il sondaggio, contiamo di darvi i risultati quanto prima. Grazie di cuore a tutti coloro che ci hanno già risposto e che ci risponderanno.

a Fratel Domenico Bugatti, imc

Caro Domenico,
questa mattina potrebbe essere la tua ultima messa con noi prima prima della tua partenza per le vacanze in Italia. «Forse», perché siamo tornati ai tempi degli «aerei forse» (gli air-peut-être dei tempi di Mobutu, ndr); speriamo comunque che questa non sia l’ultima messa in senso assoluto e che tu possa tornare dopo una meritata pausa.

Desidero ringraziarti per tutto ciò che hai fatto nella nostra regione della Repubblica democratica del Congo negli ultimi 40 anni e, in particolare negli ultimi 26 anni a Isiro. Ventisei anni fa, hai preso in mano una nuova opera fondata da padre Ariel Hoyos Zuluaga, il gruppo di «Aiuto per i giovani e i bambini bisognosi», Gajen (Groupe d’appui pour les jeunes et les enfants necessiteux). L’hai coltivata e si è dimostrata davvero degna dei Missionari della Consolata. Gajen è rinomata a Isiro. Quest’opera ha dato un valore missionario significativo alla nostra presenza nella città. La nostra casa procura (la casa centrale di riferimento per tutti i missionari che lavorano nel Nordest della Rd Congo, ndr) offre ospitalità missionaria, ma anche assistenza e aiuto ai più bisognosi, grazie al Gajen.

Grazie al tuo impegno, Gajen è diventato centro nutrizionale, clinica pediatrica, officina di carrozzine per disabili, sala studio per studenti, scuola materna, scuola primaria e secondaria, alloggi per gli studenti delle classi superiori, luogo di visita e assistenza ai bambini ricoverati all’Ospedale generale di Isiro, «ambulanza» per i malati dell’Ospedale di Neisu, sostegno alle mamme, assistenza ai detenuti, trasporto occasionale per i funerali e molto altro ancora.

Tutto questo grazie all’aiuto della tua famiglia, così come di amici e organizzazioni varie.

Voglio anche ringraziarti per tutti i servizi che hai offerto alla nostra comunità locale: aiuto in cucina, servizio come sacrestano, manutenzione della casa, ristrutturazione della «Casa padre Oscar», disponibilità del tuo veicolo e così via. Sicuramente sto dimenticando qualcosa; non conosco tutto.

Ma, se tutte le persone che hai aiutato venissero a ringraziarti, la fila sarebbe lunghissima. Hai fatto tanto bene in silenzio, proprio come voleva il nostro santo fondatore, san Giuseppe Allamano, che aveva una predilezione per i fratelli missionari e credo che tu saresti stato uno dei suoi preferiti.

Alla tua età, 79 anni, a volte ti chiedi se dovresti tornare in Congo. Ti dico, se la tua salute te lo permette, torna! Anche se l’aspetto sanitario di Gajen sarà ora gestito dall’ospedale Notre-Dame de la Consolata di Neisu, ci sarà ancora posto per te. Ci saranno ancora bambini disagiati, giovani che hanno bisogno di aiuto, studenti, persone con disabilità che necessitano di carrozzine, mamme senza mezzi di sostentamento, detenuti, malati e così via.

Domenico, sei prezioso per la nostra comunità: per il tuo servizio, la tua presenza, la tua fedeltà alla preghiera e al rosario quotidiano e, soprattutto, per l’attenzione verso i tuoi fratelli. Anche se sei cieco come una talpa, vedi tutto e nulla ti sfugge. Riposati bene, recupera la salute e torna presto da noi!

padre Richard Larose, imc
Isiro, 18/04/2026

Dalla Bolivia

Ho avuto l’occasione di leggere l’articolo: Bolivia. In marcia contro il presidente sul vostro sito web (MC notizie del 25 maggio 2026) a cura di Simona Carnino.

Nel complesso l’articolo rispecchia abbastanza bene la situazione attuale di Bolivia. Vorrei comunque chiarire alcuni punti, a mio parere poco approfonditi.

1 – El Pueblo boliviano. Si suppone che il popolo boliviano siano tutte le persone nate in Bolivia e che ci vivano. Coloro che protestano, bloccano le strade e chiedono la rinuncia del presidente Paz sono appena un 10% della popolazione. Soprattutto i gruppi rurali, gli agricoltori dell’altipiano e delle vallate di Cochabamba e Sucre, favoriti, nei precedenti governi, con falsi progetti di sviluppo che hanno arricchito soprattutto i dirigenti di questi gruppi (vedi: Fondo indigena campesino). Altro gruppo che chiede la rinuncia del presidente è la Cob (Central obrera boliviana) che al momento rappresenta appena i minatori dipendenti della Comibol (Corporación minera de Bolivia). Questo gruppo è risentito con il presidente Paz perché due mesi fa, con decreto, abolì la sottoscrizione obbligatoria con relativa percentuale monetaria dello stipendio dei dipendenti pubblici. Adesso la sottoscrizione è libera. I dirigenti della Cob sono quasi tutti dipendenti della Comibol, che percepiscono salari altissimi, sia per la loro anzianità e anche per motivi politici. Il capo massimo, di cognome Argollo, è indagato per usufruire di una pensione di invalidità senza essere invalido.

2 – La menzionata riforma agraria fu solamente un tentativo di concedere in proprietà i terreni agricoli statali a famiglie delle zone tropicali basse. Nella zona occidentale, caratterizzata da altipiani e vallate, quasi tutti i terreni agricoli sono di proprietà delle famiglie degli agricoltori. L’idea governativa, avvallata dal Parlamento, era quella di concedere la proprietà in modo che le famiglie degli agricoltori potessero diventare soggetti giuridici, non tassati, ma con possibilità, per esempio, di accedere a prestiti bancari. Comunque, tale legge, la 1.720, è stata abolita il 14 maggio 2026.

3 – Evo Morales: si accenna a lui ma non si scrive che è lui in persona che finanzia i bloqueos e le manifestazioni contro il presidente. Non si accenna al narcotraffico.

Morales è stato presidente della Bolivia per quindici anni. Prima di maniera costituzionale, poi quasi costituzionale, per effetto della nuova Costituzione del 2009, fino al 2019. Dal 1984, ed anche adesso, è presidente delle sei federazioni dei produttori di coca della regione del Chapare. È pur vero che coca non è cocaina; è altrettanto vero che tutta la cocaina si produce con la coca. Soprattutto con la coca prodotta nel Chapare, essendo questa coca non gradita per gli usi medicinali e di masticazione tradizionale.

Morales è indagato per stupro e tratta di persone. Doveva presentarsi ai primi di maggio al tribunale ma è restato a casa, nel Chapare, dove è protetto da un cordone di persone cubane e colombiane armate con mitra e fucili d’assalto, e da un altro cordone esterno di cocaleros (produttori di coca) che si turnano, armati con machetes e pali appuntiti. Morales risulta essere la cerniera tra i produttori di coca e i fabbricanti e trafficanti di cocaina. Per questo riscuote e ha riscosso somme enormi di denaro e favori sia dai primi come dai secondi. Morales vorrebbe tornare ad essere presidente di Bolivia. […] E se non potesse essere presidente, vorrebbe perlomeno che sia presidente un suo delfino: l’attuale governatore di Cochabamba, in modo che si mettessero a tacere i processi a cui deve sottomettersi.

I bloqueos sono finanziati da Morales con i soldi del narcotraffico. Attualmente ogni bloqueador riceve in contanti 200 bolivar (circa 20 euro) al giorno, mentre i dirigenti delle comunità o sindacati ricevono 500 bolivar al giorno (un manovale agricolo riceve circa 10 euro). Questo è anno di poche piogge e per questo con raccolti scarsi; bloccare strade e istituzioni si è trasformato in un’attività alternativa e redditizia.

Inoltre, essendo la vostra rivista dell’area cattolica, mi sarei aspettato di trovare nell’articolo anche un accenno allo sforzo della Chiesa cattolica boliviana per aprire canali di dialogo e avvicinamento tra le parti in conflitto. Domenica scorsa, 24 maggio, un sacerdote responsabile della Caritas della diocesi di El Alto ha rischiato d’essere sequestrato in un tentativo d’avvicinamento con i ponchos rojos, un gruppo particolarmente violento implicato nei bloqueos.

Domenica 31 maggio era previsto un incontro promosso dalla Conferenza episcopale. All’ultimo momento i dirigenti Cob hanno disdetto la loro presenza.

L’attuale presidente Paz non è sicuramente un grande statista; comunque, è stato eletto con maggioranza assoluta e, costituzionalmente, bisogna aspettare due anni e mezzo per indire un eventuale referendum revocatorio del suo mandato. Se lo stesso decidesse di dimettersi, toccherebbe rimpiazzarlo al vicepresidente, ex capitano di polizia, che è uno assolutamente incapace.

La situazione è tremendamente difficile. Preghiamo Dio che illumini le menti e intenerisca i cuori delle persone chiamate a risolvere questa triste situazione. Arrivederci

Valerio Weiss, volontario laico in Bolivia, 02/06/2026

Grazie per la tua testimonianza. Quanto scrivi, in alcuni casi, non sembra del tutto provato. Come di consueto, abbiamo chiesto all’autrice una risposta che pubblicheremo sul prossimo numero.

Torino accoglie

Caro padre Gigi,
sai che faccio turismo a Torino? Non guido più perché ho perso il campo visivo, così uso i mezzi pubblici e questo mi aiuta a conoscere la città e i suoi abitanti. Per fare gli esami medici, il Cup (Centro unico di prenotazione) mi manda in periferia o nei paesi vicini.]…]

Torino è pulita, accogliente e bella, a volte anche in periferia. Montagne e collina aiutano. In centro, su tram e bus, ci sono studenti da tutto il mondo. Mi aiutano, mi lasciano sedere, sono felici di studiare da noi. Dovendo prenotare per fare dei raggi X, vado alle Basse del Lingotto.

Sulla metro chiedo aiuto ai vicini per arrivare a destinazione. Un cinese che studia Giurisprudenza si offre di accompagnarmi alla fermata del 18. Saliamo e conosco una congolese di Brazzaville. Ho tempo di capire che sarebbe bello conoscersi. Il giro è lungo, ci parliamo. Una rumena scende con me mi fa vedere come arrivare al Cup Mirafiori, un centro medico grande, luminoso e semi vuoto. In pochi minuti l’esame è prenotato.
Torino è il posto giusto per me: viaggio in tutto il mondo restando nella bellezza.

Claudia Caramanti,
Torino, 08/05/2026

Il sorriso della missione

Domenica 25 ottobre ricorderemo
padre Adolfo De Col
durante la celebrazione eucaristica delle 10.30
nel santuario San Giuseppe Allamano in corso Ferrucci 18 a Torino.
Seguirà la proiezione del video biografico nella Sala dei Popoli del Cam,
e un pranzo di beneficenza.
È necessario prenotarsi per il pranzo a
info@cam.consolata.eu o 353 479 7232.




Un bicchiere d’acqua fresca

Un bicchiere d’acqua fresca offerto. In apparenza una cosa da nulla.

In queste settimane di sole cocente, però, anche noi, così abituati ad avere sempre l’acqua disponibile da non renderci neppure conto di quanta ne sprechiamo, possiamo intuire quanto sia prezioso il gesto di chi ce ne offre un po’.

La domenica in cui ho celebrato il mio 50° di sacerdozio, a fine giugno scorso, il Vangelo del giorno mi ha colpito per un dettaglio nelle parole di Gesù, che dice: «Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca […]» (Mt 10,42).

Non so se sia stato per il caldo torrido, o per i ricordi d’infanzia e di missione, ma ho apprezzato quelle parole in modo più profondo del solito.

Ho ricordato, ad esempio, quando nell’età delle elementari aiutavo mio padre a pompare l’acqua per riempire l’abbeveratoio delle manze nella stalla. Cento, duecento, mille, duemila pompate per riempirlo. Ogni secchio d’acqua era sudato, come lo era per il nostro vicino che tirava su l’acqua dal pozzo alla vecchia maniera, con la corda.

Indimenticabile è il mese estivo che ogni anno passavo sulle Prealpi di Serle, alle spalle di Brescia, dalla terza elementare in su. Là andavo nei prati sul monte con mio zio. Lo aiutavo quando falciava, maneggiando il rastrello per togliere l’erba tagliata dall’ombra dei castagni. Non c’erano sorgenti e ci portavamo l’acqua da casa, che veniva accuratamente calata nei buchi profondi del terreno carsico per mantenerla fresca per quando avessimo avuto sete.

Più tardi, a Maralal, in Kenya, ho capito qualcosa di più sull’importanza dell’acqua. A causa di otto mesi di siccità, tra fine 1991 e inizio 1992, avevamo lunghe file di donne e bambini che venivano al pozzo della missione per riempire una tanica di acqua al giorno per tutte le necessità delle loro famiglie: bere, cucinare e lavare. Negli stessi anni, nel Meru, le donne di Mutuati e dintorni andavano, camminando per ore, alla pozza del Tamani per raccogliere l’acqua gocciolante dalla parete franosa della collina, quasi un giorno per venti litri prima che arrivasse l’acquedotto di fratel Giuseppe Argese. Altre donne, in tanti villaggi del Samburu, dopo la pioggia, riempivano i loro contenitori con l’acqua delle pozzanghere su strade e sentieri.

«Un solo bicchiere di acqua fresca», dice Gesù. Non una bottiglia, un secchio, no: «un solo bicchiere». Roba da niente, che però fa la differenza. E non acqua qualsiasi, ma acqua fresca: un dettaglio, in quei tempi senza frigorifero, che indica il dono di qualcosa di buono, che hai messo da parte per la tua necessità, non la prima cosa che trovi in giro. Apparentemente una cosa da nulla, in realtà uno squisito gesto di amore e di condivisione, una partecipazione alla fatica e al sudore dell’altro, un dare dal cuore qualcosa che è tuo, che tu hai curato, che è prezioso per te.

Oggi, in questi tempi di grande sete, e non solo di sete di acqua, ma anche di giustizia, di pace, di rispetto, di cura, di valorizzazione di ogni persona, donare un «solo bicchiere di acqua fresca» diventa un gesto rivoluzionario. Niente di eclatante, da far notizia. Una cosa povera, semplice, quasi invisibile. Una piccola cosa che però fa la differenza per chi dà e chi riceve.

Dare «acqua fresca» diventa il rifiuto della logica dell’io per scegliere il noi. È accorgersi dei problemi degli altri e sentirli fratelli, vicini e non invasori o competitori. È combattere la «remigrazione» con l’attenzione, il rispetto, l’accoglienza vera. È la gratuità che vince l’interesse. È sentire il bisogno dell’altro come senti il tuo e avere a cuore il suo benessere.

«Un solo bicchiere» è anche reazione all’impotenza, al sentirsi inutili di fronte all’enormità dei problemi, alla tracotanza dei potenti, alla tentazione di dire «non serve a niente» e al chiudere gli occhi per non vedere.

Quello che davvero ci salva e ci mantiene umani sono i piccoli gesti quotidiani di amore.

Gigi Anataloni, direttore responsabile




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Andate controcorrente

Spettabile redazione,
[vi scrivo a proposito della] rivista di aprile 2026. Cosa vi prende? Perché seguite la corrente del mondo e non andate controcorrente per continuare a «non essere del mondo»?

1. Retrocopertina: il sondaggio dei lettori per migliorare la rivista. Davvero da farsi uscire gli occhi dalle orbite appena si inizia a leggere le domande, perché, nella prima, chiedete di che sesso sia chi risponde. Tutti sappiamo che i sessi sono solo due e che il resto viene dall’inquilino sotto e dalle teorie, fantasie, follie, boiate che diffonde, ergo: cos’è quell’«Altro» dopo «M» ed «F»?

2. Pagina 20: «Scuola, patria e armi». Non si capisce cosa ci sia di sbagliato a conoscere l’esercito del proprio Paese, quello che fa e cosa viene comprato con i soldi dei contribuenti e non solo per la guerra; ascoltare storie vere, aneddoti e fare domande. Io non so niente dell’esercito e, soprattutto della Marina, perché non vivo vicino al mare, ma, se fossero venuti nelle mie scuole, sarebbe stato bello e formativo. Mai vista neanche la polizia o i pompieri a tenere lezioni sulla sicurezza, ecc. Un gran peccato.

Quando, invece, nelle scuole e perfino negli asili vengono fatti entrare uomini canterini vestiti da donna che camminano sculettando, quando all’asilo, si truccano i maschi da femmina o quando le maestre li obbligano a vestirsi da fatina rosa con la parrucca bionda e vengono assunti come professori di matematica uomini che si presentano in classe con la barba, ma con gonna sopra al ginocchio e tacchi, come è successo in Friuli e troppe porcate ancora, che potete trovare tutte documentate in rete, allora la scuola non è diseducativa, lo diventa solo se entrano delle divise.

Non si capisce cosa ci sia di sbagliato nella foto che mostra due bambini che tengono in mano un cartellone per la parata militare del 4 novembre o quella in cui si vede una scolaresca che ascolta un sindaco alpino che suona il Silenzio o altro. Quando, invece, delle scolaresche sono state portate in moschea ed obbligate ad inginocchiarsi senza scarpe, allora va tutto bene: la scuola non perde tempo in inutilità e, soprattutto, non offende i suoi studenti. Se scrivete un articolo denuncia (denuncia di cosa, poi) sull’esercito a scuola, allora dovete farlo anche contro le porcherie di cui sopra e di cui, quasi sempre (ormai si sa) le famiglie non vengono preventivamente informate.

Ricordate sempre quello che dice Gesù: «Voi non siete del mondo». Continuate a non esserlo. Saluti.

Celeste Pedrelli, 05/05/2026

Gentile direttore,
prima di scrivervi ci ho pensato a lungo. Premetto che non sono un militare, ma faccio parte come ex agente di polizia locale di tanti che hanno servito le istituzioni. […] Il professor Mazzeo ha fatto un elenco di nefandezze a tal punto che l’Italia sembra uno stato che inculca un militarismo sfrenato […] e non ricorda che senza mezzi di difesa pur costosi, non potrebbe vivere in questo stato democratico. […] Sono rimasto molto deluso.

Luigi Magrotti, Campospinoso (PV) 15/05/2025

Grazie dei vostri scritti schietti e diretti. Con Celeste condivido il disagio per quel «M, F, Altro», pur messo con buone intenzioni in nome dell’inclusività.
Quanto alla lettera del signor Luigi, chiedo scusa di averla tagliata, ma così ho potuto inserirla anche se arrivata a lavoro già iniziato.

Sulla questione «Scuola, patria e armi», diamo spazio a quanto ci ha scritto il professor Antonio Mazzeo.

Innanzitutto, una precisazione. La questione non è che non si parli a scuola di forze armate, spese militari, missioni internazionali e interessi geostrategici dei gruppi economici, finanziari ed energetici italiani a livello internazionale. Anzi, ci proviamo come insegnanti tutti i giorni e come relatori per le attività e i convegni di formazione dei nostri colleghi. Tuttavia, devono essere gli educatori e l’intero sistema scolastico a proporre ed analizzare questi temi, sviluppandone contraddizioni e complessità con il fine esclusivo dello sviluppo dello spirito critico e dell’autonomia di pensiero di alunni e studenti. Cosa diversa è invece quanto purtroppo accade, e che abbiamo provato a spiegare nella nostra inchiesta (ma si guardi in proposito all’enorme mole di dati raccolta e pubblicata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università). Cioè che la narrazione su militare e militarismo, su industrie belliche e crisi e conflitti internazionali è stata assunta unilateralmente dalle forze armate e dalle industrie belliche, con finalità (legittimazione dello stato di guerra odierna e della militarizzazione di ogni sfera della società, normalizzazione della guerra e della violenza come unico elemento per la risoluzione dei conflitti, ecc.) del tutto antitetiche a quello che invece è il fine educativo del sistema scolastico. Mi permetto di aggiungere che ormai a forze armate e forze dell’ordine è stato delegato l’intervento nelle scuole di ogni ordine e grado per svolgere «lezioni» su quasi tutte le discipline e i temi possibili, esautorando progressivamente insegnanti ed educatori anche dall’approfondimento dei contenuti delle materie di indirizzo. Un «modello» assolutamente inaccettabile e più che mai pericoloso in questa drammatica fase storica segnata dalla Terza guerra mondiale annunciata da papa Francesco.

Medio Oriente

Spettabili redattori,
leggo sempre con grande interesse la vostra newsletter.
Con questa mail non intendo minimamente tediarvi con le mie eventuali opinioni sulle diverse (gravi) problematiche da voi trattate, ma solo sommessamente suggerire una modesta mozione d’ordine. Quale? Presto detto: invece di Medio Oriente, si dovrebbe, perlomeno per i Paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo, propriamente parlare di Vicino Oriente. Del resto, i francesi, ovvero i massimi responsabili (insieme agli inglesi naturalmente) dell’attuale stato di cose da quelle parti, parlano correntemente per questi Paesi di Proche Orient.

Di Vicino Oriente altrimenti noi italiani dovremmo parlare solo a proposito della Grecia, il che, pur con tutto il rispetto che si deve a questo splendido Paese, mi sembrerebbe riduttivo.
Con viva cordialità.

Ennio Cocco, 08/05/2026

Purtroppo, qui da noi l’uso dei due termini è ambiguo. Il termine Medio Oriente sta prevalendo nel nostro linguaggio grazie all’influsso dell’inglese. Normalmente, come dice la Treccani, indica l’area geografica comprendente i paesi africani e asiatici che si affacciano o gravitano sul Mediterraneo orientale.

Celebrazione del 70° di messa di padre De Col Adolfo qui con pergamena con benedizione pontificia

Ricordando PADRE ADOLFO

Padre Adolfo De Col è andato alla casa del Padre l’8/05/2026 a 98 anni di età. Padre Giuseppe Inverardi, ex superiore generale, condivide alcuni dei suoi ricordi.

Ho conosciuto padre Adolfo De Col ancor prima di incontrarlo personalmente. In noviziato provenivamo da tre seminari diversi: Montevecchia (Como), Biadene (Treviso), Rosignano Monferrato (Alessandria). Spesso, allora e dopo, ci scambiavamo valutazioni sui formatori che avevamo avuto. Quelli provenienti da Biadene ricordavano con affettuosa ammirazione e riconoscenza il loro trio, e gli altri il loro. Al ricevere la notizia del decesso di padre De Col, un missionario che era stato formato a Biadene, mi ha scritto: «Con i padri Tullio Bosello e Giuseppe Garniga, padre De Col è stato il mio maestro». E dalle conversazioni precedenti so che chi scrive non intende maestro di materie scolastiche, ma della vita, con la sua vita. È quanto affermano altri due missionari commentando la sua morte. «Eri un uomo di grande cuore e un grande esempio per noi missionari giovani. Caro padre De Col, quanto ho imparato da te».

Seguendo questa scia, tra le testimonianze ricevute da amici comuni, ne trascrivo alcune. All’unisono sottolineano caratteristiche della sua personalità e ricchezza umana. «Sempre gentile, sereno, sorridente». «Ancora brioso a 90 anni!». «Anni fa fece il fine settimana di «Incontro matrimoniale», impegnandosi poi come guida. Con garbo e il sorriso entrava nel cuore delle persone e pregava per noi». Facendo memoria dei suoi anni a Bevera un giornale locale della Brianza scrive: «Molti lo ricordano come persona discreta, profondamente legato alla missione e capace di lasciare un segno autentico».

Lo incontrai per la prima volta a Kangeta, in Kenya. Una missione incipiente nata dopo aver consegnato quella di Tuuru ai padri e suore del Cottolengo, perché potessero attendere con professionalità ai bambini poliomielitici dell’opera iniziata da padre Franco Soldati, che, in seguito, diede inizio alla missione di Mutuati. 

Missione incipiente! Tutto era semplicità. Come semplice era padre Adolfo. Per dimora una capanna più che una vera casa. Ma poteva scrivere: «Imparo a fare a meno di tante cose nel modo di vestire e nel cibo. Faccio da cuoco a me stesso, e nonostante il misero cibo, sto ingrassando». Gli dava fastidio il forte vento che sollevava nubi di polvere. Desiderava e attendeva la stagione delle piogge. Del suo apostolato scriveva: «Cerco di dare alla gente l’essenziale per la loro vita cristiana, quello che ha reso stabili e forti i nostri genitori». Concludeva: «Sto benone». Benone! Parola consueta sulle sue labbra. Come pure: «Che bello, quanto è bello!». Sapeva stupirsi e gioire.

A Kangeta rimase 13 anni. Arrivato in Kenya a 54 anni era ovvio che non potesse apprendere bene la lingua, ma con determinazione e impegno la padroneggiava sufficientemente. Tuttavia, è proprio il caso di affermare che predicava, annunziava, ed evangelizzava con cuore, dedizione, zelo e amore per la gente. Ispirandosi, come affermava lui stesso, al metodo dei primi missionari, gli premeva la promozione umana con vari interventi. Una dimensione: coltivare i campi in modo più produttivo. La zona di Kangeta non si prestava all’agricoltura. Il capo villaggio gli aveva donato un vasto appezzamento in pianura a circa 15 km2. Là costruì tre capanne e vi si recava periodicamente, fermandosi anche la notte, con alcuni, desiderosi di apprendere. Era orgoglioso di questo progetto educativo.

Prima di Kangeta, padre Adolfo aveva trascorso tre anni a Tuuru, avendo come mentore il mitico padre Franco Soldati, esperto missionario, scrittore fecondo, perfetto conoscitore della lingua, imbevuto della cultura locale. Campo faticoso da dissodare quello dell’Igembe. Un missionario che vi lavorò alla sua apertura scrisse nel diario: «Sotto ogni foglia degli alberi di Tuuru si annida un diavolo». L’immagine esprime plasticamente la difficoltà di evangelizzare, testimoniata pure dai missionari che vennero in seguito. Sembrava una cultura impenetrabile, restia persino all’ascolto. Una società dominata, fino a intimorire, da associazioni di anziani, rinchiusi nei loro segreti culturali. Ad ammorbidire il terreno provvide l’opera di padre Franco Soldati, coadiuvato da padre De Col, a favore dei bambini poliomielitici. Opera divulgata dal cortometraggio «Il miracolo delle stampelle». Come pure aiutò un altro miracolo: l’acquedotto costruito da fratel Giuseppe Argese, che, inizialmente, con un percorso di 25 km portò acqua dalla foresta dell’Igenbe a Tuuru. In seguito, fu esteso a 250 km portando acqua a circa 250mila abitanti della zona. Che benedizione! Quanta fatica risparmiata alle donne. Salute migliorata. Riconoscenza da parte della popolazione e del Governo. Fratel Argese era conosciuto come «Mukiri», il silenzioso. Silenzioso in parole lo era, ma loquace nelle sue opere create con fine conoscenza tecnologica e gusto artistico. Un trio favoloso mutò la realtà dell’Igembe: padre Soldati, padre De Col e fratel Argese.

Un’altra difficoltà con cui cimentarsi era la coltivazione della miraa. Foglie narcotiche la cui masticazione, nel passato, era privilegio degli anziani, ma poi divenuta di consumo comune e merce di mercato. Se la miraa era una fonte di introito, era pure causa di intorpidimento mentale che impediva lo sviluppo e generava problemi famigliari, sociali, e di salute. Padre De Col più volte esprimeva sofferenza per questa realtà diffusa. Tuttavia, non si arrendeva, avvertiva, richiamava.

Nel 1990 rientrò in Italia: quattro anni a Bevera, trenta in Casa Madre, uno ad Alpignano. Indubbiamente il suo cuore sempre pulsava missione. Della sua presenza in Casa Madre menziono solamente due attività: seguire gli «Amici Missioni Consolata» e altri gruppi, e accompagnarli nelle missioni, specialmente in Kenya, dove conosceva persone e posti. Con il suo consueto brio li educava e animava alla missione. Con questa attività si fece centinaia di amici e conoscenti con i quali teneva cordiali rapporti. Era la sua nuova missione: ascoltare, contattare, essere contattato. Che fosse molto conosciuto e benvoluto lo ha attestato la larga partecipazione alla recita del Rosario, e più ancora all’Eucaristia esequiale il giorno seguente. Questa è stata presieduta da monsignor Virgilio Pante, vescovo emerito di Maralal, e concelebrata da 27 missionari. Padre Pietro Demaria ha fatto l’eulogia, e dopo la comunione ci sono state tre testimonianze. Più che vero il versetto cantato: «Quando busserò alla tua porta, avrò amato tanta gente e avrò amici da ritrovare». Tantissimi! Conscio di questo era stato lui stesso ad esprimere il desiderio che il funerale fosse celebrato al santuario di san Giuseppe Allamano di cui era stato rettore per dieci anni.

Alla fine di febbraio del 2025 era caduto: frattura, ospedale, fisioterapia. Non potendo essere propriamente aiutato in Casa Madre, era stato destinato ad Alpignano. Con sofferenza e sacrificio si era arreso alla realtà. Alla sua morte aveva 98 anni e mezzo. A chi gli augurava di arrivare ai 100 diceva di non desiderarlo. Ultimamente per un periodo ebbe un torpore mentale, ma poi si riprese. Chi lo visitò gli ultimi giorni, e persino l’ultimo, lo trovò vispo e colloquiante. Tuttavia, il giorno prima telefonando lui stesso a una conoscente disse: «È giunta l’ora». Mera espressione rituale o sensazione vera?

Fino al 2025 era attivo. A chi gli consigliava di rallentare il passo replicava: «Ma ci sono ancora tanti progetti da portare avanti». Ora e per l’eternità l’unico progetto è lodare il Signore.

Recita Sant’Agostino: «È questa la vita che dobbiamo sospirare.
– E continua: –
Quaggiù si brama, lassù si consegue.
Qui si sospira, là si gode.
Qui si prega, là si cantano lodi.
Qui si geme, là si esulta».

Caro Padre Adolfo sei stato instancabile. Ora riposa, godi, esulta, loda. Noi, tantissimi, ti siamo grati per averci arricchiti con la tua umanità, esempio, e vita.

padre Giuseppe Inverardi, Torino, 12/05/2026

Padre De Col all’Equatore nel 2012 con amici



Fanno 400 chilogrammi

La Repubblica sciita non è il solo paese nucleare dell’area mediorientale. C’è anche Israele, dotato di un arsenale atomico che nessuno è mai riuscito a controllare. Affrontare la questione nucleare con un doppio standard è un’ipocrisia strutturale.

Il Medio Oriente è da sempre un teatro dove la geopolitica si misura in chilometri di pipeline (condutture), in barili di petrolio e, sempre più, in centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. La tecnologia nucleare non è mai stata, in questa regione, una questione meramente tecnica: è potere, deterrenza, legittimità internazionale. È la lingua con cui gli Stati parlano di supremazia o di sopravvivenza.

L’Iran

La Repubblica islamica dell’Iran ha compreso questo linguaggio prima degli altri. Teheran ha condotto per anni una partita sottile, giocata sulla soglia: abbastanza avanzata da essere credibile come potenza nucleare latente, abbastanza ambigua da non offrire un casus belli definitivo. I dati dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) hanno documentato una traiettoria inequivocabile: nel 2025, l’Iran aveva raggiunto la capacità di arricchire l’uranio fino al 60 per cento, a un passo da quel 90 per cento indispensabile per uso militare, accumulando circa 400 chilogrammi di materiale ad alta purezza.

Il cosiddetto «tempo di breakout», quello necessario per produrre materiale fissile sufficiente a una singola testata, si misurava ormai in settimane. Ma, nel giugno 2025, quel calcolo strategico è stato brutalmente interrotto: Israele ha lanciato l’operazione «Rising lion», colpendo i siti nucleari di Natanz, Fordow e Isfahan con 200 aerei da combattimento. Il 22 giugno gli Stati Uniti hanno unito i propri B-2 all’attacco, utilizzando bombe «bunker buster» Gbu-57 per perforare il sito sotterraneo di Fordow.  A causa di questi attacchi, il programma nucleare iraniano è stato gravemente danneggiato, anche se non distrutto. A febbraio 2026, senza che i negoziati – mediati dall’Oman – producessero risultati, Israele e gli Stati Uniti hanno avviato una nuova campagna militare, questa volta puntando anche alla decapitazione della leadership iraniana: il 28 febbraio l’ayatollah supremo Ali Khamenei è stato ucciso in un raid su Teheran.

Il regime sapeva perfettamente il valore di ciò che possedeva. Nelle ultime fasi negoziali del febbraio 2026, aveva aperto alla possibilità di ridurre le proprie scorte al livello più basso possibile in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. L’atomo come moneta di scambio: non per costruire un ordigno nucleare, ma per tenere aperta la porta al dialogo. L’Iran non ha mai costruito una bomba né dichiarato di volerlo fare, ma il solo fatto che il mondo intero credesse che fosse a poche settimane dal farlo, ha prodotto lo stesso effetto strategico: nessuno osava attaccare senza tenere conto del rischio di una risposta nucleare. È questa ambiguità calcolata, la potenza latente, la soglia mai varcata ma sempre suggerita, che Teheran ha usato come scudo per anni. Fino a quando, nell’estate del 2025, appunto, Israele e gli Stati Uniti hanno deciso che la «deterrenza per esistenza» (un Paese con capacità nucleari, ma che – per sua volontà – non sviluppa bombe) dell’Iran aveva raggiunto un livello non più tollerabile.

L’Arabia Saudita e gli Usa

In questo scenario si inserisce, con ambizioni proprie, l’accordo nucleare civile siglato tra Washington e Riyadh a dicembre 2025. È il cosiddetto «Accordo 123» (123 Agreement sotto il titolo di «Cooperation with other nations»), dal paragrafo della legge americana sull’energia atomica che lo regola. Esso non è un atto di generosità tecnologica: è una mossa geopolitica. Gli Stati Uniti intendono mantenere il proprio primato nel settore nucleare civile del Golfo, contrastando l’avanzata di Cina e Russia, entrambe pronte a offrire reattori senza le clausole (stringenti) imposte da Washington.

Le condizioni dell’accordo sono presentate come il «Gold standard» della non proliferazione: nessun arricchimento sul suolo saudita, nessun riprocessamento del combustibile esaurito, dipendenza totale dalle forniture esterne e supervisione piena da parte dell’Aiea. Una camicia di forza volontaria, accettata da Riyadh in cambio di tecnologia, prestigio e una garanzia implicita di protezione americana.

Il paradosso è evidente. Mentre l’Iran ha subito sanzioni, isolamento diplomatico e ispezioni contestate per un programma che dichiarava pacifico, l’Arabia Saudita, che ha apertamente minacciato di dotarsi di capacità nucleari per scopi militari qualora Teheran varcasse la soglia definitiva, otteneva accesso alla tecnologia statunitense in cambio di promesse sulla carta.

Non si tratta di giudicare la bontà dell’accordo in sé: è uno strumento legittimo e potenzialmente stabilizzante. Un accordo può essere giuridicamente ineccepibile e politicamente destabilizzante allo stesso tempo. Ciò che conta, nel Golfo, non è solo il testo scritto di un trattato, ma come quel trattato viene letto dagli attori della regione: se appare come la conferma di un sistema di privilegi a geometria variabile, alimenta risentimento e spirali competitive. Il fatto che l’Arabia Saudita riceva tecnologia nucleare civile americana, mentre all’Iran vengono imposte sanzioni (e mentre Israele mantiene il proprio arsenale nell’impunità totale), non è percepita nella regione come una stabilizzazione, ma come l’ennesima conferma che le regole del gioco non si applicano a tutti. Questa percezione è un motore di proliferazione più potente di qualsiasi reattore.

Israele, privilegi e impunità

La percezione regionale è dominata da un’asimmetria ben più antica e strutturale: quella israeliana. Israele è l’unica potenza nucleare del Medio Oriente nonostante Gerusalemme non abbia mai confermato né smentito il possesso di testate nucleari operative.

L’«ambiguità strategica», dottrina elaborata negli anni Sessanta con la complicità silenziosa degli Stati Uniti, ha consentito a Israele di costruire un arsenale atomico al di fuori di qualsiasi quadro giuridico internazionale. Lo Stato ebraico non ha mai aderito al «Trattato di non proliferazione» (Non-proliferation treaty), sottraendosi così alle ispezioni dell’Aiea sui siti militari. Una scelta che non è mai stata sanzionata, né punita, né oggetto di seria pressione da parte delle potenze occidentali.

È in questa frattura tra il trattamento riservato a Israele e quello inflitto all’Iran, che si annida il risentimento più profondo e duraturo da parte dei Paesi mediorientali. Non si tratta, però, di un sentimento irrazionale: al contrario, è la percezione razionale di un «doppio standard» che struttura le relazioni di potere nella regione. Teheran lo usa come argomento di legittimazione interna e come leva negoziale. Riyadh lo tiene a mente come scenario estremo. Gli Stati del Golfo, in silenzio, ne traggono le proprie conclusioni.

Il ministro dell’energia saudita, principe Abdulaziz, alla 68.ma sessione dell’Iaea (Vienna, settembre 2024). Foto ministero Energia dell’Arabia Saudita.

La Turchia e la Nato

Ogni analisi del rischio nucleare mediorientale che si fermi al Golfo Persico è, per definizione, incompleta. Il sistema di tensioni che attraversa questa regione non ha confini netti: si propaga verso Nord lungo le faglie dell’instabilità, raggiunge il Mediterraneo orientale e si innesta nelle contraddizioni interne all’Alleanza atlantica. È qui, nella figura di una Turchia sempre più difficile da classificare, che il problema nucleare rivela la sua natura sistemica.

Ankara è formalmente parte dell’architettura di deterrenza occidentale. Nella base Nato di İncirlik, nel cuore dell’Anatolia meridionale, stazionano circa 50 ordigni nucleari tattici americani B61, eredità della Guerra fredda e simbolo di un’integrazione militare che Washington ha sempre considerato strategicamente irrinunciabile. Eppure, questa prossimità fisica con l’atomo non ha prodotto in Erdoğan la rassicurazione che Washington si attendeva. Ha prodotto, al contrario, una consapevolezza della propria dipendenza e il desiderio di superarla.

La Turchia guarda alla propria posizione geografica con l’occhio di chi si sente perennemente esposto. A Est, l’Iran, anche dopo i bombardamenti israeliani e americani del 2025 e di oggi, rimane un’incognita nucleare irrisolta e un rivale strutturale. A Nord, la Russia proietta la sua potenza in Siria e nel Mar Nero trasformando la propria presenza militare in due aree geografiche adiacenti alla Turchia in una pressione strategica permanente. In Siria, Mosca ha basi aeree e navali, Khmeimim e Tartus, che le consentono di controllare lo spazio aereo del Mediterraneo orientale e di influenzare gli equilibri di potere alle porte meridionali di Ankara. Nel Mar Nero, la flotta russa, nonostante le perdite subite nella guerra con l’Ucraina, mantiene una presenza che vincola i movimenti navali turchi e limita la libertà di manovra di Ankara nella sua stessa regione di prossimità. Per la Turchia, confinante con entrambi i teatri, questa doppia proiezione russa significa essere perennemente stretta tra un’Alleanza atlantica che chiede fedeltà e una Russia con cui Erdoğan ha coltivato relazioni parallele, spesso a spese della coesione della Nato.

A Ovest, la Grecia rivendica spazi marittimi con il sostegno europeo. Da questo contesto è nata la domanda che Erdoğan ha posto all’Assemblea generale dell’Onu nel 2019: perché ad alcuni Stati è consentito possedere armi nucleari e ad altri no? Non era una provocazione retorica, ma la trascrizione pubblica di un calcolo strategico che Ankara conduce in privato da anni.

La variabile cipriota

Cipro, in questo schema, non è una variabile secondaria. L’isola divisa, Repubblica di Cipro a Sud, membro dell’Unione europea; Repubblica turca di Cipro del Nord a Nord, riconosciuta solo da Ankara, è il punto in cui la contesa turco-greca assume forma territoriale concreta e permanente.

La presenza militare turca sull’isola, ininterrotta dal 1974, è al tempo stesso una ferita aperta nel diritto internazionale e una leva che Ankara usa con abilità nei negoziati con Bruxelles e Washington. Non è un’occupazione dimenticata: è uno strumento attivo di politica estera.

La scoperta di vasti giacimenti di gas naturale nelle acque del Mediterraneo orientale ha trasformato questa contesa da conflitto congelato a terreno di scontro attivo. Turchia, Cipro, Grecia, Israele, Egitto e Libano si disputano zone di sfruttamento economico esclusivo in uno spazio geografico ristretto e strategicamente denso.

Ankara ha risposto alle concessioni petrolifere cipriote inviando proprie navi da esplorazione scortate da unità della marina militare, sfidando apertamente le pretese di Nicosia e le proteste di Bruxelles.

Il nesso con la questione nucleare è indiretto ma strutturale. Una Turchia che consolida la propria autonomia strategica rispetto alla Nato, che costruisce relazioni parallele con Mosca, è una Turchia che, nel lungo arco della storia, potrebbe decidere di non accontentarsi più del ruolo di custode passivo delle bombe altrui. Sarebbe, in quel caso, il segnale più destabilizzante che il fianco Sud dell’Alleanza atlantica abbia mai prodotto.

I bombardamenti israelo-americani sull’Iran del 2025 e del 2026 hanno distrutto impianti e ucciso scienziati, ma non hanno risolto il problema politico che sta alla radice della proliferazione: la percezione di un sistema internazionale a doppio standard, in cui la legge si applica ai deboli e si negozia con i forti. Richiede qualcosa di più ambizioso e politicamente arduo: un quadro di sicurezza regionale condiviso, fondato su principi di equità e trasparenza universale. Una zona libera da armi di distruzione di massa, proposta e discussa per decenni in sede Onu e sistematicamente bloccata proprio per la questione israeliana, resterebbe lo strumento più coerente. Ma è, al momento, una prospettiva lontana quanto la pace definitiva tra i popoli che abitano quella terra.

Un’ipocrisia strutturale

La geografia non perdona le astrazioni. Il Mediterraneo orientale non è il cortile d’Europa: è la frontiera dove la sicurezza europea, quella mediorientale e quella del fianco Sud della Nato si toccano e si confondono. Ignorare questa connessione significa continuare a discutere di centrifughe iraniane e reattori sauditi come se fossero problemi isolati, quando sono invece nodi di una rete di tensioni che abbraccia l’intero arco di crisi dal Maghreb
all’Hindu Kush (Pakistan).

La guerra in corso lo dimostra con brutalità. Le centrifughe di Fordow sono state distrutte, quelle di Natanz danneggiate. Ma la domanda politica che ha generato il programma nucleare iraniano – perché ad alcuni Stati è consentito ciò che ad altri è negato? – rimane intatta, e più urgente di prima.

La politica internazionale continua a usare la non proliferazione come grammatica selettiva: rigorosa con i nemici, indulgente con gli alleati. Un’ipocrisia strutturale che, nel lungo periodo, rischia di essere la più efficace spinta alla proliferazione.

Piergiorgio Pescali




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Persecuzione

Carissimo padre Gigi,
sono Fausto Prandini, direttore del Servizio interdiocesano (Modena e Carpi) migrantes, ecumenismo e dialogo interreligioso. Sono un vecchio amico della Consolata a partire dagli anni 90, quando ho dedicato tre anni di volontariato in Kenya nella regione del Meru. Apprezzo molto i tuoi editoriali che ci danno sempre uno spunto di riflessione. Vorrei sottolineare, in riferimento all’editoriale del mese di marzo 2026, che sarebbe utile per i lettori citare tutti coloro che sono perseguitati a motivo della loro fede, quindi, oltre ai Cristiani, anche i Mussulmani, i Buddhisti, i Sikh, ecc.

La libertà religiosa è alla base dei diritti fondamentali dell’uomo e va sempre promossa e difesa.

Come citava l’imperatore Ashoka nel III secolo a.C.: «Chi onora la religione degli altri onora la propria religione». Auguri di ogni bene a tutta la comunità della Consolata.

Fausto Prandini, Modena, 21/03/2026

L’editoriale deve essere sempre breve ed essenziale, correndo però il rischio di dare per scontate alcune cose.

Accogliendo il tuo suggerimento, sono andato a leggere «Libertà religiosa nel mondo. Rapporto 2025», pubblicato da Aiuto alla chiesa che soffre.

A pagina 16 della sintesi si legge: «In totale, 62 Paesi risultano soggetti a persecuzione o discriminazione religiosa. Tali nazioni ospitano complessivamente circa 5,4 miliardi di persone, pari al 64,7 percento della popolazione mondiale. Il che significa che quasi due persone su tre vivono in contesti in cui la libertà religiosa è seriamente compromessa».

Non è questo il luogo per entrare nei dettagli. Cito solo un altro passaggio: «Secondo il Rapporto, 24 Paesi sono classificati come soggetti a persecuzione religiosa. Tra questi figurano nazioni densamente popolate come India e Cina, nonché Stati segnati da conflitti o da regimi autoritari quali Afghanistan, Nigeria, Corea del Nord ed Eritrea. Complessivamente, essi contano circa 4,1 miliardi di abitanti, ovvero più della metà della popolazione globale, costretta a vivere in contesti caratterizzati da gravi violazioni della libertà religiosa». A questi vanno aggiunti i Paesi, 38, in cui c’è discriminazione, e altri 24 che sono «sotto osservazione per segnali preoccupanti di minacce emergenti».

All’uscita del prossimo rapporto 2026 faremo del nostro meglio per farlo conoscere anche in queste pagine.

Ora ringrazio il Signore che la nostra Chiesa cattolica ha superato da tanto tempo l’atteggiamento di intolleranza verso le altre religioni con una presa di posizione chiara nella dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II proprio a difesa dell libertà religiosa di ogni persona e di ogni popolo. Al n. 2 della dichiarazione è scritto: «Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa». Ogni persona, non solo i cristiani.

«Chiudete quel conto»

Buongiorno, ricevo sempre con piacere la vostra rivista che apprezzo tantissimo.

Un solo rimprovero: non dovreste chiudere il conto corrente con Intesa San Paolo, essendo implicata in commercio di armi, come spesso trovo pubblicato sulla vostra rivista?

Confido in una risposta. Saluti.

Denise Albani,  Dalmine (Bg), 07/04/2026

Gentile Denise, grazie del suo rimprovero. «La storia della Banca Sanpaolo di Torino affonda le radici nel 1563 – leggo su wikipedia -, nata come istituzione assistenziale (Compagnia di San Paolo) a Torino per combattere l’usura e aiutare i bisognosi». Diventata banca vera e propria nell’Ottocento, è stata fino dall’inizio dell’Istituto Missioni Consolata un riferimento pratico per tutti i servizi bancari nazionali e internazionali.

Poi, nel 2007 si è fusa con Intesa offrendo anche trading speculativi e investimenti in settori non etici come gli armamenti.

Per questo motivo abbiamo aderito fin da subito al progetto della Banca Etica, proprio per allentare i nostri legami con Intesa Sanpaolo. Ma non è stato per niente facile tagliare tutti i legami, anche perché Banca Etica non è ancora in grado di offrire una rete capillare che copra tutto il territorio nazionale e non ha quei servizi internazionali che Intesa Sanpaolo offre grazie a una rete di banche corrispondenti e filiali estere molto estesa.

Cerchiamo però di alleggerire la nostra dipendenza da realtà come questa che si arricchiscono sulla guerra. Manteniamo il nostro atteggiamento vigile e di denuncia, ben coscienti che il mondo in cui viviamo è davvero intricato, interconnesso e, spesso, appositamente confuso. Oggi, però, è difficile fare delle scelte chiare e senza compromessi, perché l’interdipendenza dei movimenti di denaro e degli investimenti bancari è enorme, molto fumosa e anche invadente.

Ne sono ben coscienti anche coloro che gestiscono Banca Etica, per la quale desideriamo una crescita vigorosa. Allo stesso tempo Intesa Sanpaolo, con la sua Fondazione San Paolo, non ha totalmente rinunciato all sua missio originaria di impegno sociale e ambientale e di cooperazione con il non profit.

Lo stesso problema si presenta oggi con tanti settori della vita. Un’esempio è Paypal, che ti offre facilitazioni uniche per i pagamenti e poi scopri che il suo fondatore usa le sue ricchezze e il suo potere per attaccare il Papa e il cattolicesimo. Vai poi a Google con il suo motore di ricerca e la sua email, o Meta con Facebook e Whatsapp, e relativi servizi di Ai. Difficile farne a meno, pur sapendo bene che sono due grandi realtà che mettono il profitto al centro di tutto anche sulla pelle e la dignità delle persone. E non entro nel mondo di Amazon o di altre realtà di consegna a domicilio, con i loro algoritmi che sfruttano i lavoratori. E neppure in quello del mondo miliardario dell’Ai che oggi è più che mai interconnesso con la gestione delle guerre. L’unica cosa che possiamo fare è rimanere vigili senza accettare passivamente tutto questo e usando, quando è possibile, vie alternative.

Profonda speranza

Gentile padre Gigi,
a distanza di un anno, rimane vivo e forte in me il nostro incontro nella sede torinese della Consolata. Quel giorno mi ha progressivamente aperto il tesoro di un agire per l’uomo, e quella determinazione, quella gioia misteriosa che ribadisce nell’editoriale della rivista di marzo. La rivista continua ad arrivare e continua ad essere letta (e lo si vorrebbe fare con maggiore disposizione) con il suo filo di profonda speranza, nonostante tutto. Niente, non ho nulla di specialissimo da comunicare, solo che è da un po’ che desideravo inviarle un saluto grato ed era troppo che dilazionavo. Grazie per quella realtà che ancora rappresentate, che ancora sapete vedere, anche e tanto più di questi tempi.
Un caro saluto.

Grazie anche da parte nostra per l’apprezzamento e l’incoraggiamento. A te e a tutti i lettori: non abbiate paura a scriverci, a stimolarci, ad avere un atteggiamento critico. Questo ci aiuta a essere sempre fedeli alla nostra identità missionaria a servizio della verità, della fraternità e della pace.

Marco Bertorelle, Bolzano, 20/03/2026

Serafino Piras è insignito della Medaglia Pro Ecclesia et Pontifice dal Nunzio Apostolico in Mozambico, Mons. Luís Miguel Munõz Càrdaba, alla presenza di mons Diamantino Antunes vecovo di Tere

Riconoscimento a MISSIONARIO LAICO

Lo scorso 31 marzo, il missionario laico italiano Serafino Piras è stato insignito della medaglia Pro Ecclesia et Pontifice, una delle più alte onorificenze concesse dal Papa ai laici che prestano servizi rilevanti a favore della Chiesa cattolica.

La cerimonia si è svolta al termine della messa crismale del Giovedì Santo, alla presenza di tutti i sacerdoti della diocesi di Tete, in Mozambico, e di una numerosa assemblea di fedeli che ha riempito la cattedrale. La messa è stata presieduta dal nunzio apostolico in Mozambico, monsignor Luís Miguel Munõz Càrdaba, che ha consegnato, a nome di papa Leone XIV, la medaglia pontificia.

Il momento della consegna è stato profondamente emozionante e festoso. Serafino aveva al suo fianco il figlio Leonardo, giunto appositamente dall’Italia, delegato dalla sua famiglia per assistere a tale onorificenza.
Serafino Piras ha ricevuto questo riconoscimento con umiltà e gioia, riconoscendo che è anche uno stimolo a continuare a contribuire alla crescita e al consolidamento della Chiesa cattolica nella diocesi di Tete.

Nato a Villa Nova di Monteleone (Sassari), il 20 settembre 1946, dopo aver frequentato le scuole medie nel seminario dei Missionari saveriani, ancora giovane si trasferì a Milano per motivi di lavoro. Dopo alcuni anni, creò la sua propria azienda, Iter, nel settore del riscaldamento. Nel 1967 sposò Angela Piras, dal matrimonio ebbe tre figli. Molto attivo nella pastorale giovanile e nella promozione dello sport nella sua parrocchia di Santo Ambrosio di Rozzano, arcidiocesi di Milano, con la morte della moglie, nel 2004, maturò l’idea di consacrarsi a Dio e al servizio della chiesa missionaria. Frequentò il corso di teologia presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

In seguito, decise di lasciare la sua azienda, ben avviata, ai figli per dedicarsi alle missioni per tutta la vita. Partì nel 2009 per la Diocesi di Tete, in Mozambico, per lavorare presso la missione di Nossa Senhora do Carmo, a Inhangoma, un luogo isolato dove mancava quasi tutto.
Serafino ha dato tutto quello che sapeva e aveva per la sua ricostruzione dopo anni di abbandono a causa della guerra civile. Lavorò alla formazione dei catechisti e allo sviluppo dell’agricoltura, creando a questo scopo la cooperativa agricola Nossa Senhora do Carmo. Con i cristiani dei villaggi ha costruito decine di cappelle e innumerevoli aule per le scuole.

Nel 2016, su richiesta del vescovo di Tete, si trasferì a Zobuè, località priva missionari da molti anni, dove iniziò i lavori di ristrutturazione della missione e le visite alle comunità cristiane per la celebrazione della Parola domenicale, portando l’eucarestia, di cui era ministro straordinario.

Serafino Piras è insignito della Medaglia Pro Ecclesia et Pontifice dal Nunzio Apostolico in Mozambico, Mons. Luís Miguel Munõz Càrdaba, alla presenza di mons Diamantino Antunes vecovo di Tere

Oltre alla riabilitazione della canonica, della chiesa e del salone parrocchiale, Serafino continuò l’opera di costruzione di cappelle e scuole per la popolazione, nelle zone più periferiche e abbandonate della stessa missione di Zobuè.

Nel 2018 venne nella sede della diocesi, iniziando a vivere nella casa episcopale, essendogli stato affidato il lavoro di monitoraggio delle opere della diocesi e l’accoglienza degli ospiti.

In questo periodo realizzò numerosi lavori di ricostruzione e riabilitazione, in particolare del seminario a Zobuè e delle missioni storiche di Boroma, Miruro e Chiritse, tra le molte danneggiate dalla guerra di indipendenza e poi quella civile.

In questi 17 anni di vita missionaria, Serafino ha contribuito a costruire, con le proprie risorse e l’aiuto di amici, 90 cappelle e 77 aule in diversi villaggi della diocesi di Tete.

Laico missionario fidei donum, Serafino esprime, con la sua presenza di comune battezzato, un senso di sincera fraternità ispirato dal Vangelo, che non ha confini geografici, e di solidarietà nei confronti dei più poveri ai quali presta il suo servizio sia di evangelizzazione che di promozione umana. La sua vita di lavoro e di preghiera, il suo impegno, la sua totale dedizione alla vita missionaria sono esemplari per tutti e sono riconosciuti dai cristiani e dai sacerdoti della diocesi.

Senza altri interessi o pensieri, spiritualmente solido e professionalmente preparato, è un uomo molto sociale, un amico, disponibile e propositivo nel trovare soluzioni per chiunque si rivolga a lui per un aiuto. Fedele alla sua missione, ha davvero un cuore buono. Con la parola e ancor più con la vita, porta il Vangelo nelle pieghe della società mozambicana.

La medaglia Pro Ecclesia et Pontifice, istituita da papa Leone XIII nel 1888, è un riconoscimento riservato a laici e religiosi che dedicano la propria vita al servizio della Chiesa, promuovendone la missione e i valori.

L’assegnazione della medaglia è avvenuta su mia richiesta speciale al Santo Padre perché mi è parsa la maniera migliore per esprimergli la gratitudine di tutta la popolazione cattolica di Tete.

Diamantino Antunes, vescovo di Tete, 05/04/2026




Missione è consolazione

Giugno è il mese della Consolata, non solo per i torinesi e tutti i missionari e missionarie che da Lei prendono il nome, ma anche per milioni di persone che, nei quattro angoli della terra, l’hanno conosciuta.
San Giuseppe Allamano, servitore instancabile e gioioso della Madonna, aveva capito bene che dalla Consolata venivano una forza e un messaggio impossibili da confinare nelle mura di un santuario. La sua forza di consolazione spingeva fuori, incontro alle persone, specialmente le più marginali della città. Per questo il nostro fondatore si è curato, oltre che dei giovani sacerdoti a lui affidati e dei fedeli che frequentavano il santuario, anche dei carcerati, dei tranvieri, dei lavoratori, delle «servette e sartine», non solo per alimentarne la fede ma anche per promuovere ogni iniziativa che ne migliorasse le condizioni di vita. Ha sostenuto anche la stampa cattolica (sia in Francia che a Torino) e ha poi fondato nel 1899 il «periodico» La Consolata, da cui è nata questa nostra rivista, per comunicare la consolante vicinanza della Mamma di Gesù sia nelle case di Torino, che in quelle lontane dei migranti italiani in America.

Ma tutto questo, per San Giuseppe Allamano, ancora non era sufficiente: voleva fare la sua parte nel donare, come Maria, Gesù a tutta l’umanità: ecco allora la fondazione dei due istituti missionari, e l’invio, a partire dal 1902, di centinaia di evangelizzatori in Africa, poi in America e, successivamente, in Asia.

Servitori della consolazione di Maria: sono poche parole che sintetizzano non solo l’identità dei missionari e missionarie della Consolata, ma il cuore stesso della missione della Chiesa. La vera consolazione è Gesù che è testimone dell’amore di Dio per ogni uomo e per la creazione. Egli è colui che si è fatto servo, non padrone, degli uomini, affinché vivano secondo il sogno di Dio che li ha creati: custodi del creato, generatori di vita, gioia e pace, liberi da ogni schiavitù.
Consolare non è coccolare o illudere gli altri che il male non esista. È stare accanto, con amore, speranza e fede, alle persone nella realtà, spesso dura, della loro vita.

La missione della consolazione, oggi, si confronta con sfide vecchie e nuove. Vecchie come il razzismo, la povertà, l’ignoranza, la schiavitù, la mercificazione delle persone e la rapina dei beni comuni a vantaggio di pochi. Nuove come l’intelligenza artificiale, il martellamento della pubblicità, la pressione dei social, il consumismo esasperato, l’idolatria dell’io, la presunta difesa dei confini, l’attacco alla famiglia e alla vita, la smaterializzazione dei contatti e delle amicizie, il cambiamento climatico e quanto altro.

Consolare, oggi, è anche dire, assieme a papa Leone: «Beati gli operatori di pace! Guai invece a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Consolare è contestare un approccio solo repressivo e securitario ai problemi sociali, proponendone un altro che metta al centro la dignità delle persone, soprattutto di quelle più emarginate. Non si risolvono i problemi con più carceri, più muri, più rimpatri, ma con più cura delle persone, più promozione della pace, più rapporti commerciali equi.

Consolare oggi è contestare le scelte lasciate agli algoritmi e rimettere al centro quelle motivate dall’etica e dalla responsabilità personale.

Consolare diventa allora una sfida alla passività, alla rassegnazione, alla tentazione di relazionarsi con la realtà e la storia solo attraverso uno schermo, cambiando canale quando non si è contenti.

Consolare ha la sua radice nell’esperienza della risurrezione che apre orizzonti di vita e amore a tutta l’umanità. La sua energia viene dal fuoco dello Spirito della Pentecoste che alimenta l’amore come impegno e servizio con una fede forte e una speranza che sa guardare oltre le molte morti che affliggono l’umanità.

Così il 20 giugno, festa della Consolata, è il giorno nel quale rinnovare il nostro impegno per la missione, una missione nuova e creativa che sappia andare incontro alle grandi domande della vita di oggi rivelando la presenza del Signore in mezzo a noi.

padre Gigi Anataloni, direttore responsabile