Il mercato del carbonio

Introdotto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi (2015), il meccanismo dei crediti di carbonio è ingegnoso, ma consente molti imbrogli. Anche per l’assenza di controlli da parte degli Stati. 

Nonostante le beffe dei negazionisti, riabilitati da Trump, i cambiamenti climatici sono fra noi e ci mandano a dire, forte e chiaro, che da decenni emettiamo più anidride carbonica di quanta madre natura riesca a assorbirne. Un paio di numeri illustrano bene la situazione.

Secondo l’organizzazione Global carbon project, nel 2024 l’umanità ha prodotto 41 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, ma gli oceani e il sistema vegetale sono stati capaci di assorbirne solo il 50-60%. Pertanto, un’altra ventina di miliardi di tonnellate sono salite in atmosfera, accrescendo ulteriormente la concentrazione di anidride carbonica che oggi si calcola in 430 parti per milione.

Come termine di paragone, nel 1700, prima della Rivoluzione industriale, la sua concentrazione è stata stimata in 280 parti per milione. Come è noto, l’eccessiva quantità di anidride carbonica in atmosfera intrappola i raggi solari e, comportandosi come una serra, fa salire la temperatura terrestre con inevitabili ripercussioni sul clima. I climatologi ci dicono che, oggi, la temperatura media terrestre è 1,4 gradi centigradi più alta rispetto a quella rilevata nel 1850.  

Ricerche condotte da Our world in data dicono che Stati Uniti e Unione europea sono i maggiori responsabili delle emissioni accumulate fra il 1750 e il 2017: i primi avendo contribuito per il 25%, la seconda per il 22%. Quanto all’Africa, il suo contributo è stimato nell’ordine del 2-3%. La responsabilità non è, quindi, identica per tutti.

Lontani da Parigi

I primi richiami alla necessità di ridurre le emissioni di anidride carbonica risalgono al 1972 da parte della Conferenza scientifica delle Nazioni Unite riunita a Stoccolma. Ma solo nel 2015, 43 anni dopo, i governi di tutto il mondo hanno accettato di accordarsi su un piano per impedire alla temperatura terrestre di salire oltre 2 gradi centigradi, meglio ancora 1,5 gradi, rispetto all’epoca preindustriale.

Si tratta dell’Accordo di Parigi che, tuttavia, traccia solo delle direttrici di marcia che gli Stati devono (dovrebbero) trasformare in impegni concreti tramite incontri annuali noti come Cop, acronimo inglese per Conferenza delle parti (Conference of the parties).

L’ultima (fallimentare) Cop, la numero 30, si è tenuta a novembre a Belém, in Brasile (articolo a pag. 63), senza la partecipazione degli Stati Uniti che – per decisione di Trump – hanno abbandonato l’Accordo di Parigi. Un abbandono che rischia di fare naufragare definitivamente un’intesa già traballante perché – al di là delle parole – governi ed imprese non sembrano realmente intenzionate a fare ciò che serve per fermare i cambiamenti climatici.

Tecnologia e politica

Il punto è molto semplice. Dal momento che i cambiamenti climatici sono la conseguenza di un utilizzo eccessivo di combustibili fossili, l’unico modo per fermare il processo è ridurre il consumo di petrolio, carbone e metano.

Un obiettivo che si raggiunge agendo contemporaneamente su due fronti: quello tecnologico, per ottenere energia da fonti non fossili, e quello politico, per ridurre il livello dei consumi. Ma il sistema economico fa difficoltà ad accettare sia l’uno che l’altro: il primo per ragioni di costi, il secondo per ragioni di impostazione.

Due difficoltà che si colgono bene analizzando alcuni dei settori più inquinanti: acciaio, cemento, abbigliamento, allevamenti, trasporti.

Per ridurre le emissioni da parte dell’industria dell’acciaio e del cemento servirebbero altre tecnologie, che però non vengono introdotte perché molto costose. La vicenda dell’acciaieria di Taranto ne è una triste conferma: benché siano noti i suoi danni (non solo ambientali, ma anche sanitari), il rinnovamento non avviene perché costa tanto e le due sole opzioni in campo sembrano essere quella della chiusura o del tenersi l’industria inquinante.

Per ridurre le emissioni provenienti da abbigliamento, allevamenti e trasporti, la soluzione più semplice è quella di ridurre i consumi. Potremmo vivere benissimo senza fast fashion, senza carne a tutti i pasti, senza automobile, ma il sistema non può accettare una simile prospettiva perché la sua sopravvivenza si basa sulla crescita. L’obiettivo del capitalismo è garantire profitto alle imprese, possibile solo se c’è certezza di vendite. Così il consumo, e di conseguenza la produzione, sono i due snodi centrali. Ma poiché l’inclinazione al consumo non fa parte della nostra natura umana, il sistema si è organizzato in tutti i modi possibili per spingerci a consumare oltre misura.

Le vie sono quelle della pubblicità, della moda, dell’introduzione di nuovi prodotti che generano nuovi bisogni. Tipico il caso dei telefonini. Questo continuo lavaggio del cervello ha fatto breccia in tutti noi e perfino i sindacati si oppongono alla prospettiva della sobrietà in nome del lavoro. Un ragionamento che conosciamo fin troppo bene: per vivere ci serve un salario, quindi un lavoro, ma il lavoro lo danno le imprese solo se vendono ciò che producono. Dunque, dobbiamo consumare sempre di più, anche se questo comporta conseguenze negative per molti: per il pianeta a causa dell’inquinamento, per le nostre vite a causa di un eccesso di cose, per le relazioni umane e sociali a causa della mancanza di tempo, per le generazioni che verranno perché erediteranno un pianeta tossico ed esaurito.

Per uscire da questa trappola, le alternative ci sarebbero, ma le nostre «gabbie mentali» ci impediscono anche solo di prenderle in considerazione.

Foto Tyler Casey – Unsplash.

I palliativi del sistema

Non volendo intraprendere le strade che servirebbero per toglierci dai guai, il sistema si sta inventando un sacco di palliativi, come quello inserito all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi secondo il quale uno Stato o un’impresa può dimostrare di avere ridotto le proprie emissioni di anidride carbonica non perché le abbia ridotte davvero, ma perché ha finanziato una buona pratica attuata in un altro paese.

Un po’ come un’impresa di armi che, pur continuando a produrre bombe, pretende di essere considerata nonviolenta perché finanzia la Croce Rossa.

Immaginando che la questione ambientale possa essere ridotta a un bilancio economico, nella colonna dei debiti scriveremmo le quantità di anidride carbonica emesse, nella colonna dei crediti scriveremmo le quantità di anidride carbonica eliminate tramite iniziative positive.

L’Articolo 6 dell’accordo di Parigi permette agli Stati di iscrivere nella colonna dei crediti anche le tonnellate di anidride carbonica che i loro finanziamenti contribuiscono ad abbattere in un paese straniero, di solito scelto tra i più poveri. È in virtù di questa trovata che, nell’Accordo di Parigi, il trasferimento delle riduzioni di anidride carbonica da un’entità all’altra è indicato come «meccanismo dei crediti di carbonio».

Cosa prevede l’articolo 6

L’articolo 6 non definisce quali progetti possono rientrare nei crediti di carbonio, ma – per consuetudine – comprendono le iniziative di riforestazione o di tutela delle foreste, gli investi-

menti nell’ambito delle energie rinnovabili, qualsiasi altra iniziativa tesa a ridurre le emissioni di anidride carbonica.

L’articolo 6 impone, però, una serie di regole per impedire la degenerazione dello strumento. Fra esse, l’obbligo di trasparenza, il divieto di doppio conteggio, la creazione di organismi internazionali addetti al controllo.

Purtroppo, gli Stati ci hanno messo nove anni per accordarsi su tutti i dettagli, e solo nel 2025 il meccanismo è entrato ufficialmente in funzione con tanto di regole e organismi di governo. Un’attesa che è durata nove anni per gli Stati, ma non per le imprese che, nel frattempo, hanno deciso di agire da sole ravvisando in quel meccanismo un ottimo strumento per farsi passare (a buon mercato) come «verdi».

Le imprese più inquinanti possono, infatti, continuare a emettere grandi quantità di anidride carbonica, comunicando di averle ridotte in virtù dei crediti acquistati. Così, a partire dal 2016, si è assistito all’esplosione del mercato volontario dei crediti di carbonio che, fino ad allora, aveva funzionato in maniera embrionale.

Dal 2005 al 2024, attraverso questo canale, i crediti commercializzati sono passati da 13 a 84 milioni di tonnellate con un coinvolgimento particolare delle imprese petrolifere, automobilistiche, informatiche. Nel 2024 il più grande acquirente di crediti di carbonio è stato Shell che si rifornisce da progetti agricoli e forestali avviati in varie parti del mondo fra cui Australia, Filippine, Senegal. Altri grandi acquirenti sono Microsoft, Eni, PetroChina, Volkswagen, per un giro d’affari che nel 2024 è stato calcolato in 535 milioni di dollari.

La preservazione delle foreste non è l’unica via individuata per liberare il pianeta dall’anidride carbonica. Ci sono anche progetti che puntano a ridurre le quantità emesse. Nel qual caso sono poste in vendita le negaCO2, ossia le tonnellate di anidride carbonica non prodotte.

Esempi che vanno in questa direzione sono gli impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, o progetti che promuovono stufe per cucinare a basse emissioni. I gestori di tali progetti calcolano le tonnellate di anidride carbonica risparmiate rispetto agli impianti tradizionali e le cedono a chi ha bisogno di alleggerire il proprio carico di CO2 in cambio di denaro per le spese di impianto o di gestione. Ad esempio, Acqua minerale San Benedetto compensa le sue emissioni acquistando crediti generati in vari paesi del mondo, non solo da progetti di riforestazione, ma anche da impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili, come una centrale idroelettrica del Pamir, in Tajikistan.

Elaborazione da un grafico di earth.org

L’imbroglio è certificato

In apparenza sembra tutto lineare, ma uno dei problemi di questo circuito è che non esistono controlli pubblici: l’intero sistema è affidato a società private di certificazione che rilasciano certificati sulla validità dei progetti e sulle tonnellate di anidride carbonica eliminate secondo i loro criteri. Per di più la certificazione è pagata dai proprietari dei progetti che hanno tutto l’interesse a ricevere attestati che gonfiano il servizio reso al pianeta in modo da avere più crediti di carbonio da mettere in vendita. Del resto, le stesse società di certificazione hanno una partecipazione sui crediti commercializzati.

In conclusione, numerose indagini, non solo giornalistiche, ma anche universitarie, hanno evidenziato vari casi di conti che non tornano. Tanto da avere indotto alcune società certificanti ad adottare misure correttive. Ad esempio, nel settembre 2025, Verra, una società di certificazione statunitense, fra le più grandi del mondo, è stata costretta ad ammettere di avere validato la vendita di 15 milioni di crediti inesistenti vantati da un progetto di riforestazione nello Zimbabwe gestito dalla società Carbon green investments. Fra i clienti invischiati nella frode compaiono anche Volkwagen, Nestlé, Total che ora dovranno valutare come correggere i propri bilanci di sostenibilità.

Truffe a parte, vari esperti ritengono che i crediti di carbonio possano svolgere un ruolo positivo, ma solo se provengono da progetti che riducono realmente l’anidride carbonica presente in atmosfera senza produrre alcun tipo di danno collaterale né di tipo ambientale, né sociale.

Sulla questione giungono molti allarmi, soprattutto dall’Africa dove è stata da poco istituita l’Africa carbon market initiative per promuovere la vendita dei crediti di carbonio ottenuti nel continente. Un’impresa molto attiva nella vendita dei crediti di carbonio è Green resources di proprietà del fondo African forestry impact platform (Afip), a sua volta partecipato da varie multinazionali, fra cui le giapponesi Mitsui e Nomura.

Green Resources si presenta come la più grande impresa africana di sviluppo forestale e trasformazione di legname. In effetti, gestisce all’incirca 38mila ettari di piantagioni legnose in Mozambico, Tanzania e Uganda. Per la maggior parte si tratta, però, di monoculture di pino ed eucalipto, che pongono al tempo stesso problemi di ordine ambientale e sociale. Quello di carattere ambientale è che le monoculture distruggono la biodiversità e hanno bisogno di molti trattamenti chimici. Quello di ordine sociale è che mettono in moto un processo di land grabbing, ossia di sottrazione di terre a spese delle comunità locali.

L’umanità deve trovare i modi per arrestare i cambiamenti climatici, ma non è certo con l’abuso e con l’inganno che potrà riuscirci.

Francesco Gesualdi

 



Brasile. Le tristi verità della Cop30

Basta leggere il documento finale della trentesima «Conferenza delle parti» (Cop30) sul cambiamento climatico di Belém per rimanere con l’amaro in bocca. Le promesse iniziali si sono infrante proprio lì, nella terra do açai, nel cuore dell’Amazzonia, evidenziando tutte le contraddizioni di quella che doveva essere la «Cop della Verità».

Si intitola «Global mutirão decision», ma in realtà nessuna decisione concreta è stata presa e non c’è stato alcun consenso globale; al contrario, soltanto l’ennesima conferma dell’accentuata frammentazione della comunità internazionale rispetto al cambiamento climatico.

Tra i due termini presi ovviamente dalla lingua egemonica, è però riuscito ad insinuarsi un concetto – quello di mutirão, dal tupi-guarani moti’rõ – mutuato dall’ethos e dal modo di vivere dei popoli indigeni. Tramandato da tempi ancestrali, questo dispositivo sociale che prevede uno sforzo collettivo e solidaristico per la realizzazione di un servigio in favore di un membro della comunità, viene così trasposto nel tempo presente. Solo che, in questo caso, a beneficiarne è il Pianeta stesso.

La partecipazione di 900 indigeni, seppure in veste di meri osservatori («party overflow», cioè letteralmente «fuori delegazione») – o «kuntari katu» (letteralmente «quelli che parlano bene»), come hanno scelto di autodefinirsi ricorrendo ancora una volta ad un termine della lingua «generale» amazzonica – alla programmazione ufficiale dell’evento, ha rappresentato senza dubbio un fatto senza precedenti nella storia delle Cop.

E se – in più occasioni – «la zona azul» che ospitava le negoziazioni è stata teatro di proteste da parte di diversi gruppi indigeni è perché questi continuano a essere esclusi dalle decisioni che li riguardano. I grandi progetti infrastrutturali ed energetici recentemente promossi dal governo Lula sono, infatti, in palese contrapposizione con le dichiarazioni che riconoscono l’importanza della delimitazione e protezione dei territori indigeni e tradizionali come strumento di mitigazione e lotta al cambiamento climatico e i diritti dei popoli e comunità su di essi.

Nell’agosto 2025, il presidente brasiliano ha firmato il decreto 12.600/2025che trasforma tre fiumi amazzonici –  Tapajos, Tocantins e Madeira – da fonte di alimento, cultura e spiritualità di popoli indigeni, quilombolas, ribeirinhos in merce nelle mani di grandi imprese private. Sempre nell’area del Tapajos, oltre all’idrovia omonima, è prevista anche una ferrovia, ribattezzata «ferrograo», perché trasporterà prodotti agricoli (e minerari) dal Mato Grosso verso i porti del Parà. Infine, nell’ottobre scorso, la Petrobras ha ricevuto l’autorizzazione da parte dell’Ibama alla trivellazione di pozzi esplorativi di petrolio a 150 km dalla foce del rio delle Amazzoni.

Il riconoscimento di 14 nuove terre indigene e l’apertura di un dialogo sul progetto Tapajos hanno rappresentato solo una magra consolazione. Si stima che altre 70 terre siano in attesa di essere delimitate, ma il processo è lento e oneroso. Intanto, proprio durante la Cop, l’ennesimo leader, esponente del martoriato popolo Guarani Kaiowa, è stato ucciso durante la retomada (rioccupazione) del territorio ancestrale.

Per questo gli indigeni rimasti fuori dalla Cop (circa 6.000) si sono uniti alle 70mila persone dei movimenti sociali, popoli delle foresta, del campo, delle periferie, per portare la propria voce al «Vertice dei popoli» e per le strade della città nella «marcia per il clima».

Nel fallimento generale, la Cop30 sarà ricordata per il protagonismo dei popoli indigeni. Foto Silvia Zaccaria.

Tra le rivendicazioni: la demarcazione dei territori, madre di tutte le battaglie, e l’accesso diretto al finanziamento climatico per sviluppare strategie di protezione, adattamento e monitoraggio basate sulle conoscenze millenarie indigene integrate con la scienza occidentale, piuttosto che dubbie soluzioni finanziarie come il Tropical forest forever facility (finanziamenti aggiuntivi per i paesi che agiscano per la conservazione delle proprie foreste tropicali).

Fuori dalla zona azul ho reincontrato Mario Wapichana, già coordinatore della Coiab e oggi articolatore del Fondo Podaali, «donare senza aspettarsi nulla in cambio», destinato al rafforzamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia. Aveva lasciato la terra indigena Serra da Lua appena tredicenne per studiare nella scuola di formazione dei Missionari della Consolata a Surumù, in quella che oggi è l’area indigena Raposa Serra da Sol, in Roraima. Mi racconta di essere stato approcciato dalla Petrobras che sta già effettuando delle prospezioni in un’area indigena di quello stato. «Gli ho riposto: “Non se ne parla neanche”».

Dopo 27 anni, Mario è tornato nella sua comunità dove incoraggia i parenti a studiare e laurearsi per occupare sempre più posizioni chiave nella società «bianca». Oggi ci sono docenti universitari, avvocati, giornalisti ma anche curatori di musei (a Belém, ben due esposizioni sono di curatela indigena).

Mentre la rioccupazione degli spazi fisici arranca, gli indigeni guadagnano sempre più spazio a livello simbolico e permeano gradualmente la società con i propri valori e visioni di futuro radicate nell’ancestralità. Un contributo prezioso, forse più di tanti vertici, allo sforzo comune per provare a salvare il pianeta.

Silvia Zaccaria




Brasile. Cop30, un diario alternativo

Belém (novembre 2025). La «Cop della verità», come l´ha definita il presidente brasiliano Lula nella cerimonia di apertura dell’evento, inizia per me con una videochiamata con Davi Kopenawa, leader e sciamano yanomami noto a livello mondiale da quando fu protagonista del Vertice della Terra/Eco-92 di Rio. Più di trent’anni dopo, il Brasile torna a essere protagonista del dibattito sul futuro dell’Amazzonia e del pianeta.

Gli domando per quando è previsto il suo arrivo a Belém. «Ho preso una brutta influenza a Brasilia, ma ci sarò. Lì ho respirato molta benzina; con il clima secco la terra si surriscalda ed emette un mefítico odore di petrolio».

Nella parte finale del suo discorso, Lula ha citato proprio uno dei passaggi più famosi di Kopenawa: «Nelle città il pensiero è oscurato, offuscato ed ostacolato dal rumore delle macchine», nella speranza che – invece – «la serenità della foresta possa infondere in ciascun partecipante la chiarezza di pensiero necessaria per vedere» quale strada percorrere per invertire la rotta.

In un emozionante incontro con i rappresentanti del Consiglio nazionale dei seringueiros per rendere omaggio alla memoria di Chico Mendes, la ministra dell’Ambiente Marina Silva ha affermato che sarà la luce della poronga (lampada usata nel lavoro notturno dai raccoglitori di caucciù nelle foreste dell’Acre da cui tanto Silva che Mendes sono originari), a illuminare il cammino.

Mentre Davi è coinvolto in varie riunioni nella parte ufficiale dell’evento, i suoi «parenti», soprattutto dello stato del Pará di cui Belém è la capitale e dagli stati confinanti di Amazonas, Tocantins, Maranhão, Amapà e Mato Grosso, si ritrovano nel «Vertice dei popoli» (Cúpola dos povos). Sono Kayapò, Wai Wai, Katxuyana per citarne alcuni.

Per l’evento inaugurale hanno solcato le acque del fiume Guamà oltre 300 imbarcazioni, tante quante sono le lingue parlate dai popoli indigeni, per celebrare simbolicamente la diversità socio-culturale del Paese che fa da specchio a quella naturale.

«La morte della foresta è la fine della nostra vita» recita lo striscione dei manifestanti davanti alle lampade (la «poranga» è la lampada dei raccoglitori di caucciù) che illuminano il cammino. Foto Silvia Zaccaria.

Mentre fuori risuona il ritmo del Carimbò, genere musicale e danza tipica della regione, nei vari spazi di dibattito, le rivendicazioni di tutti quei gruppi sociali «periferici» – indigeni ma anche pescatori tradizionali, ribeirinhos, raccoglitrici di cocco – che, paradossalmente, proprio per essere gli ultimi custodi del pianeta, maggiormente subiscono le aggressioni del sistema economico, si mescolano e si amplificano. 

Sulle t-shirt sono impressi slogan che invocano giustizia: «Nessuno profani la tua terra»; «Silenzio, la terra sta parlando», «La morte della foresta è la fine della nostra vita» fino a «Dal fiume al mare Palestina libera», che assume un significato particolarmente forte qui dove le acque dolci del rio delle Amazzoni con tutti i suoi affluenti si uniscono a quelle dell’Oceano.

Delle giovani Mundurukù filmano un coro di bambini e il canto mesto di un pescatore del rio Tocantins che sembra quasi un lamento per la morte dell’ambiente naturale della sua infanzia, che gli ha garantito sinora cibo e lavoro.  Presto il «Pedral do Lourenco», una conformazione geologica rocciosa di 35 chilometri, verrà letteralmente fatta esplodere per consentire, anche nella stagione secca, il passaggio sul fiume Tocantins delle grandi navi cariche di soia ed altre commodities dal centro sud verso il porto di Barcarena, da dove vengono esportate. Il ritornello recita «Lourenço, Lourenço», perché, in Amazzonia, persino le rocce hanno un nome.

Silvia Zaccaria (da Belém)




Sentinelle dell’Artico

Sulle isole Svalbard si trovano la città più a Nord del mondo e alcuni avamposti scientifici. È un’area norvegese, ma soggetta a un trattato internazionale. Qui si intrecciano storie di migranti e di scienziati. E viene studiato, in anticipo, il cambiamento climatico.

Quando si pensa all’Artico, si immagina un mondo di estremi, dove la vita si adatta a condizioni difficilissime. Un luogo dove il sole non tramonta mai da giugno a settembre e dove la notte polare ricopre tutto di un manto nero per più di due mesi, da metà novembre a gennaio.

La città più a Nord

Con circa 2.150 abitanti, Longyearbyen, sulle isole Svalbard, è la città più a Nord del mondo. È stata, e ancora in parte è, un punto di incontro per anime avventurose e ricercatori, ma oggi più che mai, con la chiusura dell’ultima miniera di carbone, la «miniera numero 7», rischia di diventare un luogo destinato essenzialmente al turismo.

Sono sempre più numerose, infatti, le grandi navi da crociera che attraccano al porto della piccola cittadina e l’impatto ambientale e sociale inizia a preoccupare.

Fondata nel 1906, distrutta e ricostruita, Longyearbyen mantiene un carattere resiliente, con il suo aeroporto internazionale e il centro studi artici che pulsano di vita. Ma la bellezza di questo luogo è ingannevole: il freddo artico, un ambiente difficile, il reale rischio di imbattersi in orsi polari, sono elementi che bisogna davvero mettere in conto se si vuole venire da queste parti, anche solo, appunto, per una vacanza.

La storia di Pong

Pong, cittadino thailandese, è arrivato a Longyearbyen nel 2011, spinto dalla voglia di lavorare e di costruirsi un futuro migliore. «Quando sono arrivato, non sapevo nulla di Longyearbyen», racconta. «Pensavo di trovare una città come Oslo, con alberi e vita sociale, ma quando sono sceso dall’aereo, ho visto solo freddo e neve. Ho pianto per tre mesi, desiderando di tornare a casa».

La sua permanenza sull’isola è stata una lotta contro la nostalgia e le temperature estremamente basse, che raggiungono i 26°C sottozero. «Non avevo l’abbigliamento adeguato, solo una giacchetta leggera», dice. Ma nonostante le difficoltà iniziali, Pong ha deciso di rimanere, spinto dalle promesse fatte alla famiglia e dal bisogno di lavorare. «Dovevo rimanere, non solo per me, ma per loro», afferma.

Dopo sette anni, Pong ha trovato un senso di appartenenza, lavorando in un ristorante e costruendo relazioni con la comunità. «Ora mi sento a casa, anche se il mio sogno è di trasferirmi in una città più grande come Tromsø oppure Oslo», confida. «Voglio un passaporto norvegese, perché significa sicurezza e un futuro migliore».

Sentirsi a casa non è così scontato però: dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la Norvegia ha sospeso il diritto di voto agli stranieri residenti alle Svalbard. Queste isole sono soggette a trattato internazionale di autonomia, ma la sospensione del diritto di voto, comunque relativo solo al loro territorio, è in violazione dello stesso. La situazione è delicata. Il provvedimento ha destato polemiche e portato a manifestazioni nella città di Longyearbyen.

Il Trattato delle Svalbard è stato firmato nel 1920 da quattordici Paesi (Norvegia, Stati Uniti, Danimarca, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Irlanda, Svezia, Australia, Canada, Nuova Zelanda e Sudafrica), ed è entrato in vigore nel 1925. Successivamente si sono aggiunte altre nazioni fino al numero attuale di quarantasei. Il trattato sancisce, da un lato la sovranità norvegese, ma conferisce a tutti i Paesi firmatari pari diritto di esercitare attività commerciali, scientifiche e minerarie su una base di assoluta eguaglianza, senza l’istituzione di monopoli. Sancisce, inoltre, la demilitarizzazione delle isole.

La magia di Ny-Ålesund

A circa un centinaio di chilometri da Longyearbyen, Ny-Ålesund svela il vero volto dell’Artico: una distesa infinita di montagne, ghiaccio, acqua.

È un avamposto scientifico. Qui, il numero di residenti oscilla da trenta in inverno a circa duecento in estate, quasi tutti ricercatori. Per poter raggiungere questo posto e rimanere a seguire il lavoro degli scienziati è necessario un invito ufficiale di una base scientifica. Inoltre, occorre rispettare il silenzio radio, poiché i wi-fi dei telefoni cellulari o dei computer, potrebbero interferire con i sistemi di ricerca e con i macchinari molto sensibili presenti.

Chi scrive è stata invitata dalla base artica «Dirigibile Italia», il cui nome riporta all’impresa di Umberto Nobile che proprio da qui partì con il suo dirigibile nel 1928.

Proprio di fronte alla mensa in cui ogni giorno vengono serviti i pasti a tutti gli scienziati e ricercatori, è possibile vedere uno dei piloni su cui poggiava il dirigibile di Nobile.

Sorvolare Ny-Ålesund con il piccolo velivolo che parte da Longyearbyen è un’esperienza indimenticabile: distese di ghiaccio, iceberg, nuvole basse e ancora terra rossa e nera, e grandi aree di acqua dai bagliori rossastri che si getta nel mare blu intenso e poi, d’improvviso, un gruppo sparuto di casette in legno che sembrano minuscole e incapaci di resistere a quell’immensità, eppure stanno lì. Se un tempo erano le residenze dei minatori – perché Ny-Ålesund come Longyearbyen è stata fondata proprio grazie e per le risorse minerarie, oggi ospitano solo scienziati e ricercatori.

È proprio alla base artica Dirigile Italia che incontro Ilaria Baneschi, geochimica isotopica, lavora all’Istituto di geoscienze e georisorse del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) e ha fatto di Ny-Ålesund la sua casa temporanea.

«Quando sono arrivata per la prima volta nel 2016, mi sentivo completamente disorientata», racconta Ilaria. «Camminare sulle morene ghiacciate era un’esperienza incredibile. L’aria era così fredda e i cambi di temperatura così repentini». I colori dell’acqua dell’Artico, che riflettono la geologia del terreno,
l’hanno colpita profondamente. «L’acqua qui non è cristallina come ci si aspetterebbe. La sua colorazione è influenzata dai minerali e dai metalli presenti, rendendola unica».

Ilaria studia il ciclo del carbonio e le interazioni tra l’acqua e la roccia, cercando di comprendere come questi fenomeni influenzino l’ecosistema artico. «Osservare il cambiamento del ghiaccio e della vegetazione è incredibile – afferma -. Ho visto ghiacciai arretrare di centinaia di metri, e ogni anno le differenze diventano più evidenti».

Dinamiche ambientali

In questo contesto, la stazione Dirigibile Italia gioca un ruolo cruciale nella ricerca scientifica. È un centro di monitoraggio per diversi progetti, inclusi studi sul cambiamento climatico. I suoi ricercatori si dedicano a comprendere le dinamiche ambientali, contribuendo a una comprensione globale delle sfide che il nostro pianeta affronta.

«Il lavoro qui è un privilegio, ma anche un impegno totale – spiega Ilaria Baneschi -. Ogni giorno è una nuova opportunità per scoprire e imparare, ma richiede anche resilienza e determinazione».

È con lo stesso tono innamorato e appassionato che mi parlano di artico e di Ny-Ålesund Federico Giglio e Stefano Miserocchi. Entrambi ricoprono il ruolo di primo ricercatore e sono veterani di questo avamposto ai confini del mondo. Con loro, e con altri due ricercatori, Gian Marco Ingrosso e Francesco Paladini De Mendoza, usciamo in mare, proprio di fronte ai grandi ghiacciai che fronteggiano Ny-Ålesund, per calare in profondità un sistema di sonde capace di osservare il fondale.

Questo osservatorio marino è composto da una serie di infrastrutture e strumenti che, dal 2010, monitorano le condizioni e le caratteristiche chimico-fisiche e bio-geochimiche dell’ecosistema marino.

Un’accelerazione imprevista

Parlare con i ricercatori significa anche rendersi conto che l’orologio del pianeta corre più veloce di quanto pensiamo. E qui, nel fiordo di Kongsfjorden, a pochi passi dal Polo Nord, le lancette sembrano impazzite. A lanciare l’allarme è proprio Federico Giglio, ricercatore dell’Istituto di scienze polari del Cnr, che alle isole Svalbard osserva una «rivoluzione ambientale» con implicazioni globali.

«Questa è un’area estremamente sensibile, dove i fenomeni climatici si verificano prima e in maniera più intensa che nel resto del pianeta», spiega Giglio. Il suo lavoro consiste nello studiare i flussi marini, un modo per leggere lo stato di salute dell’oceano e ricostruire il clima del passato per capire come evolverà nel futuro. Ma i dati attuali raccontano una storia di accelerazione imprevista: «Stiamo andando verso l’opposto di ciò che dovrebbe accadere teoricamente – afferma -. I primi rapporti Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) degli anni Novanta prevedevano che saremmo arrivati al punto in cui siamo oggi fra circa 100 anni. Abbiamo azzeccato il trend, ma non il tempo. È tutto molto più rapido».

Per i profani, i segnali si notano a occhio nudo: «La cosa più banale è l’arretramento dei ghiacciai – continua il ricercatore -. Il Kronebreen, il ghiacciaio che possiamo vedere proprio di fronte a noi, è arretrato di decine di chilometri da quando veniamo qui». Un altro fenomeno evidente è lo scioglimento del permafrost, il terreno perennemente gelato: «Fino a dieci, venti anni fa lo strato che si scongelava d’estate era di 15-20 centimetri. Adesso siamo arrivati oltre il metro».

Questa trasformazione ha conseguenze pratiche evidenti: le case di Ny-Ålesund, costruite su palafitte cementate nel ghiaccio, stanno lentamente scivolando. Lo stesso laboratorio del Cnr è a rischio, ed è necessaria una continua manutenzione se non addirittura la costruzione di un nuovo edificio. Le piogge intense, sempre più frequenti anche in pieno inverno al posto della neve, dilavano i terreni, riempiendo il fiordo di fango e sedimento. Un fenomeno che Federico Giglio e il suo team misurano con sonde sottomarine. «Le bottiglie sono colme. A volte così tanto che non riusciamo a quantificare il flusso totale (si tratta di speciali contenitori che gli scienziati definiscono anche bottiglie, atti a filtrare il sedimento, nda)».

Uno dei punti più delicati, spiega Giglio, è la corretta comunicazione dei risultati scientifici. Il suo gruppo studia l’acqua della Corrente del Golfo, che qui arriva più fredda e salata dopo aver rilasciato calore in Nord Europa. Questo processo, noto come «atlantificazione», è un motore del clima globale. Paradossalmente, oggi in questo fiordo si osserva meno acqua atlantica del previsto.

«Se io dico a una persona non addetta ai lavori che c’è meno acqua atlantica, un fenomeno legato al riscaldamento globale, allora i negazionisti prendono la palla al balzo e dicono: “Perfetto, vedi che non è vero?”», avverte Giglio. In realtà, è un segnale ancora più grave: «L’acqua oceanica non entra perché quella di fusione dei ghiacci polari, dolce e fredda, crea una corrente superficiale contraria così forte da impedirne l’ingresso. Quindi, l’assenza di acqua atlantica non è un buon segnale, è il segno di una maggiore fusione del ghiaccio».

La specie a rischio

Di fronte a uno scenario così accelerato, la vera minaccia non è per il pianeta, ma per l’umanità. «La Terra non è a rischio, è la specie umana ad esserlo. Siamo noi che non riusciamo ad adattarci a cambiamenti così veloci», sottolinea Giglio.

La migrazione climatica è già iniziata, e le ricadute sociali ed economiche saranno disastrose. «La gente che viene da noi, in Europa, dal dal Nord Africa costituisce una migrazione climatica, perché le condizioni di vita non sono più affrontabili».

L’allarme che arriva da questo fiordo remoto, con le sue acque torbide e i suoi ghiacciai che accumulano calore, non riguarda un futuro lontano: «Le fasce climatiche si stringeranno, l’area dove riusciremo ad abitare sarà sempre più ristretta», conclude il ricercatore. «Quello che vediamo qui è solo un’anteprima di ciò che accadrà su scala globale». Un messaggio chiaro: l’Artico è lo specchio del nostro futuro e ci sta avvertendo che il tempo per agire sta per scadere.

Valentina Tamborra

Dall’archivio MC

Valentina Tamborra, Isole Svalbard, l’ultima frontiera, MC 2029/12




Mondo. Il cambio climatico non aspetta le leggi

Per il clima è arrivata una piccola, buona notizia. Lo scorso 23 luglio la Corte internazionale di giustizia (Icj) dell’Aia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha risposto ad alcuni quesiti in materia di cambiamenti climatici. Questi erano stati formulati in una risoluzione dell’aprile 2023 dell’Assemblea generale, a sua volta interpellata nel 2019 da un gruppo di studenti dell’«Università del Sud Pacifico» con sede a Suva, nelle isole Fiji. L’iniziativa è partita da giovani di  uno dei paesi più colpiti dalle conseguenze dell’innalzamento delle temperature. Per esempio, secondo dati ufficiali, alle Fiji il livello del mare cresce di 6 millimetri all’anno.

Ebbene, la Corte di giustizia ha deliberato all’unanimità (15 giudici su 15) che i vari trattati sui cambiamenti climatici stabiliscano obblighi vincolanti per gli Stati al fine di garantire la protezione del sistema climatico e dell’ambiente dalle emissioni di gas serra di origine antropica.

Il 23 luglio 2025, i 15 giudici della Corte internazionale di giustizia hanno decretato la responsabilità degli Stati in materia di cambiamenti climatici. Una decisione importante, ma i cui effetti pratici sono tutti da scoprire. Immagine: UN-Photo-Icj-Cij-Frank van Beek.

Secondo i giudici della Icj, il limite di 1,5°C è un obiettivo giuridicamente vincolante ai sensi dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici sottoscritto nel 2015 da 195 Paesi. Il diritto internazionale – si afferma – impone agli Stati l’obbligo di adottare misure preventive e precauzionali per evitare danni climatici. Gli Stati sono altresì responsabili delle emissioni degli attori privati operanti sul proprio territorio. In particolare, ciò significa che gli Stati che producono combustibili fossili (carbone, petrolio e gas) vengono messi sotto giudizio: qualsiasi espansione della produzione comporterà un aumento dei rischi legali. Per la Corte, oggi le prove scientifiche permettono di attribuire le emissioni ai singoli Stati, comprese quelle storiche. Ciò consente agli Stati danneggiati dal cambiamento climatico di invocare la responsabilità legale. I paesi sviluppati hanno – infine – la responsabilità di aiutare i paesi in via di sviluppo a sostenere i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici.

Il parere della Corte di giustizia è spiegato in maniera puntuale in 457 punti distribuiti in un dispositivo giuridico lungo 140 pagine. Per riassumere in un unico concetto, secondo i 15 giudici dell’Aia, gli Stati debbono rispondere delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Giusto, ma il passaggio dalla teoria alla pratica pare complicato. Come dimostra – ad esempio – la decisione di Donald Trump (21 gennaio 2025), presidente degli Stati Uniti, secondo Paese più inquinante del mondo dopo la Cina, di uscire dall’Accordo di Parigi.

Per non parlare della variabile temporale. Sono trascorsi sei anni tra la richiesta degli studenti universitari delle Fiji e la risposta della Corte internazionale di giustizia. Per questo e in attesa della Cop30 (Belém, novembre 2025), non è il caso di esultare vista la velocità con la quale i cambiamenti climatici stannoavanzando.

Paolo Moiola




Africa. I cambiamenti climatici picchiano duro

L’Africa si sta riscaldando più velocemente di molte altre regioni del mondo. Secondo il rapporto «State of the Climate in Africa 2024» pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), ogni aspetto dello sviluppo socioeconomico africano è messo a dura prova da eventi climatici estremi e dai cambiamenti climatici. L’insicurezza alimentare, la scarsità d’acqua, i conflitti per le risorse e lo sfollamento forzato sono solo alcune delle conseguenze di un fenomeno sempre più preoccupante.

Il rapporto dell’Omm dipinge un quadro allarmante. Il 2024 è stato l’anno più caldo – o il secondo, a seconda dei dataset – mai registrato nel continente. Le temperature medie della superficie sono state di 0,86° sopra la media del trentennio 1991-2020, con picchi nel Nordafrica, dove il riscaldamento ha toccato +1,28°. A queste condizioni si è aggiunto un ulteriore fattore aggravante: il riscaldamento eccezionale degli oceani. L’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo hanno registrato valori record e quasi tutta l’area oceanica attorno all’Africa è stata colpita da ondate di calore marino di intensità forte o estrema. Da gennaio ad aprile, oltre 30 milioni di km² di superficie marina sono stati interessati da questa tendenza. Il dato più alto mai rilevato dal 1993.

Il cambiamento climatico colpisce l’Africa in modi contrastanti, ma sempre drammatici. L’alternanza tra siccità persistenti e piogge torrenziali crea un’instabilità che mette in ginocchio l’agricoltura e l’approvvigionamento idrico. L’Africa australe, ad esempio, ha vissuto nel 2024 la peggiore siccità degli ultimi vent’anni. Malawi, Zambia e Zimbabwe sono stati i Paesi più colpiti, con perdite nella produzione agricola che in alcuni casi hanno superato il 40% rispetto alla media quinquennale. Il lago Kariba, bacino idroelettrico condiviso da Zambia e Zimbabwe, ha raggiunto livelli così bassi da causare lunghi blackout e rallentare l’attività economica.

Nel frattempo, l’Africa orientale ha visto un’altra faccia del disastro: precipitazioni straordinarie tra marzo e maggio hanno provocato inondazioni in Kenya, Tanzania e Burundi, con centinaia di vittime e oltre 700mila sfollati. Le piogge successive, tra ottobre e dicembre, sono invece risultate inferiori alla media, facendo temere nuove crisi alimentari. In Africa occidentale e centrale, i Paesi del bacino del lago Ciad – Nigeria, Niger, Camerun, Repubblica centrafricana – sono stati colpiti da alluvioni che hanno coinvolto oltre quattro milioni di persone.

Anche il Nordafrica non è stato risparmiato. Per il terzo anno consecutivo la regione ha avuto un raccolto cerealicolo sotto la media, con il Marocco che ha visto una riduzione del 42% della produzione, aggravata da un sesto anno consecutivo di siccità.

Nel 2024 si è assistito a un fenomeno senza precedenti. Due cicloni tropicali, Hidaya e Ialy, si sono formati a maggio nel bacino occidentale dell’Oceano Indiano e hanno colpito la costa tra Kenya e Tanzania, una zona solitamente fuori dal raggio d’azione dei cicloni maturi. Il ciclone Chido, invece, ha devastato l’isola francese di Mayotte e poi ha proseguito verso Mozambico e Malawi, lasciando decine di migliaia di sfollati e danni ingenti.

Nonostante il contesto complesso, il rapporto Omm evidenzia anche alcuni segnali positivi. La trasformazione digitale rappresenta un’opportunità strategica per migliorare la resilienza climatica. Strumenti come l’intelligenza artificiale, i sistemi radar avanzati e le applicazioni mobili stanno potenziando le capacità previsionali e gli allarmi precoci. In Nigeria, ad esempio, l’agenzia meteorologica ha lanciato piattaforme digitali per fornire informazioni climatiche e avvisi agli agricoltori. In Kenya, previsioni e allarmi vengono diffusi via Sms a comunità rurali e pescatori. Anche in Sudafrica sono stati introdotti strumenti di previsione avanzati e reti radar aggiornate per anticipare con maggiore precisione eventi estremi.

Nel 2024, diciotto servizi meteorologici nazionali africani hanno aggiornato i propri siti web e le infrastrutture di comunicazione per aumentare l’efficacia delle previsioni. Tuttavia, per una reale trasformazione servono investimenti strutturali: infrastrutture digitali solide, sistemi di gestione e condivisione dati efficienti e un accesso equo alle informazioni, anche nelle aree più remote.

L’Africa, secondo il rapporto Omm, ha bisogno urgente di sistemi di allerta precoce più capillari, politiche di adattamento più solide e cooperazione internazionale rafforzata. L’iniziativa «Early warnings for all» punta proprio a questo: salvare vite e ridurre i danni grazie a previsioni tempestive e azioni coordinate.

«Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, ma una crisi attuale – ha dichiarato Celeste Saulo, segretaria generale dell’Omm -. Spero che questo rapporto stimoli un’azione collettiva per affrontare sfide sempre più complesse e impatti a cascata».

Enrico Casale




Mondo. Questo, un tempo, era un ghiacciaio

In un clima politico che sta diffondendo il negazionismo climatico, le Nazioni Unite hanno istituito la «Giornata mondiale dei ghiacciai», prevista per il 21 marzo di ogni anno, giorno dell’equinozio di primavera. Il 2025 è anche l’Anno internazionale per la preservazione dei ghiacciai. Si tratta di un appello – fatto su iniziativa dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) e dell’Unesco – per salvare i ghiacciai della Terra che si stanno rapidamente riducendo a causa del cambiamento climatico.

Il problema interessa tutta la criosfera (che è la porzione di superficie terrestre coperta da ghiaccio e neve). Oltre al ritiro dei ghiacciai, da tempo si sta assistendo a una riduzione dello spessore della neve (in particolare, nelle Alpi) e a un incremento dello scongelamento del permafrost (un tipo di terreno perennemente ghiacciato).

Stando a un articolo pubblicato su Nature (19 febbraio 2025), dal 2000, i ghiacciai hanno perso tra il 2% e il 39% del loro ghiaccio a livello regionale e circa il 5% a livello globale. Lo studio ha osservato la perdita di massa glaciale in 19 regioni del mondo. A livello globale, le perdite maggiori sono state causate dall’Alaska (22%), dall’Artico canadese (20%), dalla Groenlandia (13%) e dalle Ande meridionali (10%). A livello regionale, la più grande scomparsa di massa di ghiaccio si è verificata nelle Alpi (39%). È proprio nelle regioni alpine che si prevede la quasi totale scomparsa dei ghiacciai entro la fine del secolo.

Un’immagine del ghiacciaio Harding (catena montuosa di Kenai), in Alaska. L’Onu ha dichiarato il 21 marzo di ogni anno «Giornata mondiale dei ghiacciai». Il 2025 è anche l’«Anno internazionale per la preservazione dei ghiacciai». Foto Paolo Moiola.

Ghiacciai e calotte glaciali immagazzinano circa il 70% dell’acqua dolce globale, rifornendo attualmente almeno due miliardi di persone. Il loro scioglimento minaccia, quindi, la sicurezza idrica. Ma le conseguenze non si fermano a questo. La perdita di massa potrebbe contribuire a un innalzamento del livello del mare fino a circa 20 centimetri entro fine secolo. Inoltre, la riduzione del permafrost avrà implicazioni dirette sulla stabilità di terreni e costruzioni e porterà al rilascio di gas serra (ma anche di agenti patogeni) intrappolati nel suolo ghiacciato.

I periodici rapporti dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) confermano che la situazione è grave e molto probabilmente compromessa. Eppure, la politica ha scelto di essere cieca. Per esempio, Donald Trump ha sempre sostenuto che il cambiamento climatico è una bufala («It’s a hoax»). Così, appena entrato alla Casa Bianca (lo scorso 20 gennaio), ha firmato un ordine esecutivo per uscire dagli accordi sul clima di Parigi e uno anche per l’Alaska, la terra dei ghiacciai. L’obiettivo di questo secondo viene dichiarato fin dalle prime righe: «Lo Stato dell’Alaska detiene una riserva abbondante e in gran parte inutilizzata di risorse naturali […]. È pertanto imperativo revocare immediatamente le restrizioni punitive attuate dalla precedente amministrazione». Quelle definite «restrizioni punitive» sono divieti e limiti fissati dall’ex presidente Biden per proteggere e preservare un ambiente unico ma molto delicato come quello dell’Alaska.

Paolo Moiola




Mondo. Senz’acqua

 

Sicilia e Amazzonia sono luoghi lontani e molto diversi, ma da tempo accomunati da una problematica identica: la siccità. Il fenomeno è esploso negli ultimi mesi del 2023 ed è proseguito per tutto il 2024. Con conseguenze drammatiche. Nell’isola i laghi sono prosciugati, gli invasi vuoti e nelle case non arriva l’acqua anche per svariati giorni. Intanto, dall’altra parte dell’Atlantico, sui fiumi amazzonici i battelli sono in secca e centinaia di delfini sono spiaggiati. La siccità interessa molti paesi in tutti i continenti, ma i casi della Sicilia e dell’Amazzonia sono significativi perché essa ha colpito luoghi dove di solito l’acqua non manca.

Un’imbarcazione arenata sul lago di Puraquequara, in Brasile. L’Amazzonia sta soffrendo un lunghissimo periodo di siccità. (Foto Juliana Pesqueira-Amazonia Real)

La siccità è definita come un prolungato periodo di bassa o nulla disponibilità di acqua qualitativamente accettabile. In World drought atlas («Atlante mondiale della siccità», Nazioni unite 2024), uno studio delle Nazioni Unite, le mappe geografiche mostrano un’estensione sempre più crescente del fenomeno.

«La siccità – si legge nell’introduzione di Economics of drought («Economia della siccità», Nazioni unite 2024)) – è uno dei problemi più urgenti per l’umanità, che colpisce oltre 1,8 miliardi di persone e non lascia intatto nessun continente. La siccità aumenta di numero e intensità ogni anno. Le comunità in tutto il mondo affrontano una carenza idrica perpetua […]».

I processi siccitosi sono causati da un insieme di cause: variabilità climatica naturale, riscaldamento globale di origine antropica (inquinamento, consumo di suolo, deforestazione) e gestione insostenibile delle risorse naturali (come l’eccessivo prelievo di acque superficiali e sotterranee). Si stima che affrontare la siccità costi molto meno dei danni a breve e lungo termine che essa causa. La principale azione per contrastarla consiste in una gestione sostenibile del territorio (riforestazione, agricoltura e pascoli conservativi, difesa delle falde acquifere) con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati (agricoltori, proprietari terrieri, gruppi indigeni, aziende private, Stato e studiosi).

«Queste misure – ricorda il rapporto delle Nazioni Unite – migliorano la capacità del territorio di catturare e immagazzinare acqua e di ricostituire le falde acquifere, ripristinano le funzioni del suolo e aumentano la resilienza».

Né va dimenticato che tutte le questioni ambientali sono tra loro connesse. Ad esempio, di pari passo con la siccità, sta avanzando la desertificazione (intesa, questa, come la perdita di produttività agricola e biologica dei suoli). È stato calcolato che, attualmente, tra il 30 e il 40 per cento del suolo mondiale è degradato. Eppure, a dispetto della gravità della situazione, anche la Conferenza delle parti (Cop) ad essa dedicata – tenutasi dal 2 al 14 dicembre a Ryad, in Arabia Saudita – si è chiusa con un nulla di fatto. Un fallimento come tutte le Cop del 2024, dedicate al clima, alla biodiversità e alla plastica.

Paolo Moiola




Mondo. Rifugiati in fuga dal clima


Cresce sempre di più il numero di rifugiati nel mondo. Ma soprattutto aumentano quelli che – fuggiti da guerre, violenze e persecuzioni – trovano rifugio in Paesi dove c’è un rischio alto o estremo che si verifichino disastri legati al cambiamento climatico.

A metà 2024, secondo il rapporto No Escape. On the frontlines of Climate Change, Conflict and Forced Displacement dell’Unhcr (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), circa 90 milioni di persone – il 75% degli attuali 123 milioni di sfollati – si trovavano in Paesi dove il rischio di disastri naturali era alto o estremo.

I conflitti restano la prima causa di flussi transfrontalieri, ma è sempre più frequente che a loro si sommino gli effetti del cambiamento climatico, in una relazione complessa e multidimensionale che aggrava disuguaglianze preesistenti, indebolisce la coesione sociale e mina la disponibilità di risorse naturali come acqua pulita e terra arabile.

Quello che, ad esempio, sta accadendo in Ciad, dove hanno trovato rifugio circa 700mila persone in fuga dal conflitto in Sudan. Qui la popolazione deve fare i conti con la presenza di gruppi armati al confine e con la mancanza di un’adeguata assistenza umanitaria. A ciò poi si aggiunge il fatto che le regioni orientali del Ciad sono una delle aree più vulnerabili al cambiamento climatico: sono sempre più frequenti piogge torrenziali e inondazioni che colpiscono i campi di sfollati, distruggono le infrastrutture di base e contaminano l’acqua. Esacerbando le già difficili condizioni di vita e aumentando il rischio di tensioni tra rifugiati e comunità autoctone.

Spesso, la situazione è talmente difficile che molti di coloro che hanno lasciato il proprio Paese per un conflitto decidono di spostarsi nuovamente a causa degli effetti del cambiamento climatico. I rifugiati quindi si trovano intrappolati in un circolo vizioso di spostamenti continui e protratti. Nel solo 2023, 42 dei 45 Paesi che accoglievano persone in fuga da conflitti hanno anche sperimentato spostamenti a causa di disastri naturali. A maggio 2024, ad esempio, piogge torrenziali e inondazioni hanno travolto lo stato brasiliano del Rio Grande do Sul (estremo Sud del Paese), causando la morte di 181 persone. Tra i colpiti c’erano anche 43.000 rifugiati provenienti da Venezuela, Haiti e Cuba, nuovamente gettati in una situazione di incertezza.

Ma i casi sono tanti. Il 38% dei rifugiati venezuelani si trova in Colombia, un Paese frequentemente colpito da disastri naturali. Oppure l’86% degli sfollati afghani si è spostato in Iran e Pakistan, Stati che subiscono gli effetti del cambiamento climatico. Ma è anche il caso del 72% dei rifugiati del Myanmar che si trovano in Bangladesh, dove i rischi naturali sono considerati estremi.

Entro il 2040, secondo l’Unhcr, il rischio di disastri climatici vedrà un’escalation, soprattutto nelle Americhe, in Africa centroccidentale e nel Sud Est asiatico. Il numero di Paesi a rischio estremo aumenterà da tre a 65 e, tra essi, ci saranno Stati come Camerun, Ciad, Sud Sudan, Nigeria, Brasile, India e Iraq che attualmente ospitano il 40% di tutti i rifugiati nel mondo.

E se anche alcuni di questi rifugiati decidessero di tornare nel Paese d’origine, è altamente probabile che pure lì si trovino a fare i conti con il cambiamento climatico. A metà 2024, il 75% di coloro che avevano tentato di tornare a casa dopo un conflitto, stava subendo proprio le conseguenze di disastri climatici. Tra fonti di reddito distrutte e reti sociali frammentate, per un rifugiato è sempre più difficile costruirsi una vita degna e sicura.

Ma un problema di fondo è quello delle politiche adottate per affrontare queste situazioni. A livello internazionale, gli Stati sono tenuti a preparare e aggiornare dei documenti – i Contributi determinati a livello nazionale (Ndc) e i Piani di adattamento nazionale (Nap) – contenenti le loro strategie di lotta contro il cambiamento climatico. Ma solo il 35% dei Nap presentati a luglio 2024 era frutto di consultazioni con le comunità vulnerabili. In 54 Ndc (su 166) venivano citati gli sfollati in modo forzato a causa del cambiamento climatico, ma appena 25 documenti contenevano misure concrete per farvi fronte.

E da ultimo, ma non per questo meno importante, mancano i fondi. Attualmente, il 90% della finanza climatica è destinato a Paesi a medio reddito, mentre gli Stati che ospitano la maggioranza dei rifugiati il più delle volte non ricevono supporto. Soprattutto se c’è un conflitto: secondo l’Armed conflict location & event data (un database che monitora il trend dei conflitti nel mondo), più alta è l’intensità di un conflitto, più bassa è la probabilità che il Paese riceva risorse per contrastare il cambiamento climatico.

Con il risultato che i più fragili e vulnerabili ancora una volta sono lasciati indietro.

Aurora Guainazzi




Mondo. Ha vinto la teologia fossile

C’è stata una continuità tra la Cop28 e la Cop29: entrambe le conferenze sul clima sono state organizzate in «petrostati», paesi produttori di idrocarburi. Si è passati, infatti, dagli Emirati arabi uniti (2023) all’Azerbaijan (2024). Ipocrita dunque stupirsi che, sia nel primo che nel secondo caso, il risultato in tema di mitigazione climatica e transizione energetica sia stato nullo: tante parole, qualche promessa, pochi o pochissimi risultati.

Che a Baku le cose si sarebbero messe male si era capito fin dall’inizio. La ventinovesima Conferenza delle parti (Cop) è iniziata l’11 novembre, pochi giorni dopo la vittoria elettorale di Donald Trump, noto per il suo negazionismo climatico e prossimo presidente degli Stati Uniti, il secondo più grande emettitore di gas serra dopo la Cina. Il magnate statunitense ha fatto immediatamente proseliti: il presidente argentino di ultradestra Javier Milei ha ordinato il ritiro della sua delegazione.

Nella giornata d’apertura, ha parlato il padrone di casa, il presidente e dittatore Ilyam Aliyev. Figlio di Heydar Aliyev, alla guida del Paese dal 1993 al 2003, Ilyam Aliyev è al potere dal 2004, essendo stato (teorico) vincitore di quattro consecutive elezioni. Nel suo discorso inaugurale, l’uomo ha dato il proprio benvenuto ai partecipanti e, dopo aver elogiato il proprio Paese (che, tra l’altro, occupa con la forza la regione armena del Nagorno-Karabakh) e criticato l’Occidente, ha fatto chiaramente intendere che l’ipotizzata transizione energetica dovrà attendere. Furbissima la sua spiegazione: gas e petrolio sono «un dono di Dio». Per inciso, l’Azerbaijan ci ricorda che gran parte delle riserve mondiali di idrocarburi è in mano a stati dittatoriali: Russia, Arabia Saudita, Iran, Venezuela. Tutte dittature che si reggono sulla produzione e vendita di gas e petrolio.

Oltre che a rallentare il cambiamento climatico, la transizione energetica sarebbe anche una scelta morale a favore della democrazia e della libertà.

A Baku, dopo dieci giorni di discussioni improduttive (soprattutto sui soldi da destinare ai paesi poveri o in via di sviluppo di Africa, Asia e America Latina per affrontare le emergenze climatiche e la transizione), la Cop29 è stata chiusa – domenica 24 novembre – in ritardo di un giorno e mezzo sul calendario. L’accordo raggiunto prevede trecento miliardi di dollari all’anno (promessi, non elargiti), che sono poco più di nulla di fronte alla gravità dei problemi.

Come si sono comportati i paesi più importanti? L’Arabia Saudita, di gran lunga il primo dei petrostati, ha lavorato – apertamente e di nascosto – per ostacolare ogni accordo che prevedesse un riferimento all’abbandono delle fonti fossili (la cosiddetta decarbonizzazione). Quanto alla Cina, primo inquinatore e seconda economia mondiale, è clamoroso che essa contribuirà ai finanziamenti per il clima in maniera volontaria, a differenza dei paesi ricchi che sono obbligati. Per gli Stati Uniti, secondo inquinatore e prima economia, occorrerà invece attendere l’insediamento di Trump 2, ma l’anti ambientalismo dichiarato del tycoon induce all’assoluto pessimismo.

Infine, riguardo all’Unione europea, attore tra i più avanzati nel contrasto ai cambiamenti climatici, il suo attivismo è stato frenato dalle divisioni interne prodotte dall’avanzata dei partiti sovranisti, ma – a conti fatti – rimane il protagonista più serio.

Nel 2025, la Cop30 si svolgerà in Brasile, a Belém, la porta d’ingresso dell’Amazzonia, uno degli ecosistemi mondiali più importanti e più in sofferenza.

Paolo Moiola




Mondo. È lontana la «pace con la natura»

Era bello il titolo assegnato alla sedicesima Conferenza sulla biodiversità tenutasi a Cali, in Colombia, dal 21 ottobre al 1 novembre: «Paz con la naturaleza». Il vertice, organizzato dalle Nazioni Unite e noto come Cop (Conference of the parties) 16, è arrivato a due anni dall’ultimo, tenutosi a Montréal nel dicembre 2022. In quell’occasione, quasi 200 paesi avevano sottoscritto un ambizioso piano in 23 obiettivi – denominato the Kunming-Montreal global biodiversity frameworkper invertire la perdita di biodiversità entro la fine del decennio.

Con il termine biodiversità s’intende la varietà della vita presente sulla Terra: animali, piante, funghi e microrganismi come i batteri. Nel suo insieme, essa fornisce il necessario per la sopravvivenza, tra cui acqua dolce, aria pulita, cibo e medicine. Da tempo, questa biodiversità si sta rapidamente riducendo, principalmente a causa delle attività umane, come espansione della frontiera agricola e delle attività minerarie, inquinamento e mutamenti climatici. È stato calcolato che circa il 40% degli habitat naturali (foreste, fiumi, oceani) sia degradato e un milione di specie vegetali e animali sia a rischio estinzione.

Dopo due settimane di trattative, sabato 2 novembre (in ritardo rispetto al calendario ufficiale e con molti negoziatori già ripartiti) i delegati rimasti hanno concordato su due questioni centrali, da qualcuno già definite storiche: istituire un organismo sussidiario che includerà i popoli indigeni nelle future decisioni sulla conservazione della natura e obbligare le grandi aziende (per esempio, quelle farmaceutiche) a contribuire alla difesa della biodiversità quando, per la produzione dei loro prodotti, vengano utilizzate informazioni genetiche naturali (Digital sequence information, Dsi, ovvero i dettagli del Dna e dell’Rna di un organismo).

Una salamadra pezzata. (Foto Biodiversity Credit Alliance)

L’accordo sul «the Cali found» stabilisce anche quanto esse dovrebbero pagare: l’1 percento dei loro profitti o lo 0,1 percento delle loro entrate. I singoli governi sono invitati ad adottare misure legislative o di altro tipo che possano spingere le aziende a contribuire. Secondo una ricerca, un fondo del genere potrebbe raccogliere un miliardo di dollari all’anno per la conservazione della biodiversità. Tuttavia, non sono stati stabiliti né obblighi né tempistiche.

L’effettiva portata delle decisioni della Cop16 potrà essere valutata soltanto nei prossimi mesi. Però, gli impegni finanziari assunti sono stati irrisori e non promettono nulla di buono. Inoltre, molte organizzazioni ambientaliste hanno espresso forti perplessità sui contenuti del vertice. «Siamo profondamente delusi – ha affermato Amazon Watch – dal fatto che gli accordi finali e le posizioni della maggior parte dei governi alla Cop16 non abbiano preso gli impegni necessari per salvaguardare tutta la vita sulla Terra e il nostro futuro collettivo. Questioni chiave, come l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, sono state escluse dai documenti finali, mentre vengono promosse false soluzioni che mercificano la natura, come i “crediti per la biodiversità”, per mantenere il business come al solito».

Al di là delle critiche, di sicuro rimane il solito dubbio di fondo: pur importante (è sempre fondamentale che i Paesi s’incontrino e si confrontino sulle tematiche comuni), il vertice di Cali riuscirà a passare dalle dichiarazioni di principio alle azioni? Nel frattempo, chiusa la Cop16 sulla biodiversità, dall’11 al 22 novembre si terrà la Cop29 sui cambiamenti climatici. Sarà ospitata nell’Azerbaijan del petrolio e dell’autocrate Ilham Aliyev.

Paolo Moiola




Mongolia. Il lievito della democrazia

 

In questo 2024 di elezioni, venerdì 28 giugno è andata al voto anche la Mongolia – estesa 1,6 milioni di km2, ma con solo 3,5 milioni di abitanti (2 per chilometro quadrato) -. Si è votato per eleggere i rappresentanti del «Grande Hural di Stato», il parlamento unicamerale del Paese asiatico.

Al potere si è confermato il Partito del popolo mongolo (Man), formazione socialdemocratica nata nel 1990 dalle ceneri del partito comunista. Il Man avrà ancora la maggioranza, avendo ottenuto 68 dei 126 seggi totali (numero innalzato con la riforma costituzionale del 2023). Al secondo posto il partito democratico e, a distanza, altre tre piccole formazioni.

Schiacciato tra la Russia e la Cina, all’inizio del 1992 la Mongolia ha approvato una nuova Costituzione che ha posto le basi di un sistema democratico: multipartitismo, separazione dei poteri, riconoscimento dei diritti dei cittadini (libertà di religione compresa). Nonostante la vicinanza con i due grandi regimi totalitari, i dati delle principali organizzazioni internazionali (Freedom House, ad esempio) confermano la sua svolta democratica.

Privo di sbocchi al mare e con pochissima terra coltivabile a causa del clima rigido, il Paese è soprattutto un paese di allevatori – di pecore, capre, yak, cammelli, cavalli – nomadi o seminomadi. Ricca di risorse minerarie (carbone, rame, uranio, tungsteno, molibdeno su tutte), la Mongolia risulta molto attrattiva per gli investitori stranieri, in primis quelli della confinante Cina.

I problemi sono principalmente tre: la precaria condizione economica della maggioranza dei cittadini, la corruzione degli organi statali e le (gravi) conseguenze del cambiamento climatico.

I primi due hanno portato alle proteste di piazza del dicembre 2022, mentre i mutamenti climatici hanno reso ancora più aspro il fenomeno meteorologico noto come «dzud», ovvero un inverno particolarmente rigido (anche meno 30 gradi) e nevoso che non consente al bestiame di sopravvivere. Si calcola che quest’anno lo dzud abbia ucciso 7,1 milioni di animali, più di un decimo dell’intero patrimonio zootecnico del Paese.

Stando ai dati 2022 dell’Asian development bank, il 27,1 per cento della popolazione mongola vive sotto la linea della povertà. La maggior parte dei poveri si trova nella capitale Ulaanbaatar, dove si concentra quasi la metà della popolazione complessiva e che è considerata una delle città più inquinate del mondo.

Paolo Moiola