Solo Dio può salvare il Centrafrica

Centrafrica, dal Carmel di Bangui ci scrive padre Federico Trinchero |


Il primo maggio 2018, durante la messa a Notre Dame de Fatima, – una parrocchia di Bangui capitale della Repubblica Centrafricana (Centrafrica) – un gruppo di miliziani ha lanciato un attacco con granate sui fedeli. Sedici i morti – tra i quali il sacerdote – e un centinaio i feriti. È l’ennesimo atto di una guerra di potere iniziata nel 2012, e che è stata trasformata in conflitto etnico-religioso. La testimonianza di un missionario a Bangui.

«Nei momenti più difficili emergono degli eroi e non dubito che degli eroi esistano nel Centrafrica per alzarsi, come un solo uomo, per dire no alla violenza, no alla barbarie, no alla distruzione di se stessi». È questo l’appello che l’arcivescovo di Bangui, il cardinale Dieudonné Nzapalainga, ha rivolto alla capitale e all’intera nazione in questi giorni drammatici, carichi di tensione e di tristezza.

Cos’è successo a Bangui?

La mattina del primo maggio, durante una celebrazione nella parrocchia di Notre Dame de Fatima (a poca distanza dal nostro convento), un gruppo armato proveniente dal quartiere Km5 (Pk5 è un’enclave a maggioranza musulmana, da anni il focolaio principale delle tensioni della capitale) ha aperto il fuoco sulla gente in preghiera provocando 16 morti e un centinaio di feriti. L’incursione è avvenuta come rappresaglia in reazione a un tentativo da parte delle forze dell’ordine di catturare alcuni elementi di questo gruppo armato che, di fatto, tiene in ostaggio la capitale e alcuni degli stessi musulmani del quartiere.

I fedeli a Fatima avevano appena proclamato la loro fede e stava per iniziare l’offertorio. Ma la messa è continuata con il sacrificio di sedici cristiani, tra i quali un sacerdote, l’abbé Albert Tungumale Baba. Lo scontro è poi continuato per giorni in altri quartieri della città provocando altri morti, altri feriti e la distruzione di due moschee.

nella Repubblica Centrafricana un massacro tira l’altro

L’episodio del primo maggio, che ha ferito e lasciato quasi incredula l’intera città, è avvenuto inoltre a poche settimane dell’uccisione a Séko (nel centro del paese) di un altro sacerdote, l’abbé Désiré Angbabata, insieme a undici suoi parrocchiani (assassinio avvenuto il 21 marzo 2018).

L’abbé Albert, settantun anni, tra i sacerdoti più anziani del clero di Bangui, era un pastore stimato e conosciuto per la sua semplicità e simpatia, e soprattutto per la sua opera discreta e infaticabile in favore della riconciliazione tra cristiani e musulmani. Durante le fasi più acute della guerra aveva accolto per diversi anni, nella sua parrocchia vicinissima al Km5, migliaia di profughi provenienti dai quartieri vicini. L’abbé Albert, inoltre, era a tutti noto per il suo grande amore per il sango, la lingua nazionale della Repubblica Centrafricana, non particolarmente ricca di vocaboli. L’abbé Albert riusciva a tradurre ogni parola (senza usare il francese), con soluzioni geniali o giri di parole divertenti. Una volta, mentre eravamo in macchina insieme, tradusse pure il mio nome, decretando che mi si doveva chiamare Bwa (che in sango significa sacerdote) Federiki.

Salvare il Centrafrica

In un’intervista l’abbé Albert aveva detto che solo Dio può ormai salvare il Centrafrica. Non aveva tutti i torti. A salvare il Centrafrica ci hanno provato, e ci stanno ancora provando, in tanti: l’esercito nazionale, le truppe dell’Unione africana, la missione francese (che ha comunque il grande merito di aver impedito che il conflitto diventasse un massacro), i soldati dell’Unione europea, poi la Minusca, la grande missione dell’Onu (che, pur con tutti i suoi limiti, resta al momento l’unica soluzione possibile) e ora sono all’orizzonte anche i russi. Ci ha provato pure papa Francesco che, con la sua visita nel novembre del 2015, era riuscito a regalare una tregua sufficiente per eleggere democraticamente un nuovo presidente. Con il tempo, purtroppo, l’effetto di quella visita è come svanito e l’occasione di voltare pagina è stata per l’ennesima volta sprecata. Gli scontri si sono moltiplicati su tutta l’estensione del paese e quella pace, che avevamo appena accarezzato, sembra quasi più lontana di prima.

AFP PHOTO / FLORENT VERGNES

Una guerra, perché?

Perché è iniziata questa guerra? E perché sembra impossibile arrestarla? Le guerre sono sempre complesse, iniziano per tanti motivi ed evolvono nel tempo. Anche per chi abita qui da anni è difficile spiegare le vere ragioni del conflitto e, ancor di più, suggerire la soluzione giusta per spegnere l’incendio evitando che si propaghi ora qui, ora là – quasi come i fuochi della savana – lasciando solo morti, distruzione, paura e scoraggiamento. Attualmente i due campi avversari non sono neppure così nettamente distinguibili, come nei primi anni della guerra, tra Seleka (la coalizione delle milizie a maggioranza musulmana, tra cui anche mercenari di altri paesi) e gli anti-balaka (le milizie di autodifesa, sorte a difesa della popolazione del paese, a maggioranza cristiana, ma dalle quali i vescovi hanno sempre preso le distanze). La Seleka è ufficialmente sciolta. Ogni gruppo di ribelli ha il suo capo, i suoi obiettivi e la sua zona d’influenza (ad esempio l’Unione per la pace in Centrafrica è il gruppo che ha compiuto l’attacco a Séko, ndr). Non c’è più quella guerra casa per casa, quartiere per quartiere che Bangui aveva conosciuto nel 2013 e nel 2014. Ora si tratta di battaglie che hanno per protagonisti gruppi di autodifesa, i soldati dell’Onu o le forze dell’ordine. Tre quarti del paese sono come fuori dal controllo dell’autorità dello stato.

AFP PHOTO / FLORENT VERGNES

Guerra per le risorse

La guerra nel Centrafrica, iniziata di fatto già nel 2012, non è uno scontro confessionale o etnico. Si tratta piuttosto dell’ennesimo conflitto per la conquista del potere e per lo sfruttamento delle ricchezze di cui abbonda il sottosuolo (ad esempio i diamanti, ndr). Purtroppo, l’elemento confessionale si è inserito violentemente, avvelenando quella convivenza tra cristiani e musulmani che faceva del Centrafrica – in un tempo ormai lontano – un esempio di coabitazione pacifica. Seko e Fatima confermano che per ritornare alla situazione precedente la strada è ancora lunga.

Durante l’omelia, in occasione dei funerali del sacerdote ucciso e di alcune delle vittime, il cardinale di Bangui ha messo tutti con le spalle al muro denunciando l’inerzia del governo, la lentezza dell’Onu e il rischio che i cristiani cedano allo sconforto o, peggio ancora, alla logica della violenza e della vendetta. C’è un nemico insidioso che sta distruggendo il Centrafrica. E questo nemico, ha scandito il Cardinale, è il diavolo. Solo le armi della fede possono vincerlo.

Bangui, ferita al cuore della sua fede, non è arrabbiata con Dio. È arrabbiata piuttosto con quegli uomini che non vogliono la pace e, quasi obbedendo a un’agenda nascosta, si ostinano a bloccare il paese, come se fosse ineluttabilmente condannato alla miseria e alla guerra. Bangui e tutto il Centrafica sono in cerca di eroi – tra i governanti, i soldati, i giovani – che si alzino come un solo uomo e dicano no alla guerra e sì alla pace.

Federico Trinchero*

carmelitano scalzo, è missionario in Rca e superiore del convento Notre Dame du Mont Carmel di Bangui. Avevamo scritto di lui nel luglio del 2014.


La voce del cardinale Dieudonné Nzapalainga

AFP PHOTO / SAMIR TOUNSI

Dobbiamo essere le sentinelle

In seguito al massacro di Fatima, e al linciaggio di due musulmani per rappresaglia, il cardinale Dieudonné Nzapalainga invita alla calma: «Cosa abbiamo fatto di questo paese? Colpi di stato, ammutinamenti, ribellioni a ripetizione. I risultati sono davanti a noi: abbiamo morti, saccheggi e distruzione. Gli ultimi drammatici avvenimenti ci ricordano che la violenza non porta soluzioni ai nostri problemi».
Pubblichiamo parte della sua predica al funerale delle vittime del primo maggio.

Cari fratelli e sorelle,
l’arcidiocesi di Bangui è in lutto. Piange i suoi figli. Le nostre lacrime non si fermano da quando abbiamo saputo dell’atto terroristico, barbaro, commesso alla parrocchia Notre Dame de Fatima, durante la grande celebrazione eucaristica del primo maggio scorso. Un sentimento di tristezza, di collera, di desolazione abita il nostro cuore e ci fa sprofondare in una dura prova. Che fare?
Dopo alcuni momenti di preghiera e di riflessione, abbiamo la certezza che il Signore non abbandona mai coloro che credono in lui. Nei momenti di grande tribolazione viene in loro soccorso per liberarli, consolarli, medicare le loro ferite e asciugare le loro lacrime. Ecco perché abbiamo scelto di tenere gli stessi testi liturgici letti a Fatima. Non chiudiamo il nostro cuore, ma ascoltiamo la voce del Signore che ci parla, perché lui solo è nostro rifugio, nostra salvezza.
Nella prima lettura, Paolo ha subito l’aggressione dei giudei venuti da Antiochia. L’hanno lapidato e portato fuori dalla città pensando che fosse morto. Il loro piano era di mettere fine all’annuncio della Buona novella in quella città. Per questo, occorreva uccidere Paolo. Ma hanno fallito. Il testo continua: «Il giorno successivo con Barnaba, Paolo parte per Derbé. Annunciarono la Buona novella … e fecero un buon numero di discepoli». […]
Questo testo è una vera profezia. L’abbé Tungumale Baba è stato aggredito, ucciso. Il suo corpo trascinato nella città di Bangui. I suoi aggressori hanno pensato di aver vinto. No, non potranno mai eliminare la Chiesa cattolica. Non potranno mai mettere fine all’annuncio della Buona novella a Fatima. Paolo dopo l’aggressione diceva: «Dobbiamo passare molte prove, per entrare nel regno di Dio». Sì, nel nome della nostra fede, l’abbé Tungumale Baba e gli altri fedeli che hanno trovato la morte a Fatima, hanno vissuto le loro prove e sono oggi nel regno di Dio.
Nel Vangelo proclamato Gesù diceva ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non è alla maniera del mondo che ve la do. Che il vostro cuore non sia sconvolto né spaventato». Ecco un’altra frase profetica che descrive la situazione che viviamo. Tutti noi siamo sconvolti. Tutti noi siamo spaventati. Il nostro vivere insieme, la nostra coesione sociale, la nostra unità nazionale è stata violata e rimessa in questione dai nemici della pace.
L’ora è grave, perché la crisi è profonda e multidimensionale, con aspetti nascosti, di chi tira i fili, nell’ombra, e chi non ha alcuna considerazione per l’uomo. I nemici della pace hanno il loro piano; è per questo che dobbiamo essere vigilanti per non cedere ad alcuna manipolazione. Dobbiamo prendere le distanze e giocare il nostro ruolo di sentinelle, di vedette, di chi guarda lontano e agisce con prudenza e virtù.
Il discorso di papa Francesco durante la sua visita a Bangui, può aiutarci a capire la nostra crisi. Il papa afferma che la violenza è un’azione del diavolo; le persone cadono sotto il potere del male: «Tutte le nostre comunità soffrono indistintamente dell’ingiustizia e dell’odio cieco che il diavolo libera», diceva il santo Padre. Per conseguenza, noi siamo impegnati in una battaglia spirituale […]. Il diavolo si scatena contro di noi, perché siamo la capitale spirituale del mondo. La prima Porta santa del giubileo della misericordia, la terra benedetta da Dio. Noi andiamo a combattere e vincere con le armi della fede. Per questo facciamo nostre le raccomandazioni di san Paolo […].

Padre Federico, Natale 2014, nel campo profughi del convento dei Carmelitani di Bangui.

A coloro che ci governano noi esprimiamo la nostra riconoscenza per gli sforzi fatti nella formazione dei nostri militari. D’altronde noi vi lanciamo questo appello: prendete in maniera risoluta e determinata la vostra responsabilità. Il popolo soffre e chiede protezione. Domani rischia di essere tardi. Il nemico che abbiamo di fronte non ha pietà per nessuno. È pronto a colpire ad ogni occasione. Il ritardo nell’intervento ha lasciato il campo libero al nemico. Noi contiamo i nostri morti e i nostri feriti. Vi chiedo di rivedere il vostro sistema di difesa e la vostra strategia per un’azione coordinata ed efficace delle nostre forze di difesa nazionale.
Alla comunità internazionale, e in particolare alla Minusca (Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione del Centrafrica, ndr): noi vi ringraziamo per la vostra presenza al capezzale della nazione centrafricana, e l’appoggio al processo di pace in corso. Ciò nonostante vogliamo attirare la vostra attenzione sulla lentezza degli interventi e la mancanza di professionalità di certi contingenti. Noi sappiamo che voi avete efficaci mezzi di comunicazione. Quando sentite il nostro Sos, per favore, venite presto per proteggerci e salvarci. E siamo convinti che Dio ci darà la forza di fare sempre meglio. Noi vi reiteriamo il desiderio della popolazione di vedere una buona coordinazione tra la Minusca e le forze di difesa nazionale. Assumetevi la vostra responsabilità, in nome di Dio.

Cari fratelli e sorelle, certo abbiamo perso dei cari membri della nostra famiglia, ma teniamo le testimonianze viventi del loro passaggio in mezzo a noi. […]
Figlio mio Baba, ci mancherai. Ho di te il ricordo di un pastore instancabile che amava il suo ministero. Un prete umile. Non una sola volta ti ho visto in collera. Tu accettavi volentieri gli scherzi dei tuoi confratelli. Il tuo amore per il sango (la lingua africana più diffusa, ndr) ci appassionava. Tu eri un prete coraggioso. Amavi l’Eucarestia e la celebravi ogni giorno. In carica nella Commissione diocesana giustizia e pace, operavi per il dialogo interreligioso e per la pace. Hai fatto la scelta di abitare in una casa molto vicina alla tua parrocchia, anche se questa abitazione era vicina a Km5. Sì, figlio, tu hai vissuto quello che predicavi.
Il Signore ti ha dato la grazia. Hai trovato la morte durante la celebrazione dell’Eucarestia che amavi. Il Vangelo proclamato quel giorno parlava della pace per la quale tu operavi. Fedele servitore, entra nella gioia del tuo maestro. […] Non dimenticarti della tua famiglia. Due giorni prima di morire, a un funerale, all’omelia dicevi di non aver paura della morte, ma di considerarla come un’amica, perché ci permette di vedere Dio. […]

Liberamente tradotto da Marco Bello

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Preghiera 17: Pregare: una vocazione ecclesiale


La preghiera è una «vocazione», non è mai un dovere o un obbligo, perché non si può amare per obbligo: solo gli schiavi sono «obbligati» ad amare e il loro sarà comunque un atteggiamento solo esteriore, proprio perché imposto. La preghiera si colloca sul versante dell’amore e quindi deve essere libera nel dono, passionale nell’intensità, autentica nella verità, totale nell’abbandono. Essa è anche la discriminante tra «paganesimo» e «fede»: il primo, che si annida dentro ogni «religione», abbonda di formule e di «adempimenti», come eseguire perfettamente orari, regole e ritmi. Vi possono essere più miscredenti farisei nelle chiese, monasteri e conventi che tra la folla di un circo. Il fariseismo che è l’altro nome dell’irreligiosità è sempre in agguato e si veste del suo abito proprio: il formalismo, che, per sua natura, è vuoto e privo di anima.

Pregare è essere chiamati da…

Se la preghiera è una vocazione, ci deve essere uno che chiama/invita/convoca e uno che risponde/accetta o rifiuta. Questa dinamica si chiama relazione fiduciale, colloquio affettivo. Non nasce a caso, ma sgorga dal cuore stesso di Dio che così fonda la sua alleanza «nuova ed eterna» (Ger 31,31; Canone dell’Eucaristia; cfr. Lc 22,20). Sta qui la natura della Chiesa che da questo movimento nasce come desiderio di Dio.

Nota esegetica.

Nel NT vi sono due parole sulle quali spesso sorvoliamo superficialmente e che invece sono strettamente legate, a partire dal significato etimologico. A nostro avviso sono il fondamento fondativo della «preghiera». Le parole sono: «Chiesa» e «Paràclito» perché derivano dallo stesso verbo greco «kalé? – chiamo / parlo / dico», nel suo senso di base. Esaminiamole brevemente tutte e due.

Premettendo al verbo «kalé?» il prefisso «ek- da» (preposizione di origine o di moto da luogo) si ha il verbo composto «ek-kalé? – ri-chiamo/in-vito/con-voco da…/da parte di… [Dio]». Da questo verbo si forma la parola greca «ek-kl?sía», che ha il significato originario di «ri-chiamata/in-vitata/con-vocata da…». Nella tragedia «Oreste», Euripide (485-407/6 a.C.) usa l’espressione «ékkl?tos òchlos» nel senso proprio di «folla/assemblea convocata/radunata» (cfr. Lorenzo Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, ad vocem). Dal greco si passa al latino eccl?s?a, da cui derivano le traduzioni neolatine «chiesa, eglise, iglesia, església, igreja, ecc. (non il tedesco «Kirke» che deriva da «Kýrios – Signore» o l’inglese «Church» che risale all’antico sassone «Cirice – riunione/chiesa»). La Chiesa è «la chiamata, la radunata, la convocata, la riunita dallo Spirito di Dio attorno al Lògos/Parola che è Gesù. Di tutto questo l’Assemblea eucaristica è sacramento, simbolo, presenza, esperienza e testimonianza.

Premettendo al verbo «kalé?» il prefisso «parà- in favore di…/a nome di…/accanto a…», si ha la parola: «Parà-kalè? – chiamo/parlo/invito/in favore di… o a nome di… qualcuno» che per estensione diventa «avvocato – colui che difende qualcuno perché parla in suo favore o difesa». Da esso deriva anche l’aggettivo verbale «Parà-kl?tos – paràcleto/paràclito», che, sia nella tradizione biblica sia in quella giudaica, compresi Giuseppe Flavio e Filone, ha sempre il significato di intercessore e consigliere. In tutto il NT ricorre solo cinque volte e soltanto in Gv, quattro volte nei discorsi di addio (cfr. Gv 14,16.26; 15,26; 16,7; 1Gv 2,1). San Paolo usa l’aggettivo verbale da solo, «kl?tos – chiamato» per indicare la propria vocazione di apostolo (cfr. Rm 1,1; 1Cor 1,1) e quella dei credenti in Cristo, che pone sullo stesso piano (cfr. Rm 1,2; 1Cor 1,2.24). Nella Bibbia greca della LXX si trova 2 volte (cfr. Gb 16,2; Zc 1,13). Di norma traduce l’ebraico «Qahàl-adunanza/assemblea». Il lemma è prevalente di Gv, il quale gli attribuisce un’importanza particolare che tocca a noi capire.

Nel sistema giudiziario semitico, il «consolatore» è una figura giuridica e richiama quella dell’AT del «go’el – vendicatore/riscattatore/redentore». Quando un accusato veniva deferito in giudizio davanti agli anziani radunati alla porta della città, se uno dei giudici, stimato e autorevole, si alzava e andava a collocarsi «accanto» all’imputato, senza nemmeno proferire una sola parola, quell’uomo era salvo sulla garanzia dell’onorabilità di colui che «ri-»vendicava la sua innocenza sul suo onore e la sua credibilità. La figura del «paràclito» è dunque una figura stimata per la sua dirittura e autorevolezza che tutti gli riconoscono: un uomo il cui giudizio è inappellabile e in questo senso ha una valenza giuridica particolare. In questo contesto il «consolatore/redentore» è anche «avvocato» perché prende le difese di qualcuno e testimonia in suo favore. In 1Gv 2,1 «paràclito» è un attributo di Gesù, qualificato come giusto: «Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto». Tutte le altre quattro occorrenze sono riferite allo Spirito Santo come è detto espressamente al v. 26. Perché? Nella risposta a questa domanda risiede la comprensione della festa della Pentecoste cristiana. L’affinità semantica tra «ek-klesìa» e «parà-clito» non è solo linguistica, ma anche funzionale, indica una reciprocità che bisogna mettere in luce.

«Ek-kl?sía» e «Parà-kl?tos», dunque, hanno la stessa radice e questo dovrebbe aprirci un orizzonte nuovo non solo sulla natura della Chiesa, ma anche sulla preghiera. L’ekkl?sía, infatti, non è una struttura, ma è [l’assemblea] radunata/ convocata/riunita da Dio, il cui fondamento e origine è il Paràkl?tos, il Consolatore, il Convocatore. Se la Chiesa è per sua natura «chiamata e convocata», la preghiera è l’atto, la realizzazione di questa convocazione o chiamata, cioè la risposta alla proposta di Dio d’incontrarsi, anzi di «vedersi» per realizzare il sogno/desiderio dei Greci espresso a Filippo: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Non si tratta di un desiderio per una visione estetica, come se si fosse in un museo, ma di una visione che è trasfusione di sguardi, di linfa, di confidenze, di parole, di sentimenti, di vita.

Ogni volta che ciascuno di noi «prega», risponde a un impulso, una chiamata del Paràclito che, in lui/lei, anche se da solo o sola, convoca l’Assemblea santa per dare a Dio l’opportunità di riposarsi nel «settimo giorno» (cfr. Gen 2,2-3) della preghiera, contemplando il volto e ascoltando i sentimenti dell’amore effuso sul mondo. L’orante è la sentinella sugli spalti del mondo, mentre questo è distratto e dispersivo, incurante e blasfemo, pieno di sé e attento solo a sé per vigilare, vegliare, impetrare misericordia, offrendo se stessi come «sacrificio di lode» (cfr. Sal 116/115,17; Eb 13,15). Se vedessimo la preghiera come la nostra disponibilità di «dare riposo» a Dio, ogni nostra prospettiva cambierebbe.

© Benedetto Bellesi

Essere chiamati e rispondere

Proviamo ad esercitarci a pregare con un testo classico: la stupenda pagina della vocazione di Samuele (cfr. 1Sam 3,4-11) che ha la dinamica puntuale di un percorso personale finalizzato alla comunità. Il testo ancora oggi costituisce una delle pagine più sublimi di tutta la Scrittura per descrivere che uno è chiamato non per se stesso, ma per esercitare una funzione profetica nella comunità. Nel racconto s’intrecciano diverse dinamiche che meritano di essere sottolineate.

«Il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, 5poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire. 6Ma il Signore chiamò di nuovo: “Samuele!”; Samuele si alzò e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Ma quello rispose di nuovo: “Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!”. 7In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. 8Il Signore tornò a chiamare: “Samuele!” per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. 9Eli disse a Samuele: “Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”. Samuele andò a dormire al suo posto. 10Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: “Samuele, Samuele!”. Samuele rispose subito: “Parla, perché il tuo servo ti ascolta”. 11Allora il Signore disse a Samuele: “Ecco, io sto per fare in Israele una cosa che risuonerà negli orecchi di chiunque l’udrà”» (1Sam 3,4-11).

Nota esegetica.

Il profeta Samuele opera tra il 1075 e il 1035 a.C. (qualcuno lo colloca anche un secolo dopo), fu lacerato tra la monarchia e l’anti monarchia, tra il ritorno allo stile nomade delle origini, rappresentato dal suo maestro Eli, e la vita agricola e sedentaria piena di tentazioni di sicurezza e violenza. Egli vive la sua vocazione come lacerazione, sacrificio di dover sempre scegliere tra due opposti: la politica quotidiana e la mistica. Egli, nonostante la lacerazione interiore non separò mai i due aspetti, ma ne visse la fatica quotidiana, affrontandola con lo strumento del discernimento. Questo è il compito della preghiera: illimpidire lo sguardo dell’orante perché possa vedere con verità gli eventi della storia e valutarli nella libertà della propria coscienza.

Nota metodologica.

Dopo avere letto il testo una volta, per capirne il senso, e poi riletto una seconda volta più lentamente per afferrarne l’intensità, occorre rileggere per la terza volta, molto lentamente, facendo corrispondere più che sia possibile la lettura con il respiro e nel frattempo, con la fantasia, trovare all’interno del testo il proprio «dove». Questa Parola è per me, adesso e qui.
• Dove sono io?
• Dove mi piacerebbe essere nel testo da protagonista? • Mi sento più Dio che chiama? Se sì, perché?
• Mi sento Samuele, il chiamato? Perché?
• O Eli, il maestro e testimone, presente-assente, che guida e non si sostituisce, che indica e non determina il cammino del discepolo né si fa interprete di Dio?

Dopo avere riletto per la quarta volta il testo contando solo i verbi, quale di questi è più corrispondente al mio stato attuale?

«Il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”»

La scena è discreta, non eclatante. Solo una voce che pronuncia un «nome». C’è qualcuno che chiama e, se nessuno risponde, quella chiamata è vuota. Nella Bibbia il «nome» indica sempre la natura di chi lo porta e la sua proiezione futura. Il nome di «Samuele» è da solo un programma di vita: Shemù-èl/il suo nome è Dio per questo può rispondere con prontezza: «Eccomi!» (alla lettera, sia in ebraico sia in greco: «Guarda/vedi», Eccomi qua!). Non basta che uno si senta chiamato, deve essere il Signore a chiamare e quando ciò accade occorre «già» avere un nome predisposto. Stare pronti perché il Signore può chiamare è parte integrante della vigilanza di cui è intriso l’intero vangelo e ciò può avvenire solo se ogni giorno si vive in perenne stato di «Eccomi!». Chi è chiamato non s’improvvisa, ma si prepara.

«Il Signore chiamò: “Samuele!” ed egli rispose: “Eccomi”, 5Poi corse da Eli e gli disse: “Mi hai chiamato, eccomi!”. Egli rispose: “Non ti ho chiamato, torna a dormire!”. Tornò e si mise a dormire».

La scena si ripete tre volte con lo stesso schema:

  1. Il Signore chiama:  “Samuele!”.
  2. Samuele risponde “Eccomi!”.
  3. Samuele corre da Eli

A’. Mi hai chiamato, ” “Eccomi!”.
B’. “Non ti ho chiamato, ” torna a dormire!”.
C’. Tornò e si mise a dormire.

© Benedetto Bellesi

La prima annotazione da sottolineare è che la chiamata non è chiara, ma spesso è oscura, confusa. Anzi, non è evidente, ma si può confondere Dio con Eli. Per evitare qualsiasi confusione, c’è la chiave del v.7: «In realtà Samuele fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore». Per discernere occorre, nell’ordine: conoscere il Signore ed essere stati oggetto di rivelazione della sua Parola. La conoscenza qui può essere intesa anche come frequentazione, assiduità, consuetudine. Samuele vive nel tempio del Signore, ma deve ancora avere gli strumenti della conoscenza che lentamente Eli gli procura in quanto maestro e testimone. Al risuonare del suo nome, comunque, Samuele «corre» verso chi conosce e di cui si fida. C’è sempre qualcuno o qualcuna che ci fa da specchio per capire le nostre stesse parole, i nostri sentimenti, le nostre interpretazioni. Sul piano della fede nessuno può essere autodidatta, ma tutti siamo discepoli di qualcun altro, se questo qualcuno è come Eli che si mantiene a debita distanza dall’azione di Dio e dalla risposta di Samuele. Eli non è un genitore/superiore/vescovo/insegnante/educatore sostitutivo, ma applica alla lettera quello che Giovanni il Battezzante dirà mille anni dopo: «È necessario che lui cresca e io diminuisca» (Gv 2,30).

Solo così c’è spazio e ritmo perché la Parola del Signore, in apparenza confusa, possa riposare sul terreno fruttuoso per germogliare con abbondanza, e solo così Samuele può ascoltare un’altra parola di accompagnamento: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta!». Perché il discepolo possa ascoltare, è indispensabile che il maestro/la guida sappia riconoscere che sia il Signore a chiamare e non sia un’illusione a ingannare.

In una vocazione, occorrono due discernimenti, una del chiamato e uno della guida: se fallisce uno dei due, si annulla tutto e si creano adepti, gregari, ma mai discepoli e «con-vocati» per la profezia. La prima comunicazione, infatti, che Samuele riceve non riguarda la sua persona, ma la comunità d’Israele. Dio gli confida quello che è in procinto di fare al suo popolo e Samuele ne sarà parte integrante perché tramite. Chiamato per… andare.

Attualizzazioni sapienziali

Ognuno di noi immagini, per un momento, di essere Samuele.

  • Posso verificare nel corso della mia vita le volte che mi sono sentito chiamare «per nome»?
  • Sono in grado di individuare «i luoghi» materiali (i posti) dove ciò è avvenuto?
  • Cosa è accaduto?
  • Quali segni ha lasciato dopo?
  • Ho verificato con qualcuno di fiducia quanto mi è successo?
  • La mia guida è stata come Eli o si è intromessa in modo indebito?
  • Al sentire il «nome», sono corso o mi sono girato dall’altra parte?

In appena 8 versetti ricorrono 48 verbi (6 per ogni versetto): una ricorrenza impressionante, tutti inerenti la comunicazione (chiamare, rispondere, dire, parlare, ascoltare, udire) e le modalità di attuazione (correre, dormire, comprendere, stare accanto).

  • Se dovessi sintetizzare la mia vita in uno di questi 48 verbi, quale scelgo come sigillo esistenziale?
  • Se dovessi sintetizzare la mia vita di relazione con il Signore, con quale verbo lo identificherei?
  • Se dovessi sintetizzare la mia vita di relazione o di servizio quale verbo sceglierei come stemma emblematico?

Ho mai pensato alla preghiera come vocazione di vita «ordinaria» e cioè strumento di trasformazione del vivere quotidiano in «sacrificium laudis» (Sal 50/49,23), nel senso di dono senza condizioni nel lavoro, in famiglia, per strada, ovunque io sia? Oppure ho relegato la preghiera a «tempi» riservati, contingentati (Ufficio, Liturgia, ecc.) e a «luoghi» speciali (monasteri, conventi, ecc.). Nel mio rapporto con Dio, offro le primizie o gli scarti?

Se dovessi fare un parallelo con Samuele, la sua esperienza e il suo comportamento, posso indicare le differenze e le somiglianze? Quali prevalgono e perché? Se dovessi fare un confronto tra il comportamento di Eli, il maestro/la guida (il padre o madre spirituale) e il mio come guida/ accompagnatore/ trice, quali differenze sottolineo? Se potessi tornare indietro, cosa cambierei nel mio modo di «guidare» le persone nel discernimento della loro vita?

Solo alla terza volta, Eli, che era uomo di Dio, capì che il Signore «chiamava» Samuele e mentre gl’indicava la via, si ritrasse in disparte per lasciare spazio a Dio e a Samuele. Posso dire, in buona coscienza, come genitore, superiore, insegnante, educatore, mediatore, catechista, prete, autorità, politico, amministratore, di non avere prevaricato sulla libertà di chi chiedeva il mio sostegno?

Oggi, alla luce del mio passato, della mia storia, delle mie esperienze, posso dire di essere sempre pronto/a a correre dietro la «voce» che chiama e di dire «Eccomi!».

Il Paràclito, sorgente della Chiesa, c’insegni a «comportarci in maniera degna della chiamata che abbiamo ricevuto» (Ef 4,1), consapevoli di essere stati «chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia» (2Tm 1,9). È un cambio di prospettiva, anzi un capovolgimento di mentalità: è la metànoia del Regno di Dio, quella che riguarda l’essere e la vita, non il comportamento, l’usanza o, peggio, le apparenze.

Paolo Farinella, prete
[La Preghiera, continua-17]

 




Colombia: Contro l’odio la scommessa del perdono

Tra vendetta e perdono, intervista di Paolo Moiola con padre Leonel Narváez Gómez |


Il prossimo 24 novembre saranno trascorsi due anni dalla firma degli accordi di pace. La Colombia è ancora un paese polarizzato, con politici e popolazione divisi tra vendetta e perdono. A dispetto dei problemi, padre Leonel Narváez Gómez, fondatore e presidente della pluripremiata Fundación para la reconciliación, è ottimista. Secondo il missionario, gli accordi di pace sono tra i migliori mai sottoscritti nel mondo. È però indispensabile passare da una «economia politica dell’odio» a una «cultura del perdono e della riconciliazione». Partendo da questo cambio individuale e collettivo sarà possibile raggiungere una «pace sostenibile».

Bogotá. Quando parla, usa molto le mani come per dare più forza alle sue parole. Parole comunque scelte con cura, mai banali. La storia personale di padre Leonel Narváez Gómez, colombiano e missionario della Consolata, è ricca di tappe ma sempre in un’unica direzione. Sembra infatti che, fin dall’inizio, la sua strada fosse segnata da uno scopo preciso: affrontare e superare le problematiche psicologiche e sociali che la guerra induce nelle persone e nella collettività.

Padre Leonel è originario dello stesso luogo (Genova, Quindio) nel quale nacque Pedro Antonio Marín Marín (alias Manuel Marulanda Vélez detto Tirofijo, 1930-2008), il fondatore delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie di Colombia. «La cosa curiosa è che non solo eravamo della stessa cittadina ma compivamo gli anni nello stesso giorno, il 13 maggio. Molti anni dopo queste coincidenze mi daranno l’opportunità di stringere un’amicizia – se così possiamo chiamarla – con il gran capo delle Farc». A parte il luogo e il giorno di nascita, le strade intraprese dai due compaesani sono molto diverse: Leonel – di 19 anni più giovane – studia per diventare sacerdote, Manuel imbocca la strada della lotta armata. I due si troveranno per la prima volta faccia a faccia in circostanze particolari.

Diventato missionario, nel 1977 padre Leonel parte per il Kenya, dove rimarrà per 11 anni. Qui ha modo di toccare con mano le conseguenze dei conflitti in Sudan, Etiopia, Mozambico, Rwanda, Eritrea, Somalia, Sudafrica. Tornato in patria, nel 1989 va in Caquetá e Putumayo (Amazzonia colombiana), dove la guerra civile tra l’esercito (e milizie paramilitari) e le Farc è quotidianità.

Forte della sua conoscenza del compaesano Marulanda e degli altri leader del movimento guerrigliero, il missionario affianca mons. Luis Augusto Castro, mediatore ufficiale per il governo dell’allora presidente Andrés Pastrana, nei negoziati con le Farc. Nel frattempo, è anche assessore del Comitato generale e della sicurezza del municipio di San Vicente del Caguán, centro della cosiddetta zona di distensione durante i tre anni di negoziati (dal 1998 al 2001). All’epoca l’accordo non verrà raggiunto.

Dopo un decennio in Amazzonia, padre Leonel decide di prendersi tre anni sabbatici per approfondire il tema del conflitto nelle Università di Cambridge e Harvard. È nel famoso ateneo statunitense che elabora una proposta metodologica per insegnare il perdono e la riconciliazione in ambiti di guerra. Rientrato in Colombia, per concretizzare la propria idea, nel 2003 crea la Fundación para la reconciliación, istituzione di cui è tuttora presidente. Avendo come obiettivo ultimo la soluzione dei conflitti e la conquista di una pace duratura, in 15 anni di vita la Fondazione elabora modelli pedagogici e di alfabetizzazione emozionale e crea centri e scuole di perdono e riconciliazione (queste ultime note con l’acronimo di EsPeRe). Per il suo operato l’istituzione guidata da padre Leonel ottiene vari riconoscimenti, nazionali e internazionali, tra cui il Premio Unesco di educazione alla pace (2006).

«Oggi siamo presenti in 21 paesi del mondo», precisa con comprensibile orgoglio.

Gli accordi migliori del mondo

Padre Leonel, partiamo dagli accordi di pace tra governo e Farc sottoscritti nel novembre del 2016. Lei come li giudica?

«Voglio essere il più neutrale possibile, ma i negoziati colombiani hanno prodotto i migliori accordi di pace mai sottoscritti nel mondo, almeno fino a questo momento. Non lo sostengo io ma esperti ed accademici. Adesso è il tempo della loro applicazione».

Su quali elementi si basa questo giudizio largamente positivo?

«Sul fatto che i negoziati hanno affrontato sei questioni chiave divenute altrettanti pilastri degli accordi finali.

I sei pilastri sono i seguenti: riforma rurale e terra, inserimento e partecipazione politica degli ex combattenti, fine del conflitto, droga e coltivazioni di coca, questione delle vittime e verifica degli accordi».

Rispetto al primo, quello della terra, si ritiene che esso sia stato elemento scatenante del conflitto.

«In Colombia la distribuzione delle terre è sempre stata molto diseguale. Si calcola che sia uno dei paesi più diseguali in tema di proprietà terriera. La pace passa senz’altro per una riforma agraria che ha avuto molti tentativi di soluzione politica ma che mai sono stati portati a termine. Non so se raggiungeremo l’obiettivo in quest’occasione. Personalmente lo ritengo molto difficile a causa della difficoltà a recuperare le terre perdute e della quantità delle persone allontanate dalle campagne. Il problema è molto grave».

Sull’inserimento e sulla partecipazione politica degli ex guerriglieri il dibattito e le polemiche sono state (e tuttora sono) fortissime.

«Per fortuna, è già stata approvata la partecipazione politica di 10 candidati ex Farc (le persone – 2 donne e 8 uomini – sono già state designate: 5 al Senato e 5 alla Camera, ndr). Ciò ha generato molte discussioni nella popolazione, perché non si riesce a immaginare che alcuni supposti criminali ora possano diventare legislatori del paese.

Il problema è: se debbono essere giudicati prima o possono già entrare in politica. Sono già entrati e ora si dibatte su cosa succederà se fossero giudicati colpevoli».

Cosa s’intende concretamente per fine del conflitto?

«La consegna delle armi, la concentrazione degli ex combattenti in 28 zone rurali del paese, il processo di smobilitazione e di reinserimento nella società. Questo è un processo in stato molto avanzato. La consegna di armi, la smobilitazione sono state un successo.

Debbo segnalare che al loro passaggio i guerriglieri sono stati celebrati e applauditi dalla popolazione. C’era felicità nel vedere queste donne e uomini andare a consegnare le armi».

Il quarto pilastro degli accordi di pace riguarda le coltivazioni illecite.

«Il problema delle droghe è enorme. Si calcola che in Colombia ci siano 400mila famiglie che dipendono dalla coltivazione della coca (e, meno, di oppio e marijuana), che qui trova un terreno molto adatto. La Colombia ha, inoltre, migliaia di chimici esperti nella produzione della pasta basica di cocaina.

Il fatto è che dall’estero c’è una domanda tremenda. E anche la Colombia ha incrementato il proprio consumo. Insomma, c’è più domanda che offerta. Per il campesino l’attrazione non è tanto il denaro, quanto il cash immediato, la commercializzazione assicurata, la facilità di trasporto, i prezzi allettanti, l’assistenza di esperti in loco, la facile reperibilità dei prodotti chimici. Se parliamo di coltivazioni sostitutive, soltanto un prodotto che offra tutto questo potrà avere successo.

Il problema della coca è internazionale perché è una catena produttiva che comporta l’utilizzo di prodotti chimici e varie intermediazioni. Sfortunatamente, quasi sempre si finisce con il colpire l’anello più debole di questa catena: il contadino, colui che ha la colpa minore. Nell’accordo tra governo e guerriglia c’è anche il divieto alla fumigazione (distruzione delle piantagioni attraverso la dispersione di glifosato con aerei o – è cosa recentissima – con droni, ndr). Su questo c’è però un’enorme pressione contraria degli Stati Uniti perché si riveda la decisione e si torni al grande business dei prodotti chimici e della fumigazione».

Il quinto pilastro riguarda le vittime, che si contano in quasi otto milioni.

«Il cuore di tutto, secondo me. I mediatori hanno messo le vittime al centro delle negoziazioni di pace e questa è una novità positiva rispetto alle altre trattative che sono state fatte nel mondo. Ricordo che i rappresentanti delle vittime sono stati portati a L’Avana tra i negoziatori. Qui esse hanno potuto raccontare le loro esperienze e da allora i negoziati sono cambiati».

L’apparato – Sistema integral de Verdad, Justicia, Reparación y no Repetición – concepito per affrontare il tema delle vittime pare piuttosto complesso.

«L’apparato include tre commissioni con compiti specifici. La prima è la “Commissione della verità”, che non è un ente giuridico ma storico. Si tratta di dire al popolo colombiano qual è la verità del conflitto, soprattutto nella prospettiva della riconciliazione. Durerà per tre anni.

La seconda è la “Commissione per la ricerca degli scomparsi”. In questo momento in Colombia si stimano 80mila persone scomparse. Per quanto mi riguarda ci sono tre persone vicine alla mia famiglia che da 18 anni non sappiamo dove siano. Uno dei dolori più profondi è quello provato da una persona che non sa dove sia un suo caro. È un dolore che si tiene dentro per uno, due, dieci, venti anni. È un martirio, una tortura continua. Sono persone che soffrono troppo, affette da quello che gli psicologi chiamano il “trauma complesso” (sintomi prodotti da traumi cumulativi prolungati nel tempo: violenze, guerre, prigionie, migrazioni forzate, ndr).

La terza è la “Commissione per la riparazione”. Come si debbono ripagare le vittime e come fare perché le riparazioni siano integrali: dalle persone scomparse al ritorno nei propri luoghi fino al recupero delle terre, del lavoro, delle case».

La «giustizia riparativa»

Quelli che ha spiegato sono tutti organi extragiudiziali. C’è però anche un organo giudiziale, anche se con caratteristiche particolari.

«Sì, si tratta dell’organo – anch’esso molto dibattuto (infatti il nuovo governo di Iván Duque ha fatto rimandare l’emanazione del regolamento, ndr) – denominato Jurisdicción Especial para la Paz. Essa è una giustizia parallela alla giustizia ordinaria. Questa istituzione ha già 51 magistrati che dovranno affrontare il tema della giustizia cosiddetta “transizionale” (justicia transicional).

Perché è importante? Se gli ex guerriglieri confessano la verità prima di essere giudicati, essi avranno non più di otto e non meno di due anni di condanna in carceri aperte, senza sbarre.

Se invece non confessano la verità o se la dicono dopo o se questa viene scoperta successivamente, gli ex guerriglieri rischiano fino a 20 anni da trascorrere in prigioni tradizionali, con le sbarre.

Si tratta di misure di giustizia transizionale che verranno applicate solamente per i prossimi 10 anni. Questa giustizia è una giustizia restaurativa (riparativa, riconciliativa, di transizione sono tutti sinonimi, ndr) che cerca di “riparare” le vittime e la società.

E soprattutto ha un concetto innovativo di castigo perché non si pensa di mettere le persone in carcere ma in luoghi diversi dove possano rimanere assieme, fare attività in un luogo aperto anche se vigilato. Il contrario del concetto perverso di carcere chiuso».

Padre Leonel, il tema della «giustizia restaurativa» invece della «giustizia punitiva» le è molto caro. Tuttavia, è risaputo che una parte consistente della stessa gerarchia cattolica colombiana non è dello stesso avviso, adottando in toto le posizioni dell’ex presidente Álvaro Uribe.

«Debbo dirlo chiaramente: la Chiesa in Colombia e tanti vescovi sono divisi tra le due istanze: giustizia punitiva o giustizia restaurativa? Ci sono vescovi – io ne sono testimone – che dicono: “No, questi criminali vanno messi in carcere”. Se potessero dirlo chiederebbero la pena di morte che però in Colombia non esiste.

Le carceri sono la soluzione più perversa, sono la negazione dell’immaginazione umana, sono i luoghi peggiori della società, sono le università del crimine. Questi luoghi sono i luoghi dell’inferno che troppi vescovi ancora predicano».

L’«economia politica dell’odio»

Lei utilizza un termine particolare: «economia politica dell’odio». Cosa intende con esso?

«I partiti sono stati venditori perversi di odio. E loro rappresentanti hanno guadagnato sulla base di questo. La stessa guerriglia sa di aver venduto odio. Io non voglio dire chi è di più e chi di meno. Tuttavia, la cultura politica della Colombia si è trasformata in una distillazione di odio che genera una cultura della vendetta.

Concretamente questa si è trasformata in più carceri, più stazioni di vigilanza nelle strade, più uomini nell’esercito, più armi. Tutto questo è cultura della violenza e dell’odio. E la gente, la base umana è ansiosa di ricevere questo tipo di proposte.

Ciò spiega perché quando si è trattato di fare il referendum sull’approvazione o meno delle negoziazioni, più del 50 per cento dei votanti hanno detto “no”. Facendo chiaramente intendere che questi criminali delle Farc avrebbero dovuto essere ammazzati. E che, se si fosse potuto, si sarebbe dovuto non solo mandarli a morte, ma mandarli a morte per tre volte. Ci siamo resi conto che il paese è ancora dominato dall’odio. La parte più animale, più arcaica, più primitiva di noi sta ancora presente nei nostri cuori. In questo momento la grande sfida della Colombia, oltre ai problemi che conosciamo (terra, droga, vittime, reinserimento dei guerriglieri, eccetera), è quella di capire come trasformare la cultura della vendetta insita nella popolazione. E soprattutto come trasformare questa “economia politica dell’odio” che ci hanno venduto e che continuano a venderci».

La scelta del perdono

Padre, dopo 52 anni di guerra civile, 220mila morti, milioni di sfollati, non è difficile parlare di perdono?

«Per prima cosa, intendiamoci bene su cos’è il perdono. Il perdono non è dimenticare, non è negare la giustizia, non è negare il dolore che ho dentro. Il perdono è un esercizio meraviglioso che passa dalla vendetta alla compassione, alla misericordia, che alla fine – e qui parlo da missionario – è il cuore della predicazione di Gesù. Tutto questo necessita di una “tecnologia”, di un filo metodologico che ci conduca dalla memoria ingrata (rabbia e rancore) a quella grata (compassione).

Misericordia, compassione, perdono sono l’espressione massima del regno di Dio. Il perdono elevato alla massima conseguenza. Sempre, fino a perdonare l’imperdonabile».

Il perdono e la riconciliazione si possono insegnare?

«In questi ultimi 15 anni io e i miei collaboratori abbiamo lavorato per generare metodi e pratiche concrete, quotidiane, replicabili, moltiplicabili, di perdono e riconciliazione. Considero la Fondazione per la riconciliazione unica in America Latina e forse nel mondo. Di certo è l’istituzione che più lavora sul tema specifico della “tecnologia del perdono”. O, se vogliamo usare un altro termine, dell’“ecologia dell’anima”, che poi è il tema del perdono, della compassione, della misericordia. Secondo me, questo dovrebbe essere il cuore del lavoro di un missionario».

Dunque, secondo lei la cultura della pace e della riconciliazione si sta diffondendo?

«Voglio essere ottimista. Stando accanto alle vittime io vedo che, a poco a poco, si sta instaurando una cultura di riconciliazione. A poco a poco il paese si sta incamminando su questa strada. Sfortunatamente questo non sta succedendo nelle élites, sia politiche che economiche. Non so – qui debbo usare un punto di domanda – se sta accadendo nelle gerarchie ecclesiali.

L’importante è che la giustizia restaurativa e questo nuovo concetto di pace stiano progredendo. Tutto questo è possibile se noi inculchiamo la cultura e la spiritualità del perdono, l’ecologia dell’anima. Di certo non ci può essere una “pace sostenibile” se non c’è un processo di perdono. E i processi di perdono – ecco il paradosso – sono quelli che proprio i cattolici e i cristiani conoscono meno. Si prova vergogna a ricordarlo, ma il continente latinoamericano è quello più povero, più diseguale, più violento e più cattolico. Che significa questo? Che abbiamo appreso un cattolicesimo e un cristianesimo di molta liturgia ed esteriorità. Ma non abbiamo assunto il mandato di avvicinarci al prossimo. Mi pare che questo ci costi molto. Insomma, la sfida è grande».

Iván Duque e il nuovo governo

Tornando alle questioni meramente pratiche, che problemi sta comportando o comporterà la transizione dalla guerra alla pace?

«Nel processo di transizione verso la pace ci sono due caratteristiche negative che riguardano tutti i paesi impegnati in questo passaggio. La prima è che essi sperimentano 3-5 anni di violenza a volte addirittura maggiore rispetto a quella del conflitto perché è violenza disorganizzata. Girano molte più armi libere perché il business è terribile. Molte persone che erano implicate nella guerra continuano a pensare in quest’ottica. Ci sono un gran numero di vittime – in Colombia sono 8 milioni di persone – che continuano a vivere con molta rabbia e voglia di vendetta. La seconda conseguenza è che, a causa dei costi impliciti in un processo di pace, i paesi possono cadere in depressione economica. Attualmente lo sforzo compiuto della Colombia è molto elevato, soprattutto in un paese dove l’intervento dello stato è stato sempre assai limitato.

C’è infine una variabile politica: il nuovo governo. Nell’ottobre 2017 la Corte costituzionale colombiana ha blindato le negoziazioni per 12 anni. Ovvero nessuno dei tre prossimi presidenti potrà cambiare gli accordi siglati nel 2016. Quello che invece senz’altro farà la destra uribista (legata cioè all’ex presidente Álvaro Uribe e vincitrice delle elezioni di giugno, ndr) sarà di rallentare la loro applicazione e insistere sulla giustizia punitiva».

Paolo Moiola


Le parole in gioco

Ricomporre un tessuto sociale distrutto da decenni di guerra è un’impresa molto complicata. Per questo occorre conoscere le parole che entrano in gioco.

La guerra

  • economia politica dell’odio: strategia promossa dalle élites (politiche, sociali, economiche, religiose) del paese per catturare l’attenzione (e il voto) della massa;
  • cultura della vendetta: è la conseguenza dell’odio non superato;
  • rabbia, rancore, rivalsa: sentimenti generati dal torto subito, dalla violenza e dall’ingiustizia;
  • filosofia del nemico interno: non è un semplice oppositore, ma un soggetto che deve essere eliminato;
  • narcotraffico: elemento moltiplicatore di violenza, barbarie, vendetta;
  • giustizia punitiva: è il sistema che si limita all’applicazione per i responsabili degli abusi dello strumento punitivo-vendicativo (in primis, del carcere).

La pace

  • pace sostenibile: si raggiunge quando si dà risposta a una serie di necessità; trova raffigurazione in un albero (radici, tronco, rami);
  • necessità oggettive di base: sanità, lavoro, istruzione, terra, alimentazione;
  • necessità ecologiche della pace: verità, giustizia, indennizzo, inclusione, rispetto dei diritti umani;
  • necessità soggettive delle vittime e dei sopravvissuti: affrontare e superare rabbia, rancore, rivalsa (vendetta);
  • cultura civile del perdono e della riconciliazione: è la risposta alle necessità soggettive;
  • perdono: è ricordare con altri occhi, è un esercizio attraverso il quale la vittima smette di essere tale; non significa dimenticare o negare il diritto alla giustizia;
  • riconciliazione: passaggio dalla sfiducia alla fiducia;
  • giustizia riparativa: è il sistema che si concentra sulla riparazione del danno subito dalla vittima più che sulla punizione del reo.

Fonte: Leonel Narváez Gómez, Entre economía política del odio y cultura ciudadana de perdón, in «Venganza o perdón? Un camino hacia la reconciliación», Editorial Planeta Colombiana, aprile 2017.


Il successore di Manuel Santos: «Títere» o presidente?

Il nuovo presidente della Colombia è Iván Duque Márquez, delfino dell’ex presidente Álvaro Uribe, fermo oppositore degli accordi di pace del novembre 2016.

AFP PHOTO / RAUL ARBOLEDA

Iván Duque Márquez è stato eletto successore di Manuel Santos alla presidenza della Colombia. Avvocato di 41 anni, Duque è stato allevato nella scuderia dell’ex presidente Álvaro Uribe, padre e padrone della destra colombiana, nonché duro oppositore degli accordi di pace del novembre 2016.
Detto questo, senza esagerare in ottimismo, va segnalato che le presidenziali 2018 sono state caratterizzate da segnali positivi e importanti discontinuità. In primis, sono state elezioni pacifiche. E partecipate (per gli standard colombiani e latinoamericani): l’astensione si è infatti fermata al 47% degli aventi diritto. Al ballottaggio del 17 giugno con la destra uribista non è arrivato alcun esponente dei due partiti storici della Colombia, quello conservatore (fondato nel 1849) e quello liberale (del 1848). Vi è invece giunto – vivo e vegeto – un candidato di sinistra, Gustavo Petro, già membro del movimento guerrigliero M-19 e sindaco di Bogotà, che ha anche ottenuto un risultato importante: 8 milioni di voti pari al 42% (contro il 54% di Duque).
Tra le note positive, è da segnalare che anche Rodrigo Londoño, ex leader del gruppo guerrigliero e attuale presidente del partito Farc (Fuerza Alternativa Revolucionaria del Común), si sia felicitato con il nuovo presidente elogiando nel contempo il cammino intrapreso dal paese con gli accordi di pace.
Per parte sua, nel suo primo discorso da vincitore, Duque ha usato toni molto concilianti, precisando che occorre superare la polarizzazione e le lamentele. «Non conosco nemici in Colombia – ha dichiarato -, non governerò con l’odio, non esistono nella mia mente e nel mio cuore né vendette né rivalse. Si tratta di guardare al futuro per il bene di tutti i colombiani».
Sul tema più controverso, quello degli accordi di pace, ha assicurato che non verranno fatti a brandelli, ma che saranno introdotte delle correzioni.
Già le prime mosse del suo governo ci diranno se Iván Duque è un títere (cioè un burattino di Uribe) o un presidente.

Paolo Moiola

  • Fondazione: Bogotá, 2003.
  • Fondatore e presidente: Leonel Narváez Gómez.
  • Organici: 40 dipendenti e 2.200 animatori volontari.
  • Programmi:
    – alfabetizzazione: si insegna a leggere e scrivere con il metodo della pedagogia di Paulo Freire e, nel contempo, si offrono soluzioni emozionali per i conflitti legati a rabbia, rancore e rivalsa;
    – pedagogia della cura e della riconciliazione: si insegna nelle scuole pubbliche e private;
    – Centri di riconciliazione: si tratta di appartamenti presi in affitto in zone a rischio per svolgere i programmi della Fondazione;
    – Scuole di perdono e riconciliazione (EsPeRe): corsi interattivi e ludici costituiti da 12 moduli, ognuno di 4 ore.
  • Presenza:
    – in 21 paesi del mondo.
  • Riconoscimenti:
    – Orden Civil al Mérito José Acevedo y Gómez del Concejo de Bogotá (2004);
    – Premio Unesco Educación para la Paz (2006);
    – Orden de la Democracia del Congresso de la República de Colombia (2007);
    – Emprender Paz (2011, con Nestlé Colombia);
    – Premio Nacional de Paz (2014, secondo posto).
  • Sito:
    www.fundacionparalareconciliacion.org.

Archivio MC

I più recenti articoli sul processo di pace in Colombia:
• Paolo Moiola (a cura di), Colombia. Un paese alla ricerca della pace, dossier, novembre 2016;
• Paolo Moiola, La pace bussa due volte. Incontro con mons. Luis Augusto Castro, maggio 2017.
Sul tema della giustizia riparativa:
• Luca Lorusso (a cura di), Giustizia riparativa, dossier, dicembre 2013.




Ricordi personalissimi di 25 anni in Corea del Sud

La testimonianza di padre Paolo Lamberto dalla Corea


Padre Paolo Lamberto è partito per l’Estremo Oriente che era ancora sacerdote di primo pelo. Si è trovato in un mondo affascinante ed enigmatico che gli ha conquistato il cuore ma ha anche preso il meglio delle sue energie. Là ha imparato ad affidarsi all’unica forza che non si esaurisce mai.

Avete presente le case con i tetti ondulati e i paesaggi di quei quadri orientali in bianco e nero dove le nuvole danno il senso della profondità e tutto emana un senso di equilibrio e di pace? Ecco, questo era più o meno quello che mi aspettavo di vedere quando sono atterrato a Seul il 23 settembre del 1992. E invece, a perdita d’occhio, palazzi, palazzi e palazzi. Una foresta di cemento e traffico da far paura.

Apprendista missionario in Corea

Ad aspettarmi all’aeroporto insieme ai miei due confratelli c’era Monica. È stata la prima persona coreana che ho incontrato. Poi ho conosciuto altre due Monica e, siccome facevo fatica a ricordarne i nomi coreani, le chiamavo con nome del luogo in cui abitavano: Monica di Yokkok, di Pupyong, di Mansok. Tutte ci hanno aiutato moltissimo. E poi ricordo Jacinta, la prima presidente del gruppo dei nostri amici, piena di vita. E come dimenticare Rufina, sempre fedele ai nostri incontri ma anche per i servizi più umili? Ha avuto una vita difficile, ma anche adesso nei suoi ottant’anni, è sempre allegra e pronta ad aiutare.

Monica di Mansok è già in paradiso. Viveva a Mansok Dong, un quartiere povero della città di Inchon. I padri Diego (Cazzolato, italiano) e Luiz (Emer, brasiliano) vivevano là e lei, pur essendo un po’ disabile, li aiutava a trovare i più poveri del quartiere o i cristiani non praticanti.

Anche io ho vissuto là in tempi diversi. Qualche volta, in inverno, quando stavamo via per qualche giorno, Monica accendeva per noi il rudimentale riscaldamento a carbone della nostra casetta. Mi ricordo di quando venivano i topi in cucina e al mattino trovavamo i segni dei loro incisivi nel sapone. La cappella era un sottotetto dove si poteva stare solo seduti.
I bambini del quartiere ci visitavano spesso e c’era una bella cooperazione con i volontari di un doposcuola per i bambini svantaggiati del quartiere.

Tra le vecchiette che visitavamo ce n’era una che ci raccontava sempre di quando era scappata dalla Corea del Nord poco prima che scoppiasse la guerra.

Ricordo anche con molto affetto e gratitudine gli insegnanti di coreano che hanno faticato a insegnarmi la loro lingua per quasi due anni. Dopo un anno, appena sono stato in grado di leggere il testo della messa da solo, ho cominciato ad andare in parrocchia tutti i fine settimana. Il mio primo parroco, un sacerdote coreano, si chiamava Kim Venanzio. Mi ha insegnato molte cose sulla cultura coreana, ma mi ha anche fatto mangiare i cibi più strani che abbia incontrato nella vita: dal cane alle ginocchia di bue, da una razza, che eufemisticamente potremmo dire che sa di acido urico, a tutto ciò che si trova nel mare, a parte gli scogli.

Nella sua parrocchia ho cominciato a confessare in coreano. Un’anziana signora veniva e mi diceva: «Padre, ho saltato una messa». Ma io che non sapevo distinguere bene le sfumature della pronuncia capivo: «Padre, durante la messa mi sono mangiata una grossa pera». E un’altra: «Padre, mi sono mangiata l’orecchio» (cioè, ci sento poco). Tra me e me rimuginavo sulle strane abitudini alimentari delle nonnette coreane.

Il bello della vita comune

Padre Rafael Del Blanco, argentino, è stato uno tra i primi otto missionari arrivati qui. Intelligente e di gran cuore, era molto impulsivo, e spesso, testa e cuore non viaggiavano sullo stesso binario. Una volta ha comperato 200.000 won (circa 200 €) di pesce da un venditore ambulante. Gli abbiamo detto: «Ma Rafael, tu non mangi pesce, e qui ce n’è per 6 mesi». E lui: «Ma era un’occasione».

Con padre Benjamin (Martinez Solano, colombiano) ho vissuto per qualche anno. Una volta sono andato a trovarlo quando il nostro centro di dialogo interreligioso era ancora a Okkiltong, e con lui c’era un monaco buddista nostro amico. E lui mi ha detto: «Dai, andiamo al karaoke». E così ci siamo andati, io in clergyman e il monaco col suo abito grigio. E la gente guardava stupita lo spettacolo di un prete cattolico e di un monaco buddista che cantavano insieme in coreano. Quante discussioni teologiche ho avuto con padre Luiz Emer, ma stranamente sulle cose pratiche eravamo sempre d’accordo.

Padre Paco (Francisco López, spagnolo) veniva invece da un altro pianeta. Ci siamo aiutati molto e anche voluti molto bene. Ma una volta mi sono arrabbiato davvero con lui. Era di nuovo in ritardo per un incontro che dovevamo fare insieme. Non erano due volte, non dieci, ma sempre, e ogni volta erano almeno 30 minuti. Quanti rosari mi ha fatto dire quell’uomo. Così quel giorno non sono andato all’incontro e ho tagliato ogni comunicazione con lui. «Non ne posso più», mi sono detto, ma pregando in cappella dopo cena, ho letto queste parole: «Non lasciate che nessuna radice cattiva cresca in mezzo a voi» (Eb 12,15). Mi sono reso conto che quelle parole erano proprio per me, così quella notte l’ho chiamato al telefono, vivevamo in due comunità diverse, l’ho svegliato e ci siamo riconciliati.

Un aspetto simpatico della nostra comunità sono le vacanze estive che quasi tutti gli anni facciamo insieme. Per me le più memorabili sono state le prime, pochi giorni dopo essere arrivato in Corea. Andammo al Soraksan National Park. Io mi aspettavo qualcosa come le Alpi, dove tu cammini fino ai 3.000 metri e poi  sei solo a contemplare la natura. Ma no. Prima di salire in montagna abbiamo fatto la coda per comprare il biglietto, poi la salita e poi gente dappertutto, un bar, venditori di magliette e cibi vari. Addirittura, sulla cima dell’Ulsanbawi (una punta rocciosa alta circa 800 metri) un signore vendeva medaglie ricordo per chi era riuscito a fare tutti gli 888 scalini fino in cima. Ma la cosa più simpatica è stata che, il giorno prima di partire, siccome andavamo in montagna, padre Paco aveva raccomandato a padre Antonio (Domenech del Rio, spagnolo) e a me, appena arrivati, di portarci vestiti pesanti. Così noi due abbiamo riempito gli zaini con maglioni e giacconi come se dovessimo scalare l’Himalaya. Ma quello era il Soraksan a fine settembre e faceva un caldo boia. Un altro anno siamo andati sulle montagne del Jirisan (nel Sud della Corea tra i 1.600 e 1.900 metri di altezza). Avevamo comprato una succosa anguria da 9 kg e qualcuno aveva suggerito di andare a mangiarla in cima a qualche montagnola. Indovinate chi è stato il fortunato prescelto dalla sorte per portare l’anguria fino su? Arrivati in cima, però, nessuno aveva voglia di anguria, ed è toccato ancora a me riportarla giù.

Anche le ultime vacanze insieme sono state speciali. Avevamo preparato giochi, birra e stuzzichini per animare la prima sera, ma senza neanche accorgercene abbiamo cominciato a parlare tra noi spontaneamente e liberamente come vecchi amici che si ritrovano dopo anni, ed è stato solo verso le 2 del mattino che ci siamo allegramente resi conto che era ora di andare a nanna.

Corea, tra gioie e fatiche

Alla fine della scuola di lingua, il Signore aveva preparato per me una sorpresa e un’altra chiamata. Avevo messo tutte le mie energie nello studio del coreano ma dopo un anno e mezzo mi ritrovavo senza forze e non riuscivo più a concentrarmi. Mi ci è voluto un bel po’ a riprendermi, ma ogni due mesi rimanevo vuoto di energie per una settimana.

Dal 2000 sono stato incaricato della formazione dei nostri seminaristi coreani. Anche quello è stato un tempo bello, aiutando ognuno a crescere nella fede e nel nostro carisma missionario secondo la sua personalità. E ora i miei cinque seminaristi sono diventati sacerdoti e annunciano il Vangelo in tre continenti: Pietro Han Kyoung Ho in Corea, Martino Han Gyeong Ho in Mozambico, Giuseppe Kim Moonjung in Rd Congo, Benigno Lee Dong Uk in Kenya e Giuseppe Kim Myeong Ho in Colombia.

Alla fine del 2004 ero mentalmente esaurito. Sono dovuto tornare in Italia per un po’ per rimettermi in forma. Sono tornato nel 2005 e da allora non sono più riuscito a fare molte attività. A volte mi sentivo inutile. A volte mi pareva che non ci fosse futuro per me. Ho detto allora a Gesù: «Ero pronto a darti tutto, anche le cose più dure e difficili, ma questo è umiliante. Così non servo a niente! Ma se lo vuoi Tu allora lo voglio anch’io». Così, ciò che da un punto di vista materiale sembrava un tempo di non produttività, dal punto di vista spirituale mi ha aiutato a fare grandi progressi. Ora vedo che se offro immediatamente a Dio non solo le cose buone, ma anche quello che mi fa male, per amore suo ovviamente, tutto diventa sopportabile e ne seguono pace, serenità e gioia.

Ho imparato a cucinare per servire i confratelli della mia piccola comunità, di solito siamo in 2 o 3, e cerco di tenere allegro tutto il nostro gruppo della Corea.

Poi, l’anno scorso, sono andato a Taiwan a predicare gli esercizi spirituali ai nostri quattro confratelli che lavorano lì. Pensavo che mi sarei esaurito nel giro di tre giorni. E invece è andato tutto bene e per sette mesi il Signore mi ha concesso energia come da più di vent’anni non ne avevo avuta. Il Signore mi ha aperto una finestra di speranza per un lavoro missionario più fruttuoso, e gliene sono veramente grato. Ma adesso so che la cosa più importante è quello che Lui vuole, e voglio continuare a seguirlo con allegria, capiti quel che capiti.

Mentre ero in Corea ho perso entrambi i miei genitori. Prima mio papà nel ’93 e poi mia mamma nel 2005. Perlomeno sono riuscito a vedere mia mamma prima che morisse, anche se già non poteva né parlare né capire. Nella camera mortuaria, mentre aspettavamo che fosse messa nella cassa, eravamo alcuni familiari, e con lei lì presente tutti abbiamo sperimentato una grande pace e unità. E non solo, sentivamo come una pioggia di grazie su tutta la famiglia, e in me una grande gioia del tutto innaturale e inspiegabile. La cosa è durata tre mesi e mi sono ritrovato a dirle: «Grazie mamma ma adesso basta grazie».

Pastorale della pastasciutta

Nel 2012, per un progetto di urbanizzazione del governo siamo stati costretti a muovere la nostra comunità di dialogo interreligioso da Okkiltong a Tejon, una città 160 km a Sud. Padre Diego Cazzolato (il veterano del nostro gruppo) e io abbiamo vissuto per vari mesi in un appartamentino di 45 m2 mentre seguivamo la costruzione della nuova casa. Ma a fine anno, dopo neanche tre mesi di vita nella nuova casa, sono stato trasferito a Tongduchon con padre Tamrat (Defar, etiope). La cosa in realtà si è poi rivelata molto provvidenziale. Ci siamo molto aiutati e sostenuti a vicenda nella pastorale dei lavoratori stranieri. Ci sono stati momenti in cui dicevamo: «Beh, noi non siamo poi così speciali, ma il Signore sta radunando intorno a noi tanta brava gente che fa tanto buon lavoro. Il Signore ci sta usando come catalizzatori per la missione». Durante quei 3 anni insieme abbiamo sviluppato la «pastorale della pastasciutta». Con la scusa della cucina italiana abbiamo invitato a casa ogni tipo di persone, e in un ambiente caldo e familiare abbiamo parlato di problemi pastorali, di religione e di ogni altra cosa con preti, suore, cattolici, protestanti, non cristiani, nigeriani, filippini, latinos e coreani. E poi qualche sabato pomeriggio, Tamrat e io camminavamo insieme per un’ora fino a una montagna vicina, prendevamo una frittata e una brocca di vino di riso, e poi tornavamo a piedi, parlando di tutto.

E adesso bisogna proprio che vi parli della messa. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono detto: «Ma cosa faccio qui? Vale la pena stare qui o fare questa vita? Sono utile a qualcosa?», oppure: «Dai, impacchetta tutto e torna a casa». Solo la messa mi ha aiutato, giorno per giorno, a trovare forza e soprattutto significato per andare avanti in questa missione.

Ecco, questi sono alcuni ricordi «a caso» dei miei primi 25 anni in Corea, ma il ricordo più importante è: «Se il Signore non fosse stato con noi, tutto quello che siamo e facciamo ora, sarebbe stato impossibile».

Giovanni Paolo Lamberto


I giovani coreani

Di quali giovani parlare? Qui le cose cambiano rapidamente: chissà che tipo di giovani avremo fra 10 anni? Chi ha più di 50 anni quando era giovane ha dato tutto per il «miracolo economico» della Corea. I 40enni sono gli eroi della lotta contro la dittatura militare. I 30enni hanno avuto la vita più facile: la nazione era diventata ricca e le famiglie molto piccole. I 20enni hanno avuto la vita ancora più comoda ma adesso fanno fatica a trovare un lavoro e spesso rimandano matrimonio e figli perché l’economia non tira più come prima. Chi ha meno di 20 anni è sicuramente cresciuto con un telefonino in tasca e il computer davanti al naso.

Però c’è un’esperienza che li accomuna tutti, e per quanto ne so, lo stesso capita per i paesi di cultura confuciana (Cina, Giappone, Taiwan, Singapore, Hong Kong): la scuola.

In Corea, fino all’asilo i bambini possono fare quello che vogliono, nessuno li rimprovera. Ma dalla 1ª elementare vengono «intruppati» nel sistema e da quel momento è solo studiare, studiare e studiare. E fare tutto il possibile per essere ai primi posti. Qui l’educazione è intesa come: «L’allievo è un contenitore vuoto che deve essere riempito dal maestro». E la scuola normale non basta. Appena finito si va alle cosidette Accademie per approfondire inglese, matematica, piano, tae kwon do (taekwondo, un’arte marziale) ecc. È normale per uno studente coreano uscire di casa al mattino alle 7 e ritornare alla sera alle 10 o alle 11.

Molti anni fa, durante le mie prime esperienze di confessione in coreano, ho capito che quando mi parlavano in modo comprensibile erano peccati normali, quando invece parlavano difficile, con molti vocaboli di origine cinese, erano cose grosse. Un giorno è venuta una ragazza e mi ha detto: «Io sono ko sam». Per stare sul sicuro le ho raccomandato: «Quella roba non farla mai più». Che cantonata. Anche il più sprovveduto dei coreani sa benissimo che ko sam vuol semplicemente dire: «Sto frequentando il terzo anno delle superiori e mi preparo all’esame di entrata all’università per cui non esco di casa, non vado con gli amici, non vado a messa, e dal mattino alla sera è solo studio». Dal mattino alla sera è un eufemismo: sulle pareti di molte scuole c’è questa scritta: «Più di 4 e non ce la fai». Cioè: «Se dormi più di 4 ore per notte quando prepari questo esame non ce la farai a passarlo».

Questo esame determina tutta la tua vita futura, chi sarai, quanto guadagnerai, che amici avrai. Accedere a una università di prestigio è come entrare in un club esclusivo, e, indipendentemente dai risultati e dalle materie scelte, i membri della stessa università si aiutano tra loro, ti assumono nella loro ditta, ti aiutano a far carriera.

Pressione e competitività, a cui si è aggiunto di recente il fenomeno del bullismo, sono spesso causa di un grande numero di suicidi tra i giovani. Senza dimenticare che i giovani che escono da queste scuole saranno poi i dirigenti della Samsung, Lg, Kia, Hyundai, ecc. E che questi giovani, così legati alla loro terra e cultura, diventeranno quegli imprenditori che non esiteranno un attimo a trapiantare la loro piccola azienda, se qui non sarà più competitiva, in Cina, Indonesia o America Latina.

Vincenzo, missionario oblato di Maria Immacolata, italiano che lavora molto nel sociale, mi ha parlato dell’emergenza nascosta di almeno 200.000 ragazzi scappati di casa e mi ha descritto i cambiamenti avvenuti col tempo. All’inizio c’è stata la generazione del «doposcuola»: ragazzi poveri che avevano bisogno di essere aiutati con lo studio per uscire dalla povertà. Quando la società si è arricchita è arrivata la generazione del «rifugio»: ragazzini che magari scappavano di casa per conflitti familiari, ma ancora capaci di ascoltare l’autorità e di farsi aiutare. Solo cercavano un rifugio (shelter in inglese) dove poter stare.

Adesso c’è la generazione del «telefonino»: per loro è importante solo il momento presente. Perché studiare o sforzarsi di migliorare? Vivo adesso e il mio orizzonte è quello che posso godere in questo momento. Sì, questa è l’emergenza, ma non è lontanissima dal sentire del giovane medio.

Sone periferiche e povere di Seul

I giovani coreani amano lo sport: il baseball, lo sport più popolare, riempie gli stadi. Vanno alla grande le bands di teenagers che cantano e ballano, per non parlare delle telenovelas e dei film locali. Questi cantanti e attori sono popolarissimi anche nel resto dell’Asia, tanto che è stata coniata una nuova parola: Hallyu, cioè l’onda culturale coreana che si spande per l’Asia. E non dimentichiamo il karaoke (qui si chiama norepang), uno dei divertimenti più popolari in Corea. In questo momento quello che corrisponde alle nostre pizzerie sono i ristorantini di pollo fritto e birra, sempre pieni di giovani universitari.

In Italia tutti sono orgogliosi di sfoggiare la tintarella. Le ragazze coreane invece no. La sfida è essere più bianche delle altre. E allora quando splende il sole tutte in giro con l’ombrellino o un cappello a larghissime tese. E poi creme sbiancanti e creme antisolari. La bellezza qua è un valore importante, quindi le vedrete sempre truccate in modo impeccabile. Dal resto dell’Asia vengono in Corea per comperare i cosmetici locali che sono molto rinomati. E non parliamo della chirurgia plastica: molte volte il regalo dei 18 anni o per aver passato l’esame di ammissione all’università è proprio un ritocchino al naso, al mento o agli occhi.

E in Chiesa? Purtroppo, adesso sembra di essere in Europa: i giovani sono molto rari. Fino al 2000 non era così. Ma poi la denatalità (che è più alta di quella italiana: 9 nati ogni mille abitanti in Italia; solo 8 in Corea), il benessere, o forse «la notte della cultura occidentale» sono arrivate anche qui. Sta di fatto che dal 2000 le vocazioni religiose, una volta abbondanti, sono crollate drammaticamente, e anche quelle per il sacerdozio diocesano stanno mostrando segni di crisi. Ma mai disperare, i coreani possono essere tutto e il contrario di tutto, questo popolo ha fatto stupire il mondo in più di una circostanza, e sono sicuro che i nostri giovani ci stupiranno nuovamente.

G.P.L.


Corea del Sud su MC:

Crogiuolo di religioni, 11/2010
A Seul si dorme poco, 10/2010
Consolazione di frontiera, 11/2012
Una storia affascinante! 25 anni di presenza per gli IMC, 1-2/2013
Venerando Dio in te… buongiorno!, 4/2013
Speriamo non arrestino il batterista, 3/2014
Isaac e Cristina oggi sposi, 3/2014
La Consolata si è fatta coreana, 10/2015
Good morning Korea, 1-2/2017
L’ospite d’onore, 11/2017.




La vera storia del debito italiano


Perché siamo indebitati per 2.300 miliardi di euro? Abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità? È colpa del sistema pensionistico? L’evasione fiscale e la corruzione quanto pesano? Perché le diseguaglianze continuano ad aumentare? La pressione fiscale è giusta? E la tanto mitizzata «flat tax» per chi sarà vantaggiosa? Proviamo a dare qualche risposta.

Le turbolenze finanziarie vissute dall’Italia a fine maggio, in coincidenza con la formazione del nuovo governo, hanno dimostrato quanto sia rilevante il tema del debito pubblico ai fini politici ed economici. Soprattutto per l’Italia, il paese più indebitato dell’Unione europea. Almeno in termini assoluti. In termini relativi, ossia in rapporto al Pil, il primato tocca alla Grecia che è al 178%, mentre quello italiano è al 132% (mappa pag. 61).

Un luogo comune vuole che l’Italia sia indebitata perché pretende di vivere al di sopra delle proprie possibilità, ma i numeri raccontano un’altra storia. Se volessimo ricostruire l’evoluzione del nostro debito pubblico, dal dopoguerra ad oggi, noteremmo tre fasi: quella dei disavanzi in regime di sovranità monetaria, quella dei disavanzi in regime di schiavitù monetaria e quella degli avanzi ancora in regime di schiavitù monetaria.

Il divorzio più costoso della storia d’Italia (1981)

Il primo periodo, durato fino al 1980, era caratterizzato da spese a vantaggio dei cittadini superiori al gettito fiscale, ma i disavanzi erano coperti in larga misura dalla stampa di nuova moneta da parte della Banca d’Italia. Nel corso degli anni Settanta una serie di eventi, fra cui un’inflazione insidiosa, fece cambiare il vento politico ed uno degli effetti prodotti in Italia fu il così detto divorzio fra stato e Banca d’Italia che segnò la fine della sovranità monetaria. Così si entrò nella seconda fase, quella dei disavanzi in schiavitù monetaria. Era il febbraio 1981 e il governo decise che da quel momento avrebbe colmato i suoi disavanzi solo con prestiti ottenuti dalle banche private. A torto o a ragione, i governi che si susseguirono negli anni Ottanta decisero di fare spese superiori al gettito fiscale, molti dicono per colpa della decisione di mandare la gente in pensione troppo presto. E può darsi. Ma complessivamente il debito contratto a vantaggio dei cittadini fra il 1981 e il 1991 fu di 140 miliardi di euro, una somma che, sommata al debito già esistente nel 1980, darebbe un totale di 254 miliardi. In realtà, nel 1991 non trovammo un debito a 254 ma a 750 miliardi. La differenza è data dalla spesa per gli interessi che in quel decennio viaggiavano fra il 14 e il 20%.

Nel 1992 l’Italia entrò nella terza fase caratterizzata dal risparmio. Nel tentativo di ripagare il debito, tutti i governi che si sono susseguiti, ad eccezione del 2009, hanno speso per i cittadini meno di quanto abbiano incassato dal gettito fiscale. Complessivamente, dal 1992 al 2016 il risparmio è stato pari a 760 miliardi, ma il debito pubblico ha continuato a salire fino a sfondare i 2.300 miliardi. Il punto è che il risparmio realizzato non è stato sufficiente a coprire la spesa per interessi che nello stesso periodo è ammontata a 2.038 miliardi. Per cui lo stato italiano si è indebitato per altri 1.278 miliardi per pagare la parte di interessi non coperta dai risparmi. In altre parole, l’Italia si trova nella trappola dell’interesse composto che significa pagare gli interessi sugli interessi. Un meccanismo noto in ambito bancario come «anatocismo», dal greco ana, di nuovo, e tokos, interessi. E quando il debitore ci casca dentro non ne esce più perché il debito si autornalimenta: gli interessi non pagati fanno crescere il capitale da restituire e la crescita del capitale fa crescere gli interessi in una rincorsa senza fine.

Su chi ricade la pressione fiscale?

Appurato che l’Italia non vive al di sopra delle proprie possibilità, la domanda che, caso mai, dobbiamo porci è perché non riusciamo a tenere la corsa con gli interessi. Ma per trovare la risposta a questa domanda bisogna esaminare sia le entrate che le uscite per appurare eventuali lacune, errori, inefficienze. Sul lato delle entrate il quesito da porsi è se lo stato stia incassando tutto ciò che dovrebbe, o se stia rinunciando a cifre importanti per assecondare categorie privilegiate. Se esaminiamo la pressione fiscale, ossia il peso delle imposte sul prodotto interno lordo, scopriamo che è andata crescendo costantemente passando dal 31,4% nel 1980 al 42,9 nel 2016. Ma scopriamo anche che lo sforzo non è stato equamente distribuito e che la pressione è aumentata molto più sui redditi medio bassi che su quelli medio alti. Ce lo dice soprattutto l’Irpef, l’«Imposta sui redditi delle persone fisiche» che rappresenta il 65% dell’intero gettito diretto. Quando venne introdotta, nel 1974, era formata da 32 scaglioni, il più alto dei quali, oltre i 252mila euro di allora, corrispondenti a 3 milioni di oggi, era al 72%. Una grande parcellizzazione dovuta non alla bizzarria dei parlamentari, ma al rispetto dell’articolo 53 della Costituzione che espressamente recita: «Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Purtroppo non passò molto tempo e già si cominciò a picconare la progressività riducendo gli scaglioni e le aliquote sui redditi più alti. E se nel 1983 gli scaglioni erano già diventati 9, col più alto al 65% oltre i 258mila euro, nel 2016 li troviamo a 5 col più alto al 43% oltre i 75mila euro. E per confrontare meglio lo scenario di oggi con quello di 40 anni fa, conviene ragionare su somme uniformate da un punto di vista del potere d’acquisto. Ebbene, su uno stipendio equivalente ai 25mila euro di oggi, nel 1974 l’Irpef si sarebbe preso il 12%, oggi se ne prende il 24%, praticamente il doppio. Viceversa, su un reddito equivalente a un milione di euro di oggi, nel 1974 l’Irpef si sarebbe preso il 45%, oggi se ne prende il 42%. E poi uno si meraviglia per l’acuirsi delle disuguaglianze.

Purtroppo, la lista dei favori fatti alle classi più agiate non si limita alla manomissione degli scaglioni dell’Irpef, ma si estende a molti altri ambiti facilmente individuabili, ma difficilmente quantificabili. In ogni caso si può dire che una via attraverso la quale è stato garantito un alto gettito fiscale sulle spalle dei più poveri è quella delle imposte indirette (ad esempio, l’Iva), che dal 1982 al 2016 hanno visto aumentare la propria pressione del 6,1%, passando dall’8,1% al 14,4% del Pil. Il lotto e il gioco d’azzardo ci hanno messo del loro per fare crescere il gettito delle imposte indirette, ma il ruolo principale l’ha svolto l’Iva, l’imposta sui consumi che rappresenta il 60% dell’intero gettito indiretto. Lo dimostra l’andamento dell’aliquota ordinaria che è passata dal 18% nel 1982 al 22% nel 2016. Un aumento odioso pagato principalmente dalle categorie più povere che per definizione consumano tutto ciò che guadagnano.

E sullo sfondo di un sistema fiscale sempre più iniquo, destinato a farsi ancora peggiore se passerà l’ipotesi della «flat tax», c’è la piaga dell’evasione fiscale che, secondo il rapporto 2018 della Commissione presieduta da Enrico Giovannini, ammonta a 110 miliardi all’anno. Una perdita enorme che, se fosse recuperata, permetterebbe di gestire agevolmente il nostro debito pubblico. Ma la si vuole veramente recuperare?

Le spese inutili

Un esame altrettanto rigoroso andrebbe svolto sul lato delle uscite per individuare spese inutili e dannose. E tanto per sgombrare il terreno da un altro luogo comune altrettanto diffuso, va detto che la cassa pensionistica che finanzia le pensioni dei lavoratori (l’Inps), in Italia non è in passivo, ma in attivo di ben 14 miliardi all’anno (205 miliardi di uscite a fronte di 219 miliardi di entrate nel 2016, come da bilancio dell’istituto). Gli sprechi, che senz’altro ci sono, vanno ricercati altrove. Nella corruzione ad esempio, che ogni anno provoca uscite indebite per 50 miliardi. Oppure nelle grandi opere totalmente inutili e deturpanti per l’ambiente. Per non parlare delle spese militari di tipo aggressivo contrarie all’articolo 11 della Costituzione. O dei soldi buttati nei salvataggi delle banche gestite in maniera scriteriata. O, peggio ancora, dei soldi persi nelle scommesse fatte con le grandi banche internazionali sull’andamento dei tassi di interesse. Fra il 2013 e il 2016 per questo genere di scommesse, lo stato italiano ha perso 18 miliardi di euro.

Per i livelli raggiunti, il debito pubblico italiano preoccupa tutti, ma non per le stesse ragioni. Tre le principali posizioni esistenti. La prima è dell’Unione europea, preoccupata per i destini dell’euro, che chiede rigore per conquistarsi la fiducia dei mercati finanziari. La seconda è del mondo imprenditoriale italiano, preoccupato per la sopravvivenza delle proprie aziende, che chiede un approccio più elastico per garantire più spesa. La terza è dei difensori dei poveri, preoccupati per l’impatto sociale, che chiede un’uscita dal debito facendo pagare i più ricchi. Nella prossima puntata, esamineremo più in dettaglio le tre posizioni, ma intanto conviene soffermarci sulle conseguenze del debito.

Le conseguenze del debito

Il debito ha tre gravi conseguenze sociali: crea povertà, aggrava le disuguaglianze e provoca disoccupazione. Produce povertà per l’aumento delle tasse e il taglio dei servizi. La forma più grave di povertà è quella di chi è in arretrato con le bollette, di chi non riesce a scaldare adeguatamente la casa, di chi non può permettersi un pasto appropriato almeno una volta ogni due giorni. Le persone in questo grave stato di deprivazione materiale sono oltre 7 milioni, 12,1% della popolazione. Ma se allarghiamo lo sguardo a chi vive in bilico a causa del suo stato di precarietà e di incertezza, troviamo che le persone a rischio povertà, o esclusione sociale, sono 18 milioni, il 30% della popolazione italiana, il 4% in più del 2004. Persone a cui basta un dente da riparare, degli accertamenti sanitari imprevisti, una riparazione d’auto fuori programma, per mandarle sott’acqua e costringerle ad arrangiarsi chiedendo un prestito o rinunciando ad altre spese importanti. Quanto alle disuguaglianze si può senz’altro affermare che il debito verso i privati è un meccanismo di redistribuzione alla rovescia: prende a tutti per dare ai più ricchi perché solo i facoltosi hanno un sovrappiù da prestare allo stato. E i risultati si vedono: l’Italia è sempre più disuguale.

Da un punto di vista patrimoniale, ossia della ricchezza accumulata sotto forma di case, terreni, titoli, le famiglie più ricche, pari al 10% del totale, detengono il 46% dell’intera ricchezza privata, quelle più povere, pari al 50% del totale, posseggono il 9,4%. I segnali di un’Italia sempre più disuguale si ritrovano anche nella distribuzione del reddito. Ogni individuo del 10% più ricco ha un introito annuale di 77.189 euro, mentre quelli del 10% più povero si fermano a 6.521 euro. Un divario di quasi 12 a 1. Situazione peggiore rispetto agli anni Ottanta quando il rapporto era 8 a 1.

Disoccupati e fattorini

E, infine, c’è la disoccupazione dovuta a un rallentamento di tutta la macchina economica. Difficile dare i numeri al riguardo perché oggi si considera occupato anche chi lavora un’ora al giorno a partita Iva come fanno i fattorini di Foodora. L’Istat pone la disoccupazione a 2 milioni e mezzo di persone, 11,2% della forza lavoro, ma la Banca centrale europea (Bce) pensa che si debbano aggiungere altri 3 milioni di persone che un lavoro lo vorrebbero, ma non lo cercano perché scoraggiati.

Un quadro allarmante su cui dovremmo cominciare a riflettere, per trovare soluzioni alternative a tutte quelle che ci hanno imposto finora. Ma senza farci illusioni: ogni scelta fuori dall’ortodossia creditizia è destinata a suscitare scontri e ricatti. Intanto, però, cominciamo a parlarne.

Francesco Gesualdi

 




Popoli indigeni e alfabetizzazione


In agosto e settembre cadono due ricorrenze che riportano l’attenzione su due temi mai come oggi attuali: la giornata internazionale dei popoli indigeni del mondo (9 agosto) e la giornata internazionale dell’alfabetizzazione (8 settembre).

Era il 1994 quando le Nazioni Unite hanno fissato nel 9 agosto la giornata internazionale dei popoli indigeni. È stato scelto questo giorno perché in esso cade l’anniversario della prima riunione del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sui Popoli indigeni, che aveva avuto luogo nel 1982.

Di fatto, l’ingresso delle popolazioni indigene fra i temi all’attenzione dell’Onu è storicamente avvenuto attraverso la porta dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) che si occupa dei popoli indigeni sin dagli anni Venti, quando l’organizzazione «madre» non era ancora l’Onu, bensì la Lega delle Nazioni.

Il motivo per cui l’Ilo, a suo tempo, ha portato alla ribalta il tema indigeno è che una serie di studi sui lavoratori rurali avevano mostrato come gli indigeni rappresentassero, all’interno di questa categoria, un gruppo piuttosto significativo e altrettanto discriminato.

Uno dei primi aspetti che le organizzazioni internazionali hanno tentato di affrontare è stato quello della definizione di popoli indigeni. Un primo contributo sostanziale è stato la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite durante la sua 62ª sessione in New York il 13 settembre 2007@.

Poi, in un rapporto del 22 novembre 2017, Decent Work for Indigenous and Tribal Peoples in the Rural Economy@, l’Ilo ricorda che: «Non esiste una definizione universale di popoli indigeni e tribali, ma la Convenzione Ilo sui Popoli Indigeni e Tribali del 1989, N. 169, fornisce un insieme di criteri soggettivi e oggettivi che vengono applicati congiuntamente per identificare chi sono questi popoli in un determinato paese».

Il criterio soggettivo sia per i popoli indigeni che per quelli tribali è il sentimento di appartenenza, cioè il sentirsi parte di un gruppo. I criteri oggettivi sono poi, nel caso dei popoli indigeni, il fatto di discendere da popoli che abitavano in quella zona all’epoca della colonizzazione, della conquista o della definizione degli attuali confini dello stato. A questo si aggiunge un secondo criterio oggettivo, cioè il fatto di conservare in tutto o in parte le proprie istituzioni sociali, economiche, culturali e politiche, a prescindere da quale sia il loro status giuridico.

Baragoi, Kenya

Chi è indigeno?

I criteri oggettivi riguardanti i popoli tribali, invece, sono il fatto di avere condizioni sociali, culturali ed economiche che li distinguono dalle altre componenti della comunità nazionale e l’avere uno status regolato in tutto o in parte dalle loro consuetudini e tradizioni o da leggi o regolamenti speciali.

Il rapporto del 2017 precisa, inoltre, che «data la diversità dei popoli che cerca di proteggere, la Convenzione usa la terminologia inclusiva di popoli “indigeni” e “tribali” e attribuisce a entrambi lo stesso insieme di diritti. Ad esempio, in alcuni paesi latino-americani il termine “tribale” è stato applicato ad alcune comunità afro discendenti».

La Convenzione, si legge sul sito di Survival, una delle organizzazioni più attive nel sostenere i diritti dei popoli indigeni, è importante perché «riconosce i diritti di proprietà della terra dei popoli tribali e stabilisce che essi debbano essere consultati ogniqualvolta vengono varati leggi o progetti di sviluppo che possono avere un impatto sulle loro vite. […] riconosce, inoltre, le pratiche culturali e sociali dei popoli tribali, garantisce il rispetto delle loro tradizioni e chiede che le loro risorse naturali vengano protette». A oggi è stata ratificata da 22 stati prevalentemente latinoamericani e, fra gli europei, solo da Danimarca, Olanda, Norvegia e Spagna.@

Per fare alcuni esempi, e limitandosi ad alcuni dei popoli con i quali i missionari della Consolata lavorano, sono identificati come popoli indigeni: i Pigmei in Rd Congo, i Turkana, i Samburu, i Masaai in Kenya, gli Yanomami, i Makuxì in Brasile, i Guarani-Kaiowá, i Toba, i Tupi-Guarani in Argentina.

South Horr, Kenya

Un quadro complesso e variegato, dunque, come lo è la realtà dei popoli indigeni ai quali ad oggi appartengono circa 370 milioni di persone che vivono in 90 stati e parlano una larga maggioranza delle lingue del mondo, le quali, secondo le Nazioni Unite, sono tra 6.000 e 7.000.

Ma ci sono anche alcuni elementi che accomunano la condizione delle popolazioni indigene: il rapporto Ilo indica che queste costituiscono il 5% della popolazione del pianeta ma al tempo stesso rappresentano il 15% dei poveri del mondo e la loro aspettativa di vita, riporta il Programma Onu (Undp) per lo sviluppo, è di 20 anni più bassa rispetto ai non indigeni@. Sono loro che si prendono cura di circa un quinto della superficie terrestre e proteggono quasi l’80% della biodiversità rimanente sulla Terra.

Quest’anno, la giornata del 9 agosto fa da preludio a una serie di iniziative che si terranno nei mesi successivi. Infatti, il 2019 è stato dichiarato Anno internazionale delle lingue indigene@.

«Nonostante il loro valore immenso», si legge nel Piano d’azione per l’organizzazione dell’anno internazionale, «le lingue di tutto il mondo continuano a scomparire a tassi allarmanti. […] Secondo il Forum permanente sulle questioni indigene, non meno del 40% delle circa 6/7.000 lingue parlate nel 2016 rischiavano di scomparire. Il fatto che molte di queste sono le lingue indigene mette a rischio le culture e i sistemi di conoscenza a cui appartengono quelle lingue».

Altro evento che vedrà come protagonisti i popoli indigeni sarà nell’ottobre 2019 il Sinodo sull’Amazzonia. Nella presentazione del documento di preparazione all’Assemblea speciale per la Regione Panamazzonia si insiste molto sulla «urgenza dell’ascolto», sulla imprescindibilità dell’ascoltare i popoli che abitano l’Amazzonia e i popoli indigeni in particolare@ (cfr. MC luglio 2018).

Bayenga, Congo RD

Alfabetizzazione, va meglio ma non basta

L’8 settembre si celebra la giornata internazionale dell’alfabetizzazione. Nel 2017 Unesco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, aveva diffuso alcuni dati statistici aggiornati@: il tasso di alfabetizzazione globale fra le persone da 15 anni in su aveva raggiunto l’86%, dato che aumentava al 91% se si considerava solo la fascia d’età fra i 15 e i 24 anni. Tuttavia, sottolineava Unesco, 750 milioni di persone nel mondo erano analfabete e due terzi di queste erano donne, mentre i giovani fra 15 e i 24 anni non in grado di leggere e scrivere erano 102 milioni.

I tassi più bassi di alfabetizzazione si registrano nell’Africa sub-sahariana e nell’Asia meridionale e sono inferiori al 50% in venti paesi: Afghanistan e Iraq in Asia; Benin, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Ciad, Comore, Costa d’Avorio, Etiopia, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Senegal, Sierra Leone e Sud Sudan, in Africa, e Haiti in America Latina.

Quanto ai bambini in età da scuola primaria e secondaria fino a 14 anni, secondo i dati 2016 non sono a scuola 63 milioni fra i 6 e gli 11 anni e 61 milioni fra i 12 e i 14 anni. Non solo: fra quelli in classe il problema è la qualità dell’insegnamento. Secondo un rapporto Unesco del 2014 i cui dati sono tuttora citati@, dei 650 milioni di bambini delle scuole primarie 250 milioni non stanno imparando in modo sufficiente le basi della lettura e della matematica. Di questi, quasi 120 milioni non sono arrivati alla quarta classe, mentre i restanti 130 milioni sono a scuola ma non hanno raggiunto gli standard minimi di istruzione. Questi bambini, precisa il rapporto, spesso faticano a capire una frase elementare e non hanno una preparazione adeguata per il passaggio alla scuola secondaria.

Anche nell’ambito dell’alfabetizzazione e dell’istruzione i popoli indigeni sono spesso penalizzati rispetto agli altri membri della comunità nazionale in cui vivono. Le principali cause sono la carenza di adeguate strutture e di personale qualificato nelle aree indigene e anche il mancato rispetto delle specificità delle culture nei programmi scolastici e nei metodi di insegnamento. Tutto questo fa sì che l’istruzione per i popoli indigeni sia non solo difficilmente accessibile ma anche espressione di una cultura imposta e lontana da loro.

Dianrà, Costa d’Avorio

I progetti dei missionari della Consolata

L’etno educazione è un ambito nel quale alfabetizzazione e cultura indigena trovano un terreno comune. Padre Corrado Dalmonego, che dal 2010 segue diverse attività di etno educazione con gli Yanomami del Catrimani (Roraima, Brasile), riporta che gli obiettivi dell’etno educazione sono quelli di «costruire con le comunità un processo specifico, differenziato, interculturale e bilingue, a partire dalle conoscenze e da una pedagogia propri. L’etno educazione non si riduce solo alla scuola, e neppure solamente all’alfabetizzazione; nasce dal modo di essere Yanomami e si espande attraverso tutte le relazioni interetniche».@

Iniziative che vanno in questa direzione sono in corso anche nella terra indigena di Raposa Serra do Sol, sempre in Brasile, ad esempio a Linha Seca, dove padre Joseph Musito ha seguito la realizzazione delle aule per la scuola Indio Luiz. «Questa scuola», scrive padre Joseph, «non ha solo il ruolo di trasmettere agli alunni le conoscenze sulla società moderna, ma anche la storia e i valori tradizionali attraverso i racconti orali, i canti, le danze, il disegno, le consuetudini e la lingua indigena».

Quanto alle iniziative con i popoli indigeni dell’Africa, ricordiamo la scuola itinerante che padre Andrés García Fernández sta portando avanti a Bayenga, nel Congo Rd, con i pigmei Bambuti@. Si tratta di un percorso prescolare rivolto ai bambini di 33 insediamenti nella foresta, realizzato «con metodi il più vicino possibile al modo in cui i bambini pigmei sono abituati ad imparare, cioè per osservazione ed emulazione degli adulti» (cfr. MC giugno ‘17).

Al di là dell’ambito dell’istruzione, poi, il lavoro dei missionari della Consolata con i popoli indigeni consiste anche nell’accompagnare le comunità nel loro sforzo di mettersi in relazione con la cultura dominante senza esserne travolte. È il caso, ad esempio, dei progetti di promozione dell’artigianato Warao o delle attività generatrici di reddito legate alla sartoria nella zona di Tucupita, in Venezuela (vedi MC luglio 2018).

Altra iniziativa che ha come principale obiettivo quello della promozione, valorizzazione e difesa della cultura indigena è il Centro di documentazione Indigena dei missionari della Consolata a Boa Vista, Brasile. Fratel Carlo Zacquini, veterano della missione in Roraima, vi ha riunito le testimonianze e i materiali che, insieme a diversi suoi confratelli, ha raccolto in 53 anni di lavoro con gli Yanomami.

Infine, vale la pena di citare un’iniziativa di alfabetizzazione non legata a popoli indigeni ma attiva in uno dei paesi con tassi di analfabetismo intorno al 50%. A Dianrà, in Costa d’Avorio, i missionari della Consolata organizzano corsi rivolti a circa 220 persone fra adulti e bambini in abbandono scolastico. Si svolgono presso i locali della missione della Consolata e nell’apatam (paillote) costruito a questo scopo in un villaggio vicino. Anche Marandallah, la missione a 80 chilometri da Dianra, ha realizzato progetti dedicati a chi non ha potuto ricevere un’istruzione scolastica o ha dovuto interromperla: fra il 2013 e il 2015 grazie al sostegno dell’Opera di Promozione dell’Alfabetizzazione nel Mondo (Opam) è stato possibile costruire degli apatam e dotarli di impianto fotovoltaico.

Chiara Giovetti

Tucupita, Venezuela

 




Perdenti 37. Teresio Olivelli, ribelle per Amore

Don Mario Bandera “intervista” Teresio Olivelli |


Teresio Olivelli nasce a Bellagio (Co) il 7 gennaio 1916. Dopo le scuole elementari e medie, frequenta il ginnasio a Mortara (Pv) e il liceo a Vigevano.

Nel tempo degli studi ginnasiali e liceali si mostra studente modello, ardente di carità verso i compagni, specie i più bisognosi. Partecipa intensamente anche alle attività dell’Azione Cattolica e della San Vincenzo, poiché avverte l’impellente richiamo di portare i valori evangelici nei diversi ambienti sociali che frequenta. Una volta conseguita la maturità si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia e viene accolto nel prestigioso ed esclusivo Collegio Ghislieri.
Nel periodo universitario, pur accettando il fascismo dominante, lavora soprattutto a costruire e rafforzare la sua vita spirituale. Convinto che «il cristianesimo vuole ascetica, che è esigenza d’ordine e di organizzazione delle proprie azioni», si impegna intensamente su due dimensioni: il crescere nella fede in Dio e il rafforzare la sua volontà di bene e di impegno concreto. Con il supporto di una fede intensamente vissuta, egli opera là dove il bisogno dei più poveri lo chiama per lenire sofferenze materiali e spirituali. È questo il periodo in cui diventa più concreta la sua vocazione alla carità, che egli testimonia con crescente ardore.
Dopo la laurea viene chiamato a Roma a lavorare come segretario dell’Istituto nazionale di cultura fascista, dove può intrattenere rapporti con personaggi autorevoli del panorama culturale e politico italiano, e compiere dei viaggi in Germania che lo aiutano ad aprire gli occhi sul nazismo. A Roma, dal maggio 1940 a febbraio 1941, vive intensamente la sua vita di fede, con messa e meditazione quotidiana, ed espletando il suo lavoro con fedeltà alla sua coscienza cristiana.
Allo scoppio la II Guerra mondiale, non accetta il vantaggio dell’esonero dal servizio militare che la sua posizione comporta ma vuole condividere la condizione dei suoi coetanei arruolati in massa e mandati poi a migliaia a morire nella Campagna di Russia.

Teresio, nel 1941 ti arruolano nominandoti sottotenente della Divisione tridentina degli alpini. Potresti avere l’esonero grazie alla tua posizione, ma chiedi di partire volontario per il fronte russo.

Voglio stare accanto ai giovani militari e condividere la loro stessa sorte. Non ho eroici furori. Solo desidero fondermi nella massa, in solidarietà col popolo che, senza averlo deciso, combatte e soffre. Sono pervaso da un’idea fissa: essere presente fra quanti sono gettati nella folle avventura della sofferenza, del dolore e della morte. Ed è proprio in quel periodo che si frantuma dentro di me l’idea che mi ero fatta del fascismo. In cuor mio divento sempre più critico nei confronti del sistema, vedendo e costatando con i miei occhi le violenze e le aberrazioni attuate dalla brutale logica della guerra.

Dopo la sconfitta sul fronte russo partecipi alla disastrosa ritirata con la sua scia di morte. Sei attento ai tuoi soldati e molti dei tuoi alpini ti devono la vita.

Durante la campagna cerco di sostenere i miei compagni, non solo condividendo il mio cibo con loro, ma anche aiutandoli spiritualmente. Tutte le sere ci raduniamo a dire il rosario. Poi, durante la ritirata, in condizioni di freddo polare, sto attento ai più deboli. Una sera, vedo che mancano due dei miei uomini che erano feriti. Torno indietro a cercarli pur sapendo di correre il rischio del congelamento restando fuori a quasi -30°, ma in coscienza non me la sento di lasciare indietro nessuno.

Rientrato a Pavia nella primavera del 1943, trovi una piacevole sorpresa.

Sì. Con mia grande sorpresa scopro di aver vinto il concorso al quale mi ero presentato prima di partire per il fronte russo: diventare rettore del Collegio Ghisleri, dove avevo studiato. Ho solo 27 anni, e in quel momento sono formalmente il più giovane rettore di un collegio universitario in Italia.

Un bel sogno che dura poco. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 la tua vita cambia di nuovo radicalmente.

L’8 settembre mi trova ancora nella caserma di Vipiteno, con i miei Alpini. Non accetto di schierarmi con la Repubblica di Salò. I soldati tedeschi mi arrestano e mi mandano in un campo di prigionia vicino a Innsbruck, in Austria, e poi in un altro. Da lì riesco a fuggire il 10 ottobre e a raggiungere fortunosamente Udine e da lì Brescia, dove collaboro alla nascita delle «Fiamme Verdi», le formazioni partigiane di orientamento cattolico. La mia è una scelta fatta seguendo la mia coscienza, secondo i principi della fede e della carità cristiana.

La tua scelta di unirti alla Resistenza è dovuta a motivi politici?

Ovviamente la mia presa di posizione avrà conseguenze politiche, perché devo decidere se stare con il Re d’Italia o con la Repubblica di Salò. Ma la ragione di fondo è la mia coscienza illuminata dal Vangelo. Non posso accettare la logica della violenza nazifascista e sogno un mondo nuovo più cristiano, basato sulla logica dell’amore. Divento un ribelle per amore.
Partecipo attivamente alla Resistenza, ma il mio contributo fondamentale è la fondazione, nel febbraio 1944, del giornale clandestino «Il Ribelle», un foglio di collegamento e di sensibilizzazione per diffondere gli ideali della Resistenza di ispirazione cattolica.

In quei fogli esprimi il tuo concetto di Resistenza intesa come una «rivolta dello spirito» alla tirannide, alla violenza, all’odio.

Per me resistere è una rivolta morale, diretta a suscitare nelle coscienze il senso della dignità umana e il gusto della libertà personale e a promuovere un ordine di valori sui quali primeggia la carità cristiana, volta a costruire la civiltà dell’amore contrapposta a quella dell’odio propugnata dai nazifascisti.

Sulle pagine del «Ribelle» pubblichi quello che può essere considerato il tuo «manifesto», la «preghiera del ribelle». In quel testo definisci te stesso e i tuoi compagni «ribelli per amore».

Pubblichiamo «Il Ribelle» a Milano e riusciamo a diffonderne ben 26 numeri, ognuno in almeno 15mila copie. La diffusione è possibile soprattutto grazie all’impegno di tante donne che lo distribuiscono a loro rischio e pericolo. Il giornale, con questa preghiera e tutte le nostre prese di posizione ricche di umanità e fedeli al Vangelo, è visto come una pubblicazione sovversiva. Per questo sia i nazisti che i fascisti danno la caccia a me, ai miei collaboratori e al tipografo, fino al mio arresto che avviene a Milano il 27 aprile 1944.

Teresio Olivelli viene dapprima torturato a San Vittore e poi deportato al campo di Fossoli, dove riesce a salvarsi dalla fucilazione nascondendosi. Riesce anche a fuggire, come aveva già fatto dall’Austria, ma lo catturano dopo pochi giorni e lo mandano prima a Bolzano-Gries e poi a Flossenbœrg in Baviera, e da ultimo al campo di Hersbrœck, dove non solo è marchiato col triangolo rosso dei politici ma anche col disco rosso dei sorvegliati speciali perché tentano la fuga.
Teresio comprende che è giunto il momento del dono totale e irrevocabile della propria vita per la salvezza degli altri. In questi luoghi aberranti il senso del dovere della carità cristiana portato fino all’eroismo, diventa per lui norma di vita. Infatti, interviene sempre in difesa dei compagni percossi, rinuncia spesso alla sua razione di cibo in favore dei più deboli e malati.
Resiste con fede, fortezza e carità alla repressione nazista, difendendo la dignità e la libertà di tanti fratelli sventurati come lui. Questo atteggiamento suscita nei suoi confronti l’odio dei capi baracca, i cosiddetti kapò, che di conseguenza gli infliggono dure e continue percosse. Tutto ciò non ferma il suo slancio di carità, a motivo del quale è consapevole di poter morire. Ormai deperito, si protende in un estremo gesto d’amore verso un giovane prigioniero ucraino brutalmente pestato, facendo da scudo con il proprio corpo. Viene colpito con un violento calcio al ventre, in conseguenza del quale muore il 17 gennaio 1945, a soli 29 anni.
La definizione più efficace di Teresio Olivelli l’ha data don Primo Mazzolari, qualificandolo come «lo spirito più cristiano del nostro secondo Risorgimento».
Il 4 febbraio 2018, nella Cattedrale di Vigevano, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, alla presenza di una nutrita partecipazione del Corpo degli alpini, lo ha proclamato Beato, definendolo un autentico «combattente» della carità.

Don Mario Bandera


PREGHIERA DEL RIBELLE

Signore
che fra gli uomini drizzasti la Tua croce,
segno di contraddizione,
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro
le perfidie e gli interessi dominanti,
la sordità inerte della massa, a noi oppressi
da un giogo oneroso e crudele che in noi
e prima di noi ha calpestato Te fonte di libere vite,
dà la forza della ribellione.

DIO
che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi,
alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà,
moltiplica le nostre forze, vestici della Tua
armatura, noi ti preghiamo, Signore.

TU
che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocefisso,
nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria;
sii nell’indulgenza viatico, nel pericolo sostegno,
conforto nell’amarezza.
Quanto più si addensa e incupisce l’avversario,
facci limpidi e diritti.
Nella tortura, serra le nostre labbra.
Spezzaci, non lasciarci piegare.
Se cadremo fa che il nostro sangue si unisca
al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti,
a crescere al mondo giustizia e carità.

TU
che dicesti: «Io sono la Resurrezione e la Vita»,
rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa.
Liberaci dalla tentazione degli affetti:
veglia Tu sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe della città,
dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo:
sia in noi la pace che Tu solo sai dare.

DIO
della pace e degli eserciti,
Signore che porti la spada e la gioia,
ascolta la preghiera di noi,
ribelli per amore.

Teresio Olivelli




Allamano, Giocando a bocce… coi giovani

il beato Allamano oggi secondo padre Giacomo Mazzotti |


È inutile nasconderla, questa voglia di vacanza, che seduce proprio tutti. Da tempo, le varie agenzie tentano di infilare un po’ dovunque le proposte più furbe, per accalappiare clienti. Non fanno eccezione i missionari, che propongono vacanze alternative, esperienze controcorrente, condivisione con popoli e culture lontane. Tutto questo, mentre aspettiamo il prossimo Sinodo di ottobre, scandito da tre flash, luminosi e provocanti: giovani – fede – vocazione (altro che vacanze!). Come sempre, papa Francesco non ha perso l’occasione per proporre un Sinodo diverso, con i giovani davvero protagonisti.

Citando la Scrittura, ha ricordato che spesso sono proprio i giovani a riaprire la porta della speranza nei momenti di crisi, mentre una Chiesa che non osa strade nuove è condannata a invecchiare.

Questo intreccio di idee mi ha fatto riaffiorare – spontaneamente – il volto paterno e amico dell’Allamano che, a cinquant’anni suonati, si ritrovò non solo a fondare un Istituto missionario, ma anche a diventare padre e guida di un bel grappolo di ragazzi e giovani che avevano nel cuore il sogno di mollare i loro amici per condividere, con gente ritenuta (allora) esotica e lontana… l’Evangelii gaudium, la gioia, cioè, di incontrare Gesù, portatore di una «buona notizia» per tutti. Per raccontare, allora, cosa sia stato il Fondatore per quei primi giovani sognatori e cosa furono loro per lui, ricordiamo un piccolo, simpatico episodio, quasi una parabola, che vale un libro di parole…

Durante le vacanze a S. Ignazio (luogo di villeggiatura), dopo pranzo i ragazzi dovevano ritirarsi nelle loro camere e non andare a giocare per non disturbare chi si riposava. L’assistente era inflessibile. Una volta, quando l’Allamano era presente, alcuni sgusciarono dalle camerette e bussarono alla sua porta, mentre riposava. «Cosa volete?» – «Signor Rettore, non possiamo dormire e vorremmo andare a giocare alle bocce» – «Andate pure» – «Ma, Sig. Rettore, l’assistente non ce lo permette, teme che disturbiamo la comunità». Avendo capito perché si erano rivolti a lui, si dimostrò comprensivo e rispose: «Vengo anch’io…». E poi si fermò con loro, contava i punti, lodando chi giocava meglio…

C’è proprio tutto: i giovani, la missione, la formazione, il cuore di un padre e… persino l’aria di vacanza, che tira in questi giorni d’estate.

padre Giacomo Mazzotti


I giovani aspettavano lui

Alla comunità dei missionari alla Consolatina, prima Casa Madre dell’Istituto, l’Allamano diede un’organizzazione semplice, come era il suo stile, e sufficiente: due suore di S. Gaetano per i vari servizi e un sacerdote, don Luigi Borio, per la celebrazione della messa e per l’assistenza ai giovani. L’anima della comunità, però, era lui, pur vivendo al santuario della Consolata. All’inizio specialmente, veniva ad incontrare i suoi giovani come gruppo e individualmente, non tutti i giorni, ma quasi. Li voleva conoscere bene e preparare alla missione secondo il suo spirito in modo da «saper essere con loro», in futuro, anche da lontano.

C’è da aggiungere un particolare di grande importanza. L’Allamano non agì da solo. Per il Santuario e per il Convitto ecclesiastico, si era scelto come collaboratore un sacerdote di sua fiducia, il can. Giacomo Camisassa. Per i due Istituti missionari il Camisassa è da considerare a buon diritto il «Confondatore» perché fu il braccio destro dell’Allamano, soprattutto sul piano organizzativo, dei lavori e delle spedizioni di persone e di merci.

Il programma formativo

Appena un mese dopo l’apertura della casa, l’Allamano inviò al piccolo gruppo di aspiranti alla missione una magnifica lettera, indicando le vie maestre della formazione missionaria. Ecco la parte centrale: «Non potendo per ora soddisfare al mio desiderio di trovarmi frequentemente in mezzo a voi per aiutarvi a mettere le fondamenta al nostro piccolo Istituto, stimo bene con questa lettera di aprirvi il mio cuore.

Anzitutto godo di dichiararvi che i vostri principi mi sono di vera consolazione. Il vostro buon animo, la carità vicendevole e lo spirito di sacrificio di cui siete animati promettono bene della vostra opera. Deo gratias! Gesù Sacramentato deve essere contento delle frequenti vostre visite. Il S. Tabernacolo è il centro della casa ed ogni punto deve tendere come raggio colà. Quante grazie deriveranno su di voi e sull’Istituto! Egli stesso, Gesù nostro padrone, si formerà i suoi apostoli!

Tenete caro il libretto del Regolamento, meditatene ogni giorno qualche punto, procurando di osservare, per quanto è possibile al presente, quanto vi è prescritto. Amate quindi il ritiro nelle vostre camerette, dove attendete allo studio della S. Scrittura, delle lingue e delle materie insegnate. Riservandomi di dirvi a poco a poco, a voce o per scritto, tante altre cose che vi aiutino a perfezionarvi ed a prepararvi alla grande opera dell’apostolato, vi benedico».

I giovani aspettavano lui

Gli scritti del Fondatore erano attesi e graditi, ma i giovani aspettavano soprattutto lui. Volevano vederlo, incontrarlo di persona, parlargli.

Uno di essi, poi missionario in Tanzania, p. Gaudenzio Panelatti, scrisse: «La sua presenza era sempre una grande e attesa gioia. Egli c’intratteneva familiarmente e c’infervorava, quasi sen-za che ce ne accorgessimo, nella nostra vocazione. A volte ci leggeva lettere o brani di lettere scritte dall’Africa da coloro che noi avevamo conosciuto, e di qui prendeva lo spunto per le sue considerazioni così pratiche e incisive che non si son più potute dimenticare.

Ciascuno era libero di parlargli in privato; e prima di partire ci lasciava ogni volta la sua paterna benedizione, ovunque ci trovava raccolti.

A me dava l’impressione ch’Egli avesse giammai niente da fare. Da noi occupava molto bene il suo tempo, poi per andare alla Consolata; mai che mostrasse avere impegni o urgenze, e più tardi soltanto venimmo a sapere che dirigeva mezza Diocesi ed era occupatissimo. L’ordine gli diede modo di attendere a tutto.

Dava importanza alla preghiera, quale mezzo principale di formazione sacerdotale, religiosa e missionaria. Una volta gli sfuggì questa confidenza: “Dicono che vi faccio pregare troppo, ma in Cielo che faremo d’altro? Gli Apostoli non si riservarono, come compito proprio, la Parola di Dio e l’orazione?”».

Uno dei primi fratelli coadiutori laici, fr. Benedetto Falda, volle lasciare il suo ricordo in modo brioso: «Alla domenica poi era tutto per i suoi figli. Giungeva per i Santi Vespri e dopo la S. Benedizione si recava nel salone, o, tempo permettendolo, in giardino e là ci voleva tutti attorno a sé. La sua conferenza non aveva nulla di cattedratico o di rigido, ma era il Padre che, seduto in mezzo ai suoi figli, che voleva ben vicini, specialmente i Coadiutori, ci parlava alla buona. Erano consigli detti quasi all’orecchio, ma che restavano impressi nell’animo e ci imbeveva del suo spirito!

Alla fine della conferenza, faceva portare una bottiglia di vino scelto e distribuiva a ciascuno dei biscotti (che veramente i benefattori gli regalavano per il suo stomaco delicato) poi si alzava e dopo una visita al SS. Sacramento lo si accompagnava tutti assieme fino al cancello della palazzina. Un giorno che toccò a me l’onore di accompagnarlo al tram, ad una svolta mi congedò dicendomi: “Proseguo a piedi, così risparmio due soldi che sono della Provvidenza!”».

Giovani alla tomba del beato Giuseppe Allamano.

Difese lo spirito delle origini

L’Allamano aveva una convinzione di fondo che lo guidò nel realizzare il suo compito di fondatore. Era convinto che lo Spirito Santo non solo lo avesse indotto a dare vita a quest’opera, ma gli avesse pure ispirato i valori da infondere e trasmettere ai futuri missionari e missionarie e che nessuno aveva il diritto di modificare.

Questa grazia delle origini si chiama «Carisma di fondazione», divenuta poi il «Carisma dell’Istituto». Ecco perché più di una volta, l’Allamano intervenne, anche con energia, a difendere questo spirito delle origini. Ad un anno appena dalla fondazione, nel marzo del 1902, sentì il bisogno di parlare chiaro ai suoi giovani, senza paura di offenderli, anzi sicuro di aiutarli: «Sono io, e chi vi pongo io a guidarvi che dovete solamente ascoltare. La forma che dovete prendere nell’istituto è quella che il Signore m’ispirò e m’ispira, ed io atterrito dalla mia responsabilità voglio assolutamente che l’istituto si perfezioni e viva vita perfetta. Sono d’avviso che il bene bisogna farlo bene; altrimenti fra le altre mie occupazioni, non mi sarei sobbarcato ancora questa gravissima della fondazione di sì importante istituto».

Queste parole sembrano piuttosto severe, ma a giustificarle c’è una postilla annotata di suo pugno in calce al manoscritto della conferenza: «Così parlai perché taluni, anche buoni, venivano a disturbare i giovani con idee…».

padre Francesco Pavese

 

Alla tomba del beato Allamano (16 febbraio 2018).


Novena e festa del beato Allamano

La comunità di Casa Madre si è preparata alla festa dell’Allamano assieme alle missionarie della Consolata, mediante la novena celebrata nella chiesa che accoglie il sepolcro del Fondatore delle nostre famiglie missionarie.

Padre Giuseppe Ronco, con le sue riflessioni, ci ha coinvolti con la spiritualità del Beato partendo da una pagina degli «Atti capitolari», frutto del Capitolo generale svoltosi l’anno scorso, dove si parla della necessità di rivitalizzare e di ristrutturare l’Istituto tenendo presente il suo fine che è la missione.

«Il cuore di ogni rinnovamento umano e spirituale del missionario – scrive il Capitolo – sta nel recuperare la centralità di Cristo» nella vita.

La tematica è presente nel Fondatore il quale l’ha espressa con i termini del suo tempo presentando Cristo come modello per eccellenza di tutte le virtù.

Si appoggiava, in questo, sull’autorità di san Giuseppe Cafasso, suo zio: «Come diceva il nostro venerabile: “Bisogna che facciamo tutte le cose come nostro Signore quando era su questa terra”».

L’Allamano dava molta importanza all’imitazione di «Gesù mite», un concetto che si riassume nell’esortazione: «Scegliete la mansuetudine come strada di trasformazione».

Il missionario deve saper trasformare la realtà non dominando, non spadroneggiando sul gregge, ma col cuore umile e mite, facendosi quasi pecora al seguito del suo pastore.

Citando san Basilio, il Fondatore definisce la mitezza come la più importante virtù per chi ha a che fare con il prossimo, non solo nel campo dell’evangelizzazione, ma anche nel tessuto sociale e umano. «Mi sta a cuore la mansuetudine. Quando si tratta di salvare un’anima, si pensi che una parola secca basta a impedire una conversione forse per sempre».

Giuseppe Allamano ci insegna, attraverso la sua vita, che noi potremo imboccare la strada della trasformazione con la virtù della mitezza. Trasformare, non rompendo, ma con umiltà e mitezza di cuore.

Ne corso della novena, parlando di «ristrutturazione», p. Ronco ha messo in evidenza come il Fondatore non era interessato alla «quantità» ossia ad aprire più missioni possibile, ma alla qualità. Si interessava cioè alle persone che aveva a disposizione, e voleva che fossero missionari santi e qualificati per compiere una missione di qualità ottimale: «Noi non abbiamo la mania di avere molta terra e non le mani per lavorarla; meglio poche missioni ma curate bene».

La missione era l’orizzonte di ogni suo desiderio, era la lente fissa davanti ai suoi occhi attraverso la quale guardava tutto. «Noi siamo per i pagani», diceva, che tradotto vuol dire: «Noi siamo ad gentes».

L’Allamano vedeva la missione come un’attività da svolgere in una comunione di vita che aveva come modello Gesù, primo apostolo del Padre. Da qui egli deduceva che la vocazione missionaria è la più bella in assoluto e invitava a ringraziare sempre il Signore per questo dono.

Inoltre voleva una missione «inglobante» e il fatto che lui abbia speso tutta la sua vita a Torino, testimoniando il Vangelo nel suo ambiente, fa capire che la missione non è solo quella geografica. In questo senso è missione il dialogo interreligioso, l’ecumenismo, la collaborazione tra le fedi, ecc.

L’Allamano voleva anche una missione «integrale»; il termine indica la metodologia della missione. Essa cioè deve rivolgersi alla persona umana nella sua parte spirituale e poi nella sua parte materiale. Fu lui a volere l’integrazione della promozione umana con l’evangelizzazione. Per lui l’uomo e il cristiano andavano formati insieme.

Un quarto aspetto della missione nel pensiero dell’Allamano era «lavorare insieme con spirito sinodale». Il concetto significa «camminare insieme», missionari, missionarie, catechisti, e tutto il popolo. E questo comporta un metodo di lavoro che è quello dell’armonia, della condivisione, del mettere insieme.

Infine l’Allamano era convinto che la missione dipendesse dalla qualità del missionario, espressa dalla frase «Prima santi e poi missionari». «La vostra santità deve essere maggiore di quella dei semplici cristiani, superiore a quella dei religiosi, distinta da quella dei sacerdoti secolari; la santità dei missionari deve essere speciale, anche eroica e all’occasione straordinaria da operare miracoli».

Il 16 febbraio, giorno della nascita al cielo del beato Allamano, missionari e missionarie, assieme a tanti laici amici, si sono stretti nella chiesa-santuario dove riposano i suoi resti mortali per partecipare all’eucaristia solenne presieduta da mons. Giacomo Martinacci, rettore del santuario della Consolata e perciò successore dell’Allamano nella guida del santuario.

Parlando dell’Allamano alla luce del Vangelo: «Lo Spirito del signore è su di me e mi ha mandato…», «Davvero lo Spirito di Dio è stato su questo sacerdote – ha detto -. Egli non l’ha tenuto per sé, ma ha portato frutto che ha espresso, prima di tutto come formatore di sacerdoti e poi come fondatore di famiglie missionarie per portare il Vangelo di Gesù alle genti.

Sergio Frassetto

 

Novizie della missionarie della Consolata alla tomba del beato Giuseppe Allamano.




Riconoscere i conflitti per gestirli in modo nonviolento

Suggerimenti di lettura per gestire i conflitti, da Luca Lorusso |


I conflitto esistono. È in te, con il tuo partner, figli, genitori, fratelli, con i tuoi colleghi o vicini di casa, con il capo (o il dipendente), con i Rom (o i gagè, ovvero non Rom), con i migranti (o gli italiani). I conflitti esistono tra classi sociali, tra regioni, tra paesi, tra blocchi di alleanze internazionali, tra mercati e singoli risparmiatori, tra economia e diritti. E la violenza non è l’unico modo per affrontarli.

Puoi decidere di far finta che il conflitto non esista o girarci attorno (e ne subirai le conseguenze), puoi metterti in competizione (e rischierai di perdere, o di vincere, che è anch’esso un rischio), puoi adeguarti passivamente alla volontà dell’altra parte (annullando i tuoi bisogni e la tua dignità), puoi cercare il compromesso (senza generare nulla di nuovo ma dimezzando i bisogni di entrambe le parti), oppure puoi collaborare (trovando una risoluzione creativa che apre a prospettive nuove e positive per entrambe le parti).

Per prepararci al nuovo anno sociale che ci aspetta, e che certamente non sarà privo di conflitti a tutti i livelli, quale modo migliore di dedicare qualche lettura estiva al tema della nonviolenza?

Ecco alcuni suggerimenti che spaziano dai fondamenti teorici della nonviolenza a spunti pratici di comunicazione nonviolenta nella quotidianità.

La sfida sarebbe quella di leggerli tutti entro il 2 ottobre, giornata internazionale della nonviolenza.

Buona lettura.

Luca Lorusso

Edizioni Qiqajon | Edizioni la Meridiana | Esserci Edizioni | Infinito Edizioni | Edizioni Gruppo Abele




Bolivia, il 5° Congresso Missionario Americano (CAM 5) /2

Testo e foto dal CAM 5 di Jaime C. Patias e Geraldo Martins |


La Chiesa di essere “decisamente missionaria”, non autoreferenziale, ma impegnata “per trasformare le strutture di morte e di corruzione, che sono all’origine di così tante violenze”.

CAM 5: essere una chiesa decisamente missionaria

11 luglio 2019 – Il presidente della Conferenza Episcopale della Bolivia, Mons. Ricardo Ernesto Centellas Guzman è stato molto chiaro nel parlare delle sfide della Chiesa, alla sessione di apertura dei lavori del 5° Congresso Missionario Americano (CAM 5) tenuta il mercoledì, 11 luglio, al Collegio Don Bosco, a Santa Cruz de la Sierra in Bolívia. Il vescovo ha sottolineato la sfida per la Chiesa di essere “decisamente missionaria”, non autoreferenziale, ma impegnata “per trasformare le strutture di morte e di corruzione, che sono all’origine di così tante violenze”.

Mons. Ricardo ha ricordato in particolare la difficile situazione vissuta nella Nicaragua e nella Venezuela. “Le esperienze della Nicaragua e del Venezuela nel nostro Continente Americano non possono essere ripetute”, ha detto tra gli applausi dei 2.500 delegati al Congresso provenienti da 24 paesi del Continente. “Dobbiamo lavorare affinché politiche dei Governi che gestiscono lo sviluppo umano promuovano e sostengano i diritti umani e costituzionali nelle nostre società in qualsiasi circostanza”, ha aggiunto il vescovo.

Il presidente della Conferenza ha poi esortato i partecipanti del Congresso a impegnarsi per rendere la Chiesa più misericordiosa, audace nella testimonianza e nel farsi una Chiesa povera per i poveri. “[Sia] una Chiesa che cammina con la sua gente e non che usa la sua gente, centrata sul servizio umile e non sul potere e sull’ambizione che uccide il cuore umano”, ha concluso Mons. Ricardo.

Condividere i missionari

CAM 5 Cardinal Filoni

L’inviato speciale del Papa Francisco al CAM 5, il Cardinale Fernando Filoni, ha richiamato l’attenzione sulla necessità di rispondere alla carenza di vocazioni missionarie con “una generosa volontà di condividere missionari con le Chiese più povere … Lasciarci guidare “da un amore profondo e generoso

al servizio delle comunità più svantaggiate per proclamare il Vangelo”.

Il Cardinale ha sottolineato come la generosità dei missionari che hanno annunciato il Vangelo in America nel passato continua ancora adesso. “In molte parti dell’America, c’è bisogno di autentici ministri del Vangelo. Tutti dobbiamo la nostra fede, all’impegno generoso dei missionari che sono venuti prima di noi e non credo che questa generosità si sia esaurita “, ha osservato.

Filoni ha anche detto che il Papa Francesco vuole che tutta la Chiesa si ponga in uno stato di missione permanente. “Preghiamo perché Dio invii evangelizzatori e missionari felici ed entusiasti di portare il nome del Signore alle periferie in vista di un mondo più giusto”, ha aggiunto.

Perché la missione e quale il suo contenuto?

CAM 5 – l’arcivescovo Giampietro Dal Toso

Secondo il presidente delle Pontificie Opere Missionarie (PP.OO.MM), l’arcivescovo Giampietro Dal Toso, la missione dipende dalla risposta a queste due domande. “La missione della Chiesa nasce dalla stessa vita di Dio. Il Padre, il creatore, che ha mandato suo Figlio, e ora vuole chiamarci ad essere suoi collaboratori nella missione salvifica”, ha spiegato. “Il primo atteggiamento a cui desidero invitarvi all’inizio di questo Congresso è quello che suggerisce Papa Francesco: guardiamo a Gesù, il missionario del Padre, con un cuore aperto, lasciandoci contemplare da Lui”.

L’arcivescovo ha poi ribadito che lo Spirito Santo è il protagonista della missione e che “l’ardore, la creatività, la fedeltà alla missione rimangono vivi solo quando rinnoviamo la decisione di avere fiducia nello Spirito Santo”.

Il presidente delle PP.OO.MM ha aggiunto che Gesù Cristo, morto e risorto, è il contenuto della missione e che la croce non è solo un simbolo, “ma una realtà viva e presente in mezzo a noi. Cristo, morto e risorto, è allo stesso tempo soggetto e oggetto della nostra missione. L’annuncio del Cristo morto e risorto è il cuore della missione, è il kerygma. Non possiamo parlare di missione senza fare riferimento a questo nucleo della nostra fede”, ha spiegato Dal Toso.

“Se la fede come virtù, non si nutre del contenuto della fede, diventa sentimentalismo. Cioè se la fede intesa come contenuto dottrinale non è nutrita da una esperienza di fede viva, diventa ideologia. La fede come atteggiamento descrive l’abbandono di se stesso a Dio da parte del credente. La fede come contenuto mostra chi è questo Dio in cui crediamo, che è il Dio che ha rivelato se stesso “.

Alla fine del suo intervento, Mons. Giampietro Dal Toso ha sollecitato la platea dei missionari con diverse domande, particolarmente provocatoria  e radicale è stata quest’ ultima: “Perché dovremmo rafforzare la dimensione missionaria e in modo particolare, la missione ad gentes?

P. Geraldo Martins e P. Jaime C. Patias, IMC

CAM 5