Chaqra (Libano del Sud). Lo scorso 2 marzo, dopo una breve tregua (mai del tutto rispettata), sono ripresi i raid israeliani sul Libano meridionale. L’escalation degli attacchi ha portato all’occupazione e alla distruzione di 80 villaggi nel Sud del Paese, oltre un milione di sfollati e un territorio occupato di circa 600 chilometri quadrati. Il tutto è culminato con l’offensiva di maggio, mese in cui Israele si è spinto oltre il fiume Litani, arrivando a controllare anche parte del distretto di Nabatye. Approfittando del fragilissimo cessate il fuoco entrato in vigore il 26 giugno, proviamo a tornare vicino al confine o – perlomeno – ad avvicinarci il più possibile al territorio controllato da Israele. L’ultimo luogo dove ci è consentito arrivare è il villaggio di Chaqra, dove incontriamo Naiima. Lei e la sua famiglia sono stati costretti a lasciare Houla, il paesino a poche centinaia di metri dal confine israeliano, ora sotto il controllo dell’Idf. Oggi la donna vive tra Chaqra e Beirut, ospitata dai figli. Naiima era proprietaria di molti terreni coltivati a tabacco, ceci e grano. Adesso, lei e suo marito possono solo guardare a distanza quello che rimane della loro casa distrutta e dei loro terreni calpestati dai militari Israeliani.
Gli israeliani vietano (anche) i soccorsi Ad Houla, il 26 febbraio, Naiima ha perso anche suo figlio Ali. Ali, insieme a due amici, approfittava di una pausa dai bombardamenti per tornare nella sua cittadina, a cui era molto legato, e raccogliere qualche ricordo. Un proiettile israeliano lo ha raggiunto al fianco. Gli amici lo hanno riparato dentro un cratere nell’asfalto, risultato dei tanti bombardamenti precedenti. Come spesso accade, i paramedici sono stati bloccati dalle truppe israeliane che ne hanno impedito l’intervento. L’Idf ha tenuto in stallo l’ambulanza per due ore, così Ali è morto dissanguato davanti all’ospedale. I medici hanno dichiarato che, se i soccorsi fossero stati autorizzati per tempo, il ragazzo si sarebbe salvato. Naiima ci dice: «Il governo ha abbandonato il Sud e lo ha consegnato nelle mani di Israele. Ai politici interessa solo Beirut e il turismo. Non sono mai venuti qui, nemmeno per una visita. Se gli importasse qualcosa, allora combatterebbero per noi. Nemmeno ai libanesi del Nord importa di questa situazione. Per questo parlo con voi: magari, raccontando la nostra storia all’estero, anche i nostri connazionali capiranno cosa ci stanno facendo Israele e gli Usa». Quello che Naiima e molti suoi concittadini ci hanno raccontato è che, oltre all’occupazione, è in atto anche una continua distruzione delle zone presidiate. Ogni notte si odono detonazioni che fanno esplodere case, scuole e ospedali.
Naima con la foto del figlio Ali ucciso dai soldati israeliani. E Nemer, professore di agraria in pensione. Foto Angelo Calianno.
L’arma chimica per cancellare il futuro Tante sono anche le testimonianze, da noi raccolte, sull’uso del fosforo bianco, impiegato soprattutto per devastare i terreni coltivati. A questo proposito incontriamo Nemer, professore di agraria in pensione. Ad Houla aveva casa e riserve per l’agricoltura. Anche lui si è trasferito dall’altra parte della collina, a Chaqra. Nemer ha portato con sé quello che poteva e ha sistemato il resto in un vecchio magazzino preso in affitto. Quando arriviamo da lui, il suono dei droni israeliani si fa più intenso, li osserviamo scendere di quota. Ci racconta: «Siamo tutti preoccupati; viviamo in costante tensione. Israele non ha occupato solo Houla e gli altri villaggi: anche metà di Chaqra è stata distrutta. Voi ora siete qui ed io ho paura per voi, anche i giornalisti sono diventati ormai un bersaglio». Nemer ci spiega dei danni che il fosforo bianco provoca ai terreni: «Il problema è che, in grande quantità, il fosforo distrugge tutto. Ci vogliono oltre dieci anni perché si possa tornare a piantare qualcosa e, inoltre, servono trattamenti fertilizzanti molto costosi, costi che nessun libanese può sostenere». La regolamentazione internazionale dell’uso del fosforo bianco è molto lacunosa. Secondo il Protocollo III stilato dalle Nazioni Unite nel 1980, il fosforo bianco rientra nelle categorie delle armi incendiarie. In quanto tale, il suo impiego non è vietato, ma è ristretto: non può essere usato direttamente su civili o su aree densamente popolate. Questa limitazione consente, comunque, a Israele di impiegarlo liberamente nelle zone occupate o nelle valli confinanti per distruggere le coltivazioni. Israele non si è mai preoccupato troppo del coinvolgimento della popolazione civile, anche perché le aree in questione sono considerate «non densamente popolate». Mentre torniamo verso la capitale, il presidente libanese Aoun si trova in visita alla Casa Bianca per presentare un piano di disarmo di Hezbollah; in cambio si chiede un graduale ritiro delle truppe israeliane dal Paese. Per chi vive qui, però, questi accordi sono sempre e solo a beneficio di Beirut e delle città del Nord. Ad oggi, nel Sud, nessuna truppa israeliana ha lasciato le zone occupate. Dal 2 marzo 2026, in Libano, sono rimaste uccise 4.328 persone.
Angelo Calianno
Libano. Droni, macerie e annunci
Beirut. Donald Trump ha annunciato la fine della tregua con l’Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha commentato: «Sono feccia. Sono malati, sono guidati da gente malata. Per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo avere a che fare con loro». Oltre alle preoccupazioni suscitate da queste dichiarazioni, molti temono che, ai bombardamenti sull’Iran, seguiranno nuovamente quelli sul Libano. Per questo, subito dopo l’annuncio di Trump, siamo tornati a Dahieh, il quartiere Sud della capitale libanese e roccaforte di Hezbollah, per parlare con chi vi vive.
Nel quartiere di Hezbollah Per entrare a Dahieh e poter lavorare, abbiamo bisogno dell’autorizzazione di Hezbollah e di essere accompagnati da una loro scorta. È ancora altissima la paura che video e fotografie possano essere usati da Israele come fonti di intelligence. L’ennesima minaccia di Trump riecheggia in tutto il quartiere. Il video con la sua dichiarazione lo si ascolta per strada nei video riprodotti dai cellulari e sugli schermi delle televisioni nei caffè. Dahieh, in assoluto la parte di Beirut più bersagliata da Israele negli ultimi due anni, fa molta fatica a riprendersi. Sono centinaia, ancora, i palazzi crollati. Alcune esplosioni hanno lasciato veri e propri crateri al centro del quartiere. Il suono dei droni israeliani, che sorvolano la città, non ha praticamente mai taciuto dal 2023. Approfittando della tregua di questi giorni, gli abitanti di Dahieh hanno cominciato a liberare le strade ricoperte dalle macerie. I più determinati hanno anche riaperto le proprie attività, come alcuni barbieri e ristoranti.
Il ristorante di Paul Proprio in uno dei ristoranti, in una delle parti più devastate del quartiere, incontriamo Paul. Paul ha vissuto molti anni in Sudafrica. Dall’inizio degli attacchi nel 2023 ha deciso di tornare a Beirut per essere di sostegno alla sua famiglia. Negli ultimi due anni ha dovuto ricostruire il suo locale molte volte: l’ultima dopo gli attacchi di marzo che ne avevano completamente distrutto la facciata. Gli chiediamo com’è vivere qui oggi, sempre con la costante minaccia di un attacco e il suono incessante dei droni. «Ci siamo talmente abituati a questo rumore che – dice sorridendo – non ci facciamo più caso. Anzi, ci sembrerebbe ormai strano non sentirlo più. Ovviamente sto scherzando: è tremendo. Quello che non viene raccontato è che, in Libano, abbiamo avuto un forte incremento nell’uso di ansiolitici, proprio a causa di questa pressione continua che ci mette Israele, anche con questo perenne rumore di sottofondo. Abbiamo bisogno che il nostro governo ci protegga, ma non fanno nulla: parlano e basta. Per questo noi supportiamo la resistenza libanese; per questo noi siamo con Hezbollah. Non lo dico perché io sono musulmano. Anche i cristiani, i sunniti, i drusi, tutti appoggiano la resistenza. Senza di loro, credo che Israele verrebbe qui e si prenderebbe tutto».
Un ragazzino mostra un ritratto di Khamenei durante la cerimonia funebre dell’8 luglio, a Beirut. Sono stati tantissimi i giovani presenti alla commemorazione. Hezbollah ha molti piani e attività per affiliare all’organizzazione i ragazzi a partire dall’infanzia. Foto Angelo Calianno.
La posizione dei cristiani A proposito della comunità cristiana, in realtà molto spesso in conflitto con Hezbollah e molto cauta nel prendere posizioni nette contro il proprio governo, negli ultimi giorni è tornata a farsi sentire. All’inizio di luglio, il primo ministro israeliano Netanyahu, in un’intervista a Fox News (emittente statunitense praticamente controllata dalla giunta Trump), aveva dichiarato che alcuni villaggi cristiani, del Sud del Libano, avrebbero chiesto di essere annessi a Israele per essere protetti dagli attacchi di Hezbollah. La smentita della comunità cristiana è stata fermissima: i sindaci di molti villaggi del Sud del Paese hanno accusato Netanyahu di essere un bugiardo, ribadendo lealtà all’identità e alla bandiera libanese e affermando di non aver mai chiesto protezione o annessione a Israele. Hana Daher, sindaco di Qlayaa, paese cristiano proprio al confine con Israele, ha dichiarato: «Abbiamo fatto tutto quello che ci hanno chiesto; non hanno nessuna scusa per entrare. Noi non vogliamo né Israele né Hezbollah: che si uccidano tra di loro e ci lascino fuori». All’interno del mausoleo dedicato a Nasrallah, discutiamo con alcuni uomini riguardo a queste ultime dichiarazioni di Netanyahu. Ci dicono chiaramente che sono menzogne: «Dopo tutto quello che ha fatto Israele, nessuno chiederebbe di essere annesso a loro, anche se è contro Hezbollah. Il gioco di Usa e Israele è sempre lo stesso: vogliono dividerci dall’interno perché non riescono a sconfiggerci. Ma quello che Trump e Netanyahu non hanno capito è che le loro parole hanno l’effetto contrario. Non abbiamo nessun dubbio che saremo noi a vincere».
Come in tutte le cerimonie religiose sciite, i partecipanti al funerale a Dahieh erano divisi per settori: uomini, donne e bambini. La foto mostra la parte dedicate alle donne. Oltre ai ritratti di Khamenei e alle bandiere iraniane, molte di esse mostrano le foto di alcuni uomini: sono i propri figli morti negli scontri con Israele e ora considerati martiri. Foto Angelo Calianno.
Alla cerimonia funebre Oggi – 8 luglio – per Dahieh, e per tutta la comunità sciita libanese, è un giorno speciale. Dopo essere stato celebrato in Iran e in Iraq, anche qui, a Beirut, si svolgerà la cerimonia funebre in onore di Sayyed Ali Khamenei, una delle figure più influenti dell’Iran contemporaneo. Entriamo nel cortile allestito per la cerimonia insieme a migliaia di persone provenienti da tutto il Libano. Sfilano indossando le sciarpe di Hezbollah, mostrano le foto dei propri cari rimasti uccisi e ora martiri, le bandiere dell’Iran, le foto di Nasrallah e, ovviamente, quelle di Khamenei. La cerimonia si apre con i canti e la lettura di alcuni passi del Corano. Sul palco si avvicendano vari sostenitori di Hezbollah, ma il momento che tutti aspettano è l’intervento di Naim Qassem, l’attuale segretario generale di Hezbollah. Qassem appare sul grande schermo con un video messaggio registrato da una località segreta; la sua immagine viene accolta da cori e urla di gioia. Tra le acclamazioni dalla folla, dice: «I tiranni americani, con Israele come loro strumento, hanno provato a privare gli iraniani della propria libertà. Hanno fallito. L’America è ingannevole, l’America è un potere coloniale. Sta gravando sul Libano solo per servire gli interessi di Israele. Quando mi chiedono: perché mantenete i rapporti con l’Iran? La mia risposta è semplice: noi beneficiamo del rapporto con loro. Ma chiedo a voi invece: perché mantenete le relazioni con gli Usa? Relazioni con chi vi umilia, vi opprime e prende il vostro senza darvi nulla in cambio». Il bersaglio di queste ultime dichiarazioni è il governo libanese, accusato di essersi compromesso con gli Stati Uniti e di aver consegnato il Sud nelle mani di Israele. Il leader di Hezbollah chiude il suo discorso dicendo: «Non c’è nessuna soluzione accettabile se non quella del ritiro incondizionato di Israele dalla nostra terra».
Angelo Calianno, da Beirut
Libano. Senza pietà
È passato quasi un mese dalla dichiarazione del «cessate il fuoco» tra Israele ed Hezbollah, entrata in vigore ufficialmente lo scorso 17 aprile. Nonostante questo, secondo i dati riportati da Al Jazeera, ci sono state oltre 300 violazioni da parte di Israele nel Sud del Libano.
Nelle ultime 48 ore, l’esercito israeliano (tristemente famoso con l’acronimo di Idf) ha esteso l’ordine di evacuazione fino a Nabatiyeh, superando – quindi – anche la linea a Nord del Litani. Intanto, nell’area a Sud del fiume, tra il 9 e il 10 maggio, i soldati israeliani hanno ucciso 87 persone. Nelle ultime 24 ore, sono stati più di cento gli attacchi, tutti concentrati nel Sud del Paese.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, dal 2 marzo 2026 sono più di un milione e 600mila i libanesi che hanno dovuto abbandonare le proprie case. Oltre 2.800 sono i morti, ma il numero delle vittime continua a crescere giorno dopo giorno.
La giornalista anglo-libanese Hala Jaber, oggi corrispondente per Middle East Eye, ha scritto sul suo profilo su X: «Sta diventando sempre più difficile raccontare la guerra di Israele in Libano, quando la cronologia degli eventi inizia a sembrare meno un reportage giornalistico e più un necrologio quotidiano per la propria gente. Bambini, donne, padri, intere famiglie, medici, villaggi e città rase al suolo: le uccisioni sono incessanti».
Tel Aviv, pur avendo ridotto gli attacchi verso la città di Beirut, non ha mai smesso di attaccare il Sud, soprattutto lungo la linea di confine stabilita dall’Onu nel 2000, ma mai riconosciuta dal governo Netanyahu. Oggi, Israele giustifica le proprie azioni appellandosi a una clausola, avallata da Donald Trump, menzionata nell’accordo sul cessate il fuoco: Israele può decidere di attaccare a propria discrezione, nel caso si senta minacciata da azioni di Hezbollah. Nonostante i villaggi e le città lungo la linea di confine siano stati completamente evacuati, l’esercito israeliano continua a distruggere e, in seguito, a occupare sempre più territori al di là della propria linea di competenza.
Ancora un’immagine di Yaroun: quello che rimane di un quartiere a poche centinaia di metri dal confine Israeliano. Foto Angelo Calianno.
Abbiamo raggiunto una delle tante famiglie (che avevamo già seguito e intervistato per Missioni Consolata) nella città di Yaroun, ora completamente distrutta. Ci raccontano: «Appena entrato in vigore il cessate il fuoco, abbiamo provato a entrare nel nostro villaggio, non per viverci – questo non ci è più permesso –, ma solo per recuperare alcuni oggetti, ricordi, fotografie. Quando siamo arrivati, ci hanno sparato addosso; abbiamo dovuto fuggire. Il rischio di tornare, anche per raccogliere poche cose, è troppo grande».
Secondo le ultime stime dell’Onu, Israele ha esteso il suo confine di oltre 10 km, occupando 66 tra villaggi e città, e instituendo quella che ha definito una zona di sicurezza: la «yellow line» (linea gialla).
L’Idf spara ai giornalisti: la storia di Amal Khalil Ogni giorno, i giornalisti libanesi denunciano che questa nuova linea di demarcazione sia semplicemente il primo passo verso l’istituzione di nuove colonie (come in Cisgiordania). Una di queste giornaliste era Amal Khalil, rimasta uccisa durante un attacco israeliano. In ordine cronologico, soltanto l’ultima vittima tra i reporter: la nona dal marzo 2026.
Il 22 aprile, alle 14:30, sulla strada verso la cittadina di Bint Jbeil, un drone israeliano sorvolava le uniche due auto visibili nel raggio di chilometri.
Nella prima vettura c’erano due uomini di ritorno verso la propria casa: Mukhtar Nabil Bazzi e Mohammed Hourani. Sulla seconda, la giornalista libanese Amal Khalil e la fotografa Zeinab Farraj. All’altezza del villaggio di Al-Tayru, un drone israeliano colpiva la prima macchina: Mukhtar e Mohammed morivano sul colpo. L’onda d’urto dell’esplosione e le schegge investivano il veicolo delle due reporter, che riuscivano a rifugiarsi in una casa poco distante. I bombardamenti continuavano; le due donne rimanevano bloccate per oltre due ore. Amal telefonava per cercare soccorso, chiamava il rappresentante locale dell’esercito libanese e i propri parenti.
Dopo circa mezz’ora, un’ambulanza della Croce Rossa raggiungeva il luogo dell’attacco, ma l’intervento dei soccorsi era bloccato dal fuoco di sbarramento e dai razzi dell’Idf. Alle 16:00, dopo vari tentativi e sotto il fuoco dei militari israeliani, gli uomini della Croce Rossa riuscivano a raggiungere le giornaliste. Zeinab veniva portata in salvo, ferita; per Amal Khalil era troppo tardi. Il suo corpo veniva recuperato solo molte ore dopo, alla fine dei bombardamenti.
Il giorno successivo, erano centinaia i post sui social media, soprattutto da parte dei colleghi giornalisti, che condannavano e denunciavano l’ennesimo attacco di Israele ai danni di una reporter. Sui propri canali, l’Idf negava prima di aver attaccato le giornaliste di proposito, affermando di aver notato due auto ritenute sospette uscire da un magazzino di Hezbollah. Poco dopo, sempre sul proprio canale ufficiale, l’Idf pubblicava una foto che mostrava Amal Khalil con esponenti di Hezbollah. Il giorno dopo, Israele dichiarava che la foto in questione era stata generata, «a loro insaputa», dall’intelligenza artificiale.
Amal Khalil aveva 42 anni, era cronista da 26 anni e, dal 2006, lavorava per Al-Akhbar. Soprattutto negli ultimi tre anni, il giornale focalizzava il proprio lavoro denunciando le violazioni di Israele in Libano e, per questo, era considerata dall’Idf un’organizzazione di propaganda di Hezbollah. Amal Khalil riceveva intimidazioni da Israele già da due anni. Nel 2024, durante un’intervista, dichiarò di aver ricevuto minacce di morte attraverso telefonate provenienti da numeri israeliani. Le intimidazioni l’avvisavano di lasciare il Sud, altrimenti le avrebbero distrutto la casa e l’avrebbero decapitata. Nella maggior parte delle telefonate, una voce maschile ripeteva: «Sappiamo dove sei. Quando sarà il momento, arriveremo a te». Durante uno dei suoi ultimi reportage, Amal Khalil scriveva: «Voglio sfatare questa narrativa del nemico che dice di colpire solo siti militari. Lo faccio mostrando le prove dei bombardamenti contro le case, le fattorie, l’uccisione dei civili e dei bambini. Attraverso il mio lavoro, cerco di essere solidale con questa gente, la gente della nostra terra».
Una foto della città vecchia di Bhaktapur; fondata nell’VIII secolo, fu capitale tra il XII e il XV secolo; nel periodo di massimo splendore, durante il regno di Bhupatindra Malla, la città ospitava 172 tra templi e monasteri, sia buddhisti che induisti. Foto Angelo Calianno.
Il turismo internazionale non basta per far uscire il Paese dalla miseria. Milioni di nepalesi sono costretti a emigrare, anche per occupazioni particolari come combattere nelle fila dell’esercito russo. Nell’ultimo anno, i giovani si sono però ribellati per esigere una vita diversa.
Kathmandu. Manca un mese alle elezioni quando – a febbraio – arriviamo nella capitale nepalese. Le strade sono un brulicare di automobili, risciò e soprattutto motociclette, il mezzo di trasporto preferito dai nepalesi. Per strada, data l’elevatissima concentrazione di smog, è quasi sempre necessario indossare una mascherina.
Kathmandu è il cuore della nazione, con oltre 1,7 milioni di abitanti in costante aumento nel contesto di una popolazione complessiva di circa 29 milioni. La città è stata completamente ricostruita dopo il terremoto del 2015 che, con una magnitudo di 7,8, con quasi 9mila morti e decine di migliaia di sfollati, è stato il più devastante della storia nepalese. La ricostruzione è stata un processo lungo e costoso. Tanti sono stati gli aiuti provenienti dall’estero, denaro soprattutto destinato alla ristrutturazione degli edifici storici e di culto. Nei pressi di Durbar Square, nel centro storico di Kathmandu, è facile imbattersi in cartelli con la scritta «China Aid», testimonianza delle donazioni del governo cinese. La Cina ha contribuito in maniera significativa alla riedificazione inviando quasi 500 milioni di dollari. Tuttavia, gli aiuti si sono concentrati solo sui centri di interesse storico e turistico, lasciando i villaggi nelle zone rurali con ancora visibili tutti i segni della devastazione.
Fatta eccezione per i pellegrini che si recano al Budhanath Stupa – uno dei principali monumenti al mondo per i buddhisti e miracolosamente rimasto quasi intatto dopo il terremoto -, in Nepal, a febbraio non sono ancora arrivati i visitatori stranieri. La stagione turistica comincerà a marzo, praticamente in concomitanza con le elezioni parlamentari. I possibili scontri a ridosso delle votazioni preoccupano non poco gli operatori turistici. Gli introiti maggiori del Paese, infatti, provengono principalmente dal turismo di montagna, soprattutto quello legato alle escursioni verso l’Everest.
Partecipare a una spedizione è un’attività per nulla economica. Il costo totale per provare a raggiungere la vetta, partendo dal campo base, va dai 40mila agli 80mila dollari a persona, a seconda dell’agenzia alla quale ci si affida. Il prezzo raggiunge anche i 100mila dollari se la guida è occidentale. Di questa cifra, lo Stato incassa 15mila dollari per il permesso di scalata.
Considerati questi numeri, quasi tutta l’economia gira attorno al turismo. Chiunque qui, dal titolare del negozio di souvenir all’autista di taxi, proporrà un proprio contatto che si occupa di organizzare viaggi verso le vette delle montagne più ambite. Moltissimi dei giovani, presenti durante le manifestazioni di protesta di settembre 2025, lavorano come guide o portatori.
La politica, un impegno elitario
Camminando per le strade di Kathmandu, non vediamo alcun poster che raffiguri le foto dei candidati, nessuno che distribuisca volantini elettorali o qualcosa che possa farci capire che presto si andrà alle urne. Una persona ci spiega: «Non è usanza nepalese fare una campagna elettorale come quelle che fate in Occidente. Qui è più discreta. Alcuni candidati vanno casa per casa, oppure, al massimo, ci sono piccoli comizi di quartiere, ma non vedrai mai la città tappezzata di foto e volantini. Nelle zone rurali, e in quelle di montagna, se non ci fosse qualcuno ad avvisarli, nessuno saprebbe nemmeno che a breve ci saranno le elezioni».
La nostra ricerca, per comprendere meglio quello che potrebbe accadere, parte dai protagonisti delle rivolte di settembre, quelli che oggi dovrebbero essere la nuova speranza per il Nepal.
Davanti a quella che era la sede del Parlamento, ora chiusa a causa della devastazione durante le proteste, incontriamo Jagat B.K.. Ha 28 anni, è un medico che da tre anni lavora in Florida, negli Usa. Come molti nepalesi, nel settembre 2025 si trovava nel proprio Paese in vacanza per partecipare al festival religioso del Dashain, la festività induista più importante del Nepal. Dopo le proteste, B.K. ha deciso di non tornare negli Stati Uniti e di rimanere qui per contribuire, con l’attivismo, a quello che sarà il futuro del suo Paese.
Quando lo intervistiamo ha appena terminato un colloquio con Sushila Karki. «Ho incontrato la prima ministra per chiedere la possibilità di posticipare le elezioni. Questa richiesta è qualcosa a cui aderiscono molti nepalesi. Per noi non ci sono le condizioni per votare ora. Bisognerebbe prima di tutto cambiare il sistema elettorale e vigilare sulla compravendita dei voti. Inoltre, in Nepal candidarsi costa 10 milioni di rupie nepalesi (circa 58mila euro). In un Paese dal reddito così basso, vuol dire che la politica diventa un’esclusiva per un ristretto gruppo d’élite.
Quello che è accaduto a settembre credo fosse inevitabile. Era solo una questione di tempo. La corruzione aveva raggiunto livelli troppo alti. L’ostentazione della ricchezza dei figli della politica, e l’oscuramento dei social media, sono stati la scintilla decisiva. Personalmente, non avrei mai detto che la protesta potesse raggiungere il livello che ha toccato. Pensavo sarebbe stata una normale manifestazione come tante ce n’erano già state in passato.
Ero lì quando la polizia ha cominciato a sparare, sono stato testimone di tutto. Da medico, sono subito andato a soccorrere i feriti. A tantissimi ho praticato un primo soccorso e, con l’aiuto di altri ragazzi, abbiamo portato i feriti in ospedale. A un certo punto, non facevamo altro che fare la spola tra il luogo degli scontri e il pronto soccorso, siamo andati avanti così per tutto il giorno. Ma devo dirvi che la violenza non è partita né dagli studenti né dai gruppi organizzati dei manifestanti. Chi ha attaccato le forze dell’ordine, e poi fomentato la folla, è stato il gruppo dei Tob (Tibetan origin blood). Sono stati loro, a bordo di motociclette e con il volto coperto, a tentare di sfondare le barricate della polizia, soprattutto nel secondo giorno di proteste. Basta guardare i video in internet per poterlo constatare».
I Tob, a cui fa riferimento B.K., in questi giorni sono oggetto di molte controversie. I Tibetan origin blood sono una sorta di associazione culturale di Kathmandu, in particolare formata da motociclisti che hanno in comune origini tibetane. La maggior parte di loro però è nata in Nepal da famiglie arrivate nel Paese due o tre generazioni fa. Il gruppo si è formato ufficialmente nel 2024 e si è sempre occupato di organizzare concerti e attività sui social media. I Tob si sono sempre dichiarati estranei alla politica, affermando di non avere nessun legame con il movimento «Free Tibet». Tuttavia, sono in tanti a sospettare che il gruppo sia stato finanziato da qualche partito politico di opposizione per creare caos, e favorire la caduta del Governo. La Polizia ha aperto formalmente un’indagine a riguardo. Sono stati interrogati diversi membri di spicco del Tob, in particolare uno dei suoi leader, Tenzin Dawa. A oggi, non è stata trovata nessuna prova a sostegno delle accuse.
La coordinatrice del «GenZ front»
Una delle protagoniste delle manifestazioni di settembre, apparsa anche su diverse riviste, è la giovane attivista Rakshya Bam, coordinatrice del movimento: GenZ front.
Già prima delle proteste che hanno fatto cadere il Governo, Rakshya era nota all’opinione pubblica per la sua lotta contro la violenza di genere, e a sostegno dei diritti dei venditori ambulanti (una delle leggi dell’ultimo Governo vietava la vendita per strada di prodotti agricoli, nonostante per tantissime persone delle zone rurali quest’attività rappresenti l’unica fonte di sostentamento).
Quando la incontriamo, Rakshya ci racconta: «La protesta, prima di essere portata per le strade, è nata sui social. I ragazzi della generazione Z hanno cominciato a esporre e condividere i post dei figli dei politici con l’hashtag: #NepoKids, ovvero ragazzi/figli del nepotismo. Quelle immagini hanno suscitato nervosismo, tensione e indignazione. Il blocco dei social media, poi, ha fatto il resto. Dovete comprendere che, per una generazione che vive sui social media, il loro oscuramento è a tutti gli effetti una violazione della libertà d’espressione. Il Governo ha sottovalutato la forza dei giovani. Lo ha fatto anche la polizia, che si è trovata totalmente impreparata nel fronteggiare una folla così numerosa».
Quando le chiediamo come mai si è arrivati a un tale livello di violenza, ci risponde: «La violenza non è qualcosa che ha riguardato il nostro gruppo o gli studenti, anzi. Io sono stata tra quelle che hanno invitato la gente ad andare a casa, perché ho capito che la situazione stava diventando troppo pericolosa. Le violenze sono partite da questi gruppi di motociclisti a volto coperto, persone che, ancora oggi, non sono state identificate».
Rakshya conclude: «Io sono d’accordo con le elezioni anticipate. Il voto è l’unico mezzo con cui possiamo davvero cambiare qualcosa. La cosa più importante è che il prossimo governo sia stabile, che lotti contro la corruzione e che avvii indagini su tutta quella parte di politica corrotta che ci ha portati fino a questo punto».
Prima di salutarci, Rakshya ci confida di essere stata avvicinata da alcuni partiti con una proposta di candidatura: le hanno chiesto di essere uno dei nuovi volti del Nepal. La giovane attivista ha rifiutato dicendo di non sentirsi ancora pronta e di non avere la giusta esperienza. In ogni caso, Rakshya vede un suo possibile futuro in ambito politico.
Un venditore nella piazza di Durbar Square, nel centro di Kathmandu; alle sue spalle, l’hotel Sugat che, negli anni ’70, è stato uno degli alloggi più popolari tra i viaggiatori che arrivavano in questo Paese. Foto Angelo Calianno.
Chi ha assassinato 76 manifestanti?
Oggi, delle tensioni di settembre rimangono le macerie dei luoghi attaccati nel centro di Kathmandu: centri commerciali legati alle caste politiche ed edifici come l’hotel Hilton, incendiato per essere di proprietà di una delle famiglie che governavano il Paese.
Non lontano da quello che rimane dell’hotel, incontriamo Bhawani, giovane nepalese che, da settembre, capeggia un gruppo di ragazzi e ragazze che dormono in tenda presidiando uno spazio pubblico in segno di protesta. Questi giovani, dal 19 gennaio, sono in sciopero della fame per chiedere giustizia per le 76 vittime uccise durante gli scontri.
Così come Jagat B.K., anche Bhawani è del parere che queste elezioni dovrebbero essere posticipate: «Non possiamo avere delle elezioni se prima non si farà luce su chi ha ucciso i nostri 76 compagni. Dopo mesi, non abbiamo ancora risposte. Inoltre, per noi non si possono avere delle votazioni se prima non otterremo quello che chiediamo al Governo: che siano rilasciati gli attivisti in carcere e puniti coloro che hanno assassinato i manifestanti; che siano indagati i politici corrotti e stabilita un’elezione diretta del Primo ministro; che siano previsti nuovi emendamenti costituzionali o riscritta completamente la Costituzione; che venga assicurata la possibilità di votare a chi vive all’estero».
Uno dei punti fondamentali che tutti lamentano, infatti, è la questione delle migliaia di giovani che, a marzo, non potranno votare perché vivono in altri Paesi.
La prostituzione
Il Nepal non prevede nessuna modalità di voto a distanza. Per le elezioni di marzo sono stati stimati circa 19 milioni di votanti. Si è registrato, in questi anni, che i nepalesi all’estero sono quasi il 10% degli aventi diritto al voto. Questa cifra non comprende chi è emigrato illegalmente, cosa molto comune per tanti lavoratori che partono, soprattutto verso Emirati arabi uniti, Arabia Saudita e Malaysia. Secondo la rivista dell’organizzazione non governativa Nepal economic forum, il numero dei migranti irregolari supererebbe addirittura il 20% dell’elettorato nepalese. Una ricerca, della stessa organizzazione, stima in centinaia di migliaia le persone che, ogni anno, attraversano i confini senza documenti.
Una tristissima realtà che riguarda spesso chi è costretto a lasciare il Nepal per cercare un futuro migliore, è quella della prostituzione legata alla tratta di esseri umani. Le organizzazioni Save the Children e l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) hanno stimato che, ogni anno, siano quasi diecimila le ragazze minorenni nepalesi che finiscono nei bordelli indiani.
Sono state diverse le inchieste giornalistiche, soprattutto del network Asia News, che hanno raccolto queste storie.
Negli articoli si menziona l’altissima richiesta, da parte degli indiani, di ragazze nepalesi per la loro esoticità e il colore della pelle, più chiaro rispetto a quello delle ragazze indiane. Sempre secondo i reportage, questo farebbe aumentare del doppio il «valore» delle prostitute. La maggior parte di loro proviene dai villaggi più poveri e remoti del Paese, vengono vendute dalle proprie famiglie per saldare debiti, oppure ingannate con promesse di lavoro e di una vita migliore.
Una veduta del cuore della città vecchia di Kathmandu attorno a Durbar square; la piazza Durbar è stato uno dei luoghi più danneggiati dal terremoto del 2015; oggi, soprattutto grazie ai fondi Unesco e aiuti dalla Cina, tutti i monumenti sono stati ricostruiti. Foto Angelo Calianno.
I «Gurkha» e l’esercito britannico
Durante le nostre ricerche, siamo anche venuti a conoscenza di un altro tipo di migrazione, quasi sconosciuta ai media: quella dei ragazzi nepalesi che fuggono verso la Russia. Si tratta di giovani che, per denaro, passano il confine arruolandosi nelle file dell’esercito russo e vengono mandati a combattere in Ucraina.
Dopo molti tentativi di contatto e molte risposte negative a causa del loro timore di essere scoperti, siamo riusciti a incontrare alcuni di loro.
Ram (nome di fantasia) ci racconta: «Io stavo per finire il mio servizio nell’esercito, quando sono stato avvicinato da un “broker” che mi ha proposto di andare a combattere per i russi. Uno stipendio base per un soldato in Nepal è di 200-250 dollari al mese. I russi mi hanno offerto più di 2mila dollari. Una volta arruolati, ci viene dato un bonus che, a seconda della nostra competenza o specializzazione, può raggiungere anche 20mila dollari. In più, dopo un anno di missioni, ci promettono anche un passaporto russo. Tutti i soldi che guadagniamo li mandiamo a casa per sostenere le nostre famiglie».
I soldati nepalesi sono molto ricercati da Mosca per il loro particolare addestramento. I combattenti vengono chiamati Gurkha, come i guerrieri tradizionali della regione del Gorkha, nel Nepal centrale, tra Kathmandu e Pokhara. Per anni, i soldati nepalesi hanno combattuto anche nelle file dell’esercito del Regno Unito, partecipando a guerre nelle Falkland, in Iraq e in Afghanistan.
Secondo un’inchiesta di Al-Jazeera, ogni anno circa 20mila nepalesi presentano domanda per entrare nelle forze speciali britanniche. Di questi, ne vengono assunti soltanto trecento.
Sul fronte ucraino (per denaro)
Considerando la pesante situazione economica interna e la grave carenza di soldati russi sul fronte ucraino, negli ultimi anni il fenomeno dei combattenti nepalesi è aumentato in maniera esponenziale. Prima di cadere, il Governo segnalava circa duecento soldati nelle file dell’esercito di Mosca. Fonti non ufficiali, però, parlano di oltre 15mila persone arruolate sin dall’inizio della guerra.
Dopo diverse ricerche, riusciamo a raggiungere un altro ex soldato che ha voglia di raccontarci la sua storia. Il suo nome è Dawa, ha 26 anni e, dopo essere stato ferito in Ucraina, si è rifugiato in Giappone. «Una volta finiti gli studi, cercavo un modo per sostenere economicamente la mia famiglia, ma, in Nepal, è molto difficile trovare lavoro. Nel mio villaggio, ho conosciuto una persona che mi ha parlato della possibilità di potermi arruolare. Insieme, allora, abbiamo contattato un agente su TikTok. Questa persona ci ha detto che avremmo guadagnato circa 2mila dollari al mese e ci ha anche rassicurato che non saremmo mai stati mandati in prima linea, tuttalpiù avremmo lavorato nelle retrovie per occuparci di logistica.
Una volta arrivato a Mosca, con un visto turistico, sono rimasto alcuni giorni in un hotel indicatomi dall’agente e poi sono stato mandato in un campo d’addestramento. Lì ho trovato gente proveniente da tutto il mondo: India, Cina, Giappone, Africa, Bangladesh e anche Stati Uniti. Ho cominciato il mio lavoro nelle squadre di salvataggio. Ovunque c’era dolore e tristezza. Ho visto montagne di corpi accatastati, soldati che avevano perso gli arti o che erano impazziti. Dopo quelle scene, pian piano ho perso la speranza di sopravvivere a quella guerra. A un certo punto, hanno cominciato a scarseggiare i ricambi dei soldati per la prima linea e, così, mi hanno mandato al fronte. Il giorno prima della partenza, ho chiamato mia madre dicendole che molto probabilmente non sarei più tornato. In un’imboscata, sono stato ferito gravemente a una gamba. Nonostante la mia ferita fosse grave e non del tutto guarita, dall’ospedale da campo venivo rispedito continuamente al fronte. In quei giorni ho cominciato a pensare a qualche modo per fuggire. Tutti i miei amici erano morti, ho capito che sarei morto anche io se non me ne fossi andato. Così mi sono messo in contatto con un altro agente, questa persona aveva già aiutato altri nepalesi a scappare dalla guerra. Grazie al suo aiuto, ancora gravemente ferito e senza documenti, sono riuscito a fuggire».
Quando chiediamo a Dawa se è valsa la pena arruolarsi per denaro, ci risponde: «Oggi penso che non sarei mai dovuto partire. Sarei dovuto rimanere nel mio villaggio e lavorare nella fattoria di famiglia. Vi rilascio questa intervista anche per dire a tutti quelli che pensano di arruolarsi, assolutamente di non farlo».
L’arruolamento nelle file dell’esercito russo è illegale, per questo è impossibile trovare statistiche certe. Parlando, però, con le famiglie dei combattenti, si capisce che sono tantissimi quelli che non sono più tornati.
Jeena e sua figlia Smriti (in piedi); Jeena mostra l’ultima lettera ricevuta da suo marito, in carcere in Ucraina. Foto Angelo Calianno.
Storia di Ishwor
Ishwor è un uomo di 39 anni, ex soldato nepalese attualmente detenuto in un carcere ucraino. Nella periferia di Kathmandu incontriamo sua moglie Jeena e sua figlia Smriti, di 13 anni.
Jeena racconta: «Ishwor è andato a combattere nel 2023. È entrato in Russia con un visto turistico e, dopo due mesi di prove, lo hanno arruolato. Nei primi mesi, ci inviava regolarmente denaro, dopodiché, non abbiamo più avuto sue notizie. Insieme, con altre cinquanta famiglie a cui è capitata la stessa cosa, siamo andate a chiedere aiuto al ministro degli Esteri e all’ambasciata russa, ma senza successo. Siamo riuscite a ottenere qualche informazione solo grazie alla Croce Rossa internazionale, i loro operatori sono riusciti a trovare mio marito rintracciandolo in un carcere ucraino.
Un giorno mi è arrivata una lettera, ho riconosciuto la sua calligrafia e ho capito che mio marito era davvero vivo. Non ci credevo, sono quasi svenuta dall’emozione. Gli è permesso scrivere, in un limitato spazio, su di una lettera che poi ci viene consegnata dalla Croce Rossa. Qui è durissima senza di lui, non abbiamo soldi. Io cerco di fare tanti lavori per far studiare mia figlia, ma non scrivo mai nulla di queste cose nelle mie lettere. Dico sempre a mio marito che va tutto bene e che vogliamo solo che torni presto a casa. In ambasciata ci hanno detto che potrebbe essere presto rilasciato, grazie a un’operazione di scambio tra prigionieri, ma non ho più saputo nulla a riguardo e non ricevo lettere da novembre».
Prima di cadere, il governo di Kathmandu aveva fatto pressione su Mosca per fermare questi arruolamenti illegali. Nonostante le promesse, la Russia continua a far finta che questa situazione non esista. Di recente, sono stati scoperti diversi canali, su TikTok e Telegram, tramite i quali diventa sempre più semplice entrare in comunicazione con i broker e avviare le procedure di arruolamento.
Angelo Calianno
Un cartello di China Aid, l’organizzazione di Pechino che ha finanziato la ricostruzione dopo il terremoto del 2015. Foto Angelo Calianno.
Dal 2008, il Nepal è una repubblica parlamentare federale. Fino a quella data, il Paese era stato retto da una monarchia assoluta, caduta dopo una guerra civile scatenata da gruppi di ideologia maoista. Oggi il potere esecutivo spetta al Primo ministro, mentre quello legislativo e giudiziario sono separati. Si vota normalmente ogni 5 anni, ma le proteste della «Generazione Z» di settembre 2025 hanno portato allo scioglimento del Parlamento e alle elezioni anticipate dello scorso 5 marzo 2026.
Il Nepal ha un panorama politico estremamente frammentato. Attualmente sono registrati 120 partiti, 68 di questi hanno presentato una propria candidatura alle elezioni. Nuovi partiti nascono e muoiono in continuazione, oppure si assiste ad alleanze e scissioni dei gruppi storici.
In Nepal è assente una corrente politica che, almeno secondo i parametri occidentali, possa essere considerata di destra. Tutti i partiti, infatti, fatta eccezione per quelli centristi e quelli conservatori nostalgici della monarchia, si considerano di sinistra, almeno per ideologia. Il Nepal è stato soprannominato «Il paradiso dei comunisti», ma nella realtà dei fatti non è esattamente così.
Lungo un sentiero all’interno del Paese, una scritta murale di uno dei numerosi partiti comunisti del Nepal. Foto Paolo Moiola.
Sigle e simboli, ideologia e realtà
Esistono due grandi partiti comunisti, entrambi nati con la denominazione Cpn (Communist party of Nepal): il Cpn-Mc (Communist party of Nepal-Maoist centre) e il Cpn-Uml (Communist party of Nepal-Unified marxist leninist).
K.P. Sharma Oli, primo ministro nell’ultima legislatura, era membro e leader del Cpn-Uml. Questo partito, pur professandosi di sinistra e di ideologia marxista-leninista, in realtà, quando è stato al potere non ha assolutamente agito in favore del popolo o delle classi operaie. Il Cpn-Uml, negli anni, è stato accusato di nepotismo, clientelismo familiare e corruzione in tutti gli appalti pubblici del suo ultimo mandato. Malgrado le denominazioni di nascita, quindi, i partiti nepalesi non seguono una corrente ideologica coerente: la denominazione non ne definisce affatto le azioni.
Dopo le proteste del settembre 2025, è nato un nuovo, l’ennesimo, partito comunista: l’Ncp (Nepali communist party), che punta a inglobare membri di entrambe le altre due organizzazioni in una nuova forza politica. L’unione tra i maoisti e i marxisti-leninisti era già stata provata nel 2018, ma senza molto successo.
Dato l’alto grado di analfabetismo in Nepal, il voto si esprime solo con una croce sul simbolo, non è previsto scrivere nessun nome dei candidati sulla scheda elettorale. Per questa ragione, i simboli dei partiti in Nepal sono estremamente distintivi e riconoscibili. I maoisti del Cpn-Mc hanno la classica falce e martello, i marxisti-leninisti del Cpn-Uml un sole, i People socialist party Nepal un ombrello, il Nepali congress l’albero, il Rastriya swatantra party (Rsp) una campana in un cerchio, ecc.
La difficile lotta alla corruzione
Il Partito per l’indipendenza nazionale (Rsp), vincitore delle ultime elezioni, è stato fondato nel 2022 e si identifica come partito centrista e anti corruzione. Tuttavia, il suo fondatore, Rabi Lamichhane, è stato arrestato nel 2024 proprio con l’accusa di frode e riciclaggio di denaro.
I membri del partito hanno sempre difeso il proprio presidente, dichiarando che l’arresto, in realtà, sia solo una persecuzione per combattere un partito che lotta contro la corruzione, e che l’accusa sia stata montata per proteggere i veri colpevoli appartenenti alle forze politiche storiche.
An.Ca
Donne a Changu Narayan durante una «puja», rituale dell’induismo durante il quale si fanno offerte (fiori, cibo, incenso) alla divinità; il tempio di Changu Narayan è la più antica meta di pellegrinaggio nella valle di Kathmandu. Foto Angelo Calianno.
I social e la Generazione Z sono stati fondamentali per scuotere il Nepal. Occorre però aspettare le prime mosse di Balendra Shah, il vincitore delle elezioni di marzo e nuovo Primo ministro, per capire se sarà vera rivoluzione.
Settembre 2025. Da giorni, attraverso i social media, i ragazzi della «Generazione Z» stanno denunciando la deriva e la corruzione del Governo. Ogni post condiviso dai giovani nepalesi, soprattutto su TikTok, riporta un hashtag in particolare: #GenZRevolution. La parola è diventata immediatamente il marchio di una nuova rivoluzione che sembra stia per arrivare.
A scatenare le indignazioni sono stati, soprattutto, alcuni post sui social media dei figli delle alte cariche dello Stato. Video di vacanze di lusso, automobili, alberghi esclusivi, voli in prima classe, orologi e gioielli.
In un Paese dove lo stipendio medio di un lavoratore si aggira intorno agli 80 dollari al mese, in quella che è stata dichiarata la nazione più povera dell’Asia (e la trentottesima nel mondo secondo la classifica «World’s poorest countries 2025» di Global finance), questa ostentazione di ricchezza ha fatto esplodere la rabbia. Sono stati soprattutto gli studenti a manifestare il proprio dissenso, loro che, da anni, non riescono a immaginare un futuro che non sia fuori dalla propria nazione.
Le visualizzazioni dei post di denuncia si moltiplicano, gli studenti creano diversi gruppi su Telegram e cominciano a pianificare delle possibili proteste anche per strada.
Due degli attivisti entrati in sciopero della fame il 19 gennaio 2026; alle loro spalle, le foto delle 76 persone uccise durante gli scontri di settembre 2025. Ad oggi nessun colpevole è stato individuato. Foto Angelo Calianno.
Giovani in strada
Il 4 settembre 2025, il governo nepalese oscura 26 tra le piattaforme social più usate. Il divieto è la goccia che fa traboccare il vaso. L’8 settembre, migliaia di ragazze e ragazzi, soprattutto studenti, decidono di riversarsi per le strade di Kathmandu.
La protesta parte in maniera pacifica, tantissimi sono anche i minorenni che sfilano con le divise della propria scuola. Il corteo raggiunge il palazzo del Parlamento, la polizia ha transennato l’area. Nessuno tra le forze dell’ordine si aspettava così tanta gente. Il corteo comincia a lanciare slogan contro il primo ministro K.P. Sharma Oli.
La polizia intima alla folla di non avvicinarsi troppo alle transenne. Alcune persone, che sembrano estranee al corteo, almeno a giudicare dal loro abbigliamento, cominciano a spingere e calciare la barriera predisposta dalle autorità. Accerchiate e in inferiorità numerica, le forze dell’ordine rispondono lanciando lacrimogeni e getti d’acqua dagli idranti: si accende una battaglia urbana. Non riuscendo a respingere la folla, la polizia comincia prima sparare proiettili di gomma e, in seguito, pallottole vere.
Dopo aver assistito ai fatti in tv, alla protesta si uniscono anche gli adulti. La seconda ondata di manifestanti attacca i centri economici legati alla politica, luoghi come la villa del ministro dell’Interno Ramesh Lekhak.
Alla fine degli scontri sono 19 i morti e oltre 200 i feriti. Ma tutto questo è solo il preludio di quanto sta per accadere.
Il 9 settembre il Governo toglie il blocco dai social media e istituisce un coprifuoco nella capitale, ma ormai è troppo tardi per placare gli animi. La folla, composta non più solo da studenti ma da persone di ogni generazione, sfonda i posti di blocco della polizia usando automobili e motociclette. Il corteo arriva fino alla sede del Parlamento, incendiandola. Vengono distrutti anche il palazzo del Governo e la sede della Corte suprema. Inoltre, vengono attaccate e incendiate le residenze dei membri dei partiti storici del Nepal (il Cpn-Uml e il Cpn-Mc) e, ancora, viene vandalizzata la casa del presidente Ram Chandra Poudel.
Il 10 settembre il primo ministro Karma Oli annuncia le dimissioni, seguito a ruota da molti membri del suo partito. In strada arrivano i militari che istituiscono un nuovo, e più esteso, coprifuoco. L’arrivo dell’esercito (che al contrario della polizia, in Nepal, è estremamente rispettato), le dimissioni del Primo ministro, e la promessa di elezioni anticipate, calmano momentaneamente le proteste.
Tre giorni dopo, viene nominata l’ex giudice supremo Sushila Karki come Primo ministro di un governo di transizione. La Karki, nota per la sua strenua lotta alla corruzione, rimarrà in carica fino alle elezioni.
Le elezioni e il vincitore
L’ex primo ministro Karma Oli, travolto dalla rivolta di settembre 2025. Foto Wikimedia.
Cinque Marzo 2026, è il giorno tanto atteso delle elezioni. Nonostante il timore di molti, non c’è stato nessun disordine nei giorni precedenti. Oggi, sono stati disposti più di 300mila uomini come forze di sicurezza. Gli elettori arrivano a Kathmandu (la capitale, infatti, concentra la metà della popolazione e gran parte delle sezioni elettorali) da tutti gli angoli del Paese, anche dalle remote aree ai piedi dell’Himalaya.
I ragazzi appartenenti alla Generazione Z, tra i primi a votare, riempiono i social media di foto dove mostrano il proprio pollice macchiato di inchiostro. L’inchiostro, sull’unghia del dito, rappresenta da decenni un sistema antifrode per impedire che si voti più di una volta, cosa molto comune in passato.
Alla fine della giornata, l’affluenza è del 60%. Sulla percentuale pesa molto l’assenza dei tantissimi giovani all’estero per lavoro.
Ci vogliono cinque giorni per effettuare lo spoglio di tutte le schede ma, alla fine, il 10 marzo, il Nepal ha il suo vincitore: si tratta di Balendra Shah, ex rapper ed ex sindaco di Kathmandu.
La commissione elettorale valida i voti e certifica la maggioranza, dopodiché, il 27 marzo, il vincitore Shah ottiene il voto di fiducia durante la prima convocazione parlamentare. Nelle stesse ore, viene arrestato l’ex primo ministro K.P. Sharma Oli, accusato delle violenze durante gli scontri di settembre.
Balendra Shah, ex rapper ed ex sindaco, vincitore delle elezioni di marzo 2026. Immagine Wikimedia.
Il partito di Balendra Shah, l’Rsp (Rastriya swatantra party, ovvero Partito per l’indipendenza nazionale), ha ottenuto una maggioranza con uno scarto quasi senza precedenti nelle moderne elezioni nepalesi: 125 seggi, staccando di netto il partito dell’Nc (il Nepali congress) che di seggi ne ha conquistati solo 18. L’Rsp è un partito che ha nella sua ideologia il liberalismo economico, il socialismo progressista e la trasparenza. Durante la campagna elettorale, il nuovo premier aveva promesso ai nepalesi l’istruzione gratuita e 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro.
La vittoria di «Balen», così veniva soprannominato Shah durante la sua carriera artistica, è stata soprattutto frutto dei tanti voti della Generazione Z che, sin dalle proteste di settembre, sperava nella sua vittoria come nuovo premier. Balen aveva conquistato i giovani con i testi delle sue canzoni, spesso veri e propri slogan contro la vecchia classe politica nepalese. Nella sua prima dichiarazione dopo la vittoria, Balendra Shah ha detto: «Aspettiamo a festeggiare. Abbiamo perso tanti amici nelle rivolte del 2025, priorità è giustizia per loro».
Gruppo di soldati nepalesi. Foto Paolo Moiola.
Felici e in attesa
Dopo l’annuncio della vittoria di Shah, abbiamo nuovamente interpellato i giovani nepalesi, intervistati prima delle elezioni, per sentire i loro commenti a caldo. Tutti, anche chi era contrario alle elezioni anticipate, si sono dichiarati molto felici della vittoria ma, soprattutto, della sconfitta dei partiti storici e della vecchia classe politica.
Tra canti e festeggiamenti per le strade di Kathmandu, la Generazione Z ripone molta speranza in questo nuovo governo. Per la prima volta, in Nepal, i giovani sembrano essere stati i protagonisti del loro destino: sono riusciti a smascherare il nepotismo con l’arma dei social media, hanno fatto cadere un governo e sono stati decisivi per la vittoria di un partito. Solo il futuro potrà dire loro se la fiducia è stata ben riposta, e se l’ex rapper riuscirà davvero a trasformare i suoi slogan e le canzoni di protesta, in riforme concrete per il cambiamento del suo Paese.
Angelo Calianno
Cerimonia funebre induista al tempio di Pashupatinath. Foto Paolo Moiola.
Anche se il Nepal ha dato i natali a Buddha, il buddhismo non è la religione predominante. La maggior parte della popolazione pratica l’induismo. Islam e cristianesimo sono presenti, ma costituiscono fedi minoritarie.
In Nepal, il culto religioso più antico è attestato dall’ottavo secolo prima di Cristo ed è conosciuto come kiratismo. Il nome deriva dai Kirati, un gruppo etnico autoctono presente ancora oggi, per lo più nelle zone ai piedi dell’Himalaya. Il kiratismo è un sistema di credenze animiste legato al culto della natura e degli antenati, con pratiche sciamaniche.
Nel 623 avanti Cristo, a Lumbini, nell’attuale Nepal meridionale, nasce Siddhārtha Gautama, meglio conosciuto come Buddha. Tuttavia, bisogna aspettare quasi due secoli per vedere la diffusione del buddhismo nel Paese. Nel 400 dopo Cristo, dall’India, arrivano i Licchavi, dinastia che impone l’induismo e il sistema delle caste. Nonostante l’imposizione, induismo e buddhismo riescono a coesistere per secoli senza particolari problemi.
Le cose cambiano con l’arrivo del re Narayan Shah, sovrano che, nel 1769, unisce tanti piccoli Stati nel Nepal che conosciamo oggi. Shah dichiara l’induismo religione di Stato ed espelle i missionari cristiani. Bisogna aspettare il 2008, con la caduta della monarchia, per arrivare a una concezione laica dello Stato.
Oggi in Nepal la coesistenza è pacifica e con elementi che qualcuno definisce sincretici. Per esempio, gli induisti venerano Buddha come un’incarnazione di Vishnu, i buddhisti onorano divinità induiste come Shiva. Le due religioni condividono templi – ad esempio, quello di Pashupatinath – e alcune cerimonie come il Newar, funzione che incorpora i riti di entrambe le religioni.
In Nepal, è presente anche una minoranza musulmana, totalmente sunnita, arrivata qui con le migrazioni dei mercanti che provenivano dal Kashmir.
Secondo i dati del censimento del 2021, l’induismo è seguito dall’81,2 per cento della popolazione. Seguono il buddhismo (8,2%), l’islam (5%), il kiratismo (3,2%) e il cristianesimo (1,8%). Poi ci sono altre minoranze animiste, jainisti, sick, baha’i.
Padre Silas Bogati è l’amministratore apostolico del Nepal. (Screenshot)
Il cristianesimo
Le prime tracce di cristianesimo sono da ricondurre al 1628, con l’arrivo di un missionario gesuita: il portoghese padre Juan Cabral. La maggior parte delle conversioni, però, si ebbero a partire dagli anni Cinquanta dello stesso secolo. Stando alle cronache dell’epoca, esse avvennero, per lo più, per fuggire dal sistema castale e usufruire degli aiuti sociali promessi dalla Chiesa.
I cristiani, in Nepal, oggi sono sottoposti a leggi anti-proselitismo. Le pene per conversioni forzate o offese religiose sono punite con multe fino a mille euro e con detenzioni fino a 5 anni.
Il 90% dei cristiani è protestante. Secondo l’Annuario pontificio e fonti ecclesiali come Agenzia Fides, i cattolici nel Paese sono appena ottomila.
Pur essendo un’esigua minoranza, la comunità cattolica del Nepal è stata spesso bersaglio di attacchi. Uno degli episodi più gravi avvenne nella Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, a Kathmandu, il 23 maggio 2009. Durante una messa domenicale, una bomba, nascosta in un sacchetto di plastica, uccise due persone e ne ferì altre trenta.
L’attacco fu opera di una donna: Sita Thapa Shrestha, militante della Nepal defence army (Nda), formazione radicale induista. L’Nda si macchiò di diversi attentati durante il primo decennio degli anni 2000, tra cui l’omicidio di un sacerdote salesiano e diverse campagne intimidatorie per cacciare i cristiani dal Nepal. I gruppi estremisti, specie dopo la fine della monarchia, hanno accusato le conversioni cristiane di essere un pericolo per l’identità indù. Dopo l’attentato del 2009, l’Nda venne smantellato e dei suoi componenti oggi non vi è più traccia. Nuove fazioni, tuttavia, continuano a minacciare le minoranze religiose, non solo cristiane ma anche musulmane.
Tra queste spicca l’Hindu samarat sena, banda radicale che propaga accuse infondate di proselitismo. Tramite volantini e social media, il gruppo minaccia, tra l’altro, di incendiare le chiese durante le celebrazioni eucaristiche. Fortunatamente, nessuna di queste organizzazioni ha raggiunto il livello di violenza e pericolosità dell’Nda.
Da gennaio 2025, l’amministratore apostolico del Nepal è padre Silas Bogati, già parroco della Cattedrale dell’Assunzione a Kathmandu. Padre Bogati ha lodato pubblicamente le proteste dei GenZ di settembre 2025, sottolineando l’impegno giovanile e sperando in un futuro di buon governo e di lotta alla corruzione.
Angelo Calianno
L’interno della cattedrale cattolica di Kathmandu. Foto Angelo Calianno.
Angelo Calianno: Giornalista e fotografo, è specializzato in reportage da luoghi di conflitto. Per MC ha scritto di Iraq, Siria (Rojava), Afghanistan, Palestina, Pakistan e Libano.
La cattedrale di Kathmandu – consacrata all’Assunzione di Maria – è la principale chiesa cattolica del Nepal, si trova nel quartiere di Park Street, a circa 5 km dal centro di Kathmandu; costruita nel 1760 da frati cappuccini, fu uno dei primi edifici cristiani del Paese e sopravvisse anche alle espulsioni del 1769. La cattedrale è stata restaurata più volte. Foto Angelo Calianno.
Pakistan-Afghanistan. Erano amici
Il 26 e 27 di febbraio, il Pakistan ha lanciato raid aerei contro l’Afghanistan, colpendo in particolare la capitale Kabul e le città di Kandahar e Paktia. Il numero esatto e l’identità delle vittime rimangono ancora sconosciuti. Lo Stato maggiore pakistano ha dichiarato di aver mirato a basi talebane, uccidendo 133 militari. Fonti Onu e Ong locali, però, riportano anche numerose vittime civili: almeno 13 morti e oltre 200 feriti.
Subito dopo l’attacco, sul social network X, il ministro della Difesa pakistano Khawaja MohammadAsif ha dichiarato: «La nostra pazienza ha raggiunto il limite. Ora è guerra aperta tra noi e voi».
Questa affermazione arriva dopo mesi di scontri e reciproci attacchi tra i due Paesi. A ottobre 2025, aerei pakistani avevano bombardato il mercato di Paktika, città nota come roccaforte del Ttp (Tehrik-i-Taliban Pakistan) e popolata da storici clan pashtun, celebri per la loro autonomia, fierezza e adesione al codice Pashtunwali. A quel bombardamento seguirono diversi attacchi suicidi, rivendicati da gruppi talebani, contro checkpoint militari pakistani.
Per anni, i due Paesi sono stati alleati, condividendo molte operazioni e scambi commerciali spesso di dubbia legalità. Negli ultimi trent’anni anni, il Pakistan ha ospitato molti talebani di alto rango, soprattutto durante la presenza statunitense in Afghanistan. Leader storici come il mullah Mohammad Omar hanno completato qui, in città come Quetta, Peshawar e Karachi, la loro istruzione nelle scuole islamiche. Nell’agosto 2021, i talebani che riprendevano il potere a Kabul venivano osannati con parole di trionfo dal primo ministro pakistano Sheikh Rasheed Ahmed.
Cosa è cambiato da allora?
I rapporti iniziano a incrinarsi subito dopo il ritorno dei talebani a Kabul. Il Pakistan, grazie al supporto economico elargito negli anni, sperava in un maggiore controllo sui talebani. Questi, invece, si sono mostrati sempre più indipendenti, cercando nuove alleanze che non comprendevano più l’aiuto dello Stato confinante. Uno dei punti di maggiore tensione, e motivo degli scontri recenti, è la situazione lungo la linea di Durand.
La linea di Durant tra Afghanistan e Pakistan (Treccani). Nei riquadri, il leader talebano Mullah Hibatullah Akhundzada (afinti.com) e il ministro della Difesa del Pakistan, Khawaja Mohammad Asif (Usaid Pakistan).
Questa frontiera, stabilita nel 1893 da Sir Henry Mortimer Durand tra l’emirato afghano e l’India britannica, ignorò il volere dei clan locali, dividendo la comunità pashtun in due nazioni. Il limite fu nuovamente confermato nel 1947 con la nascita dello stato indipendente del Pakistan.
Il Pakistan considera la linea di Durand un confine ufficiale. Nel 2017, il governo di Islamabad ha iniziato a erigere una lunghissima recinzione, oggi completata all’85%. Di recente i lavori di fortificazione e completamento della barriera sono stati accelerati, per l’esigenza di bloccare traffici illeciti e l’entrata nel Paese di potenziali terroristi. Questa divisione territoriale, però, non è mai stata accettata dagli afghani, soprattutto dai Talebani e dalle comunità pashtun, che vedono il confine come un’imposizione coloniale che separa clan e famiglie di pastori che abitano queste terre da secoli. Negli ultimi vent’anni, le province attorno alla linea di Durand sono state anche rifugio di diversi gruppi armati come Haqqani Network, al-Qaeda e il Ttp.
Lo scorso autunno, Qatar e Turchia tentarono di mediare una pace, ma senza successo. Una guerra aperta potrebbe coinvolgere altri attori: la Cina, che mira a completare il Cpec (China-Pakistan economic corridor), e l’India, supportata dagli Usa, decisa a ostacolarlo. Recentemente, il ministro della Difesa pakistano Khawaja Mohammad Asif ha definito l’Afghanistan una «colonia dell’India».
Come raccontato nel nostro reportage del 2024in queste terre, un interesse chiave nelle regioni di confine, soprattutto nel Balochistan, sta nella sua ricchezza mineraria (rame, oro, gas e uranio). Nel frattempo, sono i civili e i più deboli a pagarne le conseguenze. Abbiamo contattato telefonicamente un nostro collaboratore in Afghanistan, Rashid, che ci ha accompagnato in vari reportage, specialmente nei giorni del ritorno talebano: «Grazie a Dio, io e la mia famiglia stiamo bene, ma l’attacco di ieri notte è stato il peggiore degli ultimi anni. Un jet pakistano ha distrutto una base militare a Darulaman, a soli dieci minuti da casa mia. Nessuno dorme più. Non viviamo più quella che si può considerare una vita normale».
Angelo Calianno
Libano. Una calma apparente
Tra Hezbollah e Israele è in vigore un cessate il fuoco. Tuttavia, le incursioni israeliane continuano, aumentando macerie e sfollati. È in questo clima, che il Paese ha accolto papa Leone XIV per il suo primo viaggio fuori dal Vaticano.
Beirut. Quando atterriamo nella capitale libanese è passato quasi un anno dalla nostra ultima visita. La prima sensazione è molto diversa da quella del novembre 2024: non si vedono più le colonne di fumo che allora spuntavano da ogni angolo della capitale bombardata, né si sente il suono costante dei droni sulle nostre teste.
Ora, quasi fine novembre 2025, in Libano, si può nuovamente entrare anche con un visto turistico. Sono tornate a lavorare le Ong internazionali e, malgrado la pesante crisi economica, molti negozi del centro hanno riaperto la propria attività. Le strade sono piene di cartelli con la foto di papa Leone XIV, che arriverà qui il 30 novembre.
Dalla data del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, proclamato il 27 novembre 2024, la parte Nord del Paese sembra tornata a respirare. Ci impieghiamo poco, però, a capire che questa calma è solo apparente e superficiale. A una settimana dal nostro arrivo, un raid israeliano colpisce il quartiere di Haret Hreik. L’obiettivo è il capo dello stato maggiore di Hezbollah – Haytham Ali Tabatabai -, che rimane ucciso nell’attacco.
Il «cimitero dei Martiri» di Hezbollah, a Sud di Beirut. Foto Angelo Calianno.
Giornalisti o spie?
Cominciamo le nostre interviste proprio nelle zone bersagliate di recente, nella periferia Sud della capitale. Ci troviamo a Chiyah, uno dei quartieri a maggioranza sciita e con un’alta presenza di affiliati, o simpatizzanti, di Hezbollah. A Beirut, dopo il quartiere di Dahieh, Chiyah è stato quello più colpito.
Appena scesi dal taxi, veniamo subito seguiti da un gruppo di ragazzi che, con walkie-talkie e telefoni cellulari, annunciano la nostra presenza ai loro superiori. Dopo pochi minuti, veniamo avvicinati da due adulti che ci chiedono generalità, documenti e quali siano le nostre intenzioni. Ci invitano a seguirli. Ci fanno accomodare in uno dei caffè nei vicoli del quartiere. Pur scusandosi, ci chiedono di ispezionare i nostri zaini e di visionare il materiale fotografico.
Scopriamo di essere trattenuti dai membri del movimento di Amal, il principale gruppo sciita del Libano insieme a Hezbollah. «Purtroppo dobbiamo essere molto cauti e attenti su chi entra qui», dice uno degli uomini che ci ha fermato. «Guardate lassù: malgrado il cessate il fuoco, i droni da qui non se ne sono mai andati e continuano ad attaccare. Israele non fa altro che violare l’accordo. Il mese scorso un giornalista inglese è arrivato qui per scrivere un articolo e fare fotografie. Si è scoperto, in seguito, che il ragazzo aveva un doppio passaporto: era una spia di Israele sotto copertura, arrivato qui per fornire dati logistici. Per questo ora dobbiamo stare sempre in guardia».
Ci vuole circa un’ora per controllare le nostre credenziali. Nel frattempo, ci offrono del caffè e persino del cibo. Passiamo il primo controllo, ma ci dicono che non basta. Veniamo invitati a salire su un’auto e siamo portati al comando locale di Hezbollah. In questa stanza passiamo altre tre ore, mentre gli uomini della security effettuano ulteriori controlli. Ci offrono ancora cibo e caffè. Chiacchierando durante l’attesa, uno dei funzionari ci dice: «Non c’è solo il problema delle spie. Abbiamo imparato che dobbiamo essere molto attenti ai giornalisti stranieri. In Occidente c’è la tendenza a dipingerci come terroristi, ad accomunarci addirittura all’Isis, realtà completamente opposta ai nostri ideali». Veniamo finalmente rilasciati con il permesso di lavorare nel quartiere, ma non senza una scorta. Il nostro interprete ci dice: «Tutto quello che è accaduto negli ultimi due anni ha sviluppato una vera e propria “camera fobia”. Non possiamo biasimare queste persone. Guardate cosa ha fatto Israele nell’ultimo anno. Tantissimi hanno perso la propria famiglia, la propria casa, hanno vissuto sotto costanti bombardamenti. La loro attitudine verso l’Occidente e, soprattutto, verso i media è completamente cambiata».
Un ragazzino sventola la bandiera raffigurante il volto di Hassan Nasrallah, sul tetto della moschea durante un funerale nella cittadina di Tayr Debba, nel Sud del Libano. Foto Angelo Calianno.
Nel giorno del Papa
Il giorno dell’arrivo del Papa porta a Beirut una ventata di serenità. Almeno per i prossimi tre giorni si è sicuri che non ci saranno attacchi da parte di Israele. In Libano, questa è la prima visita di un pontefice da quella di Giovanni Paolo II, nel 1997. All’arrivo, papa Leone XIV attraversa la città in auto. Raggiunge anche il quartiere sciita di Dahieh, quasi completamente in rovina. La folla, posta ai lati della strada, lo saluta con entusiasmo. Tanti indossano la sciarpa raffigurante l’effige del Vaticano e, insieme, quella di Hezbollah. Il Papa ha un’agenda fitta di incontri, tra cui quello con il presidente Aoun, le visite al monastero di San Marone e al santuario di Harissa. Tuttavia, il giorno più importante, almeno per la popolazione locale, è il 2 dicembre, quello della messa al Waterfront, la zona portuale di Beirut dove l’esplosione del 4 agosto 2020 uccise 236 persone e ne ferì oltre settemila.
Il Papa comincia la giornata del 2 dicembre sul sito della tragedia, incontra le famiglie delle vittime e prega con loro. Per accedere alla messa è stato necessario prenotare un biglietto online: i posti a disposizione si sono esauriti in poche ore. Il totale dei ticket emessi è stato di 150mila. Ci muoviamo tra le file della gente per fotografare i fedeli accorsi qui numerosi. Il governo ha vietato qualsiasi bandiera o simbolo politico che non siano quelli del Libano o del Vaticano. Intervistiamo un uomo che accompagna un gruppo di ragazzi arrivati da una delle comunità maronite, a Nord di Beirut: «Il simbolo che questa visita rappresenta per noi è importantissimo. È un giorno storico. La vita dei cristiani in Medio Oriente non è mai stata semplice, soprattutto negli ultimi decenni. Avere un supporto, essere riconosciuti, per noi è fondamentale. Il mondo oggi guarda in diretta queste immagini, vede il Papa a Beirut e, quindi, si ricorda che esistiamo anche noi».
La visita del Papa si conclude senza problemi, ma subito dopo il decollo del suo aereo la tensione ricomincia a salire. Il portavoce dell’Idf (Israel defence force, l’esercito di Israele) ha comunicato che, se Hezbollah non consegnerà tutte le sue armi, ci sarà un massiccio attacco subito dopo la partenza del Papa. I nuovi raid aerei, nella parte Sud del Paese, arrivano a poche ore dal rientro del pontefice a Roma. Non sono imponenti quanto Israele aveva minacciato, ma sono quotidiani e costanti.
Decidiamo di partire verso il confine meridionale, per proseguire lì il nostro reportage.
Alla messa papale del 2 dicembre 2025: tanti fedeli emozionati e un’organizzazione pressochè perfetta. Foto Angelo Calianno.
Mezz’ora per evacuare
Arriviamo a Chehour, nel distretto di Tiro, all’indomani di un attacco israeliano. Qui incontriamo Mohammed, un uomo a cui è stata bombardata la casa. Lo troviamo di spalle, a guardare quello che rimane della sua proprietà. «Ero a cena con la mia famiglia, ho ricevuto la telefonata delle autorità libanesi che mi dicevano di evacuare. Ci hanno dato mezz’ora per prendere tutto. Al mio ritorno, il mattino dopo, questo è quello che ho trovato. Ho spostato la mia famiglia in un posto più sicuro, ma io rimarrò qui. Dormirò in questa casa, senza porte e finestre, con il soffitto crollato, ma non me ne andrò. Qui abbiamo dato un soprannome all’Idf israeliana, la chiamiamo “Itf”, ovvero Israeli terrorist force. Nessuno li sta fermando. Netanyahu è un criminale di guerra e, invece di arrestarlo, gli altri Stati lo appoggiano. Io credo che il loro scopo finale sia quello di occupare questa parte di Libano, in particolare per le nostre risorse. Posso dirvi che però io da qui non me ne andrò mai. Combatterei anche a mani nude per la mia terra. Sono nato qui, questa è casa mia. Se vogliono mandarmi via, dovranno uccidermi».
Come avvengono i bombardamenti? Come funzionano le evacuazioni? Ce lo spiega Amir. Anche a lui Israele ha bombardato la casa pochi giorni fa: «Israele comunica all’esercito libanese esattamente quali case e zone bombarderà. Noi riceviamo una telefonata in cui ci dicono di evacuare. Abbiamo 30-40 minuti per farlo. In questo poco tempo dobbiamo prendere quello che possiamo e andare via. Ci è proibito ricostruire, e tutto questo avviene durante una tregua che Israele continua a violare. Oltre a questo, c’è anche la pressione psicologica dei droni che ci sorvolano costantemente».
Tutto il Sud del Libano, in particolare i villaggi al confine con Israele, è stato attaccato subito dopo il cessate il fuoco, soprattutto tra dicembre 2024 e gennaio 2025. Lo stato maggiore israeliano ha affermato di voler distruggere le postazioni di Hezbollah. Chi vive qui, però, sostiene che Hezbollah si sia ritirato da queste zone già da molto tempo e che gli attacchi siano semplicemente una scusa per occupare ancora terra, in vista di una prossima colonizzazione. Il governo libanese, appoggiato dagli Stati Uniti e come parte del trattato del cessate il fuoco, effettua campagne giornaliere per il disarmo di Hezbollah. Ma, come è facile immaginare, nessuno dei membri del partito sciita ha intenzione di rinunciare alle armi.
Mays el Jabal, quello che rimane dopo i continui attacchi di Israele nell’ultimo anno. Foto Angelo Calianno.
Sotto l’occhio dei droni
Arriviamo fino a Houla, una cittadina ad appena 500 metri dal confine israeliano. Questo luogo, prima del 2023, contava fino a 15mila abitanti. Oggi ne rimangono appena 400. Il nostro arrivo viene seguito da un drone israeliano che vola a bassissima quota. È un drone da ricognizione e, molto probabilmente, filmandoci sta eseguendo un riconoscimento facciale. Sono pochissime le case ancora in piedi. Il paese è stato totalmente evacuato dall’ottobre 2024 al febbraio 2025. In quel periodo, Israele ha usato gran parte delle case come avamposti contro la resistenza libanese. Prima di ritirarsi, i soldati dell’Idf hanno distrutto e vandalizzato quasi tutto: scuole, infrastrutture e, per la maggior parte, le case dei residenti.
Sulle rovine di una di queste abitazioni troviamo Ghassan. Lui è un giovane originario di Houla che ora lavora all’estero. Qui vivevano i suoi genitori che oggi, come migliaia di altri abitanti, si sono spostati per trovare rifugio in un’altra città. Ci racconta: «Avrei preferito accogliervi in una casa ancora in piedi. Questa, era stata costruita da mio nonno negli anni Cinquanta. Sono nato e cresciuto qui; da diversi anni vivo fuori dal Libano, ma tornavo a trovare i miei genitori ogni due mesi. Questa è la situazione di oggi: la maggior parte delle persone è costretta a vivere lontano da quella che era la propria terra. Eppure, se chiedi a mio padre e a chiunque abbia perso la casa, la loro priorità è quella di tornare e ricostruire, anche se è proibito. La cosa più triste è che nessuno parla di noi».
Ghassan ci guida al piano inferiore. I muri, quelli che sono rimasti ancora in piedi, sono stati crivellati dai proiettili. All’interno troviamo lattine vuote e incarti di snack israeliani; le stanze sono state usate come accampamento dai soldati dell’Idf per settimane. Quando chiediamo a Ghassan cosa immagina o vorrebbe per il futuro, ci risponde: «In Libano oggi ognuno di noi ha un’opinione diversa riguardo questo. Io vorrei la pace, non l’abbiamo da 70 anni. Credo sia arrivata l’ora che ci lascino vivere senza guerra».
Chehour, due uomini controllano lo stato della casa di Mohammed dopo l’attacco di un drone israeliano. Foto Angelo Calianno.
Uno scenario di distruzione
Lasciamo Houla per guidare lungo il confine israeliano. Lo scenario è spettrale: intere città distrutte, auto carbonizzate, rovine e odore di bruciato. Arriviamo fino a Yaroun, altra città completamente rasa al suolo. Questo è il punto più visibile da cui poter osservare il muro che Israele sta costruendo sulla linea del confine. La costruzione del muro è cominciata nel 2018; un ulteriore rinforzo e ampliamento è proseguito poi nel 2023. Nelle ultime settimane, l’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), che spesso incontriamo a pattugliare queste zone, ha affermato che, durante gli ultimi mesi, Israele ha oltrepassato la Blue line (linea di confine stabilita nel 2000 dalle Nazioni Unite), occupando oltre quattromila metri quadrati di territorio libanese. Sempre secondo i rapporti dell’Unifil (la missione delle Nazioni Unite in Libano, ndr), dal cessate il fuoco del 27 novembre 2024, Israele ha commesso più di diecimila violazioni in dodici mesi, tra attacchi aerei, incursioni terrestri e sorvoli di droni.
Rientrando a Beirut ci fermiamo a Tayr Debba. Qui, qualche ora fa, Israele ha colpito di nuovo. Zanan è una giovane donna libanese a cui hanno distrutto casa e ufficio. Una ruspa spiana quello che ne rimane; un uomo cerca di recuperare qualche ricordo tra le macerie. Prima di andare via, Zanan ci dice: «Qui abbiamo un detto. Pensiamo che quello che si possiede equivalga al peso della propria anima, che ne sia una sua rappresentazione all’esterno. Perdere la propria casa, per noi, è come perdere un pezzo della nostra anima».
Angelo Calianno
Foto di un giovane martire all’ingresso di Houla, villaggio nei pressi del confine. Foto Angelo Calianno.
Nepal. I giovani ci sono
Kathmandu. L’8 e il 9 settembre 2025, il Nepal ha vissuto un momento unico nella sua storia recente. Migliaia di ragazzi e ragazze della «Generazione Z» (ovvero persone nate dopo il 2000) si sono riversati per le strade di Kathmandu, raggiungendo il palazzo del Parlamento in segno di protesta.
Innescata dal divieto governativo che aveva bandito 26 piattaforme di social network, la protesta guidata dai più giovani ha presto convogliato in sé tutte le frustrazioni di una popolazione che, da anni, vive sotto il regime di una classe politica corrotta e sopravvive con uno dei redditi più bassi al mondo (il decimo, secondo una statistica dell’Economist).
Le forze di polizia, totalmente colte di sorpresa dal numero di persone da fronteggiare, hanno aperto il fuoco sulla folla, uccidendo 19 manifestanti.
Nel secondo giorno di protesta, quello del 9 settembre, la reazione dei dimostranti è stata feroce. Non ci sono stati più solo studenti per le strade, ma gente di tutte le generazioni. Alla fine dei due giorni, quella che doveva essere una protesta pacifica ha prodotto numeri da guerriglia urbana: il palazzo del Parlamento, alberghi e centri business legati ai politici, incendiati e ridotti in macerie. E 76 morti tra i manifestanti e centinaia di feriti. Il 10 settembre, l’arrivo dei militari, l’istituzione del coprifuoco e la promessa di un tavolo di trattative hanno calmato gli animi.
La situazione oggi
Qual è oggi la situazione in Nepal e cosa fanno tutti quei ragazzi e ragazze che erano per strada fino a pochi mesi fa? Ne incontriamo alcuni nel centro della capitale. Sin dai giorni successivi alle proteste, frange dei gruppi più organizzati si sono accampati con tende per continuare a far sentire la propria voce.
Dal 19 gennaio 2026, ad oltranza, alcuni ragazzi sono entrati in sciopero della fame. Ci avviciniamo a loro, a digiuno da giorni. Sono seduti a terra, avvolti in un sacco a pelo; alle loro spalle ci sono degli striscioni con stampate le foto e i nomi dei 76 morti durante le manifestazioni di settembre.
Ajay ci racconta: «Forzare una nazione alle elezioni senza dar peso al massacro dei ragazzi e delle ragazze della “Gen Z” è una chiara cospirazione per cancellare il loro sacrificio. Io ho annunciato il mio sciopero della fame, che andrà avanti finché non verranno esauditi i nostri sei punti chiave».
Ajay ci elenca le richieste sono: posticipare le elezioni di marzo; rilasciare gli attivisti in carcere e punire chi ha assassinato i manifestanti; indagine sui politici corrotti; stabilire un’elezione diretta del Primo Ministro; effettuare nuovi emendamenti costituzionali o riscrivere completamente la Costituzione; assicurare la possibilità di votare a chi vive all’estero.
Il Nepal ha circa 18 milioni di votanti che vivono nella propria nazione. Sono oltre sei milioni, invece, quelli che lavorano all’estero senza la possibilità di votare. Un gran numero di giovani nelle proteste di settembre, infatti, era composto proprio da persone residenti oltre confine, in vacanza in Nepal per partecipare ad alcune festività religiose.
Oggi, i gruppi di attivisti in Nepal si sono moltiplicati, ma non tutti sono d’accordo sul voler posticipare le elezioni del 5 marzo. Per altri ragazzi da noi intervistati, più moderati, le elezioni sono l’unico metodo per dar stabilità al Paese. Il Nepal è ora guidato temporaneamente da un governo tecnico con a capo la ex giudice Sushila Karki.
Per le elezioni di marzo sono stati registrati 61 partiti. La corsa sembra essere, però, sempre tra i soliti gruppi storici: il Nepalese congress (Ncp, partito più conservatore), il Communist party of Nepal (Uml, di stampo marxista-leninista) e il Communist party of Nepal (Mc, partito di orientamento maoista). Vale la pena di ricordare che il Paese è considerato il «paradiso dei partiti comunisti» dove ogni anno ne nascono e muoiono alcuni. Tra gli outsider, e possibili sorprese delle prossime elezioni, potrebbero esserci lo Janamat party, il People’s socialist party e il Nagarik unmukti party.
I «Gen Z», ufficialmente, non supportano alcun singolo partito, ma hanno dichiarato la loro forte contrapposizione e distacco dai grandi gruppi dell’Ncp e Uml, additati come «l’élite corrotta del Paese».
Ad un mese dalle elezioni non c’è ancora una lista di candidati ufficiale. L’instabilità data dagli ultimi eventi, i tentativi delle vicine Cina e India di infiltrarsi nella politica locale e la frustrazione di un’intera generazione, rischiano di innescare nuove proteste a marzo, almeno secondo il parere di molti ragazzi dai noi intervistati. Alla nostra domanda sul perché si è deciso di manifestare solo ora, dopo anni di abusi da parte della politica, uno degli attivisti ci ha risposto: «I nepalesi sono uno dei popoli più pacifici del mondo. Però c’è un limite massimo che possiamo sopportare. Quel limite è stato oltrepassato».
da Kathmandu, Angelo Calianno
Libano. «Siate artigiani della pace»
Beirut. Martedì 2 dicembre 2025, 5:30 del mattino. Si aprono i cancelli per accedere al «Waterfront», lo spazio destinato alla grande messa di papa Leone XIV per il popolo libanese. La funzione si terrà alle 10:30, ma, per questioni di sicurezza, gli ingressi saranno possibili solo dalle 5:30 alle 8:30. Per accedervi, è stato necessario prenotare online. Sin dalla loro messa in rete, i biglietti si sono esauriti in poche ore (per i posti migliori) e in pochi giorni per i posti in piedi. Sono stati 150mila i ticket emessi. Il Papa arriva qui, dopo giorni di tensioni in cui Israele – malgrado il cessate il fuoco in vigore da un anno – è tornato ad attaccare Beirut, eliminando il capo delle truppe di Hezbollah, Haytham Ali Tabatabai, ucciso il 23 novembre.
Il pontefice, proveniente dalla Turchia, è atterrato a Beirut il 30 novembre. Appena lasciato l’aeroporto, ha attraversato la capitale libanese, passando anche dal quartiere a maggioranza sciita di Dahieh, la zona più colpita dai bombardamenti israeliani negli ultimi due anni. Al passaggio del Papa, sul ciglio della strada, non c’erano solo cristiani, ma anche musulmani che sventolavano la bandiera del Vaticano. Uno dei ragazzi presenti ci ha detto: «La visita di un papa per noi è un privilegio e un segno importante. Non importa a quale religione apparteniamo, la sua presenza, soprattutto in questo momento, è un fatto storico e noi potremmo dire di averlo visto». Qui, l’ultima visita di un pontefice era stata quella di Giovanni Paolo II nel 1997. All’arrivo, papa Leone ha subito incontrato il Presidente, il Primo ministro e tutte le massime autorità politiche. Il giorno successivo, il 1° dicembre, si è recato al monastero di San Marone ad Annaya e al santuario di nostra signora del Libano ad Harissa. Ma è oggi la giornata che tutti aspettano, perché migliaia di persone potranno vedere il pontefice dal vivo.
Due monaci dell’Olm (Ordine libanese maronita) in preghiera sul selciato, durante l’omelia di papa Leone. Tra le visite più significative di questi tre giorni, c’è stata proprio quella al monastero di San Marone e al santuario di San Charbel Makhlouf ad Annaya, luoghi tra i più importanti per l’ordine maronita. (Foto di Angelo Calianno)
Le parole di Leone XIV
Per la funzione si è scelto questo luogo del porto, in ricordo delle oltre duecento persone che persero la vita qui, durante l’esplosione del 2020. L’entrata tra il pubblico del Papa scatena un contagioso entusiasmo: sventolano bandiere del Libano e del Vaticano (il governo ha vietato l’uso di qualsiasi altra bandiera, sia di gruppi politici che di gruppi religiosi, come quello di Hezbollah). La messa si svolge quasi tutta in francese, a parte alcune preghiere recitate in latino, ma l’ultimo messaggio del Papa viene pronunciato in inglese: «Cristiani del Levante, mi rivolgo a voi in un Medioriente così martoriato. Dobbiamo uscire dalla spirale di vendette e divisioni che causano solo violenza. Mi rivolgo a tutti, ma soprattutto a voi, e vi prego: siate artigiani della pace». L’ultimo discorso di saluto viene accolto da diversi minuti di applausi. La folla saluta il Santo padre gridando: «Viva il Papa!». Nei suoi discorsi, il pontefice ha parlato sempre di pace, senza fare alcun riferimento diretto a Israele o Hezbollah. Le reazioni dei libanesi alla visita e alle sue parole sono state diverse, così come diverso è il tessuto sociale di questo Paese. Pieni di speranza e gratitudine i cristiani, che rappresentano circa il 35% di tutta la popolazione. Più dubbiosi gli sciiti. Parliamo con Ali, uno di loro, che ci dice: «Avere la visita di un Papa nel nostro Paese è sicuramente motivo di orgoglio, quantomeno perché la gente, nel mondo, si ricorda che ci siamo anche noi. Ma nel Sud del Libano si continua a bombardare. Israele sta già occupando militarmente alcuni villaggi. Non ci sono più scuse per fare questo, Hezbollah non c’è più in quelle zone, non c’è più nessuno: è solo un’altra delle loro scuse per ampliarsi. Il nostro governo e il nostro esercito non fanno nulla per contrastare la situazione. Nei discorsi di questi giorni, non c’è stato un solo cenno al massacro che Israele sta perpetrando».
Israele non si ferma mai
Giorni prima della visita di papa Leone, erano trapelate alcune informazioni da diverse intelligence del Medioriente. Le notizie parlavano di una nuova offensiva di Israele subito dopo la partenza del pontefice. La notizia è stata poi confermata dalle stesse agenzie di stampa israeliana. Israele ha dichiarato di aver avuto il benestare degli Stati Uniti per una nuova offensiva volta a eliminare tutti gli affiliati di Hezbollah rimasti. A confermare queste ipotesi, a poche ore dalla partenza del Papa, l’artiglieria israeliana ha colpito e distrutto diverse case nei villaggi di Beit Lif e Ramiyeh, a Sud del Libano. Contemporaneamente, nuovi droni sono tornati a sorvolare Beirut.
Per strada, durante uno dei passaggi della papa mobile, un anziano signore cristiano di nome Yusuf, parlando dei probabili nuovi attacchi, scherzando, ci ha detto: «Hanno detto che, dopo la partenza del Papa, Israele scatenerà una nuova guerra. Allora, teniamo il Papa qui. Ospitiamolo per un altro anno. Chissà cosa farebbe Israele».
Angelo Calianno, da Beirut
Palestina. La legge d’Israele: missili e droni
Quasi ogni giorno, alla tragica storia di Gaza e della Palestina, si aggiungono nuovi eventi. Nelle ultime ore, Israele ha attaccato Hamas in Qatar, cioè nel paese mediatore nel conflitto. Secondo la televisione saudita Al Arabiya sarebbero rimasti uccisi alcuni leader (probabilmente cinque) dell’organizzazione. Il network arabo afferma – inoltre – che l’attacco sarebbe avvenuto con il benestare di Donald Trump. A seguito di questi fatti, il Qatar ha protestato ma – al momento – non ha messo in discussione il suo ruolo di mediazione.
In questo screenshot, sullo sfondo si vede l’edificio di Doha (Qatar) attaccato dai caccia d’Israele martedì 9 settembre. Il Qatar ha accusato Israele per la violazione della sovranità, ma al momento non ha annunciato di volere ritirarsi dal suo ruolo di mediatore nel conflitto.
La strategia israeliana è consolidata. Lo scorso 31 agosto, Israele aveva dichiarato di aver ucciso, durante uno dei suoi raid, il portavoce delle brigate Qassam di Hamas: Abu Obeida. Come spesso accade in questi casi, le conferme su queste notizie sono unilaterali e tardano ad arrivare, ma il riconoscimento del cadavere sarebbe stato confermato dalla stessa famiglia di Obeida. Nel frattempo, la flotta della Global Sumud Flotilla, composta da decine di imbarcazioni e centinaia di attivisti, tra cui giornalisti e operatori umanitari, è pronta a salpare da Tunisi verso Gaza. Proprio a Tunisi, nelle ultime 36 ore, due delle imbarcazioni cariche di aiuti umanitari sono state colpite da due droni. L’attacco della scorsa notte, quella tra il 9 e il 10 settembre, ha incendiato il ponte della nave «Alma», la più grande della flotta, fortunatamente senza feriti.
Ha fatto molto discutere (e arrabbiare gli attivisti) l’indifferenza della polizia tunisina a questi eventi, polizia che aveva già liquidato la prima aggressione come «uno spiacevole incidente». Sul fronte opposto, il ministro della sicurezza israeliana Ben-Gvir dichiara oggi: «I membri della flotta saranno trattati come terroristi».
Le Chiese tra le macerie di Gaza
In questo drammatico susseguirsi di eventi, lo scorso 4 settembre in Vaticano era avvenuto l’incontro tra il presidente israeliano Isaac Herzog e papa Leone XIV. Durante l’udienza, durata tre ore, il papa aveva espresso con la consueta fermezza la necessità di un cessate il fuoco permanente e di un’azione umanitaria urgente. L’incontro ha messo in luce forti divergenze tra Israele, sempre fermo e chiuso sulla sua narrazione, e la posizione della Santa Sede sulle questioni fondamentali della guerra e dei diritti umani.
Lo scorso 5 settembre, in Vaticano, il presidente israeliano Herzog ha incontrato papa Leone XIV. Le posizioni sulla guerra rimangono lontane. Foto Haim Zach-GPO.
Le parole del papa hanno fatto eco a un altro evento significativo, accaduto in precedenza: la visita a Gaza di due autorevoli figure spirituali del Medio Oriente, il cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, e il patriarca ortodosso Teofilo III.
I due religiosi sono entrati a Gaza il 18 luglio 2025 per una visita di tre giorni. Durante la loro presenza hanno visitato tendopoli, strutture ospedaliere ridotte in macerie e, in particolare, le parrocchie della Sacra Famiglia (cattolica) e di San Porfirio (greco-ortodossa). Questi edifici hanno rappresentato, negli ultimi due anni, un rifugio prezioso per centinaia di civili, tra cui anziani, donne, bambini e persone con disabilità. Tutti assistiti dai missionari con cura e senza discriminazioni di fede.
Prima del 7 ottobre 2023, la comunità cristiana di Gaza (per lo più concentrata a Gaza City) contava circa mille fedeli. Stime recenti indicano che circa 300 di loro siano stati uccisi dai bombardamenti israeliani degli ultimi due anni.
Pierbattista Pizzaballa è patriarca di Gerusalemme dei Latini dal 2020. Lunghissima è stata la sua carriera di studi e lavoro in Medioriente. Già custode di Terra Santa dal 2004, vive a Gerusalemme dal 1990.
Quella del cardinale non è stata la prima visita a Gaza. Le sue presenze sul campo di battaglia sono frequenti. La sua visita di luglio è stata la terza dall’inizio della crisi. Il cardinale italiano continua a parlare di Gaza in tutte le sue omelie a Gerusalemme.
Il cardinale Pizzaballa tra le macerie di Gaza. La sua è una presenza assidua. Foto catt.ch.
In un’intervista a Vatican News ha detto: «Non siamo contro la società israeliana e l’ebraismo, ma abbiamo il dovere morale di esprimere con assoluta chiarezza e franchezza la nostra critica alla politica che questo governo sta adottando a Gaza. La gente di Gaza resterà lì. C’è chi partirà, senz’altro, ma la maggioranza resterà. Non sa dove andare, prima di tutto, ma non vuole neanche partire, perché ha le radici lì, ha la casa lì, o meglio, avevano la casa lì, e vogliono ricostruirla lì. Il Papa su questo è stato molto chiaro: niente trasferimenti di popoli, non ci saranno riviere a Gaza».
Alle parole di Pizzaballa si sono unite quelle di Teofilo III, che in un’intervista ha dichiarato: «Non può esserci futuro basato sulla prigionia, lo sfollamento dei palestinesi o la vendetta. Non è questa la giusta via. Non vi è alcuna ragione che giustifichi lo sfollamento deliberato e forzato dei civili».
Il 20 luglio, il Cardinale ha celebrato una messa a Gaza subito dopo un raid israeliano, un attacco che aveva ucciso tre persone e danneggiato la Parrocchia del Sacro Cuore. Quello della messa è stato, forse, il momento più intenso ed emozionante della sua visita, soprattutto per quei cristiani che a Gaza ci vivono e ci rimarranno. Dopo la funzione, suore e sacerdoti, di entrambe le confessioni, hanno confermato il loro impegno dichiarando: «Noi rimarremo a Gaza, non abbandoneremo quelli che hanno bisogno del nostro aiuto».
In un momento di grande dolore e distruzione, la presenza delle Chiese e dei religiosi sono testimonianza di un impegno che non si ferma, di una sfida alla violenza, di un sostegno alla speranza.
Angelo Calianno
Siria. Attacco agli «infedeli»
Damasco, 22 giugno 2025. Nella chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia, nel quartiere di Dweila, sono più di 300 le persone che si sono radunate in occasione della messa domenicale.
Durante la preghiera, i fedeli vengono investiti da una violenta deflagrazione. Un attentatore suicida si è fatto esplodere all’ingresso della chiesa. Sono 25 i morti e più di 60 i feriti. Si tratta dell’attacco terroristico più grave dell’era post-Assad.
Il kamikaze viene identificato con il nome di Mohammed Zain al-Abidin, un uomo meglio conosciuto con il suo soprannome:Abu Othman. Nelle prime ore, le agenzie di stampa riportano la tragedia come un attacco perpetrato dall’Isis, ma, poche ore dopo l’attentato, sui canali social ne viene rivendicata la paternità. L’attacco non è stato compiuto da Daesh ma da un nuovo gruppo terroristico, un’organizzazione che fa già molta paura alle minoranze religiose siriane. Si fanno chiamare Sas, acronimo di Saraya Ansar al-Sunna (Brigate a sostegno/fedeli del sunnismo).
Da chi è formato questo nuovo gruppo? Quali sono le sue origini? Particolarmente attivo sui social, in particolare su Telegram, Sas è formato da miliziani sunniti. Sotto il regime di Assad, ha combattuto a fianco dell’Hts, soprattutto durante la riconquista della Siria. Sas, quindi, faceva parte a tutti gli effetti di quelli che l’Occidente ha soprannominato i «ribelli anti-Assad». Oggi, questi miliziani accusano il nuovo governo di essersi avvicinato troppo all’Occidente e, per questo, «infedele».
La cittadina cristiana di Ma’Lula vista dal campanile del monastero di Santa Tecla. Foto Angelo Calianno.
Anche l’attuale presidente della Siria, Ahmed al-Sharaa (vero nome di al-Jawlani), è stato bersaglio della campagna d’odio e di minacce portate avanti dal nuovo gruppo estremista. I membri del Sas si sono schierati, in particolare, contro le minoranze cristiane, druse, e sciite.
Sono proprio gli sciiti, oggi in Siria, a correre il pericolo maggiore, in particolare quelli della corrente alawita. Sono più di 1.500, infatti, gli alawiti uccisi in 40 diverse località siriane, tra il 7 e 9 marzo scorso. Molti degli attentati sono stati rivendicati dal Sas e da altre milizie loro simpatizzanti.
Le autorità siriane, e le organizzazioni per il monitoraggio del terrorismo in Medioriente, hanno dichiarato che è ancora presto per dare una precisa identità al Sas. Difficile rintracciarne una base fisica o luogo di provenienza, anche se, nelle ultime indagini, si è identificata la città di Homs come una delle sue possibili roccaforti.
Nelle ultime ore, cercando di ricostruire i movimenti dell’attentatore alla chiesa di Sant’Elia, Mohammed Zain al-Abidin, si è scoperto che questi sarebbe cresciuto nel campo di semidetenzione di Al-Hol, nel Nord-Est della Siria.
Nel 2023, con un nostro reportage su MC, raccontavamo proprio del potenziale pericolo che poteva nascere da questo campo. Al-Hol raccoglie, al suo interno, oltre 55mila persone. Sono mogli, figli e figlie dei terroristi dell’Isis detenuti nei penitenziari. L’interno di questi campi è quasi totalmente autogestito. Le autorità si limitano solo a sorvegliarne i perimetri.
I timori che luoghi come questo possano essere una fucina per nuove organizzazioni terroristiche, come Daesh, sta purtroppo trovando riscontri con gli ultimi attentati in Siria.
L’attacco del 22 giugno riporta la comunità cristiana a temere per la propria incolumità. Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del dicastero per le Chiese orientali, ha espresso grande preoccupazione per il futuro dei cristiani in Siria. Il cardinale ha, inoltre, sottolineato la necessità di un aiuto, e di un intervento umanitario, in un Paese che è ancora sotto le sanzioni dell’Unione europea, anche se di recente meno rigide.
Uno degli ingressi al quartiere cristiano di Bab Tuma, a Damasco. Foto Angelo Calianno.
Abbiamo raggiunto telefonicamente alcuni negozianti del quartiere cristiano di Bab Tuma, a Damasco, persone che avevamo già incontrato nello scorso dicembre 2024, subito dopo la caduta del regime di Assad.
In particolare, Youssef ci dice: «Come comunità perseguitata, siamo sempre stati molto cauti nel gioire pienamente della nostra libertà. Certo, dopo la caduta di Assad, avevamo tutti una grande speranza di cambiamento. Non sappiamo come verrà gestita questa nuova emergenza. Posso dirvi, però, che molti stanno nuovamente pensando di fuggire all’estero. Siamo stati un bersaglio per Al-Qaida, poi Daesh, poi Al-Nusra, tutto questo sotto il regime di Assad, e ora Sas. I più anziani, come me, hanno ormai accettato questa situazione. Ma i giovani che pensano ad un futuro, lo sognano lontano da qui. Purtroppo».