Afghanistan. La metà invisibile

Dal ritorno dei talebani, le donne afghane sono state sistematicamente cancellate dalla vita pubblica. Ne abbiamo parlato con Lailuma Sadid, presidente della Rete delle organizzazioni della diaspora afghana in Europa.

Immagina metà dei tuoi cari. Quantifica quella metà, pensando alla metà dei tuoi familiari, dei tuoi amici, dei tuoi conoscenti.

Metà è tanto, in termini assoluti. Se proviamo a immaginare la metà dell’intera popolazione di un Paese, vengono le vertigini.

Sono passati cinque anni dal ritorno dei talebani al potere in Afghanistan, nell’agosto del 2021. Secondo le Nazioni Unite, nel 2026 circa 21,9 milioni di persone (il 45% della popolazione) hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere. La crisi affonda in decenni di conflitti, ed è aggravata dai due terremoti di agosto e novembre 2025, oltre che dai tagli ai finanziamenti internazionali per gli aiuti umanitari.

Ma c’è un’altra metà alla quale pensa Lailuma Sadid, giornalista freelance, ex diplomatica afghana e presidente della Rete delle organizzazioni della diaspora afghana in Europa (Nadoe, Network of afghan diaspora organisations in Europe), quando ci dice: «Immagina un Paese in cui metà della popolazione è bandita da tutto. Ti sembra una cosa umana?». Quella metà è composta dalle donne afghane.

Herat, fuori dalla grande moschea blu Jama Masjid (Foto Susanna Melesi).

Istruzione, giornalismo e diplomazia

Lailuma Sadid era una studentessa quando i talebani presero il potere per la prima volta, tra il 1996 e il 2001. Una delle prime conseguenze che la colpì riguardò proprio la sua condizione di studentessa, dato che alle ragazze fu vietato il diritto allo studio.

Lailuma organizzò in casa propria una classe clandestina, con il sostegno della famiglia e la complicità dei vicini, che mandavano lì le loro figlie. Ma i talebani la scoprirono e fu picchiata due volte. Le dissero che se avesse continuato avrebbero ucciso lei e chiunque frequentasse le lezioni. Dovette quindi rinunciare: «Il potere era nelle mani dei talebani e tutti sapevano che, quando minacciavano qualcuno, passavano poi ai fatti». Dopo pochi anni, la famiglia si trasferì per motivi di lavoro in un’altra zona del Paese, in una cittadina di circa 30mila abitanti. Intanto il regime era cambiato, ma lì mancava una scuola secondaria femminile.

Quando Lailuma chiedeva alle famiglie perché non mandassero le figlie a scuola, la risposta era sempre la stessa: non c’era possibilità, non c’era altra scuola oltre le elementari. «Quando ho visto che non esisteva una scuola per le ragazze, ho pensato: è impossibile. Le ragazze erano troppo giovani per sposarsi e diventare adulte a quell’età. Con la mia famiglia, siamo riusciti a creare la prima scuola secondaria femminile della provincia». Lailuma lo ricorda come uno dei successi più importanti della sua vita: si diplomarono tremila studentesse dal momento della sua fondazione, nei primi anni 2000, fino al ritorno al potere dei talebani.

Nel frattempo, Lailuma si formò a Kabul come giornalista e iniziò a lavorare.

Nel 2003, fu la prima giornalista donna ad apparire in televisione senza il tchadri, il tradizionale burqa afghano che copre integralmente il corpo e il viso. Fu travolta da minacce e insulti, ma non si fermò, perché: «Era il momento di mostrare che le donne esistevano, che non eravamo più prigioniere nelle nostre case».

Negli anni successivi, Lailuma Sadid lavorò come corrispondente per diversi media internazionali e poi come diplomatica presso l’ambasciata afghana in Belgio, Paese dove oggi vive come rifugiata politica insieme alla sua famiglia, continuando a battersi per i diritti delle sue connazionali.

Una cancellazione sistematica

Dal 2021, i talebani hanno emanato una valanga di decreti e restrizioni che ricordano quelli già in vigore durante il loro primo governo. Nel Paese viene soffocata ogni forma di libertà culturale, politica e mediatica. I giornalisti subiscono arresti arbitrari, le trasmissioni politiche in diretta sono vietate, la musica e i programmi di intrattenimento sono proibiti in televisione e alla radio. Le punizioni corporali vengono inflitte pubblicamente ogni settimana.

Ma è sulle donne che il peso dei decreti si fa sentire con maggiore brutalità. Secondo Lailuma, l’obiettivo è di ridurre le donne in condizione di schiavitù. Le restrizioni toccano ogni aspetto della vita quotidiana. Le donne non possono viaggiare senza essere accompagnate da un parente maschio stretto, né incontrare uomini con i quali non abbiano legami famigliari. È vietato per loro entrare nei parchi, lavorare per organizzazioni non governative (Ong), cantare o leggere ad alta voce in pubblico. Tutti i parrucchieri e i saloni di bellezza femminili sono stati chiusi, mentre i libri scritti da donne sono stati rimossi da librerie e biblioteche.

Come quando Lailuma era giovane, le ragazze sono escluse da ogni forma di educazione secondaria e universitaria. Eppure, come allora, anche oggi esistono forme di resistenza: le classi clandestine continuano a formarsi e la tecnologia ha aperto nuove strade, con corsi e università online seguiti di nascosto, spesso da un telefono, nonostante non sempre sia facile a causa della mancanza di elettricità e del costo di internet.

Le studentesse sono bandite anche dalle facoltà di medicina e le conseguenze si ripercuotono sulla sanità pubblica: la carenza di personale sanitario femminile è drammatica in un Paese in cui le donne, a causa delle restrizioni sui contatti con gli uomini, non possono farsi visitare da medici maschi. Anche nei momenti di emergenza non sono ammesse eccezioni.

Dopo il terremoto che ha colpito le regioni nordorientali del Paese nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre 2025, uccidendo più di 2.200 persone, moltissime donne non hanno potuto ricevere soccorsi né cure mediche a causa del divieto di contatto diretto con uomini non familiari.

Gli effetti delle restrizioni non si distribuiscono in modo uniforme sul territorio. Nelle grandi città sopravvivono più margini di manovra e reti di supporto informali, mentre nelle zone rurali e remote il loro peso si fa sentire maggiormente. Nelle campagne vive circa il 75% della popolazione.

Durante i due decenni che hanno separato il primo e il secondo regime dei talebani, le libertà delle donne erano formalmente riconosciute e i progressi più significativi in termini di accesso all’istruzione, al lavoro e alla vita pubblica si erano concentrati soprattutto nelle aree urbane. Le campagne avevano beneficiato meno di quelle trasformazioni: il che significa che, per molte donne in zone rurali, il ritorno dei talebani ha rappresentato una caduta da una base già più fragile.

Discriminazione penale

A tutto questo si è aggiunto un nuovo Codice penale che, con 119 articoli, divide la società in quattro categorie: religiosi, élite, ceto medio e classe popolare. Sono previste punizioni diverse per lo stesso reato a seconda dello status sociale dell’accusato, seppellendo così il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Anche su questo punto, le conseguenze più drammatiche cadono sulle donne: nel nuovo codice alcuni articoli legalizzano la violenza e la inquadrano come strumento di disciplina sociale. Si stabilisce che se un marito picchia la moglie causando una ferita o una frattura ossea, e la donna riesce a provarlo davanti a un giudice, lui rischia 15 giorni di carcere. Per altri tipi di violenza fisica, psicologica o sessuale, il testo non prevede nulla. Un altro articolo invece commina cinque mesi di prigione per chi maltratta o organizza combattimenti tra animali. Il confronto è a dir poco impietoso.

Un altro esempio è la possibilità per un marito di imprigionare la moglie in casa: se la donna si reca ripetutamente a casa dei genitori senza il suo permesso e non torna quando lui lo richiede, può essere condannata a tre mesi di reclusione.

Allo stesso tempo, un decreto ha eliminato qualsiasi limite minimo di età per il matrimonio, legando l’idoneità matrimoniale alla pubertà. Il matrimonio infantile è stato quindi riconosciuto legalmente per la prima volta dal regime. Inoltre, la stessa legge rende quasi impossibile per una donna divorziare dal marito se lui non acconsente. Il nesso con il divieto di frequentare una scuola è diretto: senza scuola, le ragazze restano in casa e il passaggio verso il matrimonio forzato è breve.

Un rapporto del Relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan avverte che la negazione dell’istruzione secondaria sta causando un impoverimento transgenerazionale, destinato a consolidare la dipendenza forzata delle donne afghane dagli uomini.

La difficoltà di opporsi

Chiediamo a Lailuma se, dopo cinque anni, si intravedano fratture interne tra i talebani sulle questioni riguardanti le donne. La risposta è netta: la stragrande maggioranza del movimento condivide la stessa visione, e chi osa discostarsi lo fa pagando un prezzo altissimo.

Ne è un esempio il caso di Shir Mohammad Abbas Stanikzai, ex viceministro degli Affari esteri talebano. In un discorso pubblico aveva sostenuto che le restrizioni imposte alle donne, in riferimento all’accesso all’istruzione, fossero contrarie ai principi dell’islam. Aveva ricordato che ai tempi del profeta Maometto la conoscenza era aperta sia agli uomini che alle donne. Aveva dichiarato, riferendosi al divieto sull’istruzione secondaria e universitaria: «Non c’è alcuna giustificazione per questo, né ora né in futuro. Stiamo commettendo un’ingiustizia nei confronti di 20 milioni di persone».

Dopo questo discorso, il leader supremo dei talebani, Hibatullah Akhundzada, ha ordinato il suo arresto e Stanikzai è fuggito dal Paese.

«Una piccola minoranza ha idee diverse riguardo alle donne; solo sull’istruzione, non su tutte le libertà e i diritti che ci spetterebbero. Ma anche solo questo non rientra nell’ideologia dei talebani», dice Lailuma, aggiungendo una considerazione più ampia sui problemi che nascono quando politica e religione si intrecciano. Il caso Stanikzai dimostra che anche il minimo di dissenso, all’interno del regime, viene sistematicamente soffocato.

Apartheid di genere

Alcune organizzazioni della società civile insieme a esperti delle Nazioni Unite chiedono che l’apartheid di genere venga riconosciuto come crimine contro l’umanità, in quanto «atti disumani commessi nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione sistematica da parte di un gruppo di genere su qualsiasi altro, commessi con l’intenzione di mantenere tale regime».

Lailuma Sadid è convinta che questa definizione sia l’unica adeguata a descrivere ciò che accade nel suo Paese. Codificare l’apartheid di genere come crimine nel diritto internazionale significherebbe stabilire uno standard legale chiaro per affrontare la repressione sistematica delle donne, non solo in Afghanistan, ma ovunque si verifichi, riconoscendola come crimine e non come eccezione culturale.

Nel frattempo, la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati di arresto nei confronti di due alti dirigenti talebani, il leader supremo e il presidente della Corte suprema afghana Abdul Hakim Haqqani, accusandoli di crimini contro l’umanità per la persecuzione sistematica di donne e ragazze.

Secondo la Cpi, vi sono motivi fondati per ritenere che i due abbiano ordinato l’attuazione di politiche che hanno privato le donne dell’istruzione, della privacy, della vita familiare e delle libertà fondamentali di movimento, espressione, pensiero e religione.

Normalizzare i rapporti

Mentre scriviamo, è in programma per l’estate del 2026 un incontro a Bruxelles tra rappresentanti dei talebani e funzionari della Commissione europea. Viene descritto come tecnico, finalizzato a coordinare il rimpatrio di afghani considerati un rischio per la sicurezza o privi dei requisiti per restare nell’Unione europea. Sarebbe la prima volta dal 2021 che funzionari talebani vengono ospitati in Europa. Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione opponendosi esplicitamente all’invito.

Lailuma Sadid guarda con indignazione questa prospettiva. Per lei non si tratta di una questione tecnica, bensì di legittimazione: «È la normalizzazione di questa situazione. Stanno invitando nella capitale dell’Unione europea membri dello stesso gruppo nei confronti del quale la Cpi ha emesso mandati di arresto per crimini contro l’umanità».

Ripensiamo a quella metà. La raffiguriamo nella mente, la applichiamo a un’intera popolazione, e ci rendiamo conto che non riusciamo davvero a farlo. C’è qualcosa in quella cifra che sfugge alla comprensione.

Lailuma Sadid quella metà la conosce: sa com’è il viso di quelle ragazze, ha percorso le strade dei villaggi dove si tengono le classi clandestine, ricorda le studentesse che si sono diplomate nella scuola che aveva contribuito a costruire. Sa anche che quella metà potrebbe essere dimenticata, perché il mondo guarda in fretta altrove.

In Lailuma c’è qualcosa di ostinato, ben lontano però dall’ottimismo. Assomiglia alla consapevolezza che il silenzio ha un costo, che viene pagato sempre dalle stesse persone, e questo la spinge a parlare e a tenere attivi i collegamenti tra la diaspora e la popolazione, in particolare le donne, rimaste in Afghanistan. Là, in questo momento, c’è una ragazza che studia di nascosto. Non sappiamo come sia il suo volto e non sappiamo se domani riuscirà ancora a farlo. Sappiamo solo che lo sta facendo perché, come dice Lailuma, «Continueremo a lottare finché non avremo ottenuto i nostri diritti».

Eva Castelletti




Il Buddha nella roccia

È la grande festa di compleanno del Buddha. Un gruppo di cattolici è invitato a condividerla in un luogo speciale. Tra loro un missionario della Consolata, impegnato da molti anni nel dialogo tra le religioni nel Paese dell’estremo Oriente.

Cheonan. Stiamo andando a fare una visita speciale, invitati, in via eccezionale, insieme a un gruppo di coreane e coreani cattolici, una quindicina in tutto. Sono i membri della Commissione per il dialogo interreligioso, della diocesi di Daejeon (centro Ovest del Paese). Tra loro, padre Diego Cazzolato, missionario della Consolata e vice presidente della commissione. Ci sono anche due suore Clarisse missionarie della santissima Eucarestia. Una delle due è una giovane messicana.

Andiamo a Pungse-myeon dove, su una bassa montagna chiamata Taehaksan, si trova il monastero buddhista di Haeseonam, guidato dal monaco Bop-yeon.

Arrivati alla base del monte, troviamo un ingresso, davanti al quale di norma si forma la coda per la visita dei luoghi sacri. Noi, invitati dal monaco, proseguiamo direttamente. Arriviamo così in un piccolo parcheggio e, guardando la montagna, intravediamo, in mezzo agli alberi, il tempio sulla sinistra. Ha forma rettangolare e dimensioni modeste. Sullo sfondo vediamo grosse rocce tondeggianti. File di lanterne colorate sono appese tra gli alberi a ricordare che in questi giorni si festeggia il compleanno di Buddha.

Facciamo l’ultimo tratto di strada a piedi e, in cima, di fronte al tempio, ci accoglie lui, il monaco Bop-yeon, nel suo lungo vestito grigio chiaro (è questo il colore del buddhismo in Corea). Ha il viso rotondo, porta occhiali con una spessa montatura, e sorride infondendo serenità. È completamente rasato, il che conferisce una certa lucentezza al volto. Con lui c’è anche una monaca Il-yang, che ci dirà essere stata una sua allieva. Indossa pure lei una tunica grigia.

Il monastero Haeseonam, sulla montagna Taehaksan, nei pressi della città di Cheonan. (Foto Marco Bello)

Il Buddha di pietra

Dopo i convenevoli di benvenuto, i due monaci ci invitano a seguirli. Davanti al tempio, è in bella mostra uno striscione di accoglienza – ovviamente in lingua coreana – per la delegazione cattolica.

È proprio per il compleanno di Buddha, grande festa per i buddhisti, che la Commissione diocesana per il dialogo interreligioso ha proposto a Bop-yeon di visitarlo per una celebrazione in condivisione e lui ha immediatamente acconsentito.

Il tempio è immerso nel verde, sul posto c’è solo il nostro gruppo e regna una grande tranquillità. Bop-yeon s’incammina per un sentiero di gradini di pietra non uniformi che comincia dietro al tempio e si inerpica sulla montagna.

Lo seguiamo dentro il fitto del bosco che ricopre tutta la zona. Saliamo, poi, per una scala di legno piuttosto ripida. A un certo punto compare una grande roccia piatta che si staglia verso il cielo. Su di essa è scolpita la figura intera di Buddha in piedi. È il Yang Hiun Moh, un’opera che – ci dice il monaco Bop-yeon – data di oltre mille anni.

Il Buddha nella roccia di Samtae-ri, è una statua di granito alta 7,1 metri e risale al periodo della dinastia Goryeo (918-1392), durante la quale il buddhismo ebbe un grande impulso. È classificato tesoro nazionale sudcoreano. Il gruppetto si ferma per un momento di raccoglimento e preghiera, guidato dal monaco.

Bop-yeon mostra alla delegazione cattolica il Buddha di Samtae-ri, tesoro nazionale. (Foto Marco Bello)

La Consolata in Asia

Padre Diego ha fatto parte del primo gruppo di missionari della Consolata arrivati in Corea del Sud nel 1988. Prima del nostro arrivo al tempio ci ha raccontato questo percorso: «Uno dei motivi per cui l’Imc ha scelto la Corea come sua prima apertura in Asia, è il fatto che permetteva di entrare in contatto con le grandi religioni orientali, con le quali l’Istituto non aveva mai interagito nella sua storia. La Chiesa, in quel periodo, stava insistendo sul dialogo».

Le difficoltà iniziali sono state tante e hanno visto i primi missionari impegnati nell’inserimento culturale, linguistico, pastorale. Queste hanno fatto passare il tema del dialogo interreligioso in secondo piano. «Risultava difficile trovare una strada – ha continuato padre Diego -. Io avevo già visitato parecchi centri delle altre religioni, come templi buddhisti, l’università e il centro confuciano, ma senza iniziare nulla di concreto».

Qualche anno dopo, i missionari entrarono in contatto con «La catena della pace», un gruppo di dialogo formato da giovani delle diverse religioni. Questo realizzava incontri ai quali partecipavano sacerdoti, seminaristi, giovani che si preparavano a diventare monaci buddhisti, alcuni leader di altri gruppi religiosi.

«Iniziai a frequentare il gruppo – ci ha raccontato il missionario -. Ci radunavamo e invitavamo un esperto che ci parlasse di una religione». Era la metà degli anni Novanta.

Dentro al tempio, l’incontro tra i monaci buddhisti e la delegazione cattolica. (Foto Marco Bello)

Un passo importante è stato la costruzione di un centro per il dialogo interreligioso: «Come comunità della Consolata abbiamo deciso di creare un piccolo centro per il dialogo. Abbiamo comprato un terreno, nella zona di Pucheon, dove c’era la nostra sede in Corea del Sud, e abbiamo costruito la casa».

Dopo alterne vicende, che hanno visto padre Diego distaccato per un periodo a Roma, come membro del Segretariato generale per le missioni dell’Istituto, sono state finalmente lanciate diverse attività. «La catena della pace ha preso il nostro centro come riferimento per gli incontri».

Il gruppo che frequentava il centro della Consolata è entrato in contatto con un monaco anche lui molto interessato al tema. «Quel monaco stava formando alcune persone al buddhismo. Noi seguivamo alcuni giovani e coppie di cattolici che erano disposti a impegnarsi in questo. Abbiamo organizzato incontri mensili tra i due gruppi. Una volta si andava al tempio, e quella successiva al nostro centro. Ogni mese sceglievamo un tema di dibattito: la preghiera, la misericordia, il perdono, la vita comunitaria. Stavamo realizzando incontri di base tra i fedeli delle due religioni. È stato un esperimento molto valido e bello. Qualche tempo dopo, il monaco è stato trasferito e il suo gruppo di discepoli si è sciolto, così i nostri incontri sono terminati».

Padre Diego Cazzolato (Imc) con il monaco Bop-yeon e la monaca Il-yang, durante la cerimonia di accoglienza. (Foto Marco Bello)

Organizzazioni nazionali

In Corea del Sud esistono alcune organizzazioni che si occupano di dialogo interreligioso. A livello nazionale c’è la Korea conference of regligions for peace (Kcrp, Conferenza coreana delle religioni per la pace). Ha una sede centrale a Seul e sezioni distaccate nelle varie provincie.

La Kcrp raggruppa le sette grandi religioni della Corea: cattolicesimo, protestantesimo, buddhismo, buddhismo won, chondogyo (ceondoismo, cfr. MC ottobre 2025), confucianesimo, le religioni popolari coreane (come lo sciamanesimo, la religione della via, e altre).

Nel 2012 i missionari della Consolata sono stati costretti a chiudere il centro per il dialogo di Puchon, perché l’amministrazione comunale aveva deciso di riqualificare l’area. Hanno poi aperto un nuovo centro, più spazioso, a Daegeon, più a Sud, dove attualmente è presente una delle tre comunità Imc in Corea. «Dopo esserci trasferiti a Daegeon, iniziai a prendere parte alle riunioni regionali del Kcrp», ci ha detto padre Diego.

Un’altra organizzazione importante per il dialogo interreligioso è ecclesiale, ovvero quella creata dalla Conferenza episcopale coreana: la Commissione episcopale per il dialogo ecumenico e interreligioso. «Il vescovo Choi Ki-san Bonifacio (all’epoca presidente della commissione, ndr) nel 2002 ha invitato uno di noi a fare parte della commissione. Gli incontri si tengono ogni due tre mesi. Vengono preparate celebrazioni ecumeniche, incontri ufficiali tra teologi cattolici e protestanti, visite ufficiali a templi per la festa di Buddha. Quando fu creata nei primi anni 2000, c’era molto interesse per il dialogo, in particolare per capire come formare meglio i cattolici a esso. Su mia iniziativa, abbiamo tradotto in coreano un libretto divulgativo del cardinale Fransis Arinze su questo tema e preparato altri sussidi».

Padre Diego è stato membro della commissione episcopale, a livello centrale, dal 2002 al 2025.

«La presenza del nostro centro a Daegeon ha poi spinto la diocesi a formare la sua Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Il presidente era un diocesano e io ero il vice. Vi fanno parte altre religiose e religiosi e laici, alcuni nostri amici che frequentano il centro. Si può dire che la Consolata è la base di questa commissione diocesana». Sono proprio i membri di questa commissione, insieme ad alcuni amici della Consolata, che ora visitano il monaco buddhista per la festa del Buddha.

Monastero Haeseonam (Chonan). Corea del Sud. Visita della Commissione diocesana per il dialogo interreligioso, in occasione della feste di compleanno del Buddha. Il monaco Bop-yeon suona il tamburo con i pugni.(Foto Marco Bello)

Il compleanno del Buddha

Dopo la visita al Buddha scolpito nella roccia, il monaco Bop-yeon ci indica di seguirlo e, lentamente, scendiamo verso il tempio.

Ci fa quindi accomodare nella sala principale della struttura, dove sono state predisposte tre file tavolini bassi. Ci sediamo di fronte a essi a gambe incrociate. Sono posti a ferro di cavallo e sul lato comune si siedono i monaci, padre Diego e le suore.

Ci viene subito servito del particolare tè dal colore rosa.

Il soffitto è ricoperto di centinaia di lanterne colorate, a ognuna delle quali è attaccato un biglietto con un augurio.

Bop-yeon regala a ciascuno di noi un semplice braccialetto realizzato con un intreccio di cordini colorati, che recano al centro cinque perline di colori diversi. Dopo una parola di benvenuto ci spiega il significato del braccialetto: «La perlina centrale è ognuno di voi. Le quattro perline che la circondano sono i quattro punti cardinali e rappresentano il Mondo. Il significato è che la tua esistenza è magnifica, preziosa per il mondo, e serve a renderlo migliore. Ha quindi un senso fondamentale. Bisogna, però, cercare la consapevolezza di questo essere preziosi per aiutare il mondo. Questo è il valore del cuore di Buddha».

Bop-yeon parla poi delle relazioni tra buddhisti e cattolici: «Un valore fondamentale per il buddhismo è la misericordia, e per il cristianesimo è l’amore. Non sono molto diversi. Viviamoli insieme. Ecco perché è importante dialogare». Infine, aggiunge una considerazione sulle nuove generazioni: «La nostra società è materialista e tecnologica, ma proprio per questo, nei giovani, c’è una grande sete di spiritualità e di senso della vita. Li cercano in una religione, purtroppo però noi religiosi siamo spesso impreparati ad accoglierli».

La monaca Il-yang, che è stata tutto il tempo a fianco di Bop-yeon, vive in un altro monastero, più grande, chiamato Makogsa. In esso offrono la possibilità di accoglienza a chi vuole passare alcuni giorni in silenzio e meditazione. Prende la parola e dice: «Molti giovani vengono a passare qualche giorno con noi, ma le motivazioni sono quelle di uno stacco temporaneo dallo stress quotidiano. Bisognerebbe invece uscire dall’aridità spirituale e continuare il percorso».

Il monaco chiede a noi cosa pensiamo del Buddha di pietra. Rispondiamo che ha oltre mille anni, e noi vi abbiamo sostato davanti pochi minuti, con la consapevolezza che sarà ancora lì per migliaia di anni. Bop-yeon è contento e ci regala un quadro raffigurante il Buddha Samtae-ri.

Il gruppo della Commissione diocesana del dialogo in cammino verso il Buddha nella roccia. (Foto Marco Bello)

Un tempo difficile

La Commissione diocesana lavora anche sul dialogo ecumenico, realizzando tutti gli anni, insieme ai protestanti, una celebrazione durante la «Settimana per l’unità dei cristiani». Ogni anno, il luogo della celebrazione, si alterna tra una chiesa cattolica e una protestante. Anche l’omelia viene fatta in modo alterno da un pastore e un sacerdote.

Sul fronte del dialogo con le altre religioni, invece, la Commissione ha messo in piedi una «scuola di dialogo» itinerante in diverse parrocchie. Realizza visite mirate a centri di culto di altre religioni e cura l’invio degli auguri per tutte le festività religiose. Inoltre, partecipa alle attività della Conferenza delle religioni per la pace.

Secondo padre Diego, però, il dialogo interreligioso in Corea, a partire dal tempo del covid, sta attraversando una stagione difficile: «Dopo l’interruzione totale durante il periodo pandemico, il processo è risultato un po’ statico. Si sono ridotte le frequenze degli incontri, i rappresentanti dei buddhisti non partecipano quasi più o sono rari. I sacerdoti diocesani non sono molto interessati. Un’altra difficoltà – ci ha ricordato il missionario – è che tutti hanno limiti di tempo nei loro incarichi. Dopo tre o quattro anni vengono spostati. Noi (della Consolata) siamo quelli che durano di più».

La base culturale

Padre Diego ci ha spiegato un’altra difficoltà di fondo: «È difficile fare il dialogo come tale, in profondità. Perché la base culturale è uguale per tutti i coreani. In quella base comune ritrovano l’unità e non hanno bisogno di confrontarsi. Le differenze sono messe da parte: siamo tutti coreani. Da un lato questo è molto bello e utile, però, secondo me, impedisce di riconoscere le differenze, ad esempio tra le religioni. Il buddhista dice: Va tutto bene, non c’è alcuna differenza che io sia monaco buddhista e tu prete cattolico, siamo tutti coreani. Ma così, non si va in profondità».

La vibrazione dei tamburi

Prima di congedarci, i due monaci ci invitano alla pagoda dei tamburi. La monaca Il-yang si esibisce in una suonata con i bastoni. In successione, il monaco Bop-yeon ne esegue una con i pugni. Le vibrazioni delle grosse percussioni fanno risuonare all’unisono i presenti. Anche questo «vibrare e ascoltarsi» è dialogo.

Marco Bello

(Foto Marco Bello)



Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Lettera a Gesualdi e la sua risposta

Egregio Francesco Gesualdi,
ho letto con attenzione il suo dossier sull’Italia e la scelta militare.

Intanto devo dirle che il suo dossier è una bellissima lezione su come teoricamente si potrebbero fare le cose.

Se un contadino che si alza al mattino, prende il trattore, va a seminare il grano, invece di andare a seminare, prendesse un quaderno e scrivesse: come si semina il frumento? Non so se avremo del pane da mangiare.

Poi non ho capito bene come l’Italia, membro dell’Europa, possa dire: «Io sono contro la guerra quindi non voglio e non pago le armi, arrangiatevi voi», e se il resto dell’Europa sarebbe molto d’accordo o ci direbbe: «Se resti, la quota è questa, oppure te ne vai». Cosa facciamo, lasciamo l’Europa?

Che poi con i soldi risparmiati con le armi, riusciamo a soccorrere la sanità pubblica, organizzare una buona scuola, mettere le scuole in sicurezza, migliorare lo stato sociale, servizi per l’infanzia, risarcire la giustizia, mettere il territorio in sicurezza, transizione energetica, accogliere i migranti, potenziare la cooperazione, investire nella difesa non violenta, corpo civile di pace, Nazioni Unite…

Trentacinque o 48 miliardi in armi. Ho fatto la somma di tutte le cose che si vorrebbero fare con quei 48 miliardi, l’elenco è risultato di più di 1.200 miliardi dal conto che ha fatto lei.

Ora con 48 miliardi fare lavori per più di mille.

Credo che a tavolino, due più due fa sempre quattro, ma nella vita non proprio, se un contadino che ha lavorato tutto l’anno la vigna viene la tempesta, va bene se salva metà raccolto. Sono nato contadino e so queste cose.

Poi dice delle cose bellissime. Risanare la giustizia. Ma se abbiamo appena votato “No”.

Mettere il territorio in sicurezza […], accelerare la transizione energetica. Non proprio facile. Chiedono sempre più corrente elettrica e noi come la facciano, con un pannello sul balcone?

Potenziare la cooperazione, non ho neanche capito cosa vuol dire.

Ma quello che più mi ha colpito è la difesa non violenta, cioè, bellissimo: difesa popolare non violenta, ma con la partecipazione obbligatoria (volontaria, obbligatoria).

Corpo civile di Pace. Gente che quando c’è una guerra, va sulla linea di fuoco tra due eserciti con dei cartelli «Pace». Ho l’impressione che farebbe una brutta fine…

Carissimo Gesualdi, la vita, vista lavorando, è molto più difficile che vista a tavolino.

Con molta simpatia, vera,

Ernesto Mascarotto, Torino

Caro Ernesto,
grazie della sua lettera. Quando si prende carta e penna si mostra sempre grande rispetto per il proprio interlocutore e di avere a cuore la tematica proposta. Di questo le sono davvero grato.
Ciò non di meno sono molti i punti che mi trovano in disaccordo con lei.

Nel suo scritto ho avvertito avversione e derisione per tutto ciò che è analisi, riflessione, programmazione, come se nella vita servisse solo il lavoro a testa bassa. Come esempio cita il contadino che non mangerebbe se invece di salire sul trattore si mettesse a parlare di semine sul quadernetto. Ma se al contadino giungesse voce che sta seminando semi sterili, immagino che scenderebbe subito dal trattore per portare i suoi semi in laboratorio e farli analizzare.

Fra i punti che mi contesta c’è il fatto che sarebbero davvero tanti i soldi necessari per affrontare tutti i nostri problemi, molti più di quelli spesi per la Difesa. Sembra dire che tanto vale continuare a buttarli in spese di morte. Come se una famiglia con la casa diroccata e soldi insufficienti a riparala integralmente decidesse di sperperare anche i pochi risparmi che ha, perché tanto non bastano per tutti i lavori. Non mi sembrerebbe un comportamento molto saggio. Contesta anche che facendo noi parte dell’Unione europea, dobbiamo adeguarci alle decisioni prese da altri. Ma la spesa militare non è ancora materia comune, dunque la sovranità sul tema è di esclusiva pertinenza dei parlamenti nazionali, ossia di ognuno di noi.

Su varie altre tematiche a cui accenna mi pare che abbia un approccio un po’ canzonatorio che non aiuta a trovare le soluzioni. I problemi che abbiamo davanti sono seri e non si risolvono con l’ironia. Lo stesso vale per la difesa popolare nonviolenta e i corpi civili di pace. Trattandosi di pratiche poco sperimentate, i problemi aperti sono ancora molti. Ma che l’umanità debba trovare modi meno barbari per risolvere i conflitti mi pare altrettanto evidente. Nel 2024 le guerre hanno provocato 239mila morti e 11 milioni di sfollati a livello mondiale. Non a caso papa Leone insiste così tanto sulla pace. Che non viene da sola, ma con l’impegno di noi tutti a osare anche per sentieri inesplorati.

La sua lettera termina con un richiamo alla praticità di chi, constatando quanto sia difficile cambiare le cose, invita a lasciare tutto com’è. Se mi permette, mi pare un atteggiamento di comodo per non impegnarsi. Le difficoltà ci sono, nessuno può negarle. Ma non possono essere prese a pretesto per non far niente. Personalmente sono stato educato a un altro approccio. Prima si cerca di capire se gli obiettivi sono validi, dopodiché si cercano le strategie più intelligenti per raggiungerli. Ma rinunciare a ricercare cosa è più giusto in nome delle difficoltà è il peggio che possa esserci. È esattamente ciò che serve al potere per assicurargli sudditi obbedienti disposti a ogni sopruso e a rendersi complici dei peggiori misfatti.

Francesco Gesualdi, 17/06/2026

Transizione energetica e migranti

Caro direttore,
sono un vostro abbonato da decenni e inizio dicendo che la vostra rivista è una delle poche, forse la sola, che tratta argomenti legati al rispetto della Madre Terra, come diceva papa Francesco.

Ma vorrei fare una riflessione in particolare riguardo agli articoli del dossier apparsi sul numero di giugno. «Accelerare la transizione energetica» è il titolo di un articolo, ma a questo proposito, vorrei suggerire che forse, in particolare per i credenti, è necessario riflettere e impegnarsi per un vero cambiamento degli stili di vita come dagli anni Novanta propongono gli aderenti ai Bilanci di Giustizia proposti dopo la guerra in Bosnia da don Tonino Bello e padre Alex Zanotelli.

A proposito dell’articolo «Accogliere degnamente i migranti» vorrei riflettere sulle motivazioni per cui il nostro Paese è un Paese con basso numero di nascite di bambini. Ma quale attenzione c’è stata da parte dello Stato e della Chiesa per la famiglia, vedi assegni familiari e sul problema dell’aiuto alle coppie attraverso la regolazione naturale della fertilità e del sacramento del matrimonio? Si parla tanto di accogliere tutti, ma poi come li aiutiamo a trovare casa e lavoro? Quante canoniche e conventi sono vuoti da decenni?

Ero volontario in Africa negli anni Settanta con una associazione e tra di noi il pensiero era «o noi aiutiamo questi popoli nel loro Paese o noi li avremo in Europa». Il colonialismo è ancora attuale. Cosa ne facciamo noi cristiani di alcune frasi del Vangelo riguardo agli stili di vita o della figura di san Francesco?

Scusi il disturbo e buon lavoro.

Daniele Engaddi, email, 15/06/2026

Il dossier «Invece di armarci potremmo…» presenta problemi reali, ma non ha la pretesa di avere tutte le risposte e indica piste di ricerca e riflessione.

Un commento a proposito dei migranti. È triste quello che è successo ad agosto, mentre stavamo lavorando su questo numero di MC, con la scusa di Ceuta. Lo slogan che sembra ora accettato da gran parte dell’Europa è «difendere i confini». Ma nessun governo sembra voler fare una riflessione seria sulle cause delle migrazioni. Chi alimenta le guerre? Chi sfrutta le risorse di tanti Paesi senza veri benefici per la gente del posto, ma anzi alimentando conflitti, povertà, insicurezza e sfruttamento? Quando i nostri Paesi ricchi metteranno mano a risolvere il problema del debito estero di tante nazioni del Sud del mondo? Tale debito sta strozzando la vita delle fasce più deboli della popolazione, che impedisce la crescita, e toglie soldi per scuole, ospedali e altri servizi sociali necessari.

Riprendiamo in mano quei testi di Francesco Gesualdi, usiamoli per dibattiti, ricerche, approfondimenti nelle scuole, negli oratori, nei centri culturali, nelle associazioni. Non restiamo passivi.

Acqua fresca

Caro padre Gigi
le sono molto grato per il suo editoriale di questo mese su Missioni Consolata «Un bicchiere d’acqua fresca», perché ha fatto gioire me e mia moglie in quanto abbiamo rivissuto bellissimi giorni trascorsi assieme a padre Pietro Davoli.

Purtroppo, molti non si rendono conto del dono enorme di poter disporre di acqua potabile e sono certo che il suo editoriale sveglierà qualche coscienza addormentata.

Mi permetta di complimentarmi vivamente con lei per la sua capacità di scrivere e per la sua attività missionaria. Cordialissimi saluti.

Oreste Germano Miani, email, 12/08/2025

Ricordo con tanto affetto padre Davoli (1911-2006), innamorato del monte Kenya e appassionato missionario nel Samburu. La sua semplicità e il suo vero amore sono stati incoraggiamento e ispirazione anche per me.

Online, no carta

Buongiorno.
Poiché sul vostro sito è consultabile integralmente, a quanto mi consta, la versione online (archivio storico incluso) della vostra pregevole e apprezzata rivista, chiedo di sospenderne l’invio, a mio nome e al mio indirizzo.

Non ha senso sostenere spese, ritengo, non modeste di pubblicazione e spedizione, nonché appesantire l’ambiente con invio e smaltimento, quando i contenuti della pubblicazione sono disponibili in versione digitale.

Continuerò a sostenere le vostre iniziative missionarie, nei limiti delle mie possibilità.
Vi ringrazio in anticipo.

Carlo Bertino, email, 23/07/2026

Anche noi ringraziamo per averla tra i nostri fedeli lettori. È per noi un punto d’onore essere puntuali e completi sul nostro sito, sia con i testi della rivista cartacea che con MC notizie. Però mi permetto di ricordare che l’unico risparmio è nella spedizione. Per la stampa, il numero delle copie cambia solo quando si rinnova il contratto con la tipografia, più o meno ogni tre anni e non ogni mese. Questo garantisce un prezzo di stampa stabile.

Eulogia per lo zio Adolfo

Ciao zio,
siamo qui, noi tutti, a darti il nostro saluto, il nostro arrivederci.
Ci lasci tante memorie, tanti insegnamenti; si dice che l’anzianità porti saggezza e tu la tua grande saggezza la impartivi a tutti quanti venivano a trovarti alla residenza il Castello, dove hai risieduto l’ultimo anno. Anche lì tu ricevevi tante persone affezionate che ti venivano a cercare, ansiosi di condividere le loro notizie con te. Chiamavamo la tua stanza «il centro sociale De Col». Fino all’ultimo hai mostrato determinazione e vitalità, ancora pieno di progetti, così tanto che noi non pensavamo proprio di perderti, ci eravamo abituati a pensarti centenario! Ma un giorno mi hai detto, con pacatezza: «Mi immagino di stare seduto su una roccia e guardare l’orizzonte mentre aspetto la mia chiamata». Forse ti immaginavi quegli orizzonti infiniti che ci hai fatto assaporare in Kenya, con la tua maestria nel far conoscere e capire le culture a grandi e piccini, raccontando storie di vita vissuta e cercando di fare capire il «perché» e il «per come» senza mai giudicare, creando un variopinto mosaico di modi di esistere che apriva la mente e il cuore e aiutava a capire e accettare arricchendosi con l’incontro di altre culture. O forse immaginavi l’orizzonte delle vette imponenti della tua terra natale, il Bellunese, a cui eri legatissimo.

Tu riuscivi sempre a estrapolare il meglio dalle persone, valorizzandole, facendole sentire a proprio agio, riuscendo a percepire i talenti, i punti forti di ogni individuo e così facendo coinvolgevi tutti nei tuoi progetti, nelle tue iniziative sempre a favore del prossimo, e tutti nella misura in cui erano capaci di partecipare. Non perdevi mai di vista nessuno. Avevi una memoria formidabile, ti ricordavi i nomi di una miriade di persone e luoghi. Nello stesso modo delle tue parole, anche i tuoi silenzi e i tuoi sguardi esprimevano una conoscenza profonda.

Regalavi i sandaletti portachiavi con un messaggio. Molti di voi si ricorderanno o forse avranno ricevuto questo souvenir che lui si procurava in Africa. Con questo piccolo e semplice oggetto dava un profondo messaggio, scritto in una pergamenina arrotolata:

«Carissimo/ Carissima, infila il piede in questo sandaletto e mettiti a camminare verso quel traguardo buono che ti sei proposto di raggiungere. Se lungo il percorso trovi delle difficoltà, niente paura… le difficoltà sono lì per essere superate. Qualora però tu abbia a incespicare o addirittura cadere, ancora: niente paura! Alzati, rimetti di nuovo il piede nel tuo sandaletto, canta e cammina e, quando sei stanco/a per la monotonia del tuo andare o per qualche insuccesso e ti vien voglia di sederti, no, non farlo. Si possa dire di te che: stanco/a di camminare, anziché sederti, ti sei messo/a a correre!»

Mi ricordo che tu, prossimo agli 80 anni, una volta che venni a trovarti in corso Ferrucci in bicicletta, me la prendesti e cominciasti a fare due giri in cortile. Tu non solo non ti sedevi, ma anziché correre, andavi persino in bicicletta! Avevi sempre una marcia in più che sapevi trasmettere agli altri. A 90 anni terminasti il tuo racconto dicendo «questi sono i miei primi 90 anni».

Ultimamente eri un po’ più debole fisicamente ed eri in sedia a rotelle ma avevi sempre una marcia in più che sapevi trasmettere agli altri e sapevi ascoltare sempre tutti.

Hai fatto animazione missionaria nel vero senso della parola: anima e azione. Ci hai insegnato a curare l’anima e a trasformare i sogni in azione.

Noi nipoti ti ricordiamo così zio, spezzoni di vita e di insegnamenti che rimarranno con noi e che passeremo ai nostri figli.

Famiglie Caldart, De Col e Cirio, Torino, 08/05/2026

Testo preparato dalla famiglia e letto durante il funerale di padre Adolfo De Col, celebrato l’11 maggio nel santuario di san Giuseppe Allamano, in Casa madre a Torino.




Uno in Cristo, uniti nella missione

Sono passati 100 anni dall’istituzione della Giornata missionaria mondiale che, dal 1926, per volontà di papa Pio XI, si celebra nella penultima domenica di ottobre in tutte le Chiese del mondo. Un forte impulso in questo senso fu dato dall’intuizione e dalla collaborazione dei fondatori degli Istituti missionari in Italia, uniti nel riconoscere la validità e l’universalità del mandato missionario per ogni battezzato e per ogni Chiesa locale: veniva, in questo modo, rafforzato quanto papa Benedetto XV aveva affermato pochi anni prima con la sua lettera apostolica Maximum Illud del 1919, sdoganando finalmente la missione dal giogo del colonialismo. Il senso sta tutto qui: i credenti, in ogni angolo del mondo, convocati in Gesù primo missionario e uniti a lui, contribuiscono all’azione missionaria della Chiesa, anche se solo alcuni partono per raggiungere le Chiese che vivono in situazione di minoranza o persecuzione, o in povertà, o dove l’azione missionaria è particolarmente necessaria, oltre che faticosa.

In occasione di questo centenario, papa Leone XIV, nel suo messaggio «Uno in Cristo, uniti per la missione», ha ricordato le Pontificie opere missionarie, sorte alla fine dell’Ottocento proprio perché ogni cristiano partecipasse nell’opera di evangelizzazione della Chiesa, superando la frammentazione degli sforzi e le divisioni in fazioni. Gesù lo afferma con chiarezza: è nella testimonianza di una comunità riconciliata, fraterna e solidale che l’annuncio del Vangelo trova la sua piena forza comunicativa. La via, allora, non può essere che quella dell’incontro con l’altro, – sempre diverso e sempre uguale a me – del riconoscimento reciproco, della fraternità senza se e senza ma.

«La grandezza dell’umano si rivela quando riconosciamo l’altro come dono e non come dato», ricorda papa Leone nella sua enciclica Magnifica humanitas. In un mondo attraversato da conflitti, migrazioni e trasformazioni tecnologiche rapidissime, questo invito è profetico. I dati globali parlano chiaro: oltre 120 milioni di persone vivono oggi in condizioni di migrazione forzata, più di un terzo dei giovani occidentali dichiara di sentirsi isolato e l’intelligenza artificiale (vedi dossier, ndr) rischia di accentuare disuguaglianze e polarizzazioni. E c’è la sfida per le nostre città europee, dove convivenza e paura si intrecciano e dove siamo chiamati a custodire l’umano proprio quando tutto sembra spingerci verso l’indifferenza. Dentro questa realtà, la missione ci chiede di non perdere il nostro centro: il volto di Cristo e il volto dell’altro. Il volto reale, fragile, spesso sorprendente, che ci interpella oltre i confini geografici ed esistenziali. Restare umani, oggi, significa scegliere la prossimità in un tempo che spinge alla distanza. Siamo fatti per guardare le persone negli occhi, riconoscere la loro dignità, lasciarci ferire e trasformare dal loro racconto. «Uno in Cristo: uniti nella missione» non è solo uno slogan, ma una direzione.

La missione, allora, può diventare un luogo dove l’umanità si ricompone, dove i confini si trasformano in soglie e dove è possibile vedere l’altro in modo limpido. E la fraternità universale diventa la risposta più credibile alle sfide del nostro tempo. Forse sta qui il senso più compiuto di questo ottobre missionario: tornare al cuore di Dio e dell’uomo, lasciandoci interpellare dai volti vicini e lontani che incontriamo, come modo di abitare il mondo con responsabilità. Perché la missione è ciò che siamo, non solo ciò che facciamo. È il modo in cui scegliamo di restare umani, insieme, nel tempo che ci è dato.

Le riviste della Fesmi: Andare Alle Genti, ApostolInsieme, Il Missionario, Missionari Saveriani, Missioni Consolata, Missione Oggi, Mondo e Missione, Nigrizia, Noticum, Piccolo Missionario, Popoli e Missione, Sma Notizie.




Mondo. L’Onu in cerca di se stessa

Si è conclusa il 28 settembre senza grandi risultati la settimana di dibattito di alto livello all’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, l’organo Onu con sede a New York dove sono rappresentati 193 Paesi del mondo. 
Ad avvicendarsi al podio dei relatori sono stati 194 oratori, tra cui 113 capi di Stato e di governo, un principe ereditario, 11 vicepresidenti, sette viceprimi ministri e 48 ministri. L’Italia ha mandato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Oltre che per la presenza delle più alte cariche degli Stati, la settimana del dibattito generale è sempre attesa anche perché, a margine dell’evento principale, si svolgono centinaia di incontri bilaterali che difficilmente potrebbero svolgersi altrove. 

Immagini
Dal punto di vista mediatico, le immagini per cui questa sessione si farà ricordare saranno probabilmente quelle in cui si vedono alcune delegazioni abbandonare l’aula in segno di protesta. Lo hanno fatto i rappresentanti di Cuba quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha definito il loro Paese uno Stato fallito durante il suo discorso, il 22 settembre, mentre il 24 a decine sono stati i delegati che hanno abbandonato l’assemblea all’arrivo sul podio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. 
Anche la frase di Trump che minaccia di annientare l’Iran è stata ripresa da molti media, così come la durissima risposta del presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha ritorto contro Usa e Israele le accuse di terrorismo. Ma, spiega Richard Gowan dell’International Crisis Group, un cosa è lo scontro dialettico che va in scena sul podio, con i leader impegnati in performance retoriche spesso più rivolte al proprio elettorato nazionale che all’assemblea. Altra cosa è invece il lavoro che si svolge dietro le quinte: due delegazioni di Teheran e Washington guidate rispettivamente dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e dall’inviato di Trump, Steve Witkoff, ad esempio, hanno avuto il primo incontro dal violato cessate il fuoco di luglio proprio a margine dell’Assemblea generale, nello stesso giorno in cui Trump parlava di annientare l’Iran.

Incontri
Altri momenti salienti di questa sessione sono stati l’arrivo della presidente del Venezuela Delcy Rodriguez, che ha approfittato dell’evento per avere il suo primo incontro di persona con Trump, e uno spostamento di attenzione dal tema del cambiamento climatico a quello dell’intelligenza artificiale. 
A farsi notare è stata poi l’assenza del presidente cinese Xi Jinping: a rappresentare la Cina sul podio è infatti stato il vicepresidente Han Zheng. Xi non è solito partecipare alla settimana di alto livello – c’era stato di persona solo nel 2015 – ma quest’anno si trovava comunque sul suolo americano, per la visita di stato in cui ha incontrato Trump alla Casa Bianca. Per questo, osserva Gowan, la sua assenza è parsa a molti uno sgarbo. Le decisioni vere si prendono a Washington o a Pechino, sembra il messaggio implicito, non a New York.

Voce dell’Africa
L’Assemblea generale ha visto anche una (ennesima) richiesta da parte dell’Africa di avere maggior peso nel sistema Onu: il presidente keniano William Ruto ha ricordato che i 54 paesi africani rappresentano quasi un quarto dei membri delle Nazioni Unite eppure non hanno un seggio permanente al Consiglio di sicurezza, l’unico organo delle Nazioni Unite che prende decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri.
Si apre ora una fase particolarmente delicata per l’istituzione, a cominciare dall’elezione del nuovo Segretario generale che sostituirà Antonio Guterres: il quarto dei sondaggi informali, che servono al Consiglio di sicurezza per individuare il nome da sottoporre all’Assemblea generale per la nomina, vede in lieve vantaggio la ex vicepresidente della Costa Rica Rebeca Grynspan, ma la competizione è ancora aperta.
Al successore di Guterres, spetterà di ricostruire la fiducia verso un’organizzazione da anni in grande difficoltà. «La sopravvivenza da sola non può essere il nostro unico metro di misura del successo», ha detto il neoeletto presidente dell’assemblea, il diplomatico del Bangladesh Khalilur Rahman. «Fuori da quest’aula, la gente non si chiede se le Nazioni Unite esistano ancora. Si chiede se funzionino».

Chiara Giovetti




Marocco. Il nuovo Parlamento

Mercoledì 23 settembre si sono tenute le elezioni parlamentari in Marocco, che hanno ridefinito gli equilibri tra i principali partiti del Paese in un clima di forte astensionismo. Sono le prime elezioni dopo le proteste di un anno fa, quando migliaia di giovani chiesero maggiori investimenti in sanità e istruzione per affrontare il crescente costo della vita, piuttosto che in progetti di prestigio come i mondiali maschili di calcio del 2030. Sullo sfondo, un Paese che cresce a livello economico ma dove la disoccupazione giovanile resta altissima, e una monarchia costituzionale in cui il re detiene ampi poteri in settori chiave, quali politica estera e difesa.

Verso il nuovo Governo
Secondo i risultati, il Partito dell’autenticità e della modernità (Pam) è il primo con 97 seggi, in aumento rispetto al 2021. Il Raggruppamento nazionale degli indipendenti (Rni), liberale e vicino al Palazzo, che aveva guidato il governo dal 2021, è sceso da 102 a 66 seggi. Il Partito Istiqlal, la forza politica più antica del Paese, nata dal movimento per l’indipendenza, è sceso da 81 a 65 seggi, mentre il Partito islamista della giustizia e dello sviluppo (Pjd, sigla francese) ha rimontato passando da 13 a 54 seggi. I seggi rimanenti sono stati distribuiti tra diversi altri partiti. Spetterà ora a re Mohammed VI nominare il capo del Governo tra i membri del partito che ha ottenuto il maggior numero di seggi, il Pam. Per ottenere la maggioranza alla Camera, composta da 395 membri, occorrono almeno 198 seggi; per questo Pam, Rni e Istiqlal potrebbero rinnovare la loro coalizione, ottenendo la maggioranza.
Il nuovo Governo supervisionerà le ultime fasi di un piano da 20 miliardi di dollari volto a preparare il Paese ai Mondiali del 2030, che il Marocco ospiterà insieme a Portogallo e Spagna. Al tempo stesso, dovrà attuare politiche economiche volte ad affrontare il diffuso malcontento giovanile, un problema messo nuovamente in luce dall’afflusso di massa verso l’enclave spagnola di Ceuta a fine luglio.
Il Pam è un partito liberale e centrista, fondato nel 2008 da un consigliere del re. Si è posizionato come contrappeso al Pjd, sostenendo la modernizzazione sociale e posizioni di stampo laico. Nella campagna elettorale ha promesso di investire 37 miliardi di dollari per creare un milione di nuovi posti di lavoro, oltre che investire in sanità, istruzione e protezione sociale.
Ha probabilmente contribuito alla rimonta l’ingresso nel partito di Fouzi Lekjaa, presidente della federazione calcistica marocchina e ministro delegato al bilancio. Gli viene attribuito il merito sia del successo internazionale della nazionale di calcio sia della supervisione degli investimenti infrastrutturali per i Mondiali. È visto come un potenziale candidato alla carica di primo ministro, così come l’attuale leader del Pam, la sindaca di Marrakech Fatima Ezzahra El Mansouri.

L’affluenza ai minimi
Rilevante è il dato sull’astensione. In Marocco per votare è necessario iscriversi alle liste elettorali e a farlo sono stati solo 15,8 milioni di persone su circa 26 milioni degli aventi diritto. L’affluenza è stata intorno al 38%, in deciso calo rispetto al 50% del 2021, riflettendo un clima di indifferenza e disillusione. I giovani tra i 18 e i 24 anni rappresentano il 4% dei 15,8 milioni di iscritti nonostante siano l’11% della popolazione.
Da notare è anche l’alto livello di affluenza in tre regioni del sud del Paese – Laâyoune-Sakia El Hamra (77%), Dakhla-Oued Ed-Dahab (61%) e Guelmim-Oued Noun (53,48%) – le cui aree meridionali ricadono nel territorio conteso del Sahara Occidentale, amministrato dal Marocco ma rivendicato dal Fronte Polisario. I dati confermano una tendenza consolidata, infatti le tre regioni registrano tassi di affluenza sistematicamente superiori alla media nazionale. Il dato viene interpretato da Rabat come segno dell’attaccamento della popolazione al Marocco, anche per i molti investimenti statali nella regione; gli indipendentisti sahrawi lo contestano, attribuendolo alla forte presenza di sicurezza e all’esclusione dai registri elettorali della popolazione nei campi profughi in Algeria.

La Generazione Z
Le elezioni si sono svolte un anno dopo le intense proteste organizzate da giovani e studenti tra fine settembre e ottobre 2025. Le proteste, note come Gen Z 212 – dal nome della generazione che le ha guidate e dal numero che corrisponde al prefisso telefonico del Paese – erano incentrate sulla mancanza di fondi destinati alla sanità e all’istruzione. Uno degli slogan tipici era «Non vogliamo stadi ma ospedali», contro le ingenti spese programmate per i Mondiali. La richiesta si conferma ragionevole guardando i dati, che mostrano una disoccupazione del 37,2% nella fascia tra i 15 e i 24 anni, nonostante la crescita economica complessiva del Marocco.
Sono state le proteste più intense dal 2011, ai tempi delle Primavere arabe, e il Governo ha risposto arrestando arbitrariamente migliaia di persone. Alcune sono state picchiate e lasciate per ore senza cibo né acqua mentre si trovavano in stato di fermo. Tre manifestanti sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco, presumibilmente dalle forze di sicurezza, e altri 14 sono rimasti feriti, tra cui bambini di appena 12 anni. Le autorità sostengono che un gruppo di manifestanti abbia fatto irruzione in una stazione di polizia locale e che gli agenti abbiano reagito di conseguenza.
Secondo Amnesty International, più di 2.400 persone sono state perseguite in relazione alle proteste. La Moroccan association of human rights denuncia condanne detentive fino a 15 anni, spesso senza assistenza legale né presunzione di innocenza.

Eva Castelletti




Mondo. Giornata mondiale del migrante e del rifugiato

da Consolata.org*

Domenica 27 settembre 2026, ultima domenica del mese, la Chiesa celebra la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, con il tema “Anche uno solo di questi bambini”.

Istituita dalla Chiesa nel 1914 questa Giornata richiama l’attenzione delle comunità ecclesiali e civili sulle diverse categorie di persone vulnerabili in movimento, invitando a pregare per loro mentre affrontano numerose sfide e accrescere la consapevolezza sulle opportunità offerte dalla migrazione.

N.B. La Giornata mondiale dei profughi – World Refugee Day, indetta dalle Nazioni Unite, viene celebrata il 20 giugno per commemorare l’approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati (Convention Relating to the Status of Refugees) da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. (da Wikipedia)

https://www.youtube.com/embed/v1rjyYYbBRE

Il tema “Anche uno solo di questi bambini” del Messaggio annuale di Papa Leone XIV, richiama la nostra attenzione “sui minori direttamente coinvolti nell’esperienza del migrare e della fuga, sulla sollecitudine nei loro confronti e sulla promessa del Signore che ‘chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me’ (Mc 9,37). I minori sono i più vulnerabili all’interno dei flussi migratori mondiali. Sono volti concreti, storie uniche, che fanno appello alla nostra coscienza”, scrive il Santo Padre.

 

“Ogni anno, milioni di bambini e adolescenti sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa di guerre, povertà, violenze, disastri ambientali e altre tragedie; e purtroppo il loro numero continua ad aumentare. Le responsabilità economiche, politiche e militari di questo disastro sono immani. La sofferenza non si esaurisce nello spostarsi: vi sono giovanissimi che hanno perso genitori, fratelli, sorelle e amici e sono testimoni di violenze indicibili. Altri, separati per lunghi periodi dai propri familiari,tentano di ricongiungersi a loro, vivendo nel frattempo l’angoscia della lontananza”.

“Vi sono poi minori che affrontano il tragitto insieme ai genitori, esposti tuttavia a condizioni estreme e traumatiche. Non possiamo infinedimenticare la tragica condizione di quanti vengono separati dai genitori a causa del rimpatrio.”

Nel rapporto Global Trends 2025 dell’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati –  pubblicato a giugno 2026 – si legge che “Ammontano a 117,8 milioni le persone che nel mondo alla fine del 2025 sono state costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di persecuzioni, conflitti, violenze e violazioni dei diritti umani; (…) Alla fine del 2025 è di 41,6 milioni il numero di rifugiati a livello globale, di cui 35,6 milioni sotto il mandato dell’UNHCR e 6 milioni sotto il mandato dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente) e 9 milioni di richiedenti asilo. Il 39% della popolazione rifugiata mondiale è costituito da bambini, mentre il 50% da donne e ragazze. (…)

Il Sudan resta la crisi più grave a livello globale, con 9,1 milioni di sfollati interni. A partire da febbraio 2026, la guerra in Medio Oriente ha già provocato oltre 1 milione di sfollati interni in Libano e 3,2 milioni di persone sfollate nella Repubblica Islamica dell’Iran. Oltre il 69% dei rifugiati proviene da soli sei Paesi: Venezuela (6 milioni), Ucraina (5,2 milioni), Siria (4,9 milioni), Afghanistan (3,7 milioni), Sudan (2,8 milioni) e Sud Sudan (2,4 milioni)”.

«Chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5). Foto: Vatican Media

Nel Messaggio, Papa Leone XIV lancia un forte appello alla responsabilità di tutti, chiedendo che ciascuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi. “Anche uno solo di questi bambini ci chiama, nella nostra vita personale, ad aprire occhi e cuore all’ascolto profondo della storia, ai timori e ai sogni di ciascuno di loro, superando quel distacco che riduce l’essere umano a un dato statistico che non ci coinvolge direttamente. È un invito a riconoscere il bambino nella sua dignità, prima ancora della sua condizione di ‘migrante’, e a tutelarne i diritti fondamentali”.

Per la preparazione e l’animazione a celebrare la GMMR 2026 sul sito di Fondazione Migrantes (CEI) e sul sito del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale è possibile trovare del materiale.

Materiali della GMMR 2026

* Con informazioni dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale




Mondo. Trump cambia nome (anche) all’IA

Nei suoi 38 minuti di discorso davanti ai delegati dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, lo scorso 22 settembre, Donald Trump ha parlato anche di Intelligenza artificiale (IA). Lo ha fatto con la sua consueta arroganza: «Gli Stati Uniti – ha detto – respingono categoricamente qualsiasi tentativo di costruire un sistema di controllo globalista per l’Intelligenza artificiale – d’ora in poi ufficialmente denominata “super intelligenza” – di cui tanto si parla attualmente».

Sono stati due gli annunci del presidente Usa sul tema. Il primo e più importante è stata la bocciatura di qualsiasi cooperazione internazionale sull’IA, in obbedienza al principio dell’America first. Il secondo messaggio è stato assai più banale, ma indicativo dell’imbarazzante livello della presidenza statunitense: dopo aver cambiato nome al golfo del Messico e al lago Ontario, Trump ha cambiato nome anche all’IA. Lo ha detto all’Assemblea Onu, ma lo aveva già annunciato su Truth, il social di cui è proprietario, dopo aver fatto un «sondaggio» tra i propri supporter.

Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic e il presidente cinese Xi Jin Ping. Immagini Wikimedia.

In precedenza e sempre su Truth, Trump era intervenuto sui rischi legati all’intelligenza artificiale, un dibattito questo scaturito dagli appelli (allarmati) di alcuni big dell’IA, da Dario Amodei di Anthropic a Sam Altman di OpenAI, che chiedono un controllo e un rallentamento nel suo sviluppo.
«Negli ultimi dodici anni – ha scritto sul suo blog Amodei (settembre 2026) – mi sono dedicato all’intelligenza artificiale perché credo che possa migliorare drasticamente la qualità della vita umana. […] Ma come molte tecnologie prima di essa, l’IA comporta dei rischi, e poiché si tratta di una tecnologia così potente, questi rischi sono seri. […] Dobbiamo rallentare il passo con cui miglioriamo le capacità dei modelli di intelligenza artificiale». 

«L’unico controllo o “argine” – ha risposto il presidente Usa facendo, come sempre, un largo utilizzo del maiuscolo e dei punti esclamativi – di cui l’IA ha bisogno è un presidente forte e intelligente (con un QI elevato!), e gli Usa ce l’hanno, eccome! […] Disponiamo già di enormi poteri sanzionatori e normativi su queste aziende! È in atto una cospirazione malata contro l’IA e i data center, e l’unico Paese a rallegrarsene è la Cina. Chi vince la sfida dell’IA, vince tutto! Siamo in vantaggio sulla Cina e su tutti gli altri, e continueremo a esserlo. […]»

Difficile valutare se negli appelli dei miliardari dell’IA ci sia più verità o più calcolo imprenditoriale (le società Usa stanno rischiando molto). Al momento, la sola certezza è l’avanzata mondiale dei modelli IA di matrice cinese e l’attivismo del governo di Xi Jin Ping come dimostra la creazione, lo scorso 16 luglio, della World AI cooperation organization (Waico).
«Che l’IA si riveli una benedizione o una maledizione per l’umanità dipende ancora dalle scelte che faremo», ha scritto il 17 settembre il Global Times, voce internazionale di Pechino.

Paolo Moiola




Russia. Anche a Mosca si vota

Il copione era già scritto: era sufficiente metterlo in scena. Alla tre giorni elettorale della Russia (dal 18 al 20 settembre) erano in palio i seggi della Duma – la camera bassa dell’Assemblea federale cui spetta il potere legislativo – e decine di posti da governatore. Con il 57,86 per cento dei suffragi ha stravinto «Russia unita». Il partito del presidente Vladimir Putin potrà contare su 355 seggi (erano 324 nella precedente legislatura) su 450, una maggioranza schiacciante.
Alla votazione hanno risposto il 56 per cento degli aventi diritto. Tra essi anche il patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa, grande sostenitore di Putin e della guerra ucraina.

Con enorme distacco, sono entrati nella Duma altri tre partiti, tutti di mero contorno formale, sempre schierati con Russia unita: il Partito comunista (40 seggi), il Partito liberal-democratico (25) e Nuova Gente (20). Nella nuova Duma non ci saranno partiti d’opposizione perché nessuno ha potuto partecipare alla tornata elettorale. Il solo partito apertamente contrario alla guerra contro l’Ucraina, «Yabloko», era già stato escluso ad agosto dalla Corte suprema russa.

Se non serve più l’assassinio degli oppositori (come Anna Politkovskaja e Alexei Navalny), in Russia è sufficiente mettere fuori gioco i gruppi d’opposizione, come accaduto per «Yabloko», il solo partito russo a opporsi pubblicamente alla guerra d’aggressione all’Ucraina. Immagine creata con ChatGPT.

L’unico intoppo di cui si sia venuti a conoscenza è stata la temporanea scomparsa della candidata dei Verdi Yulia Kuznetsova, che si era presentata con lo slogan «Per la vita, la pace e la libertà». Per il resto, come si siano svolte le operazioni elettorali è difficile dirlo con certezza, ma ipotizzare irregolarità su vasta scala – come sostengono Novaya Gazeta e Russian election monitor – non è un azzardo. A seguirle non erano, infatti, ammessi organismi internazionali indipendenti, ma soltanto osservatori nominati da Mosca, tra cui anche un gruppo di italiani fedeli alla causa di Putin.

Le elezioni russe si sono tenute anche anche nelle regioni occupate militarmente da Mosca: nella Crimea (annessa illegalmente già nel 2014) e nei territori ucraini di Donetsk, Luhansk, Kerson e Zaporizhzhia. E poi in Abkhazia e Ossezia del Sud, regioni della Georgia annesse nel 2008. E sei seggi elettorali sono stati aperti addirittura in Transnistria, territorio appartenente alla Moldova, Paese candidato ad aderire all’Unione europea.
Oltre ai parlamentari della Duma, sono stati eletti anche molti governatori. Tra questi Ramzan Kadyrov, presidente della Cecenia e conosciuto come «il macellaio di Grozny». Candidato di Russia unita, Kadyrov è stato confermato nella carica con il 99,85 per cento dei voti (incrementando il 99,7 del 2021). Sembra uno scherzo, ma è il dato ufficiale della Commissione elettorale centrale.
Sulle elezioni si attendono le relazioni degli «osservatori italiani» e i commenti dei tanti media e politici che difendono e giustificano la Russia. Invece, sul futuro della guerra di Putin è difficile fare previsioni. Da tempo, però, si vocifera circa la possibilità di una nuova mobilitazione – ovvero un arruolamento di massa – per la guerra contro l’Ucraina.

Paolo Moiola




Mondo. Dieci sfide per l’Onu

Le Nazioni Unite appaiono sempre più deboli e paralizzate, ma hanno dimostrato di essere un’impalcatura necessaria, per quanto imperfetta, per fare cooperare gli Stati, fornire aiuto umanitario, organizzare operazioni di pace e gestire crisi che pochi altri potrebbero affrontare con la stessa efficacia, specialmente nella protezione della popolazione civile. Lo afferma, in un rapporto uscito il 14 settembre, l’International Crisis Group, prestigiosa organizzazione indipendente che fa ricerca sulle crisi nel Mondo. La scelta imminente del successore di António Guterres come Segretario generale, sottolinea il rapporto, può rappresentare un’occasione importante per ricalibrare e rivitalizzare il ruolo dell’Onu, ma ci sono alcuni impegni che l’organizzazione deve onorare se vuole dimostrare la sua utilità.
Crisis Group ripercorre gli eventi dell’ultimo anno per descrivere in che contesto si è arrivati all’apertura, lo scorso 8 settembre, dei lavori dell’81° Sessione dell’Assemblea generale Onu, che dal 18 settembre entrerà nella fase più intensa con le riunioni di alto livello: quelle in cui parlano i capi di Stato e di governo.
Sulle crisi principali, a cominciare dal conflitto fra Stati Uniti e Iran, il Consiglio di sicurezza – l’organo Onu che ha il compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali – è bloccato dai veti incrociati dei tre membri permanenti di maggior peso: Usa, Cina e Russia. Quanto agli altri membri permanenti, Regno Unito e Francia, e a quelli eletti a rotazione, la necessità di mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti li ha spesso dissuasi dall’opporsi anche solo a parole all’avventurismo dell’amministrazione Trump.
Ma, pur nell’evidente stallo sui dossier principali, resta vero che Trump ha cercato, per quanto di malavoglia, l’avallo del Consiglio di sicurezza per l’approvazione del mandato del Consiglio di pace (Board of peace) per la ricostruzione di Gaza e della missione multilaterale per Haiti. Non solo: quando non sentono minacciati i propri interessi vitali e vedono possibili vantaggi strategici – come nella gestione dei conflitti in Repubblica democratica del Congo o in Sud Sudan – gli Usa si sono mostrati più disposti a collaborare e a mantenere le missioni Onu sul campo.

Sei crisi dove contare
È anche lavorando su questi spiragli, afferma il rapporto, che l’Onu potrebbe ricostruire almeno in parte il suo ruolo. E può farlo gestendo il meglio possibile dieci sfide.
La prima è il Libano, dove Israele si sta scontrando con Hezbollah, il movimento paramilitare politico-religioso sostenuto dall’Iran. L’Onu deve tentare di evitare lo smantellamento della propria missione, Unifil, richiesto da Stati Uniti e Israele, e mantenere nel sud del Paese una forza di pace che stemperi le tensioni per evitare un’escalation.
C’è poi la drammatica situazione di Gaza, sulla quale il Consiglio sicurezza ha le mani legate fino alla fine del 2027, quando scadrà il mandato del Board of peace presieduto da Trump per l’amministrazione transitoria di Gaza approvato dal Consiglio stesso. Nel frattempo, gli Stati membri dovrebbero usare l’Assemblea generale per contrastare l’inconcludenza dell’impianto voluto da Trump farla presente quando si tratterà di decidere se rinnovare il suo mandato.
Ci sono anche due crisi africane, fra loro connesse, su cui si misurerà l’azione delle Nazioni Unite: il Sudan e la Repubblica centrafricana. Nel primo caso, è in corso la più grave catastrofe umanitaria del pianeta, causata da una guerra che oppone l’esercito regolare, sostenuto dall’Arabia Saudita, e le Rapid support forces (Rsf), appoggiate dagli Emirati arabi uniti. Ci sono, in questo momento, due tentativi di mediazione: uno è portato avanti dal cosiddetto Quad, composto dagli Usa, Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, l’altro è promosso dal Quintetto, che riunisce Unione africana, Unione europea, il blocco economico del corno d’Africa e le Nazioni Unite, ma lo stallo è totale. Il lavoro che l’inviato del Segretario generale potrebbe fare, suggerisce il rapporto, include combinare il lavoro delle due coalizioni mediatrici.
Uno dei rischi dell’inazione in Sudan è l’estensione del conflitto e dell’emergenza umanitaria ai Paesi vicini, come la Repubblica centrafricana, che già ora ospita 40mila rifugiati sudanesi e fornisce combattenti in cambio di denaro sia all’esercito sudanese che alle Rsf. In Repubblica centrafricana è presente una missione Onu, Minusca, il cui mandato dovrebbe essere rinnovato a novembre: in quella sede, nota il rapporto, il Consiglio di sicurezza dovrebbe assicurare che la missione – a cui Usa e Cina vogliono tagliare buona parte dei fondi – resti comunque in grado di proteggere i civili, specialmente donne e ragazze a costante rischio di abusi.
La missione ad Haiti, la Forza di repressione delle gang (Gsf, in inglese), deve essere efficace nel contrastare le bande criminali, offrire ai membri che vogliono lasciarle delle alternative concrete di reinserimento sociale e rafforzare l’apparato giudiziario perché faccia luce sui legami fra le gang e alcuni personaggi influenti nel Paese.
Quanto poi al conflitto in Myanmar, lo spazio di azione a livello politico è scarso e le Nazioni Unite possono solo concentrarsi sull’aiuto umanitario: il terremoto del maggio 2025 ha mostrato che l’Onu è una delle pochissime organizzazioni in grado di mobilitare aiuti in quantità e in tempi adeguati alla gravità di disastri come quello.

Come rafforzare l’istituzione
Gli altri quattro banchi di prova che il rapporto cita sono di tipo più istituzionale. Riguardano innanzitutto la necessità di unirsi nel sostegno alla Corte penale internazionale (Cpi), che mai come ora gli Stati Uniti sembrano decisi a smantellare. La linea d’azione ipotizzata da Crisis Group include, ad esempio, che gli Stati membri offrano servizi bancari di base ai funzionari della Corte quando le sanzioni da parte degli Stati Uniti li privano dell’accesso ai loro conti correnti.
Occorre poi proteggere tutto il lavoro delle Nazioni Unite sul sostegno alle donne e alle ragazze. Per tagliare i costi, una delle ipotesi è unificare il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), che si occupa di salute sessuale e riproduttiva, con Un Women, che invece promuove cambiamenti legislativi che tengano conto delle questioni di genere. Il rapporto raccomanda di valutare con attenzione le conseguenze di una fusione: in Afghanistan, ad esempio, l’ Unfpa ha programmi di educazione alla salute mestruale e sostegno alle ostetriche di cui i talebani riconoscono la necessità, mentre con Un Women il regime afghano ha contrasti continui. Unire le due agenzie potrebbe finire per limitare il lavoro di entrambe.

Peacekeeping
Anche le operazioni di mantenimento della pace (peacekeeping) richiedono una profonda revisione: da più di dieci anni, il Consiglio di sicurezza non autorizza un invio di caschi blu su larga scala e il personale militare e di polizia si è dimezzato. Un rapporto del Segretario generale pubblicato lo scorso agosto dà una diagnosi chiara: l’Onu si trova spesso a dover sostenere fragili cessate il fuoco e processi politici in contesti di violenza endemica, ci sono sfide nuove, come le campagne di disinformazione e gli attacchi informatici, per le quali l’organizzazione è poco preparata e il Consiglio di Sicurezza è diviso e distratto. Guterres ha proposto una serie di risposte, molto tecniche, sulle quali chi gli succede potrà lavorare; ma la difficoltà più grande sarà ricostruire il consenso intorno all’idea che investire nei processi di mediazione e di costruzione della pace sia necessario e conveniente per tutti.
L’ultimo punto riguarda il Segretario generale, che dovrà spendersi in prima persona nel lavoro di risoluzione delle crisi e rendere di nuovo efficiente il Segretariato, in particolare quando occorrerà fornire al Consiglio di sicurezza proposte concrete per gestire le crisi: proposte che ora, a detta dei membri del Consiglio, arrivano in ritardo e sono spesso mediocri. Il prossimo Segretario generale, la cui selezione è iniziata nel novembre 2025 ed è ancora in corso, entrerà in carica il 1° gennaio 2027.

Chiara Giovetti