Papua indonesiana. La guerra silenziosa

Una crisi cronica, caratterizzata da un profondo conflitto a bassa intensità che logora quotidianamente la popolazione civile. Quella nella Papua indonesiana non è una «emergenza passeggera», ma una ferita strutturale, aperta da decenni, che oggi sta attraversando un periodo di forte tensione, con sfollamento, crisi umanitaria, polarizzazione nella società.
È la descrizione che consegna a MC fratel Alexandro Rangga, OFM, direttore della Commissione Giustizia e Pace dei Frati minori della Papua indonesiana.

La storia del separatismo

La regione, che occupa la parte occidentale della grande isola di Nuova Guinea, nota come Papua o, in lingua locale, Irian Jaya, è stata una colonia olandese fino al 1962. Successivamente è stata occupata e annessa dall’Indonesia, nel 1969, tramite un referendum in cui, però, solo circa mille rappresentanti scelti votarono l’integrazione, senza un reale voto popolare.

Da allora i gruppi indipendentisti non hanno mai smesso di portare avanti una campagna politica di autonomia e le popolazioni indigene locali hanno sempre posto all’attenzione del Governo centrale di Giacarta rivendicazioni di carattere economico, sociale, culturale e politico – del tutto inascoltate – a partire dal riconoscimento dell’identità melanesiana, ben distinta da quella giavanese indonesiana.

In 60 anni l’Indonesia ha sempre considerato la Papua parte indivisibile del proprio territorio nazionale etichettando il movimento indipendentista e i separatisti armati della «Organisasi Papua Merdeka» (Opm) come una minaccia separatista e terrorista.

Estrattivismo e tresferimenti demografici

Una delle questioni più scottanti, in una regione ricchissima di materie prime, è il controllo sulle risorse. Rame, oro, legname, gas, sono sfruttati da grandi multinazionali grazie alle concessioni ottenute dal Governo centrale, ma con nessuna ricaduta di sviluppo sulle popolazioni native.

A monte, ricorda fra Rangga, «vi è lo scontro per il controllo delle risorse, che si cela sotto la narrativa statale di sviluppo e modernizzazione». Imponenti progetti agricoli, minerari e infrastrutturali promossi da Giacarta vengono percepiti dai nativi papuani come «una forma di colonizzazione che espropria le loro terre ancestrali e distrugge l’ecosistema, alimentando il risentimento e la resistenza».

Lungo i decenni, un altro elemento conflittuale è stato rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici promossa dal Governo centrale (la «transmigrasi», ovvero la migrazione di popolazioni da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza e aumentato le tensioni per la terra e le risorse.

Guerra a bassa intensità

Fratel Rangga delinea i diversi aspetti critici oggi sul terreno: «In primis vi è la militarizzazione diffusa, con la pesante presenza dell’esercito indonesiano e, d’altro canto, azioni e incursioni armate dei ribelli separatisti».

Questa situazione «ha trasformato intere aree montane e forestali in zone di guerra, dove la popolazione indigena vive nel terrore costante di rastrellamenti, accuse di complicità, o si ritrova nel mezzo del fuoco incrociato», rileva.

In queste condizioni, «si registra un esodo silenzioso, con oltre 105mila sfollati interni, che hanno dato vita a un’emergenza umanitaria invisibile agli occhi della comunità internazionale». «Sono famiglie fuggite dai propri villaggi nativi che si rifugiano nelle foreste o cercano aiuto nelle parrocchie – racconta – e che mancano di cibo, alloggi sicuri, assistenza sanitaria e istruzione per i bambini».

Le Chiese per la pace

In tale cornice, «la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti – segnala – sono considerate come ultimo baluardo di difesa, anche perchè la Papua indonesiana resta ampiamente preclusa ai giornalisti stranieri e alle organizzazioni umanitarie internazionali».

Sacerdoti, religiosi e catechisti non sono solo guide spirituali, ma gli unici testimoni oculari delle violazioni dei diritti umani e gli unici che riescono a fornire aiuti di prima necessità.

Il quadro è aggravato dalle accuse di torture, abusi dei diritti umani, sparizioni e impunità per le forze di sicurezza. «La Chiesa cattolica e le Chiese protestanti in Papua giocano un ruolo importante nella difesa della dignità umana, dei diritti umani e nel promuovere il dialogo e la pace», rimarca il francescano.

Tra i vescovi cattolici della regione, mons. Bernardus Bofitwos Baru, Vescovo di Timika, ha denunciato apertamente «l’eccessiva presenza militare», ricordando ai governanti che «i nativi sono creature di Dio e non pedine da eliminare a piacimento».

Petrus Canisius Mandagi, arcivescovo di Merauke, ha voluto smentire pubblicamente le accuse secondo cui la Chiesa cattolica appoggerebbe i controversi «mega progetti» industriali ed energetici statali nella Papua, e ha chiesto che «la fede non venga strumentalizzata dalla polarizzazione politica».

In una dichiarazione congiunta, le Chiese cristiane della nazione indonesiana, guidate dal reverendo Jacklevyn Fritz Manuputty, presidente della Comunione delle Chiese in Indonesia, hanno ricordato che «la crisi umanitaria in Papua non è un problema sporadico, ma una crisi strutturale che continua a ripetersi senza una soluzione dignitosa», e hanno lanciato un appello al governo di Giacarta affinché interrompa l’invio massiccio di truppe, che non risolve affatto, anzi acuisce il problema.

I leader religiosi hanno inviato lettere ufficiali al presidente indonesiano Prabowo Subianto, lamentando di non aver ancora ricevuto risposta e affermando che «le Chiese non smetteranno di far sentire la propria voce per via diplomatica e umanitaria».

Paolo Affatato




Il continente delle sfide

Algeria, Camerun, Angola, Guinea Equatoriale. Quattro Paesi emblematici. Papa Leone entra in contatto con le piaghe del continente. Come quella dei presidenti a vita. Ma incontra anche le sue risorse: i giovani. E fa risuonare forte un messaggio di pace.

«Fin dall’inizio del pontificato ho pensato ad un viaggio in Africa. Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale». Era mercoledì 29 aprile e il Papa raccontava il suo viaggio in Africa ai fedeli presenti in Piazza San Pietro per l’udienza generale. Undici giorni storici, dal 13 al 23 aprile, per riaccendere i fari su un continente molto spesso dimenticato. Una terra piena di problemi, dalla povertà ai conflitti, ma ricca di risorse, non equamente distribuite, e soprattutto di energie umane che andrebbero sostenute e valorizzate.

Migliaia di chilometri, diciotto voli, decine di eventi per visitare l’Algeria, il Camerun, l’Angola e la Guinea Equatoriale.

Visita al centro anziani Annaba, in Algeria © Pool Aigav

L’Algeria, la terra di Agostino

Prima tappa, l’Algeria, il Paese più grande dell’Africa, il più musulmano, ma anche, in un certo senso, quello dal gusto più occidentale. Con l’architettura che rimanda al passato coloniale francese e quell’affaccio sul Mediterraneo che accomuna tante città bagnate dal Mare Nostrum. L’Algeria è la patria di Agostino ma soprattutto è quel cantiere di dialogo tra le fedi che, dopo gli anni della guerra civile, è un cammino consolidato. Non facile, non privo di ostacoli, ma comunque sempre in moto.

Il ricordo dei martiri di Tibhirine, uccisi nel 1996, dai jihadisti (secondo le fonti ufficiali), resta vivo; per questo è stato commovente vedere sincere esperienze di amicizia tra musulmani e cristiani, e quella scritta, «Nostra Signora d’Africa prega per noi e per i musulmani», nella basilica che è riferimento della piccolissima comunità cattolica di Algeri.

A guidarla è il cardinale Jean-Paul Vesco, francese di nascita ma con un passaporto algerino. «Monsignor Pierre Claverie ripeteva spesso che tutti noi dovremmo avere un amico musulmano», dice il cardinale, noto anche per essere un maratoneta, citando il vescovo martire di Orano. Francese, domenicano e pastore in Algeria, assassinato trent’anni fa e beato dal 2018. «A lui devo la mia presenza qui nel Maghreb», confida Vesco.

Il passato, sia il periodo del colonialismo che la lunga guerra civile, il «decennio nero» dal 1992 al 2002, ha lasciato ferite non ancora del tutto rimarginate. Ma oggi si affacciano nuovi pericoli come i «neocolonialismi» e l’indifferenza che lascia morire i migranti, non solo in mare, ma anche nelle traversate del deserto. «Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza!», le parole di Leone al palazzo dei Congressi di Algeri, dove il primo giorno del suo viaggio ha incontrato le autorità del Paese.

Il processo di pacificazione passa innanzitutto dal dialogo tra le fedi. E non a caso, nella prima giornata del suo viaggio apostolico in Africa, il 13 aprile, il Papa ha anche scelto di visitare la Grande moschea di Algeri perché «siamo tutti fratelli e sorelle, e figli dell’unico Dio».

L’Algeria per un agostiniano come papa Leone, e per qualsiasi cristiano, è però Ippona, oggi Annaba, la terra dove Agostino è stato vescovo dal 396 al 430. Qui c’è un sito archeologico: pietre, che vagamente ricordano quella città antica. Oggi questo luogo si è arricchito di un ulivo, piantato il 14 aprile dal Papa della pace «disarmata e disarmante».

Il Camerun, tra guerra e povertà

Manifesto di accoglienza per papa Leone a Bamenda, nel Camerun anglofono, zona di conflitto.
© Manuela Tulli

Da Algeri a Yaoundé, in Camerun, 3.800 chilometri per spostarsi nel cuore dell’Africa equatoriale. Il Camerun è soprannominato «Africa in miniatura» perché racchiude in un solo Paese le principali caratteristiche geografiche, climatiche e culturali dell’intero continente. Dai vulcani attivi alle foreste equatoriali, savane e deserto, e una biodiversità straordinaria, insieme a una popolazione di oltre 200 etnie e lingue.

Nella capitale alcune strade sono state realizzate quest’anno proprio in vista della visita del Papa. Bastava però uscire dal centro, anche di poco, per ritrovare lingue d’asfalto che attraversavano quartieri dove mancava tutto. Case di fango e lamiere sulla terra rossa che si infilava in ogni piega dei vestiti.

La gente vive per lo più in strada, spostandosi a piedi, o con i motorini, unico mezzo abbordabile dalla classe media.

Ad accogliere papa Leone è stato Paul Biya, 93 anni, presidente del Paese, ininterrottamente da 43 anni. Era stato lui ad accogliere Giovanni Paolo II nelle sue visite in Camerun dell’agosto del 1985 e nel settembre del 1995. Sempre Biya aveva accolto a Yaoundé, a marzo del 2009, Benedetto XVI.  È uno dei problemi dell’Africa: la difficoltà di liberarsi da regimi autocratici mascherati da democrazie. è stato così anche in Guinea Equatoriale dove il Papa è stato accolto dal presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. In carica da 46 anni, è il presidente che detiene il potere da maggiore tempo non solo in Africa ma nel mondo. Lui aveva accolto papa Wojtyla nel 1982.

Il vicepresidente della Guinea Equatoriale è Teodorine, uno dei figli, salito agli onori delle cronache per la sua passione per le auto, dalle Lamborghini alle Maserati, ma anche per processi in mezzo mondo nei quali è accusato di corruzione.

Visita Orfanatrofio a Yaoundé © Pool Aigav

Legittimazione dei regimi?

Il segretario del Dicastero per l’evangelizzazione, monsignor Fortunatus Nwachukwu, nigeriano, conosce bene questa piaga: «Abbiamo avuto esempi di governi africani che hanno preso la situazione in mano e hanno iniziato a cambiare le cose nei propri Paesi. Mentre ci sono purtroppo dei governanti che gestiscono il loro potere con arroganza, e quasi applicano in forma inculturata le stesse prassi del colonialismo, adattandole al nepotismo e al tribalismo. Favoriscono le proprie famiglie, le proprie etnie, puntando a cancellare le altre».

E allora che cosa deve fare la Chiesa? Papa Leone XIV lo ha spiegato in maniera illuminante, facendo capire perché i pontefici, che hanno viaggiato nella storia, hanno voluto immergersi anche in queste situazioni. «La presenza di un Papa con qualsiasi capo di Stato può essere interpretata in modi diversi, a volte abbiamo relazioni diplomatiche con Paesi che hanno regimi autoritari, non sempre facciamo grandi proclami, criticando, giudicando o condannando, ma c’è molto lavoro da fare dietro le quinte», ha spiegato Leone rispondendo ai giornalisti che chiedevano se non ci fosse un rischio di legittimazione per questi personaggi.

Per il Papa anche questo è un modo per «applicare il Vangelo a situazioni concrete in modo che la vita delle persone possa essere migliorata».

E, infatti, papa Leone, come i suoi predecessori che sono stati in Africa, non ha fatto sconti a questi signori. È stato proprio in Camerun, di fronte all’inossidabile Biya che ha lanciato un appello chiaro, senza giri di parole: «La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare la fiducia. È tempo di osare un esame di coscienza e un coraggioso salto di qualità», ha aggiunto, spiegando che «l’autorità pubblica è chiamata a essere ponte, mai fattore di divisione».

I due Camerun

Il Camerun, oltre alle disuguaglianze e alla corruzione, vive ancora oggi, sulla propria pelle, la guerra civile nella regione anglofona del Nord. Dal 2016 le richieste di questa parte del Paese sono finite in una guerra di secessione che ha prodotto migliaia di morti. Il Papa ha scelto di toccare con mano questa piaga e si è recato nell’epicentro del conflitto: Bamenda.

«È il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese – ha affermato -. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione».

Padre Chin Godlove della congregazione degli Scolopi auspica che la visita del Papa possa avere lasciato in quella terra la pace perché «ne abbiamo davvero molto bisogno».

La gente è provata ma felice: è difficile descrivere l’entusiasmo e la gioia di questo popolo che ha sentito arrivare una carezza e che soprattutto sa vivere una fede che si fa carne, tra preghiere, canti e balli. 

L’Angola, diamanti, petrolio e bidonville

Ragazze in attesa del Papa, alla messa di Kiamba, in Angola. © Manuela Tulli

Terza tappa del viaggio papale è stata Luanda, capitale dell’Angola, una delle città più moderne e costose dell’Africa. Come già succede in Camerun, anche qui la fede si vive con gioia. Seminari e conventi straboccano di vocazioni, ma la Chiesa non ha un compito facile, perché le disuguaglianze sono stridenti (vedi MC maggio 2026).

In Angola, nei giorni della visita del Papa, ovunque c’era gente in festa, i canali tv locali non trasmettevano altro che la visita del pontefice, i fedeli lo attendevano per ore sotto il sole. Al santuario mariano di Muxima, i giovani hanno piantato ovunque le tende. Sono rimasti lì per giorni per essere sicuri di potere vedere il Papa di Roma. Ed è proprio ai giovani che si è rivolto Leone affidando loro «un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà».

In un Paese, l’Angola, dalla bellezza struggente e dai grandi giacimenti di petrolio e diamanti, c’è chi si gode la «saint-tropez» africana, con i suoi lungomare pieni di locali alla moda, e chi non ha neanche l’acqua potabile. I grattacieli di Luanda a fatica riescono a nascondere le baracche di lamiera delle bidonville. Poi ci sono quelle nuove città «made in China», come Kilamba, a marcare la presenza di una potenza economica che vede nell’Africa una miniera senza fine dalla quale drenare risorse. In cambio, la potenza asiatica realizza qualche infrastruttura, una strada, un aeroporto, un quartiere residenziale, ma l’ombra di un nuovo modo di colonizzare è sempre più evidente.

E il Papa non poteva non lanciare un messaggio contro queste profonde disuguaglianze, tra le più ampie nell’Africa e nel mondo. «La storia del vostro Paese – ha detto in Angola -, le conseguenze [della guerra] ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli».

È possibile allora «costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione». E ha invitato tutti a «promettere» di adoperarsi «senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità». Parole, ma anche fatti, perché in ogni tappa papa Leone ha voluto avere almeno un incontro con gli emarginati: bambini orfani o abbandonati, anziani lasciati nelle case di cura perché considerati un peso per le famiglie o addirittura accusati di stregoneria, malati degli ospedali con problemi fisici o psichiatrici. E in ognuno di questi centri ha trovato suore, religiosi, volontari pronti a chinarsi sui dolori del mondo.

Fedeli durante la messa del Papa a Yaoundé, con la bandiera del Camerun. © Pool Aigav

La Guinea Equatoriale, diritti umani a rischio

Da Luanda il papa è volato a Malabo, in Guinea Equatoriale, tra foreste e villini coloniali. È uno dei Paesi più piccoli dell’Africa, sulla cartina appare squadrato, una forma frutto di confini tirati con il righello dai colonizzatori. La capitale, Malano, era sull’isola di Bioko, fino allo scorso gennaio, quando è stata trasferita alla nuova Ciudad de la paz, costruita da zero nella foresta della zona continentale. Nella «San Pietro» guineana, a Mongomo, una chiesa che con il suo porticato vuole ricordare proprio la basilica vaticana, papa Leone ha benedetto la prima pietra della cattedrale che verrà costruita nella nuova capitale.

Ma la benedizione è stata data soprattutto alla gente che vive ai margini. Uno dei momenti storici del viaggio resta la visita al carcere di Bata. «Non posso dimenticare ciò che è accaduto lì», ha detto in seguito papa Leone nell’udienza generale del 29 aprile.

Bata, sul litorale della Guinea Equatoriale, è un penitenziario noto alle associazioni umanitarie, a partire da Amnesty International, per le dure condizioni in cui versano i suoi detenuti. Questi, talvolta, vengono isolati dalle loro stesse famiglie e dagli avvocati.

Per l’arrivo del Papa tutto era lindo, le divise dei carcerati nuove, le pareti intonacate da poco. L’istituto penitenziario ha voluto mostrare il meglio di sé. Ma questo non ha sollevato Leone dal chiedere «rispetto per la dignità di tutti», «umanità» e una giustizia che non abbia come unico obiettivo quello di «punire» ma anche di offrire una nuova chance a chi ha sbagliato. Sono stato commoventi i giovani detenuti tutti schierati nel cortile: quasi tutti uomini, le donne sono una trentina sugli oltre seicento prigionieri totali. Capelli rasati, divise color arancio o verde oliva, a seconda della sezione di appartenenza. Hanno ballato davanti a Leone e cantato in spagnolo, lingua parlata solo in questo Paese in tutto il continente africano. Ma appena il Papa ha lasciato il carcere, scortato dalla sicurezza sotto un diluvio torrenziale, hanno sciolto le righe gridando a gran voce «libertà, libertà».

Papa Prevost sapeva di arrivare in una terra dove i diritti umani non sono pienamente rispettati. Ci sono le carceri, buchi neri, soprusi, ma c’è ancora una volta quella ricchezza distribuita troppo ingiustamente. «Tante sono le ricchezze naturali di cui il Creatore vi ha dotato: vi esorto a cooperare affinché possano essere una benedizione per tutti», ha detto il pontefice nell’omelia della messa a Mongomo.

Ora, dopo il viaggio di papa Leone, restano tante sfide da affrontare. È ancora l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu a sintetizzare il quadro: «L’Africa è vista a livello internazionale o come un bambino in culla, al quale dare del latte per non farlo piangere, o come una miniera da depredare, o come una discarica in cui riversare ogni tipo di rifiuti. Abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare, anche all’interno della Chiesa», sottolinea. «L’Africa si trova in una situazione che non ha voluto, ma sta lavorando per reagire e risollevarsi. Il Signore è con l’Africa, il continente che Gesù ha di legato a sé fin da bambino e dove ha cercato rifugio quando era in pericolo».

Manuela Tulli

Guinea Equatoriale. Il campus universitario dedicato a papa Leone. © Pool Aigav



Invece di armarci, potremmo…

Sommario

Introduzione: «Svuotare gli arsenali, riempire i granai»

Il nostro dossier inizia con questa frase di Sandro Pertini, pronunciata davanti al Parlamento in seduta comune il 9 luglio del 1978, giorno del suo insediamento come presidente della Repubblica italiana.

Nel 2025 l’Italia ha destinato alle spese militari 35,5 miliardi di euro (il 5,7% di ciò che paghiamo in tasse), ma conta di portarle a 48 miliardi per il 2028. Una scelta dalle conseguenze catastrofiche, non solo da un punto di vista politico, ma anche finanziario e sociale.

La somma aggiuntiva, infatti, non sarà trovata aumentando le tasse sui ricchi, ma facendo lievitare il debito pubblico – già alla cifra record di 3.100 miliardi di euro – e tagliando le spese sociali.

Le spese militari vanno fermate, non solo perché ce lo chiede l’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché ci impediscono di risolvere gli enormi problemi sociali e ambientali che ci rendono la vita difficile.

Ecco perché, invece di armarci, potremmo, anzi dovremmo, spendere di più in sanità, scuola, difesa del territorio, accoglienza dei migranti e in molti altri ambiti che condizionano pesantemente la qualità della nostra vita personale, familiare, collettiva.

Le pagine che seguono passano in rassegna alcune delle problematiche più urgenti che dovremmo risolvere, evidenziando criticità e necessità finanziarie che la scelta militare non consente di soddisfare.

Francesco Gesualdi

Invece di armarci, potremmo:
Soccorrere la sanità pubblica

A forza di tagli e finanziamenti insufficienti, il Servizio sanitario nazionale non è più in grado di dare risposte rapide ed efficaci.

Le liste d’attesa rappresentano una delle criticità più pressanti del nostro Servizio sanitario. Secondo il ministero della Salute nel 2023 l’attesa media per una visita specialistica ha superato i 4 mesi, mentre per esami diagnostici come risonanza magnetica e Tac può arrivare anche a 12 mesi. Per interventi chirurgici, come la protesi d’anca o la cataratta, in molte regioni bisogna aspettare oltre un anno.

I lunghi tempi di attesa inducono molte persone a rinunciare alle cure: nel 2024, i rinunciatari sono stati 5,8 milioni, pari al 9,9% della popolazione. Chi può, invece, ricorre alla sanità privata: tra il 2012 e il 2024 la spesa sanitaria delle famiglie è cresciuta da 32 a 41 miliardi di euro.

La crisi della sanità pubblica emerge anche dalla carenza di personale. Ad esempio, mancano fra i 16mila e i 22mila infermieri. Quanto ai medici, le associazioni di categoria avvertono che sul territorio mancano 5.575 medici di famiglia, mentre negli ospedali mancano fra i 20 e i 25mila medici specialistici. La crisi è avvertita particolarmente nei reparti di pronto soccorso (almeno 3.500 medici in meno), oltre a quelli di rianimazione, pediatria, chirurgia, psichiatria.

Anche il raffronto con gli altri stati mette in evidenza il declino della sanità italiana. Mediamente, nell’Unione europea, la sanità pubblica assorbe il 6,9 % del Prodotto interno lordo, in Germania addirittura il 10,6%. In Italia non supera il 6,3%.

La conclusione della Fondazione Gimbe è che, per riportare la sanità pubblica italiana alla media europea, dovremmo aumentare il suo bilancio di una quindicina di miliardi di euro all’anno. Ma dove reperirli se si continua a sprecarli per spese di morte? ◆

Fonti

– Fondazione Gimbe, Ottavo rapporto sul «Servizio sanitario nazionale», 9 ottobre 2025

Invece di armarci, potremmo:
Organizzare una buona scuola

La Costituzione italiana afferma che la scuola è aperta a tutti. Un concetto da intendersi sotto un duplice profilo.

La scuola italiana dovrebbe essere in grado di accogliere tutti e di fornire a tutti il sapere necessario a essere cittadini sovrani. Questi due propositi, però, non trovano riscontro nella realtà dei fatti.

Nel 1967, quando uscì il celebre libro Lettera a una professoressa, l’impostazione classista della scuola traspariva dall’alto numero di bocciature che buttavano fuori i ragazzi più poveri. Oggi sembrerebbe non essere più così perché le bocciature sono diventate così rare da avere ridotto l’abbandono scolastico sotto l’1%. Tuttavia, frequentare la scuola non significa automaticamente imparare. Da questo punto di vista i risultati sono deludenti. L’Istat certifica che oltre il 12% dei ragazzi sono persi, pur avendo formalmente frequentato l’intero ciclo della scuola dell’obbligo, perché il loro livello di conoscenze è ben al di sotto di quelle programmate. Del resto, che la scuola non assolva al proprio compito lo dimostra anche l’alta percentuale di «analfabetismo di ritorno».

L’Ocse ha appurato che il 35% degli adulti italiani, in età compresa fra i 16 e i 64 anni, fatica a comprendere testi brevi e a risolvere piccoli problemi di matematica. Si tratta di persone che, pur sapendo leggere e scrivere, incontrano difficoltà nella comprensione e nell’uso di informazioni scritte, con ripercussioni sulla loro capacità di accedere ai servizi, gestire situazioni burocratiche e affrontare il mondo del lavoro. Figurarsi capire un articolo di fondo o un dibattito parlamentare.

Per essere all’altezza del suo mandato costituzionale, la scuola deve mettersi a completa disposizione degli studenti sia in termini di tempo che di offerta didattica. Deve aumentare le ore annuali di insegnamento, deve ridurre il numero di allievi per classe, deve avere un numero di insegnanti sufficiente per personalizzare l’insegnamento, se necessario. Esigenza particolarmente sentita in un contesto fortemente multietnico come quello di oggi.

Organizzare una scuola al servizio di tutti è possibile, ma bisogna investirci denaro. Molto di più dei 52 miliardi di euro stanziati oggi. Invece succede il contrario. Se rapportata al Pil, la ricchezza prodotta nel paese, la spesa per la scuola è scesa dal 4,4% del 1995 al 3,9% di oggi. Ben al di sotto della media europea che si attesta al 4,7%.

Purtroppo, si preferisce destinare i soldi alle spese militari che – nello stesso periodo – sono passate dall’1,09% al 2% del Pil. Ma non è con i fucili che si costruisce la democrazia, bensì con cittadini ben istruiti. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
mettere le scuole in sicurezza

In Italia può succedere di andare a scuola e rischiare di morire perché l’edificio non è sicuro.

È successo a San Giuliano di Puglia nel 2002, quando una scossa di terremoto fece crollare il solaio di un plesso scolastico provocando la morte di 27 bambini e un’insegnante. Ed è successo a Rivoli nel 2008, quando il crollo improvviso di un controsoffitto uccise uno studente liceale.

Ancora oggi il 90% degli edifici scolastici statali, 36mila su 40mila, risultano tecnicamente irregolari perché non dispongono di tutte le certificazioni previste dalla legge. Addirittura 3.600 (10%) sono totalmente fuori norma perché non ne possiedono neanche una, pur ospitando 700mila persone fra allievi, insegnanti e personale amministrativo.

Il problema di fondo degli edifici scolastici è che sono vecchi. Due su tre sono stati costruiti più di 40 anni fa senza criteri antisismici, con l’impiego di materiali scadenti e senza misure per l’abbattimento delle barriere architettoniche. In una parola andrebbero rifatti.

Attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) lo Stato ha stanziato 3,9 miliardi per l’ammodernamento degli edifici scolastici. Iniziativa lodevole, ma insufficiente. Secondo uno studio realizzato nel 2019 dalla Fondazione Agnelli, servirebbero 200 miliardi di euro, sei volte la cifra che abbiamo speso per armi nel 2025. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
Migliorare lo stato sociale

Salari, indennità per disoccupazione e pensioni troppo bassi: i poveri ci sono, lo Stato meno.

Teoricamente, ogni italiano dispone di una somma stimabile in 20.000 euro l’anno.

Si tratta, ovviamente, di una finzione statistica, perché in realtà le differenze di reddito sono notevoli. L’Istat conferma che, mediamente, gli introiti delle famiglie più ricche sono cinque volte e mezzo più alti di quelle più povere. E, andando più nel dettaglio, si scopre che gli ultimi della fila, all’incirca 12 milioni di individui, hanno un reddito attorno ai 2.000 euro l’anno, mentre le prime 60mila persone hanno introiti superiori al milione di euro.

La conclusione è che, in Italia, più di 13 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione, vivono una qualche forma di povertà e non solo per colpa della disoccupazione, ma anche di basse pensioni e bassi salari. In effetti, ci sono quattro milioni e mezzo di pensionati che riscuotono meno di 1.000 euro al mese (un milione e mezzo addirittura meno di 500 euro), mentre 3,8 milioni di individui sono poveri, pur lavorando, perché guadagnano meno di 1.000 euro al mese.

Una categoria particolarmente esposta alla povertà è quella dei bambini. In Italia, il 13,8% di loro – ossia 1,2 milioni di minori – vivono in povertà assoluta con tutto ciò che ne consegue sul piano scolastico, igienico, sanitario, perfino alimentare. Tanto che 200mila bambini in età compresa tra 0 e 5 anni (8,5% del totale) vivono in famiglie che non riescono a garantire un pasto adeguato ogni due giorni.

Fra indennità di disoccupazione, sostegno alla maternità e infanzia, assegni familiari, pensioni sociali, nel 2024 lo Stato italiano ha destinato alla protezione sociale 77 miliardi di euro, all’incirca il 13% delle entrate tributarie. Ma i problemi sociali da risolvere sono ancora molti, per cui la cifra va aumentata. Prova ne sia che, nel febbraio 2026, per mancanza di fondi, il Parlamento ha respinto la proposta di ampliare il congedo parentale nei confronti dei figli. Ma – anche in questo caso – i soldi si potevano trovare attingendo al comparto militare. ◆

Fonti

asilinido-baby-pixabay

Invece di armarci, potremmo:
allestire servizi per l’infanzia

L’Italia lamenta uno dei tassi di natalità più bassi del mondo. I motivi sono molti. Tra questi, la mancanza di asili nido.

In Italia, il numero di figli per donna fertile è ormai sceso a 1,14, tanto che, nel 2025, le nascite si sono arrestate a 355mila, circa 15mila in meno rispetto al 2024 (-3,9 per cento).

Al primo posto fra i motivi della bassa natalità ci sono le difficoltà economiche legate alla precarietà lavorativa, ai bassi salari, all’elevato costo della vita e alle alte spese per il mantenimento dei figli. Ma ci sono anche le difficoltà di conciliare lavoro e maternità o paternità per la mancanza di strutture di sostegno all’infanzia.

In Italia, gli asili nido hanno posti sufficienti per ospitare solo il 31,6% dei bambini in età compresa fra zero e tre anni. In Campania e Sicilia il livello di copertura scende al 13,2% e al 13,9%. Numeri che mettono chiaramente in evidenza quanto lo Stato sia latitante. Soprattutto se consideriamo che solo il 33% dei 378.500 posti disponibili a livello nazionale sono di offerta pubblica, mentre i restanti sono asili privati. Con inevitabili ripercussioni sui bilanci delle famiglie.

Secondo un’inchiesta condotta nel 2024 dalla rivista Altroconsumo, la retta media mensile pagata dalle famiglie con Isee di 30mila euro si aggira sui 500 euro a Milano e Torino, poco meno a Firenze, per permettere ai propri bambini di frequentare asili nido comunali. Nei nidi privati degli stessi territori la retta media sale a 640 euro, tranne a Milano dove raggiunge gli 800 euro mensili. L’impatto è attenuato da un bonus erogato dallo Stato di 327 euro al mese, ma le famiglie debbono pur sempre sborsare di tasca propria fra i 100 e i 450 euro al mese per ogni figlio a seconda di dove risiedono.

Gli asili nido sono un servizio utile non solo per i genitori che devono assentarsi per lavoro, ma per i bambini stessi a motivo delle opportunità di socialità e degli stimoli formativi che possono ricevere fin dai primi tempi di vita. Le ricerche confermano che l’educazione e la cura della prima infanzia rappresentano uno strumento privilegiato per ridurre il tasso di abbandono scolastico precoce, a sua volta strettamente correlato allo svantaggio socioeconomico. Per questo gli asili nido devono essere gratuiti e in numero sufficiente ad accogliere tutti i bambini. Ma richiedono stanziamenti per decine di miliardi di euro, non solo per costruire gli edifici, ma anche per assumere il personale e pagare il materiale utile a farli funzionare. In una società che si dichiara civilizzata la scelta fra armi e asili nido non dovrebbe neppure porsi. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
risanare la giustizia

Sia in ambito civile che penale per ottenere una sentenza definitiva occorrono anni. A ciò va aggiunto il disastro degli istituti penali.

In Europa, l’Italia ha il primato per lentezza giudiziaria. Nei contenziosi civili o commerciali ci vogliono in media 500 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado, altri 700 per un giudizio di appello e altri 1.000 per un verdetto finale della Cassazione. In totale, ci vogliono mediamente cinque anni e dieci mesi per ottenere una sentenza definitiva in ambito civile. Quanto ai processi penali, di media passano 1.600 giorni (quattro anni e mezzo) dalla fase delle indagini preliminari alla sentenza della Corte di cassazione.

Tutti concordano che lo stato di crisi in cui si trova la giustizia italiana non è da imputare alla negligenza di chi ci lavora, ma alla carenza cronica di personale e mezzi. Oltre alla mancanza del 18% dei magistrati (1.900 su 10.600 previsti), il ministero della Giustizia certifica che, al dicembre 2024, mancavano 15mila funzionari sui 45.600 previsti. Solo grazie ai due miliardi di euro ottenuti dall’Unione europea tramite il Pnrr, è stato possibile assumere a tempo determinato 12mila addetti che hanno contribuito a ridurre dell’80% le cause civili arretrate. Ma si tratta di una misura temporanea.

La crisi della giustizia coinvolge anche il sistema carcerario. L’associazione Antigone riporta che, al 30 novembre 2025, in Italia le persone detenute erano più di 63mila a fronte di una capienza effettiva di 46mila posti. Il tasso medio di sovraffollamento è del 138,5%, con punte oltre il 200% nelle carceri di Milano, Foggia, Lucca. Nel 42,9% delle 120 carceri visitate dall’associazione, non sono garantiti i tre metri quadrati di spazio vitale per persona. La triste conseguenza è l’aumento dei suicidi arrivati a 76 nel 2025, un’incidenza 20 volte più alta rispetto alla popolazione non carcerata.

Le cose non vanno meglio negli istituti penali per minori. Da quando il «decreto Caivano» ha ampliato il ricorso alla custodia cautelare e ridotto l’uso delle alternative al carcere, è cresciuto il tasso di affollamento negli istituti minorili fin oltre il 140%. Al colmo dell’esasperazione si sono intensificate le proteste dei ragazzi carcerati, ma come risposta sono arrivati provvedimenti disciplinari e farmaci. La rivista Altreconomia riporta che, nel 2024, la spesa pro capite per psicofarmaci è cresciuta a dismisura in molte carceri minorili, addirittura del 1.000% nel carcere di Pontremoli.

In termini monetari, il ministero della Giustizia assorbe 11 miliardi di euro l’anno. Per ridare dignità alle carceri e permettere alla giustizia di recuperare efficienza, servirebbe una disponibilità aggiuntiva di un miliardo l’anno per l’assunzione del personale mancante. Inoltre servirebbe una spesa straordinaria di un miliardo e mezzo per interventi edilizi e tecnologici. Cifre tutto sommato contenute, che però si scontrano con la scelta di investire in spese di morte piuttosto che in spese di maggiore giustizia. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
mettere il territorio in sicurezza

Milioni di italiani vivono in zone a rischio idrogeologico.

L’Italia è un territorio fragile sempre più esposto a frane, cedimenti di terreno, alluvioni, anche a causa dei cambiamenti climatici. Ne sono una triste conferma il crollo, nel 2026, di una porzione importante del paese di Niscemi, un comune della Sicilia meridionale. Oppure la frana che nel 2022 colpì il comune di Casamicciola, nell’isola di Ischia, provocando la morte di 12 persone, centinaia di sfollati e gravi danni alla rete stradale. Per non parlare del disastro che nel 2023 coinvolse 44 comuni dell’Emilia-Romagna. Le forti piogge provocarono lo straripamento di 23 fiumi, con allagamento di 540 chilometri quadrati di territorio, causando la morte di 17 persone e danni a case, strade e attività produttive per 10 miliardi di euro.

Stando ai dati Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, in Italia i comuni variamente a rischio idrogeologico, per la probabilità di eventi come frane, alluvioni, valanghe e/o erosione costiera, sono 7.463, il 94,5% del totale. Complessivamente oltre 30 milioni di persone vivono in aree vulnerabili di cui 5,7 in zone a rischio frane e 6,8 in aree a rischio alluvioni.

Sappiamo che il rischio idrogeologico è stato aggravato da scelte sbagliate come disboscamenti, agricoltura intensiva, cementificazione eccessiva e indiscriminata. Ed è da qui che dobbiamo partire per rimettere il nostro territorio in sicurezza. Ma nel contempo dobbiamo realizzare tutta una serie di interventi per limitare allagamenti, frane e cedimenti di terreno.

Nel libro «Fuori dalle emergenze», i due autori, esponenti della fondazione Earth and water agenda, sostengono che «l’Italia può ridurre drasticamente vittime e danni da terremoti, alluvioni, frane, incendi e siccità investendo circa lo 0,9% del Pil ogni anno per quindici anni». Il totale fa 300 miliardi di euro, 20 all’anno, una cifra che costituisce una ragione di più per sbarazzarsi delle spese inutili e dannose, come quelle militari. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
bonificare la rete idrica

La carenza d’acqua sarà sempre più grave. Eppure, non si fa abbastanza per impedire perdite e sprechi.

Nel 2024, l’8,7% delle famiglie italiane ha lamentato irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua. I problemi principali includono interruzioni temporanee, cali di pressione e razionamenti. I disservizi riguardano tutte le regioni, con percentuali variabili, e coinvolgono circa 2,3 milioni di famiglie, oltre due terzi delle quali residenti nel Mezzogiorno.

Con l’acuirsi dei cambiamenti climatici, la carenza d’acqua è destinata ad aggravarsi, anche perché molte infrastrutture sono vecchie e fatiscenti. Ad esempio, la maggior parte delle grandi dighe e degli invasi idrici d’Italia è stata costruita tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso ed avrebbe bisogno di importanti lavori di ristrutturazione per poter assolvere alla propria funzione in piena efficienza.

Anche la rete idrica è molto vecchia: il 60% ha più di 30 anni, il 25% addirittura più di 50 anni. I materiali sono così deteriorati che il 42% dell’acqua immessa in rete viene dispersa. Le perdite sono particolarmente critiche al Centro Sud, con punte del 71% a Potenza.

L’istituto Ambrosetti ha calcolato che per mettere il sistema idrico in sicurezza servirebbero 50 miliardi di euro, più di quanto si spende in un solo anno per armamenti. Ricordandoci che, senza l’intervento dello Stato, rimangono due sole alternative: rubinetti sempre più a secco o bollette sempre più care. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
accelerare la transizione energetica

L’abbandono dei combustibili fossili è sempre più necessario, eppure non pare una priorità.

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca ad assorbirne. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con una serie di effetti a catena. I climatologi ci dicono che oggi la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850, con effetti negativi sul clima, sul livello dei mari, sulla biodiversità, sul ciclo dell’acqua, sulla produzione agricola. Il motivo per cui, negli ultimi due secoli, l’umanità ha prodotto così tanta anidride carbonica, da compromettere gli equilibri naturali, è da ricercarsi nell’utilizzo eccessivo di combustibili fossili, ossia carbone, gas e petrolio. Dunque, se vogliamo salvarci, dobbiamo abbandonare questi materiali e ottenere energia da fonti rinnovabili: sole, vento, corsi d’acqua. Ma, in Italia, le fonti rinnovabili contribuiscono solo al 42,4% dell’energia elettrica prodotta (dato 2025), mentre in Spagna e Germania rappresentano il 60%.

I cambiamenti necessari per staccare la spina dai combustibili fossili vanno sotto il nome di transizione energetica e coinvolgono il modo di costruire, scaldare e refrigerare le nostre case, il modo di produrre, consumare e trasportare l’energia elettrica, il modo di fare agricoltura, il modo di fornire energia ai mezzi di trasporto. Per ognuno di questi aspetti l’Unione europea ha fissato degli obiettivi che gli stati membri debbono raggiungere entro il 2030, chiedendo a ognuno di loro di presentare il proprio piano d’azione. Anche l’Italia ha presentato il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), nel quale specifica che, per il solo periodo 2024-2030, la transizione energetica richiederà investimenti complessivi per 824 miliardi di euro. Il Piano non precisa chi dovrà sostenere la spesa, ma certamente anche lo Stato dovrà fare la propria parte per importi ben superiori ai 20 miliardi di euro stanziati tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Decisamente è arrivato il tempo di ridefinire le nostre priorità. ◆

Fonti

  • – Ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica
  • – European House Ambrosetti, «Lo stato della transizione energetica in Italia», 2025

Invece di armarci, potremmo:
accogliere degnamente i migranti

L’Italia è un Paese vecchio. Anche per questo l’immigrazione è indispensabile.

Ogni anno, nel mondo, decine di milioni di persone sono costrette a lasciare le loro case per fuggire da guerre, fame, povertà, disastri naturali, repressione politica. Molti migranti bussano anche alle nostre porte, ma noi cerchiamo di tenerli fuori. Anche a costo di farli morire in mare.

Nel 2025 è stata accertata la morte di 1.324 persone nel Mediterraneo centrale e di 2.200 su tutte le rotte mediterranee.

La cosa assurda è che noi rifiutiamo gli immigrati, ma ne abbiamo bisogno. Le statistiche confermano che l’Italia sta invecchiando: un quarto della popolazione italiana ha più di 65 anni, l’8% addirittura più di 80. Una popolazione di vecchi è destinata al declino; avremmo tutto l’interesse ad aprire le porte ai giovani stranieri e a investire su di loro per farne dei cittadini che si prendano cura della nostra collettività. Come del resto già fanno coloro che ormai hanno messo radici «casa nostra» (che oramai è anche «casa loro»).

I migranti contribuiscono in maniera significativa alla nostra economia. Nel 2023 hanno prodotto 177 miliardi di euro (pari al 9% del Pil), pagato tasse per 13 miliardi, e versato contributi pensionistici per 25 miliardi. Molti anziani devono ringraziare gli immigrati se riscuotono una pensione, perché i pagamenti sono effettuati con la liquidità messa a disposizione da chi lavora.

Al dicembre 2025 si contavano 142mila immigrati nelle strutture predisposte dal governo per i richiedenti asilo. Strutture che, per ammissione generale, assomigliano più a centri di detenzione che di accoglienza. Il centro di Gjader, in Albania, ne è una triste conferma.

Il Governo non fornisce numeri sui costi sostenuti nel 2025 a favore dei richiedenti asilo, ma verosimilmente la cifra si aggira su 2-3 miliardi di euro, meno di un decimo di quanto abbiamo speso in armamenti. Se destinassimo parte delle spese militari all’accoglienza, potremmo dare ospitalità a un numero ben più ampio di richiedenti asilo, ma soprattutto di qualità più decorosa. ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
potenziare la cooperazione

Nel 2015 l’Onu ha stabilito una serie di obiettivi di sviluppo da raggiungere entro il 2030. La scadenza è vicina, la meta ancora lontana.

Se lasciamo l’Italia e allarghiamo lo sguardo al mondo, scopriamo problematiche ben più gravi di quelle esistenti nel nostro Paese.

Nel 2015 tutti gli Stati si misero d’accordo per porre fine a una serie di vergogne che affliggono il mondo. Problematiche come la fame, la penuria di acqua pulita e di servizi igienici, la mancanza di corrente elettrica, le migrazioni forzate dovute ai disastri naturali. Il programma, la cosiddetta «Agenda 30», prevedeva interventi in 17 ambiti, che vennero battezzati «obiettivi per lo sviluppo sostenibile», da raggiungere entro il 2030. Ma, a pochi anni dal traguardo, molte problematiche rimangono ancora da risolvere, mentre alcune si sono addirittura aggravate.

Attualmente 750 milioni di persone soffrono la fame. Oltre 2 miliardi di individui hanno problemi di approvvigionamento idrico e mancano di servizi igienici. Più di 1 miliardo non dispone di corrente elettrica. Intanto, cresce il numero di chi è costretto ad abbandonare le proprie case per allagamenti, carestie o siccità dovuti al peggioramento della crisi climatica.

Le necessità finanziarie per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 sono nell’ordine delle migliaia di miliardi di euro: cifre impossibili per i paesi più poveri, che per giunta soffrono anche le peggiori conseguenze dei cambiamenti climatici. Da soli non ce la faranno mai ad affrontare le spese necessarie per garantire ai propri cittadini livelli adeguati di sanità, istruzione, alloggio, sicurezza di vita. Anche perché sono nella morsa di debiti pesantissimi verso l’estero.

L’unica soluzione è che intervengano i Paesi ricchi, tanto più che la loro fortuna è stata costruita sullo sfruttamento di quelli poveri. Posizione condivisa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite che, già nel 1970, aveva indicato lo 0,70% del reddito nazionale come quota da destinare alla solidarietà internazionale. Una percentuale che, applicata all’Italia, corrisponde a 14 miliardi di euro, ma il nostro Paese si ferma a 6 miliardi, appena lo 0,29% del nostro reddito nazionale. Con un’inclinazione a ridurre, non solo per il riaffiorare degli spiriti nazionalistici, ma anche per il restringersi delle disponibilità economiche dovuto all’aumento delle spese militari. ◆

Fonti

Don Lorenzo Milani

Invece di armarci, potremmo:
investire nella difesa nonviolenta

Sull’esempio di Ghandi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani.

Difendersi è una necessità, ma è pericoloso affidarsi alla via armata perché espone a conseguenze molto gravi sia in tempo di guerra che di pace. In caso di guerra, per i morti provocati dalle bombe, i veleni sprigionati dai siti chimici danneggiati, i materiali radioattivi emessi da certi ordigni, la distruzione di case, ospedali, strade, fabbriche che creano il caos sociale ed economico. In tempo di pace, per l’inquinamento connesso alla produzione di armi, le risorse sottratte alla soluzione dei problemi sociali e sanitari, il mancato stimolo a compiere scelte politiche ed economiche che favoriscono la pace. E tutto questo senza certezza di difesa, perché nei conflitti armati non vince chi ha ragione, ma il più forte. A rigor di logica, chi decide di basare la propria difesa sulla forza delle armi può avere successo solo se punta a essere il primo al mondo per dotazione armata. Ma sapendo che ciò porterebbe al collasso economico e sociale, nessun Paese di piccola e media taglia si avvia per questa strada, finendo per mettersi nella posizione assurda di chi impoverisce il comparto sociale per alimentare un sistema militare inefficace.

L’unico modo per uscire da questa situazione senza senso è decidere di basare la difesa su una forza diversa da quella armata: la forza della verità. Una potenza che si basa su popoli così convinti dei propri valori che di fronte all’aggressore mettono in atto la non collaborazione come hanno insegnato Gandhi, Martin Luther King, Aldo Capitini, don Lorenzo Milani (nella foto). L’alternativa, insomma, è la difesa popolare nonviolenta basata sulla constatazione che nessun invasore può sopravvivere di fronte a un popolo che non è disposto a collaborare. Ossia che non obbedisce agli ordini dell’esercito occupante, che non paga i tributi imposti, che diserta tutte le attività utili al dominio dell’invasore. Molti pensano che si tratti di pura teoria, ma oltre all’esperienza indiana, ci sono altri casi di successo di resistenza nonviolenta perfino nei confronti dei nazisti.

La difesa nonviolenta può funzionare, ma ha bisogno di cittadini motivati e addestrati alle tecniche della non collaborazione. Un risultato che si può ottenere investendo di più nella formazione ai valori costituzionali e istituendo un Servizio nazionale di difesa popolare non violenta funzionante con la partecipazione obbligatoria di tutti i cittadini, sia uomini che donne. Qualche mese della propria vita utilizzato per apprendere le tecniche di disobbedienza civile e rendere gratuitamente un servizio sociale e ambientale alla collettività.

Un passo in questa direzione è rappresentato dalla proposta di legge di iniziativa popolare per la «difesa civile non armata e non violenta», lanciata dalla Campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
istituire un corpo civile di pace

Fare azioni d’interposizione nei conflitti è possibile. Gli esempi dell’Associazione Papa Giovanni XXIII e della Comunità di Sant’Egidio.

I conflitti non sono mai fulmini a ciel sereno. Hanno sempre dietro di sé risentimenti provocati da abusi, accordi non rispettati, diritti violati. Spesso è il loro accumulo a provocare ritorsioni, vendette e contro vendette. La guerra fra Israele e Palestinesi ha alle spalle una storia di questo tipo: dal 1967 a oggi sono una trentina le risoluzioni Onu violate da Israele. Se Israele avesse avuto attorno a sé Paesi amici che l’avessero indotta a interrompere gli abusi, l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 probabilmente non sarebbe mai avvenuto.

L’articolo 11 della nostra Costituzione rileva la necessità dell’azione internazionale per garantire la pace. Due iniziative che potrebbero essere assunte in questa direzione sono la creazione per via legislativa dei Corpi d’interposizione nonviolenta (anche detti «Corpi civili di pace») e l’istituzione del ministero della Riconciliazione.

I Corpi d’interposizione nonviolenta dovrebbero essere corpi governativi non armati con il compito d’intervenire in zone di conflitto come forze d’interposizione disarmata al fine di proteggere la popolazione, dissuadere le parti belligeranti dall’uso delle armi (usando come deterrente la propria presenza), prospettare alle parti soluzioni di pace.

Una simile attività è svolta in alcune aree del mondo dall’Associazione Papa Giovanni XXIII tramite l’«Operazione Colomba», a dimostrazione che si può fare.

Il ministero della Riconciliazione dovrebbe avere il compito di mantenere l’attenzione sulle zone più calde del mondo per valutare gli abusi commessi. Quindi, esercitare tutta la pressione diplomatica possibile per farli cessare. Parimenti dovrebbe avviare ogni iniziativa di mediazione per fare parlare le parti in conflitto. Solo attraverso il dialogo si può giungere a soluzioni condivise per vie pacifiche.

Fino ad oggi, in Italia, il compito di mediazione è stato svolto principalmente da organizzazioni della società civile come la Comunità di Sant’Egidio. Ma si tratta di azioni tampone. L’attività di mediazione deve essere svolta in maniera continuativa, avendo a disposizione tutte le risorse che servono. Per questo deve essere assunta dai governi che – però – devono dare prova di neutralità sganciandosi da qualsiasi tipo di alleanza militare.

Anche i Corpi civili di pace sono previsti dalla proposta di legge di iniziativa popolare lanciata nel marzo 2026 dalla campagna «Un’altra difesa è possibile». ◆

Fonti

Invece di armarci, potremmo:
rafforzare le nazioni unite

Nata nel 1945, oggi l’Onu versa in una crisi grave e pericolosa.

Convinti che le guerre vadano evitate, nel 1945 venne istituita l’Onu, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, come luogo d’incontro di tutte le nazioni per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, definire regole universali a tutela dei diritti umani, politici e sociali, discutere e risolvere i problemi che affliggono l’umanità da un punto di vista sanitario, ambientale e sociale.

Non a caso all’interno delle Nazioni Unite sono nate agenzie come l’Unicef a protezione dell’infanzia, la Fao per la promozione della produzione agricola, l’Oms a difesa della salute, l’Oil (Ilo)a tutela del lavoro, l’Unep a protezione dell’ambiente.

Grazie all’Onu, è stato possibile promuovere il processo di decolonizzazione, portare all’ordine del giorno il tema della miseria, far maturare l’idea dello «sviluppo umano», far crescere la cultura dell’eguaglianza di genere e della tutela ambientale, disinnescare alcuni conflitti.

Oggi ci sono governi che vogliono indebolire, o addirittura distruggere, il sistema delle Nazioni Unite. In particolare, gli Stati Uniti che – sotto Trump – hanno deciso di abbandonare alcune agenzie internazionali, di ridurre i finanziamenti a loro favore, di lanciare organismi alternativi, diretti da loro stessi, per la gestione di situazioni particolari. Tipico il Board of peace, creato nel gennaio 2026, per amministrare quel che resta di Gaza, secondo logiche affaristiche e neocoloniali.  Oltre al Segretariato generale, il sistema delle Nazioni Unite comprende una quarantina di agenzie specializzate su temi specifici che complessivamente richiedono un fabbisogno finanziario attorno ai 70 miliardi di dollari. Nel 2022 la somma raccolta è stata di 74 miliardi, ma nel 2023 si è fermata a 67 miliardi. Segno di come i governi, che contribuiscono a circa il 70% del fabbisogno finanziario delle Nazioni Unite, stiano riducendo il proprio impegno. Non a caso sta salendo la quota di finanziamento delle realtà private con il rischio che le Nazioni Unite si pieghino al mondo degli affari.

L’Italia si vanta di essere fra i maggiori contributori del sistema delle Nazioni Unite. Nel 2024 il suo contributo complessivo è stato di circa 850 milioni di dollari, per il 13% destinato al Segretariato generale, il 22% a operazioni di mantenimento di pace, il 65% alle agenzie di sviluppo sociale e umanitario. La cifra, però, rappresenta a malapena un quarantesimo della spesa militare. Come Paese che, secondo la Costituzione, «ripudia la guerra» e ha l’obbligo di «favorire le organizzazioni internazionali che assicurino la pace e la giustizia fra le nazioni», dovremmo invertire le proporzioni. ◆

Fonti

Hanno firmato il dossier:

Francesco Gesualdi. Autore dei testi. È coordinatore del «Centro nuovo modello di sviluppo», associazione di volontariato che svolge attività di ricerca al servizio dei gruppi militanti, su: rapporti Nord/Sud, processi di impoverimento, squilibri ambientali, modelli economici alternativi. Per MC è responsabile da anni di un’apprezzata rubrica di economia. Sito web: www.cnms.it.

Roberto Benotti. Alias «Robihood», autore delle vignette. Da sempre produce vignette su tutto, dalla politica al sociale, dalla religione al cibo. È appena uscito il suo ultimo libro: «Francesco anima libera» (edizioni inDialogo, Milano). Sito web: www.robertobenotti.it.

A cura di Paolo Moiola, giornalista MC.




Pace difficile in Manipur

Lo Stato del Manipur appartiene alla regione Nord orientale dell’India. Si sente marginale  e discriminato dal potere centrale. Allo stesso tempo è teatro di uno storico conflitto tra etnie che, negli ultimi tre anni,
ha avuto una fiammata difficile da spegnere.

È lunga e accidentata la strada della pacificazione nello Stato di Manipur, situato nell’India Nord orientale.

Esso, infatti, è ancora al centro del dibattito nazionale, a tre anni dallo scoppio della violenza interetnica che lo ha sconvolto e che, nei mesi, ha alternato fasi ad alta intensità a tregue precarie.

A maggio del 2023 le tensioni tra le comunità indigene dei Meitei e quelle dei Kuki-zo sono sfociate in uno dei conflitti più dolorosi della storia recente dell’India: oltre 260 persone hanno perso la vita, quasi 60mila si sono ritrovate all’improvviso a vivere da sfollati interni, e, soprattutto, gravi ferite hanno segnato le due comunità e minato la fiducia reciproca.

Tre anni di violenze

A febbraio 2025, l’allora Primo ministro dello Stato di Manipur, Nongthombam Biren Singh, si è dimesso, e il Primo ministro federale dell’India, Narendra Modi, ha imposto un «Governo presidenziale», centralizzando ogni decisione. Ma la violenza non è cessata.

Non è bastato nemmeno il dispiegamento delle forze di sicurezza. Nuove proteste e nuove violenze, infatti, si sono registrate a gennaio e febbraio 2026, e ancora ad aprile, mentre scriviamo. Queste indicano con chiarezza che le questioni di fondo, quelle che avevano dato origine al conflitto, rimangono irrisolte, e che ora, anzi, sono aggravate dalla violenza già consumata, dalle accuse incrociate e dalle reciproche rimostranze.

L’inizio del governo di un nuovo Primo ministro statale a febbraio 2026, nella persona di Yumnam Khemchand Singh, membro della comunità meitei ed esponente del Bharatija janata party (Bjp), il partito di Modi, non si è rivelato un fattore risolutivo.

Alcuni profughi meitei salgono su un camion delle forze paramilitari in un punto di transito dopo essere stati evacuati a seguito delle violenze che hanno colpito Churachandpur, nei pressi di Imphal, nello Stato nord-orientale indiano del Manipur, il 9 maggio 2023. Più di 50 persone sono state uccise nella regione collinare di confine negli scontri tra la popolazione di maggioranza Meitei, per lo più indù, e la tribù Kuki, prevalentemente cristiana. Migliaia di soldati sono stati dispiegati per ristabilire l’ordine, mentre circa 23.000 residenti hanno abbandonato le loro case per rifugiarsi nei campi improvvisati gestiti dall’esercito per gli sfollati. (Foto di Arun SANKAR / AFP)

Motivi del contendere

Il Manipur, con una popolazione di circa tre milioni di abitanti e una superficie di 22mila km² – quanto la regione Toscana – è uno degli stati più piccoli dell’India. Fa parte della regione Nord orientale del Paese, un’area – confinante con il Myanmar – caratterizzata dal pluralismo etnico, linguistico e culturale.

A causa della violenza degli ultimi tre anni, le autorità hanno imposto una temporanea separazione dei due gruppi etnici.

Al cuore della crisi vi è un complesso intreccio di diritti fondiari, politiche identitarie, rivendicazioni storiche e contrastanti visioni dell’autonomia.

La comunità del gruppo indigeno meitei (prevalentemente induista), che abita soprattutto nella valle di Imphal, la capitale dello Stato, costituisce la maggioranza demografica del Manipur. Le tribù kuki-zo (in gran parte cristiane), residenti nei distretti collinari, abitano le periferie del territorio e si considerano storicamente emarginate. Questi gruppi svantaggiati – secondo una disposizione prevista dalla Costituzione indiana – godono dello status di «tribù riconosciute» (scheduled tribe), che garantisce loro un accesso preferenziale alla terra e tutele lavorative.

Nel marzo 2023, dopo un ricorso presentato da gruppi meitei, un’ordinanza dell’alta Corte di Manipur ha raccomandato al Governo centrale di includere anch’essi tra le «tribù riconosciute».

Questo ha generato la protesta dei Kuki-zo che hanno visto nella situazione una minaccia diretta alle loro garanzie costituzionali, temendo l’occupazione delle terre nei distretti collinari.

È stata la scintilla della violenza.

Le proteste, organizzate dai gruppi tribali, sono degenerate in scontri: case incendiate, chiese e templi vandalizzati, intere località svuotate, con migliaia di famiglie costrette a riparare in campi profughi.

Le notizie di omicidi e violenze sessuali hanno scioccato il Manipur, l’intera India e attratto l’attenzione internazionale.

l mosaico del Nordest

L’India Nordorientale omprende i sette Stati di Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland e Tripura, oltre allo Stato himalayano del Sikkim, e alla divisione di Jalpaiguri, giuridicamente parte del Bengala occidentale.

È un’area geograficamente appartata, collegata al resto dell’India tramite il corridoio di Siliguri, stretto fra Bhutan e Bangladesh.

Questa caratteristica geografica non è ininfluente, anche rispetto ai rapporti con il Governo centrale di New Delhi. Le decennali tensioni, rivendicazioni e insurrezioni separatiste esprimono la difficile relazione tra centro e periferie in una nazione vasta e plurale come l’India.

A questo si aggiungono i conflitti interni alla regione, che è stata in passato teatro di dispute etniche, politiche e identitarie.

Al momento della loro istituzione, gli Stati del Nord Est furono creati per consentire alle rispettive comunità indigene di conservare la propria identità e di apportare il proprio contributo specifico alla Federazione indiana, armonizzando in essa le peculiari risorse del loro patrimonio culturale. Un processo nient’affatto facile, né scontato.

Nel Manipur vi sono tre gruppi etnici principali: Meitei, Kuki e Naga, che da sempre hanno rapporti intercomunitari non facili.

Una delle dispute ancestrali tra i tre gruppi è quella che riguarda la presenza originaria delle popolazioni in quelle zone, dunque chi può accampare maggiori diritti nella vita sociale.

Il confronto ha sempre avuto al centro il tema del possesso della terra, in particolare di quella più fertile e ricca di risorse.

Suore cristiane indiane tengono in mano delle candele durante una veglia a lume di candela davanti a una chiesa per commemorare il primo anniversario dei violenti scontri iniziati il 3 maggio 2023 tra i gruppi etnici Meitei e Kuki-Zo nello Stato nord-orientale del Manipur, a Nuova Delhi, in India, il 3 maggio 2024. (Foto di Kabir Jhangiani / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

Cristiani nel Nord Est

L’India Nord orientale – altra caratteristica che contribuisce alla complessità del quadro – è una delle regioni nelle quali è maggiore la concentrazione di cittadini di fede cristiana.

Dei circa 27,8 milioni di cristiani presenti nel Paese (il più popoloso del mondo con circa 1,46 miliardi di abitanti), 7,8 milioni vivono negli stati del Nord Est.

Qui il messaggio cristiano è giunto prima con i colonizzatori britannici, nella versione del protestantesimo, in seguito anche nella forma cattolica con l’avvento di ordini religiosi che hanno stabilito in questi territori la presenza della Chiesa.

Con l’opera missionaria avviata nel XX secolo, il cattolicesimo si è rapidamente diffuso tra le popolazioni tribali del Nord Est, con un forte impatto sociale e educativo. L’azione evangelizzatrice ha coniugato l’annuncio del Vangelo con lo sviluppo sociale, tramite l’avvio di iniziative nel campo dell’istruzione e della sanità. I missionari hanno costruito scuole, dispensari e centri di formazione, contribuendo all’alfabetizzazione e all’emancipazione di molte comunità indigene. Un ruolo fondamentale lo hanno svolto i Salesiani, arrivati in Assam nel 1922, seguiti poi dai Gesuiti, dalle Figlie della Carità Canossiane e da altri religiosi che oggi operano attivamente nella regione.

I missionari si sono mossi concentrandosi sull’inculturazione della fede nelle culture locali, con il fine ultimo della implantatio ecclesiae: la fondazione di comunità cattoliche strutturate.

Poteri speciali dell’esercito

Lo Stato del Manipur, fin dal 1949, ha una lunga storia di resistenza armata contro il Governo centrale indiano e, allo stesso tempo, di lotta interna tra i diversi gruppi. Per questo, una volta scoppiate le prime violenze nel 2023, milizie e volontari dei villaggi hanno presto riscoperto la lotta armata.

Il Governo di Delhi si avvale di una controversa legge che conferisce all’esercito ampi poteri nelle regioni periferiche designate come «zone di disordini». La legge anti-insurrezione (la
Armed forces special powers act, Afspa), approvata e introdotta dal Parlamento di Delhi già nel 1958 per reprimere i movimenti separatisti, è stata applicata per la prima volta negli Stati di Nagaland, Assam e Manipur.

È stata poi imposta anche nel Kashmir amministrato dall’India, dopo lo scoppio dell’insurrezione armata nel 1989.

Nel 2022 è stata revocata in sei distretti del Manipur e in sette distretti del Nagaland, ma, in seguito all’ondata di violenza partita nel 2023, il Governo ha nuovamente applicato la normativa con la possibilità di imporla in una determinata area per periodi di sei mesi (prorogabili).

Le popolazioni dell’India Nordorientale si oppongono da tempo a questa legge, che autorizza le forze di sicurezza indiane a condurre operazioni ovunque e ad arrestare chiunque senza mandato. Gli attivisti per i diritti umani affermano che l’Afspa viene spesso utilizzata in modo improprio e da decenni ne chiedono l’abrogazione.

In Manipur – sostiene però il Governo centrale – c’è ancora bisogno di quel provvedimento.

La nuova politica

In uno scenario di conflitto prolungato, Yumnam Khemchand Singh, uomo meitei, cintura nera di taekwondo, arte marziale coreana, è salito al governo del Manipur ereditando uno Stato ancora segnato dalle tensioni e dalle recenti violenze.

Per interrompere la spirale di uccisioni e vendette reciproche, le due comunità sono state confinate in regioni separate. Cosa che ha prodotto migliaia di persone sfollate dalle proprie case.

Singh, politico di lungo corso, è stato eletto per la prima volta nel 2017, ricoprendo la carica di presidente dell’Assemblea legislativa del Manipur e di ministro statale con delega a settori come l’istruzione e lo sviluppo rurale.

Nel nuovo Governo formato a febbraio 2026 – dopo la fine del «Governo presidenziale» – sono coinvolti esponenti kuki, due dei quali sono ministri e uno è vicepresidente. Questa mossa rappresenta il tentativo di ritrovare l’armonia perduta anche sul piano della governance. Una composizione che riflette lo sforzo del Bjp, anche a livello centrale, di bilanciare la rappresentanza etnica e restaurare l’unità.

Il coinvolgimento di rappresentanti kuki nel Governo del Manipur, però, ha suscitato reazioni diverse. Gruppi della società civile e organizzazioni studentesche kuki-zo l’hanno condannato, definendolo un «tradimento» da parte dei rappresentanti kuki. E hanno ribadito la richiesta di un assetto amministrativo separato per le aree a maggioranza kuki-zo.

Inoltre, a complicare il quadro, sono emersi nuovi attriti tra gruppi di Kuki-zo e di Naga.

Il Primo ministro Singh viene visto come parte di un establishment politico che non è riuscito a elaborare una tabella di marcia credibile per risolvere il conflitto, garantire la sicurezza e a rispondere alla richiesta fondamentale di amministrazioni separate. Glady Vaiphei Hunjan, del Kuki-zo women’s forum di Delhi, rileva che «una leadership in grado di portare la pace deve dimostrare chiarezza morale, riconoscere i fallimenti dello Stato, coinvolgere equamente le parti interessate e impegnarsi per una soluzione politica del conflitto piuttosto che per una sua gestione amministrativa».

Secondo alcuni osservatori, anche la visita di Singh del dicembre 2025 a un campo profughi di etnia kuki-zo – un gesto distensivo – potrebbe aver contribuito ad ampliare il suo consenso tra i legislatori kuki-zo.

Seram Rojesh, del «Comitato di coordinamento meitei» a Delhi, afferma che una pace duratura richiede il «disarmo dei gruppi etnici armati», mentre i leader meitei rigettano fermamente la richiesta kuki di un’amministrazione separata, temendo la «balcanizzazione» del Manipur e una «reazione a catena» in altri Stati del Nord Est.

«La pace si ristabilirà solo se tale autorità verrà utilizzata per ricostruire la fiducia tra le comunità, piuttosto che per il solo scopo di ripristinare la normalità amministrativa», afferma Pradip Phanjoubam direttore del Imphal review of arts and politics, giornale con sede a Imphal.

Il ritorno di un Governo eletto crea spazio per l’impegno politico ma, secondo gli analisti, l’elemento chiave è ricreare fiducia tra le comunità.

Manifestazione a lume di candela organizzata dagli attivisti in seguito al caso di violenza sessuale ai danni di due donne della comunità Kuki, nel contesto degli scontri etnici in corso tra
le comunità Meitei e Kuki nel Manipur, organizzata dal Trinamool Mahila Congress, il 28 luglio 2023 a Guwahati, in India. Le violenze in corso nello Stato del Manipur, nel nord-est dell’India, hanno causato oltre 160 vittime. (Foto di David Talukdar/NurPhoto) (Foto di David Talukdar / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

Un piano di riconciliazione

«La pace e la riconciliazione in Manipur non possono basarsi sulla separazione delle comunità etniche; non si otterranno costruendo un nuovo muro di divisione», spiega a Missioni Consolata monsignor Linus Neli, arcivescovo di Imphal, capitale dello Stato indiano di Manipur. «La pace – afferma l’arcivescovo – non si otterrà nemmeno attraverso il riarmo dei gruppi etnici. Si otterrà riattivando il dialogo, avviando negoziati, procedendo su un percorso di uguaglianza e di giustizia che superi le ataviche rivalità e le rivendicazioni comunitarie».

L’assoluta separazione dei gruppi prosegue, «ha interrotto la spirale del conflitto aperto, ma non basta, perché non ha guarito i traumi e le ferite, né ha placato l’odio e il desiderio di vendetta.

I cittadini di entrambe le parti stanno procedendo a riarmarsi – riferisce – e, dunque, nonostante gli sforzi politici, la situazione è una polveriera pronta a riesplodere».

L’arcivescovo sottolinea un elemento, potenziale fattore di influenza nella contesa: quello religioso. I meitei sono indù e vivono – un’eccezione in India – in una condizione di minoranza in uno Stato a maggioranza cristiana. Quest’ultima ha visto numerose cappelle e sale comunitarie distrutte nel corso del conflitto, portando in rilievo la chiave ermeneutica di «guerra di religione».

«Ma i battezzati – prosegue l’arcivescovo – sono dappertutto, ci sono in tutte e tre le comunità, kuki, meitei e naga, e dunque l’esperienza di essere fratelli in Cristo può restituire il senso di comunità e di fraternità e aiutare a vedere l’altro non come un nemico, ma come un fratello e una sorella con cui convivere pacificamente. La fede in Cristo contribuisce a portare pace e giustizia». Monsignor Neli, che è di etnia naga, visita le parrocchie nelle diverse aree, e ne trae una lezione chiara: «La gente desidera ardentemente la pace».

Racconta, infine, che la Chiesa locale offre assistenza e sostentamento agli sfollati e ha provveduto a costruire piccole case in legno per gli oltre mille profughi cattolici kuki. Un processo di dialogo e di mediazione ricorda, «non può che partire da un presupposto di base che va accolto da tutti: riconoscere l’altro come “fratello in umanità”, il terreno che consente di convivere anche tra popoli diversi per lingua, storia, etnia, cultura, religione».

Paolo Affatato




Missione è consolazione

Giugno è il mese della Consolata, non solo per i torinesi e tutti i missionari e missionarie che da Lei prendono il nome, ma anche per milioni di persone che, nei quattro angoli della terra, l’hanno conosciuta.
San Giuseppe Allamano, servitore instancabile e gioioso della Madonna, aveva capito bene che dalla Consolata venivano una forza e un messaggio impossibili da confinare nelle mura di un santuario. La sua forza di consolazione spingeva fuori, incontro alle persone, specialmente le più marginali della città. Per questo il nostro fondatore si è curato, oltre che dei giovani sacerdoti a lui affidati e dei fedeli che frequentavano il santuario, anche dei carcerati, dei tranvieri, dei lavoratori, delle «servette e sartine», non solo per alimentarne la fede ma anche per promuovere ogni iniziativa che ne migliorasse le condizioni di vita. Ha sostenuto anche la stampa cattolica (sia in Francia che a Torino) e ha poi fondato nel 1899 il «periodico» La Consolata, da cui è nata questa nostra rivista, per comunicare la consolante vicinanza della Mamma di Gesù sia nelle case di Torino, che in quelle lontane dei migranti italiani in America.

Ma tutto questo, per San Giuseppe Allamano, ancora non era sufficiente: voleva fare la sua parte nel donare, come Maria, Gesù a tutta l’umanità: ecco allora la fondazione dei due istituti missionari, e l’invio, a partire dal 1902, di centinaia di evangelizzatori in Africa, poi in America e, successivamente, in Asia.

Servitori della consolazione di Maria: sono poche parole che sintetizzano non solo l’identità dei missionari e missionarie della Consolata, ma il cuore stesso della missione della Chiesa. La vera consolazione è Gesù che è testimone dell’amore di Dio per ogni uomo e per la creazione. Egli è colui che si è fatto servo, non padrone, degli uomini, affinché vivano secondo il sogno di Dio che li ha creati: custodi del creato, generatori di vita, gioia e pace, liberi da ogni schiavitù.
Consolare non è coccolare o illudere gli altri che il male non esista. È stare accanto, con amore, speranza e fede, alle persone nella realtà, spesso dura, della loro vita.

La missione della consolazione, oggi, si confronta con sfide vecchie e nuove. Vecchie come il razzismo, la povertà, l’ignoranza, la schiavitù, la mercificazione delle persone e la rapina dei beni comuni a vantaggio di pochi. Nuove come l’intelligenza artificiale, il martellamento della pubblicità, la pressione dei social, il consumismo esasperato, l’idolatria dell’io, la presunta difesa dei confini, l’attacco alla famiglia e alla vita, la smaterializzazione dei contatti e delle amicizie, il cambiamento climatico e quanto altro.

Consolare, oggi, è anche dire, assieme a papa Leone: «Beati gli operatori di pace! Guai invece a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso».

Consolare è contestare un approccio solo repressivo e securitario ai problemi sociali, proponendone un altro che metta al centro la dignità delle persone, soprattutto di quelle più emarginate. Non si risolvono i problemi con più carceri, più muri, più rimpatri, ma con più cura delle persone, più promozione della pace, più rapporti commerciali equi.

Consolare oggi è contestare le scelte lasciate agli algoritmi e rimettere al centro quelle motivate dall’etica e dalla responsabilità personale.

Consolare diventa allora una sfida alla passività, alla rassegnazione, alla tentazione di relazionarsi con la realtà e la storia solo attraverso uno schermo, cambiando canale quando non si è contenti.

Consolare ha la sua radice nell’esperienza della risurrezione che apre orizzonti di vita e amore a tutta l’umanità. La sua energia viene dal fuoco dello Spirito della Pentecoste che alimenta l’amore come impegno e servizio con una fede forte e una speranza che sa guardare oltre le molte morti che affliggono l’umanità.

Così il 20 giugno, festa della Consolata, è il giorno nel quale rinnovare il nostro impegno per la missione, una missione nuova e creativa che sappia andare incontro alle grandi domande della vita di oggi rivelando la presenza del Signore in mezzo a noi.

padre Gigi Anataloni, direttore responsabile




Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

LA MEMORIA È RESPONSABILITÀ

Una ragazza di un liceo ha vissuto l’esperienza del «Treno della memoria», e ha visitato i campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. Ha scritto così le sue impressioni.

Quando sono arrivata là, pensavo di essere pronta ad affrontare tutto ciò che avrei visto. Mi dicevo: «È solo un viaggio, una visita, un ripasso della storia». Però, quando ho davvero messo piede su quella terra, quando mi sono trovata dentro il campo di concentramento di Auschwitz e Birkenau, ho capito che ci sono cose che non si possono «elaborare» con una semplice preparazione mentale.

Da allora, il mio cuore è rimasto pieno di emozioni contrastanti. All’inizio ho perfino avuto la sensazione di «non provare nulla». Io, pur essendo una persona molto sensibile e fragile, non ho pianto, non ho sentito né uno shock, né quel dolore lacerante che immaginavo. Ho iniziato a dubitare di me stessa: possibile che queste storie non mi abbiano toccata? Possibile che io sia una persona fredda? Mi sono confrontata con alcuni compagni e poi mi sono sentita ancora più in colpa, continuando a chiedermi: come posso essere così indifferente? Solo dopo ho capito che non era assenza di emozione, ma intorpidimento.

Quando le tragedie dei libri di storia si ripresentano ancora e ancora, sotto forme diverse, nel presente, quando le guerre, odio e discriminazione continuano a esistere in qualche angolo del mondo, la nostra percezione della sofferenza sembra diventare più opaca. E si prova un senso di impotenza, perché l’unica cosa che «io» posso fare sembra essere guardare il mondo andare verso la distruzione. Non perché non mi importi, ma perché ci siamo abituati a vedere «la prossima tragedia» raccontata nei notiziari. Soprattutto sapendo che, in questo stesso momento, più di cinquanta Paesi nel mondo sono coinvolti in guerre. L’unica espressione che mi viene in mente per descrivere tutto questo è: «Un massacro vicendevole».

Ma quando mi sono trovata davvero in quel luogo, ascoltando quelle storie e osservando le tracce reali rimaste, ho capito che non si trattava di una storia astratta, ma di vite concrete. Sono rimasta impressionata dalla stanza dei nomi. Dietro ogni nome c’era una famiglia, dietro ogni esperienza, una paura e disperazioni reali. In quel momento ho iniziato a chiedermi: qual è il senso di questo viaggio? Cosa posso fare io? Se fossi stata al loro posto, avrei avuto il coraggio di farmi avanti? E come posso contribuire a impedire la prossima tragedia?

All’improvviso mi è tornata in mente una frase di Van Gogh: «Attraverso piccole cose si formano le montagne». In realtà, la frase originale è: «Le grandi cose sono fatte dalla somma di molte piccole cose».

Pensavo di essere pronta, ma non lo ero affatto. Il primo giorno non avevo idea di ciò che avrei affrontato. Tutte le mie «preparazioni psicologiche» sono apparse così fragili davanti alla realtà della storia. Solo camminando davvero lungo quel percorso ho capito che questo viaggio non era fatto per scioccare, ma per ricordare. Ricordarci che il passato non può essere cambiato, ma che il futuro richiede la nostra partecipazione. Non possiamo fermare le tragedie già accadute, ma possiamo scegliere di non restare in silenzio. Possiamo alzare la voce di fronte all’ingiustizia, rifiutare la discriminazione, mantenere lucidità di fronte all’odio.

La storia è spaventosa non solo perché è già accaduta, ma perché può ripetersi. Questo viaggio mi ha fatto capire che la memoria è, di per sé, una responsabilità. Una volta tornata a casa, spero di poter raccontare ciò che è successo in quei luoghi a più persone possibile. Non per appesantire, ma per far ricordare. Perché l’oblio è spesso l’inizio del ritorno della tragedia.

Infine, voglio dire: non permettiamo alla storia di ripetersi. Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo decidere la direzione del futuro. E forse, questo è il vero significato di questo viaggio.

Ye Wen Jing
 febbraio 2026, Torino

E LA CHIAMANO ECONOMIA

Buongiorno, ho appena finito di leggere l’articolo di Francesco Gesualdi «Mai dire patrimoniale».
Molto interessante, volevo ringraziarlo per questa rubrica, che leggo sempre con attenzione.
Mi auguro che i nostri politici possano capire questo argomento e legiferare per l’interesse di tutta la popolazione e ricordare che viviamo tutti su un’unica barca, che se fa acqua potremmo annegare tutti.
Saluti

Pasquale Capriotti
12/03/2026

CINA E XINJIANG

Grazie per la precisione e la schiettezza (nell’articolo di Paolo Moiola di gennaio sul Xinjiang, ndr) che arriva sempre ai nodi cruciali culturali con passo delicato e deciso. Senza dimenticare la storia.

Ultimamente mi sono imbattuta in una ricerca su bambini e adolescenti scomparsi dal 2020 in Cina. Moltissime le minoranze che restano disconosciute, fra cui quella degli Uiguri, (oppure sono) colpite dal traffico internazionale (dei minori). La Cina, purtroppo, ha rifiutato di sottoscrivere la Convenzione dell’Aja del 25/10/1980 per contrastare la sottrazione internazionale di minori ed è solo soggetto firmatario formale della Convenzione dell’Aja del 1993 sulle adozioni internazionali. Di fatto tutte le procedure civili e penali in tema di adozione internazionale dipendono dal ministero della Sicurezza che si può chiamare della sorveglianza; il ministero della Giustizia ha pochissimo margine di azione anche solo nelle procedure civili.

Ci sono ragioni storiche profondissime che l’articolo esplora molto bene.
Grazie a MC, come sempre.

Vittoria Pollini
12/02/2026

IRAQ E PAPA FRANCESCO

Cari Missionari,
ripensando alla visita di papa Francesco in Iraq, di cui quest’anno cade il quinto anniversario (5-8 marzo 2021), voglio ricordare e vorrei che tanti ricordassero quelle giornate meravigliose.

Voglio ricordare la solenne celebrazione nella splendida cattedrale di Qaraqosh ricostruita grazie alla collaborazione di cristiani e musulmani. Voglio pregare Nostra Signora di Qaraqosh (foto a sinistra, oggi, molto danneggiata, a destra l’originale), Regina della Mesopotamia, Regina della Terra di Abramo, perché protegga Erbil Mosul e il lago di Mosul, Tikrit, Samarra e Kirkur, Bassora e Baghdad e Nassyriah.

Voglio pregarla perché purifichi il Tigri e l’Eufrate e per il ripristino di condizioni accettabili anche dal punto di vista ecologico: i Paesi più trascurati dall’industria del turismo non possono e non devono rassegnarsi al ruolo di discariche planetarie. Sarebbe ora di fare un po’ di giustizia anche sotto il profilo naturalistico riconoscendo la potenzialità di certe aree e habitat.

Non possiamo pensare solo all’Iraq del passato e concentrare tutte le risorse, tutto l’impegno di cooperazione, tutta l’energia intellettuale sugli scavi archeologici e sulla custodia di ciò che resta della civiltà assiro-babilonese.

Anche ciò che resta (non molto purtroppo, ma potremmo anche sbagliarci…) dell’Iraq naturale, dell’Iraq selvaggio, merita considerazione e rispetto.

Oltre all’Iraq delle antiche Babilonia e Ninive, c’è l’Iraq di una fauna da rigenerare e di una flora da restaurare. Oltre all’Iraq dei musei e delle lingue morte c’è l’Iraq delle persone. Oltre all’Iraq dei Caldei vissuti 3.000 anni fa c’è l’Iraq degli odierni Caldei, quelli del patriarcato di Baghdad guidati (fino al 10 marzo 2026, ndr) dal Cardinal Raphael Sako.

Sia riconosciuto il pregio architettonico e artistico delle case, delle chiese, dei monasteri, dei minareti, delle moschee, siano istituite dalle aree protette.

Se vogliamo proseguire col nostro cammino di fede sul sentiero tracciato da papa Francesco, dalla sua Laudato si’, dal suo zelo missionario, dalla sua attenzione verso le periferie del mondo, non possiamo restare indifferenti e inattivi di fronte a situazioni come quelle che angustiano l’Iraq.

Francesco Rondina
02/03/2026, Fano

PAPA IN SIRIA?

Cara redazione,
cinque anni fa papa Bergoglio
sbarcava in Iraq sognando una svolta nella storia della Chiesa e delle sue relazioni con il mondo islamico.

Spero che il suo successore faccia la stessa cosa con la Siria, ovvero un Paese costretto, non meno dell’Iraq, a fare i conti con la tremenda eredità della guerra e con un vero spaventoso degrado ambientale.

Sarebbe davvero fantastico se dopo la visita del papa figlio di sant’Ignazio di Loyola nella terra di Abramo, il papa figlio di sant’Agostino abbracciasse i figli di un altro sant’Ignazio e baciasse la terra di un altro grande patriarca, Ignazio di Antiochia.

Spero che la Siria torni a essere un Paese più simile a quello del passato remoto che del suo passato recente. Spero che l’Oronte, al pari dei suoi gemelli, il Tigri e l’Eufrate, torni a essere un fiume bello e che le sue acque tornino a essere acque bevibili per tutti, uomini e pesci, uccelli e grandi erbivori (non dimentichiamo che ancora nel V secolo la Siria ospitava elefanti selvatici).

Vorrei altresì che, accanto alla biodiversità vegetale e animale, trovasse posto nell’agenda anche la biodiversità liturgica, perché quella che c’è in Siria è inferiore a quella che c’è in Terra Santa. I riti e i calendari e i libri liturgici, come anche le chiese e i monasteri (penso a quello stupendo di Beir Mar Musa, nato a nuova vita grazie alla passione, allo zelo, all’amore dell’indimenticabile padre gesuita Paolo Dall’Oglio) non possono uscire dalla storia.

Luciano Montenigri
02/03/2026, Fano

PACE DISARMATA

Cari missionari,
l’impegno in favore della pace disarmata e disarmante invocata da papa Leone XIV non può prescindere da una presa di distanza netta dal modello capitalista degradato e degradante, non può rinunciare alla critica dell’imperialismo finanziario disumano e disumanizzante, non può accondiscendere a un approccio militarista depravato e depravante.

Non possiamo esimerci dal ricordare ai nostri carissimi, martoriatissimi fratelli greco cattolici ucraini, che la resistenza non armata e non violenta è doverosa e necessaria.

Il porgere l’altra guancia non è filosofia, progetto, suggerimento di tal teologo, vescovo, o papa, ma Vangelo, Vangelo di Gesù Cristo Dio. Il deporre le armi, anche se non porta alla pace giusta, è condizione indispensabile per la sua affermazione effettiva nel tempo.

Non possiamo far finta di ignorare che uno stato in più in Medio Oriente, Africa, Europa o altrove significa inevitabilmente un esercito in più, un ministro della difesa in più, un arsenale in più, una opportunità in più per chi produce mine, bombe a grappolo, granate, droni, missili, ordigni termobarici, una vittoria in più per satana e per il regno del male.

Domenico Rondina
02/03/2026, Fano

CUORI INVINCIBILI

Cari missionari,
le letture che suggerite, i consigli che date sui libri da consultare, da conservare, da amare, da mettere in pratica, sono davvero stimolanti.

Mi permetto anche io di sottoporne uno alla vostra attenzione. Si intitola «I nostri cuori invincibili». È nato dall’idea di un giornalista di stabilire un contatto, un ponte, un canale comunicativo tra una ragazza palestinese, Tela, e una israeliana, Michelle.

Ebbene una delle particolarità di questo libro, una delle perle che lo rendono davvero prezioso è la posizione di Tela e Michelle sulla questione «due popoli due Stati»; entrambe preferiscono di gran lunga la soluzione dello Stato unico, di una federazione basata su eguaglianza e pari dignità.

E io per quanta stima, considerazione, devozione, amicizia e amore posso avere per chi (penso a papa Francesco, al suo successore papa Leone, al cardinale Pierbattista Pizzaballa) ha raccomandato e continua a raccomandare la soluzione di due Stati, la penso come Tela e Michelle.

Quante volte i Pontefici hanno invitato a costruire ponti non muri.

I due Stati fanno il gioco di chi preferisce la divisione (non dimentichiamo che, etimologicamente, diavolo = colui che divide), lo stato federale (foedus = patto, alleanza, unione) va nella direzione opposta.

Mario Baldassarretti
02/03/2026, Fano

METAMORFOSI

Cara redazione, mandiamo in pensione i nomi propri Israele e Palestina.

«Metamorfosiamo» il linguaggio e cominciamo a parlare di Federazione israelo-palestinese con un’unica bandiera.

Disarmando il linguaggio, trasformando i sostantivi in aggettivi, è più probabile che si mettano da parte anche le armi, convertendo la terminologia, è più probabile che si riconverta anche l’industria bellica.

Donatello Di Roberto
02/03/2026, Fano

Non capita spesso di ricevere lettere manoscritte. Stavolta ne sono arrivate ben cinque tutte insieme, da un gruppo di amici di Fano. Le condividiamo volentieri con tutti voi.



Mai abituarsi alla guerra

Mai abituarsi alla guerra. Da alcune settimane l’Ucraina è entrata nel quinto anno d’invasione da parte della Russia di Vladimir Putin. La popolazione ha appena passato un inverno particolarmente duro perché le azioni belliche, intensificate con l’obiettivo di distruggere le infrastrutture energetiche, hanno puntato direttamente alla popolazione. Una guerra indirizzata ai civili, dunque, in modo diretto (con le bombe) e indiretto (con il freddo e le privazioni).

Mentre scriviamo, si è pure scatenato l’attacco totalmente illegale da parte di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. In flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite (articolo 2), senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza e senza alcuna legittima rivendicazione di autodifesa (articolo 51). Un attacco diretto alle Nazioni Unite già debilitate (si veda l’articolo nella rubrica Cooperando). La mossa di Trump, inoltre, aggira l’autorità costituzionale del Congresso degli Stati Uniti, il cui voto è necessario per una dichiarazione di guerra, a meno di attacco contro gli Usa o minaccia di un attacco imminente. Intanto, è partito il macabro conteggio delle vittime civili nella nuova guerra.

Israele, da due anni e mezzo, punta in modo sistematico alla popolazione della striscia di Gaza, uccidendola, oltre che con i proiettili dei cecchini e le bombe degli aerei, per fame, per malattia, per freddo (mentre Hamas usa la gente come scudi). Continua l’occupazione della Cisgiordania e attacca ancora il Libano distruggendo e uccidendo.

Sono guerre fuori da ogni regola, nelle quali gli eserciti si concedono tutto. Nonostante oggi la guerra ibrida e l’uso dei droni diano l’illusione di guerre meno cruente. Restano le trincee e le linee rosse (o gialle) invalicabili. Mentre il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra paiono retaggi del passato.

Poi ci sono le guerre che si dimenticano semplicemente perché i media non ne parlano.

Il conflitto in Sudan, questo mese, compie tre anni. È descritto dalle agenzie dell’Onu come la più grave catastrofe umanitaria odierna, con oltre 12 milioni di sfollati. Guerra civile, ma in realtà guerra internazionale, con l’implicazione di Emirati arabi uniti, Egitto, Russia, Iran, Turchia. Anche qui, l’assedio e poi la caduta della città di Al Fashir (capoluogo del Nord Darfur) a fine ottobre 2025, ha mostrato rappresaglie e violenze inenarrabili contro i civili. Ma poco è stato e viene raccontato sui media cosiddetti mainstream.

Così come avviene per le guerre nel Sahel. In Burkina Faso, a metà febbraio, si è svolta la più grande offensiva, condotta su vari fronti e in diverse provincie, dei gruppi jihadisti di Jenim, legati ad al-Qaeda. Ha coinvolto centinaia di combattenti e ha portato alla morte di oltre 180 persone in pochi giorni, molte delle quali civili.

Le guerre sono anche circondate da false informazioni, oggi favorite da due elementi: la facilità di diffusione tramite social media (che non sono mezzi di stampa e quindi non sono verificati) e la possibilità di fabbricare notizie, foto e video, attraverso un largo uso dell’intelligenza artificiale. Immagini create ad hoc e diffuse in rete attraverso le piattaforme social, sembrano reali e inducono a credere ad avvenimenti mai accaduti e a orientare l’opinione pubblica.

Mai abituarsi alle guerre, mai dimenticare. Informarsi, anche se è difficile. Viviamo in una società sovraffollata di notizie, ma solo di quelle che ci vogliono dare.

Per avere un’informazione plurale e dettagliata, su alcuni temi o Paesi, occorre cercare, leggere i media alternativi. Proprio come MC. Media che non sono in mano a potenti gruppi economici portatori di interessi, ma sono realizzati dal basso, dalla società civile. Come quelli di cui ci racconta Andrea Saroldi nella rubrica «La legge della solidarietà» di questo numero.

La scelta su come informaci è un’opzione che possiamo ancora scegliere.

Felice Pasqua a tutte e tutti.

Marco Bello,
direttore editoriale




Pace quando? Pace ora

Cisgiordania, fronte di guerra. Non si può dire che sia «nuovo», ma dal 7 ottobre 2023 il conflitto si è, anche qui, intensificato. I coloni ultraortodossi, che in realtà sono occupanti più che coloni, compiono ogni sorta di crimine contro i palestinesi. E restano sempre impuniti. Talvolta sono appoggiati dall’esercito dello Stato di Israele (Idf).

L’ultimo terribile episodio salito alle cronache (almeno rispetto a quando stiamo scrivendo) è l’esecuzione sommaria di due palestinesi a Jenin, da parte dei militari israeliani. Il video, realizzato di nascosto, ritrae alcuni soldati di uno degli eserciti più forti del mondo freddare due uomini disarmati con le mani in alto. È successo il 27 novembre scorso. Negli stessi giorni, un altro video mostra un gruppo di coloni a volto coperto che assalta, bastoni in mano, una fattoria di palestinesi ferendo una contadina. Una scena quotidiana in Cisgiordania.

Un Paese, Israele, che si dice democratico ma che viola sistematicamente i diritti.

E poi l’Ucraina. Qui l’invasore, dopo quasi quattro anni di guerra, vuole annettere i territori, anche quelli che non ha conquistato militarmente. Intanto continua a distruggere tutto: centrali elettriche, ospedali, scuole, case. Con l’«amico» presidente dello Stato più arrogante del mondo che si veste da negoziatore, Trump, ma continua a fare gli interessi del collega russo.

E il Sudan, dove la guerra semisconosciuta che va avanti da aprile 2023, ha causato 12,6 milioni di sfollati: persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa e fuggire. Del numero di civili morti non è dato sapere, perché in questa guerra non si contano neppure. Il Paese dove la caduta della città di el-Fasher, il 26 ottobre scorso, dopo un assedio durato 17 mesi, ha svelato al mondo un nuovo inferno sulla terra.

Allargando la lente sul continente africano, scopriamo che, restando a Sud del Sahara, su 49 paesi, in 24 di essi ci sono conflitti internazionali, conflitti interni o post elettorali, o regimi dittatoriali, molti dei quali retti da giunte militari. La popolazione della metà dei Paesi africani vive in guerra o subisce pesanti violazioni dei diritti umani.

Un esempio tra tutti, il Mali. Il Paese cerniera tra i popoli del deserto e quelli del Sahel, governato da oltre quattro anni da una giunta militare appoggiata dai mercenari russi, sta per cadere in mano ai jihadisti legati ad al-Qaeda.

È l’industria delle armi che detta legge. I Paesi della Nato sono pressati a portare la spesa per esercito e difesa al 5% del Pil in pochi anni. Operazione, tra l’altro, tecnicamente impossibile.

La parola Pace non trova più posto in tutto questo. Ma la maggioranza della popolazione di Israele, Palestina, Ucraina, Russia, Sudan, Mali, e del resto del mondo vuole la guerra? La risposta è no, e allora perché ci lasciamo comandare da un’esigua minoranza che, con essa, fa i suoi affari?

L’anno che sta iniziando ci auguriamo che porti segni di pace, notizie di fine di guerre. La geopolitica, gli interessi nazionali, la real politik, la corsa alle risorse, … tutto questo fa in qualche modo parte della natura umana, ma la guerra può essere sostituita con altre forme di negoziazione, rette dal diritto internazionale, costruito faticosamente dopo la Seconda guerra mondiale, e oggi così disatteso.

Noi, di rivista e sito Missioni Consolata, continueremo a parlare di tutti questi temi, sforzandoci di farlo in modo più autorevole e indipendente possibile. Anche in questo 2026.

Non tralasceremo le notizie positive e belle. Ne citiamo una per tutte: a febbraio ricorre il centenario della morte (16 febbraio 1926) di san Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e Missionarie della Consolata, e anche fondatore della nostra testata, sotto il nome di «La Consolata», nel lontano gennaio 1899. Allamano, infatti, era un visionario anche sull’importanza dell’informazione.

Care lettrici e cari lettori, a voi chiediamo di continuare a seguirci, a leggerci, a scriverci lettere (o e-mail). E, come redazione di Missioni Consolata, auguriamo a tutte e tutti un anno di Pace vera.

Marco Bello
direttore editoriale




Sperare la pace per il 2026

«Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2,4-5).

Riprendendo le parole di Isaia, papa Leone XIV conclude il messaggio per la pace 2026, promulgato qualche giorno fa, augurandosi che quanto sogna Isaia possa essere il frutto del «Giubileo della speranza». Peccato che tutto, in questa fine d’anno, sembri orientarsi in direzione opposta. Anche noi missionari, peraltro, ci siamo dovuti ricredere sulla speranza di assistere nel 2025, quantomeno a un processo di riduzione, se non di cessazione, dei tanti conflitti in corso in vari continenti, soprattutto in Africa.

Al di là del suo desiderio, le parole di Leone sembrano tradire una velata sensazione che segnali positivi se ne vedano ben pochi. «Non a caso – leggiamo nel messaggio -, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza».

A confermare questo, il papa scrive: «Nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del Pil mondiale. Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere con l’enorme sforzo economico per il riarmo… e i media diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza».
E, ammonendo i responsabili delle decisioni in merito a «considerare l’enorme peso della loro responsabilità», il pontefice, riaffermando che «oggi più che mai occorre mostrare che la pace non è un’utopia», scrive che «Occorre denunciare le enormi concentrazioni di interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in questa direzione (della guerra, ndr); ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il risveglio delle coscienze e del pensiero critico».
Leone XIV propone che alla strategia delle armi e della guerra si contrapponga «lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala».

Lui stesso, peraltro, non perde occasione per lanciare accorati appelli alla tregua o al cessate il fuoco in merito alle tragedie dei conflitti in corso, come quello del Sudan, Paese da oltre due anni afflitto da una guerra civile che Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, ha definito «la più grave crisi umanitaria nel mondo oggi», aggiungendo, con molti organismi, che «è stata data un’attenzione internazionale di gran lunga troppo limitata per quello che succede in questo paese».

Il Sudan, purtroppo, è, secondo gli analisti più esperti d’Africa, «per numero di vittime e mancanza di soluzioni percorribili a breve termine, la più grave contesa bellica del 2025, e probabilmente la meno conosciuta».

I dati pubblicati da Amnesty International sono impressionanti: «Con oltre 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case – si legge nel suo recente rapporto -, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollati al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. E avrebbe provocato, secondo stime al ribasso, non meno di 150mila vittime».

Le due parti in guerra, le Forze di supporto rapido (Fsr), da un lato, e l’Esercito regolare, dall’altro, hanno provocato in tutto il Paese la tragedia in atto.
Soprattutto nel Darfur, tuttavia, la regione occidentale del Paese, sono seguiti massacri disumani dopo la conquista da parte delle Frs della capitale della regione, El-Fasher, come mostrano video pubblicati sui social dai ribelli che li hanno perpetrati.

Nel report di Amnesty si legge: «L’escalation in Sudan non è solo il risultato dell’intensificarsi delle ostilità, ma la conseguenza diretta di un sistema di impunità e del disinteresse della comunità internazionale che ha lasciato campo libero alle parti in conflitto. L’uso intenzionale della violenza sessuale, gli assedi ai civili, le uccisioni di massa e la fornitura continua di armi dimostrano che il conflitto si è trasformato in una guerra contro la popolazione stessa».

Dall’inizio della guerra alla metà del 2025, secondo Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono stati attaccati e distrutti 185 presidi sanitari, con le molte migliaia di persone, sono stati uccisi 1.204 medici, infermieri e altri operatori.
Le cause (occulte ma non troppo) per il prosieguo della guerra sono l’avidità nei confronti delle ricche risorse materiali del paese (oro, petrolio e altri minerali), e l’ininterrotto flusso di armamenti provenienti soprattutto da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti (questi ultimi riforniti dagli Stati Uniti) e Yemen, in violazione delle normative internazionali e dell’embargo imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Un collasso del Sudan con la divisione del Paese in due parti, d’altro lato, destabilizzerebbe l’intero Corno d’Africa, spingerebbe i rifugiati attraverso il Sahel e verso l’Europa, e incoraggerebbe altre forze paramilitari.
Lo scenario globale per l’Africa in vista del nuovo anno, insomma, non offre grandi motivi di ottimismo. Chi ha fede dice che solo un intervento di forza superiore potrà toccare il cuore di chi porta la responsabilità per l’assenza di pace in Africa e nel mondo intero. Ma anche che ogni donna e ogni uomo di buona volontà sono chiamati a fare la sua parte, ribellandosi al silenzio intorno a queste grandi tragedie.

Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana)




Nazareth. Nemici da vivi, fratelli da morti

Sono passati oltre cento anni da quando è terminata la Grande guerra, una delle più sanguinose della storia (15-20 milioni di morti), e ottanta anni dalla Seconda guerra mondiale, che ha coinvolto un gran numero di nazioni e lasciato il numero più alto morti sul campo (forse 70 milioni).

Tutti conosciamo il prezzo delle guerre, ma non abbiamo ancora imparato che in esse nessuno vince e continuiamo a essere coinvolti in questa macchina che massacra uomini, donne, bambini.

Il teatro di guerra oggi è il mondo intero. Ma io, in questo momento, mi trovo in un luogo preciso: il Medioriente.
Ho sempre lavorato con i nomadi del mondo, in Italia, Brasile e poi, per trent’anni, in Bangladesh e India. Qui, negli ultimi anni, venivo per periodi di due mesi per lavorare con i nomadi di queste regioni, i Beduini, facendo la spola tra Israele e Palestina, finché, nel 2023, mi ci sono stabilito, e ora vivo a Nazareth. E qui ho trovato la sorpresa della guerra che in due anni ha prodotto oltre 70mila morti (di cui 20mila bambini).

In ogni caso, il mostro della guerra è andato molto oltre, causando, negli ultimi quattro anni, oltre un milione di vittime tra Russia e Ucraina, mentre nella Repubblica democratica del Congo, negli ultimi 20 anni, ne ha uccisi oltre sette milioni. A questi Paesi in guerra, se ne devono aggiungere ancora oltre una cinquantina.

Nella Terra santa dove sono nate le tre religioni monoteistiche, da duemila anni si dovrebbe vivere soltanto di pace, e invece, a intermittenza, hanno suonato le sirene di guerra. In questi due millenni, oltre sessanta guerre hanno insanguinato questa terra: guerre di liberazione, di attacco e di difesa, invasioni, rivoluzioni interne. Questa terra ha una posizione strategica unica e nel corso degli anni diversi imperi se la sono contesa.

I vari Capi di stato le hanno sempre chiamate guerre giuste, per cui bisognava assolutamente vincere. Chi si è considerato via via vincitore ha fatto un triste baratto: ha ricevuto denaro, terre, posizioni strategiche per le guerre successive e ha pagato tutto questo con la vita di uomini, donne, bambini e giovani soldati, tutti innocenti.

Coloro che si sono combattuti, per attacco o per difesa, probabilmente sono stati spinti, da una parte e dall’altra, dall’atto di ubbidienza che ogni soldato compie, in nome della libertà, per difendere la vita del proprio Paese. Il soldato, generalmente, non conosce le bugie dei capi ed è spinto a credere che questi siano onesti o, almeno, in buona fede. Il soldato non conosce quasi mai le imboscate che essi gli tendono sotto il nome di sacrificio, di martirio, che spesso è a servizio del potere di un capo di stato, di un re o di un imperatore.

Mentre combattevano contro gli avversari, i soldati di questa guerra e di tutte le altre, spesso cadevano in ginocchio gli uni davanti agli altri, per essere seppelliti poco dopo sotto la stessa sabbia, con lo stesso sacrificio e la stessa innocenza. Da vivi si chiamavano nemici, perché così i capi avevano decretato, ma da morti sono solo fratelli. Da una parte e dall’altra, le mamme, i papà e i figli hanno pianto le stesse lacrime.

Questa guerra combattuta sul territorio di Gaza, se non ci fosse stato l’appoggio dell’America e dell’Italia, sarebbe finita dopo una settimana, e invece il prezzo di 70mila morti è da considerarsi una follia che certamente ha le sue responsabilità. La tragedia qui non è finita.

Chi riuscirà a curare la rabbia e l’odio che si è scatenato in questi due anni tra gli abitanti di questa terra? Chi curerà le centinaia di giovani soldati che sono stati obbligati a uccidere 20mila bambini. Chi sanerà le ferite “incurabili” che sono penetrate nella carne e nell’anima di questi giovani? Chi li ha spinti a queste azioni inumane, prima di uccidere dei presunti nemici, ha massacrato i suoi stessi soldati.

Una preghiera affinchè questa Terra Santa diventi un poco più santa.

Renato Rosso*

*Don Renato Rosso, classe 1945, è sacerdote fidei donum della diocesi di Alba. Fin da giovanissimo è impegnato nella partorale dei nomadi. Ha lavorato per diversi anni con i nomadi in Italia, per otto anni in Brasile e trenta tra Bangladesh e India. Da circa anni vive a Nazareth.




Il volto prossimo.

Sommario

Testi e foto di Luca Lorusso e Marco Bello.

Dove il mondo si incontra

Quattro giorni di incontri, dibattiti, teatro, laboratori e musica

Torino ha ospitato la terza edizione del Festival della Missione. Cinquanta appuntamenti che hanno coinvolto centinaia di persone per guardare alla missione di ieri e di oggi e immaginare quella di domani, nel segno della speranza.

L’apertura della terza edizione del Festival della Missione avviene giovedì 9 ottobre per le strade di Torino. Sei gruppi di partecipanti si trovano in diversi punti della città alle 17. Faranno un «pellegrinaggio laico» verso la location principale della rassegna, la chiesa barocca di San Filippo Neri, a due passi dalla centrale piazza Castello.

Noi ci troviamo in corso Vittorio Emanuele II, una delle grandi arterie del centro, di fronte al carcere Le Nuove. Edificano del XIX secolo, è stato dismesso negli anni 80. Oggi è un museo, e ospita anche la sede di alcune associazioni. Siamo circa venti persone tra suore, sacerdoti e laici.

Sul muro, una targa reca la scritta: «In questo carcere dal 1922 al 1945 soffrirono detenzione migliaia di italiani antifascisti».

Dall’altra parte del corso, piuttosto trafficato, si erge il palazzo Intesa San Paolo, uno dei due costruiti in città dopo il 2000, che sfidano l’altezza della Mole Antonelliana.

Noi partiamo dalla «periferia umana» del carcere. Gli altri gruppi, che si muovono dalla stazione di Porta Nuova, da Porta Palazzo e altri luoghi, ne conducono in centro altre: le dipendenze, le migrazioni, la salute mentale, il disagio abitativo, la povertà educativa. Sono periferie che la Chiesa abita rimarginando ferite e alimentando speranza.

In testa a ciascuno dei piccoli cortei, una persona sostiene la stampa di un’opera dell’artista Massimo Ungarelli che ha interpretato il tema del Festival «il Volto Prossimo»: quella del nostro gruppo mostra in primo piano gli occhi di un ragazzo che afferra con una mano un filo spinato.

Lungo la strada si aggregano altre persone. Tra gli sguardi incuriositi di torinesi e turisti, percorriamo corso Matteotti, via XX Settembre, piazza San Carlo, fino alla chiesa San Filippo Neri.

Inizia il terzo Festival

In fondo alla grande navata settecentesca, davanti al presbiterio, è allestito un palco con poltroncine bianche, in stile minimalista, e un megaschermo che mostra il logo del Festival della Missione.

Ai due lati della navata le persone si fermano a guardare le opere di due esposizioni artistiche: le foto di Reza Shahbidak sulla vita in Afghanistan, le vignette di Mauro Biani sull’assurdità delle guerre viste attraverso lo sguardo dei bambini.

La chiesa è piena. Si è appena concluso il primo «panel» sul tema delle migrazioni: padre Gianni Treglia, missionario della Consolata, è stato a Modica, in Sicilia, per accogliere i migranti (e là torna da dicembre, ndr); don Lorenzo dall’Olmo, fidei donum di Vicenza, lavora a Boa Vista, in Brasile, con persone che fuggono dal Venezuela; Lorena Fornasir e il marito Gian Andrea Franchi soccorrono chi proviene dalla rotta balcanica; Precious Elolen Ugiagbe, nata in Nigeria, si occupa a Torino della salute mentale delle famiglie migranti con la Fondazione Mamre.

Inizia così la prima giornata del Festival della Missione 2025 promosso dalla Conferenza degli Istituti missionari in Italia (Cimi), da Missio Italia, organismo pastorale della Cei, accolto dalla Diocesi di Torino e organizzato grazie alla partecipazione di molte realtà locali e nazionali.
Le due precedenti edizioni si sono tenute a Brescia nel 2017 e a Milano nel 2022.

Anche per questa terza edizione, il Festival ha avuto un suo pre festival, con iniziative in tutta Italia. In più, nei giorni scorsi, nel capoluogo piemontese ci sono state diverse anteprime, tra cui quella molto partecipata dal titolo «Conquistare la pace e organizzare la speranza», con il cardinale Matteo Zuppi e l’analista geopolitico Dario Fabbri, intervistati da Francesca Caferri.

Dalle periferie al centro

Alle 18 del primo giorno di Festival, mentre la chiesa di San Filippo Neri si riempie, sale sul palco l’attore Diego Casale che condurrà i presenti in un viaggio attraverso le storie di sei persone.

Le chiama una per volta. Ciascuna racconta la propria esperienza di fragilità e solitudine. Tutte hanno trovato una forma di guarigione nell’incontro con qualcuno, con dei «volti prossimi».

Favour, nigeriana di 30 anni, racconta il suo viaggio nel Mediterraneo, e l’accoglienza di persone che l’hanno aiutata. Roberto, 81 anni, è stato un trafficante di droga. Finito in carcere, ha iniziato a studiare, ed è cambiato. Miranda, giovane psicologa che lavora nell’educativa di strada a Torino, incontra molti ragazzi e le loro ferite. Stefano, 59 anni, con una lunga storia di dipendenza da eroina e di vita per strada, vive da tre anni in una delle case della Comunità Papa Giovanni XXIII. Valentina, 41 anni, con disturbi dello spettro autistico, parla di violenze subite, abusi, bullismo, delle volte in cui è stata istigata al suicidio. È attiva come volontaria in favore di persone con problemi di salute mentale. Infine, parla Mario, infermiere, con un vissuto di depressione e ludopatia. Aiutato dal Gruppo Abele, oggi non gioca più, e, come gli altri saliti sul palco prima di lui, «ci mette la faccia» per aiutare a sua volta.

La chiesa è immersa nel silenzio, nonostante sia piena. Tutti attenti. Molti hanno gli occhi lucidi.

Mezz’ora dopo, sul palco sale padre Adelino Ascenso, della Società missionaria della Buona Novella, con esperienze in Portogallo, Germania, Asia e Sud America. Dialoga con Marinella Perroni, del Coordinamento teologhe italiane, attorno a uno stile di missione che scava nelle culture per cercare e aiutare a far germogliare i semi del Verbo, anche in contesti secolarizzati.

Alle 21,30 inizia l’ultimo appuntamento di questa prima giornata di Festival: il reading teatrale «Il bene va fatto bene e senza rumore». La voce narrante dell’attrice Alida Tarallo conduce il pubblico nella vita di san Giuseppe Allamano, san Piergiorgio Frassati e san Carlo Acutis. Il pubblico è entusiasta, e torna a casa che sono passate le 23.

oplus_2

Dibattiti, laboratori, musica, teatro

Venerdì 10 ottobre il Festival prende la rincorsa già dalle 8,30 con la meditazione biblica di Antonietta Potente. Fino a sera tarda ci saranno dibattiti, laboratori, musica, teatro, presentazioni di libri, momenti di preghiera. Un addensarsi di appuntamenti, articolati tra la chiesa di San Filippo Neri e gli spazi della Facoltà teologica, che getta i partecipanti nell’imbarazzo della scelta.

Il sabato sarà ancora più intenso. Agli appuntamenti in chiesa e in facoltà, si affiancheranno laboratori e giochi per ragazzi, sia negli spazi dell’oratorio di San Filippo Neri che in piazza. E, soprattutto, si aggiungeranno i dibattiti, le testimonianze, le musiche e le danze che, dal grande palco montato in piazza Castello, attireranno alcune centinaia di persone, tra partecipanti «fissi» del Festival e torinesi e turisti di passaggio.

La domenica, invece, sarà più breve, e il Festival rallenterà la corsa fino alla Santa Messa celebrata dal cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, che chiuderà la kermesse.

Anche noi cerchiamo di orientarci tra i circa cinquanta appuntamenti e i centocinquanta ospiti in programma. Venerdì, sabato e domenica ci muoviamo da un punto all’altro del Festival, raccogliendo sguardi allegri e altri seri, pezzi di conversazioni, abbracci tra persone che non si vedono da anni. Anche qualche sorriso perplesso di passanti che sollevano un sopracciglio di fronte alla parola «missione» e ai veli selle suore.

Passando da piazza Castello, siamo rapiti dalla scena che ci appare: accanto alla gher, la tenda tradizionale mongola, allestita dal Festival, si trovano le tende da campeggio abitate da mesi dai giovani del presidio pro Palestina.

I temi del Festival (i diritti delle persone, la pace, la cura dell’ambiente, gli ultimi, i popoli emarginati, la speranza di un’umanità che sappia risollevarsi da questi tempi difficili), sono in sintonia con i desideri di molti.

Negli spazi dell’oratorio della chiesa di San Filippo Neri, dove è stata allestita la «Casa missione», alcuni partecipanti riposano su un divano, e sorseggiano un caffè. Lì, sabato, incontriamo l’équipe nazionale di Missio Ragazzi che propone laboratori sul tema della Speranza.
Sfogliamo alcune delle riviste missionarie presenti su un tavolo della Fesmi, la Federazione stampa missionaria italiana.
Dentro e fuori la chiesa, alla facoltà teologica, e poi in piazza Castello, incrociamo le pettorine arancioni dei circa cento volontari coinvolti.

I bambini dipingono la pace su alcuni pannelli, aiutati dall’artista argentino Cristian Daniel Camargo. Ragazzi e i loro genitori si siedono accanto alla gher su alcuni cuscini per ascoltare con le cuffie una voce che parla di muri. In Facoltà teologica molti alzano lo sguardo per osservare i teli appesi al portico del chiostro sui quali son  riprodotte alcune foto di ragazzi haitiani.

Osserviamo la curiosità di molti passanti che si fermano ad ascoltare. Soprattutto durante l’evento di piazza Castello. Stupiti di fronte all’allegria di suor Azezet Kidane, comboniana eritrea che dal palco si dice felice della sua missione ovunque si trovi, anche in Italia, perché dappertutto ci sono persone da amare. Rapiti dalle parole appassionate di don Luigi Ciotti. Ammutoliti di fronte alla stretta di mano tra Basel Adra, regista palestinese premio Oscar per il docufilm No other land, e Yonatan Zeigen, figlio di una pacifista israeliana uccisa il 7 ottobre 2023 da Hamas.

Nel pomeriggio di sabato la folla può ascoltare anche le parole di don Mattia Ferrari, il cappellano della nave Mediterranea che fa opera di salvataggio di persone in mare; e poi quelle sul Myanmar di Kim Aris, figlio della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, e di Taghi Rahmani, giornalista e scrittore iraniano, marito di Narges Mohammadi, Premio Nobel per la pace 2023.

Il volto dell’altro ci libera

Domenica 12, alle 14,30 la chiesa di San Filippo Neri è piena. Alle 15, il cardinale Roberto Repole celebrerà l’eucaristia nel suo stile semplice, sorridente e pacato, tra i canti e le danze etniche delle processioni all’altare. Tra i concelebranti, anche il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, prefetto apostolico in Mongolia.

Prima della celebrazione, giriamo tra i banchi e ascoltiamo alcuni commenti. Molti si confrontano sulle testimonianze ascoltate, sui temi approfonditi nei quattro giorni di Festival.

Il tema della cura del creato e dell’economia. La teologia «dalle periferie», quell’ascolto che la Chiesa pone al pensiero e alla teologia dei popoli che incontra nel mondo. Il coraggio di attivisti che in tutti i continenti rischiano la vita per denunciare le violazioni dei diritti umani e cambiare le cose. La bellezza delle storie di missione. Il racconto di situazioni di conflitto, e di realtà di periferia e di marginalità, da Haiti alla Rd Congo, al Bangladesh. L’auspicio di una Chiesa sempre più inclusiva che sviluppi una teologia queer. L’emozione della testimonianza di una madre che ha raccontato di aver voluto incontrare l’assassino di suo figlio. La necessità di un’informazione libera che aiuti i popoli a scegliere il bene comune. La declinazione della parola Speranza, ripetuta a ogni appuntamento.

Al rammarico di alcuni per non essere riusciti a seguire tutti gli appuntamenti, altri rispondono che la gran parte degli incontri sono stati filmati e si potranno guardare dal sito del Festival.

Il cardinale, nell’omelia, medita sul Vangelo appena letto: i dieci lebbrosi di Luca. L’evangelista ricorda che Gesù cammina verso Gerusalemme, il luogo in cui si compirà la sua missione: la Pasqua. Il figlio di Dio si annienta per risorgere e attirare a sé l’umanità. Vicino a un villaggio incontra dieci lebbrosi che urlano: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi». Gridano la coscienza della loro umanità, un’umanità ferita, violentata, malata, precaria. Gesù li invia ai sacerdoti, e loro si fidano, credono. Uno solo poi torna da lui per rendere lode a Dio. Il fine del credere è il decentramento, lasciare che l’altro sia al centro di ciascuno di noi. L’altro da cercare nell’incontro. Siamo tutti chiamati ad avere coscienza della fragilità e della violenza a cui sottostà l’umanità, la nostra, e quella di tutti; e a sentire compassione. Orientarci al volto di Cristo e a quello dell’altro, al volto prossimo, ci libera.

Luca Lorusso

Dalle frontiere dell’umano

Cinque testimonianze tra le molte possibili

La missione ha tante facce quanti sono i missionari che spendono la loro vita nell’incontro dell’altro. Spinti dal Volto del Signore, si fanno prossimi di «streghe», ragazzi di strada, migranti, spose bambine, popoli discriminati, vittime di conflitti.

Scorrendo il programma del Festival, i nomi di missionari e missionarie attivi sul campo sono molti. Si mescolano a quelli di giornalisti, analisti geopolitici, economisti, attivisti, teologi, sociologi, vescovi, artisti. Andiamo a cercarne alcuni per ascoltarne la voce e la straordinaria varietà di esperienze.

Con le «streghe» della Rd Congo

Prima che la quattro giorni del Festival iniziasse, abbiamo incontrato, alla conferenza stampa del 30 settembre, Natalina Isella, suora laica dell’Istituto secolare delle discepole del Crocefisso, missionaria in Rd Congo dal 1976. Nel 2002 ha fondato la Casa Ek’Abana, Casa delle bambine, nella quale ha accolto più di 700 bambine sottratte alla strada e all’accusa di stregoneria.

«Ho fatto 20 anni in foresta e 28 anni a Bukavu (Est del Paese) – racconta -. A Bukavu, a fine anni 90, c’era la guerra. Andavo con una équipe missionaria nella foresta a portare speranza.

A Bukavu c’erano profughi ruandesi. Quando sono andati via, sono rimasti molti bambini di strada, tra cui anche bambine accusate di stregoneria. Mi hanno chiesto di aiutarle e ne ho accolte nove. Poi la provvidenza mi ha accompagnato, e nel tempo, da nove, sono diventate cinquanta».

Suor Natalina ha raccontato che il suo lavoro non si ferma solo all’accoglienza, ma consiste anche nel tentativo di reinserire le bambine nelle loro famiglie e nella comunità, facendo un percorso di perdono e riconciliazione.

Non sempre, però, si riesce, allora suor Natalina cerca altre famiglie. A Bukavu oggi sono cinquantaquattro quelle che hanno accolto bambine in questo modo. Un grande segno di speranza.

«Qualche tempo fa, mi sono state portate due sorelle. Ma loro non volevano entrare. Sono uscita: tremavano dalla paura. La loro mamma era morta partorendo il terzo fratellino, e i parenti avevano dato la colpa a loro. Io ho chiamato alcune altre bambine a parlare con le due sorelle. Così la paura è passata. Mangiando i biscotti la più piccola mi ha detto: “Ci hanno insultate e picchiate, e nessuno ha pensato che anche noi soffrivamo per la morte della mamma”. Allora le ho abbracciate».

Le spose bambine del Bangladesh

Al mattino del secondo giorno di Festival, in un unico incontro, abbiamo la possibilità di ascoltare le testimonianze di quattro missionari.

Il primo a parlare è padre Luigi Paggi, missionario saveriano lombardo che vive in Bangladesh dal 1975 presso popolazioni non cristiane e marginali. «Per 25 anni – racconta – ho fatto il maestro alle elementari. Ho insegnato ai fuoricasta, gli intoccabili. Insegnavo a leggere e scrivere. Poi, quando crescevano, li coscientizzavo sui loro diritti negati. Negli altri 25 anni mi sono occupato di istigare le ragazzine della tribù di cui mi occupo a ribellarsi ai genitori e, se necessario, a fuggire da casa per evitare i matrimoni forzati. Sposarsi a 12-13 anni, infatti, significa spesso partorire a 14 con alti rischi per la vita dei bambini e delle mamme.

Negli ultimi cinque anni abbiamo iniziato a costruire case anticicloni e antialluvioni. Il Bangladesh è uno dei paesi più esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici, e io sono in una zona in cui le capanne cadono addosso a chi le abita».

Padre Luigi racconta un aneddoto: «Una volta ho aiutato in una “conversione al contrario”. Dieci famiglie della tribù si erano aggregate a una chiesa protestante i cui membri erano ricchi e le giudicavano incivili e selvagge. Per cui, le ragazze non trovavano marito. Mi hanno chiesto aiuto, e io ho contattato le loro comunità di origine. Queste hanno acconsentito a riprenderle con loro, a condizione che sconfessassero il cristianesimo e che pagassero un pranzo di comunione piuttosto costoso. Io, allora, ho donato due maiali.
Avvenuta la riconciliazione, dopo alcune settimane le ragazze hanno trovato marito».

Attraverso lingue e culture

Suor Tiziana Borsani, varesotta, è Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1991. Si presenta dicendo di essere in Italia dal 2023. A Pavia dirige quattro comunità educative residenziali per bambini e ragazzi in situazione di disagio, soprattutto minori stranieri non accompagnati, minori di seconda generazione, altri che si ricongiungono con le famiglie. «In Italia – racconta -, dopo il Covid, ho trovato molto impoverimento. Ci sono tanti ragazzi che soffrono, che hanno bisogno di umanità, di essere ascoltati. Vengono da un trauma. Attraverso i servizi, chiedono di essere accolti da noi. Ci sono anche molti che arrivano in Italia per ricongiungersi con i genitori, ma li trovano non integrati, e sentono il forte conflitto tra la cultura italiana e quella di provenienza».

Prima di quest’ultimo incarico, suor Tiziana, ha lavorato in Europa dell’Est e in Africa dell’Ovest. Dal 1997 per sei anni è stata in Georgia, in un villaggio al Sud del Paese, al confine con la Turchia. Poi è stata cinque anni in Russia. Nel 2010 è partita per Abidjan, in Costa d’Avorio, dove ha lavorato con i bambini di strada. Infine, è andata in Ghana (2013-2015) e in Benin (2015-2023).

«In ogni posto in cui sono stata – riflette -, ho imparato qualcosa: lasciarmi accogliere in Georgia; in Russia il grande silenzio; in Africa l’andare all’essenziale della persona umana.

Nei tanti passaggi che ho dovuto fare, cambiando Paese e lingua e anche modalità di pregare, ogni volta mi sono trovata come in prima elementare: dovevo ricominciare sempre da capo. Una fatica che ho colto come un’opportunità».

Suor Tiziana racconta che in Georgia, poco dopo il suo arrivo, un giorno si è presentato un giovane a chiedere aiuto per un malato. «Io prendo la borsa con disinfettante, garze, eccetera, e lo seguo. È novembre, c’è freddo e neve. Quando finisco sono già le sette di sera, e io mi sento preoccupata perché voglio tornare in comunità per la cena. Ma questo giovane mi dice: “Lasciati accogliere”. La famiglia, per ringraziare, ha già preparato la tavola anche per me. Questa frase è stata, poi, la mia guida: non vado a dare quello che ho e che so, ma a condividere la mia vita».

Vincere l’insidia dell’impotenza

Padre Luca Bovio è Missionario della Consolata milanese. Dal 2008 in Polonia, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ha prima aiutato nell’accoglienza dei profughi, poi ha iniziato a compiere viaggi oltre confine per portare aiuti agli ucraini e creare reti con le Chiese locali. Da marzo 2025 è stato nominato Direttore nazionale delle Pontificie opere missionarie in Ucraina.

«Nel 2006 i Missionari della Consolata sono arrivati in Polonia, un Paese cattolico, ma bisognoso di uno spirito missionario – racconta padre Luca -. Ora vivo a Kiev da qualche mese. La gente lì ha voglia di normalità: i negozi sono aperti, i mezzi di comunicazione funzionano, però ogni giorno suonano le sirene per i bombardamenti, e occorre andare nei rifugi. Dove vivo, dormiamo lontani dalle finestre, per proteggerci dalle esplosioni.

Il Paese sta affrontando un conflitto lungo. Arriva un altro inverno, e saranno colpite di nuovo le strutture energetiche con lo scopo di lasciare al freddo le persone. Credo, però, che sia doveroso credere che si può uscire da questa situazione. Dobbiamo vincere l’insidia di stancarci e di dire “non possiamo fare più niente”.

Poco tempo fa, mi trovavo a portare aiuti lungo il fronte, e un medico mi ha raccontato una storia: i russi usano piccoli droni dotati di telecamera che individuano il bersaglio e sganciano l’esplosivo. È capitato che una volta il drone non ha funzionato. I soldati si sono avvicinati e l’hanno raccolto. Sopra c’era una scritta in russo che diceva: “Ti ho aiutato come ho potuto”. Un gesto che non va sui giornali, ma che ci indica la direzione».

Guardare il mondo dal Sud

Padre Mauro Armanino, nato a Chiavari nel 1952, inizia il suo intervento con una sintesi della sua via missionaria. «Sono stato operaio e sindacalista negli anni di piombo. A 24 anni ho fatto il servizio civile alternativo al militare in Costa d’Avorio, dal ‘76 al ‘78. Entrato nella Società delle missioni africane, sono stato ordinato nell’84, e sono tornato in Costa d’Avorio. Poi ho fatto tre anni in Argentina, dal 1990. Ho lavorato nelle baraccopoli, e con i movimenti sociali. Nel 1993 sono andato in Liberia, durante la guerra. Nel 2000 sono tornato in Italia, e dal 2007 al 2011 ho lavorato a Genova con rifugiati e carcerati. Nel 2011 sono partito per il Niger, impegnato nell’accoglienza dei migranti e nella difesa dei diritti umani insieme alla società civile. Da pochi mesi sono di nuovo in Italia».

Padre Mauro riflette: «Non so se sono io a seguire i conflitti o se sono loro a seguire me. Anche in Italia, oggi, la parola che sento di più è “guerra”».

Il missionario confida che la sua avventura missionaria è sempre stata guidata da tre direttrici: «Per prima cosa intercettare l’umano nel suo spessore, contraddizioni, sofferenza. Per seconda cosa, abitare le frontiere: quelle interne, che abbiamo dentro, per educazione, storia, scelte. E quelle esterne: tra i paesi, ma anche tra i “senza” e i “con”; i senza documenti, senza lavoro, senza futuro, separati dai “con”, quelli che invece hanno. Io faccio parte di questi ultimi, però ho avuto la fortuna di accompagnare per anni i “senza”».

La terza direttrice per padre Mauro è il tentativo di abitare le domande, «cioè di vivere nelle contraddizioni, perché, come diceva il vescovo argentino Enrique Angelelli, “siamo fango che cerca la vita”.

Abitare queste tre dimensioni dà senso alla mia vita. Il privilegio di aver vissuto una trentina d’anni in Africa occidentale, più l’Argentina, è il privilegio di guardare il mondo dal Sud, con gli occhi dei poveri, che è la parte giusta».

Luca Lorusso

Salvato dai migranti

Don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea

Don Mattia Ferrari è cappellano di bordo della Ong Mediterranea saving humans, la piattaforma della società civile che monitora e denuncia le violazioni dei diritti umani nel Mediterraneo e soccorre le persone migranti che rischiano il naufragio o il respingimento in Libia.

Trentuno anni, sacerdote della diocesi di Modena-Nonantola, è una figura di riferimento anche per la comunità di Spin Time, un palazzo occupato a Roma da circa 400 persone di 27 Paesi diversi in situazione di crisi abitativa. Un luogo che si è trasformato in una comunità, un centro di solidarietà e attivismo sociale.

Don Mattia è anche coordinatore del quinto Incontro mondiale dei movimenti popolari (Emmp) che si terrà a Roma dal 21 al 24 ottobre, e si concluderà con il pellegrinaggio giubilare del 25 e 26 dal Papa.

Alcuni mesi fa, ha denunciato, assieme ad altri attivisti, di aver subito un’operazione di spionaggio condotta con uno spyware (software spia) della società israeliana Paragon. Non si sa ancora chi l’abbia commissionata, ma si sa che Paragon vende strumenti di sorveglianza avanzata a diversi governi.

Oggi don Mattia è presente al Festival. Sale sul palco di piazza Castello alle 18. Capelli corti, scuri, un po’ spettinati. Giubbotto blu sopra una camicia azzurra con collarino bianco. Parla della sua esperienza con Mediterranea e della fraternità che sperimenta nel suo attivismo: persone di provenienze geografiche, religiose, ideologiche, sociali differenti, sono unite nella missione di salvare vite e costruire reti e solidarietà: «Mediterranea ha chiesto di avere un cappellano a bordo – dice don Mattia -, perché, quando è nata, nel 2018, l’obiettivo era di unire la società, tutti i mondi sociali, le culture, le religioni, per soccorrere persone. Perché era ed è inaccettabile che ci siano esseri umani che sono lasciati ad annegare in mare, o che sono respinti nei lager».

E prosegue: «Ogni giorno riceviamo messaggi, telefonate da persone che si trovano in Libia, in Tunisia, nel deserto, nei lager, e che subiscono quelli che l’Onu definisce “orrori indicibili”. Chiedono una sola cosa: essere riconosciuti come fratelli e sorelle. Quindi la nostra missione è di raccogliere questo grido e servire questa solidarietà, perché la fraternità non sia un ideale astratto ma diventi concreto nelle vite e nelle relazioni».

Quella di Mediterranea è un’esperienza nata dal mondo dei «Disobbedienti» di Luca Casarini, anche lui «sorvegliato» da Paragon. Don Mattia lo ricorda, ma puntualizza: «Quella di Mediterranea non è una missione di disobbedienza, ma di obbedienza civile», e spiega: «La generazione dei nostri nonni scelse di fare il diritto internazionale per tutelare le generazioni che sarebbero venute, la loro vita e dignità. Noi purtroppo abbiamo iniziato a distruggerlo passo dopo passo. L’Italia, ad esempio, l’ha fatto nel 2017, quando ha firmato gli accordi con la Libia per rendere strutturali i respingimenti (Cfr. pag. 24). Ora, davanti a tutto questo, noi andiamo in mare e soccorriamo le persone. Alcuni dicevano che era disobbedienza civile, poi, giustamente, i giudici hanno detto: “No, questa è obbedienza civile”. Perché la vera disobbedienza è quella di chi fa provvedimenti ingiusti, come ha ricordato papa Leone XIV nel videomessaggio a Lampedusa».

Don Mattia Ferrari, prima di salire sul palco, ha tenuto un incontro alla Facoltà teologica nel quale ha presentato, insieme alla giornalista Wanda Marra, il suo ultimo libro: «Salvato dai migranti». Ora, davanti alla piazza che lo ascolta, spiega quel titolo ricordando uno slogan: «Noi li soccorriamo, loro ci salvano». «Questa è l’esperienza che facciamo noi di Mediterranea e tutti quelli che praticano l’accoglienza. Sperimenti che attraverso le relazioni con le persone che accogli, anche tu vieni salvato. Sono relazioni che ti liberano e ti restituiscono al significato della vita per quello che essa è. Papa Francesco ha detto tante volte, e papa Leone lo ha ripreso nella Dilexi te: nelle relazioni di fraternità che viviamo con le persone che la società scarta, Gesù ci viene incontro. Attraverso queste relazioni è Dio che salva la nostra vita».

L.L.

oplus_0

Gioco a «somma positiva»

Transizione energetica e disuguaglianze sociali

Al Festival della Missione si è parlato anche di transizione ecologica e di «economia civile», un’economia al servizio delle persone. Due aspetti del mondo globalizzato legati tra loro.

Jeffrey Sachs, economista iperliberista pentito, o meglio «convertito», è oggi «impegnato nel tentativo di costruire la pace. È coordinatore di un gruppo sull’economia fraterna in Vaticano, e ha curato la versione internazionale del manifesto dell’economia civile». Così lo descrive Leonardo Becchetti, altro economista, docente all’Università di Tor Vergata a Roma, impegnato nella Scuola di economia civile.

Sachs, in collegamento dagli Stati Uniti, il suo Paese, nel primo pomeriggio di venerdì 10, fornisce la sua visione sulla «speranza».

«C’è sempre la speranza – esordisce -. Abbiamo una tecnologia a basso costo che può favorire la transizione ecologica e un futuro di pace e condivisione. E la maggior parte del mondo vorrebbe questo». Le due questioni sono, infatti, interconnesse. E continua: «C’è una speranza, ma richiede il ritorno al buonsenso. L’Europa non dovrebbe essere in antagonismo con la Cina, ma piuttosto in collaborazione per la transizione energetica. Però tutti vogliono avere conflitto e non cooperazione. A livello economico, la soluzione a costo più basso, più efficiente, e con maggiori garanzie per il futuro è la cooperazione».

«Dobbiamo portare i politici a fare la volontà della popolazione e non quella della loro cerchia, perlopiù corrotta. Nel mio Paese, gli Usa, la politica è guidata dall’apparato industriale militare, quindi dalla gente che fa soldi con queste guerre, o con il petrolio».

Il problema siamo noi

Sulla stessa linea, anche l’intervento di Becchetti in un incontro successivo. «L’alternativa esiste già, ma il problema siamo noi. Occorre rispondere a questa domanda, da applicare agli ultimi decenni: “Perché la diseguaglianza non è diminuita con la democrazia?”».

I dati di Ubs (Union de banques suisses) dicono che lo 0,7% della popolazione mondiale detiene il 40.4% della ricchezza.

«Il 99% dovrebbe vincere le elezioni. Come è possibile che la maggioranza non riesca a fare vincere una politica che riequilibri la distribuzione del reddito? Perché c’è un intreccio perverso tra politica, lobby economiche e comunicazione. Un circolo vizioso che crea un mondo che, alla fine, favorisce gli interessi dell’1%.

Ad esempio, Oxfam ha proposto di tassare lo 0,5% del reddito dei più ricchi in Italia: entrerebbero nelle casse dello stato 16 miliardi all’anno. Una proposta come questa dovrebbe essere approvata dal 99% delle persone. Ma non passa.

L’alternativa esiste. Io faccio parte di un movimento che si chiama Scuola di economia civile, che ha creato un manifesto firmato da trecento colleghi italiani.

Esistono già molte imprese che non hanno come fine la massimizzano del profitto: cooperative sociali, fondazioni, enti del terzo settore. E possono diventare il sistema, solo se noi le votiamo. E non è solo un voto politico, è un voto con il portafoglio. Ovvero, dove mettiamo i nostri soldi».

L’economista sottolinea che occorre essere ben informati, per discernere e cercare aziende che mettono insieme creazione di valore economico, dignità del lavoro e tutela dell’ambiente.

Gli fa eco Gaël Giraud, economista, sacerdote gesuita, e direttore di ricerca al Cnrs (Centro nazionale delle ricerche francese). Ha pubblicato diversi libri sulla transizione ecologica.

«È una fatica informarsi bene, però è una strategia. Dobbiamo lottare contro i bisogni effimeri creati dalla pubblicità. Si tratta anche di una lotta spirituale, perché, come diceva papa Francesco, “meno è meglio”.

Secondo Francesco, le regole economiche che hanno fatto aumentare la ricchezza senza equità, sono la radice dei mali sociali. È la libertà del mercato a portare la soluzione del problema povertà?»

Non solo mercato

Continua Becchetti: «Non dobbiamo demonizzare il mercato, che è uno strumento. Il problema è quando c’è solo il mercato. L’interazione che produce il bene comune è quella tra il mercato, le imprese che non massimizzano gli utili, le istituzioni e i cittadini che votano con il portafoglio. Lasciare tutto al mercato, produce quanto vediamo: la concentrazione. Infatti, il mercato è oligopolistico, non coincide con la concorrenza».

Papa Leone, nell’esortazione apostolica Dilexi te è in continuità con papa Francesco, critica la teoria della ricaduta della ricchezza verso il basso, che giustificherebbe le disuguaglianze. Francesco diceva: “I poveri non possono aspettare”».

Secondo padre Giraud, che prima della conversione ha lavorato nel settore del trading finanziario, «è possibile intervenire sui mercati finanziari per mettere delle regole. Adesso sono deregolamentati. Tassare i profitti, vietare il trading ad alta frequenza fatto con l’intelligenza artificiale. Siamo in una bolla finanziaria enorme, alimentata dalla politica monetaria delle banche centrali, come la Bce. Vanno cambiate le regole, affinché la Bce possa finanziare anche ospedali, scuole e transizione ecologica, e non solo salvare le banche.

Perché mettere il sistema finanziario al di sopra di tutto, è un fallimento del progetto europeo».

Lo incalza Becchetti: «L’Europa è nata in un momento di grande “intelligenza relazionale”. Questo è un modo diverso per dire fraternità. È il segreto della felicità personale e sociale.

La mancanza di fraternità è stupida, mentre riuscire ad avere buone relazioni è la chiave per risolvere tutti i problemi: ecologici, sociali, conflittuali.

Il concetto è: invece di farci la guerra per le risorse, le mettiamo assieme, perché uno più uno fa più di due. Come economisti, siamo divisi tra quelli che pensano che la vita sia un gioco a somma zero e quelli che pensano sia un gioco a somma positiva. Nel primo caso la torta è fissa: se voglio una fetta più grande, riduco la tua. Ovvero tutti gli altri sono miei nemici.

Ma le cose importanti della vita sono a somma positiva. Dobbiamo riportarci culturalmente in un mondo a somma positiva. Ad esempio, un israeliano e un palestinese possono essere due che si ammazzano per un pezzo di terra, oppure due che si mettono insieme in un’azienda che fa innovazione, in cui la loro diversità produce del valore».

Sulla stessa linea Giraud: «L’altro non è un nemico, ma qualcuno che può cooperare con me. Come cristiani, seguiamo la regola d’oro: fare all’altro quello che vorrei fosse fatto a me. Per realizzare questo, dobbiamo vivere un’esperienza spirituale profonda, che ci permetta di metterci nei panni dell’altro, senza perdere la nostra identità.

L’alternativa è la violenza. È così nella famiglia, ma anche nello spazio collettivo per la democrazia. Tra politici, occorre provare a camminare insieme. Altrimenti non ci può essere democrazia. Oggi vediamo molta violenza tra i politici europei, che si insultano invece di discutere insieme su un progetto collettivo per il futuro dell’Europa. Manca questa intelligenza relazionale».

Il piano B

Becchetti fa parte di un gruppo di intellettuali, nel quale è presente anche Luigino Bruni, economista intervenuto in un altro dibattito al Festival, «Abbiamo visto – dice Becchetti – che dei tre valori occidentali: libertà (il pensiero liberale), uguaglianza (il pensiero socialista), e fraternità. Questa è rimasta inespressa, non è entrata nella vita politica. Per questo papa Francesco ha creato l’associazione Fratelli tutti. Ci manca fraternità. Di cosa ha bisogno l’Italia? Non di un partito, ma di uno “spartito”: un genere musicale che non sia ultraliberista, non sia woke e non sia populista. È il genere musicale che suona è la società civile. Questo lo abbiamo scritto, così è nato “Piano B”, e lo abbiamo proposto ai politici. Lavoriamo affinché si suoni questo spartito».

In tutto questo, insiste Giraud, è fondamentale la transizione energetica. «L’Istitut Russeau, di cui sono presidente, ha pubblicato un rapporto “La via verso la decarbonizzazione europea”. Il documento ha dimostrato che si può fare, e che non costa molto. Secondo i nostri conti, occorre il 2,3% del Pil della Ue ogni anno fino al 2050. Dunque meno del piano “ReArm Europe” di Ursula von der Leyen (che prevede il 5%) e meno dell’inazione climatica, che costerà molto di più alla Ue».

Quando, nel primo pomeriggio, è stata posta a Jeffry Sachs la domanda: che messaggio lancerebbe alla Cop30 di Belém (Brasile)?, lui ha risposto: «Ci sono due sfide principali per mettere un termine a questo cambiamento climatico fuori controllo. La prima è cambiare il sistema energetico mondiale, adottando le energie rinnovabili. Questo è possibile ed è quello di cui abbiamo bisogno. Dobbiamo passare ai veicoli elettrici, cambiare tecnologia.

L’altra sfida è farla finita con la deforestazione e intanto rigenerare la terra che è stata degradata.

Mi piacerebbe vedere una nuova collaborazione tra Europa e Cina, ma anche con gli Stati africani, quelli della regione del Golfo, e dell’America Latina. E questo per accelerare la trasformazione verso una energia pulita».

Marco Bello

Dal sogno alla speranza

Il cardinale, la biblista e il filosofo

I sogni, le utopie e le speranze. Tre elementi fortemente intrecciati tra loro. Ne hanno dato una lettura Giorgio Marengo, Rosanna Virgili e Roberto Mancini, ciascuno secondo la propria prospettiva. 

In San Filippo Neri c’è folla. La chiesa è piena, al punto che diverse persone devono accontentarsi di assistere al dibattito all’esterno, seguendolo su un grande schermo.

C’è attesa per l’incontro tra «il cardinale», Giorgio Marengo, «il filosofo», Roberto Mancini e «la biblista», Rosanna Virgili. Sul tavolo il tema è succulento: «Sogni, utopie e speranze. Come ridare senso alla parola speranza?».

Si comincia parlando dei sogni: «I sogni nella Bibbia sono legati alla profezia – spiega Rosanna Virgili -. Sono il primo canale della parola di Dio per personaggi speciali. Così nell’Antico come nel Nuovo testamento». Ricorda Giuseppe, figlio di Isacco, e san Giuseppe, lo sposo di Maria, quando l’angelo, in sogno, gli suggerisce di portare la famiglia in Egitto, salvando Gesù dalla strage degli innocenti.

Poi ci sono anche i sogni personali. Il cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata, vicario apostolico di Ulaanbaatar, racconta il suo: «Sogno che i missionari e le missionarie in Mongolia sappiamo essere una presenza amica, che sa fare la sua parte e poi sparire, lasciare che le persone si incontrino con il Signore risorto». E ancora: «Sogno una missione più trasparente, meno attaccata alle strutture materiali, più leggera possibile. Come sono i mongoli nella loro tradizione nomadica. La loro casa, la gher, si monta e si smonta in due ore, e con essa si può portare solo quello che c’è dentro. Un’immagine di adattabilità che mi piacerebbe vedere vissuta da noi missionari».

«Affinché sappiamo trovare gli strumenti culturali più adatti per testimoniare il Vangelo – aggiunge -. Sogno la profondità, ovvero che noi missionari sappiamo essere abbastanza profondi da intercettare le onde del cuore delle persone e sappiamo essere a disposizione per chi vuole conoscere Cristo».

Il cammino

Il filosofo Roberto Mancini cerca di fare il punto tra sogno, utopia e speranza.

«Sono legate, intrecciate nel possibile cammino di trasformazione della vita», afferma. «I sogni ci insegnano quello che da svegli non riusciamo a capire, hanno sempre un messaggio. Il sogno è un’espressione d’amore, è una visione generativa, quando si ama qualcosa la si sogna. È un atto profondissimo, senza il quale noi non riusciamo a rinnovare la vita».

Continua il professore di Macerata: «Non è una fuga, una semplice compensazione delle nostre frustrazioni. Ma è un modo di trasfigurare la realtà vedendone i livelli più profondi, vedendo il bene latente che nessuno riesce a vedere. Purtroppo, la nostra è un’epoca di accecamento: l’angoscia ci ammazza i sogni, i desideri, la capacità di speranza nel cuore».

Passando all’utopia, Mancini ne spiega il significato: «L’utopia è sinonimo di qualcosa di impossibile, che non ha luogo. Utopia non significa in assoluto ciò che non può esistere. Significa ciò che non è ancora. Questo si specchia nella nostra condizione umana, perché ognuno di noi è in viaggio, ognuno di noi dovrebbe imparare a nascere umanamente. Quindi noi, creature viventi, siamo in una condizione utopica, siamo oggi quello che siamo, ma siamo anche sempre futuro. Siamo utopici perché non ci accontentiamo delle soluzioni date».

Infine, il terzo concetto, la speranza: «La speranza è la risposta che noi diamo a un invito che ci arriva dal futuro. Dove il futuro è vita vera. Lo accolgo oggi quando passo dall’irresponsabilità alla responsabilità, dalla guerra alla nonviolenza, dal respingimento all’accoglienza e alla cittadinanza. Faccio così un’esperienza di futuro, cioè di vita liberata dal male, dalla morte. Speranza vuol dire la capacità di rispondere a questo invito».

Il professore si domanda quali sono le fonti del sogno, dell’utopia e della speranza. Chi sono oggi gli esseri umani all’altezza di queste tre attitudini, e che sono capaci di essere un riferimento per la speranza degli altri.

«Sono quelli che aderiscono alla vita, e dentro di essa scoprono una fonte profonda che dà luce, senso, energia e la concretezza di realizzare le realtà migliori che abbiamo sognato».

«Questi tre termini (sogno, utopia e speranza), ci dicono della nostra tendenza verso una vita liberata. L’essere umano si trova nella vita, patisce le sofferenze, la malattia, la violenza, va incontro alla morte, eppure nella sua umanità c’è un’attesa profonda di una liberazione radicale.

Essere all’altezza di questa liberazione significa riconoscere che c’è la possibilità di relazionarsi a una fonte di senso, di luce, di prospettiva. Questo ci porta un’energia positiva, efficace, del servizio, del prendersi cura, del buon governo».

Le «due Chiese»

La palla passa alla biblista, Rossana Virgili, che dice: «Nella Bibbia, quello che non c’è oggi ma ci sarà domani è un po’ la chiave di tutta la scrittura: “Nulla è impossibile a Dio”. Se l’utopia è l’impossibile, la troviamo nella Bibbia».

Virgili parla della Chiesa di oggi, immaginandola composta da due parti: «La mente e la mano. I missionari sono la mano della Chiesa, sono quelli concreti. La mente sono i teologi, i biblisti, i filosofi. Io vedo che la Chiesa missionaria è vincente, ha un grande successo. In Italia il 10% dei preti sono stranieri, questo è grazie al lavoro della Chiesa missionaria.

La Chiesa della mente, invece, oggi non ha voce. Io il 4 ottobre sono andata ad Assisi, la festa di san Francesco. Mi aspettavo una parola di pace.

Sul balcone della basilica inferiore ho trovato invece una persona che diceva “La pace non si invoca”, cancellando tutta quella che è la tradizione delle marce per la pace di Assisi. Invocare vuol dire pregare. E ha detto, “La pace si costruisce come la costruisce Trump”. La Chiesa della mente, della parola, è morta, è soffocata, non c’è più spazio per lei».

La biblista si riferisce all’uso strumentale della figura di san Francesco da parte del Governo italiano e, in particolare, al discorso di Giorgia Meloni ad Assisi, il 4 ottobre scorso, di fronte a una piazza Maggiore gremita. Nel panegirico sul santo, tra l’altro, la presidente del Consiglio ha detto: «La pace – ci ricorda sempre san Francesco – non si materializza quando si invoca ma quando si costruisce con impegno, pazienza, coraggio, ci si arriva mettendo un mattone dopo l’altro con la forza della responsabilità e l’efficacia della ragionevolezza […]».

Dopo un primo imbarazzo del pubblico, un forte applauso irrompe nella chiesa San Filippo Neri.

Virgili ricorda poi l’Annuciazione: «L’angelo va da Maria, la quale conclude con un fiume di parole, il Magnificat che è il sogno del mondo, il sogno di Dio. A differenza di tanti cristiani che, qui da noi, si sentono impotenti di fronte al padrone del mondo, ovvero il potente di turno che, oltre a essere il padrone della morte, vuole anche essere il padrone della vita, oltre a essere padrone della guerra, perché ha fatto il deserto (a Gaza, ndr), vuole essere anche il padrone della pace». E conclude esortando: «Noi cristiani non possiamo permetterglielo».

La fiamma e le braci

Il cardinale Marengo torna a parlare di speranza: «Papa Francesco ci ha parlato del fuoco come immagine biblica: il fuoco della fiamma che illumina, ma anche il fuoco di brace, l’importanza di questo fuoco anche quando è nascosto sotto la coltre della cenere. La speranza è una virtù teologale, ha a che vedere con la grazia, cioè con il mondo di Dio che entra nel nostro mondo, e la speranza ha a che vedere con questo. Occorre alimentarla, è una questione di relazione personale con il Signore, tramite la preghiera, l’adorazione».

Virgili ricorda l’aspetto comunitario della speranza: «Chi spera sente una responsabilità, sente di dover sostenere la speranza di chi non spera o non può farlo. San Paolo dice che nella speranza siamo salvati, non nella fede».

I soggetti di speranza

Mancini identifica i soggetti di speranza, oggi, nel mondo: «Stiamo parlando sempre di una speranza per il bene comune.

Ci sono le persone corali, ovvero le persone che sanno vivere le relazioni, le accolgono come dono, non le tradiscono, non le eludono, non si chiudono nel calcolo del potere, del denaro, del proprio io.

Poi ci sono coloro che vivono in dinamiche di comunione. Si tratta di realtà trasformative, comunità in condizioni di degrado, economico, urbanistico, dove le persone si mettono insieme per fare un percorso di riduzione del malessere.

I movimenti popolari, quelli che salvano i migranti, la flottilla, quelli che si occupano dei diritti delle donne. Non sono solo movimenti di protesta, ma anticipano la società futura, concretizzandola in esperienze, esponendosi. Sono fermenti di una società nuova che operano già oggi.

E infine, le istituzioni con orientamento etico. Un reparto di ospedale, una classe di scuola».

E conclude: «Spesso dopo i dibattiti mi dicono: tutto questo è bello, però la realtà è dura. Quel “però” vuole ammazzare tutto. Ma, purtroppo, c’è gente che fa della depressione la sua ideologia di vita. Che è comoda, ma alla fine mortifera.

La speranza vera è un seme. Riguarda noi in profondità, e la risposta che possiamo dare ai fatti conta molto, deve essere una risposta vitale, capace di felicità, anche in presenza del dolore e delle fatiche».

Marco Bello

Torino. Festival della Missione. (Foto di Marco Bello)



C’è ancora posto per lui?

Quando si legge il Vangelo di Natale, c’è una frase che sempre colpisce: «Non c’era posto per loro nell’alloggio» (Lc 2,7). L’alloggio, spesso e volentieri tradotto albergo, era la «stanza degli ospiti» della casa, come quella nella quale poi Gesù, molti anni dopo, si sarebbe riunito con i suoi per l’ultima cena.
Certo, in quei giorni a Betlemme, la stanza degli ospiti della famiglia di Giuseppe era sicuramente strapiena, visto che il censimento aveva fatto arrivare i parenti da ogni dove e con tutti quegli uomini, donne e bambini accalcati insieme, non era davvero il posto più adatto per far
nascere un bambino. La stalla, con la sua quiete e il suo calore, offriva, invece, un ambiente più accogliente, intimo e discreto.

Il fatto, però, che l’evangelista faccia notare che «non c’era posto» per quella coppia in attesa, significa che non è solo un’informazione logistica, ma che vuole sottolineare proprio la mancata accoglienza da parte dei «suoi», la gente di Betlemme, la città di Davide, colui che aveva ricevuto la promessa del Messia. I «suoi» avrebbero dovuto essere i primi a gioire per la venuta di quel bambino. Invece i primi sono stati i «pastori», gli esclusi, quelli accampati fuori sotto la provvisorietà di una tenda.

Se nascesse oggi, quel bimbo troverebbe un luogo che lo accoglie? Ci sarebbe posto per lui e la sua famiglia? O farebbe la fine di tanti bambini centrati dalle bombe negli ospedali, nelle loro case, nelle scuole, nelle strade? O finirebbe in fondo al mare come tanti piccoli non ancora nati o appena nati da genitori stipati su barconi che attraversano, pieni di speranza, il mare?

Nascesse oggi, i suoi genitori non riuscirebbero neppure a entrare a Betlemme, circondata com’è da un grande muro. La sua gente è chiusa dentro: non si entra e non si esce.

Ma quello non è l’unico muro di oggi. Sembra passata un’eternità dal quel 9 novembre 1989 nel quale il mondo fece festa per la caduta del muro di Berlino, che era segno di divisione, di sfiducia, di mentalità di guerra. Doveva essere la festa per un mondo nuovo, un mondo di pace.

Invece, da allora, di muri ne sono stati costruiti in tutti i continenti, con la scusa di difendere «la patria», l’identità, la sicurezza del proprio Paese contro l’invasione di chi viene per sfruttare le nostre risorse, per sovvertire il nostro modo di vivere, per prendere possesso del nostro mondo, per sostituire la nostra cultura.

Muri fisici, barriere burocratiche o dazi esorbitanti, non importa. Quel che conta è tener fuori o buttar fuori tutti quelli che sembrano pericolosi per nostra sicurezza e il nostro benessere.

In questi tempi abbiamo perfezionato anche un’altra specialità: quella di distruggere le case e le città rendendole mucchi di macerie, costringendo chi vi abita a fuggire o a sopravvivere rintanandosi sottoterra. Chi va sottoterra diventa un invisibile, ma chi fugge, dove va? Da chi è accolto? E mentre per produrre bombe, missili e droni – tutti strumenti di morte – i soldi si trovano, per costruire tutto quello che promuove pace e giustizia, le uniche cose che davvero migliorano la vita di tutti, le risorse non ci sono.

Mi viene poi un’altra domanda guardando al nostro mondo, alla nostra Italia, dove l’invecchiamento aumenta, le coppie si sposano sempre più tardi, la natalità diminuisce giorno dopo giorno. Dovesse essere mandato oggi l’angelo, troverebbe ancora una giovane coppia disposta ad accogliere una nuova vita? E non perché le ragazze o i ragazzi di oggi non siano capaci di amare, anzi. Ma perché la nostra società cerca di uccidere in loro la speranza, offusca il loro futuro e concentra tutto nel qui e ora, nel piacere dell’immediato, nell’io invece che nel noi, nella delega ai poteri forti e agli ultra ricchi, all’Ia e ai social che danno l’illusione di essere inseriti nel mondo, ma in realtà chiudono in stanze sia virtuali che reali.

Eppure, anche solo il porsi queste domande, è un segno di speranza. Vuol dire continuare a resistere, a sognare e lottare per un mondo diverso, un mondo di pace e di fraternità, di giustizia ed equità, un mondo in cui ciascuno e tutti sono cittadini con uguali diritti e doveri, soggetti della propria storia, custodi responsabili e gioiosi del creato. La speranza generata dall’accogliere quel bambino indifeso, Gesù, che è testimone dell’immensa fiducia di Dio nell’uomo, diventa allora la forza che anima l’impegno per un mondo di vera pace.

Certo, come singoli, non abbiamo i mezzi e la forza di compiere gesti eclatanti o risolutivi, ma anche solo l’offrire una accogliente «mangiatoia» a chi bussa alla nostra porta, è un piccolo gesto di amore che come una piccola luce rompe il buio della notte.

Gigi Anataloni
direttore responsabile