Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Grazie

Volevo estendere a tutti i collaboratori della rivista Missioni Consolata la mia gratitudine per il vostro giornale la cui lettura mi rasserena specie nei momenti bui del vivere quotidiano.
Mi piace molto la rubrica lettori e missionari in dialogo: mi raccomando spesso a loro nelle preghiere e ne ottengo aiuto e conforto.
Ad esempio, la figura di padre Luigi Brambilla mi ha particolarmente colpito per la sua semplicità nel fare il bene.
Auguro a tutti voi serene feste e ancora un grazie di cuore.

Mirella De Gregorio | 14/12/2025, email

No al pessimismo

Egregio Direttore,
sono un uomo di novant’anni, piemontese, vado a messa nella chiesa dei latinos in via Nizza. Gente favolosa: la chiesa non è mai stata così bella, sono sereni, generosi, una gioia per una città un po’ triste come Torino.

Volevo dire del suo editoriale di dicembre: tutto verissimo, tutto documentatissimo, ma tutto di un gran pessimismo, quasi una disperazione per questo mondo.
Secondo me dovrebbe fare un editoriale da aggiungere a questo, nel quale racconti le cose belle, perché il mondo è pieno di cose belle. […]

Se questa mattina mangiamo pane e latte è perché un contadino ha seminato il grano, un mugnaio l’ha macinato, un panettiere ha fatto il pane; poi un contadino ha allevato una mucca, l’ha munta e il suo latte è arrivato a noi.

Proprio voi sacerdoti che passate la vita a fare il bene, dovete parlare anche del bene. La nascita di Gesù è una cosa bellissima, una festa, e le garantisco che troverebbe un posto dove nascere. […]

Ho incontrato un vescovo palestinese a una riunione e gli ho chiesto che cosa posso fare io per il bene del mondo e lui mi ha chiesto: lei lavora? Gli ho detto di sì e lui mi ha risposto: faccia bene il suo lavoro. E nel mondo ci sono milioni di persone che fanno bene il loro lavoro. Ci sono milioni di mamme e di papà che sono attenti ai figli, li vestono, li curano, semplicemente gli vogliono bene. E ci sono milioni di uomini e donne che si vogliono bene, che vivono l’uno per l’altra. […]

I vostri missionari passano la vita a fare il bene, ho anche alcuni amici che quando possono vanno nelle missioni ad aiutare. Ho un amico meccanico che va ad aggiustare tutto quello che è aggiustabile e mi ha raccontato che in Eritrea, credo, un ospedale aveva cinque culle termiche per neonati che non funzionavano, cinque su sei, e lui ha scoperto che erano intasati i filtri e li ha aggiustati tutti.

Anni fa sono stato in Brasile da don Pigi Bernareggi, che aveva costruito (nella periferia e nelle favelas di Belo Horizonte, ndr) nove scuole, con nove asili e centinaia di bimbi felici che sta

vano più volentieri lì che a casa. C’era una gioia, una bellezza, una dolcezza in quelle persone che accudivano i figli, quasi tutte povere donne con prole e senza mariti, eppure c’era veramente gioia.

Fa un po’ ridere un editoriale come il suo per chi deve sposarsi e che deve fare figli. I figli non si fanno per dovere di patria, ma per amore, solo per amore, e neanche quando vuoi tu. Per me ogni figlio è una grazia mandata da Dio, il modo e il come non lo so e non me lo chiedo, ma quando arriva un figlio si ringrazia. Per favore, siate un po’ ottimisti. Tanto il sole è da qualche migliaio di anni che si alza al mattino e tramonta la sera.

Nel mondo ci sono sempre stati i buoni e i cattivi e chi porta avanti il mondo sono i buoni, i cattivi con le loro cattiverie finiscono quasi sempre male, ha mai visto un cattivo vivere bene?

Sono andato ieri a trovare un mio amico all’ospedale; era molto malato ma sereno, e così invece di mettermi a piangere con lui, l’ho fatto ridere per mezz’ora ricordando le varie cretinate fatte da giovani, e non credo di avergli fatto del male facendolo ridere.

Ernesto Mascarotto | lettera manoscritta, dicembre 2025

È stata per me una sorpresa ricevere questa lunga lettera manoscritta con cura, quattro dense facciate. Chiedo perdono per le parti che ho dovuto tagliare.
Mi permetto di dire che non era mia intenzione essere pessimista. Forse un po’ provocatorio, sì, specialmente nei confronti del nostro mondo «ricco».

Se davvero fossi pessimista di fronte alla realtà in cui viviamo, non avrei scritto quelle cose. Le ho scritte perché credo davvero che ci sono tantissime persone, credenti e non, che amano la vita, che pagano di persona per un mondo bello, giusto, fraterno e in pace. E lo fanno con gesti semplici, quotidiani, che non fanno notizia.

Persone che (come ho scritto nella conclusione) sono ancora capaci di «offrire un’accogliente mangiatoia a chi bussa alla nostra porta, un piccolo gesto di amore che, come una piccola luce, rompe il buio della notte».

Grazie signor Ernesto per la sua lettera appassionata e piena di ottimismo, e soprattutto per la sua giovinezza di cuore.

PREMI NOBEL

Anche quest’anno, così come negli anni precedenti, ho avuto l’invito di partecipare il 10 dicembre alla cerimonia dei Premi Nobel a Stoccolma, capitale che mi ha accolto con il suo fascino nordico invernale. La città era avvolta in un freddo pungente, ma il cielo terso eluminoso rendeva l’atmosfera magica. Camminando per le strade del centro, tra i palazzi storici e i negozi addobbati, si respirava un’aria di festa e solennità. L’unica nota di rammarico era l’assenza della neve, che avrebbe reso il paesaggio ancora più fiabesco, anche se la bellezza della capitale svedese non ne risultava minimamente intaccata.

Nei giorni precedenti la cerimonia, sono stato seguito da una tutor che mi ha istruito meticolosamente sull’etichetta da osservare. In un evento di tale portata, ogni gesto, ogni parola e ogni comportamento sono importanti, specialmente quando si è in presenza della famiglia reale svedese.

Il protocollo è rigoroso e il rispetto delle convenzioni non è una semplice formalità, ma un modo per onorare la solennità dell’occasione e chi la rappresenta.

La tutor mi ha accompagnato anche alla scoperta di Stoccolma. Insieme abbiamo visitato il Museo del Premio Nobel, dove la storia di questo prestigioso riconoscimento prende vita attraverso documenti, oggetti personali dei laureati e installazioni interattive.

Sapendo che provengo dal Giappone, ha voluto mostrarmi anche il piccolo ma affascinante Museo dell’Estremo Oriente, dove ho potuto ammirare collezioni di arte e artefatti che mi hanno fatto sentire un po’ più vicino a casa. Non è mancata la visita al Museo Nazionale, con le sue straordinarie collezioni d’arte che testimoniano la ricchezza culturale della Svezia e un incontro assieme ai Premi Nobel per la fisica con relativa conferenza.

Oltre alle visite culturali, ho avuto l’opportunità di partecipare ad alcuni incontri con scuole e università. Questi momenti di dialogo con studenti e docenti sono stati particolarmente stimolanti: ho potuto condividere esperienze, rispondere a domande e ascoltare le prospettive delle nuove generazioni. È stato bello vedere l’entusiasmo e la curiosità dei giovani verso la scienza, la cultura e l’impegno per un futuro migliore.

La giornata della cerimonia è iniziata con una preparazione meticolosa. L’evento richiede un dress code formale e rigoroso: smoking per gli uomini, abito lungo per le donne. Ogni dettaglio conta in un’occasione così importante, che celebra le menti più brillanti del nostro tempo nei campi della fisica, chimica, medicina, letteratura ed economia.

La Concert Hall di Stoccolma, dove si svolge la cerimonia, è un edificio maestoso che incute rispetto. Varcarne la soglia significa entrare in un luogo dove la storia si fa ogni anno, dove il genio umano viene riconosciuto e celebrato. Le colonne di marmo, i lampadari di cristallo e l’acustica perfetta creano un’atmosfera solenne e allo stesso tempo accogliente.

Durante la cerimonia, ho assistito alla consegna delle medaglie e dei diplomi da parte del Re di Svezia. Vedere i laureati salire sul palco, con i loro volti che esprimevano emozione, umiltà e fierezza, è stato profondamente toccante. Ascoltare le motivazioni dei premi, comprendere l’impatto che le loro scoperte e il loro lavoro avranno sull’umanità, mi ha fatto riflettere sulla grandezza del pensiero umano e sulla sua capacità di trasformare il mondo.

Il tradizionale banchetto che segue la cerimonia, presso il municipio di Stoccolma, è un evento spettacolare. Più di mille invitati, tavole imbandite con eleganza, piatti della tradizione svedese serviti con precisione coreografica.

La conversazione con gli altri ospiti, provenienti da tutto il mondo, ha arricchito ulteriormente l’esperienza, creando un ponte tra culture, discipline e prospettive diverse.

I Premi Nobel non sono solo una celebrazione di risultati individuali, ma un messaggio di speranza: che l’eccellenza esiste, che il merito viene riconosciuto e che il sapere può davvero cambiare il mondo.

Piergiorgio Pescali, | 11/12/2025, da Stoccolma

Anche tu sei importante

Chissà perché stanotte, 20 novembre 2025, in Tanzania, ho sognato Ersilia.
Incontrai Ersilia anni fa in un villaggio brasiliano, a 30 chilometri da Manaus, sulle rive del Rio delle Amazzoni che avanzava maestoso, battagliero e trionfante come si addice al re dei fiumi.

«Sono nata in una famiglia facoltosa di proprietari terrieri. Ma un giorno mi trovai lebbrosa». Incominciò così Ersilia a raccontarmi la sua storia.
Aveva 14 anni Ersilia, intelligente quanto bella, quando le diagnosticarono il morbo di Hansen. I genitori tentarono di incoraggiare la figlia dicendo: «Forse i medici si sono sbagliati».
No, la diagnosi era esatta. Ersilia era davvero lebbrosa.

Iniziò il calvario della ragazza. Innanzitutto, il repentino voltafaccia dei genitori, e il rifiuto sadico della loro figlia. «Tu non sei più Ersilia – la bollarono -. Tu sei una cagna immonda. Chissà quali orrendi peccati hai commesso! Così Dio ti ha castigata. Vattene da casa nostra!».
Ersilia se ne andò. Vagò per ore e ore lungo il Rio delle Amazzoni, implorando soccorso. Ma anche il grande fiume era sordo al suo dolore.

Giunta la sera, bussò a una porta che si aprì. Comparve una suora missionaria, che gestiva un centro medico. Ersilia vi trovò lavoro. Ma le parole «tu sei una cagna immonda, Dio ti ha castigata» le martellavano le tempie senza sosta. Finché decise di farla finita.

Un mattino la ragazza afferrò una bottiglia di acido solforico e la portò alla bocca. Ma qualcuno alle spalle gridò: «Ersilia, non lo fare!». La ragazza si voltò: nessuno.
La ragazza riprese la bottiglia. Di nuovo la voce imperiosa: «Ersilia, non lo fare». E non c’era anima viva. Per la terza volta la ragazza si aggrappò alla bottiglia di acido solforico. La voce misteriosa ritornò: «Ersilia, non lo fare, perché anche tu sei importante».

Ersilia crebbe lebbrosa. Fu violentata da uomini diversi. Rimase incinta tre volte partorendo tre bimbi, che le furono subito sottratti e non rivide più, perché era «una cagna immonda».
Ersilia raccontava la sua storia e la rendeva viva con ampi gesti delle mani quasi consunte dalla lebbra e con sguardi intensi.

«Amico, vedi questo fiume? Ho versato tante lacrime da far esondare il Rio delle Amazzoni. Ma non serve piangere. Serve credere che anche una lebbrosa è importante».
Ersilia divenne catechista in una comunità di lebbrosi.

Un Vangelo di Natale recita: «Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1, 14). Parole sconvolgenti, perché il Verbo fatto carne è Gesù, venuto a vivere con noi, affaticato come noi, rinnegato da Pietro, venduto da Giuda, crocifisso fra due delinquenti. Una notte, provato dal terrore, sudò persino sangue.

Ma è il Salvatore, l’unico nostro salvatore. E fa dire a Ersilia lebbrosa: «I moncherini dei piedi mi consentono solo di strisciare come un verme, non di camminare. Ma anch’io sono importante».

Allora il Rio delle Amazzoni intona una commovente canzone; «Sei amato, sei importante, Gesù è con te».

padre Francesco Bernardi | 12/12/2025, Dar es Salaam, Tanzania

Rimboccare le maniche

Spettabile padre Gigi,
con ammirazione per il vostro lavoro invio queste poche riflessioni.

I Re Magi, cioè i rappresentanti delle grandi religioni di allora, i sapienti del tempo si prostrarono davanti a Gesù Bambino e concordi lo adorarono offrendogli oro incenso e mirra.

Un salvatore atteso da tutti i popoli per cui i Re Magi grandi studiosi delle stelle e  capi religiosi si mettono in cammino alla ricerca di questo bimbo annunziato dai profeti. Lo trovano in Gesù Bambino, nella sua semplicità, umiltà, accordo fra tutte le religioni e salvezza per tutte le genti se lo accogliamo e mettiamo in pratica il suo grande messaggio. Non ha fatto tutto lui relegandoci a essere solo spettatori passivi ma è venuto ad aiutarci, se vogliamo. Ci ha resi partecipi attivi, non ci ha tolto la gioia di fare noi il bene, di collaborare attivamente con lui.

C’è molto ancora da fare per sconfiggere il male ma Gesù ci dice che, se osserviamo i suoi insegnamenti, faremo trionfare il bene. Ci invita a fare noi, a rimboccarci le maniche, a mettere in pratica le sue parole, accettando il suo aiuto se no da soli non sappiamo bene qual’è la verità. Cordiali Saluti

E.B. | 03/01/2025, via email

Dalla Faraja House

Carissimi amici,
«Forse Dio è malato», scriveva Veltroni. Anche l’Africa è piena di armi, guerre e tanta sofferenza. Fame, fosse comuni, sfollati, genocidi, trattative … sono parole normali in tutti i telegiornali: il trionfo di «Caino». Parole come pace e speranza pronunciate sempre più timidamente.

Tere e Zawadi (ovvero: Dono), 6 e 5 anni: le abbiamo accolte pochi giorni fa. Due belle bimbe violentate in diversi modi da un energumeno di 65 anni. Facili prede, abbandonate a se stesse in strada mentre la zia andava a guadagnare qualche soldo al mercato. Genitori lontani chissà dove. La triste storia andava avanti da parecchio, finché qualcuno ha chiamato la polizia… e le hanno portate a noi senza raccogliere prove e testimonianze, ma solo «mazzette», più facili e redditizie.

Il mondo è in subbuglio per tanta violenza ovunque e anch’io mi sento malato di «nostalgia»: nostalgia di pace, di un po’ di bontà! Non ho più sorrisi e abbracci da distribuire a questi bimbi affamati di affetto e giustizia. Li guardo negli occhi: il sorriso nasconde la paura, la violenza subita, l’abbandono.
Ci metteremo una «toppa» ma lo strappo rimane!

Nonostante tutto grandi feste in questi giorni: Shedrack e Yacinta hanno finito l’università! La lista dei «graduati» si allunga: maestri, dottori, avvocati, biologi, segretarie, poliziotti, musicisti, ecc.

Col vostro aiuto abbiamo distribuito consolazione e possibilità di autosufficienza.
E festa anche per il parto gemellare della mucca: latte in arrivo!

Il salone è inaugurato. La peschiera è piena di pesci che crescono velocemente… ma la necessità di acqua aumenta! Ed eccoci impegnati con un secondo pozzo alimentato da pannelli solari. Non avremo bisogno del bastone di Mosè per far scaturire l’acqua dalla roccia, basterà il vostro affetto e la vostra «condivisione». […] [Spero abbiate avuto un Natale sereno e gioioso], e preghiamo affinché il Paese ritrovi giustizia e pace. Ma anche l’Italia ha bisogno di ritrovare le proprie «radici» e dare ascolto a Giovanni Battista che continua a «gridare nel deserto».

padre Franco Sordella | 09/12/2025, Faraja House, Iringa, Tanzania.




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari


Verità e giustizia

Tutti noi abbiamo grande bisogno di verità, cioè capire ciò che è veramente bene e ciò che è male. Distinguere il falso bene da quello vero. Bisogno di verità in tutti gli ambiti: società, lavoro, famiglia. Quanti tradimenti, cioè inganni, bugie, false verità che portano malessere, sofferenze. La verità è importantissima nella vita di tutti i giorni. A Pilato, nell’interrogatorio prima della crocifissione, Gesù ha detto: «Per questo sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità». Gesù è venuto a rendere testimonianza alla verità portando la parola di Dio.

Quando non sappiamo cos’è bene, non sappiamo più cosa dobbiamo fare, la parola del Vangelo ci illumina. Gesù ha testimoniato la verità delle sue parole con la vita fino a versare il sangue. Da soli non possiamo fare nulla. Non possiamo sempre capire qual è la verità, ci facciamo ingannare facilmente dalle false verità. Con la verità autentica nei dissidi tra nazioni si arriva a capire chi ha torto e chi ragione e quindi si giunge alla giustizia, condizione importante per la pace. Cordiali saluti.

E.B., 22/04/2022

Faraja House

Dalla Faraja House

Carissimi amici, capita di dormire male e sognare catastrofi. Oggi, primo aprile, mi sono svegliato con l’amaro in bocca. Prestissimo suona il telefono. Pesce d’aprile? È l’ufficio degli assistenti sociali. «Abbiamo da affidarti una bambina di sette anni». E così parto per la città e incontro Emma: è con due poliziotti, appena arrivata dall’ospedale. È stata violentata poche ore fa nella notte e in casa. Mentre tentava di scappare è stata picchiata in faccia ed è tutta gonfia.

La «risposta» di Dio ai brutti sogni: aiutare gli altri risolve molti dei nostri problemi! Provare per credere.

Capisco perché Guru ha due occhi splendenti e sempre un sorriso pronto: è abituata ad aiutare i fratellini e ora è sempre pronta ad aiutare i più piccoli con una gioiosa gentilezza, ed è una bimba di solo otto anni! È lei che sta vicina a Vau quando «va in crisi»: Vau è una bimba di quasi quattro anni. Abbandonata dalla mamma e allevata dal padre che fa l’oste in un kilabu (specie di bar dove vendono birra locale, il pombe). Per più di un anno ha vissuto sgambettando nell’osteria con gli avventori spesso ubriachi, che le davano pombe da bere quando piangeva.

Qui ogni bambino mi ricorda la cattiveria umana, ma anche le parole di Madre Teresa la prima volta che la vidi a Roma anni fa: «Dio ha bisogno di voi: siete le sue mani!».

Persino Ronaldo, il cane che fa parte della famiglia, ha da insegnarmi qualcosa: ogni mattina accompagna i quattro bambini dell’asilo fino a scuola, li guarda entrare in classe e ritorna a casa. Qui è sempre vigile e ringhioso se arriva qualcuno che non è di casa.

Il 1° maggio la Faraja compirà 25 anni! Su un fazzoletto di terreno è risuscitata, dopo la distruzione. Con la vostra fraterna assistenza abbiamo costruito parecchie casette che danno ospitalità a più di 60 bambini che hanno sperimentato la cattiveria umana. Tanti ne sono passati e hanno potuto ricostruirsi una vita più serena e indipendente. Tanti hanno imparato un mestiere, una trentina hanno finito il percorso universitario. Faraja vuol dire Consolazione e ne abbiamo distribuita tanta assieme a voi, amici che avete collaborato con noi per essere «le mani di Dio».

Grazie di cuore e auguri per la Festa di Resurrezione.

Padre Franco Sordella,
01/04/2022, Mgongo, Iringa, Tanzania

È possibile sostenere la Faraja House tramite MCO. Grazie.


Certosa di Pesio,un luogo unico

Un po’ di storia certosina

«Da quasi un millennio la Certosa di Pesio sta assisa a capo della valle omonima, fasciata da mistica atmosfera di austera serenità, di bellezza e di poesia, cullata dal murmure perenne del Pesio, quasi ritmo di preghiera sussurrata in sordina». Così don Giovanni Terreno, parroco di San Bartolomeo sino al 2007, definiva la Certosa di Pesio, ora casa di spiritualità missionaria dei Missionari della Consolata.

Fondata nel 1173 dai monaci certosini provenienti da Grenoble (Francia), la Certosa di Pesio è uno dei monumenti storici più insigni del Piemonte: fu per secoli un importante centro di vita religiosa, culturale e civile. Infatti, la comunità della Certosa sviluppò al suo esterno la piantagione di abeti, la coltura della vite, l’allevamento delle api e del bestiame. Sorse anche una vera scuola di intarsio che, insieme a studi scientifici e alla composizione/rilegatura di manuali e libri, furono messi al servizio della cultura, tramandataci fino ai giorni nostri.

Con alterne vicende di crescita e di difficoltà, la comunità monastica perseverò fino alla Rivoluzione francese (1800), quando Napoleone soppresse gli ordini monastici. L’adattamento a stabilimento idroterapico, nella seconda metà del XIX sec., ridonò al luogo un effimero periodo di notorietà in Italia e all’estero, fino all’inizio della Prima guerra mondiale (1914), periodo in cui la Certosa fu destinata a un temporaneo decadimento.

Visuale della chiesa abbaziale della Certosa dalla Correria – turbina

I Missionari della Consolata in Certosa

Nel 1934, giunsero i Missionari della Consolata che ridiedero vita alla Certosa, nella sua missione specifica di centro di irradiazione della luce di Cristo nel mondo: «I Missionari della Consolata però non si sono limitati al compito, anche se impegnativo e lodevole, di pietosi restauratori o rianimatori di un colosso in rovina o di benemeriti conservatori di un passato; ma, restaurata e resa funzionale, hanno dato alla Certosa di Santa Maria nuovo impulso di vita, realizzando e continuando a realizzare una serie di attività in ordine alle finalità della loro specifica missione» (don Giorgis, La Certosa in Valle Pesio, 1952).

È bello pensare che schiere di missionari qui si siano formate e da qui siano partite per i quattro continenti.

Dal 1934 al 1945, la Certosa fu casa di vacanza estiva per i giovani aspiranti missionari e missionari reduci dalle missioni e sede del seminario durante la guerra 1940-45. Dal 1945 al 1982 accolse il noviziato. Dal 1982 vi è una comunità missionaria che ha aperto la Certosa all’ospitalità per vacanze, incontri di studio e spiritualità e animazione missionaria, a sacerdoti, famiglie, gruppi parrocchiali e comunità di giovani e di anziani di varia provenienza. Dal 1996 ha preso la connotazione finale e precisa di «casa di spiritualità missionaria».

Casa di spiritualità missionaria

La comunità della Certosa di Pesio (composta attualmente da sei missionari: i padri Daniele Giolitti,  Beppe Cravero, Ermanno Savarino, Francesco Discepoli e Lino Tagliani, e fratel Gaetano Borgo) vuole continuare a essere un segno di presenza spirituale e di impegno nell’evangelizzazione. Per una missione in Europa fatta di testimonianza e profezia, pensiamo che oggi più che mai abbiamo bisogno di coltivare una spiritualità autentica, costituita sia da una ricerca costante di Dio nella preghiera e nella vita, sia dal desiderio e dal coraggio di scegliere uno stile di vita che ci permetta di vivere il Vangelo nella contemporaneità.

Nella prospettiva di coltivare e vivere una spiritualità missionaria, siamo convinti che la Certosa sia un luogo molto adatto e che possa offrire molto al servizio di noi missionari, dei laici, dei giovani e delle famiglie.

Come già detto, il luogo è unico e questo fa la differenza: paesaggi di boschi e alpeggi, l’abbraccio delle montagne tutt’intorno rendono la Certosa un luogo incantevole e particolarmente adatto all’immersione nello Spirito, a cammini di direzione spirituale e accompagnamento vocazionale.

La Certosa offre la possibilità di essere una «casa di scuola della Parola»: come missionari proponiamo cammini mensili di Lectio Divina, meditazioni, ritiri e annualmente turni di esercizi spirituali e settimane bibliche.

Nella natura

Per dare un taglio più spiccatamente missionario ai nostri programmi, in collaborazione con la diocesi di Mondovì, abbiamo proposto degli incontri itineranti sulla Laudato si’ nella natura, comprese alcune escursioni nel bellissimo Parco del Marguareis (con quest’ultimo stiamo intessendo una serie di collaborazioni soprattutto sull’integrità del creato, con relative mostre e concerti).

Quest’anno – come si può leggere nel programma qui accanto – abbiamo pensato, assieme ai centri missionari diocesani del Piemonte, di proporre una «3 giorni sulla missione» su temi sui temi dell’accoglienza e della mobilità umana, della giustizia e della pace, e del dialogo interreligioso. Infine, organizziamo dei cammini di conoscenza e approfondimento del carisma del nostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano.

Le sfide

Ma ci sono anche delle sfide. La prima criticità che balza agli occhi è che la struttura è molto grande e di non facile gestione. Necessita di un lavoro continuo di manutenzione. Chi vive qui deve essere disposto a una vita all’insegna del motto «ora et labora». Il luogo è isolato, l’inverno lungo, la vita un po’ spartana. Tuttavia, la struttura, pur grande, va bene per la primavera e l’estate quando c’è maggiore richiesta di ospitalità (campi scuola di parrocchie, gruppi scout, associazioni, nei quali noi missionari offriamo incontri di lectio o testimonianze sulla missione).

Certo la gestione economica non è facile, anche se, in tempi normali, si è sempre riusciti a coprire le spese ordinarie. Il grande investimento della nuova turbina garantisce un’entrata annuale costante. In ordine alla manutenzione straordinaria si sta cercando di studiare forme di partnership: in questo senso si è creato di recente un comitato ad hoc in vista delle celebrazioni del 850° anniversario della fondazione della Certosa (nel 2023) coinvolgendo la regione Piemonte, provincia di Cuneo, il comune di Chiusa pesio, il Parco, la diocesi di Mondovì, associazioni e alcune banche e fondazioni private.

Il chiostro della Certosa di Pesio

Salire sul monte

Il Vangelo dice: «Dopo la giornata di Cafarnao, Gesù si ritirò in un luogo solitario […] salì sul monte» (cfr. Mc 1,35). C’è, oggi come ai tempi di Gesù, una necessità di ritirarsi in un luogo solitario, sul monte. Ci sono sacerdoti, laici, religiosi, che guardano alla Certosa proprio come a quel luogo solitario che avvertono già «abitato» da Dio, intuiscono che «qui c’è qualcosa!». La gente si sta allontanando sempre più da una chiesa troppo strutturata perché vuole incontrare Dio, un Dio che non riesce più a trovare nelle proposte ordinarie. La Certosa rappresenta un’offerta seria di spiritualità, anche al servizio della chiesa locale.

Dall’antico motto di san Bruno ai Certosini, «La croce resta salda mentre il mondo gira», all’attuale programma di vita del beato Allamano, fondatore dei Missionari della Consolata: «Essi annunzieranno la mia gloria alle nazioni» (Is 66,19).

padre Daniele Giolitti
02/05/2022, Certosa di Pesio –  www.certosadipesio.org

 




Noi e Voi

Faraja house «I care»

Il 3 agosto 2019 per i ragazzi della Faraja è stato un giorno bello è importante: finalmente dopo più di due anni hanno potuto traslocare dalla vecchia alla nuova Faraja che è stata terminata grazie all’intervento della Cei, del gruppo Gms di Savigliano e con il coordinamento del Movimento Sviluppo e Pace di Torino.

Prima di poter illustrare i vari cambiamenti sarebbe necessario ricordare la storia della Faraja.

Nel 1997, i missionari della Consolata, per venire incontro al grave problema dei bambini di strada, diedero inizio alla Faraja House a Mgongo, alla periferia della città di Iringa (Tanzania). Faraja significa consolazione. L’attività, quindi, si ispira alla Consolata e al nostro carisma. Faraja diventa pertanto accoglienza, affetto e futuro.

L’organizzazione e la direzione furono affidate a padre Franco Sordella, missionario della Consolata da più di 40 anni in Africa.

I ragazzi della Faraja

È difficile descrivere le situazioni e le esperienze di vita di questi ragazzi che si sono trovati a vivere per strada. Alcuni di loro hanno già sperimentato il carcere (ricordiamo che in alcune città i bambini vengono detenuti con gli adulti), altri hanno subito ogni genere di violenza psicologica e fisica, e le ferite sono profonde e tangibili. Riportare i ragazzi alla normalità non è facile perché intervengono molti fattori culturali, religiosi e tribali, ma dopo alcuni mesi il cambiamento è visibile soprattutto grazie all’impronta familiare e al grande interesse e affetto con cui sono educati e seguiti fin dall’inizio. Si scrisse che il nostro centro voleva essere una risposta alla necessità di aiutare i bambini che lasciano la scuola per vari motivi e si trovano in strada alla ricerca di piccoli lavori per la sopravvivenza ma poi si trovano in balia di piccole bande, della fame e della necessità di un posto per dormire. Furtarelli, rapine e arresti della polizia, malattie e soprusi vari sono all’ordine del giorno.

Il problema dei ragazzi di strada o in difficoltà si fa sempre più acuto ed è dovuto da troppe cause tra cui l’Aids, la poca consistenza dei nuclei familiari, le ragazze madri, il decadimento dell’educazione scolastica, l’urbanizzazione, la povertà in genere. Normalmente i bambini di strada provengono da ceppi familiari disgregati o assenti che, per vari motivi, possono essere fonti di sofferenze, di amarezze e abbandono.

In molti casi, il sistema di assistenza sociale governativo non ha alcuna consistenza. L’organizzazione di questo tipo di ragazzi è particolarmente problematica proprio perché sono abituati a vivere ai margini della società senza tante convenzioni e regole, se non quelle interne al proprio gruppo di aggregazione.

Attualmente i bambini e ragazzi accolti alla Faraja sono 72 di cui 21 frequentano la scuola secondaria, 6 l’università e 2 il seminario.

Successi e fallimenti

Sono divisi in case e squadriglie per rendere più facile la gestione e l’autosufficienza. Lo studio, il gioco, il lavoro e anche la preghiera scandiscono le ore di ogni giornata. L’amicizia tra di loro, le baruffe e i bisticci, l’amore degli educatori, sono tutti elementi utili per ridare serenità e voglia di riuscire nella vita. I successi sono tanti: ad esempio 5 laureati, un sacerdote missionario della Consolata e, attualmente, due giovani in seminario, ma anche tante sono le difficoltà e gli insuccessi come giovani ritornati alla strada per impossibilità di adattamento, per rifiuto di ogni regola, per il richiamo della strada.

Tanti però sono i bambini e i giovani che sono passati per la casa della consolazione e che già sono ritornati alla vita di società.Ecco la nuova Faraja

Si arriva attraverso una strada di circa 600 metri difficile da percorrere soprattutto durante le piogge e ancora da completare. Il complesso della nuova Faraja è recintato con muretto in pietra e cemento, una rete metallica zincata e l’ingresso è costituito da un portone in ferro battuto.

Il tutto è costituito da sei case indipendenti, anche dal punto di vista energetico. Ogni casa dispone di un impianto fotovoltaico per le illuminazioni e di due pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua. Tutti i pavimenti sono in ceramica per una migliore gestione dell’igiene.

In ogni casa ci sono camere a 6 letti, 4 bagni e 4 docce, una lavanderia, una camera con bagno e piccolo studio per l’assistente e una sala studio per i ragazzi. La casa di quelli più grandi ha anche una sala studio e computer per 70 ragazzi, sala che può essere usata per incontri vari e anche per cerebrale la messa nei giorni feriali. In questa casa vi è anche una cappellina per la celebrazione quotidiana della messa.

Il refettorio con annessa la cucina può ospitare fino a 120 persone. C’è anche una casa per ospiti e volontari.

Da notare le pitture su ogni casa (ancora da completare) opera di un ragazzo che ha vissuto in Faraja fino a rendersi indipendente con la sua attività di pittura.

L’acqua viene prelevata da un vecchio pozzo distante 1.500 metri e pompata con un vecchio motore diesel in funzione 2 ore al giorno in un serbatoio da 2mila litri. Il sistema non è ecologico e il pozzo è in via di esaurimento.

Progetti futuri

Per il futuro immediato sono previste altre migliorie necessarie, per le quali contiamo sull’aiuto di amici e benefattori. Ecco un breve elenco.

Un nuovo pozzo (fortunatamente si è scoperto che a poche decine di metri dalla recinzione si può trovare acqua a una profondità di 90-100 m). Presto inizierà la trivellazione e la sistemazione con una pompa solare e serbatoi adeguati.

È poi necessario rifare la strada di accesso.

Per assicurare l’autosufficienza alimentare dei ragazzi è utile ampliare la stalla per mucche, maiali e pecore e acquistare mucche da latte di razza. A completare il tutto c’è bisogno di un buon congelatore a pannelli solari.

Ci sono le spese ordinarie di manutenzione e mantenimento (vitto, vestiti, divise e medicine…), nonché i salari degli operatori, le rette dei 21 ragazzi che frequentano la scuola secondaria e l’iscrizione di chi frequenta l’università.

Un saluto dalla Faraja.

Padre Franco Sordella
Faraja House,  Mgongo, Iringa, Tanzania

 

Chiediamo scusa a padre Franco se, per ragioni di spazio, abbiamo tagliato e ridotto all’osso la sua lettera. La notizia che Faraja è viva e funzionante dopo il terribile incendio, ci rallegra molto. Chi volesse aiutare può farlo attraverso Missioni Consolata Onlus. I bisogni sono tanti, e, come al solito, tante gocce messe insieme fanno un fiume, un fiume d’affetto che rende vivo il nuovo pozzo della casa della Consolazione.


Roma, 30-11-2019. Istituto Leonarda Vaccari. La cerimonia di premiazione del Volontario dell’anno FOCSIV. I vincitori del premio e German Graciano Posso e Giampaolo Longhi. / Agenzia Romano Siciliani/s – Stefano Dal Pozzolo

26° Premio del Volontariato Internazionale FOCSIV 2019

I Diritti Umani al centro dell’impegno dei vincitori: la risposta per un mondo più sostenibile.

A pochi giorni dal 5 dicembre, Giornata mondiale del volontariato, il XXVI Premio del volontariato internazionale, il 30 novembre, ha consegnato il riconoscimento di Volontario internazionale a Giampaolo Longhi, responsabile in Etiopia di Cvm – Comunità volontari per il mondo, e quello di Volontario dal Sud a German Graciano Posso, rappresentante della Comunità di pace di san Josè de Apartadò in Colombia, candidato da Operazione Colomba della Giovanni XXIII. Il Premio ha ricevuto, come gli scorsi anni, la Medaglia del presidente della Repubblica.

Due difensori dei diritti umani al fianco, in un caso, delle lavoratrici domestiche, una delle categorie sociali più vulnerabili e, nell’altro, della propria comunità per difenderne i diritti.

Giampaolo Longhi, di Foggia, da due anni in Etiopia, è impegnato nel sostegno dei diritti delle donne, con particolare attenzione a quelle dedite al lavoro domestico svolto nel paese, molte delle quali minorenni, e delle lavoratrici domestiche rientrate in Etiopia, forzatamente o volontariamente, da paesi quali il Libano, la Libia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, ecc.

L’altro, German Graciano Posso, colombiano, rappresentante della Comunità di pace di san Josè de Apartadò, impegnato non solo nel processo di resistenza nonviolenta verso il conflitto civile colombiano, ma anche nei confronti di un sistema economico internazionale che vuole spogliare i contadini, anche della sua comunità, delle loro terre in favore dell’ingresso delle multinazionali che  non disdegnano l’eliminazione chi si oppone.

«La difesa dei diritti umani è uno dei cardini della storia del volontariato del nostro paese. In molti siamo partiti qualche decennio fa per farli rispettare nelle tante periferie del mondo. Una radice forte quella della solidarietà e del volontariato senza i quali non vi sarebbe un futuro. L’albero solidale che in questi anni abbiamo cresciuto e che oggi va più che mai difeso, alimentato e reso ancora più forte. Ce lo chiedono i giovani che partono ogni anno per il Servizio civile universale, gli espatriati delle nostre 86 Ong federate alla Focsiv e quella parte d’Italia che non si arrende all’odio, all’individualismo sfrenato e alla violenza dei gesti e delle parole – ha dichiarato Gianfranco Cattai, presidente Focsiv -. Il Premio di fatto mette in evidenza come il volontariato sia un’esperienza di valore, che non va intesa solo come momento di formazione individuale per una cittadinanza attiva e consapevole, ma come attore principale nel processo di acquisizione di una maggiore consapevolezza come cittadini chiamati a fare ognuno la sua parte per il bene comune per il proprio territorio, la propria comunità, ma anche per un bene più importante: il futuro dell’Umanità e del nostro pianeta».

Ufficio stampa Focsiv

Roma, 30-11-2019. Istituto Leonarda Vaccari. La cerimonia di premiazione del Volontario dell’anno FOCSIV. / Agenzia Romano Siciliani/s – Stefano Dal Pozzolo