Il primo settembre, Hakainde Hichilema – leader dello United party for national development (Upnd) – ha giurato per un secondo mandato da presidente dello Zambia. La sua vittoria con il 60% dei voti (percentuale molto simile a quella del 2021) era stata annunciata il 18 agosto dalla Commissione elettorale, cinque giorni dopo il voto. Il suo principale sfidante, Brian Mundubile del National reconciliation party for unity and prosperity (Nrup), invece, si sarebbe fermato al 38%. La giornata elettorale è stata essenzialmente pacifica. Ma diversi organismi (come le Nazioni Unite) e osservatori internazionali (tra cui quelli dell’Unione europea) hanno denunciato anomalie nel voto, pur riconoscendo che Hichilema dovrebbe aver comunque superato la soglia del 50% necessaria per diventare presidente. Sono stati criticati anche le limitazioni alla libertà di stampa subito prima dell’elezione e il massiccio dispiegamento di militari il 13 agosto. Dal canto loro, molti membri dell’opposizione hanno denunciato intimidazioni, restrizioni e arresti.
Ricorsi impediti Subito dopo la chiusura dei seggi, le tensioni sono cresciute rapidamente. Mentre le forze di sicurezza hanno effettuato un raid nell’abitazione di Mundubile, un ex ministro – Mutotwe Kafwaya – è rimasto ucciso e 11 membri dell’Nrup sono stati arrestati. Secondo quanto dichiarato dal partito, Mundubile e il suo vice, Makebi Zulu, «si sono rifugiati in una località segreta, sotto protezione di un’organizzazione umanitaria internazionale, a causa delle minacce nei loro confronti». I due si sono poi consegnati alla polizia il 27 agosto, venendo subito accusati di tradimento. Nel frattempo, Mundubile aveva annunciato l’intenzione di fare ricorso alla Corte suprema per denunciare le frodi elettorali: «I nostri uffici hanno documentato serie irregolarità, inconsistenze e circostanze poco chiare relativamente a conduzione, conteggio, trasmissione e dichiarazione dei risultati». Ma il 24 agosto, l’ultimo giorno utile per presentare i ricorsi, l’amministratore capo della magistratura ha ordinato al personale dei tribunali di non recarsi al lavoro «per motivi di sicurezza». Una mossa chiaramente politica e volta a impedire la presentazione delle richieste dell’opposizione. Dopo il giuramento, Kapembwa Simbao (ex ministro e presidente di Zambia we want, altro movimento di opposizione) ha dichiarato a Radio France internationale: «Stiamo assistendo alla morte della democrazia in questo Paese». Muhabi Lungu, invece, esponente dell’Nrup, ha detto che l’insediamento di Hichilema è stato «una farsa» e che oltre 300 persone sono detenute dalle forze di polizia.
Denunce internazionali Critiche al processo elettorale e alla repressione dell’opposizione sono giunte anche da Tigere Chagutah, direttore regionale per l’Africa orientale e meridionale per Amnesty international (Ong per i diritti umani), che ha ricordato: «Le accuse devono essere indagate in modo approfondito e trasparente e chiunque sia detenuto senza prove sufficienti di reati penali deve essere immediatamente rilasciato». Invece, Volker Turk, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha ricordato che «ogni arresto e i successivi processi devono essere condotti nel rispetto degli standard umanitari internazionali e della legge nazionale zambiana».
Hichilema, tra successi e repressione Era la settima volta che Hichilema si candidava alla presidenza dello Zambia. Dopo essere stato sconfitto per cinque volte, HH (come lo chiamano i suoi sostenitori) si era imposto nel 2021, prendendo il posto di Edgar Lungu. Proprio durante il mandato di quest’ultimo (2015-2021), Hichilema era stato arrestato e accusato di tradimento, venendo detenuto per quattro mesi in un carcere di massima sicurezza. Rilasciato, anche grazie all’ondata di proteste che si era scatenata in suo favore, è salito al potere in uno dei periodi più duri per il Paese. Nel 2020, infatti, lo Zambia è diventato il primo Stato al mondo a dichiarare il default (ovvero l’insolvenza) del debito a causa delle ripercussioni economiche della pandemia da Covid-19. Hichilema ha introdotto riforme che hanno ridotto l’inflazione, aumentato le riserve di valuta estera e creato 50mila posti di lavoro pubblici. Sul piano dei diritti, ha reso gratuita l’educazione primaria e secondaria e abolito la pena di morte. Ma, secondo la Banca mondiale, il 70% dei 22 milioni di abitanti dello Zambia continua a vivere con meno di tre dollari al giorno e l’economia resta legata a doppio filo al rame, commodity che assicura il 70% delle entrate derivanti dalle esportazioni. E poi il primo mandato di Hichilema è stato marcato da un crescendo di preoccupazioni su diritti e libertà, con i partiti di opposizione e la società civile che hanno accusato il governo di limitare sempre di più il dissenso. Pratiche che sono esplose definitivamente nelle ultime settimane, con la repressione seguita al voto di agosto.
Aurora Guainazzi
Haiti. La neve dei Caraibi
Richardson è nato ad Haiti, ma è cresciuto sulle Alpi francesi. Un giorno ha deciso di ricongiungersi con le sue origini. E ha portato sulla neve, per la prima volta nella storia, la bandiera rossa e blu, ideata da Catherine Flon nel 1803. La sua storia è in un libro.
Conosco personalmente Richardson Viano da qualche anno. L’ho incontrato per la prima volta in occasione della sua partecipazione alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, quando la sua storia iniziava a emergere, oltre il dato sportivo o la curiosità. Da allora il dialogo, con lui e con la sua famiglia, non si è interrotto, e questo mi ha consentito di raccontare oggi un percorso seguito da vicino.
Haiti, del resto, per me non è mai stata un tema o un oggetto di studio: è un insieme di volti, di voci, di strade percorse tante volte, di case in cui sono stato accolto, di legami familiari e affettivi che hanno inciso profondamente nella mia vita. È da questo rapporto diretto e vissuto che nasce il mio sguardo su ciò che accade oggi nel Paese, ed è lo stesso sguardo con cui, da anni, provo a raccontare Haiti: non esclusivamente dall’alto della geopolitica o, peggio ancora, dal «nostro» punto di vista, ma dal basso delle storie quotidiane, delle persone e della loro ostinata capacità di resistere. Proprio come nella mia prima esperienza di pubblicazione (il libro Haiti, l’innocenza violata, Infinito edizioni, 2011), quando, dopo il terremoto del 2010, con l’amico Marco Bello, conosciuto proprio ad Haiti, avevamo raccolto le voci della società civile haitiana, che gridava al mondo la sua fondata preoccupazione sulla mancata ricostruzione fisica e morale del Paese.
Anche nella co-scrittura della biografia di Richardson, accanto alla voce del protagonista, è stato fondamentale l’apporto dello scrittore per ragazzi Alessandro Corallo, con il quale ho condiviso esperienze di volontariato in Haiti. Corallo è, inoltre, padre adottivo di un giovane haitiano.
La crisi non si improvvisa
Haiti oggi è attraversata da una crisi profonda e tragica. Non è una crisi improvvisa: è il risultato di decenni di espropriazione della popolazione, di uno Stato svuotato, di un potere frammentato, di una violenza che ha preso il posto delle istituzioni. Le parole che usiamo spesso – «instabilità», «emergenza», «caos» – rischiano però di anestetizzare lo sguardo. Dietro quelle parole ci sono innanzi tutto vittime, migliaia di vittime. Poi ci sono persone, famiglie, bambini, giovani che crescono senza orizzonti, e una società civile che resiste come può.
In questo contesto parlare di sport può sembrare marginale, quasi fuori luogo. E invece non lo è. Perché lo sport, in un Paese come Haiti, non è mai solo sport. È spazio simbolico, è possibilità di riscatto, è narrazione alternativa a quella dominante della disperazione.
La storia di Richardson Viano va letta esattamente così.
Richardson nasce nel 2002 a Port-au-Prince. Nei primi anni della sua vita conosce la povertà, l’abbandono, l’orfanotrofio. Poi l’adozione, l’arrivo in Francia in una famiglia italiana, la scoperta di un mondo che sembra non avere nulla a che fare con quello da cui proviene: la neve, le montagne, lo sci alpino. Una disciplina che, per immaginario, per accesso economico, per colore della pelle di chi la pratica, è lontanissima da Haiti.
Eppure Richardson sceglie di tornare simbolicamente indietro. Decide di gareggiare per Haiti. Di portare quella bandiera su piste dove non era mai stata. A Pechino 2022, a soli 19 anni, diventa il primo atleta haitiano della storia a partecipare a un’Olimpiade invernale.
A febbraio 2026, partecipa ai Giochi olimpici di Milano Cortina nelle gare di slalom gigante e slalom speciale. Arrivando, in questi secondi, 29° su 92 atleti in competizione. Richardson non vince medaglie, ma rompe un confine. E chi conosce Haiti sa che rompere i confini simbolici è spesso più difficile che superare quelli materiali.
Parte della delegazione di Haiti a Milano Cortina. Al centro Richardson Viano (con il libro), primo a destra Alessandro Demarchi (autore dell’articolo). @ Meneghello
Quella bandiera sulla neve
Nel libro Ad Haiti sognavo la neve abbiamo cercato di raccontare proprio questo: non l’eccezionalità individuale fine a se stessa, ma il significato collettivo di una storia personale. È anche la storia di un’adozione, vissuta non come un punto di arrivo ma come un percorso lungo, costellato di domande sull’identità, sulle origini, sul senso dell’appartenenza. Un racconto che può parlare a tanti bambini e ragazzi adottati che, a un certo punto della loro crescita, sentono il bisogno di cercare le proprie radici e spesso faticano a trovare modelli di riferimento nella nostra società. Richardson non è un eroe isolato: è il prodotto di relazioni, di scelte, di sacrifici, ma anche di una diaspora haitiana che, pur tra mille contraddizioni, continua a cercare modi per restituire qualcosa al Paese d’origine. Proprio per questo diventa una figura in cui molti possono riconoscersi e immedesimarsi, perché condivide una storia fatta di distacchi, di passaggi, e di un equilibrio cercato nel tempo.
Lo sport, in Haiti, è da sempre uno dei pochi spazi di riconoscimento nazionale condiviso. Il calcio, soprattutto. Non è un caso che la recente qualificazione della nazionale haitiana ai prossimi Mondiali abbia avuto un impatto emotivo enorme, dentro e fuori dall’isola. In un Paese senza presidente, senza parlamento funzionante, senza sicurezza, quella qualificazione ha rappresentato una rara, fragile, ma reale forma di unità.
Richardson si inserisce in questa stessa traiettoria simbolica.
Appartenere a due mondi
La sua figura parla ai giovani haitiani, e non solo, in modo diretto: non promette soluzioni facili, non nasconde la fatica, non cancella le disuguaglianze. Racconta però che esistono percorsi non lineari, che l’identità non è una gabbia, che si può appartenere a più mondi senza tradirne nessuno.
Questo è un messaggio profondamente politico. In un Paese dove la politica è percepita come assente o distante, corrotta, violenta, lo sport diventa uno dei pochi linguaggi ancora credibili. Non perché sia puro, ma perché è comprensibile, visibile, concreto. Si vince o si perde davanti a tutti. Si cade e ci si rialza sotto gli occhi di tutti.
Oggi molte eccellenze sportive haitiane crescono fuori dal Paese. Anche la nazionale di calcio si è allenata e ha disputato le partite casalinghe negli Stati Uniti. Molte altre figure di rilievo sono espressione della diaspora o di origine haitiana, come la tennista Naomi Osaka, alcune stelle del calcio femminile, dell’Nba e del baseball.
Altre storie sono simili a quelle di Richardson, con uno sforzo personale enorme per costruire e coprire i costi della carriera sportiva. Come lo sciatore fondista Stevenson Savart, esordiente olimpico proprio a Cortina nello sci di fondo con grande attenzione mediatica, adottato in Francia, o lo skater Gasny Pierre Louis, che vive in Cile.
Un’immagine diversa
Tutto ciò non riduce, anzi rafforza, il valore simbolico di queste esperienze: sono storie che tengono vivo un legame, che mostrano possibilità, che offrono a un’intera comunità un’immagine diversa di sé e del proprio futuro.
Haiti non riesce al momento a sviluppare talenti in casa o rendere lo sport accessibile a tutti. Non solo per l’invivibilità e l’instabilità che segnano la vita quotidiana nel Paese, ma anche per la cronica carenza di fondi, infrastrutture e programmi sportivi strutturati. In questo contesto diventa evidente quanto sarebbe decisivo poter investire sul territorio. Le scuole, i centri educativi, le attività sportive di base dovrebbero esistere o resistere nei quartieri di Port-au-Prince e nelle province, perché servirebbero a restituire senso, a costruire immaginari alternativi a quelli delle gang armate, che oggi rappresentano, tragicamente, una delle poche forme di potere organizzato visibile.
In questo senso, il percorso di Richardson non è un’anomalia folkloristica da raccontare con stupore esotico. È una storia che interroga direttamente chi si occupa di cooperazione, di politica internazionale, di solidarietà. Ci chiede se siamo capaci di vedere Haiti non solo come luogo di emergenza permanente, ma come spazio di soggetti, di talenti, di possibilità.
Anche la scelta estetica delle divise olimpiche haitiane va letta così. Non come semplice operazione di immagine, ma come affermazione culturale. Portare sulle piste alpine i colori, i simboli, la pittura naïf haitiana significa dire: esistiamo, siamo qui, non come problema ma come cultura viva. In un mondo che spesso concede visibilità ad Haiti solo quando c’è un terremoto, un uragano o un massacro, questa presenza ha un valore politico enorme.
Bucare la rassegnazione
Naturalmente lo sport non può sostituire la politica. Non può fermare la violenza, ricostruire lo Stato, garantire diritti. Ma può fare una cosa fondamentale: tenere aperta una crepa nell’immaginario della rassegnazione. Può ricordare che Haiti non è solo il luogo dove «tutto va male», ma anche un Paese che continua a produrre senso, bellezza, resistenza.
Scrivere oggi di Richardson Viano, per me, significa questo. Raccontare Haiti dal punto di vista di chi la vive, la ama, la soffre, senza indulgenza e senza pietismo. Significa riconoscere che anche una discesa tra i pali può diventare un atto di dignità collettiva. E che, in un Paese attraversato da una crisi senza fine, ogni gesto che restituisce possibilità di futuro, per quanto fragile, merita di essere preso sul serio.
La storia di Richardson Viano funziona perché non è irraggiungibile: non racconta un’eccezione da ammirare a distanza, ma un percorso fatto di domande, di cadute, di ripartenze. È una storia che può parlare a molti, soprattutto a chi cresce con identità plurime, a chi è stato adottato e a un certo punto sente il bisogno di capire da dove viene, a chi cerca un volto in cui riconoscersi senza sentirsi fuori posto.
Ad Haiti sognavo la neve nasce con questa intenzione: restituire complessità senza togliere umanità. In un tempo in cui Haiti è spesso raccontata solo attraverso la violenza e la perdita, fermarsi su una storia come questa significa scegliere di guardare anche ciò che resiste, ciò che prova a immaginare un futuro, ciò che prima di essere realizzato deve essere sognato. Ed è forse da qui, da questi piccoli segni di possibilità, che può ricominciare un racconto diverso del Paese.
Alessandro Demarchi
Anniversario amaro
Fine mandato per il Consiglio presidenziale, resta il Governo di transizione
Infine è arrivato il 7 febbraio 2026. Data simbolo per Haiti, perché in quel giorno, quarant’anni fa, nel 1986, un sollevamento popolare organizzato cacciò Jean-Claude Duvalier, facendo cadere una sanguinosa dittatura famigliare, iniziata nel 1957. Quest’anno doveva essere la data dell’insediamento del nuovo presidente (l’ultimo eletto, Jovenel Moise, è stato assassinato il 7 luglio 2021), in sostituzione del Consiglio presidenziale di transizione (Cpt). Il Cpt è un organo ideato dal Caricom (Organizzazione degli stati dei Caraibi), riunitosi con Usa, Canada, Francia e Ue a Puerto Rico nel marzo 2024. Riunione su Haiti alla quale, però, non ha partecipato alcuna delegazione haitiana.
Le condizioni per realizzare delle elezioni nel Paese caraibico però non ci sono ancora. Il territorio è frazionato e controllato da bande criminali, armate di tutto punto con equipaggiamenti che arrivano, attraverso vie illegali, dagli Stati Uniti.
Transizione della transizione
Il Cpt, composto da sette membri, che ha svolto dal 25 aprile 2024 il ruolo di presidente, cessa di esistere. La più alta carica dello Stato – ma anche l’unica – diventa, quindi, il primo ministro di transizione, Alix Didier Fils-Aimé alla guida del Governo, anch’esso di transizione, dall’11 novembre 2024.
Fils-Aimé il 7 febbraio ha fatto un discorso ufficiale, per suggellare il passaggio. Ha promesso la riconquista del territorio, la neutralizzazione delle gang criminali, e la tenuta di elezioni libere. Specificando che lo Stato si impegna a non influenzare la consultazione e a garantire un trattamento egualitario dei candidati. Ha ricordato che la transizione non è completata e continua ad avere come missione il ritorno a una situazione di sicurezza e a un regime democratico.
Per questo, ha continuato, sono mobilitate polizia, Forze armate e la nuova Forza di repressione delle gang (Frg). E, soprattutto, ha fatto appello all’unità della nazione.
Sul terreno, intanto
La realtà sul terreno, però, è catastrofica. Oltre alla quasi totalità della capitale Port-au-Prince, le gang controllano diverse città e comuni dei dipartimenti Ovest, Artibonite e Plateau central, nonché le principali arterie stradali. In questo modo hanno il controllo anche sui trasporti e, quindi, il commercio di una vasta zona del paese.
Secondo l’ultimo rapporto della Binuh (Ufficio delle Nazioni Unite ad Haiti), da gennaio a novembre 2025, sono stati oltre 8.100 gli omicidi causati dai gruppi armati. Anche la pratica del rapimento a scopo di estorsione continua da parte delle gang, e vede una recrudescenza nelle ultime settimane. Secondo il Binuh, durante il 2025 sono 647 i rapimenti ufficialmente censiti.
La «Forza di repressione»
La Frg è un’iniziativa dell’amministrazione Trump. Istituita dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2025 e dichiarata operativa l’ottobre successivo, sarà completamente dispiegata solo entro ottobre 2026. Di fatto, oggi, è ancora inconsistente. Ha sostituto la Missione multinazionale d’appoggio alla sicurezza (Mmas), comandata dal Kenya che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi fissati. La nuova forza scaturisce da un cambio di strategia della comunità internazionale, ovvero non limitarsi all’appoggio alla polizia nazionale, ma combattere le gang, oltre che messa in sicurezza delle infrastrutture, e operare per la tenuta di elezioni nel Paese. È previsto che arrivi a avere un effettivo di 5.500 militari e 50 civili. Come già la Mmas, anche la Frg non è sotto l’egida dell’Onu, che però ne ha approvato il mandato con un voto al Consiglio di sicurezza il 30 settembre 2025.
Un’operazione offensiva a carattere militare, quindi, non una forza di polizia, abilitata a operare in modo indipendente dalle autorità haitiane. Sarà coordinata da un Ufficio di appoggio per Haiti, basato a Port-au-Prince, che dovrà gestire le questioni logistiche e amministrative.
La Frg sarà in parte finanziata dal fondo delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.
I costi stimati della missione e dell’Ufficio di coordinamento sono circa di un miliardo di dollari all’anno. Fondi, però, ancora da trovare. Come anche i Paesi che parteciperanno con l’invio di truppe.
Un patto teorico?
Sul piano politico, il 21 e 22 febbraio si è tenuta la cerimonia di firma del «Pacte national pour la stabilité et l’organisation des élections» (Patto nazionale per la stabilità e l’organizzazione delle elezioni). Il patto, voluto dal Governo di Fils-Aimé (che lo ha presentato al pubblico il 23 febbraio), è stato firmato da alcuni partiti politici e associazioni della società civile, con il benestare dalla Binuh.
Il suo obiettivo è creare condizioni di stabilità al fine di arrivare alle elezioni. Diverse formazioni politiche, tuttavia, sono contrarie non lo hanno sottoscritto.
Intanto, il 3 marzo, il premier Fils-Aimé ha presentato un nuovo esecutivo, ottenuto con un pesante rimpasto del precedente. Un ennesimo patto, una ulteriore forza militare straniera che non si riesce neppure a dispiegare, miliardi di dollari da trovare. La storia di Haiti pare, quanto mai, drammaticamente ciclica.
Marco Bello
HAITI SU MC
• Marco Bello, Lo stato «bandito», giugno 2024.
• Simona Carnino, Haiti e Curaçao. La rivincita dei Caraibi, 7 gennaio 2026.
Thailandia. Tensioni sul voto
L’8 febbraio la Thailandia va al voto in un passaggio elettorale caratterizzato da vivaci fermenti nazionalisti dopo la guerra di confine con la Cambogia nel 2025.
Nella monarchia costituzionale thailandese – nazione con una lunga storia di instabilità che ha alternato regimi militari e governi civili – si vota per l’Assemblea nazionale, composta da una Camera dei rappresentanti di 500 membri eletti, e da un Senato di 200 membri nominati. Gli elettori sono chiamati anche a decidere, tramite referendum, se iniziare i lavori per la stesura di una nuova Costituzione che sostituisca quella adottata nel 2017 sotto la giunta militare.
Nelle elezioni politiche si contendono il primato il leader del People’s Party, Natthaphong Ruengpanyawut, in testa nei sondaggi di opinione, e l’ex Primo ministro Anutin Charnvirakul, del partito Partito Bhumjaithai. Il People’s Party è il successore del partito “Move Forward”, che si era aggiudicato le elezioni del 2023, ma era stato successivamente bloccato dai legislatori e poi sciolto per ordine del tribunale.
Anutin Charnvirakul è stato, invece, il leader che, a dicembre 2025, ha indetto elezioni anticipate – dopo meno di cento giorni come primo ministro – durante una caotica sessione parlamentare che avrebbe potuto portare a un voto di sfiducia e al crollo del suo fragile esecutivo, divenuto minoranza.
Terzo attore in campo è il partito Pheu Thai, che fa capo al potente clan Shinawatra, da anni influente sulla scena politica. Proprio Paetongtarn Shinawatra, figlia minore del magnate ed ex primo ministro thailandese Thaksin Shinawatra, ha avuto una breve esperienza di governo tra l’agosto 2024 all’agosto 2025.
I tre principali partiti politici, che hanno sciolto le precedenti alleanze per scontrarsi direttamente alle elezioni, si confrontano su due temi principali: l’economia sul piano interno, il conflitto al confine sul versante estero.
La Thailandia è la terza economia del Sudest asiatico, ma la sua crescita è stata molto inferiore rispetto ad altri paesi della regione e le ripercussioni si fanno sentire sul costo della vita e sull’elevato debito delle famiglie. Nella società, nel periodo post pandemia, si registrano sacche di indigenza e povertà. I vari partiti hanno presentato promesse e soluzioni diverse per supportare le famiglie, proponendo misure di welfare per anziani, giovani, operai, piccole medie imprese. Negli ultimi mesi, inoltre, ha tenuto banco il conflitto al confine con la Cambogia, che ha riacceso sentimenti nazionalisti e ha nuovamente messo in risalto il ruolo dell’esercito.
«In campagna elettorale l’enfasi di tutti i partiti è stata sulla difesa della sovranità e della sicurezza nazionale», ha spiegato all’agenzia Fides il thailandese Peter Rachada Monthienvichienchai, Segretario generale dell’organizzazione Signis, rete cattolica mondiale per la comunicazione, che unisce professionisti dei media in tutto il mondo. «Nessun partito ha parlato apertamente di negoziati con la Cambogia, se non nei termini di essere fermi nella difesa, perché parlare di pace non porta consenso e voti», ha osservato.
Nel rapporto fra le due nazioni trova spazio anche la questione degli «scam center», i centri delle truffe online che sono oggi una piaga nel sudest asiatico, un annoso fenomeno diffuso sul confine, che incrocia criminalità e corruzione. Considerando che le forniture di elettricità e della connessione Internet per alcuni scam center vengono dalla Thailandia, si comprende come sia spesso la corruzione degli apparati pubblici thai a consentire o far prosperare questi traffici.
In tale scenario, la Chiesa cattolica thailandese ha diffuso una lettera pastorale incoraggiando a votare per candidati che «rispettino il valore e la dignità di ogni persona e che diano priorità al bene comune rispetto al guadagno personale». «La Chiesa – si legge nel testo diffuso dai Vescovi – ha la responsabilità di agire come missione morale e coscienza sociale per garantire che queste elezioni seguano il cammino della verità e della giustizia».
Il testo ricorda che i cittadini «hanno il dovere di contribuire alla società attraverso le tasse, la difesa nazionale e l’esercizio del loro diritto di voto». Tuttavia, puntualizzano i vescovi, «questo dovere non si esaurisce alle urne: esso include il monitoraggio e la tutela delle verità morali in ogni fase del processo politico». Infatti, rileva la nota, «una democrazia sana si fonda su valori umani fondamentali, in particolare sulla dignità umana, sui diritti umani e sul bene comune. Senza questi fondamenti morali, una democrazia può facilmente trasformarsi in una tirannia nascosta che opprime il suo popolo». Sul tema dell’integrità morale, la Chiesa cattolica thailandese rivolge anche un monito ai politici e ai funzionari governativi.
Paolo Affatato
Nepal. I giovani ci sono
Kathmandu. L’8 e il 9 settembre 2025, il Nepal ha vissuto un momento unico nella sua storia recente. Migliaia di ragazzi e ragazze della «Generazione Z» (ovvero persone nate dopo il 2000) si sono riversati per le strade di Kathmandu, raggiungendo il palazzo del Parlamento in segno di protesta.
Innescata dal divieto governativo che aveva bandito 26 piattaforme di social network, la protesta guidata dai più giovani ha presto convogliato in sé tutte le frustrazioni di una popolazione che, da anni, vive sotto il regime di una classe politica corrotta e sopravvive con uno dei redditi più bassi al mondo (il decimo, secondo una statistica dell’Economist).
Le forze di polizia, totalmente colte di sorpresa dal numero di persone da fronteggiare, hanno aperto il fuoco sulla folla, uccidendo 19 manifestanti.
Nel secondo giorno di protesta, quello del 9 settembre, la reazione dei dimostranti è stata feroce. Non ci sono stati più solo studenti per le strade, ma gente di tutte le generazioni. Alla fine dei due giorni, quella che doveva essere una protesta pacifica ha prodotto numeri da guerriglia urbana: il palazzo del Parlamento, alberghi e centri business legati ai politici, incendiati e ridotti in macerie. E 76 morti tra i manifestanti e centinaia di feriti. Il 10 settembre, l’arrivo dei militari, l’istituzione del coprifuoco e la promessa di un tavolo di trattative hanno calmato gli animi.
La situazione oggi
Qual è oggi la situazione in Nepal e cosa fanno tutti quei ragazzi e ragazze che erano per strada fino a pochi mesi fa? Ne incontriamo alcuni nel centro della capitale. Sin dai giorni successivi alle proteste, frange dei gruppi più organizzati si sono accampati con tende per continuare a far sentire la propria voce.
Dal 19 gennaio 2026, ad oltranza, alcuni ragazzi sono entrati in sciopero della fame. Ci avviciniamo a loro, a digiuno da giorni. Sono seduti a terra, avvolti in un sacco a pelo; alle loro spalle ci sono degli striscioni con stampate le foto e i nomi dei 76 morti durante le manifestazioni di settembre.
Ajay ci racconta: «Forzare una nazione alle elezioni senza dar peso al massacro dei ragazzi e delle ragazze della “Gen Z” è una chiara cospirazione per cancellare il loro sacrificio. Io ho annunciato il mio sciopero della fame, che andrà avanti finché non verranno esauditi i nostri sei punti chiave».
Ajay ci elenca le richieste sono: posticipare le elezioni di marzo; rilasciare gli attivisti in carcere e punire chi ha assassinato i manifestanti; indagine sui politici corrotti; stabilire un’elezione diretta del Primo Ministro; effettuare nuovi emendamenti costituzionali o riscrivere completamente la Costituzione; assicurare la possibilità di votare a chi vive all’estero.
Il Nepal ha circa 18 milioni di votanti che vivono nella propria nazione. Sono oltre sei milioni, invece, quelli che lavorano all’estero senza la possibilità di votare. Un gran numero di giovani nelle proteste di settembre, infatti, era composto proprio da persone residenti oltre confine, in vacanza in Nepal per partecipare ad alcune festività religiose.
Oggi, i gruppi di attivisti in Nepal si sono moltiplicati, ma non tutti sono d’accordo sul voler posticipare le elezioni del 5 marzo. Per altri ragazzi da noi intervistati, più moderati, le elezioni sono l’unico metodo per dar stabilità al Paese. Il Nepal è ora guidato temporaneamente da un governo tecnico con a capo la ex giudice Sushila Karki.
Per le elezioni di marzo sono stati registrati 61 partiti. La corsa sembra essere, però, sempre tra i soliti gruppi storici: il Nepalese congress (Ncp, partito più conservatore), il Communist party of Nepal (Uml, di stampo marxista-leninista) e il Communist party of Nepal (Mc, partito di orientamento maoista). Vale la pena di ricordare che il Paese è considerato il «paradiso dei partiti comunisti» dove ogni anno ne nascono e muoiono alcuni. Tra gli outsider, e possibili sorprese delle prossime elezioni, potrebbero esserci lo Janamat party, il People’s socialist party e il Nagarik unmukti party.
I «Gen Z», ufficialmente, non supportano alcun singolo partito, ma hanno dichiarato la loro forte contrapposizione e distacco dai grandi gruppi dell’Ncp e Uml, additati come «l’élite corrotta del Paese».
Ad un mese dalle elezioni non c’è ancora una lista di candidati ufficiale. L’instabilità data dagli ultimi eventi, i tentativi delle vicine Cina e India di infiltrarsi nella politica locale e la frustrazione di un’intera generazione, rischiano di innescare nuove proteste a marzo, almeno secondo il parere di molti ragazzi dai noi intervistati. Alla nostra domanda sul perché si è deciso di manifestare solo ora, dopo anni di abusi da parte della politica, uno degli attivisti ci ha risposto: «I nepalesi sono uno dei popoli più pacifici del mondo. Però c’è un limite massimo che possiamo sopportare. Quel limite è stato oltrepassato».
da Kathmandu, Angelo Calianno
Myanmar. L’autocelebrazione dei militari
Lunedì 26 gennaio, un giorno dopo la chiusura dei seggi, la Cina di Xi Jinping – primo alleato del Myanmar – si è congratulata per la felice conclusione delle elezioni generali nel Paese asiatico, le prime dopo il colpo di stato militare del 2021.
Le elezioni si sono svolte in tre fasi: il 28 dicembre, l’11 gennaio e il 25 gennaio. La narrativa ufficiale racconta che, alla competizione, hanno partecipato il partito dei militari – l’Union solidarity and development party (Usdp) – e altre 56 formazioni politiche. Tra queste non c’erano, però, i due principali partiti dell’opposizione: la «Lega nazionale per la democrazia» di Aung San Suu Kyi (sempre agli arresti) e la «Lega delle nazionalità Shan per la democrazia».
Le elezioni hanno riguardato le due camere del Parlamento (Pyidaungsu): la camera alta (Pyithu Hluttaw) che conta 440 membri e la camera bassa (Anyotha Hluttaw) che ne ha 224. Entrambe le assemblee hanno, però, una caratteristica che le scredita fin dall’origine: il 25 per cento dei seggi è riservato ai militari che tradotto significa 110 posti nella camera alta e 56 in quella bassa.
Oltre a questo vizio sostanziale, la giunta militare al potere ha lavorato per favorire il proprio braccio politico, l’Usdp. Quindi, la vittoria del loro partito era già certa prima delle elezioni. E così, infatti, è stato. Alle critiche internazionali il generale Min Aung Hlaing, leader della giunta militare, ha così ribattuto: «Non ci interessa se i Paesi stranieri riconoscono o meno le elezioni».
In ogni caso, le elezioni non sono state universali a causa della guerra civilein corso in varie regioni del Paese. Gli abitanti delle aree in mano a gruppi armati d’opposizione non hanno, pertanto, partecipato alla consultazione elettorale organizzata dal regime.
A dispetto di questo, nella riunione governativa, tenutasi il 27 gennaio nella capitale Nay Pyi Taw, il primo ministro Nyo Saw ha riferito che «le elezioni sono state libere, eque e condotte con dignità». Il Primo ministro ha, inoltre, ricordato la validità dell’Accordo di cessate il fuoco nazionale (Nca), firmato nel 2015, tra il governo e le organizzazioni armate etniche. Dimenticando di dire che, dopo il colpo di Stato del 2021, quasi tutti i gruppi firmatari si sono ritirati da quell’accordo.
La Cina non pare molto interessata a favorire la fine del conflitto interno. Il ruolo di Pechino è stato così sintetizzato da un analista politico citato dal quotidiano nazionale The Irrawaddy: «La Cina continuerà a proteggere l’esercito, qualunque cosa faccia. Alla Cina non importa quale governo sia al potere. Pensa solo a fare affari e a generare profitti».
Il generale Min Aung Hlaing in visita al monastero buddhista di Kengying il 20 gennaio 2026. Foto Myanmar News Agency.
Rimane, infine, da decifrare la posizione dell’apparato religioso. Il Myanmar è un paese a grande maggioranza buddhista. Molti monaci si sono opposti alla giunta militare, ma non tutti e tra questi anche alcuni di grande rilevanza. Come i monaci Ashin Wirathu (premiato dai militari) e Sitagu Sayadaw (molto vicino a Min Aung Hlaing). Il regime ha approfittato delle divisioni per accreditarsi come difensore del buddhismo. Lo ha dimostrato anche partecipando con Daw Nu Mra Zan, ministra per gli affari religiosi, al secondo «Summit globale dei buddhisti» tenutosi a Nuova Delhi, in India, dal 24 al 25 di gennaio.
Paolo Moiola
Il paese ha perso la verginità
«Voi tanzaniani siete troppo remissivi. Nessuna manifestazione, nessuna protesta. Che cosa aspettate ad alzare la testa contro un governo dittatore e corrotto, che vi schiavizza con salari da fame, mentre i disoccupati sono un esercito?». Questa la critica che alcuni osservatori africani rivolgono al Tanzania. Ed ecco che il 29 ottobre 2025 i tanzaniani dicono: «Ora basta!».
Dar es Salaam: tre parole arabe che significano «porto della pace».
Siamo in Tanzania. Ma, a partire dal 29 ottobre 2025, Dar es Salaam, capitale economica del Paese, non è piu il «porto della pace». Idem per le città di Mwanza, Arusha, Mbeya, Iringa, Tonduma, coinvolte in tragici eventi con circa 700 morti ammazzati nel giro di 48 ore.
Che cosa sta capitando in Tanzania, decantata oasi di tranquillità dell’Africa? Prima di rispondere a tale domanda, occorre fare dei passi indietro.
Tutti i presidenti
Julius Nyerere merita apprezzamento. Con Léopold Senghor del Senegal, Nyerere fu l’unico presidente dell’Africa ad avere liberamente rinunciato al potere. Leader indiscusso fin dall’indi- pendenza del Tanganyika nel 1961, nel 1985 Nyerere abbandonò la presidenza della repubblica del Tanzania. Nel 1995 si dimise pure dalla carica di presidente del partito di maggioranza Chama cha Mapinduzi (Partito della Rivoluzione), che dettava la politica del Paese.
Nyerere si ritirò senza essersi arricchito. Evento più unico che raro in Africa. Nel contempo Nyerere non fu scevro da scelte infauste: «nodi cruciali», che a suo tempo destarono malumori e resistenze. Ignorarli sarebbe offendere lo stesso «mwalimu» (maestro) del Tanzania, amante della verità.
Un nodo cruciale furono le leggi sulla detenzione preventiva dei sospettati di agire contro lo Stato.
Discutibile fu poi l’allontanamento dal Tanzania del politico Oscar Kambona e di altri personaggi, rei di opinioni contrarie al Presidente.
Ancora: Nyerere peccò di spirito antidemocratico quando adottò «il sistema del partito unico». Il presidente spiegò: il partito unico è una scelta obbligata, perché il Paese non è politicamente preparato al pluripartitismo; con più partiti, la nazione cadrebbe nel marasma degli altri Stati africani, divenendo facile preda di demagoghi abili nel cavalcare malumori tribali o religiosi.
Poi, il 30 ottobre 1978 Idi Amin Dada, dittatore dell’Uganda, invase il Tanzania. Tra i due Paesi fu guerra. L’esercito tanzaniano non solo cacciò l’invasore, ma occupò persino la capitale ugandese Kampala.
Fu l’episodio più sconcertante del mwalimu. Molti Paesi africani lo accusarono di violare i principi dell’Organizzazione dell’unità africana. Lui replicò: nella guerra contro l’Uganda ha prevalso «la ragione di Stato» e la consapevolezza che con l’imprevedibile e sanguinario Amin era impossibile ragionare.
Il Tanzania uscì vittorioso dal conflitto, ma affamato e stremato, senza riserve monetarie. Il Paese non poteva concedersi il lusso di una guerra.
Il dopo Nyerere
I presidenti successori di Nyerere furono: Ali Hassan Mwinyi (1985-1995), Benjamin Mkapa (1995-2005) e Jakaya Kikwete (2005-2015). Dopo Kikwete, fu la volta di John Magufuli, che morì nel 2021 probabilmente di Covid-19. Seguendo la Costituzione, il defunto presidente venne rimpiazzato dalla vicepresidente, Suluhu Samia Hassan.
C’è un denominatore comune fra questi cinque presidenti: ed è la «dittatura».
In Tanzania vige il pluripartitismo, ma è solo una parvenza di democrazia, giacché il Chama cha Mapinduzi detiene sempre in Parlamento la maggioranza assoluta: è il megafono del presidente di turno, un rullo compressore contro i partiti di opposizione, spesso irrilevanti perché divisi.
La Costituzione fa del presidente un «deus ex machina», quasi insindacabile. Dittatore, appunto. Esiste poi uno stretto connubio fra polizia e Presidenza della repubblica. Di qui il quesito cruciale: chi comanda in Tanzania? Il Parlamento o la polizia?
Durante il secondo mandato del presidente Kikwete vi fu un lodevole tentativo di riformare la Costituzione, grazie all’apporto di alcuni movimenti democratici, anche cattolici. Ma le loro proposte furono insabbiate. Un buco nell’acqua.
P.Mario Bianchi (allora superiore generale IMC) conversa col Presidente Nyerere nella casa della Missione di Uhungu, 2-7-1978.
Eventi inquietanti
Il 5 ottobre 2022 il quotidiano britannico The Guardian denunciò il governo del Tanzania per volere sradicare circa 100mila Masai dal loro habitat ancestrale di Ngorongoro e dintorni. Il Governo replicò: «No, noi li vogliamo proteggere meglio».
La verità, invece, è un’altra: creare una riserva di caccia di lusso per i turisti (cfr. MC notizie 6 ottobre 2025). Alla faccia del rispetto dei diritti umani. Il contenzioso tra Masai e potere politico è ancora aperto.
Perplessità destava, inoltre, la voce che circolava in Tanzania nel 2023: il Governo intende affidare la gestione dell’importante porto di Dar es Salaam a un paese arabo. Per il cittadino comune il progetto era uno schiaffo, un sentirsi tacciato di incapacità. I vescovi cattolici se ne fecero carico con una lettera aperta, chiedendo al governo di sottoporre alla volontà del popolo il problema dello scalo di Dar es Salaam.
Il sottoscritto lesse il documento dei vescovi, intitolato Vox populi vox Dei, nella parrocchia Ubungo Msewe di Dar es Salaam, che fu salutato da scroscianti applausi.
Il risultato? Zero. Il 22 ottobre 2024 quattro moli del porto suddetto furono affidati alla gestione degli Emirati arabi uniti.
Però il fenomeno più inquietante è un altro. Da circa due anni in Tanzania, durante la presidenza di Hassan, scompaiono persone. Scompaiono per non comparire più. Sono desaparecidos come quelli dell’Argentina del 1976-1983.
Nella prima metà di ottobre del 2025 Yuda Tadei Ruwa’ichi, arcivescovo di Dar es Salaam, stigmatizzò il dramma esigendo spiegazioni dall’autorità nazionale. No comment.
La rivolta dei giovani
Arriviamo al 29 ottobre 2025. In Tanzania sono in corso le elezioni presidenziali. La riconferma per altri cinque anni della presidente in carica Samia Suluhu Hassan è scontata, anche perché alla tornata elettorale non partecipa il maggiore partito di opposizione Chadema (Partito della democrazia e dello sviluppo), che ritiene inutile votare se prima non si cambia la Costituzione che garantisce poteri enormi al presidente eletto.
Assente forzato dalle elezioni è lo stesso presidente del Chadema, Tundu Lissu, imprigionato con l’accusa di tradimento. Lissu, l’8 settembre 2017, sfuggì miracolosamente a un attentato, restando gravemente ferito da 16 colpi di arma da fuoco.
In vista delle elezioni politiche, l’esecutivo ha dispiegato pesanti e costosi strumenti repressivi, per scardinare i restanti esponenti dell’opposizione. Tutto con un unico obiettivo: spianare la strada al secondo mandato di Hassan.
La mattina del 29 ottobre 2025 tanti seggi elettorali sono quasi deserti. Fra i non votanti, primeggiano i giovani, disamorati della presente politica. Giovani che, nel pomeriggio, iniziano a radunarsi per le strade di Dar es Salaam, per manifestare il loro dissenso verso il regime.
Oltre a denunciare l’inutilità di un’elezione il cui risultato è deciso da tempo, i manifestanti sfogano la loro rabbia contro il sistema politico, bruciando veicoli, scardinando distributori di carburante, devastando stazioni di polizia. Le forze dell’ordine reagiscono con gas lacrimogeni e blocchi stradali. Scende in campo pure l’esercito, rafforzando la repressione.
E si spara. Corre voce che alcuni soldati tanzaniani rifiutino di sparare contro i propri concittadini. Intervengono allora mercenari dell’Uganda e del Rwanda.
La sera del 29 ottobre viene proclamato il coprifuoco. Ma i manifestanti lo ignorano, sfidando polizia ed esercito. La protesta si estende a macchia d’olio anche in altre città, non solo a Dar es Salaam. È uno «tsunami» di rivolte. Sulle strade giacciono circa 700 cadaveri.
Nel frattempo la situazione diventa ancora più caotica. Già prima del voto, le autorità hanno bloccato l’accesso a internet e posto i media sotto controllo.
Gli aeroporti sono chiusi: non si parte né si arriva, specialmente a Dar es Salaam.
Sabato, primo novembre 2025, vengono notificati i risultati ufficiali delle elezionia: Suluhu Samia Hassan stravince con un plebiscito «bulgaro», pari a quasi il 98 per cento. Però i votanti sono stati circa 30 milioni, in un Paese che conta oltre 70 milioni di persone. È evidente che hanno votato solo gli aderenti al Chama cha Mapinduzi.
Evviva la Presidente! Oggi ha vinto.
E domani?
Il domani del Tanzania è già iniziato il 3 novembre 2025, con il prezzo della benzina schizzato da tremila scellini il litro a diecimila, mentre il valore dello scellino è collassato: uno scellino vale 0,00035 euro (18/11/2025).
L’aumento del carburante è il volano per l’aumento immediato di tutto. Così il costo dei generi alimentari è triplicato dal mattino alla sera. Ma guai a criticare il Governo. Il potere ti vede e ti sente. La gente vive nel terrore.
E se i parenti dei 700 morti ammazzati decidessero di vendicare i loro congiunti?
«Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, l’ora della salvezza, ed ecco il terrore» (Geremia 14, 19).
Il Tanzania ha perso la verginità. Nulla sarà più come prima. I bagni di sangue sono là in attesa di… «Quod Deus avertat!», che Dio ce ne scampi.
Francesco Bernardi
Bangladesh. Tensioni in vista del voto
La lunga transizione politica del Bangladesh si avvicina a un punto di approdo. Nel paese dell’Asia meridionale con oltre 170 milioni di abitanti, al 90% musulmani, il governo ad interim guidato dal Primo ministro Muhammad Yunus ha annunciato le elezioni politiche per l’aprile 2026.
Il premio Nobel per l’economia era stato scelto per guidare il Paese dopo le ampie proteste popolari che, nell’agosto 2024, avevano costretto alla fuga l’ex Primo ministro Sheikh Hasina, rifugiatasi in India. L’intervento dei militari aveva riportato l’ordine e si era scelta la soluzione di un esecutivo provvisorio, per promuovere una serie di riforme e indire poi nuove elezioni.
Questa fase sociale, protrattasi per oltre un anno, è risultata molto fluida: scontri tra i seguaci di partiti politici diversi hanno continuato a creare tensione e instabilità sociale. In particolare, membri della Awami League, il partito dell’ex Premier Sheikh Hasina, hanno attaccato attivisti del National Citizen Party, il partito studentesco ufficialmente presentatosi agli elettori all’inizio del 2025, e nuovo attore sulla scena politica.
Un fattore di incertezza riguarda la vicenda di Hasina: a novembre, un tribunale ha condannato a morte la donna, dopo un processo durato diversi mesi, emettendo la sentenza in contumacia. La Corte per i crimini internazionali del Bangladesh l’ha ritenuta colpevole di aver ordinato la repressione della rivolta studentesca nel 2024, in cui vennero uccise circa 1.400 persone. Hasina è stata condannata all’ergastolo per crimini contro l’umanità e alla pena di morte per aver ordinato gli omicidi dei manifestanti. La difesa ha sostenuto che le accuse sono «infondate e politicamente motivate», definendo la corte «un tribunale farsa». Il verdetto potrà essere impugnato presso la Corte Suprema.
Questo è lo scenario che si profila alla vigilia delle elezioni, cui non parteciperà la Awami League, il partito di Sheikh Hasina, messo al bando dalla Commissione elettorale con una mossa che ha acuito la polarizzazione sociale e le tensioni.
Avrà un peso sul voto anche la situazione economica: la popolazione avverte le conseguenze del crollo del settore industriale, del vistoso calo degli investimenti esteri, dell’inflazione in continua ascesa con i beni di prima necessità sempre più costosi.
Tra le minoranze religiose del Bangladesh (cristiani, induisti, buddisti), si registrano, inoltre, preoccupazioni per il ritorno dei partiti islamisti radicali sulla scena politica: la Corte Suprema del Bangladesh, infatti, ha revocato il bando al maggiore partito musulmano del Paese, per oltre dieci anni relegato ai margini della società. Il Jamaat-e-Islami potrà prendere parte alle prossime elezioni generali e si appresta ad ampliare la sua base di consenso politico.
Il pericolo, segnalato soprattutto da enti della società civile, è l’influenza che i partiti islamisti potranno avere nel futuro governo del Paese. Per questo si chiede al governo ad interim di concludere l’iter delle riforme costituzionali prima delle elezioni, definendo un quadro istituzionale e giuridico secondo principi di democrazia, pluralismo, uguaglianza.
In una marcia pacifica tenutasi a Dacca nel novembre scorso, i cattolici (500mila in tutta la nazione) hanno voluto segnalare alle autorità e all’opinione pubblica i diversi episodi di violenza che «gettano un’ombra sulla convivenza», ha dichiarato all’agenzia «Fides» il vescovo ausiliare di Dacca, Subroto Boniface Gomes. l 7 novembre una bomba rudimentale è esplosa davanti al cancello del complesso della cattedrale di Santa Maria a Dacca e un altro ordigno è esploso al collegio di San Giuseppe mentre, agli inizi di ottobre, una bomba è stata lanciata contro la chiesa cattolica del Santo Rosario, la più antica della capitale. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità degli attacchi terroristici. Ai fedeli, i vescovi hanno chiesto di «vigilare, essere prudenti e di custodire fede, speranza e carità».
Paolo Affatato
Argentina. Milei, per grazia ricevuta
Yuto (Jujuy). Dopo quattro mesi disastrosi per la Casa Rosada, con l’economia dipendente dal salvataggio finanziario di Donald Trump, casi di corruzione di alto profilo e persino candidati esclusi a causa di legami con il narcotraffico, il governo Milei temeva le elezioni di medio termine. Invece, è andata diversamente. La strategia del presidente di ridurre le elezioni a una battaglia tra il «bene», da lui rappresentato, e il «male», ovvero il kirchnerismo di Cristina (la ex presidenta, attualmente ai domiciliari per corruzione), si è rivelata un successo.
La partecipazione al voto ha raggiunto il 68 per cento e ha prodotto un progresso significativo de La libertad avanza, il partito del presidente Milei, e un arretramento di Fuerza patria, il partito peronista. Questi risultati hanno ridisegnato il Congresso argentino: la Camera (275 deputati) avrà sempre 99 peronisti con i seguaci di Milei passati però da 37 a 80; al Senato (72 rappresentanti) i senatori peronisti si sono ridotti a 28, mentre quelli di Milei sono passati da 6 a 18.
Il presidente Milei spera che la sua vittoria elettorale plachi le turbolenze sui mercati finanziari e arresti la caduta del peso rispetto al dollaro, una crisi che ha richiesto il salvataggio multimiliardario (20 miliardi di dollari) degli Stati Uniti.
Axel Kicillof, governatore di Buenos Aires e candidato peronista, sconfitto dal presidente Javier Milei nelle elezioni di medio termine. (Foto Santiago Sito via Flickr)
A sua volta, il principale avversario, il governatore di Buenos Aires Axel Kicillof, futuro candidato peronista alle presidenziali del 2027, ha affermato che «Milei sbaglia a festeggiare questo risultato elettorale, dove 6 argentini su 10 hanno dichiarato di non essere d’accordo con il modello da lui proposto». «Sbaglia anche a ignorare la sofferenza del nostro popolo, dove i più vulnerabili soffrono ogni giorno di più» ha aggiunto Kicillof, criticando Milei per aver chiesto agli Stati Uniti un salvataggio per sostenere il suo piano economico.
Al di là del risultato elettorale, mi permetto di proporre una riflessione personale. Il giorno delle elezioni, dopo la chiusura delle stesse, nella mia omelia ho detto che il risultato elettorale sarebbe dipeso dal modo di votare: «Si può “votar” o “botar”. Votar con la “v” può esprimere un voto minimamente cosciente e responsabile; botar (buttare) con la “b” può indicare un voto condizionato, comprato, buttato via, precisamente».
Già alcune settimane prima, in occasione della festa patronale, in onore di San Francesco di Assisi in una delle comunità facenti parte della parrocchia di Yuto, dove opero pastoralmente, nella messa principale, a cui sono soliti partecipare anche rappresentanti politici di diverso segno partitario (sindaci e deputati regionali), avevo fatto qualche provocazione. Durante l’omelia avevo provato a collegare il Giubileo della speranza, promosso da papa Francesco, con la realtà nelle sue diverse espressioni. Avevo chiesto: che segni di speranza ci aspettiamo, per esempio, dalla politica? Avevo provato a ricordare che è tempo di sperare in una politica con una vocazione di servizio al posto di una politica proselitista che compra volontà e coscienze.
Come missionario, sento la grande necessità di tornare a formare coscienze e senso civico, per non svilire la politica e il senso della democrazia, in cui tutti dovrebbero sentirsi partecipi, con diritti e doveri. Per un Paese che non svenda i beni di tutti al miglior offerente, che non distrugga l’ambiente e la Casa comune. Non è il liberismo selvaggio alla Milei che può far grande l’Argentina.
Giuseppe (José) Auletta, Imc
Giappone. Sanae Takaichi, la prima premier donna
Takaichi Sanae, 64 anni, è diventata la prima donna premier nella storia del Giappone. Dopo aver conquistato la leadership del Partito Liberal Democratico (Ldp) il 4 ottobre scorso, battendo al ballottaggio il giovane Koizumi Shinjiro con 185 voti contro 156, la sua elezione a capo del governo è avvenuta con il voto parlamentare il 21 ottobre. Ma il suo approdo al governo giapponese è tutt’altro che trionfale. Eredita, infatti, un Paese in profonda crisi politica ed economica, e dovrà affrontare ostacoli che vanno ben oltre le sfide tradizionali di un nuovo premier.
Un patito diviso
La prima grande difficoltà per Takaichi arriva paradossalmente dal suo stesso partito. Il Ldp, che ha dominato la politica giapponese per quasi settant’anni, è uscito profondamente indebolito da una serie di sconfitte elettorali. Nel 2024 ha perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, e nel luglio 2025 anche quella alla Camera dei Consiglieri. Questi risultati disastrosi hanno portato alle dimissioni del premier uscente Ishiba Shigeru, in carica da appena un anno.
La scelta di Takaichi da parte dell’Ldp riflette una strategia rischiosa: puntare su una figura ultraconservatrice per riconquistare l’elettorato di destra che si era spostato verso partiti emergenti come il Sanseito. Ma questa mossa ha un prezzo. Molti all’interno del partito preferivano il più moderato Koizumi, e la vittoria risicata di Takaichi al ballottaggio rivela profonde divisioni interne.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la rottura dell’alleanza storica con il Komeito, il partito moderato di ispirazione buddista che per 26 anni ha garantito stabilità alla coalizione. La nuova coalizione con il Partito dell’Innovazione Giapponese (Nippon Ishin) lascia il governo sotto di due seggi rispetto alla maggioranza assoluta alla Camera bassa: 231 su 465, quando ne servono 233. Questa fragilità parlamentare significa che Takaichi dovrà negoziare continuamente con l’opposizione per far passare qualsiasi iniziativa legislativa. Un’ironia amara per una donna politica nota per le sue posizioni intransigenti.
Una leadership femminile guardata con diffidenza
Essere la prima donna premier in Giappone non è solo un traguardo simbolico, ma anche un fattore che complica ulteriormente la sua posizione. Il Paese si colloca agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla parità di genere, e la leadership femminile è ancora guardata con diffidenza in molti ambienti politici e imprenditoriali.
Paradossalmente, le posizioni personali di Takaichi su questi temi potrebbero alienarle il sostegno di chi vorrebbe vedere in lei un simbolo di progresso. L’ultraconservatrice Takaichi si oppone ai matrimoni omosessuali, è contraria alla possibilità per le donne sposate di mantenere il proprio cognome, e ha dichiarato che le donne dovrebbero essere innanzitutto mogli e madri. Si oppone persino alla possibilità che la successione imperiale cessi di essere un affare esclusivamente maschile.
Queste posizioni la mettono in una posizione singolare: prima donna premier, ma paladina di valori tradizionali che limitano il ruolo delle donne nella società giapponese.
Un falco in politica estera
Il profilo di falco di Takaichi in politica estera rappresenta forse la sfida più delicata del suo mandato. Cresciuta all’ombra di Abe Shinzo, l’ex premier assassinato nel 2022, Takaichi non ha mai nascosto le sue simpatie per il nazionalismo giapponese. Le sue ripetute visite al santuario di Yasukuni, che onora i caduti di guerra giapponesi inclusi criminali di guerra giustiziati, hanno già suscitato forti critiche da parte di Cina e Corea del Sud, che vedono il santuario come simbolo del passato militarista del Giappone. Negli ultimi giorni, tuttavia, Takaichi ha mostrato un inatteso pragmatismo evitando di visitare il santuario durante un’importante festività, probabilmente per non compromettere le relazioni diplomatiche alla vigilia della sua investitura.
Una delle priorità di Takaichi è la revisione dell’articolo 9 della Costituzione pacifista giapponese, che rinuncia formalmente alla guerra e limita le forze armate del paese a un ruolo difensivo. La leader dell’Ldp vuole che venga riconosciuto esplicitamente il ruolo dell’esercito giapponese e ha proposto un significativo aumento della spesa per la difesa.
Questa posizione la pone in sintonia con gli Stati Uniti, che da tempo spingono il Giappone ad assumere un ruolo militare più attivo nella regione Indo-Pacifica, ma rischia di alimentare le tensioni con Pechino, soprattutto considerando che Takaichi ha anche suggerito la creazione di un’alleanza di sicurezza con Taiwan, l’isola rivendicata dalla Cina come parte del proprio territorio.
Anche i rapporti con la Corea del Nord rappresentano un nodo critico. La reticenza di Takaichi nel riconoscere apertamente i crimini di guerra commessi dal Giappone nel secolo scorso complica qualsiasi dialogo con Pyongyang sulla questione degli ostaggi giapponesi e sulla denuclearizzazione della penisola coreana.
Con gli Stati Uniti, Takaichi ha proposto di rivedere l’accordo sui dazi negoziato dal suo predecessore Ishiba, che aveva ottenuto una riduzione al 15%. Il Ldp ha scelto Takaichi anche perché ritenuta la candidata più adatta a gestire le relazioni con Washington in un momento di crescenti tensioni commerciali e strategiche nell’Indo-Pacifico.
Il fronte economico
Sul fronte economico, Takaichi si presenta come una nostalgica dell’«Abenomics», la strategia economica del suo mentore Abe Shinzo basata su tre pilastri: politica monetaria espansiva, aumento della spesa pubblica e riforme strutturali. La leader dell’Ldp non ha mai nascosto la sua ammirazione per Margaret Thatcher, l’ex premier britannica che incontrò a un simposio poco prima della sua morte nel 2013.
Takaichi ha recentemente criticato la decisione della Banca del Giappone di alzare i tassi di interesse, sostenendo la necessità di mantenere una politica monetaria accomodante. Ha proposto aumenti della spesa pubblica e tagli fiscali per contrastare l’aumento del costo della vita che sta erodendo il potere d’acquisto delle famiglie giapponesi.
Il problema è che queste ricette sembrano dissonanti rispetto alla situazione attuale. L’inflazione, dopo decenni di deflazione o stagnazione dei prezzi, è tornata a essere un tema politicamente esplosivo in Giappone. Una politica di yen debole e spesa pubblica espansiva rischia di alimentare ulteriormente l’inflazione, vanificando gli sforzi per alleviare la pressione sui consumatori.
Gli analisti economici avvertono che il raddoppio dell’Abenomics propugnato da Takaichi, potrebbe portare a un’inflazione ancora più alta, proprio l’opposto di ciò di cui ha bisogno la popolazione giapponese in questo momento.
Una sfida difficile
Takaichi Sanae si trova di fronte a una sfida che pochi premier giapponesi hanno dovuto affrontare. Deve governare senza una maggioranza solida, ricucire un partito diviso, gestire crisi economiche e diplomatiche simultanee, e farlo mentre porta il peso simbolico di essere la prima donna alla guida del paese.
Le sue posizioni conservatrici in politica interna ed estera potrebbero rivelarsi sia un punto di forza che una debolezza. Da un lato, potrebbero consolidare la base elettorale dell’Ldp tra gli elettori più tradizionalisti. Dall’altro, rischiano di alienare gli elettori moderati e di complicare i rapporti con i paesi vicini in un momento in cui la stabilità regionale è più che mai necessaria.
Il Giappone, quarta economia mondiale, si trova a un bivio. La scelta di Takaichi rappresenta un test non solo per lei personalmente, ma per l’intera classe politica giapponese: può il paese permettersi un ritorno al conservatorismo duro in un momento che richiede pragmatismo e capacità di compromesso?
La risposta arriverà presto. Il 21 ottobre segna non solo l’inizio di un’era storica con la prima donna premier, ma anche l’inizio di una delle prove più difficili per la leadership giapponese nel dopoguerra.
Piergiorgio Pescali
Myanmar. Elezioni e giunta militare
La campagna elettorale per le elezioni in Myanmar inizia il 28 ottobre e durerà due mesi, fino al 28 dicembre, quando si svolgeranno le operazioni di voto. La Commissione elettorale dell’Unione, nominata dalla giunta militare al potere nella nazione, accelera i preparativi per le elezioni, diramando le norme per i comizi e i candidati. Tuttavia la parvenza di normalità che la giunta militare intende dare alle operazioni di voto non riesce a celare le enormi sfide e le questioni cruciali che si aprono in vista di quella che alcune organizzazioni in patria e all’estero, come la Federazione internazionale per i diritti umani, definiscono «una farsa elettorale». Tra l’altro la legge prevede pesanti sanzioni fino alla pena capitale per chi si oppone al voto, e l’esclusione dalle liste elettorali di tre milioni di cittadini e della Lega nazionale per la democrazia che, nel 2020, prima del golpe militare, aveva ottenuto una schiacciante vittoria.
La tornata elettorale, che proseguirà in più fasi nel 2026, vede 55 partiti registrati, nove dei quali in lizza a livello nazionale. La Commissione elettorale ha stabilito 330 circoscrizioni elettorali per i seggi della Camera bassa, 110 per la Camera alta, 364 per i parlamenti regionali e 29 per le cariche di rappresentante delle minoranze etniche.
Ma il voto potrà svolgersi, per ammissione dello stesso Generale Min Aung Hlaing a capo della giunta, in un territorio che corrisponde circa alla metà del Paese. Le elezioni saranno, dunque, secondo la Resistenza e le minoranze etniche che si oppongono al regime e controllano l’altra metà del territorio, del tutto irregolari e prive di legalità. Il boicottaggio annunciato dai gruppi di opposizione, unito alle critiche degli osservatori internazionali, tuttavia, non ferma i generali che, dopo il golpe del 1° febbraio 2021, provano a legittimare, sia sul piano interno, sia a livello internazionale, il controllo sulla nazione.
Il centro studi Asian network for free elections, nel suo rapporto di valutazione sul voto, ha rilevato che «le elezioni organizzate dalla giunta in Myanmar non si allineano con gli standard internazionali e non possono essere considerate credibili o legittime».
Anche l’Ong Human Rights Watch ha invitato i leader dell’Asean (l’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico, di cui il Myanmar è membro) a negare il riconoscimento delle elezioni, a intensificare l’isolamento diplomatico della giunta e aumentare l’assistenza umanitaria ai rifugiati in quella che ha definito «una delle peggiori crisi di sfollamento in Asia dalla seconda guerra mondiale».
Dal 2021, infatti, nel tentativo da parte della Giunta militare di fiaccare i gruppi della resistenza – oggi un’alleanza tra le Forze di difesa popolari, milizie dell’etnia maggioritaria bamar, e gli eserciti delle minoranze etniche -, oltre 3,5 milioni di persone sono state sfollate e altri milioni affrontano un’insicurezza alimentare acuta. L’Ong ha anche documentato attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria su villaggi, municipi e infrastrutture civili.
Dal Myanmar alcune voci della società civile hanno problematizzato la questione, considerandola sul lungo periodo: il processo elettorale, pur essendo controllato dai militari, «avrà comunque, come esito finale, un maggiore coinvolgimento dei civili nel governo della nazione e sarà un piccolo passo positivo», ha riferito all’agenzia vaticana «Fides» Joseph Kung Za Hmung, cattolico di Yangon, educatore e fondatore della prima università cattolica privata della nazione. Con il voto, argomenta, «vedremo l’influenza della giunta militare in qualche modo diminuire, si parlerà del rilascio dei prigionieri politici, la nazione avrà nuovamente delle istituzioni democratiche, e sarà un’evoluzione positiva, che ci permetterà di fare un primo passo per uscire dal governo esclusivo della giunta».
Pur senza sottovalutare «tutte le critiche e le criticità, come il fatto che le elezioni non saranno del tutto libere, o che molta parte della popolazione non potrà o non vorrà votare», ha spiegato Kung Za Hmung, «bisogna considerare che il voto resta un’espressione democratica, sicuramente con limiti e con risultati in parte scontati: ma è pur sempre l’inizio di una via d’uscita per tornare ad avere un governo civile».
Sul piano internazionale, se alle Nazioni Unite si esprimono critiche e riserve, alcune grandi potenze come Russia e Cina (mentre si vedrà quale sarà la scelta dell’India), si preparano a riconoscere il risultato del voto e il Governo che ne uscirà.
Paolo Affatato
Guinea-Bissau. Stampa imbavagliata
Lo scorso 15 agosto, le autorità della Guinea-Bissau hanno sospeso tre testate giornalistiche portoghesi accreditate nel Paese – Radio e Televisão de Portugal (che comprende Rtp rádio e Rdp television) e Agência Lusa – e ai loro 11 corrispondenti sono stati dati quattro giorni di tempo per lasciare Bissau.
Immediatamente dopo la sospensione, i direttori delle tre testate hanno pubblicato una dichiarazione congiunta a condanna di «una misura discriminatoria e selettiva che costituisce un attacco deliberato alla libertà di espressione». Hanno però anche sottolineato come la decisione sia parte di uno sforzo più ampio del governo «di silenziare i giornalisti». Negli ultimi anni, infatti – soprattutto dopo l’arrivo al potere dell’attuale presidente Umaro Sissoco Embaló nel 2020 – si è assistito a crescenti pressioni e violenze nei confronti degli operatori del mondo dell’informazione.
Clima di repressione
Il Primo ministro guineano Braima Camará ha giustificato la sospensione dicendo che le tre testate «devono capire che la Guinea-Bissau è uno Stato sovrano». Ma il problema è che, per le autorità, rivendicare la sovranità del Paese vuol dire ostruire – se non impedire – il lavoro dei giornalisti e ostacolare il più possibile la circolazione libera e trasparente di notizie.D’altra parte, anche l’Indice sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere (Rsf, organizzazione per la difesa della libertà di stampa nel mondo) fotografa un clima di crescente repressione: in un anno, la Guinea-Bissau ha perso 18 posizioni, crollando dal 92° al 110° posto globale.
Intimidazioni, aggressioni e violenze nei confronti di giornalisti e opinionisti contrari al governo sono sempre più frequenti. A febbraio 2022, ad esempio, uomini armati hanno sparato nella sede di Capital Fm a Bissau. Poche ore prima, la radio indipendente aveva ospitato Rui Landim, analista politico critico nei confronti dell’esecutivo. Anche Landim stesso poi ha pagato il prezzo delle sue parole, venendo aggredito in casa dalla polizia. Pochi mesi dopo, una sorte simile ha colpito anche Marcelino Intupé, avvocato e commentatore politico per Rádio Bombolom, anche lui colpevole di aver criticato il governo.
A dicembre 2023, invece, uomini armati hanno attaccato la sede di Tgb, l’unica rete televisiva del Paese, per impedire la messa in onda di un servizio sulla dissoluzione del Parlamento (ordinata il 4 dicembre da Embaló, sostenendo di aver sventato un tentato colpo di stato). Pochi giorni dopo, c’è stato un avvicendamento alla guida dell’emittente, passata così sotto il controllo dell’esecutivo.
Con l’approssimarsi delle elezioni – previste inizialmente per dicembre 2024 – e il ritorno nel Paese di diversi esponenti dell’opposizione, il tentativo del governo di controllare la stampa è diventato ancora più marcato. Nel giro di pochi giorni, ai giornalisti è stato impedito di coprire il rientro in Guinea-Bissau di Braima Camará (attuale Primo ministro e all’epoca oppositore) e Domingos Simões Pereira (leader dello storico Partito africano per l’indipendenza della Guinea e di Capo Verde).
Censura elettorale
Il clima di repressione si è poi acuito a fine 2024, quando Embaló ha annunciato la decisione di posticipare le elezioni. Citando l’instabilità politica, diverse difficoltà logistiche e il dibattito sui limiti al mandato presidenziale, il presidente ha rimandato il voto di un anno, nonostante le proteste di opposizione e società civile.
Le presidenziali sono previste per il 23 novembre 2025 e Embaló ha annunciato la ricandidatura. Al contempo, la libertà di stampa – cruciale in momenti come le campagne elettorali per diffondere informazioni corrette e trasparenti e costruire consapevolezza nei cittadini – si sta riducendo sempre di più.
Secondo Sadibou Marong, direttore di Rsf Africa, infatti, non è un caso che la decisione di espellere le testate portoghesi sia giunta tre mesi prima del voto. È piuttosto un «indicatore chiaro del fatto che le autorità intendono restringere e influenzare la copertura mediatica delle elezioni. Ciò lancia un segnale preoccupante a tutti i professionisti dell’informazione che potrebbero essere spinti all’autocensura, minando così la qualità della copertura del voto».
Anche dall’opposizione si sono alzate voci critiche. L’ex Primo ministro Baciro Dja ha accusato il governo di voler creare un ambiente poco trasparente, nel quale manipolare con tutta calma il risultato elettorale. Pereira (la cui coalizione è stata esclusa dalle legislative, programmate anch’esse per il 23 novembre) ha invece detto che la pressione sulla stampa mostra che ormai «il Paese è pericolosamente vicino alla dittatura».
Ma per un’élite politica corrotta – la Guinea-Bissau è 158° su 180 Paesi nell’Indice sulla percezione della trasparenza – e che si regge su reti clientelari, limitare la libertà di informazione è fondamentale per mantenere un saldo controllo sulle strutture politiche.
Aurora Guainazzi
Bangladesh. Instabilità esplosiva
Scricchiola il Governo del Nobel per la pace Muhammad Yunus. Dopo le proteste studentesche e le violenze di un anno fa, l’ottimismo per il nuovo presidente si sta esaurendo in un quadro di crescente incertezza sociale e politica.
«La luna di miele con i cittadini è finita», dicono i commentatori. Il governo ad interim del Bangladesh guidato da Muhammad Yunus dopo le rivolte studentesche di agosto 2024 che hanno portato all’estromissione dell’allora primo ministro Sheikh Hasina, non gode più della fiducia incondizionata dei cittadini. Yunus, premio Nobel per la pace del 2006, noto per aver ideato e realizzato un sistema moderno di microcredito che ha aiutato negli ultimi decenni molti indigenti in tutto il mondo a uscire dalla povertà, affronta una crescente insoddisfazione popolare.
Troppi rinvii elettorali
Uno dei motivi del malcontento è il ripetuto rinvio delle elezioni generali, che Yunus ha finalmente annunciato si terranno nell’aprile del 2026. Le maggiori formazioni politiche in Bangladesh, infatti, parlando di un certo peggioramento dell’ordine pubblico, dell’instabilità economica e delle crescenti difficoltà in cui si ritrova la popolazione, hanno intensificato la richiesta di fare tornare i cittadini alle urne. Il Paese affronta, da un lato, il crollo del settore industriale con un drastico calo degli investimenti esteri; d’altro l’allarme per una criminalità dilagante, incentivata dalle oltre 4mila armi da fuoco saccheggiate dopo il 5 agosto 2024, in seguito alle proteste studentesche.
«Il governo è salito al potere con grandi promesse di cambiamento, eppure gran parte di quell’ottimismo è svanito», ha scritto Mohammad Al-Masum Molla, editorialista del quotidiano bangladese The Daily Star. «Sebbene alcune riforme proposte, come i limiti al mandato del primo ministro e la formazione di un parlamento bicamerale, potrebbero aprire la strada a istituzioni democratiche più solide – ha proseguito –, queste riforme devono ancora concretizzarsi. Inoltre, l’opinione pubblica è sempre più frustrata, soprattutto a causa dei problemi economici».
«Con l’inflazione in continua crescita – prosegue Molla -, e i beni di prima necessità sempre più inaccessibili, molti bangladesi si chiedono se il governo abbia gestito al meglio la crisi economica».
Una mossa poco democratica
Un secondo motivo dei malumori popolari è legato a Sheikh Hasina e al suo partito, la Awami League. Hasina si trova attualmente in India ed è processata in contumacia dal Tribunale bangladese per i crimini internazionali. Il procedimento penale si sta concentrando sulla repressione delle proteste che hanno segnato la fine del suo governo, durato 15 anni. Hasina è accusata di aver ordinato la violenza e l’uccisione dello studente manifestante Abu Sayeed, il primo ad essere assassinato durante la rivolta, ma sostiene che le accuse contro di lei sono di matrice politica.
Con una mossa discutibile sul piano della democrazia, la Commissione elettorale ha sospeso la registrazione del suo partito, la Awami League, alle elezioni, in attesa dell’esito del processo. Questo ha fatto montare la protesta tra i sostenitori del partito che si sono scontrati con i membri del National Citizen Party, la formazione politica studentesca formatasi agli inizi del 2025, che si presenta come nuovo partito alla prossime elezioni. Nei disordini a Gopalganj, località a Sud della capitale Dacca, è intervenuta la polizia, e almeno quattro persone sono state uccise e decine sono rimaste ferite. Il coprifuoco imposto dal Governo è il segno che l’instabilità è pronta riesplodere.
Torna il partito islamista
Un altro fattore potrà avere un impatto cruciale. La Corte Suprema del Bangladesh ha ripristinato la legittimità del più grande partito musulmano del Paese, oltre dieci anni dopo che il gruppo politico era stato messo al bando dal governo di Sheikh Hasina. Il Jamaat-e-Islami potrà essere formalmente inserito nell’elenco della Commissione elettorale, partecipando alle prossime elezioni generali.
La sentenza va nella direzione di consentire «un sistema inclusivo e multipartitico» in un Paese di 170 milioni di abitanti, in maggioranza musulmana, ma riapre le porte all’influenza sulla scena politica dei gruppi radicali.