A inizio luglio, il governo congolese ha annunciato la creazione di un Consiglio consultivo internazionale, incaricato di esaminare le violazioni dei diritti umani che da trent’anni si susseguono nel Paese. Formato da alcuni dei massimi esperti di giustizia internazionale, l’organo ha avviato i propri lavori il 13 luglio, con l’obiettivo di facilitare il riconoscimento delle violenze, individuandone i responsabili. A guidare il Consiglio sono due copresidenti: Julienne Lusenge, attivista congolese per i diritti umani, e Howard Morrison, avvocato britannico, ex giudice della Corte penale internazionale e del Tribunale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia. Insieme a loro, formano l’organismo alcuni dei massimi esperti di crimini di guerra e diritto internazionale e umanitario. Come Stephen Rapp, ex ambasciatore statunitense per i crimini di guerra, e procuratore capo durante il processo contro l’ex presidente liberiano Charles Taylor, condannato a cinquant’anni di carcere proprio per questa tipologia di crimini. Ma anche Nina Jørgensen, giudice del tribunale dell’Aia, e Pascal Turlan, ex funzionario della Corte penale internazionale con esperienza in casi relativi alla Rdc.
Trent’anni di violazioni A queste figure spetta un compito complesso: fare luce su trent’anni di violazioni dei diritti umani e abusi continui, soprattutto nell’est del Paese, dove dai primi anni Novanta è un continuo succedersi di scontri armati e violenze nei confronti dei civili. Non a caso, in una nota congiunta, Lusenge e Morrison hanno sottolineato che «per tre decenni sono state inflitte atrocità al popolo congolese, su una scala che ricorda i momenti più bui della storia umana». E in tutto questo «le storie, i nomi e le sofferenze dei sopravvissuti sono stati ignorati per troppo tempo». Dare un nome alle vittime, raccoglierne le storie e avviare processi legali e diplomatici che portino al riconoscimento delle violenze commesse, trent’anni fa come oggi, e all’individuazione dei responsabili è il motivo per cui nasce il Consiglio. Il lavoro del gruppo si articola lungo tre decenni di storia. In questo senso, il contenuto della prima seduta del 13 luglio è stato emblematico. Gli esperti si sono dedicati all’analisi delle recenti violenze nell’est della Rdc e dei programmi di assistenza urgente. Ma hanno anche ripreso in mano un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2010 e nel quale sono stati documentati oltre 600 crimini commessi da forze locali e straniere (rwandesi e ugandesi) tra il 1993 e il 2003: stupri, massacri sistematici e l’ipotesi di genocidio nei confronti degli hutu arrivati nella Rdc dopo il genocidio dei tutsi in Rwanda.
Radici nel passato La situazione attuale nelle province orientali congolesi, infatti, si lega al genocidio rwandese, a seguito del quale molti hutu – sia responsabili del genocidio, sia civili che temevano la ritorsione dei tutsi – sono fuggiti nell’est della Rdc. I trent’anni successivi sono stati un alternarsi di guerre – tra cui le due guerre del Congo, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila – e conflitti a bassa intensità, con il coinvolgimento di movimenti armati locali e stranieri. Il Rwanda in particolare da trent’anni è parte integrante delle vicende congolesi, sia in modo diretto con propri militari sul terreno, sia attraverso il supporto logistico e materiale a gruppi armati alleati. Tra tutti, il Movimento del 23 marzo (M23), che negli ultimi anni ha conquistato ampie porzioni di Nord e Sud Kivu. Proprio per denunciare l’interventismo rwandese e all’interno di una più ampia campagna per la ricerca della giustizia e della verità, il governo congolese a giugno ha accusato il Rwanda di fronte alla Corte penale internazionale di aver violato la Convenzione sul genocidio (di cui è firmatario). Nel 2025, invece, di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente congolese Félix Tshisekedi aveva denunciato il «genocidio silenzioso» che da tre decenni sta avvenendo nel suo Paese e chiesto la creazione di una Commisione di indagine internazionale «per rompere il ciclo di impunità».
Sinergia con le istituzioni La creazione del Consiglio si inserisce proprio in questo percorso di ricerca della verità e della giustizia. L’organo lavorerà in stretta sinergia con due enti statali, il Fondo nazionale per la riparazione delle vittime di violenza sessuale (creato per sostenere le vittime di violenza) e la Commissione interministeriale per l’assistenza delle vittime e il sostegno alle riforme (organo per la giustizia e per la realizzazione di riforme politico-giuridiche per evitare il ripetersi di crimini del passato). Durante l’incontro del 13 luglio, Lusenge ha detto che «la prima missione del Consiglio è rompere il silenzio». Ora sta all’organo riuscire a farlo effettivamente ed evitare di essere l’ennesimo tentativo inefficace di cercare di portare alla luce le violenze che da tanto, troppo, tempo stanno dilaniando intere aree del Paese.
Aurora Guainazzi
Le radici dei genocidi
La parola genocidio evoca la Shoah, il «male assoluto». Ma le politiche di eliminazione di interi popoli non sono eccezioni fuori dalla storia. Hanno radici chiare nella modernità. Come mostrano i moriscos, gli schiavi e gli indigeni americani, i congolesi «belgi», gli Herero.
A partire dalla tragedia della popolazione palestinese, negli ultimi due anni e mezzo, un’accesa discussione sul concetto di genocidio ha occupato un ampio spazio mediatico.
Oltre a interrogare il nostro presente e stimolare le mobilitazioni in difesa dei palestinesi, la riflessione può spingerci a confrontarci anche con il passato.
La Shoah dentro la storia
Uno dei problemi di fondo nel dibattito è il modo in cui viene inteso il termine «genocidio» nel «senso comune». Il vocabolo, nel nostro angolo di mondo dell’Occidente allargato, evoca Auschwitz, i campi di sterminio e il tentativo – dei nazisti e dei loro alleati – di distruggere l’intera popolazione ebraica europea: un’immagine di orrore profondo, spesso riassunta con l’espressione «male assoluto».
La memoria collettiva, costruita dall’industria culturale, dalla scuola e dall’uso pubblico del passato, ci ha abituati a pensare alla Shoah come a un’eccezione, un fatto così atroce da essere quasi fuori dalla storia.
Questo, però, è un risultato paradossale. L’inventore del termine «genocidio», il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, coniandolo nel 1944, infatti, scrisse che aveva pensato la parola allo scopo di dare una definizione precisa a pratiche che avevano radici ben più antiche rispetto al nazismo.
Numerosi studi, per quanto ancora poco recepiti in Italia, invitano oggi a rintracciare le (scomode) origini del genocidio nel nostro passato europeo.
La loro tesi è che il genocidio non sia una mostruosa eccezione, ma un esito della modernità, il suo lato oscuro, una possibilità intrecciata alla nascita dello Stato nazione e alla sua ossessione per l’omogeneità.
Corollario di questa tesi è che le pratiche e le ideologie che hanno reso possibile l’azione genocidaria nazista fossero state sperimentate e «normalizzate» già negli spazi coloniali, ben prima dell’arrivo al potere in Germania di Hitler. In quell’altrove per eccellenza che era a disposizione dell’Europa.
In quest’ottica, che allarga la comprensione dell’orrore del genocidio, bisogna aggiungere che lo «sguardo coloniale» – quello che vede alcuni popoli come inferiori, come ostacoli da rimuovere – non è un reperto archeologico che appartiene al passato, ma continua a strutturare il nostro modo di vedere il mondo e, molto spesso, a rendere accettabili nuove tragedie.
Un sostenitore di questa proposta è lo storico inglese Mark Levene. In una sua opera uscita in più volumi – «The genocide in the age of nation state» – scova nei processi avvenuti tra Cinquecento e Seicento le basi della possibilità genocidaria.
In quell’epoca, proprio mentre iniziava l’esperienza coloniale europea, si strutturò il modello moderno di statualità.
Lo Stato nazione, in particolare, quello nato con le paci di Vestfalia del 1648, si fondava su un’idea potentissima e pericolosa: l’esercizio di una sovranità assoluta su un territorio e su una popolazione che doveva essere quanto più possibile omogenea, unita dalla stessa lingua, cultura, religione e «stirpe».
In questo quadro, le minoranze erano un «problema». Erano corpi estranei che minacciavano la stabilità dello Stato per come stava emergendo.
Non è un caso che i «confini» precisi – fisici e identitari, rispetto alle fluidità del concetto di «frontiera» – siano una vera e propria invenzione della modernità post vestfaliana.
La difesa del confine dai nemici esterni si intrecciò rapidamente con la necessità di difendersi dal «nemico interno», se non addirittura di eliminarlo. Esso, infatti, inquinava e comprometteva la comunità da dentro.
Solo lo Stato moderno – burocratico, provvisto di un esercito permanente e di funzionari onnipresenti – è dotato anche dei mezzi per indentificare, allontanare e, se necessario, eliminare i nemici.
Se vogliamo capire le radici di questa logica dobbiamo, però, fare un ulteriore passo indietro.
Purezza del sangue
incisione realizzata da Theodor de Bry (basate sui disegni di Joos van Winghe) per l’edizione del 1598 della «Brevísima relación de la destrucción de las Indias» di Bartolomé de Las Casas (1484-1566)
Quasi un secolo prima delle paci di Vestfalia, nella Spagna di Filippo II, erano state codificate definitivamente le leggi sulla «limpieza de sangre», la «purezza di sangue».
Nata per discriminare i cosiddetti «cristiani nuovi» (ebrei e musulmani convertiti, ma sospettati di professare in segreto la vecchia fede), questa legislazione stabiliva che l’appartenenza piena alla comunità nazionale non si misurasse solo sulla fede professata, ma sulla discendenza.
Su questa base ideologica si innestò la tragedia dei «moriscos» iberici, i musulmani convertiti con la forza: dopo una ribellione repressa nel sangue, nel 1571, Filippo II ordinò la deportazione di 80mila di loro, che furono dispersi nelle zone più inospitali della Castiglia in condizioni che causarono migliaia di morti.
Pochi decenni dopo, tra il 1609 e il 1614, il suo successore, Filippo III, decretò l’espulsione definitiva nel Nord Africa dei circa 300mila moriscos sopravvissuti alle precedenti politiche di annientamento.
Fu la più grande deportazione simultanea nella storia dell’Europa moderna.
Se applichiamo la definizione di genocidio formulata da Lemkin (che include non solo lo sterminio fisico, ma anche la deportazione e la distruzione delle basi culturali di un gruppo), l’intero ciclo di vessazioni subito dai moriscos – conversioni forzate, deportazione interna, espulsione di massa – presenta tutti gli elementi tipici del genocidio.
Come ha scritto lo storico Bernard Vincent, l’obiettivo della Corona spagnola era che i moriscos si «acabassen», che finissero, scomparissero del tutto.
L’Olocausto americano
Distruggere un intero gruppo – come accadde nella penisola iberica a inizio Seicento – fu, tuttavia, una pratica che la Spagna stava già sperimentando ampiamente nelle Americhe.
Immediatamente dopo la scoperta di Colombo, i conquistadores si erano trovati di fronte popoli interi da classificare, convertire, assoggettare.
Fu il Nuovo Mondo l’immenso laboratorio nel quale mettere in atto su vasta scala le categorie di inclusione ed esclusione che in Europa si stavano affinando in quei decenni.
Lo storico David Stannard lo ha chiamato l’«Olocausto americano». Gli intrecci tra violenza diretta, malattie portate involontariamente e, soprattutto, un sistema di sfruttamento schiavistico (come la «mita» nelle miniere e l’«encomienda» nei territori agricoli) portarono al collasso demografico più grande della storia: si stima che la popolazione indigena si sia ridotta del 90% in poco più di un secolo.
Non fu solo un disastro demografico, ma un processo sistematico di distruzione di culture, giustificato da teorie sulla «guerra giusta» contro popoli considerati «senza anima» o «selvaggi».
Eppure, la storia della conquista dell’America non si riduce a questo solo aspetto. La Corona spagnola, preoccupata dalla rapida estinzione dei suoi nuovi sudditi e dalle denunce che cominciavano ad arrivare, provò a mitigare la brutalità del suo dominio con leggi a tutela degli indigeni, come le «Leyes nuevas» del 1542 che limitarono il potere degli «encomenderos». Soprattutto, si aprì un acceso dibattito teologico e giuridico: da un lato, teologi come il gesuita Juan Ginés de Sepúlveda giustificavano la conquista in nome della superiorità culturale; dall’altro, domenicani come Bartolomé de Las Casas difesero l’umanità piena degli indigeni. Il ruolo della Chiesa fu ambivalente: missionari come Las Casas furono un freno allo sterminio, ma la stessa Chiesa legittimò la conquista sotto forma di evangelizzazione e, con i Concilii messicani del tardo Cinquecento, mantenne le popolazioni autoctone in condizione di subalternità, come minori da tutelare. Un approccio che ritroveremo nel Nord del continente americano, alcuni secoli dopo.
Prigionieri Crow catturati dopo lo scontro del 5 novembre 1887 presso la Crow Agency. Montana. 1.Crazy Head, 2.Knowing his Coos, 3.Deaf Bull, 4.The Bank, 5.Looks with his Ears, 6.Big Hail, 7.Carries his Food, and 8.The Rock]
Leggi sul sangue negli Usa
La Spagna del Cinquecento aveva aperto la strada al dibattito su chi potesse essere considerato pienamente umano.
Gli Stati Uniti dell’Ottocento perfezionarono la macchina dell’eliminazione: non più attraverso discussioni teologiche, ma tramite la burocrazia, l’esercito e un apparato giuridico che sarebbe diventato un modello.
L’espansione verso Ovest, guidata da quell’ideologia suprematista di tipo provvidenzialista che John Louis O’Sullivan chiamò, a metà Ottocento, il «destino manifesto» degli Stati Uniti, trasformò l’eliminazione dei nativi in una precisa politica di Stato.
Non si trattò solo di sterminio fisico diretto, ma della sofisticata ingegneria sociale e giuridica che prese la forma del sistema di confinamento delle riserve indiane.
Privati delle terre e della sovranità, i nativi sopravvissuti furono ridotti a «non cittadini», gestiti da un’amministrazione speciale e definiti giuridicamente in base alla «quantità di sangue indiano» posseduta (in base alle cosiddette blood quantum laws, leggi sul «quantum di sangue» indiano).
Parallelamente, nei confronti di un’altra minoranza interna, cioè la popolazione nera reduce dalla schiavitù, gli Stati Uniti svilupparono un diverso modello: quello segregazionista.
Le leggi Jim Crow, diffuse negli stati del Sud dopo la ricostruzione successiva alla Guerra Civile, sancirono il principio «separati ma uguali», istituendo una rigida divisione degli spazi pubblici e sociali.
Anche in questo caso, la definizione dell’appartenenza razziale seguiva criteri ferrei: la cosiddetta one-drop rule (la regola dell’unica goccia) stabiliva che bastasse anche un solo antenato nero perché una persona fosse considerata «di colore» a tutti gli effetti.
Radici Usa del nazismo?
Questi due modelli – la riserva per i nativi, la segregazione per i neri – furono studiati con attenzione, negli anni Trenta del Novecento, dai giuristi nazisti come repertorio di possibilità di governo della popolazione.
Come ha documentato lo storico statunitense James Whitman, i legislatori del Terzo Reich che stilarono le leggi di Norimberga del 1935 avevano esaminato le leggi statunitensi traendone ispirazione per la costruzione dell’apparato normativo antisemita. Ma lo avevano fatto con selettività: il modello segregazionista americano, basato sulla one-drop rule, fu giudicato troppo estremo persino dai nazisti. Una definizione così ampia di «ebreo» avrebbe incluso troppe persone, creando un problema ingestibile in un Paese con una lunga storia di assimilazione e matrimoni misti.
I nazisti preferirono una definizione più restrittiva, che colpiva comunità più circoscritte.
Diverso fu il discorso per le riserve indiane degli Usa. In esse i giuristi nazisti videro un modello affascinante: la possibilità di confinare popolazioni indesiderate in territori separati, privandole della cittadinanza e dei diritti politici, e governandole con amministrazioni speciali.
Il «Generalplan Ost», il progetto di colonizzazione dell’Europa orientale, prevedeva proprio la creazione di «riserve» per le popolazioni slave nei territori occupati, in attesa della loro progressiva eliminazione o deportazione oltre gli Urali.
I ghetti ebraici, istituiti a partire dal 1939 in Polonia, possono essere letti come una traduzione in chiave europea del modello della riserva statunitense: spazi di confinamento temporaneo in attesa di una «soluzione finale».
È in questo senso che lo storico ugandese Mahmood Mamdani (padre dell’attuale sindaco di New York, Zohran Mamdani) ha parlato delle «radici americane» del nazismo, riferendosi non a una discendenza letterale, ma a una grammatica politica comune: la convinzione che la sovranità di un popolo si realizzi per mezzo dell’eliminazione dell’altro o con la sua riduzione a condizione di irreversibile subalternità.
Per seguire il fil rouge delle radici del modello genocidario, dobbiamo spostarci dalle Americhe all’Africa di fine Ottocento, quella che l’Europa si era spartita durante la Conferenza di Berlino del 1884-85.
Il «cuore di tenebra» di Joseph Conrad non è solo una metafora letteraria, ma la descrizione di un universo di orrori. Si pensi al Congo belga, dove il regime del terrore di re Leopoldo II causò, secondo le stime di Adam Hochschild ne «Gli spettri del Congo», tra gli 8 e i 10 milioni di vittime.
Anche in questo caso, però, per quanto atroce, quella del Congo non fu un’eccezione. Portoghesi, francesi, inglesi e, più tardi, gli italiani, ripeterono il modello con la stessa logica: ridurre le popolazioni a corpi da sfruttare fino all’annientamento.
Ma fu nella colonia tedesca dell’Africa del Sud Ovest, l’odierna Namibia, che il laboratorio coloniale raggiunse il suo esito più compiuto. Lì, tra il 1904 e il 1908, incontriamo una traccia che pochi decenni dopo ritroveremo in Europa con il nazismo. Per la prima volta, una potenza europea mise in atto uno sterminio sistematico e burocratizzato.
Dopo aver domato la rivolta della popolazione autoctona degli Herero, infatti, il generale Lothar von Trotha, comandante delle truppe coloniali tedesche, emanò il 2 ottobre 1904 un «Vernichtungsbefehl» – un ordine di sterminio – che non lasciava scampo: «Ogni Herero che sarà trovato all’interno dei confini tedeschi verrà ucciso. Non accoglierò più né donne né bambini, li ricaccerò alla loro gente o farò sparare loro addosso».
Gli Herero in fuga furono spinti nel deserto dell’Omaheke e i pozzi d’acqua vennero sistematicamente avvelenati.
Il primo campo di sterminio
I sopravvissuti – circa l’80% degli Herero, e la metà dei Nama, un’altra popolazione locale, per un totale di 75mila persone – furono rinchiusi in campi di concentramento. Uno di essi era quello di Haifischinsel (letteralmente «isola degli squali», una striscia di terra lungo la costa atlantica della Namibia): le condizioni di vita al suo interno erano talmente spaventose, il tasso di mortalità talmente alto che venne ribattezzato Todesinsel, «isola della morte». I corpi, quando la durata della bassa marea non bastava per seppellirli, finivano direttamente in pasto agli squali.
Studiosi come Jürgen Zimmerer e Isabel Virginia Hull hanno visto in Haifischinsel il prototipo dei lager nazisti: un luogo dove si sperimentò quella miscela di burocrazia, sfruttamento della forza lavoro e annientamento fisico che, pochi decenni dopo, sarebbe stata applicata su scala industriale in Europa.
Per lo storico Casper Erichsen, che, con David Olusoga, ha definito l’Isola degli squali «forse il primo campo di sterminio al mondo», lì la vita umana fu ridotta a puro scarto, in attesa della morte.
Ecco che si chiarisce il senso delle affermazioni del poeta martinicano Aimé Césaire che, dopo il secondo conflitto mondiale, scrisse che il nazismo non fu un’aberrazione, ma uno «choc di ritorno»: gli europei applicarono su se stessi i metodi che avevano praticato per secoli sui popoli colonizzati.
Prigionieri delle tribù Herero e Nama, nell’attuale Namibia, durante la repressione dei colonizzatori tedeschi delle rivolte del 1904-1908. Foto dell’agosto 1904
Auschwitz, sempre possibile
Naturalmente, il percorso che abbiamo seguito non è completo. Dopo la Namibia, il Novecento ha conosciuto altri terribili genocidi – dall’Armenia al Rwanda, dalla Cambogia ai Balcani -, e altri sistemi di segregazione radicale, come l’apartheid sudafricano. Ognuno meriterebbe una storia a sé. Ma scegliamo di fermarci alle soglie del nazismo con un preciso intento: mostrare che Auschwitz è anche l’esito di un percorso.
Nessuna di queste considerazioni mira a minimizzare la Shoah. Al contrario, la sottrae a quell’eccezionalità che la trasforma in un oggetto sacralizzato e incomprensibile, come se fosse piovuto dal nulla nella storia.
Se Auschwitz è stato possibile, lo è stato anche perché altrove, per secoli, si era già sperimentato cosa significhi considerare un popolo come ostacolo da rimuovere, corpo da sfruttare, vita da lasciare morire.
La ricezione comune del termine genocidio, cristallizzata spesso sull’immagine del lager nazista, finisce paradossalmente per nascondere la natura più ampia e le radici di ciò che nomina. Oscura le continuità: lo sguardo coloniale che ancora oggi struttura le nostre gerarchie implicite, l’ossessione per l’omogeneità che continua a nutrire politiche identitarie, la burocrazia che trasforma la violenza in procedura.
Rintracciare queste radici, dai moriscos in Spagna alle riserve in America, dalla Namibia alle leggi di Norimberga, non serve a costruire graduatorie dell’orrore, serve a mostrare che il genocidio non è un’aberrazione fuori dalla storia, ma una possibilità interna alla modernità. Una possibilità che, come ci ricorda Aimé Césaire, viaggia tra centro e periferia, e che potrebbe tornare dove non ci aspettiamo di incontrarla.
Marco Meotto*
Docente di filosofia e storia presso un Istituto superiore di Torino. È dottore di ricerca in Scienze storiche. Collabora con diverse associazioni culturali, tra cui l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole. È coautore del manuale di storia per le superiori «Trame del tempo», Laterza, e del volume «Visioni del rimosso», Mimesis. Scrive su «Doppiozero» e «Officina Primo Maggio». Partecipa alle attività della Scuola per la pace di Torino e del Piemonte e all’Assemblea scuola Torino.
La vita prima di tutto
Il 18 agosto 2025 sono stati beatificati padre Luigi Carrara, fratel Vittorio Faccin e padre Giovanni Didonè, missionari Saveriani, e l’abbé Albert Joubert, sacerdote congolese, assassinati il 28 novembre 1964 a Fizi, nell’ex Congo belga, diventato indipendente dal 30 giugno 1960.
I quattro martiri, da Missionari Saveriani, ottobre 2021
Nei 75 anni di vita della parrocchia Cuore Immacolato di Maria di Baraka a Fizi, territorio affacciato sulla punta Nord del lago Tanganica, nella diocesi di Uvira, in Rd Congo, una data ha segnato fortemente la fede di tutti: il 28 novembre 1964, quel sabato avvenne il «martirio» dei tre missionari saveriani e del sacerdote diocesano, uccisi lo stesso giorno dai medesimi aggressori.
Quel tragico evento è stato percepito gradualmente come l’espressione più alta del valore del Vangelo di Cristo, testimoniato secondo lo Spirito di colui che ha donato la sua vita per liberarci dal peccato e risorgere a vita nuova.
I quattro beati non abbandonarono dal loro gregge in quei tempi tumultuosi della guerra civile seguita alla dichiarazione di indipendenza dal Belgio. La coerenza con il Vangelo e la consacrazione missionaria richiedevano loro di restare accanto a una popolazione che a sua volta cercava anche di proteggerli dai pericoli, a testimonianza di una fraternità evangelica reciproca e autentica.
Carrara e Faccin, così come Didonè e Joubert, erano ben consapevoli del pericolo imminente. Sapevano che restare al loro posto poteva costare loro la vita. Ma sapevano anche che il martirio non è la scelta della morte. È piuttosto la scelta di non anteporre nulla alla vita di chi amiamo.
La cronaca
Le testimonianze raccolte hanno permesso di ricostituire i fatti del martirio dei nostri quattro testimoni. Intorno alle 14 arrivò a gran velocità una jeep militare che parcheggiò davanti alla chiesa di Baraka. Si trattava di mulelisti (movimento ribelle di ispirazione maoista fondato nel 1963 da Robert Mulele e più conosciuti come i Simba, ndr.) che, da diversi mesi, occupavano la zona e combattevano contro l’Esercito nazionale congolese (Anc). Il colonnello Abedi Masanga uscì dall’auto nello stesso momento in cui fratel Vittorio Faccin usciva dalla missione, ancora in costruzione.
I luoghi del martirio in Rd Congo, vicino ad Uvira e al Lago Tanganika
Abedi chiese a Faccin di salire sul veicolo e andare a Fizi. Il fratello rifiutò, dicendo che non poteva lasciare padre Carrara solo a Baraka. Il fratello fu colpito tre volte al petto e morì sul colpo.
Padre Luigi Carrara, che stava confessando in chiesa, uscì ancora indossando la stola, tutto sorpreso. Abedi gli ordinò di salire sul veicolo per andare a Fizi in modo da poter essere ucciso là. Carrara rispose che, se doveva essere ucciso, preferiva morire accanto al suo fratello. Si inginocchiò davanti al corpo senza vita di Faccin e, all’improvviso, gli spararono alla testa: bastò un proiettile e morì sul colpo. Cominciarono i maltrattamenti dei corpi dei due. Uno dei mulelisti, Évariste Mauridi Mulisho (che poi si pentirà e diventerà un testimone prezioso del martirio, ndr), tagliò un braccio di Faccin e andò a esibirlo nel villaggio di Baraka.
Più tardi la stessa jeep arrivò davanti alla chiesa di Fizi. Erano circa le 20. I mulelisti che sorvegliavano la missione di Fizi provarono a impedire l’ingresso del colonnello Abedi. Questo s’impose. Chiamò i padri. Giovanni Didonè, presa la lampada a petrolio, aprì la porta. Lui e l’abbé Albert Joubert uscirono incontro al colonnello che puntava la pistola. Didonè cominciò a farsi il segno della croce, ma una pallottola in fronte gli impedì di finire il gesto. Poi Abedi sparò direttamente al petto di padre Joubert che morì accanto al sacerdote suo amico.
Circa trent’anni dopo, padre Cyrille Tambwe conobbe personalmente Évariste Mauridi Mulisho nel campo profughi congolesi di Nyarugusu (Tanzania). Egli aveva riconosciuto il suo errore e che aveva agito sotto l’influenza dell’indottrinamento comunista anticristiano e dell’ingenuo entusiasmo della gioventù. Già all’inizio degli anni ‘70 si era convertito al punto da diventare responsabile di una comunità ecclesiale di base e supervisore nella Legio Mariae.
I tre saveriani
Fratel Faccin, alla guida dei cori, dimostrò il desiderio di coesione e lo spirito di fraternità attraverso liturgie ben preparate e celebrate. I viaggi di Didonè sugli altopiani di Fizi, dove si era organizzata una fiorente comunità di ruandesi, mostrarono l’apertura della missione verso coloro che non erano ben visti nel territorio: Cristo unisce le persone.
Carrara, con la sua pastorale dell’ascolto attraverso il sacramento della riconciliazione, espresse il desiderio di liberare le persone dalla schiavitù del peccato, un tema, quello della schiavitù, molto vicino ai fedeli, tra cui operava, i cui nonni avevano subito la tratta e lo sfruttamento del colonialismo del re Leopoldo del Belgio.
Un attentato contro la fede cristiana
Le testimonianze raccolte dall’abbé Cyrille, che all’epoca dell’indagine diocesana era parroco di Baraka, mettono a fuoco le ragioni del martirio. Questo non è stato conseguenza dell’odio razziale contro i bianchi e l’imperialismo coloniale, odio molto forte nel post indipendenza del Congo, ma di una reazione contro i valori stessi della fede cristiana.
L’azione dei missionari, in quegli anni, consisteva nel dire che ogni separazione, ogni guerra, ogni rifiuto dell’altro non poteva venire dallo Spirito di Dio. Le catechesi e le preghiere insegnate e ripetute prima delle celebrazioni miravano a sottolineare la nuova identità cristiana, come comunità di credenti in colui che tutti salva e che invita a chiamarlo Padre nostro. Le gioie e i dolori di ogni persona sono le gioie e i dolori dell’intera comunità che, per questo, si prende cura dei più bisognosi, come i lebbrosi di Busimba (Fizi). La fede voleva essere radicata nelle opere di carità e nella promozione della dignità.
Le reliquie dei quattro martiri
abbé Albert Joubert
Sacerdote congolese
Fu tra i primi sacerdoti della Chiesa in Kivu. Nacque a Saint Louis de Mrumbi-Moba il 18 ottobre 1908. Suo padre, di origine francese, aveva fatto parte della guardia pontificia in Vaticano prima di dedicarsi completamente alle missioni estere cattoliche. Andò a vivere in Africa, condividendo la cultura e lo stile di vita, sposando una donna del luogo e lottando per l’abolizione della schiavitù. La sua azione e la sua lotta erano radicate in una fede profonda. I coniugi ebbero tre figli: due preti e una figlia religiosa che fu costretta a lasciare la vita consacrata per motivi di salute.
Albert frequentò il seminario minore e poi iniziò gli studi filosofici-teologici completandoli con successo, tanto da essere richiesto come professore. Insegnò presso il Seminario maggiore e fu direttore di scuole.
Formato alla scuola dei missionari, assunse lui stesso uno stile di vita tipicamente missionario, disponibile a trasferirsi nelle missioni dove c’era più bisogno, vivendo con semplicità e con attenzione per i poveri e i sofferenti. Nella diocesi di Uvira, terminò il suo impegno, donando la sua vita come sacrificio di fraternità umana e sacerdotale.
Obbedendo al suo vescovo, si recò in una parrocchia povera e da ricostruire, Kibanga, dove ebbe a che fare con la violenza anticristiana dei suoi connazionali congolesi, i Simba, divenuti ribelli e affiliati all’ideologia atea di stampo cinese, russa e cubana. Per causa loro soffri molto.
Consapevole del pericolo che lo aspettava, accettò di recarsi a Fizi, roccaforte dei ribelli Simba, per unirsi al saveriano Giovanni Didonè. Là subì il martirio il 28 novembre 1964. Testimone della fede in Cristo e della fraternità al di là di ogni popolo e di ogni nazione. Insieme a padre Didonè è sepolto nella chiesa di Fizi, meta di pellegrinaggi.
Padre Giovanni Didonè
Padre Giovanni Didonè, da Missionari Saveriani, marzo 2024.
La missione come dono totale di sé
Padre Giovanni Didonè nacque a Cusinati di Rosà (Vicenza) il 18 marzo 1930. La sua è una famiglia di agricoltori, crebbe in un clima sereno e religioso. I genitori erano cristiani praticanti e dei loro undici figli, sette si consacrarono al Signore nella vita religiosa.
Il papà non aveva preclusioni sulla scelta del figlio di farsi prete, purché divenisse sacerdote diocesano. Per questo motivo, entrò nel Seminario di Thiene della diocesi di Padova e attese l’età di 20 anni per ottenere l’assenso, pur sofferto, del papà sulla sua scelta. Entrò dai missionari Saveriani nel 1950 ed emise la prima professione il 12 ottobre 1951. Finiti gli studi il 9 novembre 1958 ricevette il presbiterato.
Padre Didonè parti per la missione il 3 dicembre 1959 – festa di San Francesco Saverio, patrono dell’Istituto Saveriano – nella diocesi di Uvira (nel Kivu, Congo belga) dove fu assegnato a diverse missioni: Uvira, Baraka, Fizi, Kiliba. Uno dei tanti problemi che il giovane sacerdote saveriano dovette affrontare era quasi irrisolvibile: far superare i desideri di vendetta esistente tra i clan indigeni e, nel contempo, far cadere i giudizi negativi dei congolesi nei confronti dei bianchi.
Nella tarda primavera del 1962, padre Didonè era a Fizi con un compito ben preciso: costruire una chiesa per la sua comunità, che fu dedicata l’11 febbraio 1963. La ricostruzione delle ultime ore di vita del missionario saveriano si deve a padre Palmiro Cima che, tornato nei luoghi dell’eccidio nel gennaio 1966, ha raccolto informazioni da testimoni oculari.
Padre Didonè concepiva il suo essere missionario come un dono totale di sé a Dio. Nutriva un amore particolare verso la Vergine Maria, che seguiva secondo il metodo suggerito da san Luigi Grignion de Montfort, che diffondeva a tutti, compresa la sua famiglia. Il martirio a Fizi, non lo trovò impreparato.
Padre Luigi Carrara
Padre Luigi Carrara
Spirito di preghiera e disponibilità al servizio
Nacque a Cornale di Pradalunga (Bg) il 3 marzo 1933, quinto di sette fratelli e sorelle. Fu battezzato il 6 marzo e cresimato il 12 giugno dello stesso mese. Trascorse una serena infanzia in una famiglia unita che gli offrì un’educazione religiosa e umana molto solida. Per le ristrettezze economiche in cui versava la famiglia, il padre fu costretto ad emigrare in Svizzera. Lui visse nell’ambiente parrocchiale.
Fu un ragazzo incline alla preghiera e all’età di 14 anni chiese di essere ammesso presso la scuola apostolica dei missionari Saveriani. Terminato il curriculum di studi ginnasiale, a vent’anni entrò in noviziato e, una volta conclusi gli studi teologici, emise la sua professione perpetua e fu ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961.
Religioso stimato dai superiori e dai compagni di corso, si distinse sempre per il suo spirito di preghiera e di disponibilità al servizio. Lo studio della teologia si era trasformato in preghiera e meditazione. La frequenza ai Sacramenti era diventata per lui esperienza di vita e motivo di incontrare Cristo nei poveri.
Subito dopo la sua ordinazione presbiterale, il superiore generale lo destinò alla missione del Congo. Gli anni da lui trascorsi in terra africana furono vissuti nel clima della preghiera e del servizio incondizionato ai piccoli e agli umili, senza giudicarli, senza condannarli, ma cercando di giustificarli.
La guerra civile che esplose dopo l’indipendenza del 30 giugno 1960, gli permise di testimoniare la fedeltà al Signore e ai suoi fedeli cristiani, rimanendo con loro fino alla morte.
Fratel Vittorio Faccin
Fratel Vittorio Faccin, davanti alla casa madre dei Saveriani Parma
Il lavoro era la sua passione
Nato a Villaverla (Vi) il 4 gennaio 1934, era terzo di cinque figli di una famiglia di agricoltori nella quale apprese la semplicità e la laboriosità. A 16 anni compì la scelta radicale di entrare tra i missionari Saveriani. Fu accolto a Cremona, dove frequentò le scuole medie. Trovando difficoltà negli studi, gli fu consigliato dai superiori di diventare fratello coadiutore. A 17 anni fu ammesso al noviziato e fece i voti l’8 dicembre 1952. Dopo qualche anno di servizio in Italia chiese e ottenne di partire per la missione del Congo dove arrivò nel 1959.
Là fu addetto alle costruzioni di cui era diventato un esperto, formando molti congolesi a quel mestiere: il lavoro era la sua passione. Dedicava molto del suo tempo libero alla formazione dei catecumeni che si preparavano al battesimo. Pur conservando un certo rammarico per non essere diventato sacerdote, si era convinto che la sua vocazione fosse quella di essere vittima come Gesù nel sacramento dell’Eucaristia.
Il 30 giugno 1960 il Congo divenne indipendente, ma con due fazioni rivali che si combattevano aspramente per il dominio del Paese, dietro la spinta dell’ideologia marxista sovietica e di quella cinese. E lui, come testimone di Cristo che predicava l’amore, fu perseguitato e imprigionato nel 1960. Era felice di poter condividere la prigionia con altri poveri congolesi perseguitati, ben consapevole del pericolo di vita in cui si trovava.
Liberato, tornò a Baraka, e andava a dormire in una famiglia, poiché nella missione non si sentiva sicuro. Lì emise i voti perpetui nel 1962.
Pur avendo la possibilità di fuggire in Burundi, non volle abbandonare i suoi confratelli e restò con loro continuando il suo servizio. Questo gli costò la vita, versando il sangue per Cristo nell’agguato del 28 novembre. è sepolto con padre Carrara nella chiesa di Baraka,
Faustino Turco, missionario saveriano
Icona dei quattro martiri, da Missionari Saveriani, ottobre 2024
Vite nel Paese che non c’è
C’è un filo rosso che collega le vite di tanti congolesi. Il piccolo venditore di carbone di Kinshasa, Marten e Daniel del Katanga, Stella del Kivu. Quello di una vita senza diritti, vissuta in affanno, alla ricerca di una condizione migliore. Il nostro reportage.
Kinshasa. Sono le sei di sera, stiamo rientrando al nostro alloggio. È a Masina III, uno dei quartieri più difficili della capitale della Repubblica democratica del Congo, perfetto per indagare i lati più oscuri di una metropoli che, con i suoi quasi 18 milioni di abitanti, è lo specchio di un Paese dilaniato. Quella mattina, all’uscita, eravamo rimasti colpiti da un bambino in strada, ma presi dallo sfuggire al caotico traffico della città, non ci eravamo potuti fermare. Al nostro rientro quel bambino era ancora lì, con il viso e i vestiti più sporchi rispetto all’inizio della giornata. È un «charbonnier», nome con cui si indicano i produttori e venditori di carbone da legna – makala in lingua lingala -, un combustibile essenziale per la popolazione congolese, usato per cucinare. Quel bambino, però, è visibilmente troppo piccolo per quel lavoro: i sacchi di carbone da trasportare sono più alti e sicuramente più pesanti di lui. Non è da solo, ci sono ragazzi più grandi: qualcuno dorme sui sacchi ammassati, altri danno ordini su come procedere.
Ci avviciniamo e, dopo una mancia (indispensabile per convincere le persone a parlare), rispondono a qualche domanda. È un lavoro duro, fisicamente stancante – dicono -, il cui guadagno dipende da quanti sacchi si riescono a vendere. Questo, tuttavia, vale per gli adulti, perché quando chiediamo a quel bambino quanto guadagni per trascorrere, a otto anni, le sue intere giornate lì, la sua risposta è «rien», niente. Ma niente è meglio della strada che altrimenti lo aspetterebbe. In questo modo ha almeno la possibilità di ottenere qualcosa da mangiare o qualche franco congolese per sopravvivere.
Lui, come molti bambini a Kinshasa, è figlio della strada: abbandonato dalla famiglia e cresciuto da solo, però non si è dato ai furti, come invece capita a molti altri. Questi minori si riconoscono facilmente: sono quelli che si aggrappano ai finestrini delle auto per chiedere denaro, quando si rimane bloccati per ore nel traffico della capitale. Uno di questi aveva un taglio profondo sul viso, così recente da sanguinare ancora, ma servono soldi per farsi curare in ospedale, quelli che stava cercando per strada.
La vita a Kinshasa
Forse è proprio «la strada» a essere il centro di tutto a Kinshasa: l’intera vita della maggior parte della popolazione si svolge lì, nelle vie non asfaltate, spesso invase da odori nauseanti, che però ospitano chiunque. È per strada che vive il commercio informale di cui si nutrono i kinois (abitanti di Kinshasa). Le donne – spesso chiamate mamas in lingala – al mattino danno vita a un vero e proprio mercato di strada. Sedute su teli di plastica e coperte con qualche foglia che fa da tetto di fortuna per ripararsi dal sole, vendono prodotti locali: banane, farina di mais, pane e, vicino ai corsi d’acqua, pesci, spesso ancora vivi, messi in ciotole di plastica. C’è poi chi svolge il suo commercio andando avanti e indietro con bottigliette d’acqua, altre bibite o cibo preparato da vendere a chi è bloccato nel traffico. Si aggiunge il via vai di chi trasporta taniche da riempire ai pozzi o direttamente ai corsi d’acqua, vista la mancanza di impianti idrici nelle case.
Chi vende mattoni, chi ripara motociclette, perfino chi taglia i capelli: la strada è di tutti. Regolare un flusso così corposo di persone risulta impossibile: le centinaia di poliziotti in circolazione non incutono timore alla popolazione: «Molti di quelli che vedi armati, in realtà hanno il Kalashnikov scarico. I soldi per le forze di sicurezza qui sono limitati e così gli stessi militari sono corrotti: spesso, quando fermano qualcuno per un’infrazione stradale, si fanno dare qualche franco congolese e non fanno la multa», ci spiega Gloire, la nostra guida in città.
Venditore ambulante davanti a mercato di strada a Kinshsa
La storia di Marten
Tuttavia, in questa metropoli così caotica c’è chi ha ritrovato la sua serenità: è la storia di Marten, trasferitosi a Kinshasa da Lubumbashi, capoluogo della provincia sudorientale dell’Alto Katanga, 2.257 km a Est. È questa la distanza che Marten ha posto tra sé e il suo passato. Lui, come molti in quella regione del Congo, è stato vittima dell’estrattivismo minerario: «Lavoravo nella miniera di Kimpe, una cava situata a 95 km da Lubumbashi, verso lo Zambia, precisamente a 35 km da Kasumbalese, una città sul confine.
Kimpe è una miniera artigianale dove i giovani si riuniscono in cerca di una vita migliore, perché nel nostro Paese trovare lavoro è difficile. Così ho preso coraggio e con mio cugino ho cominciato anch’io. All’inizio trasportavamo i materiali dalla montagna al villaggio; per un sacco di materiale venivamo pagati 20mila franchi congolesi (7,15 dollari). I sacchi però erano pesanti e per portarli dovevo dividerli: per esempio, trasportavo un sacco in due viaggi e quindi in tutta la giornata guadagnavo solo 20mila franchi».
Un lavoro duro, spiega Marten, ma migliore di quello successivo: «Dopo abbiamo iniziato a lavorare in quelli che da noi si chiamano “mungoti” o “bovu”, tunnel profondi scavati nel sottosuolo alla ricerca di rame. Lì la vita era ancora più difficile: i guadagni dipendevano dalla fortuna di trovare qualcosa scavando. Poteva passare anche un mese senza trovare nulla. Ecco perché molti si sono indebitati con i cinesi, che, oltre alle loro miniere industriali, guadagnano anche dalla filiera artigianale, prestando soldi ai minatori perché possano sopravvivere e, quindi, continuare a scavare».
A Marten quella vita non piaceva, ma non trovava la forza per andarsene, almeno fino quando a motivarlo non è stato il dolore di una perdita: «I rischi sono sempre stati elevati. Quando scavi sotto la terra può esserci un crollo e tu rimani sommerso. Non ci sono protezioni, nessuno verrà a tirarti fuori. Quando poi le miniere raggiungono livelli profondi si incontrano le falde acquifere, l’acqua stagnante e il lavoro in spazi ristretti consumano ossigeno fino a far diventare l’aria irrespirabile. È il motivo per cui solitamente si ricorrere a motopompe, ma se queste si fermano le persone sono condannate.
Mio cugino, Mateso Nyembo, è morto così. Era una sera, abbiamo mangiato, e lui alle quattro del mattino, mentre altri dormivano, ha deciso di rientrare nel tunnel. Abbiamo provato a salvarlo ma e stato impossibile».
Quello di Mateso non è un caso isolato: secondo Siddharth Kara, autore nel libro Rosso Cobalto, sono circa duemila i morti annuali tra i minatori artigianali, sebbene avere stime attendibili sia complesso vista l’illegalità del settore.
Nelle miniere del Katanga
Per capire meglio questa complessa realtà, da Kinshasa abbiamo preso un volo per Lubumbashi. Poi, per arrivare a Lwembo – piccola città situata in una regione chiave per l’estrazione di rame e cobalto – abbiamo percorso molti chilometri in auto. Qui le strade non asfaltate hanno un colore rossastro che crea contrasto con il verde della vegetazione, ed è poco più scuro delle capanne di paglia ai margini della strada. Se ne trovano molte lungo la via, spesso abbastanza distanziate tra loro, oppure a gruppetti di due o tre: non si tratta di veri e propri villaggi strutturati, ma di accampamenti informali.
La stessa città di Lwembo è interamente organizzata in funzione dell’estrattivismo minerario e spesso le capanne vengono costruite il più possibile vicino alle cave. Quasi tutti i minatori quotidianamente percorrono a piedi la strada per arrivare alle miniere. La sera se ne vedono molti ricoperti di polvere e di terra rientrare nelle loro abitazioni. Hanno picche e pale, gli unici attrezzi di cui sono in possesso per scavare, ma la maggior parte lavora a mani nude.
In questa zona ci sono anche le grandi miniere industriali, principalmente appannaggio di multinazionali cinesi. Circondate da alte mura e filo spinato, intravediamo i macchinari utilizzati per l’estrazione e i cumuli di terra e sassi. Sono molti i congolesi impiegati in queste miniere, presenti in svariate zone dell’Alto Katanga. Uno di questi è Daniel Masumbulo Nyembo che, per ragioni di sicurezza, chiede che non venga citato il nome della società per cui lavora: «Lavoro dieci ore al giorno, dalle otto e mezza alle cinque e mezza del pomeriggio, e ho uno stipendio di 600 dollari al mese». La paga è molto più alta rispetto a quella dei minatori artigianali, ma i pericoli sono comunque tanti: «Soprattutto durante le stagioni di pioggia – ci spiega -, il rischio di crolli è elevatissimo. Kasengo Didie, 29 anni, era un mio amico ed è morto schiacciato dalla terra. La cosa assurda è che le autorità statali, quando arrivano, vengono corrotte con denaro dal capo della società per insabbiare tutto».
L’assenza di diritti e tutele per questi minatori è una costante, oggi accresciuta da ciò che sta accadendo a Nord, in Kivu, con le milizie M23: «Abbiamo paura che i ribelli possano arrivare anche qui», dice Daniel.
Mercato di quartiere a Masina III a Kinshsa.
Minaccia dal Kivu
Questo è difficile da prevedere; almeno negli intenti, l’M23 non sembra voler limitare le sue conquiste a Est: «Adesso stanno tendando di prendere Uvira (Sud Kivu) ma i congolesi non si arrenderanno. Probabilmente ci saranno combattimenti porta a porta, spargimenti di sangue. A difendere la città ci sono i Babembe, una tribù affiliata ai Mai-Mai, che cerca di resistere ai ribelli. Tuttavia, benché amino la patria, non sono molto rispettosi dei diritti umani e spesso le violenze si riversano sulla stessa popolazione. Se Uvira dovesse cadere, si aprirebbe la strada per un’avanzata in Alto Katanga», racconta Ursula Vitali (pseudonimo per proteggerne l’identità), che da anni risiede a Bukavu, nel Sud Kivu. Lei racconta anche della resilienza di una società civile che, seppure terrorizzata, non vuole piegarsi: «A Bukavu e Goma ci sono state alcune donne che sono andate direttamente a chiedere ai ribelli di liberare i propri figli o mariti che erano stati costretti ad arruolarsi. In alcuni casi le famiglie hanno dovuto pagare il riscatto per liberarli».
Dal Kivu arriva anche la testimonianza di un’altra donna, Stella Yanda, impiegata da diversi anni nell’ambito della tutela dei diritti umani: «Con l’arrivo dell’M23, ogni giorno assistiamo ad una drastica restrizione dello spazio democratico e della libertà di espressione. A causa della guerra che stiamo vivendo, il corpo delle donne è diventato un secondo campo di battaglia. Le violenze hanno gravemente danneggiato anche l’economia famigliare delle vittime, perché colpire la donna significa attaccare il pilastro della famiglia.
Anche io sono stata oggetto di minacce perché avevo partecipato a un rapporto per denunciare il saccheggio delle miniere da parte degli occupanti. Perché, del resto, sono le miniere il fulcro centrale di questo conflitto e della condanna a cui il Paese sembra essere soggetto. Basti pensare al ruolo giocato dal Rwanda che viene lasciato libero di depredare i minerali di uno Stato sovrano».
In Repubblica democratica del Congo la quantità immensa di risorse – tanto da essere definita «scandalo geologico» – non solo non arricchisce la popolazione, ma la rende schiava di potenze straniere.
Sara Cecchetti* Laureata in filosofia alla Normale di Pisa, ha come interesse geopolitico il continente africano. Ha realizzato diversi reportage sulla Rd Congo. Scrive per «Atlante delle guerre» e collabora con diverse altre testate.
Guerre finanziate, guerre dimenticate
Lo scorso febbraio anche Bukavu, capitale del Sud Kivu, in Congo Rd, è caduta in mano ai ribelli dell’M23. Centinaia di migliaia sono gli sfollati che cercano riparo a Bujumbura, la capitale del Burundi. La milizia, armata ed equipaggiata con attrezzatura moderna, affiancata dall’esercito ruandese, il Rwanda defence force (Rdf), sta continuando la sua «conquista» verso Sud.
Il piccolo Rwanda (di superficie poco superiore alla Sicilia), di fatto, sta sfruttando le risorse minerarie dell’Est del Congo almeno dal 1996. È diventato un grande esportatore di stagno, tungsteno, tantalio, oro (chiamati oggi «minerali strategici»), senza però averne un grammo nel proprio sottosuolo. Ne abbiamo scritto su MC in questi anni.
Allora perché negli ultimi mesi il Rwanda ha deciso di invadere anche le due grandi città del vicino Paese sovrano, Goma e, appunto, Bukavu?
L’M23 già nel 2012 aveva occupato Goma per diverse settimane, ma la pressione di alcuni Paesi occidentali, che avevano minacciato il Rwanda di tagliargli i finanziamenti, era bastata a fare ritirare ribelli.
Dal 2021, quando l’M23 ha ripreso le attività, non ha fatto che appropriasi con la forza di siti minerari, dal Nord al Sud Kivu, terrorizzando la popolazione che fugge ingrossando i campi profughi. Intanto, l’esercito del Congo non riesce a opporre resistenza.
Oggi sembra che Paul Kagame, il «presidente-uomo solo al comando» dal 1994 del Rwanda, abbia deciso di tentare lo stesso colpo che fece nel 1996 con un altro gruppo ribelle da lui pilotato, l’Afdl (Allenaza delle forze democratiche per la liberazione del Congo), ovvero di riprendere il controllo de facto del Congo o di parte di esso.
Il Rwanda ha ricevuto ingenti finanziamenti dall’Occidente negli ultimi trent’anni. Ad esempio, la cifra media annuale tra il 2020 e il 2021 è stata di 1,24 miliardi di dollari. Intanto la spesa militare è cresciuta da 40 milioni di dollari nel 2005 a 180 nel 2021. L’Rdf è un esercito grande rispetto alle dimensioni del Paese, molto ben addestrato e moderno.
In particolare, è stato finanziato per operazioni di peacekeeping in diversi Paesi africani. Dal 2017, i militari ruandesi sono presenti nel Nord Mozambico in un’operazione contro i gruppi islamisti che imperversano nella regione di Cabo Delgado.
Sono documentati i 40 milioni di dollari che l’Unione europea ha dato al regime ruandese (sotto spinta francese) per proteggere i pozzi petroliferi della Total, tra il 2022 e il 2024. Sono inoltre documentati (da esperti delle Nazioni Unite), la coincidenza in alcuni casi di truppe e comandi tra le Rdf presenti in Mozambico e quelle in Congo.
Il 13 febbraio scorso, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione europea di congelare gli aiuti budgetari al Rwanda e di sospendere l’accordo sui minerali strategici, stipulato nel febbraio 2024 (MC aprile 2024), finché i militari ruandesi saranno impegnati in Congo. Altre sanzioni Ue sarebbero pronte, su iniziativa di Belgio e Francia. Mentre anche Londra ha annunciato la sospensione degli aiuti finanziari.
Allargando l’orizzonte, noto che le importanti guerre in Ucraina e in Medio Oriente si prendono tutta l’audience nei media italiani. Altri conflitti, che magari influiscono meno sulla vita dei cittadini, semplicemente scompaiono. Sto pensando a quello in Sudan, guerra civile ma con caratteristiche regionali e globali, di cui parliamo nelle pagine di questo numero. Penso al Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso), la cui popolazione è presa tra gruppi armati islamisti e governi golpisti dei militari. In un’area in cui passa una delle maggiori rotte della migrazione tra l’Africa e l’Europa. Paesi che si sono alleati con la Russia, mettendo nelle mani di Putin il «rubinetto» di questo flusso. Penso ad Haiti, Paese diventato invivibile perché controllato da bande armate criminali. Le cause sono storiche e precise, documentate e sempre occidentali.
E penso alla guerra civile in Myanmar, che ha compiuto quattro anni, e della quale parliamo anche sul nostro sito.
Aspettiamo dunque che il Rwanda, con uno degli eserciti più forti d’Africa, finanziato dagli occidentali, conquisti il Burundi (che è già allarmato) e magari arrivi a Kinshasa?
Marco Bello, direttore editoriale
Congo Rd. Il Rwanda alla conquista di Goma
La città di Goma, capitale provinciale del Nord Kivu, è da ieri pomeriggio, domenica 26 gennaio, sotto assedio da parte dei cosiddetti ribelli antigoverantivi M23 e dalle truppe regolari del Rwanda (3-4mila uomini). Militari ruandesi e ribelli hanno occupato diversi quartieri della città, compreso l’aeroporto che è stato saccheggiato e, al momento, risulta inagibile anche ai voli umanitari. Tutte le strade di accesso a Goma sono bloccate.
In città sono sempre presenti anche truppe congolesi delle Fardc (Forze armate della Rdc). Nel momento in cui scriviamo la città non è ancora caduta completamente ma alcuni centri di controllo sono in mano ai ribelli e si spara in diversi quartieri. Intanto alcuni reparti della Monusco, missione di peacekeeping delle Nazioni Unite (riconfermata il 20 dicembre scorso), sono stati attaccati dall’M23 nei giorni scorsi, e hanno subito perdite di alcuni caschi blu.
Goma conta circa un milione di abitanti, più un milione di sfollati dal resto del Kivu, causati della guerra in corso da almeno tre anni (nella sua ultima fase), che vivono in campi profughi intorno alla città. Dopo i primi attacchi, molti sfollati sono fuggiti verso la città, dove la popolazione è senza acqua ed elettricità.
«Siamo sotto le bombe» ci scrive da Goma un abitante. «Sono chiuso in casa con la mia famiglia». Intanto giungono video girati con il cellulare di sparatorie e gente che fugge.
La frontiera con il Rwanda (Gisenyi) è chiusa o, meglio, non ci sono funzionari di frontiera. Da parte ruandese autobus aspettano per evacuare il personale umanitario delle Nazioni Unite. Abitanti della città, fin da ieri, hanno tentato ugualmente il passaggio per fuggire da bombe e sparatorie. Il centro urbano arriva praticamente in prossimità della frontiera. Il passaggio pare sia stato bloccato a partire da domenica sera.
La prigione di Munzenze ha preso fuoco, e migliaia di detenuti sono fuggiti.
Si rischia una ulteriore crisi umanitaria con centinaia di migliaia di profughi che cercheranno rifugio nei paesi della regione.
Il presidente del Kenya, Wlliam Ruto, ha convocato un incontro straordinario della Comunità degli stati dell’Africa dell’Est per mercoledì 29 gennaio, al quale dovranno partecipare il presidente del Rwanda, Paul Kagame, e quello del Congo Rd, Félix Tshisekedi.
Domenica 26 si è tenuta una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cs), dedicato al precipitare della situazione nel Nord Kivu.
La ministra degli esteri del Congo Rd, Thérèse Kayikwamba Wagner, ha chiesto al Cs di emettere delle sanzioni nel confronto del Rwanda, che sta a tutti gli effetti, invadendo il territorio del paese sovrano confinante. La ministra ha anche chiesto un embargo totale sui minerali esportati dal Rwanda, come oro e coltan, che sono estratti illegalmente nell’Est del Congo.
Per la prima volta il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha nominato il Rwanda nel chiedere che vengano ritirate le sue truppe dal territorio congolese: «[…] profondamente preoccupato per l’escalation della violenza […] chiedo che le Forze ruandesi di difesa di interrompere il loro sostengo all’M23 e ritirarsi dal territorio congolese».
Per parte sua, Kigali continua a negare al presenza dei propri militari oltre confine.
A Goma, la situazione rimane estremamente volatile, e gli scontri sono tuttora in corso.
Un rapporto di fine ottobre della Piattaforma integrata di classificazione della sicurezza alimentare (Integrated food security phase classification, Ipc), composta da Ong e agenzie dell’Onu, riporta che 25,6 milioni di congolesi, su una popolazione di 104,3 milioni, sono minacciati a breve termine a causa dell’insufficienza alimentare. Inoltre, sono tre milioni le persone per le quali l’insicurezza alimentare oramai è acuta, ovvero sono in crisi umanitaria.
Secondo la Fao (l’agenzia Onu che si occupa di cibo e agricoltura e ha sede a Roma), si tratta di uno dei più grandi numeri al mondo per una sola popolazione con questa problematica.
L’insicurezza alimentare acuta è il risultato di diversi fattori combinati: i conflitti armati, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e quello dei costi di trasporto, ma anche l’effetto di diverse epidemie che hanno colpito il Paese.
È un dato che interessa tutto il Paese, con valori maggiori nelle aree di guerra, ovvero Sud Kivu, Nord Kivu e Ituri. Qui la crisi umanitaria, già presente da tre decenni, è recentemente aumentata a causa del ritorno in auge del gruppo ribelle M23, finanziato dal vicino Rwanda. Si ricorda anche che la Monusco (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione) ha lasciato il Sud Kivu a fine giugno scorso, dopo vent’anni di presenza.
La guerra in queste regioni ha causato uno sfollamento massiccio della popolazione che si è assembrata nei campi profughi interni. Il 35% degli agricoltori ha smesso di coltivare, mentre il 25% degli allevatori ha perso i propri capi di bestiame. Attualmente, secondo la Fao, sono 7,3 milioni i congolesi che hanno dovuto lasciare le proprie abitazioni e si trovano nelle tendopoli.
Ci sono poi altri fattori strutturali che acutizzano la crisi, come la scarsità delle strade in numero e in percorribilità e la mancanza dell’accesso all’acqua.
Il problema delle vie di comunicazione rende difficile il collegamento tra i mercati e tra i produttori e i mercati stessi, e quindi la distribuzione degli alimenti, aumentandone enormemente il prezzo.
La Fao e il Pam (Programma alimentare mondiale) avevano già richiamato l’attenzione lo scorso marzo, quando parlarono di 40 milioni di congolesi in stato di insicurezza alimentare cronica.
Oltre a un aiuto di immediato, con distribuzione di cibo, sono necessari, secondo i tecnici della Fao, programmi di agricoltura di emergenze, ovvero distribuzione di sementi e di attrezzi agricoli per realizzazione di mini orti almeno per la popolazione dei campi di sfollati.
La Fao chiede ai donatori 330 milioni di dollari per 2025, per assistere oltre 3 milioni di congolesi attualmente in condizioni disperate.
La foresta del fiume Congo è la sola al mondo in grado di assorbire più anidride carbonica di quella che produce. È un ecosistema unico, messo a rischio costante dalle risorse naturali che contiene. Alcuni paesi la tutelano, ma in molti altri lo sfruttamento è fuori controllo.
Il bacino del fiume Congo ospita la seconda foresta tropicale più estesa al mondo dopo l’Amazzonia: oltre due milioni di chilometri quadrati che toccano sei Paesi (Camerun, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo e Repubblica democratica del Congo).
A oggi, è l’unica foresta al mondo ancora in grado di assorbire una quantità di anidride carbonica (CO₂) maggiore di quella che produce. Secondo il think tank indipendente Center for global development, la foresta assorbe ogni anno 1,1 miliardi di tonnellate di CO₂ a fronte di emissioni pari a 530 milioni di tonnellate.
ponte sul fiume Nepoko, affluente del Congo – Foto Virgilio Pante
Una foresta unica
La foresta del fiume Congo è un ecosistema unico. I suoi 202 milioni di ettari ospitano 10mila tipologie differenti di piante tropicali (di cui il 30% è endemico della regione), oltre a innumerevoli specie di mammiferi (400), uccelli (mille) e pesci (700). Tra essi, molti animali in via d’estinzione come l’elefante della foresta, lo scimpanzé, il bonobo e i gorilla di pianura e montagna.
La foresta è fondamentale per gli equilibri meteorologici di buona parte del continente.
Studi hanno dimostrato che quando l’aria passa sopra ad aree coperte da vegetazione tropicale intensa porta maggiore pioggia. Man mano che la deforestazione procede, quindi, si riducono le precipitazioni – in particolare nel Sahel e nel Corno d’Africa – e aumentano i periodi di siccità.
Molte popolazioni indigene dell’Africa centrale vivono nella foresta, che fornisce loro cibo, acqua e mezzi per la sopravvivenza quotidiana. Sono circa 75 milioni di persone, appartenenti a 150 gruppi etnici. Tra essi spiccano i pigmei, cacciatori e raccoglitori con una conoscenza estremamente approfondita dell’ambiente naturale che li circonda, degli animali che vi vivono e delle piante medicinali (cfr MC ottobre 2019).
Le minacce
La sopravvivenza della selva del Congo è minacciata dalla deforestazione, trainata dall’abbondanza di risorse naturali (legname, minerali e idrocarburi), spesso sfruttate con metodi insostenibili. Secondo Global forest watch (una piattaforma per il monitoraggio delle foreste), tra il 1990 e il 2000, i livelli di deforestazione in Africa centrale erano tra i più bassi al mondo. Poi hanno iniziato a crescere pericolosamente. In particolare, tra il 2002 e il 2021, sono andati persi 17 milioni di ettari. Tra questi, 5,82 erano foreste primarie, aree che non erano mai state toccate dalle attività umane.
Ampie porzioni di foresta sono sfruttate sia da singoli individui sia da grandi compagnie internazionali con obiettivi che vanno dalla sopravvivenza quotidiana all’ottenimento del maggior profitto economico possibile.
La crescita della domanda internazionale di legname, idrocarburi e minerali spesso spinge le multinazionali a progetti di sfruttamento incontrollato. La costruzione di infrastrutture di servizio a queste attività – come dighe e strade – costituisce un danno ambientale considerevole e forza le popolazioni indigene a spostarsi in aree sempre più remote.
Lo sviluppo di reti stradali permette anche ai bracconieri di inoltrarsi sempre più a fondo nella foresta. Con la crescita della domanda di carne di selvaggina – secondo il Wwf, nella sola Rdc ogni anno viene consumato più di un milione di capi -, ne aumenta anche il commercio, spesso illegale. E così è sempre più a rischio la biodiversità: scimmie, antilopi, gorilla e bonobi sono ormai in via di estinzione. Mentre la richiesta internazionale di avorio ha ridotto la popolazione di elefanti della foresta a poche migliaia.
Dunque, la tensione tra conservazione di un ecosistema eccezionale e possibilità di trarre profitto dalle sue risorse si sta ponendo sempre più come elemento cruciale nella gestione futura dell’area.
Raccolta delle termiti nella foresta di Bayenga – foto Godfrey Msumange
Il legno in Gabon
L’88% del territorio gabonese è coperto dalla foresta: 22 milioni di ettari nei quali vivono più di 200 specie animali e vegetali a rischio. Tra cui il 60% degli elefanti della foresta ancora esistenti.
Negli ultimi anni, una serie di considerazioni economiche, sociali e ambientali ha fatto sì che tutelare questo ecosistema diventasse sempre più importante per il Paese. Nel 2002, il Gabon ha istituito, sull’11% del territorio nazionale, tredici aree protette (tra cui il Parco Lopé-Okanda, patrimonio Unesco) nelle quali è vietata qualsiasi attività economica.
Al contempo, il Paese ha introdotto una serie di politiche per contrastare le pratiche illegali (soprattutto taglio di legname) e sviluppare un settore del legno sostenibile. Grazie all’utilizzo di immagini satellitari, gli esperti ambientali monitorano lo stato della foresta e individuano aree oggetto di deforestazione sospetta. Il taglio di alberi è strettamente regolamentato: è possibile abbattere una o due piante per ettaro ogni 25 anni, così da permettere una riforestazione naturale. Mentre il percorso dei tronchi – dalla foresta ai porti – è attentamente tracciato.
Sforzi che si inseriscono in una politica di sviluppo economico più ampia: il Gabon è un importante produttore di petrolio, ma nei prossimi anni il settore (che attualmente rappresenta il 40% del Pil nazionale e il 70% delle entrate) è destinato al declino. Sviluppare un’industria del legname sostenibile e al contempo redditizia è quindi diventata la sfida per il futuro economico del Paese.
Per farlo, nel 2010, Libreville ha vietato le esportazioni di legname grezzo per incoraggiare le aziende a sviluppare centri di lavorazione nel Paese. Inizialmente, la produzione è rallentata, ma poi centinaia di compagnie hanno cominciato a spostare le proprie attività in Gabon. Attualmente, il parco industriale di Libreville si estende su 1.200 ettari e ospita 150 aziende, le cui attività spaziano dalla produzione di compensato a quella di mobili di alta qualità.
Già oggi il Gabon è un importante produttore mondiale di rivestimenti e compensato (nel 2019, il giro d’affari ammontava a 500 milioni di dollari l’anno). In dieci anni, l’obiettivo è arrivare a un’industria da 10 miliardi di dollari e 300mila posti di lavoro. Il tutto tutelando l’ambiente: entro il 2025, le compagnie che operano nel Paese hanno l’obbligo di essere certificate da Fsc, uno standard globale sulla gestione etica della foresta che assicura la produzione del legno in modo sostenibile.
Attraversamento del fiume Nepoko con una piroga
Foresta ed emissioni
Tra il 1990 e il 2010, il Gabon aveva perso 10mila ettari di foresta all’anno. Nei dieci anni successivi, invece, sono stati abbattuti solo 12mila ettari e molte aree, che all’inizio degli anni Duemila erano in degrado, sono state rigenerate, anche grazie alla decisione di ripiantare alberi.
Nel 2021, il Gabon è diventato il primo Paese africano a ricevere una ricompensa in denaro per aver ridotto la deforestazione e le emissioni di anidride carbonica derivanti dal degrado dell’ambiente forestale. Sulla base di un accordo siglato due anni prima, la Central african forest initiative (Cafi) – un’intesa tra donatori occidentali e Paesi del Sud globale per la protezione delle foreste – ha erogato al Gabon 17 milioni di dollari. Ogni dollaro corrisponde a una tonnellata di CO₂ non emessa (rispetto alla media del Paese tra il 2005 e il 2014) per un massimo di 150 milioni di dollari in dieci anni.
I fondi saranno destinati a progetti per la protezione della foresta e la ricerca scientifica. Il Gabon infatti è sempre più centrale nella lotta ai cambiamenti climatici: in media, la sua foresta assorbe 140 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno (mentre il Paese ne produce solo 40). A catturare così tanta CO₂ sono specie vegetali molto vecchie, con una capacità di trattenimento superiore a quella degli alberi dell’Amazzonia.
Viaggio sul fiume Congo da Kinshasa a Kisangani nel luglio 2006, foto di Ennio Massignan
Rdc, campione di deforestazione
Il 53% della foresta del fiume Congo (107 milioni di ettari) si trova nella Rdc, lo Stato dove la deforestazione si manifesta con maggiore forza: dal 2002 a oggi, sono andati persi il 35% della superficie coperta da alberi e il 5,6% della foresta primaria. Particolarmente colpite sono le foreste della pianura Nordoccidentale, della costa e, soprattutto, della zona montuosa orientale.
Quest’ultima è una delle regioni africane più ricche di biodiversità tanto che vi si trovano aree protette come il Parco Virunga, il Parco nazionale dei monti Rwenzori e il Parco nazionale dei vulcani. Ma, nonostante la loro presenza, bracconaggio, taglio abusivo di legname e deforestazione per agricoltura di sussistenza e attività estrattive sono molto diffusi. Pratiche spesso illegali, frequentemente controllate dagli attori armati attivi nell’Est della Rdc (vedi MC 03/2024) e incentivate dalla situazione di conflittualità perenne e dalla mancanza di istituzioni statali solide e servizi adeguati.
Produrre legname è molto redditizio e per molte famiglie costituisce una fonte fondamentale di sostentamento: in un Paese dove la rete elettrica è limitata e i prezzi di gas e petrolio sono elevati, il legno fornisce energia al 90% della popolazione. Così come importanti sono anche l’estrazione mineraria artigianale e l’agricoltura di sussistenza, la quale, soprattutto quando è itinerante, comporta alti tassi di deforestazione.
Senza dimenticare le multinazionali che, grazie alla corruzione di agenti statali, si aggiudicano (spesso in aree protette) vaste concessioni per taglio di legname o estrazione mineraria. Nel nome del massimo profitto possibile, si curano ben poco della tutela dell’ambiente naturale e dei suoi abitanti.
Fiume Congo a Saint Hilaire a Kinshasa – di Rinaldo Do
Petrolio e gas
Alla deforestazione nella Rdc contribuiscono anche politiche governative confuse e poco interessate alla conservazione ambientale. Nel 2021, anche il governo congolese aveva siglato un accordo con la Cafi: 500 milioni di dollari se la Rdc avesse rigenerato otto milioni di ettari di foresta in degrado e istituito aree protette sul 30% della sua superficie.
Ma lo stesso anno, la ministra dell’Ambiente, Eve Bazaiba, aveva annunciato la fine di una moratoria del 2002 che impediva l’assegnazione di nuove concessioni per il taglio di legname. Non che fosse realmente necessario: secondo Greenpeace (Ong per la tutela dell’ambiente), la disposizione era già stata violata più volte persino dal precedente ministro dell’Ambiente, Claude Nyamugabo. Mentre il governo aveva aperto il 40% del Parco nazionale di Salonga all’esplorazione petrolifera.
Alla fine di luglio 2022 poi l’esecutivo ha indetto un’asta: in palio c’erano 27 aree per lo sfruttamento di petrolio e tre per il gas. Molte si collocano in ecosistemi critici come il Parco Virunga o in zone coperte dalla torbiera tropicale più grande al mondo. Mentre le concessioni di gas si trovano nel lago Kivu.
Si stima che le risorse estraibili ammontino a 600 miliardi di dollari, ma devastazione ambientale, inquinamento e impatto sulle popolazioni locali (che non sono state consultate) rischiano di essere incalcolabili.
A giustificare la decisione è stata la ministra dell’Ambiente: «Abbiamo le risorse di suolo e sottosuolo: è su questo che tratteremo con il resto del mondo». La tutela della foresta può aspettare.
Aurora Guainazzi
Congo Rd. Il missionario medico
Nella missione di Neisu a una trentina di chilometri da Isiro nel Nord Est della Repubblica democratica del Congo, il 18 maggio scorso, si è celebrato il venticinquesimo anniversario della morte di padre Oscar José Goapper Pascual, giovane missionario della Consolata e medico. Un missionario che «ha lasciato il segno».
Padre Oscar era figlio di José Elgasto e di Nelly Terma ed era nato il 25 settembre 1951 a Venado Tuerto, nella provincia di Santa Fé in Argentina.
Dopo le scuole secondarie, Oscar sente la chiamata a essere missionario e domanda di entrare dai missionari della Consolata presenti nella sua città. Viene accolto e inviato in Italia per continuare il cammino formativo. Terminato il cammino di formazione è ordinato sacerdote a Torino il 19 giugno 1976. Viene subito inviato in Argentina per essere animatore missionario e poi anche formatore. Nel 1981 scrive al superiore generale per chiedergli di poter finalmente andare in missione, anche se aggiunge: «Seguire il Signore fedelmente e senza mettere condizioni è vitale per me», manifestando la disponibilità che lo avrà sempre caratterizzato. Pensando che gli sarebbe stato utile in missione aveva seguito il corso per infermieri professionali. Diceva: «Aspetto con impazienza il giorno della partenza, ma sono cosciente che non si può improvvisare la missione».
Il 27 Aprile 1982 arriva finalmente nella missione di Neisu nel Nord Est dello Zaire. Padre Oscar si accorge subito della necessità di avere un luogo adatto per curare tanta gente ammalata. In un primo tempo trova aiuto occasionale da parte del dottor Leta direttore della clinica del Est a Isiro. Con l’accordo dei suoi confratelli, i padri Antonello Rossi e Richard Larose e con l’aiuto di fratel Domenico Bugatti decide di seguire la costruzione di un ospedale, ma ci vorrà un medico che sempre presente. Allora dice al suo superiore: «Se non ci sono dei medici laici che vogliano venire a Neisu, diventerò io stesso medico». Con il permesso del superiore generale si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università di Milano. Cominciano lunghi anni e padre Oscar divide il suo tempo, le sue energie e le fatiche tra Europa e Zaire. Finalmente dottore, resta definitivamente a Neisu tra i suoi ammalati.
A quei tempi mi trovavo a Kisangani, piuttosto distante da Neisu ma ho avuto modo di incontrarlo alcune volte in occasione di qualche viaggio a Isiro e ancora meglio quando venne a Kisangani assieme a suor Cristina per partecipare a giornate di formazione per dottori. Come tante persone, anch’io fui colpito dalla sua giovialità, apertura e capacità di instaurare subito bella amicizia.
Mentre scriviamo seguiamo con apprensione la guerra in Repubblica democratica del Congo. All’Est, le milizie dell’M23 stanno prendendo d’assedio la città di Goma, capitale del Nord Kivu. Due milioni di persone sono prese in trappola e la situazione umanitaria è grave. A causa del conflitto nella regione, inoltre, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha censito 6,9 milioni di sfollati interni, la maggior parte dei quali sono in condizioni di necessità di tipo umanitario: «La Rdc sta vivendo una delle più grandi crisi umanitarie e di spostamento interno di popolazione del mondo».
L’inizio della guerra nell’Est della Rdc si fa risalire al 2 agosto del 1998, quando milizie di etnia banyamulenge attaccarono Goma appoggiate da Rwanda e Uganda, paesi confinanti. Da allora, alcuni conteggi parlano di almeno dieci milioni di morti. Oggi la situazione non è cambiata. I sedicenti «ribelli» si chiamano M23, sono sempre finanziati e dotati di armamenti moderni dal Rwanda. La Missione delle Nazioni Unite in Congo (Monusco), presente nel paese dal 2000, ha ammesso di non avere armi per fronteggiarli. Sullo stesso territorio è presente una missione della Sadc (Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale) con militari sudafricani, tanzaniani e malawiti.
L’esercito ruandese è invece entrato nel Paese (con un’invasione) nella primavera 2022 per appoggiare l’M23, e recentemente si prospettava un’altra aggressione, poi non avvenuta, in quanto truppe erano ammassate a Gisenyi, città ruandese confinante con Goma. Nell’Est della Rdc gli interessi dei Paesi confinanti sono soprattutto minerari. L’area è ricca di coltan (niobio e tantalio) e di altri elementi, essenziali per la realizzazione di componenti elettronici e batterie, ovvero vitali per mettere in atto la «transizione verde». Minerali che prendono illegalmente la via del Rwanda, dove sono lavorati e venduti a paesi terzi. L’Unione europea, il 19 febbraio, ha firmato un accordo con Kigali proprio sulle «materie prime critiche e strategiche» che prevede, tra l’altro, investimenti nel paese africano per assicurarsene la fornitura. Il governo di Kinshasa e la società civile congolese hanno duramente criticato l’accordo, ricordando che il Rwanda non è produttore di tali minerali ma li «preleva» in Congo. L’Ue sta dunque finanziando indirettamente la guerra.
Le domande che sorgono spontanee sono le seguenti: perché una guerra tanto lunga e importante in termini di vittime non provoca un intervento internazionale di mediazione? Perché i paesi occidentali appoggiano il paese aggredito se è europeo, mentre in Africa chiudono gli occhi e finanziano il Paese aggressore? Siamo dell’idea che l’Unione europea e gli Usa dovrebbero fare pressioni sul Rwanda affinché cessi di «appoggiare» l’M23, e interrompere ogni cooperazione economica e militare. Altri Paesi sul continente africano vivono guerre che hanno poca voce in Europa, e non trovano sforzi di mediazione nelle cancellerie.
In America Latina, inoltre, alcune grosse crisi sono dimenticate, come quella interna al Venezuela, che ha già spinto circa sei milioni di venezuelani a lasciare il Paese, per andare a vivere in condizioni di miseria in altri Stati della regione. Oppure in Ecuador, nel quale si sta consumando una guerra civile tra Stato e narcotrafficanti. O ancora in Nicaragua, dove una dittatura famigliare sta tenendo in scacco quasi sette milioni di abitanti.
Noi pensiamo che la guerra sia sempre un errore, ma anche che non ci siano popoli e paesi di serie A e altri di serie B. Crediamo nel principio di autodeterminazione di tutti i popoli e nell’universalità dei diritti umani. Che le vittime dei conflitti in Rdc e in altri paesi africani e latinoamericani siano importanti quanto quelle europee e mediorientali.
Cambiamenti
Prendendo tra le mani il numero di MC di marzo avrete notato qualcosa di diverso. La novità sta soprattutto nel tipo di carta. Speriamo che vi piaccia. Abbiamo deciso per questo cambiamento sia perché occorre sempre rinnovarsi, sia perché ci consente di investire maggiori risorse nel settore digitale della rivista. In effetti, da alcuni mesi il sito web di Missioni Consolata (www.rivistamissioniconsolata.it) è diventato uno spazio nel quale sono pubblicati articoli settimanali, oltre a tutti gli approfondimenti del mensile. Questa operazione ci permette di fornire un’informazione più tempestiva e aggiornata, ma anche di aumentare con molti contenuti l’offerta per il lettore. Vi invitiamo dunque a seguirci anche sul web.
Congo Rd. Padre Flavio, i Pigmei e i «verdi fratelli silenziosi»
«Qui davanti alla missione c’è la piccola piantagione di caffè che coltivo con i pigmei. È in piena fioritura, un esercito di api nella gioia e un profumo immenso. Come quello che si fa con il cuore e profuma la nostra vita». Flavio Pante, missionario della Consolata, ci manda le foto degli arbusti nel verde. Considera la natura una preziosa collaboratrice nel lavoro a Bayenga.
Le api ronzanti sui fiori a grappoli sono una benedizione. Per il miele? Quanto al miele, «ancora non ci siamo. I pigmei lo raccolgono in foresta sugli alberi e non pensano agli alveari. Con il tempo, troveremo un apicoltore che ci introduca un po’ alla volta. Ma la funzione di questi insetti è importantissima già di per sé: garantiscono l’impollinazione, delle papaie, degli avocado, di altre piante nutrienti».
Nell’ottica delle produzioni locali, la piantagione di caffè che qui chiameremmo «a chilometro zero» è una buona idea: «La bevanda serve alla missione, ma anche alla gente del posto. La tostatura è artigianale, su griglie con la brace sotto. Per i bantu il caffè mattutino, senza zucchero (non lo hanno), è normale. Anche i pigmei lo bevono, ma meno; forse per loro è un’usanza acquisita».
Alcuni Pigmei alle prese con il lavoro agricolo, a Bayenga, Rdc.
Padre Flavio precisa che le piantagioni commerciali in zona sono sparite: «Con tutte le guerre e invasioni degli ultimi decenni si è verificata una situazione di instabilità e insicurezza. Così gli investitori, soprattutto greci e ciprioti, che tenevano le piantagioni con la collaborazione di congolesi, hanno pensato che questo settore non fosse più sicuro. Aggiungiamo la svalutazione e altri fattori economici. Le piantagioni (di caffè e altro) non più curate, sono state “conquistate” dalla foresta. E le strade, cessato il traffico dei camion, si sono ristrette a piste».
Quale è il rapporto dei pigmei, popolo della foresta, con gli alberi, che padre Flavio chiama «verdi fratelli silenziosi che regalano frutti e ombra»? Ecco: «I pigmei non piantano gli alberi, non è nella loro cultura; è la foresta stessa che si rigenera. E allora, è importante avviarli (con un compenso per quanto piccolo) a queste attività. Per esempio, un vivaio in cui pianti i semi di caffè, poi li trapianti, e quando crescono gli arbusti devi togliere l’erba sottostante – sennò le piante ingialliscono e non producono. Coinvolgiamo le persone in tutte le fasi, nell’ottica della pedagogia del fare».
Fra le attività della missione, con le popolazioni bantu e i pigmei, padre Flavio spiega di aver introdotto un’altra pratica: «Procurare loro piccole piantine o semi, di papaie, di avocado che piantano non lontano dalla loro capanna per avere con il tempo i frutti. Anche solo due o tre alberi per famiglia. Ma è l’inizio di un cammino che magari ci porterà in futuro ad avere un frutteto in comune».
Padre Flavio illustra i numerosi altri servizi dei «grandi e silenziosi fratelli verdi»: «Per noi, almeno nella mia zona, dove non c’è la segnaletica, gli alberi secolari sono un riferimento negli spostamenti. C’è anche un’altra funzione. La nostra zona è molto soggetta a fulmini. Ebbene sono questi grandi alberi a proteggerci, sono loro che pagano e si bruciano sotto i fulmini…» Non solo: «Attenuano la forza del vento – qui la pioggia viene sempre portata dal vento – proteggendo i tetti delle nostre case e capanne. Ci aiutano veramente». Infine, «nella foresta i tronchi caduti possono fare da ponte sui torrenti tumultuosi e fangosi».
Marinella Correggia
Pubblichiamo questo articolo oggi, 16 gennaio, festa del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata.
Piante di caffè piantate dai pigmei di Bayenga. In questo periodo sono in piena fioritura.
Rdc. Allagamenti in tutto il Paese
A inizio anno la piena del fiume Congo ha toccato 14 province sulle 26 totali. Il livello del fiume ha superato i 6 metri, quando 6,26 è il record assoluto. Il fiume è straripato in seguito alle piogge torrenziali del 4 gennaio scorso. Diverse strade e abitazioni di Kinshasa sono state colpite.
Le inondazioni sono state significative, soprattutto nei comuni che si affacciano sul fiume. Si tratta, in particolare, di Ngaliema, Bumbu, Limete e Maluku. Nel comune di Ngaliema, le acque hanno sommerso tutto, rendendo ancora più precarie le condizioni di vita già difficili della popolazione.
Nei comuni di Limete e Bumbu, dove le strade sono diventate impraticabili, le attività commerciali stanno affrontando molte sfide. Gli ambulanti sono i più colpiti da questa calamità. Inoltre, la maggior parte dei negozi non è più accessibile.
Vie e strade allagate, le persone usano le barche tradizionali o vanno a piedi per accedere alle loro attività quotidiane o ai loro affari, con il rischio di contrarre diverse malattie dalle acque inquinate.
Un magazzino divelto ha liberato il suo contenuto (bottiglie di bibite) nelle acque. Foto Archivio MC.
La popolazione cerca di costruire muri protettivi che possano aiutarla a prevenire il danneggiamento delle case: è l’unico modo per mettere in salvo le proprietà. Ma la situazione rimane insostenibile. La gente attende disperatamente che le autorità municipali intervengano in loro aiuto.
Kinshasa non è l’unica città colpita da queste piogge torrenziali. Anche molte altre province sono state coinvolte. Tra queste, la provincia del Kivu nella parte orientale del Congo, Boma, nella zona occidentale e Kananga nel centro. Tutte hanno dovuto affrontare gravi inondazioni e frane.
Trecento persone hanno perso la vita, circa 43mila case sono crollate. Inoltre, 1.325 scuole, 269 dispensari e 85 strade sono stati distrutti, e persiste un alto rischio di epidemie causate dalle acque.
Con la stagione delle piogge in corso, le popolazioni congolesi potrebbero affrontare ulteriori problemi di questo tipo, a meno che non vengano prese precauzioni urgenti. Kinshasa, come altre province, ha bisogno di un’adeguata pianificazione urbana per evitare disastri analoghi nel futuro.
Nel frattempo, le popolazioni colpite hanno bisogno di aiuto immediato.
Jean Kamuanga
In moto “sulle” acque, nei pressi di Kinshasa. Foto Archivio MC.