Noi e Voi, lettori e missionari in dialogo

Andate controcorrente

Spettabile redazione,
[vi scrivo a proposito della] rivista di aprile 2026. Cosa vi prende? Perché seguite la corrente del mondo e non andate controcorrente per continuare a «non essere del mondo»?

1. Retrocopertina: il sondaggio dei lettori per migliorare la rivista. Davvero da farsi uscire gli occhi dalle orbite appena si inizia a leggere le domande, perché, nella prima, chiedete di che sesso sia chi risponde. Tutti sappiamo che i sessi sono solo due e che il resto viene dall’inquilino sotto e dalle teorie, fantasie, follie, boiate che diffonde, ergo: cos’è quell’«Altro» dopo «M» ed «F»?

2. Pagina 20: «Scuola, patria e armi». Non si capisce cosa ci sia di sbagliato a conoscere l’esercito del proprio Paese, quello che fa e cosa viene comprato con i soldi dei contribuenti e non solo per la guerra; ascoltare storie vere, aneddoti e fare domande. Io non so niente dell’esercito e, soprattutto della Marina, perché non vivo vicino al mare, ma, se fossero venuti nelle mie scuole, sarebbe stato bello e formativo. Mai vista neanche la polizia o i pompieri a tenere lezioni sulla sicurezza, ecc. Un gran peccato.

Quando, invece, nelle scuole e perfino negli asili vengono fatti entrare uomini canterini vestiti da donna che camminano sculettando, quando all’asilo, si truccano i maschi da femmina o quando le maestre li obbligano a vestirsi da fatina rosa con la parrucca bionda e vengono assunti come professori di matematica uomini che si presentano in classe con la barba, ma con gonna sopra al ginocchio e tacchi, come è successo in Friuli e troppe porcate ancora, che potete trovare tutte documentate in rete, allora la scuola non è diseducativa, lo diventa solo se entrano delle divise.

Non si capisce cosa ci sia di sbagliato nella foto che mostra due bambini che tengono in mano un cartellone per la parata militare del 4 novembre o quella in cui si vede una scolaresca che ascolta un sindaco alpino che suona il Silenzio o altro. Quando, invece, delle scolaresche sono state portate in moschea ed obbligate ad inginocchiarsi senza scarpe, allora va tutto bene: la scuola non perde tempo in inutilità e, soprattutto, non offende i suoi studenti. Se scrivete un articolo denuncia (denuncia di cosa, poi) sull’esercito a scuola, allora dovete farlo anche contro le porcherie di cui sopra e di cui, quasi sempre (ormai si sa) le famiglie non vengono preventivamente informate.

Ricordate sempre quello che dice Gesù: «Voi non siete del mondo». Continuate a non esserlo. Saluti.

Celeste Pedrelli, 05/05/2026

Gentile direttore,
prima di scrivervi ci ho pensato a lungo. Premetto che non sono un militare, ma faccio parte come ex agente di polizia locale di tanti che hanno servito le istituzioni. […] Il professor Mazzeo ha fatto un elenco di nefandezze a tal punto che l’Italia sembra uno stato che inculca un militarismo sfrenato […] e non ricorda che senza mezzi di difesa pur costosi, non potrebbe vivere in questo stato democratico. […] Sono rimasto molto deluso.

Luigi Magrotti, Campospinoso (PV) 15/05/2025

Grazie dei vostri scritti schietti e diretti. Con Celeste condivido il disagio per quel «M, F, Altro», pur messo con buone intenzioni in nome dell’inclusività.
Quanto alla lettera del signor Luigi, chiedo scusa di averla tagliata, ma così ho potuto inserirla anche se arrivata a lavoro già iniziato.

Sulla questione «Scuola, patria e armi», diamo spazio a quanto ci ha scritto il professor Antonio Mazzeo.

Innanzitutto, una precisazione. La questione non è che non si parli a scuola di forze armate, spese militari, missioni internazionali e interessi geostrategici dei gruppi economici, finanziari ed energetici italiani a livello internazionale. Anzi, ci proviamo come insegnanti tutti i giorni e come relatori per le attività e i convegni di formazione dei nostri colleghi. Tuttavia, devono essere gli educatori e l’intero sistema scolastico a proporre ed analizzare questi temi, sviluppandone contraddizioni e complessità con il fine esclusivo dello sviluppo dello spirito critico e dell’autonomia di pensiero di alunni e studenti. Cosa diversa è invece quanto purtroppo accade, e che abbiamo provato a spiegare nella nostra inchiesta (ma si guardi in proposito all’enorme mole di dati raccolta e pubblicata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università). Cioè che la narrazione su militare e militarismo, su industrie belliche e crisi e conflitti internazionali è stata assunta unilateralmente dalle forze armate e dalle industrie belliche, con finalità (legittimazione dello stato di guerra odierna e della militarizzazione di ogni sfera della società, normalizzazione della guerra e della violenza come unico elemento per la risoluzione dei conflitti, ecc.) del tutto antitetiche a quello che invece è il fine educativo del sistema scolastico. Mi permetto di aggiungere che ormai a forze armate e forze dell’ordine è stato delegato l’intervento nelle scuole di ogni ordine e grado per svolgere «lezioni» su quasi tutte le discipline e i temi possibili, esautorando progressivamente insegnanti ed educatori anche dall’approfondimento dei contenuti delle materie di indirizzo. Un «modello» assolutamente inaccettabile e più che mai pericoloso in questa drammatica fase storica segnata dalla Terza guerra mondiale annunciata da papa Francesco.

Medio Oriente

Spettabili redattori,
leggo sempre con grande interesse la vostra newsletter.
Con questa mail non intendo minimamente tediarvi con le mie eventuali opinioni sulle diverse (gravi) problematiche da voi trattate, ma solo sommessamente suggerire una modesta mozione d’ordine. Quale? Presto detto: invece di Medio Oriente, si dovrebbe, perlomeno per i Paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo, propriamente parlare di Vicino Oriente. Del resto, i francesi, ovvero i massimi responsabili (insieme agli inglesi naturalmente) dell’attuale stato di cose da quelle parti, parlano correntemente per questi Paesi di Proche Orient.

Di Vicino Oriente altrimenti noi italiani dovremmo parlare solo a proposito della Grecia, il che, pur con tutto il rispetto che si deve a questo splendido Paese, mi sembrerebbe riduttivo.
Con viva cordialità.

Ennio Cocco, 08/05/2026

Purtroppo, qui da noi l’uso dei due termini è ambiguo. Il termine Medio Oriente sta prevalendo nel nostro linguaggio grazie all’influsso dell’inglese. Normalmente, come dice la Treccani, indica l’area geografica comprendente i paesi africani e asiatici che si affacciano o gravitano sul Mediterraneo orientale.

Celebrazione del 70° di messa di padre De Col Adolfo qui con pergamena con benedizione pontificia

Ricordando PADRE ADOLFO

Padre Adolfo De Col è andato alla casa del Padre l’8/05/2026 a 98 anni di età. Padre Giuseppe Inverardi, ex superiore generale, condivide alcuni dei suoi ricordi.

Ho conosciuto padre Adolfo De Col ancor prima di incontrarlo personalmente. In noviziato provenivamo da tre seminari diversi: Montevecchia (Como), Biadene (Treviso), Rosignano Monferrato (Alessandria). Spesso, allora e dopo, ci scambiavamo valutazioni sui formatori che avevamo avuto. Quelli provenienti da Biadene ricordavano con affettuosa ammirazione e riconoscenza il loro trio, e gli altri il loro. Al ricevere la notizia del decesso di padre De Col, un missionario che era stato formato a Biadene, mi ha scritto: «Con i padri Tullio Bosello e Giuseppe Garniga, padre De Col è stato il mio maestro». E dalle conversazioni precedenti so che chi scrive non intende maestro di materie scolastiche, ma della vita, con la sua vita. È quanto affermano altri due missionari commentando la sua morte. «Eri un uomo di grande cuore e un grande esempio per noi missionari giovani. Caro padre De Col, quanto ho imparato da te».

Seguendo questa scia, tra le testimonianze ricevute da amici comuni, ne trascrivo alcune. All’unisono sottolineano caratteristiche della sua personalità e ricchezza umana. «Sempre gentile, sereno, sorridente». «Ancora brioso a 90 anni!». «Anni fa fece il fine settimana di «Incontro matrimoniale», impegnandosi poi come guida. Con garbo e il sorriso entrava nel cuore delle persone e pregava per noi». Facendo memoria dei suoi anni a Bevera un giornale locale della Brianza scrive: «Molti lo ricordano come persona discreta, profondamente legato alla missione e capace di lasciare un segno autentico».

Lo incontrai per la prima volta a Kangeta, in Kenya. Una missione incipiente nata dopo aver consegnato quella di Tuuru ai padri e suore del Cottolengo, perché potessero attendere con professionalità ai bambini poliomielitici dell’opera iniziata da padre Franco Soldati, che, in seguito, diede inizio alla missione di Mutuati. 

Missione incipiente! Tutto era semplicità. Come semplice era padre Adolfo. Per dimora una capanna più che una vera casa. Ma poteva scrivere: «Imparo a fare a meno di tante cose nel modo di vestire e nel cibo. Faccio da cuoco a me stesso, e nonostante il misero cibo, sto ingrassando». Gli dava fastidio il forte vento che sollevava nubi di polvere. Desiderava e attendeva la stagione delle piogge. Del suo apostolato scriveva: «Cerco di dare alla gente l’essenziale per la loro vita cristiana, quello che ha reso stabili e forti i nostri genitori». Concludeva: «Sto benone». Benone! Parola consueta sulle sue labbra. Come pure: «Che bello, quanto è bello!». Sapeva stupirsi e gioire.

A Kangeta rimase 13 anni. Arrivato in Kenya a 54 anni era ovvio che non potesse apprendere bene la lingua, ma con determinazione e impegno la padroneggiava sufficientemente. Tuttavia, è proprio il caso di affermare che predicava, annunziava, ed evangelizzava con cuore, dedizione, zelo e amore per la gente. Ispirandosi, come affermava lui stesso, al metodo dei primi missionari, gli premeva la promozione umana con vari interventi. Una dimensione: coltivare i campi in modo più produttivo. La zona di Kangeta non si prestava all’agricoltura. Il capo villaggio gli aveva donato un vasto appezzamento in pianura a circa 15 km2. Là costruì tre capanne e vi si recava periodicamente, fermandosi anche la notte, con alcuni, desiderosi di apprendere. Era orgoglioso di questo progetto educativo.

Prima di Kangeta, padre Adolfo aveva trascorso tre anni a Tuuru, avendo come mentore il mitico padre Franco Soldati, esperto missionario, scrittore fecondo, perfetto conoscitore della lingua, imbevuto della cultura locale. Campo faticoso da dissodare quello dell’Igembe. Un missionario che vi lavorò alla sua apertura scrisse nel diario: «Sotto ogni foglia degli alberi di Tuuru si annida un diavolo». L’immagine esprime plasticamente la difficoltà di evangelizzare, testimoniata pure dai missionari che vennero in seguito. Sembrava una cultura impenetrabile, restia persino all’ascolto. Una società dominata, fino a intimorire, da associazioni di anziani, rinchiusi nei loro segreti culturali. Ad ammorbidire il terreno provvide l’opera di padre Franco Soldati, coadiuvato da padre De Col, a favore dei bambini poliomielitici. Opera divulgata dal cortometraggio «Il miracolo delle stampelle». Come pure aiutò un altro miracolo: l’acquedotto costruito da fratel Giuseppe Argese, che, inizialmente, con un percorso di 25 km portò acqua dalla foresta dell’Igenbe a Tuuru. In seguito, fu esteso a 250 km portando acqua a circa 250mila abitanti della zona. Che benedizione! Quanta fatica risparmiata alle donne. Salute migliorata. Riconoscenza da parte della popolazione e del Governo. Fratel Argese era conosciuto come «Mukiri», il silenzioso. Silenzioso in parole lo era, ma loquace nelle sue opere create con fine conoscenza tecnologica e gusto artistico. Un trio favoloso mutò la realtà dell’Igembe: padre Soldati, padre De Col e fratel Argese.

Un’altra difficoltà con cui cimentarsi era la coltivazione della miraa. Foglie narcotiche la cui masticazione, nel passato, era privilegio degli anziani, ma poi divenuta di consumo comune e merce di mercato. Se la miraa era una fonte di introito, era pure causa di intorpidimento mentale che impediva lo sviluppo e generava problemi famigliari, sociali, e di salute. Padre De Col più volte esprimeva sofferenza per questa realtà diffusa. Tuttavia, non si arrendeva, avvertiva, richiamava.

Nel 1990 rientrò in Italia: quattro anni a Bevera, trenta in Casa Madre, uno ad Alpignano. Indubbiamente il suo cuore sempre pulsava missione. Della sua presenza in Casa Madre menziono solamente due attività: seguire gli «Amici Missioni Consolata» e altri gruppi, e accompagnarli nelle missioni, specialmente in Kenya, dove conosceva persone e posti. Con il suo consueto brio li educava e animava alla missione. Con questa attività si fece centinaia di amici e conoscenti con i quali teneva cordiali rapporti. Era la sua nuova missione: ascoltare, contattare, essere contattato. Che fosse molto conosciuto e benvoluto lo ha attestato la larga partecipazione alla recita del Rosario, e più ancora all’Eucaristia esequiale il giorno seguente. Questa è stata presieduta da monsignor Virgilio Pante, vescovo emerito di Maralal, e concelebrata da 27 missionari. Padre Pietro Demaria ha fatto l’eulogia, e dopo la comunione ci sono state tre testimonianze. Più che vero il versetto cantato: «Quando busserò alla tua porta, avrò amato tanta gente e avrò amici da ritrovare». Tantissimi! Conscio di questo era stato lui stesso ad esprimere il desiderio che il funerale fosse celebrato al santuario di san Giuseppe Allamano di cui era stato rettore per dieci anni.

Alla fine di febbraio del 2025 era caduto: frattura, ospedale, fisioterapia. Non potendo essere propriamente aiutato in Casa Madre, era stato destinato ad Alpignano. Con sofferenza e sacrificio si era arreso alla realtà. Alla sua morte aveva 98 anni e mezzo. A chi gli augurava di arrivare ai 100 diceva di non desiderarlo. Ultimamente per un periodo ebbe un torpore mentale, ma poi si riprese. Chi lo visitò gli ultimi giorni, e persino l’ultimo, lo trovò vispo e colloquiante. Tuttavia, il giorno prima telefonando lui stesso a una conoscente disse: «È giunta l’ora». Mera espressione rituale o sensazione vera?

Fino al 2025 era attivo. A chi gli consigliava di rallentare il passo replicava: «Ma ci sono ancora tanti progetti da portare avanti». Ora e per l’eternità l’unico progetto è lodare il Signore.

Recita Sant’Agostino: «È questa la vita che dobbiamo sospirare.
– E continua: –
Quaggiù si brama, lassù si consegue.
Qui si sospira, là si gode.
Qui si prega, là si cantano lodi.
Qui si geme, là si esulta».

Caro Padre Adolfo sei stato instancabile. Ora riposa, godi, esulta, loda. Noi, tantissimi, ti siamo grati per averci arricchiti con la tua umanità, esempio, e vita.

padre Giuseppe Inverardi, Torino, 12/05/2026

Padre De Col all’Equatore nel 2012 con amici



Albania. La rivoluzione dei fenicotteri

Da una protesta ambientalista a un movimento di contestazione nazionale. In Albania, la difesa dell’area protetta di Pishë Poro-Narta, nel delta della Vjosa, si è trasformata in una delle più grandi mobilitazioni civili degli ultimi anni, mettendo sotto pressione il governo del premier Edi Rama e attirando l’attenzione delle istituzioni europee.
Nelle ultime settimane migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, Valona e in numerose città europee dove è presente la diaspora albanese. Gli slogan – «L’Albania non è in vendita» e «Nuova Albania» – hanno accompagnato una protesta nata dopo l’arrivo di bulldozer e mezzi pesanti in un’area costiera di straordinario valore naturalistico, habitat di fenicotteri, pellicani dalmati, foche monache e di oltre 2.300 specie animali e vegetali.
Al centro delle polemiche vi sono i progetti turistici legati a investitori internazionali vicini all’imprenditore americano Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. Secondo i manifestanti, la costruzione di resort di lusso minaccerebbe uno degli ecosistemi più preziosi dei Balcani e rappresenterebbe l’ennesimo esempio di sviluppo imposto dall’alto senza adeguate garanzie di trasparenza.

Un modello distruttivo
«Questa attenzione verso l’ambiente non era scontata», osserva Valeria Parracino, coordinatrice dei progetti dell’Ong italiana Celim, attiva dal 2018 nella tutela del bacino della Vjosa. Secondo Parracino, dopo anni di sfruttamento incontrollato delle coste, una parte crescente della popolazione albanese vede in questi investimenti un modello che «distrugge il Paese senza lasciare benefici reali ai territori».
La controversia affonda le radici nella riforma della legge sulle aree protette approvata nel febbraio 2024, che ha aperto alla possibilità di realizzare investimenti turistici e strutture private anche in zone precedentemente sottoposte a rigidi vincoli ambientali. «L’amministrazione regionale e l’Agenzia delle aree protette sono state completamente ignorate», denuncia ancora Valeria Parracino, secondo cui i lavori procederebbero senza una sufficiente trasparenza sulle autorizzazioni e sugli studi di impatto ambientale.
Ciò che rende peculiare la mobilitazione è però la sua natura trasversale. Le manifestazioni non coinvolgono soltanto ambientalisti, ma cittadini di orientamenti diversi, accomunati dalla sfiducia verso l’intero sistema politico. «Le proteste sono assolutamente apolitiche – sottolinea Parracino -. Chi manifesta ce l’ha tanto con il partito di maggioranza quanto con quello di opposizione». Un sentimento confermato anche dagli ultimi cortei, nei quali sono risuonate richieste di dimissioni rivolte a Rama, ma anche critiche verso le tradizionali élite politiche del Paese.


In odore di adesione alla Ue

La cosiddetta «rivoluzione dei fenicotteri», come è stata ribattezzata dai media internazionali, ha ormai assunto una dimensione che va oltre la questione ambientale. Molti manifestanti vedono nella difesa di Narta e della Vjosa una battaglia per la tutela del patrimonio nazionale, dell’accesso pubblico alle coste e contro la corruzione percepita nelle grandi operazioni immobiliari.
La vicenda ha inoltre aperto un fronte con Bruxelles. L’Unione europea ha ricordato che l’Albania, impegnata nel percorso di adesione, deve rispettare gli standard ambientali previsti dal Capitolo 27 dei negoziati. La Commissione europea ha invitato Tirana ad agire rapidamente per evitare che le scelte sul progetto possano compromettere il processo di integrazione, mentre il Parlamento europeo ha chiesto maggiori garanzie per la tutela delle aree naturali e annunciato ulteriori verifiche.

Edi Rama si difende
Il governo del premier Edi Rama continua a difendere gli investimenti, sostenendo che tutte le valutazioni ambientali saranno completate e che il turismo di alta gamma rappresenta un’opportunità strategica per l’economia nazionale. Lo stesso premier ha respinto le accuse di opacità e ha persino attribuito parte della mobilitazione a campagne di disinformazione provenienti dall’estero.
Intanto, sotto la pressione delle proteste, alcune recinzioni e parte dei macchinari sono stati temporaneamente rimossi. Per gli attivisti, tuttavia, la partita è tutt’altro che chiusa. Celim e oltre quaranta organizzazioni della società civile chiedono la sospensione definitiva dei lavori, una verifica indipendente delle autorizzazioni e la piena trasparenza dell’intero progetto. Una battaglia che, da semplice vertenza locale, è diventata il simbolo del confronto tra sviluppo economico, tutela ambientale e qualità della democrazia in Albania.

Enrico Casale




Aiutaci a migliorare Missioni Consolata

L’avventura di «Missioni Consolata» continua da oltre un secolo. Per essere comunità, vi chiediamo un aiuto, con l’obiettivo di conoscervi meglio. Abbiamo preparato un piccolo questionario da completare in forma anonima. Bastano cinque minuti per compilarlo, ci aiuterete a migliorare Missioni Consolata.




il sogno premonitore

Luisa non perché moglie del catechista, ma per
la simpatia e sensibilità: era molto attenta alle altrui necessità.
Se non vedeva una famiglia alla celebrazione domenicale,
s’informava prontamente cosa fosse capitato.
E se la causa dell’assenza era dovuta a qualche malattia,
invitava la comunità ad aiutare la famiglia con la preghiera
e opere di solidarietà. Nella comunità svolgeva il
ruolo di madre: nei momenti difficili esortava i fedeli ad
avere fiducia e pregare molto, anche in famiglia.
Una domenica la catechista Luisa aveva accompagnato
il missionario per celebrare la messa nella mia comunità;
i miei genitori non si recarono in chiesa, perché
ero malata e, secondo loro, senza speranza. Nella tarda
mattinata venne lei a casa mia per pregare e confortare
i genitori. Arrivò anche il missionario, che mi amministrò
il battesimo e l’unzione degli infermi. In seguito i genitori mi dissero che, dal momento di quella visita, avevo
cominciato a migliorare e il giorno seguente avevo ripreso
a parlare. Quando Luisa venne a conoscenza della
mia guarigione, affermò che Dio mi aveva salvata ed era
a Lui che avrei dovuto consacrarmi. «Con questo segno
Dio ti dice che ha bisogno di te» mi disse.
I miei genitori non credevano che avrei recuperato
completamente la salute; per questo non fecero caso alle
sue parole e non parlarono mai con nessuno dell’accaduto.
Solo in seguito, quando manifestai il desiderio di
diventare suora, si ricordarono delle sue parole.
Gli anni passavano e la situazione causata dalla guerra
peggiorava. La famiglia di Luisa fu una delle prime
a lasciare la terra natale per la città di Massinga. Molti
cristiani trascorrevano la notte in casa sua e, durante
il giorno, tornavano nei propri villaggi a lavorare i campi
e procurarsi gli alimenti necessari. Essa accoglieva
sempre tutti con amore, nonostante la disapprovazione
del marito. Diceva: «La situazione è difficile; ma non scoraggiatevi,
La sua simpatia e disponibilità attiravano molte persone.
Fu così che crescemmo insieme, come cristiani e
come famiglia.
Prima di partire per il Guiúa, la comunità fece per lei
e la sua famiglia una grande festa. Si cantò e si ballò;
ma il volto di Luisa rivelava una grande tristezza. Chiese
un momento di silenzio; poi raccontò di aver fatto un
sogno: «Fratelli miei, ho pregato molto, perché questo
è un momento difficile nella mia vita. Vado al Guiúa per
volontà di Dio, ma un sogno fatto ieri mi ha turbata. Due
scene ho davanti a me: una bella, piena di cose allegre;
ma nell’altra ho visto la croce di Cristo. Per questo, fratelli,
ho pregato molto, perché sento che questa è l’ultima
volta che ci vediamo».
Tutti i presenti rimasero turbati e le dissero, piangendo,
di non partire. Ma essa non toò sulla sua decisione.
La notizia del sogno si diffuse in tutta la comunità.
Alcuni giorni dopo, presi con sé un figlio e il nipotino
di cinque anni, partì per Guiúa. Desiderava far conoscere
loro il luogo dove, in caso di necessità o malattia,
avrebbero potuto rintracciare lei e il marito. Attendavamo
il ritorno del figlio; invece ricevemmo la notizia
della morte di tutti e tre; allora tutti ricordammo il sogno
di Luisa.
Nessun cristiano che l’abbia conosciuta potrà mai dimenticare
questa figura: in particolare, il suo presentimento
e la lettura dei fatti accaduti alla luce della fede. Io
sono sua figlioccia di cresima e la considero una donna
forte e santa, per ciò che ha rappresentato nella mia vita
e in quella di molti altri.
Sono certa che vicino a Gesù, che l’ha scelta, intercede
per noi e spero che la chiesa riconosca la figura di
questa martire di Cristo e dei fratelli.

suor Emilia Arlando Zunguze




LICTO (ECUADOR) di fronte al Chimborazo

PRIMO AMORE

Un giovane missionario della Consolata
racconta la sua prima esperienza in Ecuador,
fatta di ascolto e tante domande, per imparare
e inserirsi in un mondo tutto nuovo.

Il mio trasferimento da Bogotá a
Licto era dettato da necessità organizzativa:
aiutare il padre Agostino
Baima, rimasto solo, mentre
il parroco, padre Giuseppe Ramponi,
si trovava in vacanza in Italia.
È la mia prima esperienza missionaria
«ufficiale». L’impatto con il
nuovo ambiente è stato positivo anche
se non facile.
Il Chimborazo è una regione geograficamente
montuosa, abitata
prevalentemente da popolazioni
indigene. Deve il suo nome all’omonimo
vulcano, spento, di 6.300
metri di altezza, che domina la capitale
della regione, Riobamba.
Le due missioni affidate ai missionari
della Consolata, Licto e Punin,
distano rispettivamente 17 e 10 chilometri
dal capoluogo e si trovano a
quasi 3.000 metri di altitudine.
La parrocchia di Licto si compone
di un paesino di circa 900 abitanti
e 31 comunità, piccoli villaggi disseminati
sulla sierra andina, per un
totale di 13.700 anime.
Ogni «iglesia viva», come vengono
definite in tutta la diocesi le piccole
comunità cattoliche, ha la propria
cappella, indispensabile per la
promozione di iniziative comunitarie
e organizzazione della vita umana,
sociale e religiosa della gente.
Necessaria, soprattutto, per rafforzare
il senso di unità e identità: senza
la cappella i cattolici si troverebbero
spaesati, dal momento che la
maggioranza degli indigeni del
Chimborazo è stata convertita al
protestantesimo, secondo un nutrito
catalogo di denominazioni. Una
realtà da tenere presente nel lavoro
missionario, a volte molto delicata e
non scevra di conflitti.
Licto è il centro motore delle attività
di tutta la parrocchia. Qui vengono formati uomini e, più raramente,
donne per essere catechisti,
leaders e responsabili di comunità. Il
loro ruolo è indispensabile, sia come
tramite di collegamento tra parroco
e gente, tra chiesa e cultura locale.
Licto, infatti, cura anche la parrocchia
di Flores e alcune delle sue
comunità; il missionario non può essere
presente nelle varie cappelle più
di una volta al mese. Sono questi laici
che organizzano la catechesi, riuniscono
la comunità per la liturgia
della parola e attendono ai vari problemi
ed esigenze delle iglesias vivas.
Buona parte del lavoro missionario
è dedicato all’istruzione
e formazione della persona,
affinché la gente riesca a vivere in
modo armonico il conflitto, sovente
drammatico, fra culture. Da un lato
sopravvive l’insieme delle tradizioni
che àncora individuo e comunità a
un passato di dipendenza; dall’altro,
a pochi chilometri, il mondo moderno
corre a mille all’ora, isolando o
stritolando chi non riesce a mettersi
al passo.
La gente vive del poco che produce
nei campi (mais, segale, patate, fave)
e di qualche animale che alleva e
vende, di solito per molto meno del valore
reale, al mercato di Riobamba
o Licto.
Fino ad alcuni anni fa la gente sopravviveva
moderatamente felice;
oggi è molto più povera, con gravi
problemi di sanità, igiene, istruzione.
I bambini sono lo specchio di tale
situazione. Sono tanti; si divertono
con poco; si entusiasmano per
due caramelle che regaliamo nelle
nostre visite. Mancano loro i termini
di paragone: le esche abbaglianti
della città, con le offerte, spesso devianti,
di felicità.
È quanto capita, invece, tra gli adulti.
Il contatto con altre realtà crea
nuovi bisogni, sovente non primari,
ma che diventano impellenti per chi
ha sempre avuto poco. Manca un
servizio sanitario; l’acqua non arriva
gratuitamente a tutti; nei giorni di
pioggia le stradicciole che collegano
le frazioni alla strada principale diventano
impraticabili.
Povertà e isolamento provocano e
ingigantiscono il fenomeno della migrazione,
privando le comunità degli
uomini più validi, che vanno a ingrossare
il già cospicuo numero di
gente che sopravvive nelle enormi favelas
di Quito e Guayaquil.
Da alcuni anni il fenomeno migratorio
investe anche i bambini. Sono
molti quelli che scendono a Riobamba o finiscono per le strade di Guayaquil
per guadagnare qualche soldo,
quasi sempre come lustrascarpe.
Tale migrazione giovanile è causata
principalmente dalla mancanza di
scuole e ha come conseguenza il distacco
dalla famiglia e dall’ambiente,
con grave perdita di radici e valori
culturali e cristiani.
Per questo la parrocchia di Licto
pone come priorità l’organizzazione
scolastica nelle comunità della sierra
ed è impegnata a promuovere e sostenere
scuole elementari e secondarie,
statali e aconfessionali, in modo
che i giovani non siano costretti a
scendere a valle in tenera età, ma ricevano
un’adeguata formazione per
affrontare il futuro senza perdere i
valori appresi in seno alla famiglia e
alla comunità.
Non è facile spiegare il dramma
di questa gente, la cui vita,
radicata in una cultura secolare,
deve innestarsi sul ceppo della
storia attuale del paese, delle sue
scelte politiche ed economiche.
In Ecuador si trovano in sintesi le
varie crisi che stanno sconvolgendo
il continente latinoamericano. Tracollo
economico dell’Argentina, tensioni
sociali di Uruguay e Paraguay,
proteste per l’infelice situazione economico-
politica del Venezuela,
dramma politico e sociale della Colombia
si ripercuotono negativamente
anche su questo relativamente
piccolo paese sudamericano, dalle
mille potenzialità non sfruttate o
sfruttate da altri.
Le scelte dei potenti, il condizionamento
delle multinazionali, l’enorme
indebitamento esterno, l’endemica
corruzione (l’Ecuador è il
paese più corrotto dell’America Latina
dopo il Paraguay), la dollarizzazione
della moneta e conseguente
aumento del costo della vita… tutto
fa sì che la gente debba arrangiarsi a
vivere alla giornata. In realtà, per
molti vivere significa sopravvivere.
In questa minuscola scheggia dell’ingranaggio
mi sono inserito
anch’io, con discrezione e voglia
d’imparare in questa mia prima esperienza
missionaria.
Cosa ho fatto in questi mesi è presto
detto. Mi sono guardato intorno,
ho ascoltato, preso appunti, fatto
domande, tante, alcune forse anche
stupide, ma tutte utili per meglio inserirmi
nella nuova situazione.
Uno degli ostacoli maggiori è stato,
ed è tuttora, quello delle lingue.
Al mio arrivo in Colombia non mi è
stato possibile studiare a fondo lo
spagnolo. E questo mi ha complicato
non poco l’esistenza, anche se ho
recuperato piano piano e ora me la
cavo con soddisfazione.
Compito primario della mia presenza
in Ecuador era quello di lavorare
nel centro cittadino di Licto, seguendo
la catechesi dei ragazzi e l’animazione
dei giovani. Un contatto,
quindi, prevalente con il mondo di
lingua spagnola, composto da meticci
e indigeni più «urbanizzati» (le
virgolette sono d’obbligo).
Padre Agostino, tuttavia, mi ha avvicinato
alle comunità della sierra,
che si esprimono quasi esclusivamente
in quichua, una specie di lingua
franca parlata in tutte le regioni
andine anticamente dominate dagli
incas. L’apprendimento di questo idioma
costituisce una sfida per
chiunque voglia inserirsi e lavorare
nel mondo indigeno.
Pur non avendo affrontato di petto
lo studio del quichua, dal momento
che il Chimborazo non era il
campo definitivo della mia vita missionaria,
ho imparato quanto basta
per estendere la mia attività ad alcune
comunità indigene, celebrarvi
l’eucaristia, leggendo le parti della
messa nel loro idioma e spiegando la
parola di Dio con la traduzione del
catechista.
Il mio trasferimento in Ecuador
era «aperto», nel senso che lasciava
margini per un eventuale definitivo
inserimento nel lavoro missionario
in questo luogo. E già cominciavano
ad aprirsi altre possibilità di lavoro:
richiesta di dare qualche lezione settimanale
di filosofia nel seminario di
Riobamba e di occuparmi di pastorale
giovanile a livello diocesano: il
Signore sa quanto ce ne sia bisogno
e quanto mi sarebbe piaciuto.
Ma con il ritorno del parroco a
Licto, dovrò tornare in Colombia,
per lavorare, come previsto dalla prima
destinazione, nelle comunità del
Cauca. Vi andrò con lo stesso spirito
che mi ha guidato in Ecuador: curiosità,
voglia di imparare e crescere
nel mio cammino di fede e dedizione
alla missione. Tuttavia, lascio il
Chimborazo con tanta nostalgia:
il primo amore non
si può scordare.

Ugo Pozzoli




MAUA (MOZAMBICO): la grande occasione della pace

SE LA ZAPPA PARLA AL COMPUTER

Non è il titolo di una favola nell’era dell’informatica,
ma la strategia culturale elaborata da un missionario
in un contesto agricolo.
Per valorizzare la ricchezza della tradizione
di fronte alla modeità.

Da Beira, la seconda città del
Mozambico, sono in partenza
per Cuamba, nel cuore
della regione del Niassa. Il viaggio
sarà in aereo fino a Nampula e
poi in auto.
Il velivolo ritarda. Fortunatamente
sono con Raffaele Carpaneto, ingegnere
(per gli amici Lino), e padre
Filipe J. Couto, rettore dell’università
cattolica, che ammazzano il tempo
in sala di attesa discutendo persino
di matematica pura. Io sbadiglio
al cospetto di una gigantografia,
che raffigura il primo volo aereo dal
Portogallo alla colonia del Mozambico.
Di botto mi assale il detto di
Karl Kraus: «L’uomo che sbadiglia
assomiglia ad un animale».
Dopo quasi cinque ore, decolliamo
per Nampula e, subito, puntiamo
verso Cuamba. Sono le 14,30.
Ci attendono 400 chilometri in terra
battuta, con la Toyota che arranca
sui dossi, sprofonda nelle buche,
sbanda sulle inclinazioni, sussulta
sui tratti corrugati: e noi con essa.
Ora l’ingegnere e il rettore non
discettano più di matematica pura,
ma (soprattutto padre Couto, affabulatore
instancabile) si abbandonano
al genere «barzellette». Cessano
anche queste, come il sole che
tramonta. Ed è subito «Africa nera», rischiarata appena dai fari dell’auto
che mettono in fuga qualche
lepre sulla via. Si scorge solo l’erba
alta ai margini della strada, che la
Toyota schiaffeggia. Sembra di avanzare
tra due pareti interminabili
e ondeggianti.
Alle 22,30 ecco Cuamba e il sorriso
ospitale di padre Adriano Prado,
brasiliano, che ci offre cena. Ma,
con gli sballottamenti sofferti, preferiamo
ritirarci. Ci attendono una
branda traballante e la compagnia
delle zanzare. Ma, sulla porta della
cameretta, si affaccia il rettore magnifico
Couto con uno zampirone.
«Accendetelo! Meglio il fumo che le
zanzare malariche». Un bel gesto.

POICHÉ «LUI» NON C’È
Il giorno seguente padre Couto si
separa. L’ingegnere Lino ed io partiamo
alla volta di Maua, a tre ore di
auto. Altri sobbalzi, ma questa volta
la strada è da «formula uno» rispetto
a quella di ieri.
Giunti a destinazione, «lui»… non
c’è. «Sta visitando una comunità. Ritoerà
certamente prima di notte»
ci risponde fratel Gerardo Secondino
con uno sguardo un po’ ironico.
Quasi a dire: «Qui si lavora!». Però,
di fronte alla nostra delusione, soggiunge:
«Forse ritoerà nel primo
pomeriggio. Intanto pranzate con
noi. Poi, se Deus quiser…». Dio vuole
che gustiamo un buon risotto (un
piatto luculliano in Mozambico) in
compagnia anche di padre Julius
Mwangi, kenyano.
Nel pomeriggio (poiché «lui» non
è ritornato) visitiamo una scuola per
«l’insegnamento a distanza» a pochi
chilometri da Maua. Gli allievi sono
tutti adulti: frequentano il centro una
volta al mese e acquisiscono alcune
nozioni basilari; a casa si esercitano
nei compiti da consegnare all’insegnante
il mese successivo. Ideata
dai missionari, la scuola viene incontro
alle esigenze degli adulti nei villaggi
sprovvisti di strutture educative.
Gli studenti provengono da distanze
notevoli: anche tre ore di bici.
Ritorniamo alla missione. «Lui» è
sempre assente. Passeggiamo lungo
la strada principale di Maua. È sorprendente
il movimento: donne in
fila verso il mulino per macinare granoturco,
uomini che trasportano pesanti
e lunghi pali per costruire una
nuova casa e un viavai costante al
mercatino per acquistare o vendere
pesce secco, olio, scampoli coloratissimi
di stoffe. C’è pure una piccola
banca: segno che gira denaro.
Sulla facciata di una scuola statale
campeggiano le parole «produrre,
studiare, combattere», ispirate a
suo tempo dalla Frelimo (Fronte di
liberazione del Mozambico), il partito
al potere dall’indipendenza del
paese (1975). Alcuni ragazzi siedono
davanti ad un modesto monumento
a piramide (opera anch’esso
della Frelimo), che ostenta una zappa,
un martello e una stella rossa; su
un blocco di cemento bianco si legge:
«Difendere la patria, vincere il
sottosviluppo, costruire il socialismo
(Maua, aprile 1983)». La
data ricorda un congresso
del partito nel cuore della
guerra civile. Oggi tuttavia,
dal 1992, il paese vive
in pace.
Durante la guerra civile i
cristiani di Maua non disponevano
di una chiesa ove celebrare
i funerali di
tante vittime, pregare
per la riconciliazione
nazionale
e la pace. Né potevano
costruirla in
cemento e ferro, perché
tali mezzi erano
irreperibili. Ma padre
Franco Gioda ragionò
davanti a tutti: «La chiesa
è fatta soprattutto di
cristiani, e i fedeli,
graças a Deus, non
mancano; poi servono cose materiali.
Vi domando: i nostri foaciai
non possono cuocere mattoni e tegole,
i nostri falegnami non sono in
grado di squadrare con l’accetta le
finestre e i fabbri forgiare i serramenti?
I muratori non possono erigere
muri e i pittori decorarli con colori
tratti dalle argille locali? Così si
supera anche il cruciale problema
della dipendenza dall’estero…».
In pieno conflitto è sorta la chiesa
di Maua, opera del popolo.
Stiamo per entrare. L’occhio ammira
il portone d’ingresso in legno
massiccio, finemente intarsiato con
immagini bibliche dagli artigiani del
paese. L’interno è una sinfonia di colori,
che i bagliori del sole tonificano.
La suggestione smorza la parola.
Diventa contemplazione.
«Che ne dite?». La domanda risuona
alle nostre spalle. È «lui», che
ha pure realizzato il sogno di padre
Franco.

UNA MONTAGNA DI CARTE
«Lui» è GIUSEPPE FRIZZI (*), missionario
della Consolata, come il
rettore Couto, fratel Gerardo
e i padri Julius e Franco. Però
è specialmente un mio compagno del liceo e della filosofia. Incontrarlo
a Torino, alla redazione di
Missioni Consolata, è un piacere; ma
abbracciarlo a Maua, fra il popolo
dei macua, è una commozione.
Mise piede in Mozambico quando
il paese era ancora colonia portoghese
e lottava per l’indipendenza
nazionale. In seguito soffrì con la
gente i 16 anni di guerra civile ed esultò
per la pace nel 1992.
Durante gli anni drammatici del
conflitto, padre Giuseppe non se ne
stette in casa ad aspettare la fine delle
ostilità; ma visitava le comunità
per settimane e settimane, a piedi e
in bicicletta: informava, ascoltava,
interrogava, rifletteva, annotava, incoraggiava.
Ha pregato e cantato
ovunque, soffrendo la penuria
come tutti e rischiando
il sequestro di persona
da parte della Renamo
(Resistenza nazionale mozambicana,
il partito armato
che si opponeva alla
Frelimo).
Ritornato a Maua, trascriveva organicamente
i miti e proverbi raccontati
dagli anziani, le favole e gli
indovinelli delle nonne, le ricette
psicosomatiche del curandeiro (medico
tradizionale). Il suo ufficio è diventato
una montagna di carte.
«I proverbi sono 9.708 – precisa
padre Giuseppe prendendo in mano
un fascio di fogli -. Le favole sono
un migliaio; poi abbiamo circa 2
mila indovinelli e tanti canti sull’iniziazione
femminile e maschile».
Mentre l’ex compagno parla, sul
suo tavolo di studio mi incuriosisce
un «coso», ricoperto da un drappo
rosso che sollevo e, stupito, tocco
un computer, alimentato da pannelli
solari. Ebbene: quel
vasto e prezioso materiale
etnografico è
stato elencato, catalogato.
La cultura
macua non
sarà più soltanto
orale, bensì scritta,
anzi computerizzata.
E, nel profondo dell’Africa,
computerizzati sono pure numerosi
disegni di artisti locali.

LE PORTE APERTE
Per fare che cosa?
«Ho già inserito proverbi e disegni
nel libro del catechismo e nella
bibbia appena tradotta in macua –
risponde il missionario -. Ma il materiale
può servire anche per una riflessione
antropologica nel contesto
del Mozambico moderno».
All’università la facoltà di pedagogia
o diritto, ad esempio, non dovrebbe
sorvolare sui valori culturali
dell’iniziazione tradizionale. L’insegnamento
di etica (una disciplina
presente in tutte le facoltà dell’università
cattolica) non dovrebbe ignorare
la ricerca del missionario di
Maua. È una ricerca non individuale,
ma comunitaria, che si è avvalsa
degli anziani (uomini e donne), degli
esperti del culto agli antenati, degli
operatori tradizionali della salute:
i depositari della cultura macua
insomma.
Lo studio delle radici culturali, da
applicarsi alla società attuale, è terminato?
«Stiamo completando l’applicazione
alla liturgia e alla catechesi. A
Maua, grazie anche alla Conferenza
episcopale italiana e alle Suore di
san Pietro Claver, abbiamo composto
e pubblicato canti e preghiere,
abbiamo tradotto, commentato e illustrato
la sacra scrittura. Oggi, dopo
alcune esperienze, può iniziare il
lavoro nelle scuole medie e superiori,
introducendo magari il bilinguismo
(macua e portoghese)».
Con quale risultato?
«Alcuni risultati sono sorprendenti:
ad esempio, chi sa scrivere il
macua impara meglio il portoghese.
Uno studente, dopo essersi identificato
con la propria cultura macua,
ora sta specializzandosi con successo
in Cina. Se dal macua si passa al
portoghese, il processo non è solo
più facile, ma più ricco. Se si dà all’alunno
la coscienza che, fin dal suo
villaggio, egli non è un selvaggio ignorante,
entrerà nella scuola modea
più convinto dei propri mezzi
e imparerà meglio le nuove discipline.
La matematica occidentale è
astrusa per i macua; invece diventa
più facile se si passa dalla loro alla
nostra matematica».
E tu, straniero, come sei stato accolto
dalla gente?
«Questa domanda dovresti farla
alla gente. L’accettazione dell’“altro”
dipende sempre dalla sua simpatia
e sintonia verso la cultura locale.
Nel mio caso, posso dire che
mi si aprono tutte le porte».
Non è poco. Infatti, se è vero che
la cultura tradizionale avalla lo spirito
comunitario, è vero altresì che
non elimina una «riserva mentale»
verso l’«altro» fra gli stessi macua.
La riserva è più accentuata, a fortiori,
per uno straniero. Se di fronte
a padre Giuseppe Frizzi la riserva
è caduta, il fatto è straordinario.

IL TOPOLINO NON SALTA
A Maua è nato il Centro di cultura
macua, oggi collegato anche alla
facoltà di agricoltura di Cuamba
dell’università cattolica.
Perché proprio la facoltà di agricoltura?
«La proposta al rettore dell’università,
padre
Couto, è stata
q u e s t a :
poiché la facoltà di agricoltura è frequentata
soprattutto da macua, facciamo
loro delle lezioni sulla cultura
tradizionale per spiegare il rapporto
“cordiale e religioso” dei loro
anziani con la terra».
Non ti sembra di sognare il tempo
passato?
«Me l’aspettavo tale obiezione!
Dopo 28 anni vissuti con i macua,
prima di utilizzare i mezzi dell’agricoltura
modea, ritengo necessario
partire dalle radici culturali di quella
tradizionale, che rappresenta una
filosofia di vita. Non vogliamo polemizzare
con le facoltà di agricoltura
occidentali: sappiamo che non dobbiamo
essere dei nostalgici e sappiamo
pure che, oggi, si possono
mungere le mucche utilizzando il
computer. Ma, per favore, il computer
non disprezzi la mano che, fino a
ieri, mungeva la vacca. Né l’aratro a
dischi disprezzi la zappa della donna
del villaggio. Giova, invece il dialogo
tra la zappa e il computer…».
Bussano. All’«avanti», una ragazza
posa sul tavolo un vassoio di vimini
con tre tazze in terracotta (tutta
produzione locale) e un thermos
di tè. Indicando il thermos e gli altri
oggetti, esclamo: «Ecco il frutto del
dialogo tra computer e zappa!».
L’ingegner Lino sorride divertito,
mentre gli occhi azzurri del compagno
di scuola sprizzano serenità.
In attesa che il tè bollente diventi
bevibile, chiedo a padre Giuseppe
qualche considerazione sulla vita
di tutti i giorni, dopo la firma della
pace nel 1992.
«Le cose potrebbero andare meglio.
I macua hanno l’impressione di
essere ignorati dal governo. Però, se
tieni presente che durante la guerra
a Maua circolavano solo due bici,
mentre oggi se ne contano due in ogni
famiglia… La pace è stata raggiunta
quando si è capito che essa
vale di più (anche economicamente!)
del commercio delle armi. Questo
è stato l’argomento che ha disarmato,
ad esempio, la Renamo».
Dal punto di vista etico…
«Ecco il nocciolo della questione
– interrompe il missionario -. Non
dimentichiamo che la guerra è stata
civile: non solo tra Frelimo e Renamo,
ma anche tra famiglie, tra genitori
e figli all’interno della stessa
casa con odi, furti e omicidi da ogni
parte. Che ci siano strascichi è deprecabile,
ma comprensibile. Però,
con la pace, la vita a Maua è ripresa
senza vendette. Non conosco un solo
caso di vendetta personale».
Finita la guerra, si è parlato subito
di riconciliazione nazionale; qualcuno
ha suggerito di invitare da America
e Europa tecnici per la pacificazione.
Ma gli anziani di Maua
hanno scosso la testa citando il proverbio
«il topolino salta la strada solo
per necessità». Però, se non c’è alcun
pericolo, il topo segue la strada,
cioè la tradizione.
Così a Maua un combattente della
Renamo, uxoricida, ha rischiato
il linciaggio; però, consigliato dal
missionario e appellandosi alla tradizione
che prevede il perdono, ha
confessato il delitto in pubblico, ed
è stato graziato. «Ecco la riconciliazione
» conclude padre Giuseppe.
Seduto su una dura sedia da circa
un’ora, mi è spontaneo allungare
le gambe sotto il tavolo.
Un piede tocca una pila di legni
accatastati, che si ribaltano rumorosamente.
«Piano! Tu non sai che c’è qui sotto
». Giuseppe raccoglie un legno. È
un crocifisso. Uno fra tanti, tutti
modellati sulla sagoma dell’albero.
«Provengono dalla nostra scuola
d’arte. La croce-albero ricorda la filosofia
tradizionale della pianta: la
pianta che rinfresca con la sua ombra,
che dona cibo con i suoi frutti e
medicine con le foglie e cortecce…
L’albero è vita. Pertanto, modellata
a forma d’albero, la croce rimanda
doppiamente all’albero della vita,
perché il crocifisso è il figlio di Dio…
Signor Lino, posso farle questo omaggio?».
L’ingegnere, confuso, riceve
il crocifisso dalle mani
del missionario.

(*) PADRE GIUSEPPE FRIZZI,
missionario della Consolata in Mozambico
dal 1975, licenziato in filosofia all’Università
urbaniana (Roma) e laureato
in teologia biblica all’università di
Münster (Germania). Ha scritto un catechismo
in macua e tradotto l’intera
bibbia. In italiano ha pubblicato «Gesù
mediatore e maestro», ricco di illustrazioni
(Istituto di San Pietro Claver
via Marmolada 40 – 00048 Nettuno).

Francesco Beardi




BUONI E CATTIVI CHI LO STABILISCE?

Su «Battitore libero» di Missioni Consolata, ottobre
2002, compare un intervento di GIUSEPPE TORRE che
definisce bene alcuni fatti bellici recenti: dall’aggressione
alla Jugoslavia da parte della Nato, all’Afghanistan
e ai reiterati tentativi (finora solo verbali) verso
l’Iraq. Circa la Nato: essa nacque solo per difenderci
dai «rossi», giusto? Ora che i «rossi» non ci sono più,
da chi ci difendono le basi della Nato disseminate ovunque?
Da Bin Laden, Saddam Hussein?
L’Iraq, con poco più di 20 milioni di abitanti, può veramente
mettere in pericolo l’equilibrio del mondo? Armi
non convenzionali sono possedute da tanti paesi:
e chi ci dice che questi ne facciano un uso assennato?
La corsa alle armi parte dalla militarizzazione di «qualcuno
», che oggi ha il colore e i tratti a stelle e strisce
(vedi l’ultimo capitolo di spesa Usa).
Bin Laden è una creatura Usa. Non solo: ma Bin Laden
esiste realmente o le «prove» su di lui sono solo
immagini di non si sa bene quale provenienza?… La
storia (laica) recente è carica di bugie: dalla «strage
del mercato» in Bosnia-Erzegovina a quella serba di
Racak… «prove» per attaccare l’Afghanistan, o prove
accampate (ma non verificate) dal dossier di Blair su
Saddam Hussein…
Dopo «l’11 settembre 2001», gli Stati Uniti, per
autodefinizione interpreti del bene, si riservano ogni
scelta su altri popoli: se a loro non piacciono, prima
intervengono con la propaganda, poi con le «bombe
umanitarie». Anni fa il presidente pakistano Musharraf,
dopo la proliferazione nucleare del suo paese, fu
messo dagli Usa al bando, mentre nella guerra in Afghanistan
si è rivelato un alleato. Un tempo Saddam
Hussein era un amico: nel 1983 gli Usa «derubricarono
» l’Iraq dai paesi «fomentatori di terrorismo» e aprirono
a Baghdad un’ambasciata… poi divenne «peggio
di Hitler». Sorge la domanda: chi tiene l’elenco
dei «buoni» e dei «cattivi»?
Ancora: Israele da chi ottiene l’impunità per l’inottemperanza
a circa 200 risoluzioni Onu e per il genocidio
palestinese? Dal 1967 occupa la terra d’altri e se
i legittimi proprietari si lasciano esplodere è perché,
forse, sono giunti ad una disperazione senza ritorno.
Il 18/10/2002 su «La 7», con Ferrara e Leer, è stato
concesso uno spazio non piccolo a Norman Filkenstein,
autore de «L’industria dell’olocausto», dove è
scritto che dietro all’olocausto c’è una rendita (detto
da un figlio di sopravvissuti fa effetto). Lo stesso Ferrara
gli ha chiesto: «Professore, è motivo di sorpresa
se gli ebrei di questa vicenda hanno fatto un affare?».
Io non sono sorpreso… Filkenstein scrive che «l’olocausto
più che insegnato viene venduto».
Ritorna la domanda di fondo: chi compila l’elenco
dei «buoni» e dei «cattivi»? Chi non ha capito il disegno
strategico Usa per aggredire a tutti i costi l’Iraq?
Analogamente al dottor Torre, mi compiaccio nel
constatare come Missioni Consolata, nel mare della disinformazione
corrente, mantenga molto equilibrio: oltre
la «destra» e la «sinistra», due forme di paralisi
mentale.

LETTERA FIRMATA




Russia: IL NEMICO CATTOLICO

Ho letto con costeazione la lettera del vescovo
TADEUSZ KONDRUSIEWICZ, metropolita di Mosca. Mi ha
amareggiato perché ero convinto che certe cose potessero
accadere solo in paesi islamici.
Mi sono sentito interpellato dal grido del vescovo
«esprimete la vostra solidarietà!». Così ho fatto centinaia
di fotocopie della sua lettera; le ho inviate a
quotidiani, riviste e le ho diffuse presso la parrocchia
dove lavoro come catechista. Ho scritto anche al presidente
Putin e farò volantinaggi in tutti gli ambienti
dove ci saranno conferenze e dibattiti.
La lettera è stata pubblicata dalla rivista Vita Pastorale,
ottobre 2002. Vi prego di pubblicarla (almeno
in parte), perché sensibilizzi i lettori… voi che siete
così attenti ai diritti dei poveri, delle minoranze.

«È in atto davanti ai nostri occhi – scrive Tadeusz
Kondrusiewicz, presidente dei vescovi cattolici –
il dramma della chiesa cattolica in Russia, che dopo aver
sopportato le crudeli persecuzioni del secolo XX,
che l’avevano distrutta quasi completamente, dopo un
decennio di faticosa ricostruzione è sottoposta a nuove
prove…
Negli ultimi tempi si è attivata nel paese una campagna
anticattolica a tutto campo: manifestazioni e
picchettaggi, divieti di costruire chiese, atti di vandalismo
e profanazioni di edifici di culto, diffusione
dell’immagine mitizzata del “cattolico nemico”, ecc. I
cattolici russi sopportano le prove che gli vengono inferte
con la preghiera e la temperanza cristiana. Tuttavia,
negli ultimi mesi è iniziata la sistematica espulsione
dal paese di sacerdoti stranieri. Ciò viene
compiuto a scopo dimostrativo, con l’accompagnamento
di volgarità e offese, senza la minima spiegazione
dei motivi dell’espulsione…
Nessuna risposta chiara è stata data alle nostre richieste,
rivolte alle autorità statali della Federazione
russa con la preghiera di spiegare le cause del rifiuto
d’ingresso. Come cittadino della Federazione rivendico
la necessità di osservae le leggi. La chiesa cattolica
in Russia è una chiesa di russi, che collabora alla
costruzione di uno stato democratico di diritto. Le associazioni
religiose, secondo la legislazione russa e i
propri statuti, hanno diritto di invitare sacerdoti da
altri paesi…
Viene messa in dubbio la libertà religiosa, garantita
dalla costituzione, e l’uguaglianza di tutte le religioni
davanti alla legge. La situazione che si è creata fa sorgere
sospetti e diffidenze; non aiuta il consolidamento
della società né il dialogo intercristiano e interreligioso».

LUIGI PANICO




Bisogno di profezia

Cari missionari,
da diversi mesi leggo Missioni
Consolata. Non posso
che condividere la sua
linea, che chiamo di «profezia
», se profezia significa,
qui e ora, prendere sul
serio il proprio tempo con
atteggiamenti chiari e coraggiosi.
Mi sto convincendo che,
nella chiesa d’oggi, i migliori
cattolici italiani sono
i missionari. I missionari
«danno fastidio» e
trovano poco spazio nelle
tivù e sui giornali.
Il mio auspicio è che
continuiate in questa direzione,
con un orecchio teso
anche alla situazione italiana.
Il Concilio ecumenico
Vaticano II, 37 anni
fa, non ha fatto una dichiarazione
puramente
teorica o diplomatica
quando ha dichiarato: «Le
giornie e le speranze, le tristezze
e le angosce degli
uomini d’oggi, dei poveri
soprattutto e di tutti coloro
che soffrono, sono pure
le giornie e le speranze, le
tristezze e le angosce dei
discepoli di Cristo, e nulla
vi è di genuinamente umano
che non trovi eco nel
loro cuore» (Gaudium et
spes 1). Soprattutto voi,
missionari, in questi anni
testimoniate questo, pagando
di persona (nonostante
critiche e dissensi).
Su Missioni Consolata di
maggio ho apprezzato
molto gli articoli:
– «Sempre bugie, ancora
bugie» («La guerra afghana
è stata una grande,
drammatica terribile cortina
fumogena per nascondere
le responsabilità degli
Stati Uniti»);
– «Mutilazioni genitali
femminili / Ferite per
sempre» (un servizio che
scandaglia una brutale tematica,
scritto con completezza
e precisione);
– «L’ultimo volo di Maria
Marta» (come sopra);
– «Che il vino non diventi
acqua» (mi ha colpito la
frase: «Sono finiti i tempi
in cui bastava raccontare
la storia del moretto. Oggi
la gente vuole conoscere i
perché delle tragedie che
assillano il sud del mondo;
vuole sapere quali e di chi
sono le responsabilità dei
disastri umanitari»)…
Ambrogio Vismara
Cuggiono (MI)

Profezia è pure cogliere
«i segni dei tempi», anticipando
il futuro. E, date
le tristezze e angosce (di
cui parla il Concilio ecumenico),
profezia è ancora
consolazione. «Consolate,
consolate il mio popolo
– dice Dio -. Parlate
al cuore (della gente) e
gridatele che la sua schiavitù
è finita» (Is 40, 1-2).

Ambrogio Vismara




Condiscendenti verso la prostituzione?

Cari missionari,
rieccomi per l’ennesima
puntualizzazione. Sicuramente
la vista della mia
grafia non vi entusiasma.
Scusatemi… Ma l’articolo
«Quasi mai ragazze, quasi
sempre vittime» di Missioni
Consolata (aprile
2002) mi ha lasciata perplessa.
D’accordo nel non criminalizzare
la tenutaria
peruviana della casa di
prostituzione, vittima prima
di essere colpevole. Se
ne parla, però, come di una
persona che svolge la
sua attività con professionalità,
rigore, attenzione
ai «diritti» delle «dipendenti
»: sembra quasi che
sia una benemerita.
Poi non è affatto chiaro
nell’articolo che la prostituzione,
per quanto garantita
e protetta, sia
quanto di più degradante
possa fare una donna, oltre
ad essere un grave peccato,
sempre. Pare invece
che l’attività, esercitata
così, sia accettabile. E
non si dice che è un male
evitabile, non ineluttabile;
non si dice che la ragione
e la volontà possono controllare
le pulsioni.
D’accordo: quelle persone
vivono in ambienti moralmente
degradati. Ma
non sarebbe meglio fare opera
di educazione e prevenzione?
O siamo nell’ottica
delle «case di tolleranza
», inevitabili come le
catastrofi naturali? Crediamo
o non crediamo che
l’uomo, redento da Gesù
Cristo, non è una bestia?
Occorre solo educarlo.
Mi sembra, infine, che
nell’articolo pubblicato ci
sia una velata condiscendenza
verso «un’attività
ben regolamentata». Mi
auguro di aver frainteso.
Giulia Guerci
Castellazzo (AL)

Signora Giulia, lei è tra
le poche persone che ancora
scrivono ricorrendo
alla penna. La sua è una
grafia chiara, elegante,
che desta ammirazione.
Il tema «prostituzione»
non ci vede affatto condiscendenti.
Non lo siamo
neppure considerando le
«attenuanti sociali» presenti
nei paesi del sud del
mondo. «La denuncia del
fenomeno – scriviamo nel
sommario dell’articolo citato
– è scontata quanto
necessaria».
È il «mestiere» più vecchio
del mondo, perché
non sono mai mancati i
«clienti». Tutti lo dicono,
ma non tutti ne tirano le
debite conseguenze.

Giulia Guerci




RACCONTARE TUTTO PER FILO E PER SEGNO?

Sono una studentessa di Scienze
politiche della facoltà di Torino.
Leggo la vostra rivista da
tempo; mia madre è abbonata da
anni e abbiamo avuto missionari
anche nella nostra famiglia.
Ogni volta rimango sorpresa
dalla chiarezza, dalla cura, dalla
oggettività, dalla profondità con
cui componete il giornale. Purtroppo
siete fra i pochi in questa
realtà italiana e anche mondiale a
dire veramente in quale misero
stato versa il mondo.
Ho in mente soprattutto il dossier
«Ferite per sempre» di ANGELA
LANO. Non ho mai, mai letto da nessuna
parte una pubblicazione così
cruda, reale e obiettiva del problema
dell’ infibulazione.
Allora complimenti a tutti voi!
E grazie.
PAOLA BIZZARRI – TORINO

PAOLA BIZZARRI




RACCONTARE TUTTO PER FILO E PER SEGNO?

Reverendo padre, ho 72 anni.
Ricevo la rivista Missioni Consolata,
ne sono affezionata e
vi ringrazio per il bene che fate all’umanità.
Vi amo da una vita. Parlo
così, perché ho anche trascorso
parte della mia gioventù accanto
al vostro istituto.
Ma veniamo al «dunque» della
mia lettera. Sono piuttosto istintiva:
quello che mi colpisce devo estearlo.
Il mio pensiero va a ciò
che ho letto sul dossier di maggio:
«Mutilazioni genitali femminili.
Ferite per sempre». Era proprio necessario
raccontare ogni particolare
per filo e per segno?
Gente mia, occorre prudenza, su
tutto! Ciò che si scrive rimane, sì,
sulla carta per sensibilizzare… ma
noi (che forse non siamo all’altezza
di interpretare giustamente le
notizie) possiamo restare scioccati,
specialmente di fronte ai problemi
descritti in modo troppo specifico.
Una volta gli scandali non si dovevano
palesare a nessuno, eppure
c’erano… Oggi le cose sono cambiate
e si può dire tutto: pedofilia,
omosessualità… Anche il Vaticano
non è da meno nel mettere in evidenza
certi scandali.
Caro padre, vuole il mio parere?
Se sì, eccolo. Forse il tema delle
«mutilazioni genitali femminili»
si presta per un documentario,
ben preparato e con storie raccontate
dalle interessate, presentato
sui canali televisivi (magari ad
un’ora tarda della notte), con la
possibilità di intervenire in diretta
e aprire un dialogo. Sarà forse
possibile ascoltare anche i modi adatti
per capire come certi usi e
costumi potranno scomparire nel
tempo.
Più che uno sfogo, caro padre,
vorrei che lo prendesse come un
consiglio. Dello stesso parere sono
pure alcune mie conoscenti, in
quanto faccio girare Missioni Consolata.
Risentiamo di un ambiente
troppo chiuso e riservato? Forse.
Tuttavia ritengo che non si devono
sbandierare apertamente
certi comportamenti della natura.
Sono cose delicate. Purtroppo sono
una realtà per chi vive in alcuni
paesi. Noi, direttamente, non
possiamo farci niente. Non credo
che basti sensibilizzare: anche
perché non penso che, facendo girare
sui giornali tutti i particolari
di alcuni usi e costumi, faccia piacere
a quei popoli.
Parlae in generale è giusto.
Ma è bene usare riservatezza, pudore,
modestia. E il fatto lo si capisce
ugualmente; inoltre è meglio
accettato, perché presentato con
«leggerezza».
Se io le dicessi: «Mia madre
morì di parto a soli 25 anni e mi
lasciò orfana a due anni, lei rimarrebbe
indifferente». Tutt’al più direbbe:
«Poverina!». È una notizia
qualsiasi. Se le raccontassi che fu
una fine tremenda (che nessuno
ha mai saputo), la cosa cambierebbe?
No. Siccome solo io so la
verità, ho pensato di vivere il fatto
rifuggendo dallo sbandierare
tutto in pubblico in termini scabrosi.
Mi scuso di queste righe, padre.
Ne faccia quello che vuole, liberamente.
Però tenga conto dell’essenziale…
Vi faccio i complimenti
per la vostra perseveranza. Anch’io
cerco di fare il bene, senza vergognarmi,
in mezzo a quelli che non
lo fanno.
CHERUBINA LORUSSO – MILANO

Grazie, signora Cherubina, dell’affettuoso
invito alla prudenza,
specie quando si affrontano temi
scabrosi e drammatici. Le mutilazioni
genitali femminili lo sono.
La rivista accennò al tema nel
1996. Allora la «persecuzione» infieriva
su 80 milioni di donne: una
cifra enorme. Oggi sono 130 milioni.
Che fare?
La collaboratrice Angela Lano ci
ha consegnato un dossier, solo con
testimonianze dirette. «L’ho scritto
con l’angoscia nel cuore» ci ha
confidato. Poi abbiamo sottoposto
lo scritto a diverse signore (non
giovani), rimaste inorridite. Però
hanno aggiunto: «È un tabù che bisogna
infrangere!»… Per «alleggerire
il peso», abbiamo scelto dei disegni
come foto.
Certamente la sola informazione
non basta a superare un costume
atavico, discutibile. Ma giova
il silenzio?… Un tempo i portatori
di handicap venivano nascosti,
perché ritenuti un disonore. Oggi
vanno a scuola e in chiesa, salgono
sui treni e gareggiano alle olimpiadi.
Qualcosa è mutato, dopo
avee parlato.
Fino a ieri, fra le pareti domestiche,
si sono consumati incesti e
atti di pedofilia con… «guai a te se
parli!». Al presente qualcuno parla.
Speriamo che lo faccia con spirito
costruttivo, e non per incuriosire
in modo morboso.
È in tale ottica che va letto «Ferite
per sempre». Una grave violazione
dei diritti della persona.

CHERUBINA LORUSSO