Italia-Israele. Le mani insanguinate

Antonio Mazzeo è un attivista per la pace e i diritti umani. Da anni denuncia le responsabilità italiane nel conflitto israelo palestinese, che oggi ha la forma del genocidio. Non parla solo di armi, ma anche di cyber security, banche, energia, università e ricerca, shock economy. L’abbiamo intervistato.

«L’Italia ha le mani sporche di sangue. E non soltanto le mani, direi anche il corpo e il volto: sporchi del sangue del popolo palestinese». Antonio Mazzeo, insegnante di educazione fisica in una scuola media di Messina, è un attivista per la pace e i diritti umani da 40 anni. Scrive inchieste giornalistiche sul disarmo, i conflitti, l’ambiente, la lotta alle mafie.

È uno dei fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

Nel luglio scorso ha navigato sulla Freedom flotilla per portare aiuti alla striscia di Gaza e denunciare il blocco navale israeliano e la condanna a morte per fame di migliaia di palestinesi. È stato arrestato, detenuto due giorni ed espulso.

Le parole che pronuncia sono frutto delle sue ricerche sulle responsabilità dell’Italia nel genocidio del popolo palestinese attraverso l’industria delle armi, la cyber security, la finanza, le aziende energetiche, ma anche il mondo della ricerca universitaria, della formazione militare e, prossimamente, l’industria della ricostruzione.

Contro la cultura della morte

Lo contattiamo tramite videochiamata: nello schermo compare il suo volto sottile, capelli ricci brizzolati. Ci saluta sorridendo, ma fin dalla nostra prima domanda il suo sguardo diventa serio: «Sono antimilitarista da sempre – dice -, dai tempi della lotta contro le testate nucleari Usa a Comiso (Ragusa, ndr), a inizio anni 80, quando avevo 20 anni e mi trasferii per un anno e mezzo al campo internazionale per la pace contro l’installazione dei missili Cruise.

Da quel momento ho operato sempre nei settori della pace, del disarmo, dei diritti umani.

Sono stato per 12 anni cooperante internazionale, prima nei Balcani, e poi in America Latina. Nei Balcani, negli anni 90 ho lavorato in ex Jugoslavia. A Spalato aiutavo chi fuggiva dal conflitto a inserirsi in un progetto di accoglienza diffusa in Italia. In seguito, sono stato in Albania, per un progetto di sostegno ai giovani, a Valona. Poi ho lavorato a Medellín, in Colombia: per tre anni con donne vittime di tratta o che esercitavano la prostituzione. Ho operato anche con i giovani e le comunità indigene. L’ultimo progetto è stato in un centro giovanile a Belém, in Brasile».

Negli anni Antonio Mazzeo ha scritto diverse inchieste giornalistiche e volumi sui processi di militarizzazione del territorio, sui conflitti nell’area mediterranea, sugli interessi mafiosi nelle grandi opere. I suoi libri più recenti sono La scuola va alla guerra, sulla penetrazione ideologica e fisica delle forze armate e del complesso militare industriale nel sistema formativo italiano, e Petrolmafie, sulla penetrazione dei gruppi criminali nella gestione dei prodotti petroliferi in Italia. Entrambi pubblicati nel 2024.

Caccia F-35 (U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Haydn N. Smith).

Freedom flotilla

Il suo attivismo, di recente, l’ha portato a trovarsi faccia a faccia con la marina militare israeliana nel Mediterraneo, e con i cannoni di produzione italiana montati su motovedette manovrate da militari addestrati anche dal, e nel, nostro Paese.

È partito il 20 luglio scorso da Gallipoli (Le) sulla nave Handala della Freedom flotilla. Insieme a lui c’erano altri 20 operatori internazionali: avvocati, difensori dei diritti umani e giornalisti.

La nave è stata fermata illegalmente la notte del 26 luglio a 40 miglia marittime da Gaza, in acque internazionali, e trascinata sino al porto di Ashdod, in Israele. Lì gli attivisti sono stati arrestati, e poi, dopo due giorni di detenzione, espulsi.

Quella della Freedom flotilla non è stata per Mazzeo la prima azione di interposizione in un conflitto. «La prima esperienza di azione diretta nonviolenta risale al 1992 con la marcia dei 500 promossa da monsignor Tonino Bello». Partita da Ancona, la marcia aveva l’obiettivo di arrivare a Sarajevo, sotto assedio da nove mesi. «C’erano dieci pullman. Io ero su quello che portava monsignor Bello. Era l’ultimo anno della sua vita: era già molto provato dal cancro. È stato una figura straordinaria».

Riguardo alla flotilla, racconta: «Sono partito con l’obiettivo di denunciare il blocco navale che Israele esercita nel Mediterraneo orientale, in violazione del diritto internazionale, da 18 anni a questa parte. E poi per consegnare cibo e farmaci che adesso sono ancora sotto sequestro insieme alle imbarcazioni».

Handala, il bambino di spalle

A bordo dell’Handala, c’erano anche centinaia di peluche offerti dai bambini di Siracusa e Gallipoli. «È stato un gesto non richiesto: una processione nei porti di chi ci chiedeva di consegnarli ai bambini palestinesi.

Mi ha ferito il fatto di aver tradito le attese dei bambini. Non solo di quelli italiani, ma anche di quelli palestinesi».

Mazzeo ci spiega che il nome della barca, Handala, è quello di un personaggio dei fumetti palestinesi molto presente nell’immaginario di quelle zone: inventato negli anni 70 dall’artista Naji al-Ali, è un bambino palestinese di 10 anni, un rifugiato, rappresentato sempre di spalle, con le mani giunte dietro la schiena. Indossa vestiti rattoppati, ha i piedi nudi e capelli ispidi. Per il suo autore, Handala avrà sempre 10 anni, non crescerà e non mostrerà il suo volto fintanto che non verrà riconosciuta dignità, umanità e giustizia ai palestinesi, finché non potrà tornare alla sua casa.

«I bambini di Gaza – continua Mazzeo – aspettavano Handala».

Genocidio, crimine collettivo

«Ho partecipato alla Freedom flotilla – spiega Antonio Mazzeo arrivando al nodo centrale del suo impegno attuale – perché l’ho ritenuto uno strumento utile per raccontare la responsabilità dell’Italia nel genocidio. Quello che oggi viene denunciato come un crimine collettivo da Francesca Albanese (relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, ndr) che, nella sua relazione del 20 ottobre scorso, indica il coinvolgimento di una trentina di Paesi: Governi, forze politiche sociali, mondo dell’informazione, complesso militare, gruppi bancari e finanziari».

In seguito alle sue ricerche, Antonio Mazzeo ha pubblicato diverse inchieste sulle relazioni bilaterali militari tra Italia e Israele. E proprio su questo tema verteva il suo intervento al corso di formazione per docenti del 4 novembre scorso, intitolato «La scuola non si arruola», prima presente sul portale Sofia del ministero dell’Istruzione e del merito e poi rimosso quattro giorni prima con un atto definito di «censura» dagli organizzatori, il Cestes e l’Osservatorio militarizzazione delle scuole.

La giornata di formazione per docenti si è trasformata in un convegno online aperto a tutti, e ora visionabile sul sito e sul canale YouTube dell’Osservatorio. Nel suo intervento, Antonio Mazzeo ha approfondito il tema delle responsabilità dell’Italia nel massacro dei palestinesi, sottolineando che il genocidio, nel contesto del diritto internazionale, impone non solo l’embargo militare, ma la rottura di qualsiasi relazione politica, diplomatica, accademica, scientifica, sportiva, come è successo per la Russia, che pure non è accusata di genocidio.

L’Italia, invece, dice con amarezza, non solo non ha interrotto le sue relazioni con Israele, ma le mantiene floride.

Armi e addestramento

Circa l’industria delle armi, Mazzeo al convegno ha parlato di quelle pesanti che vanno ancora oggi all’esercito israeliano permettendo gli omicidi di massa dei palestinesi, e di quelle leggere, che, partendo dalle province di Brescia e Lecco, arrivano con ogni probabilità ai coloni che uccidono impunemente i palestinesi in Cisgiordania.

«In questi mesi – ha detto nel suo intervento – lo stabilimento britannico di Leonardo (società italiana a controllo pubblico attiva nei settori difesa, aerospazio e sicurezza, ndr), ha continuato a inviare componenti per i caccia F15 ed F35, che sono stati determinanti nella devastazione di Gaza. Una parte delle bombe usate hanno il marchio Mbda, il consorzio europeo nella produzione di missili e bombe, controllato per il 25% da Leonardo.

Tra l’altro Roberto Cingolani, ex ministro per la Transizione ecologica del Governo Draghi, consigliere per l’energia del Governo Meloni, amministratore delegato di Leonardo dal 12 aprile 2023, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso che c’è del personale italiano in Israele per la manutenzione dei velivoli e per l’addestramento dei militari israeliani.

Inoltre, Leonardo, attraverso la controllata statunitense Drs technologies, ha acquistato, alla vigilia del 7 ottobre ‘23, l’azienda israeliana Rada, produttrice di sistemi elettronici per cacciabombardieri: gli stessi che sono montati sul muro di 800 km che ha riprodotto a Gaza e in West Bank il modello dell’apartheid dei bantustan del Sudafrica, e che oggi sono centrali per il controllo del territorio di Gaza.

Un altro sistema d’arma – ha proseguito Mazzeo -, prodotto a La Spezia da Leonardo, è il cannone Super rapido che arma le corvette della marina militare israeliana. Si chiama così perché spara 120 colpi al minuto.

Per conferma diretta dello Stato maggiore della marina israeliana, è il cannone usato per distruggere il porto di Gaza e i quartieri adiacenti».

Durante la nostra intervista, Mazzeo aggiunge che non c’è solo l’export dall’Italia verso Tel Aviv – in violazione della legge 185/90 che vieta di vendere armi a Paesi belligeranti -, ma anche l’importazione da Israele per le nostre forze armate. «L’Italia sta acquistando giubbotti antiproiettile e caschi israeliani per Carabinieri e Polizia, sta acquisendo due aerei di intelligence con apparecchiature israeliane, e ha comprato una nuova partita di missili anticarro Spike.

Attenzione però – prosegue -: le relazioni non si fermano solo all’import export di armi. L’Italia ha un ruolo determinante nella formazione militare: la nave Handala è stata assaltata da una forza d’élite che due anni e mezzo fa si addestrava a Brindisi con la Brigata San Marco.

In autunno, abbiamo temuto che si ripetesse con la Sumud flotilla quanto era accaduto nel 2010 a una nave turca, quando furono uccisi dieci attivisti».

Un altro esempio, racconta Mazzeo, è l’accoglienza riservata dall’Italia al capo di Stato maggiore dell’aeronautica militare israeliana un anno fa nella base di Amendola (Fg), dove si trovano i caccia bombardieri F35: «È stato l’ospite d’onore nel summit dei Paesi che hanno gli F35, perché Israele è il primo che li usa sistematicamente».

Cyber security

Un altro legame tra il nostro Paese e Israele è quello nel campo della cyber security, la sicurezza cibernetica, che non riguarda solo le forze armate, ma la vita quotidiana di tutti i cittadini. «Sono i controlli fatti da aziende private, pubbliche, enti locali nel nostro Paese affidandosi ad aziende israeliane – spiega Antonio Mazzeo -. Il caso dei giornalisti e operatori umanitari italiani “spiati” dai nostri servizi segreti tramite l’azienda israeliana Paragon è l’evento più eclatante, ma gli apparati cyber oramai sono presenti ovunque.

C’è stata una fiera ai primi di ottobre a Roma, organizzata da Cybertech Europe, un gruppo israeliano. C’erano più di 400 espositori. La fiera è stata ospitata a Roma, da aziende italiane, e c’è stata una fila enorme di rappresentanti del Governo, delle agenzie governative, degli enti locali, c’è stato anche Mike Pompeo, ex capo della Cia».

Banche, media, energia

Mazzeo ci parla delle responsabilità nel commercio delle armi di tre banche: Intesa San Paolo, Unicredit e Bnl, che è proprietà al 100% di Bnp Paribas. Dice: «Questi tre gruppi sono coinvolti nella copertura finanziaria del commercio di armi. Non solo italiano, ma internazionale».

E poi lega agli interessi delle aziende energetiche italiane – tra i maggiori sponsor del sistema mediatico mainstream – la difficoltà di chiamare per nome il genocidio da parte della nostra opinione pubblica. «Nel nostro Paese, molte forze politiche e sociali hanno un problema a tossire la parola “genocidio”. I motivi sono gli stessi che ci impediscono di interrompere le relazioni con Israele: gli interessi del settore delle energie fossili».

«Faccio un esempio – ha detto Mazzeo su questo argomento durante il convegno del 4 novembre -: l’Eni è proprietaria di un terzo di Ithaca Energy, un’impresa britannica che controlla buona parte delle fonti energetiche nei Mari del Nord. Ithaca è controllata per il 50% da Delek group, che è una società israeliana fondamentale nella ricerca di fonti energetiche nel Mediterraneo orientale. È una delle più grandi aziende turistico immobiliari di Israele. Controlla la maggioranza dei distributori di benzina nel Paese e nei territori occupati.

Possiamo dire che, oggi, se a Gaza si attacca con carri armati e poi si passa con le ruspe distruggendo e seppellendo corpi di palestinesi che non sono stati più recuperati, questo lo si fa con le fonti energetiche di Delek. Spero che non siano quelle estratte nei mari del Nord insieme al gruppo Eni.

Eni – ha aggiunto Mazzeo nella sua relazione al convegno -, un mese dopo il 7 ottobre ‘23, ha ottenuto due licenze di ricerche ed estrazione nel Mediterraneo orientale, di cui una all’interno delle 12 miglia che sono considerate per il diritto internazionale acque interne palestinesi.

Detto questo, io penso che non ci sia forza politica in Italia, né testata giornalistica, emittente televisiva, o grandi eventi come, ad esempio, il “concertone” del 1° maggio, che non veda il logo di Eni come sponsor o cofinanziatore. Ecco perché in Italia si balbetta la parola genocidio».

Università e ricerca

Rispetto alle università e alla ricerca, Antonio Mazzeo afferma: «Le maggiori università israeliane con cui quelle italiane hanno relazioni, hanno un ruolo importante nel sostegno alle forze armate, nella ricerca scientifica e tecnologica per lo sviluppo di sistemi d’arma da guerra e cyber security.

Le università sono responsabili anche della costruzione ideologica del sionismo, della costruzione dell’idea del nemico per giustificare la politica securitaria e bellicista, lo stato di apartheid del popolo palestinese e le operazioni di pulizia etnica.

Bisognerebbe interrompere le relazioni con queste università.

Questo non significa che i nostri atenei non debbano ospitare figure di israeliani come, ad esempio, lo storico Ilan Pappè, che spiega dove e come è nata l’ideologia della Grande Israele e del bisogno di liberarsi della presenza araba “dal fiume al mare”. Penso al regista del film “Innocence” che denuncia le distorsioni pedagogiche del sistema formativo israeliano, dall’infanzia all’università, per affermare la cultura del nemico, per normalizzare la guerra».

Al convegno del 4 novembre, Mazzeo ha parlato dell’influenza del complesso militare industriale anche nel sistema formativo italiano: «Il modello che mette insieme gruppi economici, forze armate e università, si sta riproducendo anche da noi. L’esempio più evidente è, in questo momento, a Torino, dove si sta realizzando una cittadella aerospaziale. I tre soggetti promotori sono la Regione Piemonte, il Politecnico e Leonardo. È un progetto che assorbe buona parte della ricerca scientifica, in cui entrano diverse aziende private, e anche la Nato che, sempre più, promuove progetti di ricerca tecnologica.

In modo simile a Torino, sta sorgendo un polo per la ricerca subacquea a La Spezia, dove esistono strutture Nato. Ma il connubio tra ricerca e complesso militare si attua a Capua in Campania, attorno a Napoli e in Puglia. In due scuole professionali dell’aeronautica militare per la formazione di piloti da guerra a Galatina (Le) e Decimomannu in Sardegna. Anche in Sicilia si è deciso di realizzare all’aeroporto di Trapani una scuola di formazione, la prima fuori degli Usa, per i piloti dei Paesi che hanno gli F35. Per cui i piloti di Israele si addestreranno in Sicilia. Questi poli di formazione che mettono insieme pubblico e privato in funzione del profitto del privato, hanno una grande capacità attrattiva sul mondo della ricerca e dell’università. Ad esempio a Lecce, Cagliari e Sassari. Le università siciliane sono sempre state coinvolte accanto al dipartimento di Stato Usa nel fornire know how. Le università, invece di studiare gli effetti devastanti dei processi di militarizzazione sui territori, forniscono aiuti ai militari».

Shock economy

Infine, Antonio Mazzeo accenna al tema della shock economy: «Le grandi aziende di costruzione italiane, dopo aver assistito alla desertificazione di Gaza, oggi sono in prima linea per ricostruire. Ovviamente non quello di cui il popolo palestinese ha diritto, cioè la casa che gli è stata distrutta, i servizi che gli sono stati cancellati. No. La ricostruzione che vuole trasformare quei luoghi, secondo il modello Trump, in una Gaza a 5 stelle per le petromonarchie e per i ricchi occidentali».

E conclude: «Queste credo che siano le responsabilità dell’Italia che dobbiamo continuare a denunciare. Un giorno dovremo rispondere al diritto internazionale e alla nostra coscienza per quanto siamo responsabili.

Hanno ragione gli studenti quando scendono in piazza, occupano le università e urlano che abbiamo le mani sporche di sangue. L’Italia ha le mani sporche del sangue del popolo palestinese. Più vado avanti nel lavoro di denuncia, più me ne convinco, e me ne vergogno».

Luca Lorusso

Manifestanti a Londra contro il supporto diplo-matico, militare e logistico del Regno Unito a Israele durante il suo assalto genocida a Gaza, al grido «La Gran Bretagna ha le mani sporche di sangue – Save Gaza», il 24/06/24. (Alisdare Hickson_flickr)



Italia. La legge che vuole nascondere il commercio di armi

 

Il controllo dei cittadini italiani sul commercio di armi è a rischio. La campagna «Basta favori ai mercanti di armi!» fa pressione sul Parlamento perché i limiti posti dalla legge 185/90 e la trasparenza sui flussi finanziari legati alle armi non vengano azzerati.

C’era una volta la legge 185/90 sul controllo del commercio di armi e sulla trasparenza dei finanziamenti delle banche al settore.

C’era una volta e c’è ancora, nonostante anni di tentativi da parte dei diversi governi di ridurne gli effetti.

Oggi, però, corriamo il rischio che il primo governo Meloni riesca nell’intento.

È all’esame delle Commissioni esteri e difesa della Camera, infatti, il disegno di legge di iniziativa governativa numero 1730 – «Modifiche alla legge 9 luglio 1990, n. 185», già approvato dal Senato -, che, oltre a ridurre il controllo del Parlamento sul commercio italiano di armi, vuole azzerare la trasparenza sui dati delle transazioni finanziarie operate dalle banche.

La società civile perderebbe uno strumento fondamentale per sapere quante armi l’Italia vende e a chi (compresi regimi autoritari e Paesi in conflitto), e quali sono le organizzazioni finanziarie che si offrono come canali per questo commercio. Uno strumento che permette, ad esempio, l’attività di informazione e denuncia della Campagna Banche armate, promossa da Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di pace.

La discussione delle linee generali del disegno di legge avverrà in aula il prossimo 17 marzo.

Prima di allora, ciascuno può fare la sua parte mettendo la propria firma alla petizione online della campagna lanciata dalla Rete italiana pace e disarmo: «Basta favori ai mercanti di armi!» già sostenuta negli ultimi mesi da un nutrito gruppo di organizzazioni che sta facendo sentire la sua voce.

«Diciamo no agli affari armati irresponsabili che alimentano guerre e insicurezza», recita il testo della petizione online.

E prosegue:

«Il Disegno di Legge di iniziativa governativa che modifica, peggiorandola […], la normativa italiana sull’esportazione di armi (la Legge 185/90) è stato approvato dal Senato nel febbraio 2024 e ora […] dovrà essere votato alla Camera dei deputati.

La società civile ha da subito espresso la propria preoccupazione […] evidenziando l’intenzione di indebolire il controllo sulle vendite all’estero di armi voluta da tempo da alcuni gruppi di pressione legati all’industria militare. Ma nonostante interventi di merito nel dibattito al Senato […], il Governo non ha voluto sentire ragioni e ha completamente ignorato e rigettato tali indicazioni […]. Il voto definitivo del Senato ha confermato un rifiuto totale del confronto (anche su questioni specifiche in chiaro conflitto con la normativa internazionale che l’Italia ha sottoscritto) segno evidente che l’obiettivo vero della modifica della Legge 185/90 è solo quello di favorire affari armati potenzialmente pericolosi e dagli impatti altamente negativi.

[…] le richieste della nostra Campagna sono chiare e si possono realizzare concretamente approvando gli emendamenti al DDL illustrati e proposti fin dall’inizio dell’iter parlamentare […]».

Seguono sei proposte molto precise, tra cui, per esempio, quella di «Inserire nella norma nazionale un richiamo esplicito al Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty)» e quella di «Migliorare la trasparenza complessiva sull’export di armi rendendo più completi e leggibili i dati».

Come partecipare alla campagna?

Firmando la petizione online; facendo aderire la propria organizzazione (associazione, sindacato, parrocchia, circolo,…) al documento di richieste della Rete; promuovendo presso il proprio Comune l’adozione di una mozione in difesa della Legge 185/9o; contattando i Deputati della propria Circoscrizione, Provincia, Regione tramite una bozza di lettera già pronta; rilanciando la mobilitazione sui social media, «in particolare facendo un “tag” ai profili social di Rete pace disarmo della Camera dei deputati e dei partiti politici o parlamentari che ritieni più opportuno sollecitare».

Luca Lorusso




Noi e Voi, dialogo lettori e missionari

Banche armate

Gentile redazione,
è da parecchi anni che leggiamo con interesse la vostra rivista, contenente articoli molto interessanti e scritti in modo chiaro e comprensibile a tutti. Nelle vostre pagine affrontate problemi attuali e scottanti. Ci aprite una finestra sul mondo che purtroppo gli altri organi di informazione non ci danno.

Una cosa sola ci lascia un po’ perplessi e ci induce a farvi questo appunto: la scelta delle banche a cui vi appoggiate per i versamenti e le donazioni. Si tratta della banca Intesa San Paolo e di Unicredit Banca. Leggendo anche altre riviste missionarie ed informandoci un po’ sulla questione siamo venuti a conoscenza che i due istituti sopracitati sono ai primi posti nella lista delle «banche armate», ossia delle banche che utilizzano parte dei loro soldi per finanziare la produzione e la commercializzazione di armamenti (vedi legge 185/1990 sulla trasparenza ed il controllo del commercio italiano di armamenti). Ci parrebbe una scelta migliore, per una rivista come la vostra, affidarsi ad altre banche, in particolare a Banca Etica.

Confidando nel fatto che questa nostra lettera vi faccia riflettere sulla questione, vi auguriamo buon lavoro e lunga vita alla vostra bella rivista.

Fabio Vigolo e Gaianigo  R. Patrizia
Cornedo Vicentino, 15/09/2021

Cari Fabio e Patrizia,
grazie di averci scritto. Il disagio che voi provate è anche il nostro. Non vi so dire quante volte in questi anni di servizio a MC abbiamo discusso la questione, bloccati però da problemi oggettivi di gestione e servizi. Ma oggi, finalmente, sono in condizione di dirvi che da questo mese siamo con Banca Etica, di cui, tra l’altro, siamo diventati soci. Trovate i dati cliccando qui..

È un passo che desideravamo da tempo, ed era dovuto anche a tanti nostri missionari che hanno lavorato o lavorano in «contesti armati», tra i quali ricordo padre Guerrino Prandelli, saltato su una mina in Mozambico nel 1972, e i nostri confratelli da pochi anni a Luacano, in Angola, una vastissima area ancora infestata dalle mine della lunga guerra civile. Senza dimenticare quelli che stanno ricostruendo il tessuto sociale e religioso dei 30mila km2 delle missioni di Fingoé e Uncanha in Mozambico, dove per anni guerriglia e controguerriglia hanno distrutto ogni cosa.

Troppi fucili circolano anche nel Nord del Kenya, come ci ricorda mons. Virgilio Pante di Maralal. Per non parlare di Colombia e Messico, dove i nostri missionari operano attivamente per la pace; delle bande armate del Congo Rd che rapinano le materie prime in zone dove i nostri missionari hanno dovuto abbandonare le missioni ai confini con il Sudan per la totale insicurezza. Senza dimenticare la guerra in atto in Etiopia. E questi non sono che effetti marginali di una corsa agli armamenti che sta esplodendo nonostante l’aumento della consapevolezza a livello di base e i continui appelli di papa Francesco.

Purtroppo, passare a Banca Etica non basta a risolvere il problema degli armamenti, che sono finanziati anche attraverso i più insospettabili canali di un mondo finanziario che è fuori dal controllo dei governi e anche dell’Onu. Ma siamo lieti di poter fare questo passo e desideriamo che Banca Etica possa crescere e offrire tutti quei servizi che sono necessari a organizzazioni umanitarie e non profit come la nostra.

 

Strade impensate

Caro padre Gigi,
ho letto l’editoriale «Come un seme» del mese di ottobre e prima di tutto mi congratulo per il traguardo del cinquantesimo di vita missionaria. Condivido in gran parte le riflessioni che esprimi e che suggeriscono come l’incontro tra il nostro spirito, spesso disorientato, e lo Spirito che ha doni infiniti ci incammini lungo strade impensate in cui ci si imbatte in imprevisti spesso sorprendenti che segnalano l’azione invisibile e creativa di tale Spirito, senza escludere anche la fantasia del nostro pensare ed agire. Credo che la fede abbia a che fare spesso con la paradossalità come avviene leggendo tanti episodi della Sacra Scrittura come, ad esempio, quelli di Anna, madre di Samuele, Elisabetta e Maria, tutte donne che diventano madri in modo inspiegabile rispetto ai canoni della natura. Un saluto riconoscente!

Milva Capoia
01/10/2021

Commemorazione di padre Lugi Graiff nel 40° dell’uccisione – la mostra in piazza

Ricordando padre Zizoti

Il 22 agosto 2021 la comunità di Romeno, in provincia di Trento, ha ricordato il compaesano padre Luigi Graiff, missionario della Consolata, assassinato nel 1981 in Kenya. Ricorre infatti quest’anno il 100° anniversario della nascita e il 40° della morte del nostro concittadino.

La ricorrenza, nonostante le difficoltà indotte dalla pandemia di Covid-19 e con le dovute precauzioni anticontagio, ha visto la partecipazione di numerose persone e autorità e la presenza dei molti nipoti e pronipoti del missionario martire della carità.

La cerimonia di ricordo è stata tenuta nella chiesa parrocchiale di Romeno, dove lui è stato battezzato e dove ha celebrato la prima Messa. L’arcivescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, ha presieduto la concelebrazione con altri dieci sacerdoti, fra i quali il parroco don Carlo Crepaz e i confratelli missionari padre Claudio Fattor (compaesano), padre Mario Lacchin, che è stato missionario in Kenya con padre Luigi, e padre Gigi Anataloni (direttore di MC), e altri sacerdoti della zona. Presente in streaming anche il missionario di Romeno padre Aldo Giuliani in collegamento dalle Montagne del Sogno in Kenya, non lontano dal Lago Turkana.

Dopo la messa, il sindaco di Romeno Luca Fattor, nipote del compianto padre Ettore Fattor già missionario della Consolata in Brasile, ha illustrato la figura di padre Graiff e poi padre Gigi ha delineato le ragioni e il contesto storico e sociale che hanno portato l’Istituto della Consolata nel Nord del Kenya e ha sottolineanto il particolare stile missionario di amore per i poveri vissuto fino in fondo da padre Luigi su ispirazione del fondatore, il beato Giuseppe Allamano.

Nell’occasione, il gruppo missionario di Romeno, promotore dell’evento, ha allestito un percorso illustrativo composto da 12 poster, per raccontare con foto e testi la vita e l’opera di padre Luigi Graiff. I pannelli dei poster sono stati messi a disposizione dell’arcivescovo per essere esposti nelle varie comunità del Trentino. I poster sono stati riprodotti, insieme ad altri articoli relativi alla figura di Padre Luigi, in un opuscolo distribuito ai presenti, e che porta il titolo: Padre Zizoti raccontato dai suoi compaesani (padre Aldo Giuliani, sen. dr. Candido Rosati, maestra Rita Zucali).

Dott. Andrea Graiff, nipote

Ringrazio la comunità di Romeno, così ricca di missionari – Camillo Calliari (baba Camillo) in Tanzania, Claudio Fattor in Brasile e oggi in Italia, Aldo Giuliani a Sererit in Kenya, Ettore Fattor Luigi in Brasile +2013 – per il dono di questa commemorazione che mi ha fatto riscoprire un missionario dal cuore grande e generoso.
(vedi MC ottobre 2021)

Uncanha, vita nuova

Carissimi,
a tutti voi un caro saluto e l’augurio di ogni bene in questo nuovo Natale, mentre un altro anno volge al termine, carico di momenti belli e meno belli, ma tutti sono parte della nostra vita, della nostra storia e sono pieni della speranza che ci è data da quel Gesù che ha cambiato il modo di vedere le cose e gli avvenimenti: il cristiano non può prescindere da questo, anche quando costa.

Mi trovo in una zona isolata del Mozambico, dove i Missionari della Consolata avevano cominciato l’evangelizzazione quasi 100 anni fa, nel 1926, poco prima della morte del Fondatore. Pochi anni dopo, per motivi di forza maggiore, avevano lasciato quei luoghi, pur rimanendo nel Niassa, al Nord del Mozambico. Attualmente sono nella missione parrocchia di Uncanha, nell’altipiano di Marávia (Diocesi di Tete). Una realtà bella e verde, anche se per 6-7 mesi all’anno non si vede una goccia di pioggia e il paesaggio cambia e i suoi colori passano dalle tonalità verdi a quelle gialle e nere dei tempi secchi e degli incendi. La gente è Bantu dell’etnia Massenga, anche se non mancano altre lingue e etnie soprattutto verso il fiume Zambezi.

Per diverse ragioni (politiche, belliche, ideologiche, vocazionali, economiche, di isolamento e salute) quella che era una delle prime zone evangelizzate, non ha mai avuto la fortuna di una pastorale continuativa. Nonostante decadi di isolamento e assistenza spirituale saltuaria (una visita all’anno), è rimasto un germoglio che, grazie al lavoro arduo e in condizioni difficili di alcuni missionari, ha dato vita a una Chiesa in crescita. I Missionari della Consolata sono ritornati in zona nel 2013 e a Uncanha nel 2018, con padre Franco Gioda (vedi a pag. 58) che più di tutti ha dato un impulso missionario. Noi cerchiamo di continuare nel piccolo il cammino intrapreso.

Qui tutto parla di missione, si vive la missione con tutte le difficoltà che porta con sé, perché iniziare, seminare il Vangelo, non è sempre facile. Cosa dici? In quale lingua? Con quali idee? Con quale zaino o valigia? Con che stile?

A fine settembre sono andato a visitare la zona di Chawalo; ero già stato nel 2019 a Nhansunga, ma le altre comunità avevano visto un prete solo nel 2016. Purtroppo quelli di Mpembe non erano stati avvisati e così dovranno aspettare un altro anno, ma, sorpresa, ho trovato una nuova comunità, Jemussi, che il catechista Francisco aveva iniziato facendo oltre 20 km a piedi in una zona di savana e sabbia. Le difficoltà alla frontiera con lo Zambia, il viaggio in 10 nella vecchia Corolla per 60 km oltrefrontiera, le due ore a piedi ormai alla luce del telefonino, il passaggio del fiume in canoa al buio per rientrare in Mozambico, non erano niente al confronto della gioia dei cristiani, catecumeni e simpatizzanti nel vedersi visitati e soprattutto con la bellezza di vedere nascere piccoli segni di speranza in queste nuove comunità che accolgono l’Emmanuele, il Dio con noi, che ci visita. È Natale. Francisco è stato formato per un anno con la sua famiglia nel centro catechistico; è giovane e con buono spirito missionario. Gli abbiamo lasciato i soldi per comprare una bicicletta. Se lo merita e se lo meritano i catecumeni che aspettano la sua visita.

Quest’anno al centro catechistico di Uncanha verrà una famiglia proprio da Chawalo, quella di Nixon. Senza di loro, il nostro sarebbe un correre a vuoto. Quell’antiquum ministerium, rispolverato ultimamente anche in un documento di papa Francesco, è fondamentale ed è per questo che ad Uncanha, con padre Gioda, avevamo iniziato per i catechisti un corso annuale, familiare e in lingua locale, che portiamo ancora avanti, finché ci sarà possibile. Grazie anche a voi. Ciao, Buon Natale e Buon 2022.

padre Carlo Biella
Uncanha, Mozambico