Missionari di speranza

«Siamo gente di primavera, con uno sguardo sempre pieno di speranza da condividere con tutti, perché in Cristo crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole sull’esistenza umana» (papa Francesco, messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2025).

«La promozione dello zelo apostolico tra le genti rimane un aspetto essenziale del rinnovamento della Chiesa previsto dal Concilio Vaticano II, ed è ancora più urgente oggi. Il nostro mondo, ferito dalla guerra, dalla violenza e dall’ingiustizia, ha bisogno di ascoltare il messaggio evangelico dell’amore di Dio e di sperimentare il potere riconciliante della grazia di Cristo. In questo senso, la Chiesa stessa, in tutti i suoi membri, è sempre più chiamata ad essere una Chiesa missionaria che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola […] e che diventa lievito di concordia per l’umanità».

Così si è espresso papa Leone XIV nel mese di maggio, all’inizio del suo pontificato, ai direttori nazionali delle Pontificie opere missionarie. «Perciò – ha aggiunto – vediamo l’importanza di promuovere uno spirito di discepolato missionario in tutti i battezzati e il senso dell’urgenza di portare Cristo a tutti i popoli».

Era questo il sogno di san Giuseppe Allamano il quale, pur riconoscendo che non tutti possono partire per le missioni «tutti possono essere apostoli nel loro Paese e in casa loro. Tutti sono chiamati e devono essere apostoli; ognuno, nel suo ambiente e sfera di azione, deve sforzarsi di far conoscere e amare Gesù Cristo». Attraverso la rivista «La Consolata», da lui fondata, aveva svolto un’intensa opera di sensibilizzazione sulla natura missionaria della Chiesa e l’urgenza di annunciare il Vangelo a tutti. Mosso dallo stesso spirito, nel 1912 si era fatto promotore presso i superiori generali degli istituti missionari italiani di una lettera, inviata a papa Pio X, con la richiesta di istituire la «Giornata missionaria mondiale» per animare alla missione tutta la Chiesa. Un’iniziativa che rappresentò la prima tappa di un lento sviluppo, sfociato poi nell’enciclica missionaria Maximum Illud di papa Benedetto XV, pubblicata nel 1919, che portò nel 1926 alla celebrazione della prima Giornata missionaria mondiale. Papa Leone concludeva il suo discorso esortando i rappresentanti delle Pontificie opere missionarie a essere «Missionari di speranza tra le genti», tema scelto da papa Francesco, ancora in vita, per la Giornata missionaria di quest’anno.

Per san Giuseppe Allamano si diventa «missionari di speranza» perseguendo l’ideale della santità, lasciando cioè trasparire, attraverso il dono della propria vita, la carità di Cristo che si piega su ogni creatura per farla oggetto del suo amore.

«Solamente facendovi voi santi e grandi santi, potrete ottenere il fine proprio del nostro Istituto: salvare molte anime di infedeli», così diceva. E aggiungeva: «Il missionario deve avere maggiore virtù per essere uno strumento idoneo nelle mani di Dio: deve avere una santità speciale, eroica, e, all’occasione, anche straordinaria da fare miracoli».

San Giuseppe Allamano ha acceso il «fuoco della missione» in tantissimi cuori che, mediante l’annuncio del Vangelo, continuano a seminare speranza nel mondo.

Sergio Frassetto

Nella casa di Allamano

Le celebrazioni seguite alla canonizzazione di san Giuseppe Allamano, avvenuta il 20 ottobre 2024, dopo i fasti di piazza San Pietro, si sono svolte nei paesi che videro la sua vita quotidiana, prima nella sua terra natale, Castelnuovo, poi al Santuario della Consolata dove fu rettore per 46 anni. La celebrazione conclusiva si è svolta nel santuario «San Giuseppe Allamano», chiesa della Casa madre dei Missionari della Consolata, chiamata anche «Casa del fondatore» perché qui c’è il sepolcro che contiene le sue spoglie. Riportiamo l’omelia di monsignor Osório Citora Afonso, missionario della Consolata mozambicano, attuale vescovo di Quelimane, Mozambico.

Nella casa di san Giuseppe Allamano

Siamo in un luogo santo, meta di pellegrinaggio, un luogo che ci invita a sostare in preghiera e meditazione. È un luogo di relazione, una casa: il sepolcro di un defunto, infatti, secondo un’antichissima concezione cristiana, è anche la sua casa. Mentre egli vive nella perfetta comunione con Dio, è la sua dimora terrena il luogo dove continua a spargere benedizione, incoraggiamento e consolazione. Ed è qui, in questa casa, che vogliamo riascoltare ancora il suo mandato missionario e respirare la sua santità.

Luogo di relazione e santificazione

La casa è un luogo di vita, di incontri, di relazioni, dove le persone, i missionari e i laici cercano di vivere e di testimoniare la passione per la missione che nasce dalla ricerca della santità. Una santità del quotidiano che cresce nelle relazioni reciproche. In questo senso, desidero richiamare lo spirito di famiglia a cui ci esortava Allamano: è lo spirito della casa, ed è lo spirito della prima comunità cristiana: «Avevano un cuor solo e un’anima sola». Vivendo questo spirito di comunione, respiravano e testimoniavano l’amore di Dio.

Celebrando la canonizzazione di Giuseppe Allamano, pensiamo, dunque, di vivere lo spirito della casa. Papa Francesco, citando grandi santi come papa Giovanni Paolo II e Carlo Acutis, parlava, appunto, dei «santi della porta accanto», di quella gente normale che non giunge da un mondo parallelo, ma appartiene al popolo fedele di Dio e che è inserita nella quotidianità fatta di famiglia.

La missione inizia nella casa

Parlare della casa è parlare della missione che inizia nelle nostre case religiose, ma anche nelle nostre famiglie dove ritorniamo ogni tanto per visitare i nostri parenti e gli amici. Ed è qui dove conosciamo le difficoltà della gente, le sofferenze, la mancanza di speranza, ma è anche qui che troviamo i santi della porta accanto.

La santità, diceva Allamano, non è un programma di sforzi e di rinunce, è vivere «lo straordinario nell’ordinario». È dire anche solo «Buon giorno», ma detto bene; è saper dire al fratello o alla sorella: «Ti voglio bene»… sono piccoli gesti legati alla casa, ma che fanno crescere questa famiglia religiosa.

È un’esperienza che io stesso ho fatto tornando da vescovo nelle nostre comunità in Italia: nessuno mi chiamava «Eccellenza», ma tutti mi davano del «tu». Trovare padre Fiorentini o padre Trabucco che ho conosciuto come superiori generali e sentirmi rivolgere la domanda: «Osório come stai?». O rivolgermi a padre Lengarin, attuale superiore generale, chiedendogli «Come stai?» e lui: «Andiamo a prendere un caffè», tutto questo mi ha fatto sentire a casa mia. Il mio cuore era agitato da grossi problemi riguardanti la mia terra natale, ma l’essere trattato con tanta amicizia e familiarità mi faceva sentir bene. La santità di Allamano era così: «Lo straordinario nell’ordinario». Se vogliamo vivere questa santità di cui Allamano è modello, ripartiamo dalle nostre case, dalle nostre relazioni, dalle piccole cose della vita quotidiana.

Uscire per evangelizzare

È là, nella casa, dove si ascolteranno le ultime parole di Gesù: «Andate e predicate» (Mc 16,14), e noi siamo venuti in questa casa per ascoltare ancora una volta quell’«andate» dalla vita di Allamano. Ne abbiamo bisogno perché spesso ci siamo accomodati nelle nostre case e, magari, abbiamo perso la voglia di uscire.

Il Risorto chiede di andare, cioè di mettersi in cammino. Gli apostoli hanno ricevuto il comando di uscire da Gerusalemme e, come loro, i primi missionari sono usciti da Torino e hanno evangelizzato il mondo. E oggi, noi siamo qui da molte parti del mondo come frutti del loro lavoro e siamo qui perché i primi sono usciti.

Se cerchiamo la comodità la missione morirà. Bisogna, dunque, uscire. Il Risorto non chiede ai discepoli di abbellire il sepolcro (dell’Allamano), non chiede di incidere lapidi, né di dedicargli vie e meno ancora di costruirgli monumenti o scrivere libri su di lui, tantomeno di organizzargli feste. Chiede di continuare quel ministero della Parola che ha costituito la sua principale attività suscitando la fede nel cuore dei discepoli. Il Vangelo ci racconta che Gesù era sempre in movimento, passava da un villaggio all’altro, da una città all’altra ed è questo a cui siamo chiamati.

Missionari della consolazione

Uscire da Gerusalemme e andare in tutto il mondo, a tutti i popoli per formare un popolo di popoli. All’inizio, i Missionari della Consolata erano tutti italiani, piemontesi, e oggi vengono da tutto il mondo. La prima chiamata ha spinto ad uscire e a mettersi in movimento affinché il messaggio di Gesù giungesse ai confini della Terra.

E proprio dai confini è sgorgato il miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano. Non da Torino, non da Roma, non da São Paulo o da qualche grande città, ma dal folto della foresta amazzonica è brillata la santità di Giuseppe Allamano.

Lasciamo, dunque, le nostre comodità e usciamo a portare la buona notizia della consolazione.

È bello sentire che, dove passa un missionario della Consolata, passa la consolazione, quella che trova la sua radice nella casa, nella famiglia così come san Giuseppe Allamano ci voleva.

A cura di Sergio Frassetto

Pier Giorgio frassati e Giuseppe Allamano

Il 7 settembre scorso, papa Leone ha canonizzato Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Padre Michelangelo Piovano, vice superiore generale dei missionari della Consolata, racconta di quando era ancora bambino e suo papà, presidente dell’Azione cattolica di Cambiano (To), gli parlava con entusiasmo del nuovo santo torinese, come di un modello di vita cristiana e di impegno politico e sociale. «Lo era per lui, come padre di famiglia, e voleva che lo fosse anche per me parlandomene e regalandomi una piccola biografia che era in circolazione a quei tempi. Ed è per questo che Pier Giorgio Frassati mi è sempre stato caro e ogni volta che ritorno a Torino amo fare un piccolo pellegrinaggio alla cattedrale dove è conservata la Sindone, ma anche l’altare con la sua tomba».

Torino, 4 maggio 1924, ingresso in diocesi del cardinale Giuseppe Gamba con la presenza di Giuseppe Allamano (al centro con il piviale) e del giovane Pier Giorgio Frassati (a destra, giovane con cappello dietro sacerdote con cotta bianca).

San Giuseppe Allamano e san Pier Giorgio Frassati erano contemporanei e quasi certamente si conoscevano. Infatti, è dimostrato che il secondo ha frequentato il Santuario della Consolata, quando Allamano ne era rettore. È inverosimile che un giovane del suo calibro spirituale non abbia sentito il fascino di un tale rettore! Tanto più se si pensa che anche Frassati aveva un’anima missionaria e intendeva, presa la laurea in ingegneria mineraria, emigrare per essere accanto ai minatori in America, in Russia, in Africa.

Ci sono due testimonianze di don Nicola Baravalle, secondo successore di Allamano come rettore della Consolata. La prima è stata rilasciata al processo canonico: «Il Servo di Dio come grandemente gioiva e si compiaceva del bene compiuto dagli altri, così soffriva immensamente per le offese fatte al Signore. Ricordo, che quando nella andata a Roma della Gioventù cattolica, vi furono tafferugli, per cui vennero incarcerati parecchi nostri giovani, egli si compiaceva e versava lacrime di intima gioia nel leggere che il Servo di Dio Pier Giorgio Frassati teneva alto il morale di tutti, non piegandosi alla volontà dei nemici, e non accettando la liberazione quando si venne a conoscere che era figlio dell’ambasciatore d’Italia a Berlino. E più ancora nel sapere che era l’anima di tutti, che invitava a recitare il rosario, e intonava le litanie della Madonna».

Ma la testimonianza più bella è quella che Baravalle scrisse nella lettera alla sorella di Frassati: «(Nel 1925) alla notizia della morte di Pier Giorgio, il vecchio Allamano pianse». Non si piange per uno sconosciuto. Baravalle continua: «Nel giorno dell’ingresso del nostro amatissimo arcivescovo (monsignor Giuseppe Gamba – 4 maggio 1924), a cena, il canonico Allamano ricordava di aver notato lo studente Frassati che procedeva soddisfatto e riverente a lato dell’arcivescovo, e sovente concordava ancora con questo giovane così nascostamente virtuoso».

Il padre Giacinto Scaltriti, ricordando l’impegno cristiano, soprattutto sul piano sociale di Frassati, e conoscendo la sensibilità di Giuseppe Allamano in questo campo, si domanda: «Quante volte Pier Giorgio fu dall’Allamano per coordinare quest’azione che aveva un quartiere non secondario in quello della Consolata?». Una conferma indiretta è rappresentata da una foto che riprende, in una sola inquadratura, sia Allamano che Frassati, vicini al nuovo arcivescovo, monsignor Gamba, nel corteo del solenne ingresso in diocesi.

L’amore per il Signore, per l’Eucarestia, per la Consolata, per i poveri e la missione che li ha accomunati qui in terra li trova ora uniti nella comunione dei santi insieme ad altre belle figure di santità della chiesa torinese sempre attenta a tutto ciò che è umano, ma che ci riporta a Cristo e che sosteneva la vita di fede di san Pier Giorgio, il quale scriveva: «Gesù nella santa comunione mi fa visita ogni mattina. Io gliela rendo, con i miei poveri mezzi, visitando i poveri».

Michelangelo Piovano




Brasile, diseguaglianze e grandi aspirazioni

Oggi il Brasile è un Paese che, pur attraversato da profonde divisioni e contraddizioni, è determinato a contare di più nello sviluppo e nella politica internazionale. Il 10 novembre comincia a Belém la Cop30 e sarà un banco di prova importante.

«Davanti agli occhi del mondo, il Brasile ha lanciato un messaggio a tutti gli aspiranti autocrati e a coloro che li sostengono: la nostra democrazia e la nostra sovranità sono non negoziabili». Sono le parole che il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, ha rivolto all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 23 settembre. Il suo intervento@ apriva la riunione di alto livello in cui parlano i capi di Stato e di governo. Molta parte del «discorso al vetriolo» di Lula, come lo ha definito il New York Times, era un attacco frontale alle «ingerenze negli affari interni» del Brasile, alle «misure unilaterali e arbitrarie contro le nostre istituzioni e la nostra economia», alle «forze antidemocratiche che cercano di soggiogare le istituzioni e soffocare le libertà», alle bombe e alle armi nucleari che «non ci proteggeranno dalla crisi climatica». In altre parole, un attacco a Donald Trump, che ha messo dazi al 50% verso il Brasile come ritorsione per aver condannato l’ex presidente Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato@, ha sospeso i visti e imposto sanzioni ai giudici che lo hanno giudicato e continua a definire bufala, truffa e inganno il cambiamento climatico.

Il Brasile – è il messaggio del presidente Lula – ha dimostrato di essere un grande Paese. Ha difeso la democrazia, non si è piegato a Trump, ha da poco ricevuto dalla Fao la conferma di essere uscito dalla mappa della fame@.

Inoltre, è il Paese ospitante della «Cop della verità» – cioè la Cop30, trentesima Conferenza delle parti sul cambiamento climatico, in programma a Belém dal 10 al 21 novembre -, e si impegna a lottare contro la povertà, «nemica della democrazia quanto l’estremismo», a promuovere la concorrenza nei mercati digitali e l’installazione di data center sostenibili, a spingere sul multilateralismo e a fare in modo che la voce del Sud globale sia ascoltata. Chi ama questa agenda, sembra dire Lula, ci segua.

Siccità nel Nord Este – © FMC

Come sta il Brasile

Quinto Paese al mondo per estensione, con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Brasile è grande quanto la metà del Paese più esteso, la Federazione Russa, mentre la supera di poco quanto alle dimensioni dell’economia: la Russia, infatti, ha un Pil di 2.174 miliardi di dollari (per 143 milioni di abitanti), mentre quello del Brasile è 2.179 miliardi (per una popolazione di 212,8 milioni): valore comparabile con quello dell’Italia (59 milioni), che ha un Pil di 2.373 miliardi@.

Diverso è invece lo scenario se si guarda all’indice di sviluppo umano (Isu, o Hdi nell’acronimo inglese), utilizzato dalle Nazioni Unite per includere variabili più raffinate del solo Pil nel valutare la condizione delle società umane, come la possibilità di condurre una vita lunga e sana, di avere un buon livello di istruzione e un reddito che garantisca un tenore di vita dignitoso@. Il valore massimo dell’Isu è 1, il Paese che nel 2023 ci è andato più vicino è stato l’Islanda (0,972), mentre il Brasile è a 0,786, occupando l’84a posizione: si trova, dunque, fra i Paesi di fascia alta, in linea con l’altra potenza regionale, il Messico, ma venti posizioni più in basso della Russia. A limitare i risultati nello sviluppo umano del Paese, influiscono diversi fattori, fra i quali il grado di diseguaglianza: la longevità, il livello di istruzione, il reddito, cambiano molto da una fascia all’altra della popolazione. «Il problema maggiore del Brasile è la disuguaglianza sociale», conferma Guglielmo Damioli, arrivato in Brasile nel 1979 per lavorare con i popoli indigeni di Roraima e oggi residente di Belém. Il Paese ha un sistema piramidale, con una élite dominante che vive negli Stati del Sud come Rio de Janeiro e San Paolo, e una grande massa di poveri nel Nord e Nordest. «Se i servizi pubblici, in particolare sanità, sicurezza, igiene, politiche abitative e infrastrutture, sono precari in tutto il Brasile, qui al Nord sono di pessima qualità, specialmente nell’entroterra». Secondo il World inequality database@, sito di statistiche fondato, fra gli altri, dall’economista francese Thomas Piketty, in Brasile il 10% più ricco detiene il 69,7% delle risorse, mentre nella nazione meno diseguale, i Paesi Bassi, ne detiene il 45%.

I freni allo sviluppo

Ridurre le diseguaglianze non sarà né rapido né semplice. Quello di Lula, scrive padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata e responsabile della pastorale carceraria della Conferenza dei vescovi del Brasile (Cnbb), «è un governo sostenuto da un’ampia coalizione che, pur proponendosi idealmente di fare passi significativi in campo sociale, rimane fortemente limitato dal Parlamento», dominato da una maggioranza di destra, e dalle lobby agroindustriali e minerarie.

Con la pastorale carceraria, spiega ancora padre Gianfranco, «portiamo avanti la lotta contro le detenzioni di massa, usate come strumento di controllo della povertà, delle periferie, delle persone e dei corpi, e come sofisticato e moderno sistema di tortura». In questo settore, l’arrivo di Lula per ora non ha portato miglioramenti significativi, perché il governo continua a gestire il problema «a partire da una visione mercantilista e punitiva».

Qualche cambiamento lo ha invece registrato padre Juan Carlos Greco, responsabile dell’equipe dei missionari della Consolata che assiste i migranti venezuelani a Boa Vista. Sono migliorati i toni – Lula ha detto pubblicamente che migranti e rifugiati devono essere trattati «con grande responsabilità e rispetto» – e il governo ha preso alcuni impegni, come aiutare lo Stato di Roraima a garantire l’istruzione e il benessere dei rifugiati. Il presidente ha poi mantenuto il sostegno all’Operazione accoglienza per assistere i migranti in fuga dalla crisi venezuelana.

Ma i tagli dei fondi Usa per lo sviluppo imposti dall’amministrazione Trump, riporta padre Juan Carlos, hanno avuto «un impatto diretto sui programmi umanitari, la gran parte dei quali era finanziata da Usaid», l’agenzia degli Stati Uniti per l’aiuto allo sviluppo. Organizzazioni come Caritas brasiliana sono state costrette a sospendere diverse iniziative come, ad esempio, il progetto Sumaúma, che distribuiva circa 2mila pasti al giorno ai migranti venezuelani e alle persone senza fissa dimora a Boa Vista, e il progetto Orinoco, che offriva servizi igienici gratuiti a Boa Vista e Pacaraima. La sospensione dei fondi di Usaid ha portato le organizzazioni a cercare sostegno presso l’Unione europea e le Caritas di Germania e Svizzera, che hanno contribuito a riaprire in parte alcuni servizi.

Allagamenti a Rio do Oeste – © AfMC

G4, Brics, G20

Il ritrarsi degli Stati Uniti dagli impegni internazionali sta creando confusione e paura, ma ha anche aperto spazi di azione per altri Paesi. Forte del suo ruolo di potenza regionale, il Brasile da anni reclama un maggior peso nei processi decisionali internazionali. Un esempio è la sua appartenenza, insieme a Germania, Giappone e India, al G4, il gruppo di Paesi che chiedono un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu.

In un’analisi pubblicata dal centro studi statunitense Carnegie endowment for international peace, il professore di relazioni internazionali alla Fondazione Getulio Vargas di San Paolo, Matias Spektor, osservava, tuttavia, che nessuna amministrazione brasiliana ha finora prodotto un documento ufficiale che dettagli la proposta di riforma. Inoltre, fra il 2018 e il 2022, gli stanziamenti annuali del Brasile per il bilancio ordinario delle Nazioni Unite sono scesi da 92 a 56 milioni di dollari (hanno cominciato a risalire dal 2023). Quella del Brasile, scrive Spektor, sembra essere stata fin qui una «strategia a basso costo»@.

Ma il ruolo del Brasile acquista un peso diverso quando si combina con quello di altre nazioni, come quelle del gruppo Brics – acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica -, diversissime fra loro, ma accomunate da un’aspirazione: fare da contrappeso all’influenza occidentale nelle istituzioni globali come Banca mondiale, G7 e, appunto, Consiglio di sicurezza dell’Onu@. Il Brics, che dal 2023 si è allargato anche a Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran e Emirati arabi uniti, rappresenta oggi un terzo dell’economia globale e metà della popolazione del pianeta.

Il Brasile è anche uno dei Paesi del Gruppo dei 20, o G20, nato alla fine degli anni Novanta del secolo scorso per riunire ministri delle finanze e governatori delle banche centrali del gruppo e reagire alla crisi finanziaria asiatica e diventato, con la crisi globale del 2008, un luogo di negoziazione a cui partecipano i capi di stato e di governo. In un articolo sulla rivista Foreign Affairs di gennaio@ Matias Spektor sostiene che il G20 ha sostituito il G7 come principale forum per la governance economica globale. Fra i risultati ottenuti, Spektor cita il suo ruolo nel favorire l’ampliamento della rappresentanza nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale per includere le economie emergenti.

La scommessa sulla foresta

Un ambito nel quale il Brasile di Lula appare determinato a far valere il proprio primato, è quello della lotta al cambiamento climatico. Il primato è, ovviamente, quello di avere sul proprio territorio circa il 60% della foresta pluviale più grande del pianeta, la foresta amazzonica, che assorbe una quantità significativa dell’anidride carbonica, contribuisce e a regolare il ciclo dell’acqua e produce ossigeno. Già a settembre scorso il presidente brasiliano ha annunciato@ un contributo di un miliardo di dollari al meccanismo Tropical forests forever fund (Tfff, Fondo foreste tropicali per sempre), presentato dallo stesso Brasile nel 2023 durante la Cop28 a Dubai come meccanismo che garantisca ai Paesi con foreste tropicali finanziamenti stabili e continui per mantenere ed espandere la copertura forestale.

Lula sa che la questione del finanziamento è stato il principale ostacolo ai negoziati sul clima negli ultimi anni e a New York il 23 settembre ha detto: basta negoziare, è venuto il momento di agire. La scommessa di questo Fondo – che finora ha suscitato tante speranze quante perplessità – è che si possa rendere la conservazione delle foreste conveniente sia per i Paesi che le hanno sul proprio territorio che per gli investitori. Il meccanismo prevede la creazione di un fondo iniziale di 25 miliardi – il miliardo annunciato da Lula è il primo di questi – donati da governi e organizzazioni filantropiche. L’obiettivo sarebbe poi quello di attirare altri 100 miliardi di dollari da investitori sul mercato, arrivando così a 125 miliardi da prestare puntando a realizzare un profitto del 7,6%, per poi restituire agli investitori il 4,9% e realizzare così un guadagno finale del 2,7%, pari a circa 3,4 miliardi di dollari. Questi soldi sarebbero, infine, distribuiti destinando 4 dollari per ettaro di foresta ai Paesi con foreste tropicali, affinché questi provvedano alla loro conservazione@. Il meccanismo prevede che il 20% dei fondi vadano ai popoli indigeni e alle comunità locali per garantire, ha detto il presidente brasiliano, «i mezzi adeguati a chi si è sempre preso cura dei nostri boschi e foreste».

«Nessuno lascia la mano di nessuno» dice il cartello delle donne indigene – © AfMC

Verso Belém

«La Cop30 è il sogno planetario di Lula e la scelta della città di Belém come sede serve ad attrarre attenzione e investimenti sull’Amazzonia». A parlare è ancora Guglielmo Damioli, ora attivo nell’associazione di agricoltori Abaa di Bujaru, nello stato di Pará. Belém, continua, è «porta e capitale dell’Amazzonia, una grande metropoli immagine e frutto della disuguaglianza sociale e della mancanza di politiche pubbliche del Paese». E l’Amazzonia «è il simbolo dell’equilibrio planetario, con la sua fragilità e con l’infinità delle sue ricchezze, umane e naturali». Ma è anche il luogo dove gli agricoltori e coloni hanno tagliato e bruciato la foresta per coltivare la terra, dove «la destra vuole sviluppare monocolture per l’esportazione, come la soia e il biodiesel, l’allevamento intensivo e lo sfruttamento minerario». La città, racconta Damioli, è piena di cantieri, gli alloggi sono insufficienti per le decine di migliaia di partecipanti attesi per la Cop30, i prezzi sono altissimi. «La gente di Belém soffre un poco il caos per i tanti lavori in corso, ma sa che erediterà una città migliore e che sarà al centro di un evento storico».

Così storico da spingere diversi osservatori a vederci un test cruciale sulla sopravvivenza del multilateralismo nel suo complesso, non solo delle Cop. Su questo concorda anche padre Dario Bossi, che sarà alla Cop30 con la Commissione per l’ecologia integrale della Cnbb. «Siamo in un momento critico per i meccanismi multilaterali, con i nazionalismi e i sovranismi che stanno tentando di smantellarne non solo i concetti ma le strutture stesse».

Padre Dario riporta una battuta che circola fra chi sta preparandosi alla Conferenza: «Qualcuno dice che sarebbe già una vittoria uscire dalla Cop30 progettando una Cop31». Ma, continua padre Bossi, a di là dei timori, ci sono alcuni elementi che non rendono scontato il risultato negativo di questa Cop. Il presidente della Cop, André Aranha Corrêa do Lago, è un diplomatico di carriera con una grande esperienza su cambiamento climatico, energia e ambiente e in questi eventi la capacità degli organizzatori nel creare un clima di fiducia fra i partecipanti è fondamentale.

La Cnbb non sarà nella zona blu, dove si svolgono i negoziati ufficiali e dove a rappresentare la Chiesa ci saranno lo Stato del Vaticano e Caritas internationalis, ma farà comunque sentire le proprie proposte insieme a quelle delle 1.100 organizzazioni riunite nella Cupola dei popoli@ e nel Tapiri interreligioso (tapiri è una parola in lingua indigena che indica una capanna dove si fermano i viandanti a riposare). Quest’anno, poi, a dare maggiore compattezza alle posizioni delle Chiese del Sud globale c’è anche un loro documento congiunto dal titolo «Un appello per la giustizia climatica e la casa comune: conversione ecologica, trasformazione e resistenza alle false soluzioni»@.

«Noi scommettiamo sul processo più che sull’evento in sé, perché la vita quotidiana delle persone e la Cop sono molto lontani. Siamo convinti che la storia del clima si cambia dai territori», lavorando con le persone per trovare soluzioni e strumenti concreti. Per questo i popoli indigeni hanno redatto i loro Contributi determinati a livello nazionale – o Nationally determined contributions, Ndc, i piani in cui gli Stati indicano le azioni che intendono portare avanti per il clima – e chiedono che vengano inclusi nel Ndc del Brasile. Non solo: dal momento che il finanziamento è un tema chiave della Cop30, i popoli indigeni hanno proposte su come usare i 300 miliardi di dollari che la Cop29 aveva destinato alla lotta al cambiamento climatico: «Le proposte si basano su esperienze reali, che hanno funzionato, e dimostrano che i popoli indigeni sono un attore decisivo per definire nuovi percorsi».

Chiara Giovetti

© AfMC / James Patias

Nota Bene

Da Onlus a Ets, la sostanza dietro le sigle

Dallo scorso agosto, la Fondazione Missioni Consolata è diventata un Ets, «Ente del terzo settore», ed è iscritta al Registro unico nazionale. Questo è disponibile per la consultazione online@ e permette di leggere e scaricare le informazioni e i documenti fondamentali di ogni ente, come lo statuto e i bilanci.

Al 25 settembre 2025 gli enti iscritti erano 138.014. Gli Ets possono essere di 7 tipi: organizzazioni di volontariato; associazioni di promozione sociale; enti filantropici; imprese sociali, incluse le cooperative sociali; reti associative; società di mutuo soccorso e altri enti del Terzo settore. La Fondazione Missioni Consolata fa parte di quest’ultimo gruppo.

Che cosa cambia, per la Fondazione e per i suoi sostenitori?

In primo luogo, che non ci chiameremo più Mco: la «o» finale dell’acronimo, infatti, stava per «onlus», tipologia di ente che non esisterà più a partire dal 2026. Aggiorneremo quindi la denominazione in tutti i canali che usiamo per comunicare con sostenitori, amici, lettori, fornitori, enti pubblici. Il nostro identificativo sarà Fondazione Missioni Consolata Ets.

Nulla cambia, o quasi, per quanto riguarda invece i conti correnti: gli Iban restano gli stessi, cambia solo l’intestazione dei conti, dove la sigla Ets sostituirà Onlus.

Quanto poi ai vantaggi fiscali, continueranno a esserci: riporta la pagina web di Forum terzo settore@ che ci sarà la detrazione del 30% per le erogazioni liberali delle persone fisiche a favore degli Ets (35% nel caso delle organizzazioni di volontariato) fino a un massimo di 30mila euro. A società ed enti spetta invece una deduzione fino al 10% del reddito complessivo netto dichiarato.

Non abbiamo ancora deciso il nome «per gli amici», cioè come riferirci più informalmente a noi stessi, se chiamarci semplicemente Fondazione Mc, oppure Mce. Ma saranno il tempo e l’uso a decidere, come è stato per la onlus. Nessuno aveva stabilito a priori di usare la lettura delle lettere dell’acronimo (emme-ci-o) ma piano piano ci siamo abituati, noi che ci lavoriamo e voi che ci sostenete, a fare così. Anzi, accettiamo suggerimenti: voi come ci chiamerete da oggi?

 Chi.Gio




Il futuro dell’Ia e il nostro

Da poco più di un anno l’Intelligenza artificiale (Ia) è diventata tema quotidiano. Quali conseguenze comporta questa rivoluzione? E come si affronteranno gli altissimi costi ambientali che essa genera?

Quando, nel 1867, Joseph Thomson scoprì l’elettrone non poteva immaginare che la sua scoperta avrebbe aperto la strada a una valanga di ricerche scientifiche che avrebbero rivoluzionato il nostro modo di vivere e lavorare. Il tema di fondo è l’elettronica. Essa ha trovato così tanti ambiti di applicazione da avere dato vita a tantissimi settori, fra cui le telecomunicazioni, l’aereospaziale, le connessioni a distanza, l’elaborazione dati e, ultima arrivata, l’intelligenza artificiale (Ia). Ciascuno con le proprie caratteristiche, la propria tecnologia, i propri materiali di base, i propri supporti tecnici, ma anche i propri tempi di evoluzione. E, mentre certi settori hanno ormai raggiunto un certo grado di maturità, altri sono ancora in piena evoluzione. Per questo sono terreno di scontro e di contesa non solo fra imprese, ma addirittura fra Stati. Perché controllare quelle tecnologie significa, di fatto, dominare l’intera economia in un sistema che non vive di ciò che ha raggiunto, ma di ciò che deve ancora venire. Non a caso il motore del capitalismo è l’innovazione, fondamentale non solo per accrescere gli spazi produttivi, ma anche per abbattere i costi di produzione e quindi vincere l’eterna battaglia per la concorrenza.

Dal militare al civile

Senza dimenticare che, quando l’innovazione non basta a garantire il predominio, l’arma di riserva è la supremazia militare dipendente anch’essa dalla superiorità tecnologica.

In effetti, i confini fra civile e militare si fanno sempre più sottili, non solo perché la sfera economica chiede aiuto a quella militare quando non ce la fa a dominare la situazione con le strategie classiche di tipo economico, ma anche perché le invenzioni nate in ambito militare si sono, in seguito, estese a quello civile. Ne sono una dimostrazione la storia del Gps o di Internet ma anche di molte altre tecnologie. Del resto, sono ormai tantissime le imprese informatiche inserite contemporaneamente in un campo e nell’altro.

Dati e data center

Fra le novità tecnologiche in via di definizione, che daranno forma al futuro, c’è senz’altro la gestione centralizzata dei dati e l’intelligenza artificiale. La gestione dei dati si riferisce alle tecniche per raccogliere, archiviare, organizzare, proteggere ed elaborare tutte le informazioni utili allo svolgimento della propria attività. Nei primi anni di utilizzo di massa del computer, la soluzione più naturale di gestione dei dati consisteva nel dotarsi, struttura per struttura, di apparecchiature proprie, sufficientemente capienti per le proprie esigenze. Con l’evolversi della tecnologia, la soluzione più utilizzata è diventata quella dell’immagazzinamento centralizzato, ossia il deposito dei propri dati in megastrutture, i data center. Questi sono gestiti da terzi che di mestiere affittano spazi informatici capaci di immagazzinare dati ed elaborarli secondo le esigenze dei propri clienti. Un esempio banale potrebbe essere la custodia di dati relativi a clienti e fornitori con annesso servizio di ragioneria per la tenuta conti, gestione dei pagamenti e incasso delle fatture. E, per imprimere un tocco di simpatia a questa nuova politica gestionale, il trasferimento a distanza dei dati e relativa lavorazione è stato battezzato cloud computing che potrebbe essere tradotto come «elaborazione fra le nuvole».

La convenienza delle aziende, o di chiunque altro deve gestire un numero importante di dati, a trasferire le proprie attività informatiche nei data center, piuttosto che gestirle in proprio, è una questione di risparmio economico e di efficienza.

In ambito informatico, la tecnologia evolve rapidamente, bisogna spendere in continuazione per essere al passo con le ultime novità. Alla fine, risulta più conveniente appaltare il servizio a un ente terzo che, in cambio di un affitto annuale, garantisce spazi adeguati e tecnologie aggiornate.

La rivoluzione dell’Ia

La rivoluzione dell’Ia. (Foto Andrea de Santis-Unsplash)

La tecnologia informatica che oggi sta di nuovo rivoluzionando la nostra esistenza si chiama intelligenza artificiale, che si può definire coma la capacità delle macchine di svolgere compiti che, normalmente, richiedono capacità di ragionamento, apprendimento e creatività tipiche dell’essere umano. Le sue applicazioni stanno avanzando in ogni settore: dalle auto senza conducente, ai robot che svolgono funzioni infermieristiche, fino ai call center addetti ai rapporti con il pubblico o agli studi di assistenza legale. In ambito quotidiano molti stanno conoscendo l’intelligenza artificiale tramite l’uso di piattaforme come ChatGPT capaci di conversare con chi le interpella, di rispondere a domande, di creare testi, di fornire immagini, di tradurre lingue e molto altro. Ed è inutile dire che l’intelligenza artificiale sta diventando un caposaldo anche in ambito militare, con tutti i rischi che possono esserci ad affidare alle macchine decisioni di morte che non dovrebbero essere affidate neanche agli umani. In effetti, l’intelligenza artificiale, tanto è strabiliante per ciò che è capace di fare, tanto pone problemi sul piano morale e politico, considerato che attenta alla democrazia stessa. Essa, infatti, è capace di generare e veicolare informazioni, foto e filmati falsi o di censurare, ossia bloccare la circolazione di opinioni sgradite al potere o non condivise dai gestori delle piattaforme social. Del resto, è già abbastanza inquietante che miliardi di informazioni – riguardanti strutture pubbliche, aziende, singoli cittadini – siano concentrate in poche strutture controllate da una manciata di aziende informatiche che possono usare i nostri dati come merce da vendere ai soggetti più vari: aziende pubblicitarie e commerciali, partiti politici, servizi segreti. La nostra intimità e i nostri valori violati per vile denaro.

Tutto in mani private

Gli investimenti mondiali nei data center sono quasi raddoppiati dopo il 2022 raggiungendo i 500 miliardi di dollari nel 2024. Il risultato è che, a oggi, si contano all’incirca 12mila data center a livello globale, per il 45% localizzati negli Stati Uniti. Palazzi interi ricolmi di milioni di componenti informatiche (computer, hard disk e memorie), che però non sono mai abbastanza per i bisogni di un’intelligenza artificiale in continua evoluzione. Per questo si vanno strutturando centri di elaborazione dati sempre più grandi e complessi, i cosiddetti data center hyperscale, che inducono un numero crescente di soggetti economici di tutto il mondo a trasferire i propri dati presso di loro al fine di ottenere servizi migliori in tempi più rapidi.

Il rovescio della medaglia di tutto questo è la concentrazione di potere: pochi gestori privati –  Amazon, Google, Microsoft, Meta, TikTok, Alibaba, Apple – di fatto hanno il controllo di intere economie, con possibilità di decidere se farle funzionare o sabotarle (MC ha dedicato al tema un dossier ad agosto 2024, ndr). Un tema che, purtroppo, non sembra interessare i governi dal momento che in nessuna parte del mondo si è aperta la discussione sulla necessità di considerare i servizi informatici come servizi strategici da fare gestire a soggetti pubblici operanti sotto controllo democratico. Il massimo della preoccupazione espressa dai governi è la nazionalità dei gestori partendo dall’assunto che non presentano rischi se risiedono in Stati amici o, meglio ancora, se appartengono al proprio Paese. Una posizione in linea con il patriottismo produttivo oggi tanto in voga. E non per finalità ambientali o sociali, ma come strategia di difesa delle imprese di casa propria in un mondo sempre più dominato da scarsità di risorse e iniqua distribuzione della ricchezza che, di fatto, impedisce l’allargamento del mercato.

Per il dominio digitale

La battaglia per il dominio digitale si combatte essenzialmente fra Usa, Cina e Unione europea (ma un ruolo fondamentale lo ha Taiwan, ndr) e non riguarda solo i data center, ma anche la produzione di semiconduttori (i componenti base delle macchine informatiche) e il controllo delle materie prime utili a produrli. Ognuno cerca di garantirsi il primato nei tre ambiti tramite sovvenzioni alla produzione, dazi, tutela dei brevetti, accordi di approvvigionamento commerciale, limiti all’esportazione. In questa chiave vanno letti i fondi stanziati negli ultimi anni da Usa, Cina, e Unione europea a favore della propria industria elettronica, o i dazi imposti da Usa e Unione europea verso i semiconduttori cinesi o le restrizioni introdotte dalla Cina sull’esportazione dei minerali necessari alla produzione di materiale informatico, di cui ha grande disponibilità.

Il sistema insegue la tecnologia perché è funzionale alla logica concorrenziale delle imprese, ma, per farcela accettare, ci dicono che serve a garantirci una vita migliore. Su quest’affermazione si dovrebbe discutere ma, pur dandola per buona, sappiamo per esperienza che le innovazioni tecnologiche aprono sempre nuove problematiche di carattere sociale e ambientale, se non morale.

A maggior ragione la tecnologia digitale, rispetto alla quale le Nazioni Unite hanno istituito un organismo indipendente di esperti per individuare rischi e opportunità dell’intelligenza artificiale (Un office for digital and emerging technologies, Odet). La struttura, istituita nel corso del 2025, non ha ancora prodotto risultati, ma alcune problematiche sono già state accertate.

Consumi fuori controllo

Fra queste, c’è un elevato impatto ambientale per i bisogni esorbitanti di energia elettrica da parte dell’intelligenza artificiale e, quindi, dei data center.

Per la verità tutta la filiera informatica è altamente energivora, dall’estrazione dei minerali utili alla costruzione dei circuiti elettronici, fino al funzionamento dei computer ovunque siano dislocati. Ma l’intelligenza artificiale ha impresso un’accelerazione perché servono componenti sempre più complessi, e interconnessioni sempre più abbondanti.

L’Agenzia internazionale per l’energia (International energy agency) informa che, ad oggi, la produzione di semiconduttori assorbe l’1% dell’energia elettrica mondiale, mentre l’insieme dei data center assorbe l’1,5% del totale. Presi singolarmente i data center più grandi consumano la stessa quantità di energia elettrica assorbita da 100mila famiglie, mentre si stanno costruendo strutture che consumeranno quanto due milioni di famiglie corrispondenti a città come Los Angeles.

Dal 2017 a oggi l’elettricità assorbita dai data center a livello globale è cresciuta del 12% all’anno fino a raggiungere i 415 terawatt/ora nel 2024, consumati per il 45% negli Stati Uniti, il 25% in Cina, il 15% in Europa. Entro il 2030 l’assorbimento complessivo da parte dei data center raddoppierà alterando profondamente l’odierno rapporto fra settori produttivi.

Negli Stati Uniti, ad esempio, si prevede che i data center consumeranno un ammontare di energia elettrica superiore a quella assorbita dalle industrie dell’acciaio, del cemento e dell’alluminio messe insieme.

Per ragioni ambientali sarebbe utile che la maggiore quantità di energia elettrica richiesta venisse fornita solo dalle rinnovabili, ma considerazioni di carattere tecnico e finanziario spingono anche verso soluzioni di vecchio tipo come le centrali funzionanti con i tradizionali combustibili fossili e centrali nucleari. Con un aumento certo di emissioni di anidride carbonica e, nel caso del nucleare, di rischio radioattivo. Non a caso l’Agenzia internazionale dell’energia prevede che la CO2 mondiale collegata ai data center passerà da 175 milioni di tonnellate di oggi a 320 milioni di tonnellate nel 2030. E non è tutto.

La rivoluzione dell’Ia. (Foto Igor Omilaev-Unsplash)

La questione idrica

Quando si parla di elettricità, un elemento che si tende a trascurare è l’acqua. Essa svolge un ruolo fondamentale non solo nelle stazioni idroelettriche, ma anche nelle centrali termiche e nucleari (per il raffreddamento, ndr). Dunque, se aumenta la produzione di energia elettrica da fonti tradizionali, aumenta anche il consumo di acqua. L’Agenzia internazionale per l’energia stima che, allo stato attuale, il consumo mondiale di acqua collegato all’energia elettrica utilizzata dai data center corrisponde a 373 miliardi di litri all’anno. Ad essi vanno aggiunti altri 140 miliardi di litri per gli impianti di raffreddamento indispensabili al loro buon funzionamento e un’altra cinquantina di miliardi per la produzione di semiconduttori. Il totale fa 560 miliardi di litri all’anno che potrebbero diventare 1.200 nel 2030.

Un bilancio sicuramente pesante per un pianeta che si dimostra sempre più assetato e che vede crescere i data center proprio nei luoghi a maggiore criticità, com’è, ad esempio, lo stato della Virginia negli Stati Uniti. In un’intervista pubblicata dal Financial Times il 14 agosto 2024, la stessa Microsoft ha ammesso che il 42% dell’acqua che utilizza globalmente proviene da «aree a stress idrico», mentre Google ha dichiarato che il 15% dei suoi prelievi idrici avviene in «aree con alta scarsità di acqua».

Intelligenze

In conclusione, l’intelligenza artificiale è un’altra dimostrazione che nessuna innovazione tecnologica è priva di conseguenze. Dovremmo meditare se non sia meglio organizzarci per valorizzare a pieno l’intelligenza di tutti gli esseri umani piuttosto che affidarci all’intelligenza delle macchine che, per quanto sviluppata, è sempre ammaestrata e – quindi – stupida.

Francesco Gesualdi

 



Cristiani d’Arabia. Stranieri e fraterni

Parla il vicario apostolico, monsignor Paolo Martinelli. I conflitti in Medio Oriente, il dialogo, la speranza dei giovani. Un milione di fedeli cattolici, tutti immigrati, negli Emirati arabi uniti, Oman e Yemen. In quest’ultimo Paese la situazione più difficile.

La sofferenza per i conflitti in Medio Oriente non risparmia i cristiani che vivono in Arabia. «Noi – ci dice monsignor Paolo Martinelli, francescano, vicario apostolico per l’Arabia del Sud -, attraverso la presenza dei migranti che provengono da Palestina, Libano, Siria e dagli altri Paesi in conflitto, tutti i giorni facciamo esperienza dell’afflizione che si vive in quei luoghi. Come comunità cristiana, portiamo avanti un’opera di accompagnamento, di sostegno, di condivisione, perché tutti loro, in qualche modo, hanno parenti o amici che hanno patito le violenze, che hanno perso la vita. Cerchiamo di farci carico del loro dolore».

Monsignor Paolo Martinelli | © Apostolic Vicariate of Southern Arabia / AVOSA

Il vicariato del Sud Arabia

La sede principale del vicariato apostolico della Chiesa cattolica per l’Arabia del Sud si trova ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi uniti, ma il suo servizio pastorale abbraccia anche l’Oman e lo Yemen, Paese, quest’ultimo, dove la situazione è difficilissima a causa della guerra.

Il vicariato si estende su un territorio di 930mila km2 (oltre tre volte l’Italia) abitato da 45 milioni di persone.

I cattolici guidati dal vescovo Paolo sono un milione, tutti immigrati per lavoro.

«Negli Emirati arabi, la situazione è tranquilla, e in sicurezza – prosegue il monsignore -. Mi sembra che il Governo abbia una grande capacità di tenere rapporti buoni con gli altri Paesi. Noi possiamo vivere una vita serena, tenuto conto della situazione. Però, nella comunità cristiana, sentiamo l’eco dei conflitti. Tra i nostri fedeli, molti arrivano dal Libano, dalla Palestina, dalla Giordania. A partire dal 7 ottobre del 2023, quasi tutti loro hanno avuto lutti e feriti. Anzi, spesso sono arrivati dalle nostre parti in situazione di emergenza».

La vita della comunità cristiana è scandita da preghiere, messe, catechesi, come in ogni diocesi del mondo.

Una peculiarità del vicariato dell’Arabia del Sud è che il suo territorio si estende in Paesi molto differenti tra loro, per la loro cultura e per la situazione geopolitica che attraversano.

Un’altra peculiarità è quella di fare da punto di riferimento per una comunità composta da persone provenienti da molti posti diversi, compresa l’Italia.

Ora si sente forte anche la presenza degli immigrati scappati dalle vicine guerre. «Tanti dei nostri fedeli sono preoccupati per il destino della propria gente – ci dice monsignor Martinelli -. Per noi è importante camminare insieme, soprattutto non smettere mai di pregare. In tutte le nostre messe c’è sempre un’invocazione per la pace, in particolare nel Medio Oriente.

E poi offriamo un sostegno più complessivo, perché le persone non perdano la speranza e continuino a fare progetti per ricominciare».

© Apostolic Vicariate of Southern Arabia / AVOSA

Lo Yemen pericoloso

Il vescovo ci parla dei tre Paesi del suo vicariato.

Se gli Emirati arabi uniti hanno una forte tradizione di dialogo interreligioso e una cultura che sostiene il confronto tra le persone, pur con le loro differenze culturali, etiche e religiose, l’Oman «è un Paese molto più tradizionale, ma anche molto accogliente, abitato da gente molto mite». Lo Yemen, infine, è un Paese dove è difficile essere cristiani. «Lì, avevamo quattro chiese, ma sono state tutte praticamente distrutte».

È in Yemen che il 4 marzo 2016 furono uccise quattro Missionarie della Carità, la congregazione fondata da Madre Teresa di Calcutta.
Le suore stavano servendo la colazione agli anziani della casa di Aden quando furono attaccate dai terroristi. Assieme a loro morirono anche diversi collaboratori della struttura. In totale, sedici vittime.

Le sorelle si chiamavano suor Annselna, suor Judith, suor Margarita e suor Reginette. Provenivano rispettivamente da India, Kenya e, le altre due, dal Rwanda. La più anziana, Annselna, aveva 57 anni. La trentaduenne Reginette era la più giovane. Suor Annselna, dopo aver servito i poveri negli Stati Uniti e in Italia, aveva deciso, come le tre consorelle, di proseguire il suo operato proprio in Yemen.

«Nonostante l’eccidio, e la continua minaccia degli Houthi – riferisce monsignor Martinelli -, le suore di Madre Teresa hanno scelto di rimanere. Nel Nord dello Yemen hanno due comunità e fanno un lavoro di carità straordinario, in modo assolutamente gratuito. Accolgono chiunque, e se ne prendono cura. Io sono in contatto quasi quotidiano con loro, telefono sempre, soprattutto quando vedo che c’è qualche attacco. E loro che cosa mi rispondono? “Sì, ci sono un po’ di rumori, ma poi non succede niente. Andiamo avanti tranquille”.

Queste suore, quasi ogni notte sentono i bombardamenti, però vanno avanti a lavorare, a prestare il loro servizio di carità. Veramente sono un grande segno di speranza».

Giovani e speranza

«Speranza» è la parola che ricorre di più nella conversazione con questo frate cappuccino, nato a Milano 67 anni fa.

Nel 2014, quando è stato consacrato vescovo, gli è stato consegnato il pastorale appartenuto a monsignor Luigi Padovese, suo confratello e amico, ucciso in Turchia, dove era presidente della conferenza episcopale, nel 2010. Quasi un segno premonitore: il 1° maggio del 2022, papa Francesco lo ha nominato, infatti, vicario apostolico dell’Arabia meridionale. Pastore, come Padovese, in una terra musulmana, dove i cristiani sono da sempre promotori di dialogo.

Parla di speranza, monsignor Martinelli, anche quando si riferisce ai suoi giovani: «C’è un clima molto bello tra di loro, di solidarietà, di chi fa un cammino condiviso, nello spirito della gioventù, quindi nello spirito del guardare al futuro in modo positivo. Trasmettono a tutti la speranza che c’è sempre una possibilità di ricominciare, di costruire, di edificare».

Il vescovo, nell’agosto scorso, è stato a Roma insieme a una novantina di ragazzi per il Giubileo dei giovani. «È stato un grande segno di speranza», sottolinea.

Purtroppo, «nessuno dallo Yemen è riuscito a unirsi al pellegrinaggio. Quando c’era stata l’ultima Giornata mondiale della gioventù, quella di Lisbona nel 2023, uno almeno era riuscito a venire». Poi prosegue, riprendendo il tema del Giubileo: «Il percorso verso Roma, è stato un andare a toccare le sorgenti della speranza, l’amore di Cristo, l’amore di Dio, che ci permette sempre di ricominciare dopo ogni difficoltà, la certezza di essere amati, di essere voluti, e quindi di poter guardare al futuro con fiducia e speranza. Questo è quello che vedo nei miei giovani».

A worshipper carries the Palestinian flag during mass, led by Pope Francis, for an estimated 170,000 Catholics at the Zayed Sports City Stadium on February 5, 2019. (Photo by Giuseppe CACACE / AFP)

Cattolici, tutti immigrati

Le nuove generazioni di cristiani nell’Arabia meridionale sono cosmopolite. Tutti, infatti, sono arrivati con le loro famiglie da Paesi lontani grazie alle grandi possibilità di lavoro nel Golfo.

Di cattolici originari della regione dell’Arabia non ce ne sono. Qui, «la conversione dall’Islam è molto difficile, anzi, di per sé è proprio proibita – sottolinea il vescovo -. Bisogna riconoscere, però, che noi abbiamo libertà di culto: non solo possiamo celebrare quando vogliamo, ma facciamo anche catechesi, formazione cristiana».

Tra gli immigrati, c’è anche una comunità italiana: «Sono più di 20mila negli Emirati arabi uniti. Nell’Oman sono di meno. Non mi risulta che ci siano italiani in questo momento nello Yemen».

Ma la maggior parte dei cattolici che vivono in Arabia sono asiatici: «Abbiamo una forte partecipazione soprattutto di filippini e indiani. I filippini costituiscono praticamente la metà dei nostri fedeli».

Martinelli spiega che «la lingua comune utilizzata è l’inglese. Le liturgie sono celebrate in gran parte in questa lingua, anche perché è richiesta, a differenza dell’arabo, per venire a lavorare in questi Paesi.

Poi ci sono i fedeli di lingua araba, quelli che arrivano, appunto, dal Libano, dalla Palestina o dalla Giordania. Celebriamo anche nella loro lingua».

Del milione di fedeli che fanno riferimento al vicariato, 800-850mila vivono negli Emirati. In questo Paese «le nostre chiese sono strapiene. Abbiamo il problema che non c’è abbastanza spazio per i fedeli, nonostante, soprattutto nelle parrocchie più grandi ad Abu Dhabi e a Dubai, nel fine settimana ci siano messe, una dopo l’altra, dalle 6 di mattina alle 9 di sera.

Negli Emirati arabi uniti abbiamo nove parrocchie. Siamo presenti in sei dei sette Emirati che compongono il Paese. Nell’Oman abbiamo quattro chiese. I fedeli sono poco più di 100mila».

Pope Francis (L) and Egypt’s Azhar Grand Imam Sheikh Ahmed al-Tayeb (R) sign documents during the Human Fraternity Meeting at the Founders Memorial in Abu Dhabi on February 4, 2019. Pope Francis rejected “hatred and violence” in the name of God, on the first visit by the head of the Catholic church to the Muslim-majority Arabian Peninsula. (Photo by Vincenzo PINTO / AFP)

Dialogo interreligioso

Un fattore importante nel vicariato apostolico dell’Arabia del Sud è il dialogo interreligioso. È qui che è nata l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco.

«La visita di papa Francesco del febbraio 2019 – racconta monsignor Martinelli – rimane una pietra miliare, un punto di riferimento per gli stessi Emirati arabi uniti. Il Paese ne fa memoria tutti gli anni. Ricorda con diversi eventi la firma del famoso “Documento sulla fratellanza umana” da parte del Papa insieme al grande imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb».

Da quel documento del 2019 nacque l’enciclica Fratelli tutti, promulgata da papa Francesco l’anno successivo, il 4 ottobre del 2020. Il documento che propone la fraternità e l’amicizia sociale come vie per costruire un mondo migliore, più giusto e pacifico, con l’impegno di tutti: persone, istituzioni, mondo economico, organizzazioni internazionali, società civile.

Nella Fratelli tutti, papa Francesco ha sottolineato la necessità di vivere nella casa comune come un’unica famiglia, proponendo azioni concrete per restaurare il mondo e superare i malanni generati dalla crisi della pandemia, diventata crisi sanitaria, economica, sociale, politica. In primo piano la pace, perché nessuna opera è possibile se le nazioni e i popoli continuano a combattersi.

Ad Abu Dhabi è rimasto un segno tangibile di questa volontà di dialogo: la Casa della famiglia abramitica. «È un centro composto da una chiesa cattolica, una sinagoga e una moschea, e da un quarto spazio che viene chiamato Forum, dove i fedeli delle diverse religioni – spiega monsignor Martinelli – si possono incontrare per condividere esperienze, affrontare temi, vedere come le varie tradizioni religiose possono dare il loro contributo per una società più fraterna e giusta, più umana».

La Casa della famiglia abramitica ha oggi più che mai il suo valore: «Secondo me è un miracolo che esista. In un momento di grandi tensioni internazionali come questo, è importante anche solo il fatto che ci sia: che ci siano un imam, un rabbino, un prete cattolico, che si occupano, nello stesso luogo, dei fedeli delle tre religioni che si riferiscono, in modo diverso, ad Abramo. È importante che facciano anche delle iniziative comuni di dialogo. Ha una potenzialità molto grande e speriamo di svilupparla sempre di più».

L’Abrahamic family house ad Abu Dhabi ha aperto i battenti il primo marzo 2023. Per i musulmani, tutte le preghiere, comprese quelle del venerdì, si tengono presso la moschea Eminence Ahmed El-Tayeb; per i cattolici, la messa è celebrata in inglese ogni domenica nella chiesa di San Francesco, mentre per gli ebrei si svolgono servizi quotidiani alla sinagoga Moses Ben Maimon.

Ogni edificio può ospitare da 200 a 350 fedeli. Indicazioni e segnali sono scritti in arabo, inglese ed ebraico.

Il centro è un luogo unico per dialogo interreligioso. Durante la giornata, visite guidate gratuite sono offerte ai visitatori in inglese e in arabo.

Oltre alle tre case di culto, c’è un’ampia area di «Accoglienza visitatori» che comprende un caffè, un angolo biblioteca, e un negozio di articoli da regalo. In questa area c’è il «Muro delle intenzioni», dove i visitatori sono invitati a scrivere i loro desideri e i loro impegni per la pace e la fratellanza.

«I fedeli delle diverse religioni, stanno insieme senza confusioni – fa notare il vicario apostolico -. Cioè ognuno va nella sua chiesa, moschea o sinagoga rispettando l’altro. I luoghi per pregare sono costruiti in modo da risultare chiaramente distinti, ma, allo stesso tempo, connessi tra loro.

È bello che, per andare in chiesa, devo riconoscere che c’è la moschea, che c’è la sinagoga.

Il fatto che questa cosa continui a esistere – ribadisce monsignor Martinelli -, pur con tutta la prudenza dovuta dalla situazione del Medio Oriente, credo che sia un segno di speranza. Bisogna continuare a promuovere realtà di dialogo come questa, per poter guardare oltre la tribolazione del momento presente».

La situazione internazionale è difficile, prosegue il vescovo. «Sembriamo impotenti rispetto a tutto quello che sta accadendo, soprattutto nell’area del Medio Oriente. Mancano, a livello internazionale, delle mediazioni forti che siano in grado di mettere attorno allo stesso tavolo le persone.

Seguo da vicino quello che ha fatto, anche ultimamente, il Patriarca di Gerusalemme dei latini, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Di fatto, siamo nella stessa conferenza episcopale – sottolinea Martinelli. Quindi abbiamo anche possibilità di sentirci, incontrarci. Credo che quello che lui sta facendo rappresenti quello che tutti noi vogliamo fare: mostrare com’è la situazione e, soprattutto, sostenere la fede, la vita di coloro che si trovano nelle difficili condizioni che tutti conosciamo».

Per monsignor Martinelli «non dobbiamo abituarci a questa violenza, dobbiamo dire che le cose non vanno bene, che bisogna cercare la pace. Che mi sembra, poi, il grande lavoro fatto con tenacia e insistenza da papa Francesco, e che adesso sta facendo papa Leone.

Non rimanere inermi, fare sentire la nostra voce, pregare, dare segnali di vicinanza, perché non ci si abitui al male. Questo è importante.

Ricordo la prima frase di Papa Leone quando si è presentato al mondo dicendo: “La pace sia con voi”, “una pace disarmata e disarmante”. E poi quel grido: “Il male non prevarrà”.

Queste sono delle parole che incidono nella storia davanti a tutto il mondo: dire che il male non prevarrà, non accettare che esso diventi una logica, un sistema. Fare in modo che le coscienze non si narcotizzino e che sentiamo tutti il bisogno di fare qualcosa».

Manuela Tulli

ARCHIVIO MC

Paolo Moiola, Penisola Ara­bica: (Cristiani) Come ospiti tollerati (ma speranzosi), MC gennaio 2019.

Abrahamic Family House, Abu Dhabi. © wikicommons



L’ora dell’addio (Gv 16)

Il lungo discorso di Gesù, iniziato al capitolo14 del Vangelo di Giovanni, al capitolo 16 volge al termine: il maestro inizia a spiegare il motivo del discorso e ciò che accadrà. E sembra un discorso luttuoso.

I lettori del Vangelo lo sanno già, Gesù sta per avviarsi alla croce e fisicamente non sarà più presente insieme ai suoi discepoli. Come ogni separazione, questo è un motivo di tristezza. Resa però più complicata e tragica, qui, dall’impressione di fallimento. Questo perché la morte in croce sembrava comportare un rifiuto, una condanna da parte di Dio («Maledetto chi pende dal legno», scriverà Paolo in Gal 3,13). Non a caso è voluta proprio da coloro che si consideravano i rappresentanti di Dio in terra, sommi sacerdoti e scribi.

Gesù ammette che la croce potrebbe essere un motivo di «scandalo», ossia un inciampo che fa cadere, che confonde. Infatti, può far pensare che la pretesa di Gesù di mostrare il vero volto del Padre non abbia fondamento, che dica piuttosto il rifiuto di Gesù da parte di Dio. Per questo Gesù ne parla prima, di modo che i suoi discepoli sappiano bene che il Figlio resta sempre amato dal Padre.

Il fallimento, poi, è anche quello che sperimentano i discepoli nella vita di ogni giorno. Qui, il Vangelo parla innanzitutto ai contemporanei di Giovanni diventati discepoli: «Vi renderanno degli allontanati dalle sinagoghe» (v. 2). Noi, oggi, tendiamo a immaginare che i primi cristiani abbiano consapevolmente abbandonato la religione di Israele per abbracciarne un’altra, ma, in realtà, continuavano a sentirsi ebrei, convinti che fosse arrivato il Messia, pienezza delle promesse profetiche.

Anche i dodici, dopo la risurrezione, si erano fermati a Gerusalemme e andavano ogni giorno nel tempio, senza rompere, neppur minimamente, i rapporti con il mondo religioso ebraico.

Giovanni, quindi, mette in scena Gesù che prevede ciò che i lettori  stanno sperimentando nel momento in cui il Vangelo viene composto: l’essere espulsi dalla comunità religiosa ebraica. Non abbiamo certezza di quando e come ciò sia accaduto, se in contemporanea in tutto il Mediterraneo e se ovunque con la stessa durezza, ma è chiaro che durante la seconda generazione cristiana, i «fratelli» hanno iniziato a essere identificati come un movimento distinto dal resto degli ebrei e problematico, e a essere dichiarati «non graditi» nei luoghi di preghiera ebraici. È ovvio che l’immagine che questi cristiani hanno di se stessi possa andare in crisi.

È l’«ora», il momento decisivo, che fa cogliere le cose come stanno e costringe a prendere posizione. E l’«ora», ovviamente, è segnata anche dall’assenza di Gesù, che storicamente e fisicamente non è più presente tra i suoi.

Vado, e mando il Paraclito (v. 7)

La consolazione, offerta da Gesù ai suoi discepoli, si concentra sul dono dello Spirito Santo e comporta due dimensioni. Da una parte c’è la consapevolezza che l’ordinario della vita umana non comprende la presenza fisica di Gesù. Un Dio incarnato, che scende nell’umanità realmente e non per finta, deve accettare di essere presente solo in un tempo e in un luogo specifici, non in tutti gli altri, sempre. L’«ora», il momento decisivo di svelamento della realtà, comporta la separazione da Gesù, che ipoteticamente avrebbe anche potuto non morire in croce, ma sarebbe comunque dovuto morire separandosi dai suoi, a meno che la sua incarnazione non fosse soltanto finta.

Il secondo aspetto è quello più significativo: Dio non smette di essere presente. Lo è ancora nella forma dell’assistenza dello Spirito Santo, il quale prevede l’assenza fisica di Gesù per potersi esprimere.

Ecco allora che la certezza della partenza di Gesù diventa anche la promessa di una sua presenza diversa, della permanenza di una comunione che non viene meno in ogni caso.

La certezza di questa presenza Gesù la ricava dalla garanzia del Padre (v. 15), che ha tutto in mano e garantirà tutto ciò.

L’immagine utilizzata dal Vangelo per parlare dello Spirito è molto interessante: viene definito «paraclito». Questa parola indica l’avvocato difensore, che nei tribunali greci non parlava al posto dell’imputato, ma gli scriveva i discorsi e restava al suo fianco per suggerirgli come rispondere. Non è, quindi, chi fa al posto di un altro, ma colui che chiede il pieno coinvolgimento senza far mancare mai la propria presenza e assistenza.

Eccola, dunque, l’«ora», il momento in cui decidere di fidarsi di Gesù: quello nel quale si affianca alla certezza della sua assenza fisica, la certezza della presenza dello Spirito che conduce a un’esistenza autentica, reale, affidata alla libera responsabilità del discepolo.

L’opera dello Spirito (16,8-15)

Giovanni sceglie di affidarsi a una specie di enigma per spiegare che cosa farà lo Spirito presente nel mondo al posto di Gesù e da lui inviato.
L’evangelista fa dire a Gesù che lo Spirito, venendo, «dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 16,8).

È una scelta coerente quella di utilizzare un enigma che non spiega tutto, perché, in un certo senso, la vita di tutti è enigmatica, e va interpretata, intuita: la scelte che facciamo, le portiamo a termine senza certezze assolute, fidandoci di ciò che ci sembra garantirci bellezza e verità.

Giovanni, però, ci offre anche delle vie di soluzione, che non spiegano tutto e hanno fatto scrivere e discutere moltissimo, ma che se sono seguite nel loro contesto e nel discorso ci svelano abbastanza.

Sul peccato il discorso sembra chiaro: «Perché non credono in me», dice Gesù al versetto 9. Noi abbiamo spesso un’idea molto legalista del peccato, come se coincidesse con la disubbidienza a dei comandamenti. In realtà tutta la Bibbia, soprattutto nel Nuovo Testamento, richiama il fatto che il peccato è innanzitutto l’allontanamento da Dio e la mancata comunione con Lui. Sembrerebbe ovvio, allora, che «il non credere in Gesù» sia un peccato, perché è rifiutare la comunione definitiva offerta dal Padre attraverso di Lui. Ma anche il rifiuto dei fratelli che credono in Gesù e la loro espulsione dalle sinagoghe nella presunzione di interpretare la volontà divina, è peccato e segno di un comportamento che dimostra la non conoscenza del Padre (v. 3). La pretesa di accusare il peccato negli altri ci svela come peccatori, non in comunione con il Dio che vorremmo difendere, ma non conosciamo.

L’accenno alla giustizia, poi, potrebbe suonarci del tutto incomprensibile, e invece è proprio quello che ci aiuta a cogliere al meglio l’opera dello Spirito come la presenta Gesù: «Perché vado al Padre e non mi vedrete più» (v. 10). Che c’entra? Se pensiamo alla giustizia come adeguamento alle leggi, in effetti non sembra proprio entrarci niente. Ma, secondo la tradizione biblica, la «giustizia» è piuttosto la corrispondenza a relazioni corrette, sane, impostate bene. Giustizia è la visione del mondo secondo il piano di Dio. In questo piano, Gesù non è presente nella storia, nello spazio e nel tempo, è con il Padre. E questo significa che solo lo Spirito può aiutarci a impostare in modo corretto il rapporto con Gesù e con il Padre, i quali, non essendo presenti, non possono essere toccati e interrogati. Ecco lo spazio per l’opera dello Spirito, che può metterci nella relazione «giusta» con il Padre e il Figlio, fatta di affidamento e fiducia.

E questo spiega anche l’accenno al giudizio, il quale non è il pronunciamento di un giudice, ma la sentenza definitiva della storia, di Dio. Se il Padre non abbandona il mondo, vivere seguendo la logica del mondo e non secondo quella divina ci pone al di fuori della speranza di una vita autentica.

Non a caso Gesù insiste sul fatto che tra poco non sarà più visto dai discepoli, i quali, però, poi lo vedranno di nuovo (v. 16). La promessa è quella di riprendersi in mano la relazione con i suoi amici, ma nella realtà di una presenza nuova, non visibile.

Il Padre e la preghiera

Certo il passaggio dalla presenza fisica di Gesù a quella dello Spirito si sente ed è impegnativo, porterà però a una pienezza di vita simile a quella che si sperimenta al momento del parto per venire al mondo (v. 21).

La condizione alla quale i credenti sono introdotti è quella della vita normale delle persone, nella quale il rapporto con Dio passa da elementi non controllabili, non oggettivi. Non è il parlare a tu per tu con una persona, ma è una preghiera che da una parte è sfuggente ma dall’altra è sempre disponibile.

Il dilemma di fondo dell’essere umano, in effetti, è cogliere se «dall’altra parte» ci sia qualcuno che ascolta. Molto spesso la spiritualità si esprime tramite mediatori che consentano alle preghiere di arrivare al creatore, come se avessimo bisogno di qualche prova concreta per fidarci. È quello che alcuni settori della fede ebraica cercavano negli angeli e che a volte anche noi vediamo nei santi intercessori.

Gesù però è chiaro: sostiene che ci verrà dato ciò che chiederemo al Padre nel nome, con l’annotazione che fino a ora i discepoli non l’hanno fatto.

Qui potremmo anche offenderci, perché a chiunque di noi è successo di pregare senza ottenere nulla. Gesù precisa, però, «nel mio nome» (v. 23). Se questo significasse che basta intestare la domanda a Gesù, ci troveremmo di fronte a un padrino mafioso, che vuole la raccomandazione per farci un favore.

Quando ci presentiamo a qualcuno dicendo che ci ha mandati un amico, non usiamo quella indicazione come trucco per essere trattati meglio degli altri, bensì come presentazione: «Sono amico di Tizio, che è amico tuo, vogliamo le stesse cose, ragioniamo in modi simili, ci vogliamo bene: siamo quindi in sintonia anche io e te». Presentare richieste «in nome di Gesù» significa anche farlo come lo farebbe Gesù, con la stessa logica di fiducia e di dono di sé, con lo stesso sguardo appassionato e innamorato sul mondo.

Ma subito dopo Gesù è ancora più diretto. «Non vi dico che intercederò per voi presso il Padre, perché lui stesso vi ama» (vv. 26-27). Non c’è bisogno di pizzini o raccomandazioni. Gesù è il volto del Padre, ci mostra l’amore di cui ci ama il Padre. Il processo di svelamento è completo.
Ecco, allora, la ragione della reazione dei discepoli che a prima vista ci potrebbe sembrare incongrua: «Stavolta parli apertamente» (v. 29).

In realtà, anche in questo capitolo Gesù ha usato immagini, evocazioni. Ma è arrivato al punto: Egli vivrà con il Padre, dopo la risurrezione, però noi non siamo lasciati soli, abbiamo chi ci comprende, perché Gesù è stato uomo come noi. E, proprio perché non è con noi, ci lascia lo Spirito paraclito per continuare ad accompagnaci. Ed è proprio quell’uomo e Signore che ci dice che che ci possiamo fidare del Padre con la stessa tranquillità con cui ci fidiamo di Lui, e che il Padre ci ama come ci ama Lui. Sulla croce è come se ci fosse anche il Padre. L’amore visibile in Gesù è quello invisibile del Padre.

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 19 – continua)




Incontro al volto

Ecco il tuo volto: soglia tra la tua vita e il mondo.
Ecco il mio corpo: tempo amato,
custodito dall’amore che non muore.
Ecco il volto dell’altro: volto prossimo,
soglia tra il tuo mondo e il suo.
Volto al quale aprire il tuo, e il mio nel tuo.

Ascoltami. Non nascondermi il tuo volto.
La tua vita mi è cara. È preziosa ai miei occhi.
Il mio cuore abita in te, perché là dove sta
il mio tesoro, sta anche il mio cuore (Mt 6,21).
E tu sei il mio tesoro.

E se tu sei il mio tesoro, e se il prossimo è il tuo tesoro,
allora io sono nel suo cuore, perché sono nel tuo, e il tuo è nel suo.
Se il nostro tesoro, poi, è il Padre,
il nostro cuore dimora in Lui, e il suo cuore riposa in tutti.

Così è il missionario, semplicemente:
incontra la vita dell’altro e pone sulla soglia
il proprio cuore abitato da Dio.

In questo ottobre in cui ricorre l’anniversario della canonizzazione di san Giuseppe Allamano,
padre di missionarie e missionari, mettiamoci in cerca dei volti prossimi. Il nostro, il Suo, i loro.
Buon mese missionario da amico
Luca Lorusso

Indice:

Bibbia on the road: Inni crstologici /6

Parole di corsa: Non possiamo dare altro che Dio

Amico Mondo: Dilexit nos. Amore per amore

https://amico.rivistamissioniconsolata.it/



Onu, un 80° compleanno mesto

Il 24 ottobre ricorre l’ottantesimo anniversario   del Trattato che ha istituito l’Organizzazione delle  Nazioni Unite. Ma le celebrazioni, più che una festa,  si stanno rivelando un’occasione per ripensare il ruolo dell’Onu ed evitarne l’irrilevanza.

Il compleanno delle Nazioni Unite ha una torta con molte candeline, che minaccia di farsi sempre più piccola e con gli amici della prima ora che non sembrano avere molta voglia di presentarsi alla festa.
Per i suoi ottant’anni, infatti, l’Onu sta affrontando progetti di riforme radicali e tagli alla spesa, grossi ritardi nei contributi finanziari da parte degli Stati membri e, più in generale, molte domande su come conservare un minimo di rilevanza in un mondo che fatica a rispettare le regole che si era dato a metà del Novecento.

Queste scelte derivano in larga parte dalle decisioni dell’amministrazione Usa guidata dal Presidente Donald J. Trump, che pare intenzionata a ridurre molto la propria quota di contributo all’organizzazione, pari, finora, a circa un quarto del budget totale.

Usa, ieri fondatori, oggi affondatori?

Gli Stati Uniti erano stati i principali e più convinti fondatori dell’Onu. L’Organizzazione è infatti nata nel 1945 su iniziativa dei Paesi vincitori della Seconda guerra mondiale e, in particolare, di quattro potenze patrocinanti, cioè Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Regno Unito. Dopo la conferenza di Jalta del febbraio 1945, in cui i leader di Usa, Regno Unito e Urss avevano discusso l’ordine mondiale post-bellico, gli stessi Paesi convocarono la Conferenza delle Nazioni Unite sull’organizzazione internazionale. Il termine «Nazioni Unite» fu proposto dall’allora presidente Usa Franklin Delano Roosevelt già anni prima, e utilizzato per la prima volta nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, firmata a Washington il 1° gennaio 1942 da 26 Paesi per sancire la loro decisione di cooperare per vincere la guerra contro le potenze dell’Asse, cioè Germania, Italia, Giappone e i loro alleati.

Alcune di queste agenzie esistevano già da molto tempo: l’Unione internazionale delle Telecomunicazioni (Itu), ad esempio, era stata fondata a Parigi nel 1865 e compie quindi 160 anni. Altri organi, come l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), erano un’eredità della Società delle Nazioni, ente precursore dell’Onu fondato dopo la Prima guerra mondiale, mentre le istituzioni finanziarie – Banca mondiale e Fondo monetario internazionale – e l’Unesco, l’agenzia che si occupa di cooperazione nell’ambito educativo, scientifico e culturale, nacquero insieme all’Onu fra il 1944 e il 1945. Altri organi sono poi sorti per iniziativa della stessa Onu: ad esempio, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms/Who), nel 1948, l’Unhcr nel 1950, l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica – Aiea/Iaea nel 1957.

Palo della pace all’Unep a Gigiri, Nairobi (foto The Seed)

Il sistema Onu e i suoi costi

Secondo le statistiche ufficiali della stessa Onu, nel 2023 – anno più recente disponibile – l’organizzazione@ ha speso circa 68,5 miliardi di dollari. Una cifra, per dare una misura, pari a due volte il valore delle risorse stanziate con la legge di bilancio italiana nel 2024, o a una volta e mezzo l’importo pagato da Elon Musk per comprare il social network Twitter. Di questi 68,5 miliardi di dollari, la fetta più grossa (44%) è andata all’assistenza umanitaria, seguita da quella destinata all’assistenza allo sviluppo (30%), mentre le operazioni di pace sono al 12%. Stessa quota per le spese rivolte alla realizzazione dell’agenda globale e all’assistenza specializzata, attività cioè che affrontano sfide globali o regionali senza un collegamento diretto con le altre tre funzioni. I principali beneficiari sono l’Africa, dove l’Onu spende ogni anno circa 24 miliardi (35%), e l’Asia (18 miliardi, 27%), seguiti dalle Americhe (4,7 miliardi, 7%), l’Europa (4,4 miliardi, 6,5%) e l’Oceania (507 milioni, 0,7%), mentre il restante 23% (16 miliardi) va a interventi globali o interregionali.

Soldi spesi bene?

Per farsi un’idea del lavoro svolto dalle Nazioni Unite in questi 80 anni, Mugnanini ripercorre i premi Nobel per la Pace assegnati ad agenzie o funzionari Onu: un esercizio che aiuta a distinguere meglio il ruolo dell’organizzazione come specchio del mondo (mirror of the world). Nel 1950, il Nobel andò al diplomatico Ralph J. Bunche che, per conto dell’Onu, aveva mediato le prime fasi del conflitto fra Israele e i suoi vicini, arrivando agli armistizi con Egitto, Libano, Giordania e Siria. Il Nobel del 1954 andò invece all’Unhcr, nato quattro anni prima per aiutare i milioni di sfollati della Seconda guerra mondiale. Nel 1961 fu la volta del premio, postumo, a Dag Hammarskjöld, segretario generale Onu dal 1953 al 1961, morto a Ndola, nell’attuale Zambia, mentre conduceva delicati negoziati per risolvere la crisi in Congo, cruciale (e brutale) banco di prova sia della decolonizzazione che del confronto Est-Ovest.

Negli anni Sessanta, epoca di lotte e profondi cambiamenti sociali, il premio andò nel 1965 all’Unicef, agenzia Onu per l’infanzia, e nel 1969 all’Ilo, che promuove i diritti fondamentali nel lavoro. Nel 1981 fu di nuovo l’Unhcr a ricevere il Nobel, stavolta per l’assistenza ai rifugiati delle guerre in Africa e Asia, mentre nel 1988 fu assegnato alle Forze di peacekeeping delle Nazioni Unite per il loro ruolo nel ridurre le tensioni nei luoghi di guerra. Nel 2001, il comitato per il Nobel volle sottolineare la fine della Guerra fredda e rafforzare il ruolo del multilateralismo nel nuovo ordine mondiale assegnando il premio alla stessa Onu e al suo segretario generale, Kofi Annan, mentre nel 2005 fu la volta dell’Aiea e del suo direttore, Mohamed El Baradei. Erano gli anni della guerra preventiva, e non autorizzata dal Consiglio di sicurezza, con cui Usa e Regno Unito colpirono l’Iraq di Saddam Hussein e, sia l’Aiea che il segretario generale Annan, si scontrarono duramente con i governi americano e inglese: «Nel suo ruolo di garante del regime di non proliferazione nucleare», scrive ancora Mugnaini, «la Aiea non aveva concordato con la richiesta statunitense di affermare che l’Iraq avesse ripreso il suo programma nucleare militare, posizione quella dell’Aiea che si rivelò poi essere corretta».

Nel 2007, a ricevere il premio fu il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – Ipcc) insieme all’ex vicepresidente Usa Al Gore, per lo sforzo di aumentare la conoscenza sul cambiamento climatico e gettare le basi per le future soluzioni. Infine, nel 2020 è stato il Programma alimentare mondiale (Wfp) a ottenere il riconoscimento: l’agenzia è la più grande organizzazione umanitaria mondiale e nel 2024 ha nutrito 124 milioni di persone, di cui 90 milioni con assistenza di emergenza.

Ma questi esempi di incisività, o almeno partecipazione attiva, delle Nazioni unite alla politica internazionale non esauriscono il suo operato: insuccessi come l’incapacità di prevenire il genocidio in Rwanda, nel 1994 (800mila vittime), e quello a Srbrenica, in Bosnia, nel 1995 (8mila vittime), sono fra gli esempi più citati nelle analisi dei fallimenti nell’ambito che costituisce uno dei pilastri dell’organizzazione, cioè la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionale.

Consiglio di sicurezza dell’Onu, agosto 2025 (Un photo / Loey Felipe)

Un Consiglio di sicurezza bloccato

Guardiano di questo pilastro è uno degli organi principali delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza. La sua attuale composizione – cinque membri permanenti con diritto di veto e dieci membri eletti a rotazione per due anni – è ritenuta anacronistica da molti studiosi e dalla maggioranza degli stati membri dell’Onu, e l’inefficacia dimostrata di recente nel reagire all’invasione russa dell’Ucraina e al massacro compiuto da Israele a Gaza non hanno fatto che evidenziare questo stato di cose.

La prima iniziativa dell’Assemblea generale per avviare una riforma del Consiglio risale al 1992, ma oltre trent’anni di negoziazioni non hanno portato alcun risultato concreto, e le tre principali posizioni in campo continuano a creare uno stallo. La prima, del blocco cosiddetto G4 – Germania, Giappone, Brasile e India – chiede per i quattro Paesi lo stesso status dei cinque membri permanenti, anche se è flessibile circa il potere di veto, ed è favorevole all’assegnazione di due seggi permanenti all’Africa. Il secondo blocco, la coalizione Uniting for consensus (Ufc), guidata dai rivali regionali del G4 (tra cui Argentina, Messico, Italia, Polonia, Pakistan, Corea del Sud e Turchia) chiede l’aumento dei membri eletti da dieci a venti per ottenere un Consiglio egualitario e rappresentativo. Il terzo blocco è l’Unione africana, i cui 54 membri insistono affinché al continente vengano dati due seggi permanenti con diritto di veto e almeno tre seggi non permanenti in più, forti del fatto che la metà delle riunioni del Consiglio e circa il 70% delle sue risoluzioni riguardano questioni africane.

Quanto ai membri permanenti, i cosiddetti P5, la loro strategia è ostacolare il processo di riforma. Tutti vogliono mantenere il proprio seggio permanente e il diritto di veto, ma le loro posizioni sulla riforma del Consiglio sono diverse. La Russia è scettica sull’aggiunta di seggi permanenti e vuole evitare di indebolire il proprio status globale. Nemmeno la Cina vuole nuovi membri permanenti, mostrando particolare ostilità verso le aspirazioni dei rivali regionali nel G4, India e Giappone, ma sostiene, con l’Ufc, l’aggiunta di un massimo di dieci membri eletti. Inoltre, Pechino si oppone all’adozione di un testo che faccia da base per il negoziato, introducendo un ulteriore elemento di impasse.

Truppe della Monusco nella provincia dell’Ituri in Congo Rd (Un photo / Jorkim Jothan Pituwa)

Le riforme degli altri pilastri

Ma, al di là delle scelte specifiche sulle singole agenzie, il documento fa emergere un generale bisogno di razionalizzazione: fa infatti riferimento a «mandati sovrapposti» – un mandato in ambito Onu è la decisione che conferisce a un organismo l’autorità di svolgere le proprie funzioni, ad esempio la fondazione di un ufficio o la creazione di una commissione d’inchiesta – a un «uso inefficiente delle risorse»,  alla «frammentazione e duplicazione» e a un eccessivo numero di posizioni dirigenziali.

Chiara Giovetti

Riunione dellUnep a Nairobi (foto The Seed)



Minoranza in dialogo

La missione in un’area dove i cristiani sono il 3% della popolazione porta con sé diverse sfide. Se si aggiungono la povertà di mezzi e l’isolamento, il lavoro si fa duro. Ma è quello che dà più senso a una presenza.

La presenza dei Missionari della Consolata in Costa d’Avorio inizia nel 1996 e si concretizza con due zone di missione piuttosto diverse.

La prima, a Sud, a San Pedro, dove tutto è cominciato, è a maggioranza cristiana. La seconda, a Nord, nella diocesi di Odienné, dove l’istituto è presente dal 2001, prima nella parrocchia di Dianra, e poi, l’anno successivo, in quella di Marandallah. Quest’area, che confina con il Mali e il Burkina Faso, è a maggioranza musulmana. Qui si aprono sfide specifiche dovute al contesto.

«La missione nel Nord della Costa d’Avorio ha un senso profondo per tre motivi – ci dice padre Stefano Camerlengo, missionario a Dianra village -. La missione come incontro, come relazione, in questa zona si manifesta nell’essere “minoranza”.

Pur essendo missionari, e quindi con il dovere di essere in prima linea là dove non si conosce il Vangelo, ho constatato che la maggior parte dei Paesi nei quali siamo presenti in Africa sono a maggioranza cristiana, o comunque dove i cristiani sono in gran numero. Qui, nel Nord della Costa d’Avorio, invece, ti rendi conto di essere minoranza. Quindi, innanzitutto, sei privo di particolari privilegi. 

Inoltre, qui lavoriamo con un piccolo gruppo di persone, che è piuttosto stabile. Qualcuno muore, uno nuovo può arrivare, ma di base la comunità è sempre la stessa, senza la pretesa di avere delle folle». Padre Stefano continua: «Essendo un gruppo stabile, poi, è anche fragile, perché è tutto in mano a poche persone (catechisti e agli animatori), che sono anche i più intraprendenti. Questo fatto, però, genera precarietà».

«Devo aggiungere che, per fortuna, in questo periodo storico, nonostante siamo solo il 3% della popolazione nella diocesi di Odienné, noi cristiani non siamo maltrattati».

Povertà in periferia

Il secondo elemento, che per padre Stefano da un senso profondo alla missione nella sua zona, è la condizione di povertà di mezzi e di servizi: «Qui ci sentiamo “periferia”. È presente una povertà che chiamerei atavica. Nella nostra area ci sono villaggi nella stessa situazione in cui erano trenta o quaranta anni fa. Non è arrivata l’elettricità, tanto meno la strada asfaltata. Durante la stagione delle piogge spostarsi diventa molto complicato. Inoltre, come mezzi di trasporto, le persone possono contare al massimo su un motorino cinese. Poi mancano i servizi, ad esempio quelli sanitari. La nostra area di intervento è grande come la regione Marche, ma c’è un unico ospedale con il reparto odontoiatrico. Per farsi curare i denti, la gente deve fare due giorni di cammino, oppure usare i mezzi pubblici che non arrivano.

Allo stesso tempo però, a livello generale, il Paese sta crescendo, aumenta la ricchezza, ma questa tocca pochi e solo in città. Non nelle nostre zone. In questo senso, ci sentiamo periferia».

Un altro aspetto, molto importante, e legato al primo punto, è quello del «dialogo interreligioso».

Continua padre Stefano: «Un elemento motivante nello stare qui è il fatto di poter intavolare il dialogo interreligioso. Intanto dobbiamo partire dal presupposto che questo interessa solo a noi, e non agli altri, perché è insito nel nostro stile, nel Vangelo. Per realizzarlo dobbiamo creare delle occasioni. Ma per un dialogo a livello di dottrina, a livello teologico, intellettuale, qui non abbiamo le basi, neppure linguistiche. Per noi, si tratta piuttosto di un dialogo nel quotidiano, del vivere insieme. Ci si invita alle feste religiose reciprocamente. Ci sono anche dei momenti convocati dal governo locale. Quando c’è una festa nazionale o un incontro organizzativo, il prefetto, o il sindaco, invita tutti i responsabili religiosi. Tutti partecipiamo e cerchiamo insieme di migliorare il nostro ambiente di vita comune.

Ad esempio, abbiamo fatto alcune riunioni sulle elezioni che si terranno a breve (a ottobre, ndr). Ogni incontro, anche se in ambito civile, inizia e finisce con una preghiera. Quella iniziale chiedono sempre a me di farla, mentre quella finale la predica un imam. Poi il prefetto ci invita a pranzo, e c’è sempre il posto riservato alle autorità religiose».

Anche questo, dunque, è un dialogo fatto di relazioni quotidiane. «Se ci sono dei progetti per il bene comune, cerchiamo ci coinvolgere tutti. Come parrocchia, abbiamo, ad esempio, acquistato un trasformatore per stabilizzare la corrente elettrica, e abbiamo coinvolto tutti».

Esiste inoltre un protocollo di comportamento: «Quando vado a visitare una delle nostre comunità in un villaggio, appena arrivato vado dal capo villaggio, poi dall’imam e, infine, posso riunirmi con i fedeli a pregare».

Analfabetismo

Padre Stefano porta l’attenzione su un’altra questione: «Nella missione di Maradallah il presidente del nostro consiglio pastorale è poligamo. È l’unico che sa leggere e parlare in francese, quindi è necessario. Qui l’analfabetismo è ancora molto diffuso. I nostri catechisti non sanno leggere, allora imparano tutto a memoria. Talvolta diventa difficile fare passare i messaggi. Ad esempio, non tutti sono in grado di usare i programmi di messaggistica sul telefono. Quelli che di solito ci aiutano non sanno farlo. Quindi, non è facile organizzarsi».

Grandi sconvolgimenti

Padre Stefano ha una nuova preoccupazione per la sua zona di missione. Recentemente è stato scoperto un grande giacimento d’oro per la quale è stata data la concessione a una società canadese: «Sono già presenti e stanno costruendo alcuni impianti. Arriveranno strade, elettricità. Il prefetto mi ha chiesto di calmare la gente. Ci sono villaggi che saranno spostati, perché sotto di essi si trova l’oro. Una strada dovrebbe passare attraverso a una foresta che è sacra, secondo le credenze locali. Quindi la gente non vuole e ha bloccato i lavori. Inoltre, quando un abitante di un villaggio riceve l’indennizzo per il suo terreno, non è in grado di gestire una quantità di denaro mai vista prima, e rapidamente viene persa. La compagnia mineraria farà qualche dispensario e qualche scuola, il che è un bene. Però arriveranno anche avventurieri da ogni dove. Insomma, sarà tempo di grandi sconvolgimenti».

E chiude: «Quando lavori in questo contesto vedi proprio la fatica del quotidiano. E questo dà senso alla tua missione. Qui diciamo: Tutto è un problema, d’altra parte si troverà una soluzione, prima o poi». Però è dura.

Marco Bello




Questione di pelle

La nostra epidermide subisce aggressioni quotidiane, a cominciare dai raggi solari. Per proteggerla dal melanoma e dagli altri tumori, possiamo fare molto tramite la prevenzione.

Da anni viene osservato un aumento dell’incidenza del melanoma, un tumore maligno della pelle particolarmente aggressivo. In Italia, si stimano ogni anno circa 15-20 nuovi casi ogni 100mila abitanti, incidenza analoga a quella degli Stati Uniti. Altre regioni del mondo con elevata incidenza di melanoma sono l’Australia, la Nuova Zelanda e l’Europa, soprattutto del Nord. Questo tumore è, infatti, più comune tra le persone con carnagione chiara e frequente esposizione ai raggi ultravioletti (Uv). Il melanoma prende origine dai melanociti, le cellule localizzate nello strato basale dell’epidermide, distribuite tra i cheratinociti (le cellule più numerose dell’epidermide, di cui costituiscono i cinque strati, che dal più profondo al più superficiale costituiscono lo strato basale, lo spinoso, il granuloso, il liscio e il corneo) e responsabili della produzione della melanina, il pigmento che protegge la nostra pelle dai danni prodotti dai raggi ultravioletti ed è il principale responsabile della sua colorazione.

Aggressivo e maligno

Oltre a essere presenti nella cute, i melanociti si trovano anche nei nevi (termine scientifico per nei), nelle mucose, nei bulbi piliferi, nei follicoli dei capelli e in sedi extracutanee come occhio (iride), meningi e orecchio interno. Questo comporta che, pur essendo la maggioranza dei melanomi in sede cutanea, tuttavia, si verificano anche sporadici casi di melanoma in altre sedi, come l’uvea dell’occhio, le mucose dell’apparato gastrointestinale, di quello respiratorio e di quello urogenitale. Raramente vengono diagnosticati melanomi a «sede primaria ignota» (ovvero la cui origine nel corpo non è stata identificata). Pur rappresentando una piccola percentuale (circa il 5-6% di tutti i tumori che colpiscono la pelle), il melanoma è sicuramente il più aggressivo ed è quello con il più alto tasso di mortalità (negli Stati Uniti il melanoma è la causa di circa il 75% dei decessi per tumore cutaneo). Diversamente da altri tumori, il melanoma ha un meccanismo genetico particolare che lo rende notevolmente maligno e capace di dare metastasi a distanza nel giro di brevissimo tempo, già dopo circa sei settimane.

Alcuni ricercatori del Whitehead institute for biomedical research di Boston hanno infatti scoperto che, a differenza di altri tumori maligni, nel caso del melanoma, i melanociti trasformati in cellule cancerose sono in grado di risvegliare un processo cellulare dormiente, che consente loro di arrivare rapidamente in altre parti del corpo.

In particolare, i melanociti cancerosi sono in grado di riattivare un gene chiamato Slug, che solitamente è attivo nelle cellule della cresta neurale della fase embrionale, ma non nelle cellule adulte. Questo gene, durante la vita embrionale, consente alle cellule della cresta neurale di viaggiare per il corpo allo scopo di insediarsi nei distretti di loro competenza. Riattivando lo Slug, le cellule del melanoma riescono così a diffondersi molto più rapidamente degli altri tumori, che normalmente possono impiegare anni per dare metastasi. Questo ci fa capire come la prevenzione, che è fondamentale per ogni tipo di tumore, nel caso del melanoma sia ancora più necessaria.

Fattori di rischio e prevenzione

Occorre sempre prestare attenzione alla propria epidermide. Foto Valeria Smirnova-Unsplash.

Per prevenzione non si intende solo la necessità di sottoporsi periodicamente a visite mediche e test diagnostici, ma l’attuazione di comportamenti che mirano a prevenire l’insorgenza del tumore. Innanzitutto, bisogna conoscere quali sono i fattori di rischio del melanoma, che sono il fototipo chiaro della pelle, l’esposizione intensa e prolungata ai raggi Uv, la storia familiare di melanoma e la presenza di numerosi nevi o di nevi atipici.

Per quanto riguarda le popolazioni con pelle chiara, queste sono molto più sensibili all’azione dei raggi Uv, sia di tipo A che B, che possono arrecare alla pelle diversi danni tra cui il melanoma.

La pelle chiara è un fattore di rischio per il melanoma poiché contiene melanina in quantità e qualità diverse rispetto alla pelle scura (vedere riquadro).

Secondo alcune fonti, le popolazioni di pelle bianca (caucasiche) sarebbero 20 volte più a rischio di sviluppare un mela-

noma rispetto alle popolazioni con pelle scura.

Tuttavia, è importante tenere presente che, sporadicamente, il melanoma può colpire anche persone con la pelle scura. In questo caso, spesso si manifesta in modo più aggressivo e la mortalità può essere più elevata a causa di una diagnosi più tardiva. Inoltre esso può insorgere in aree meno esposte al sole, come la pianta dei piedi, il palmo delle mani, le mucose orali e genitali o in altre parti del corpo non facilmente visibili. È necessario, quindi, che anche le persone di pelle scura, sebbene più protette da una maggiore quantità di melanina, prestino attenzione ai segnali d’allarme come nuovi nei sulla pelle o modifiche di nevi preesistenti. Anche nel loro caso, per una diagnosi precoce, sono fondamentali sia l’autoesame della pelle e delle mucose, sia l’esame dermatologico regolare.

L’esposizione al sole

I danni che i raggi Uv possono causare alla pelle sono molteplici: ci sono i danni sulla superficie della pelle come le scottature causate dalla prolungata esposizione agli Uvb (Uv di tipo b), che sono responsabili dell’infiammazione e dell’arrossamento cutaneo, nonché del dolore e della desquamazione, cioè della perdita temporanea della pelle danneggiata. Abbiamo poi l’invecchiamento precoce della pelle, o fotoinvecchiamento, causato dagli Uva (Uv di tipo a) capaci di penetrare in profondità nella pelle, causando rilassamento, distruzione dell’elastina (una proteina del derma) con perdita dell’elasticità cutanea, formazione di rughe e macchie solari (solitamente di colore bruno) o di melasma, cioè discromie della pelle presenti in alcune persone soggette a esposizioni continue. Può verificarsi una depressione immunitaria, in quanto l’esposizione eccessiva ai raggi Uv può indebolire le difese immunitarie della pelle, riducendo la capacità di rispondere a infezioni o tumori cutanei. Infine, può essere danneggiato il Dna cellulare, con la possibilità che si formino cellule precancerose, che possono dare origine ai carcinomi basocellulare e spinocellulare e al melanoma.

Uomini e donne

Per quanto riguarda la distribuzione del melanoma tra i due generi, si è osservata una maggiore probabilità di sviluppare il tumore negli uomini, che secondo recenti studi hanno una probabilità su 58 di avere un melanoma nel proprio arco vitale, rispetto alle donne che hanno una probabilità su 82. Pare che questa maggiore probabilità presente nel genere maschile sia correlata ad un gene chiamato Braf contenente diversi siti di variazione naturale e che, soprattutto per gli uomini, le mutazioni di questo gene siano associate a un maggiore rischio di sviluppare il tumore. In particolare, gli uomini tendono a sviluppare il melanoma più frequentemente e in età più avanzata e inoltre le aree più colpite negli uomini risultano essere il tronco e la testa, soprattutto il viso e il cuoio capelluto. Le donne, invece, sviluppano il melanoma in età più precoce con maggiore incidenza sulle gambe e sulle braccia. Peraltro le donne tendono ad adottare comportamenti più precoci di autoesame della pelle.

Riguardo alle fasce d’età di maggiore incidenza del melanoma, sicuramente esso è più diffuso negli adulti, specialmente tra i 50 e i 70 anni, ma ultimamente si sta osservando un aumento di questo tumore tra i giovani. Il melanoma è molto raro nei bambini, rappresentando meno dello 0,1% di tutti i tipi di tumori della pelle in questa fascia d’età, tuttavia può essere più aggressivo.

Il principale fattore di rischio per il melanoma in tutte le età e in entrambi i sessi è rappresentato dall’esposizione ai raggi Uv sia solari, che artificiali. Si è visto che spesso le persone che hanno sviluppato un melanoma in età adulta avevano subito scottature da esposizione al sole nell’infanzia. Inoltre, ove sia già presente il melanoma, le insolazioni possono favorire la diffusione delle metastasi.

La presenza dei nei

Un altro importante fattore di rischio è la presenza di nevi congeniti (soprattutto di grandi dimensioni) o di nevi atipici. Tutti abbiamo qualche neo. Una buona misura di precauzione è quella di sottoporsi a una visita dermatologica con mappatura dei nei almeno una volta, ma da ripetersi periodicamente per non correre rischi inutili, qualora esistano i presupposti. Ad esempio, le persone con più di 100 nevi (di ogni dimensione) sono più a rischio di melanoma. Quindi, è meglio che si sottopongano a visite periodiche. È molto importante però che noi stessi prestiamo attenzione alla comparsa di nuove macchie cutanee e alle possibili variazioni nell’aspetto dei nei, facendoci aiutare da un familiare per quelli che non riusciamo a vedere direttamente. Nell’autoesame non dobbiamo trascurare le mucose orali e genitali e le unghie. In quest’ultimo caso, se si è formato un melanoma sotto un’unghia, non sempre ha l’aspetto di una macchia rotondeggiante, ma può anche presentarsi sotto forma di striscia scura, disposta secondo la lunghezza dell’unghia.

Le terapie

Fino a una quindicina di anni fa, l’aspettativa di vita media per le forme avanzate di melanoma era molto breve, di circa 9 mesi, nonostante la chirurgia seguita da terapie sistemiche come la chemioterapia o mirate come la radioterapia. Quindi, per avere una prognosi favorevole era indispensabile individuare la presenza del tumore al suo stadio iniziale. Attualmente la situazione è migliorata, grazie all’introduzione, a partire dal 2011, dell’immunoterapia come trattamento di cura innovativo, che permette una gestione del melanoma metastatico come una malattia cronica, con un notevole miglioramento della sopravvivenza a lungo termine. I primi farmaci di questo tipo sono stati gli inibitori del checkpoint immunitario, che stimolano il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule tumorali, bloccando specifiche proteine. Oltre a questi, attualmente si usano anche delle terapie mirate (targeted therapy) per melanomi che presentano mutazioni specifiche come quelle dell’oncogene Braf (più del 50% dei melanomi). Sebbene le nuove terapie suddette permettano migliori risultati nella cura del melanoma, tuttavia è fondamentale la nostra attenzione a tutte le novità che possono comparire sulla nostra pelle. È altresì essenziale che il paziente, seppure animato da buona intraprendenza nel sottoporsi alle visite, non resti intrappolato nelle lunghe liste d’attesa, che – purtroppo – ormai caratterizzano molte strutture sanitarie pubbliche.

Rosanna Novara Topino

Gli altri

Gli altri tumori cutanei sono quelli che prendono origine dai cheratinociti. In particolare, l’epitelioma basocellulare, che si origina nei cheratinociti dello strato basale dell’epidermide, e l’epitelioma spinocellulare, che prende origine dai cheratinociti degli strati superiori. L’epitelioma basocellulare è a bassa malignità, poiché tende a rimanere in loco, senza dare metastasi, quindi è facilmente curabile, mentre quello spinocellulare è a più elevata malignità, perché tende a dare metastasi come il melanoma, sebbene meno rapidamente.
Di norma, una metastasi si manifesta dopo una lunga serie di passaggi, in cui le cellule tumorali prima invadono i tessuti vicini, poi arrivano ai linfonodi locoregionali attraverso il circolo linfatico, poi migrano nel flusso ematico fino a raggiungere un sito distante dove formano nuove colonie. (RNT)

La melanina

La melanina, il pigmento che protegge dall’azione dei raggi Uv, esiste in due varianti: la eumelanina e la feomelanina. La eumelanina si trova in quantità più elevata nella pelle scura e offre una maggiore protezione dai raggi Uv. È il tipo di melanina più comune e si presenta sotto forma di granuli per lo più rigidi e sferici o allungati. Quelli più sferici associati ai colori più scuri della pelle, mentre quelli più allungati sono tipici dei colori un po’ più chiari come il marrone. La feomelanina si trova, invece, in maggiore concentrazione nelle persone con capelli rossi o biondi e occhi chiari ed è meno efficace nel proteggere dai raggi Uv. Il colore della pelle, dei capelli e degli occhi (iride) è dato dalla proporzione tra i due tipi di melanina. La produzione e la distribuzione dei granuli di melanina dipendono dalle caratteristiche genetiche, da quelle ormonali e dall’esposizione ai raggi Uv, quindi dalla latitudine in cui vive una certa popolazione. (RNT)

I nei: l’autovalutazione

Per l’autovalutazione dei nevi bisogna seguire la regola «Abcde», un metodo d’indagine che chiunque può applicare.

sta per «asimmetria». Generalmente i melanomi si presentano con una forma irregolare e se immaginiamo una linea verticale, che attraversi l’area sospetta, possiamo notare che le due metà sono asimmetriche, mentre in un neo normale sono abbastanza simili;

B  sta per «bordi». Nei melanomi i bordi si presentano irregolari e talvolta persino sfocati, mentre nei nevi normali sono lisci e ben definiti;

significa «colore». I melanomi spesso si presentano di colore scuro come il nero, il marrone o il bluastro, talora con sfumature rosse o rosa. I nevi normali presentano invece un colore uniforme. Un neo che si sta trasformando in melanoma può anche perdere il colore e sbiancarsi, lasciando solo la parte centrale più colorata (aspetto a bersaglio);

D  sta per «dimensioni». Il melanoma tende solitamente a superare i 6 mm di diametro, mentre i nevi normali sono più piccoli, anche se possono esserci delle eccezioni;

E  sta per «evoluzione». Mentre i nevi normali solitamente mantengono lo stesso aspetto (forma, colore e dimensione), i melanomi – invece – tendono a cambiare nel tempo e possono anche ispessirsi formando un nodulo.

Oltre all’aspetto, ci sono altri campanelli d’allarme, che devono insospettirci: un neo che prude, o che risulta arrossato o che improvvisamente sanguina.
È molto importante contattare subito il proprio medico di base o un dermatologo, qualora si notasse la comparsa di una nuova macchia sulla pelle o qualche alterazione tra quelle suddette su un neo preesistente, soprattutto se l’aspetto muta nel giro di qualche settimana. Nel caso del melanoma, lasciare passare del tempo prima della visita medica è una pessima idea, vista la sua grande capacità di metastatizzare in breve tempo. (RNT)

La Carnagione

Le persone di carnagione chiara debbono adottare delle misure di precauzione. In primo luogo bisogna evitare di esporsi al sole nelle ore di massima intensità, tre le 10 e le 16. Inoltre, è necessario l’uso di creme solari ad alta protezione, con Fps (fattore di protezione solare, Spf in inglese) adeguato al proprio fototipo, ricordandosi di rinnovare l’applicazione ogni due ore oppure subito dopo un bagno o in caso di sudorazione intensa e tenendo presente che il numero di Spf indica quante volte più a lungo è possibile esporsi alle radiazioni Uv senza scottarsi, rispetto alla pelle senza protezione. È opportuno indossare protezioni come cappelli, occhiali da sole e indumenti adeguati (possibilmente a trama fitta e di colore scuro, poiché i colori scuri respingono meglio i raggi Uv, mentre quelli chiari ne lasciano passare circa il 30%); è inoltre meglio evitare le abbronzature artificiali. Bisogna – infine – prestare particolare attenzione ai bambini, che sono estremamente sensibili alle scottature. Queste possono danneggiare il Dna cellulare, con possibile trasformazione in senso neoplastico. Poiché il processo di trasformazione tumorale è molto lungo, spesso i pazienti con melanoma hanno una storia di scottature avvenute in età pediatrica. (RNT)

L’Inquinamento e il clima

Perché ultimamente i melanomi sono in aumento? I fattori che hanno portato a questo fenomeno sono molteplici. Negli ultimi 50 anni ci sono stati molti cambiamenti nello stile di vita. Sicuramente è aumentato, rispetto al passato, il tempo trascorso all’aperto, ma anche l’uso delle lampade abbronzanti e il turismo verso località soleggiate. Anche la diffusione di abbigliamento, che lascia scoperte ampie porzioni di pelle può avere contribuito all’aumento dei casi. L’invecchiamento della popolazione porta a un aumento della probabilità di insorgenza di tutti i tumori per diminuzione delle difese immunitarie e quindi anche del melanoma, che è favorito dall’accumulo dei danni alla pelle dovuto all’età.

Oltre ai fattori suddetti, anche l’inquinamento e le modifiche ambientali favoriscono l’insorgenza del melanoma attraverso diversi meccanismi. L’inquinamento atmosferico, ad esempio, può aumentare la quantità di particelle e di sostanze che alterano la normale filtrazione dei raggi Uv solari, contribuendo a una esposizione dannosa alla pelle. Inoltre, alcuni inquinanti atmosferici come Pahs (Polycyclic aromatic hydrocarbons) sono sostanze cancerogene che possono danneggiare il Dna delle cellule della pelle, favorendo alterazioni in senso neoplastico. In particolare, l’inquinamento atmosferico aumenta lo stress ossidativo, generando radicali liberi che possono causare danni genetici alle cellule. Le modifiche ambientali – inoltre – possono portare a modifiche del microbiota della pelle, potenzialmente influenzando la risposta immunitaria e favorendo le condizioni della crescita di cellule neoplastiche. I cambiamenti climatici sicuramente hanno un ruolo importante nell’aumento dei casi, dal momento che i raggi Uv sono classificati come carcinogeni sicuri per l’uomo dalla International agency for research on cancer (Iarc) e da qualche anno stiamo vivendo estati sempre più lunghe. Anche la crescente urbanizzazione può influenzare indirettamente l’aumento del rischio di melanoma, a causa di un’esposizione crescente a fonti d’inquinamento, nonché a un maggiore utilizzo di prodotti chimici.  (RNT)

L’esposizione incontrollata ai raggi solari può favorire l’insorgere del melanoma. Foto Hans-Pixabay.



Il vignaiolo, la vite e i tralci (Gv 15)

Con il procedere del Vangelo, i discorsi di Gesù aumentano in numero e tensione. In particolare, quasi quattro capitoli raccolgono moltissime sue parole pronunciate durante l’ultima Cena.
Ad attirare ancora di più l’attenzione su un momento che tutti i credenti sanno già essere denso, è un stratagemma letterario interessante, utilizzabile solo da uno scrittore che non abbia paura di sembrare incapace.

Alziamo il livello

Il capitolo 14 del Vangelo di Giovanni si chiudeva in modo chiaro, con l’apparente uscita di Gesù e dei discepoli dal cenacolo: «Alzatevi, andiamo via di qui» (Gv 14,31). Dopo di che, però, inizia un lunghissimo discorso del Maestro nel quale, tra l’altro, fatichiamo a cogliere un legame unitario. Ovviamente non sono mancati i commentatori che hanno visto in questo passaggio poco elegante il segno di un intervento sul testo, posteriore alla sua stesura iniziale, con l’aggiunta di un pezzo. Però, tanti altri, anche predicatori antichi, hanno fatto notare che questi testi sono talmente fuori contesto che neanche un bambino ai suoi primi temi li avrebbe lasciati. Dovremmo piuttosto pensare che Giovanni, tutt’altro che sprovveduto, lo abbia fatto apposta affinché noi lettori ci domandassimo per quale motivo il testo è proprio così.

Le risposte a questa domanda, nella storia sono state molte. La maggior parte di esse hanno senso e potrebbero offrirci almeno una parte di verità. Ne scegliamo però solo una delle più convincenti: è probabile che chi ha composto il Vangelo (non ci importa se il primo autore o altri) abbia voluto dirci: «Il discorso di Gesù avrebbe potuto anche finire qui, perché è compiuto, non gli manca niente. Se lo riprendiamo, è perché vogliamo approfondirlo per sottolineare meglio alcune cose, anche con una certa apparente incoerenza. Ma siccome questa aggiunta è voluta, e non ci è semplicemente sfuggita, provate a cogliere il filo rosso che lega tutto».

Un linguaggio da innamorato

L’incoerenza che troviamo nel testo di Giovanni, appare simile a quella dei nostri discorsi, quando trattiamo ciò che ci appassiona. Se, infatti, vogliamo spiegare a qualcuno una cosa da fare o un concetto difficile, o vogliamo convincerlo, quello che facciamo di solito è provare a mettere in ordine preciso e chiaro i vari passaggi da fare, uno dopo l’altro. Se poi iniziamo a parlare di qualcuno o qualcosa che amiamo, che ci appassiona, allora il discorso si fa poetico, intricato, ripetitivo, sognante, procede più per accumulo e a spirale che in ordine logico. Perché un teorema posso chiarirlo, ma il mio amore non sento mai di averlo spiegato abbastanza.

Il linguaggio che Giovanni mette in bocca a Gesù è da amante. Ed è una scelta opportuna, perché il Signore non si limita a chiarire la propria autorità, o temi di dottrina, ma vuole mostrare definitivamente chi è il Padre e chi sono i discepoli. Non parla di teorie, ma di relazioni, e le relazioni più autentiche sono vissute nell’amore.

Mentre leggiamo i densissimi capitoli dal 15 al 17 del Vangelo di Giovanni, dovremmo ricordarci che non siamo di fronte soltanto a un’argomentazione teologica, ma a una poesia d’amore.

La vite autentica (15,1-9)

Il capitolo 15 inizia con un’immagine ben nota, limpida e toccante. «Io sono la vite autentica, il Padre mio il vignaiolo, voi i tralci» (15,1).

Anche se molti di noi non hanno mai potato o vendemmiato, il quadro è talmente nitido che siamo tentati di aggiungerci elementi, di completare l’allegoria.

Gesù è la vite, quella con le radici ben piantate per terra, quel ceppo che pare piccolo rispetto all’intero filare, ma senza il quale la vigna non è vigna. Se si guarda lo splendore dei grappoli si potrebbe anche non capire dove si trovi di preciso la vite madre, ma sappiamo bene che c’è e che senza di essa tutto sarebbe morto.

Sono i tralci che portano i frutti, non la vite, ma senza la vite i tralci non hanno linfa. È Gesù ad andare al cuore delle cose e a distribuire spirito di vita.

Egli è la vite «autentica», vera. Possiamo pensare di poter attingere spirito di vita da tante fonti, molte delle quali si presentano attraenti e generose, e alcune ci possono dare l’impressione, per un certo tempo, di nutrirci abbastanza, ma è Gesù l’unica autentica. Senza di lui, ossia senza il suo stile di rapporto con gli altri e con ciò che lo trascende (il Padre), senza il suo modo di essere uomo, non si vive bene, non si resta nell’autenticità.

Lui è lì, però, perché un contadino lo ha piantato e curato. Chi spiasse una vigna, per la maggior parte del tempo, non vedrebbe il contadino che la accudisce, ma il suo lavoro, che rischiamo di dimenticare, è indispensabile. Non è però un lavoro egocentrico: come il contadino non ha bisogno di sentirsi dire che lavora bene, ma gode nel vedere molti grappoli pieni e sani, così il Padre non cerca la propria gloria, ma che la vigna produca uva.

Con una sola immagine Gesù ha suggerito la propria centralità, la rilevanza assoluta dei tralci che portano frutto (cioè noi), e l’opera umile e discretissima del Padre, che a tutto ha dato origine. Addirittura, lascia intuire che anche ciò che può essere vissuto come una sofferenza e un impoverimento, la potatura, è finalizzata a portare un frutto più abbondante e più buono.

Gesù invita a non staccarsi da lui, ma anche a fidarsi dell’opera buona del Padre, ad avere pazienza. E ad amare, perché a legare il Padre, Gesù e i suoi discepoli è un rapporto di puro e profondo amore (v. 9), che non impone la sua presenza (chi vede la linfa scorrere?) ma è autentico.

Ubbidienti alla legge (15,10-17)

Se leggessimo in modo superficiale questo capitolo, potremmo pensare che dopo le belle parole, dopo la carota, arriva il bastone, l’invito a rispettare la legge.

Le cose, però, non stanno propriamente così: i discepoli devono ubbidire ai comandamenti di Gesù perché anche Gesù ha ubbidito ai comandamenti del Padre. E questi comandamenti, propriamente, sono uno solo, quello di amare. L’amore può essere una scelta (se ci liberiamo dalle semplificazioni romantiche per cui l’amore è soltanto trasporto e farfalle nello stomaco) ma non può essere un ordine. La logica dell’amore, infatti, è quella di volersi liberamente adeguare ai desideri dell’amato per farlo felice. In questo senso ci si può sentire «tenuti» a rispettare certi comportamenti, ma non si può parlare di obbligo di ubbidienza a una legge.

Nel momento in cui lo stesso Gesù si adegua ai comandamenti, cogliamo che non si tratta di ubbidire, ma di affidarsi con fiducia alla volontà di un padre buono. D’altronde, Giovanni insiste su questa dimensione: «Chi ama dà la vita per i suoi amici», «vi comando di amarvi», «non vi chiamo servi ma amici».

Nulla nella dinamica del capitolo o del Vangelo fa pensare che per essere dei buoni cristiani, per mantenersi in comunione con Gesù, sia necessario fare delle cose. Anzi, il gioco è proprio quello: «Vi chiedete che cosa dovete fare per restare in comunione con me? Il mio comandamento c’è, ed è chiaro, ed è semplicemente amare». Anzi, l’insistenza di Gesù non è neppure sull’amare Dio, ma sull’amarsi a vicenda come fratelli e sorelle: il frutto dei tralci (quello di cui si parla al v. 16) è esattamente l’amore reciproco che trae la propria linfa dalla vite che è Gesù.

E gli altri? (15,18-16,3)

L’ultimo passaggio del capitolo non può che far nascere la domanda su coloro che non hanno accolto Gesù e non fanno parte della comunità dei fratelli.

Di loro, del «mondo», come lo chiama l’evangelista, si parla in termini estremamente duri: odiano i discepoli perché odiano Gesù, e lo fanno perché non hanno conosciuto il Padre. Anzi, se non fosse arrivato Gesù, non avrebbero colpa, ma ora non hanno più scuse.

Ancora una volta, a una prima lettura ci sembrerebbe l’approccio di un integralista: noi siamo tutti buoni; gli altri, là fuori, tutti cattivi. Ma anche senza addentrarci in analisi esageratamente raffinate, non possiamo non accorgerci che questa interpretazione sarebbe incoerente con il Gesù dei vangeli, che accoglie chiunque vada a lui anche se non è perfetto, che dona la vita per gli esseri umani. Questo è molto chiaro anche anche nel quarto Vangelo: loda Natanaele che è molto perplesso su di lui, accoglie Nicodemo che lo incontra di notte per paura, compie miracoli anche per chi non crede ancora in lui, perdona l’adultera colta sul fatto, e così via.

Dobbiamo allora sforzarci di entrare nella logica poetica e amante di Giovanni.

Proviamo a pensare all’esempio dei nostri rapporti personali, soprattutto quelli più intensi e affettuosi. Di fronte a un’offerta di amore intenso, totale, pieno, non c’è la possibilità di rispondere a metà, di restare nella condizione di prima, di non esagerare. L’amore pieno si può solo accogliere o rifiutare, non sopporta di restare nello stato intermedio, come se nulla fosse stato detto e proposto.

Un Dio che si offre indifeso, mettendo a disposizione suo Figlio, pronto a dare la vita per l’umanità, non può tollerare una risposta interlocutoria, di chi fa qualcosa ma senza stravolgersi la vita.

E abbiamo esperienza di come proprio l’offerta di un amore così totale può respingere chi vorrebbe tenersi più in superficie, può causare durezza e intolleranza.

E allora, le parole di Gesù non vogliono tanto sostenere che coloro che sono fuori dalla comunità cristiana saranno odiati da Dio (mai si dice questo), quanto che chi non accoglie questa logica d’amore finirà per odiare quel Dio, per rimpiangerne uno severo e rigido, che punisca e resti adirato. E questa falsa immagine di Dio non potrà che spingere l’essere umano all’ira, all’odio. Prima di Gesù forse ci si poteva ancora sbagliare, ma ora, dice lui, non ci sono più scuse, il volto del Padre è chiaro.

Il Padre vuole solo essere amato. Quella è la sua legge, che si estende a tutti (i cristiani si amano e amano l’umanità perché si sentono amati da Dio). E siccome anche lui si muove secondo la legge dell’amore, desidererà essere ricambiato, ma non sarà capace di forzare la mano: l’amore non sopporta costrizioni, altrimenti diventa violenza. E anche il Padre, che ama, è disposto semmai a subire violenza, ma non a farne. Sempre di più quello che Gesù dice e fa ci parla soprattutto di colui che lo ha mandato, per amore dell’umanità.

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 18 – continua)




Dietro i «giochi» delle banche

Dal mondo delle banche arrivano rumori di spade: lotte fra giganti per la supremazia. E poiché ogni tattica è buona pur di raggiungere i propri obiettivi, proprio come succede nel gioco del Risiko, questo è il termine usato ogni volta che si riaccendono le lotte tra banche per il controllo reciproco. Lotte che, paradossalmente, si accentuano quando le banche sentono odore di vacche magre. Com’è il caso del tempo che stiamo vivendo.

Il 2023 e 2024 sono stati anni d’oro per le banche di tutta Europa, Italia compresa. La Banca d’Italia informa che, nel 2023, i profitti lordi del sistema bancario italiano si sono attestati a 45,4 miliardi di euro, il 40% in più rispetto a quelli ottenuti nel 2022. Nel 2024 sono saliti addirittura a 51,5 miliardi di euro.

Dai tassi agli azionisti

La spinta è venuta dall’aumento dei tassi di interesse decretato dalla Banca centrale europea (Bce) come mossa contro l’inflazione. L’operazione, partita nel luglio 2022, ha raggiunto il suo apice nel dicembre 2023 quando il tasso di interesse è stato portato al 4,5%. Una vera mannaia, per famiglie e imprese indebitate, ma un regalo insperato per il sistema bancario, che in Italia ha visto un’impennata degli introiti da interessi del 36% nel 2023. Tanto più che le banche avevano pensato bene di alzare gli interessi applicati sui prestiti, ma di lasciare invariati, ossia prossimi allo zero, quelli applicati sui depositi.

Nel giugno 2024, considerata vinta la lotta contro l’inflazione, la Bce ha deciso di cominciare ad allentare la morsa sui tassi di interesse intervenendo con ripetuti ribassi, fino al 2% del giugno 2025. Con viva preoccupazione del sistema bancario che ha visto svanire la sua gallina dalle uova d’oro. Per questo, vari protagonisti hanno cominciato a darsi da fare per continuare a raccogliere gli stessi profitti, ma da fonti diverse. Con ottimi risultati: a giugno 2025, le prime cinque banche italiane hanno dichiarato il 13,5% di utili in più rispetto a giugno 2024. Utili distribuiti agli azionisti.

Le banche, ieri e oggi

Al giorno d’oggi, le banche sono qualcosa di più dei vecchi intermediari che raccoglievano risparmio per passarlo a chi era in cerca di prestiti.

Le banche moderne sono macchine finanziarie che usano canali molto più ampi per fare soldi attraverso i soldi. Lo dimostra tutto quel flusso di introiti che va sotto il nome di commissioni, cioè soldi incassati per i servizi più vari: la gestione dei conti corrente, i pagamenti tramite carta elettronica, la compravendita di titoli, le assicurazioni sulle esportazioni e molto altro. Voci di entrata che, nel 2023-2024, hanno rappresentato un terzo degli introiti bancari, che però erano attorno al 40% negli anni precedenti, quando i tassi di interesse erano bassi. Questo spiega perché molte banche hanno intrecci proprietari con il mondo assicurativo mentre anche le più piccole si sono dotate di «società di gestione del risparmio» (Sgr) per la creazione di fondi comuni di investimento. E con il crescere delle famiglie facoltose, molte banche si stanno anche organizzando per offrire servizi di così detto wealth management e private banking, forme di amministrazione personalizzata di grandi patrimoni, generalmente superiori ai 500mila euro, con l’obiettivo di farli fruttare in vario modo. Esempi di banche con questo genere di servizio sono Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Sella, Banca Generali e varie altre.

Una banca particolarmente attrezzata per attirare clienti desiderosi di guadagnare attraverso investimenti in titoli di proprietà (azioni), prestiti ad aziende (obbligazioni) e varie altre diavolerie finanziarie, è la Banca popolare di Milano (Bpm) che, recentemente, ha acquisito l’intera proprietà di Anima, uno dei principali gruppi finanziari italiani, gestore di fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni, per un patrimonio complessivo valutato in 190 miliardi di euro.

Non a caso Bpm è stata presa subito di mira da Unicredit, il secondo colosso bancario italiano, che nel novembre 2024 ha dichiarato di voler lanciare un’operazione d’acquisto per inglobare Bpm nel proprio impero. Ma le concentrazioni bancarie sono operazioni sensibili che richiedono il nulla osta da parte di varie istituzioni, per cui solo nell’aprile 2025 Unicredit è potuta passare alla fase operativa. La banca aveva già annunciato che il periodo di acquisto delle azioni Bpm sarebbe durato dal 28 aprile al 23 giugno 2025.

foto Miquel Parera – Unsplash

Il «golden power»

Tutto si è fermato per l’altolà imposto dal Governo italiano che si opponeva all’acquisizione in nome del golden power, il diritto di veto che consente allo Stato di bloccare le operazioni ritenute contrarie agli interessi nazionali.

Fra i punti critici sollevati dal Governo c’è il fatto che Unicredit è ancora presente in Russia, paese sotto sanzione per la sua aggressione all’Ucraina. Ma sorprende che proprio Antonio Tajani, ministro degli Esteri, abbia votato contro il decreto di golden power e abbia addirittura chiesto che la sua contrarietà venisse scritta a verbale. Questo fatto permette alle malelingue di sostenere che il vero motivo per cui Giancarlo Giorgietti, ministro dell’Economia, abbia preteso di mettere il veto su Unicredit non sia dovuto agli interessi nazionali, ma all’obiettivo di favorire un altro progetto di fusione bancaria gradito al suo partito. La fusione, cioè, fra Bpm e Monte dei Paschi di Siena, due banche che, a detta di Salvini, sono italianissime contrariamente a Unicredit che è definita «straniera». Sulla base di quale criterio non è dato saperlo. Se l’italianità delle banche dovesse essere misurata in base alla nazionalità dei loro azionisti, si cadrebbe comunque male. I primi due azionisti di Unicredit sono BlackRock (7,3%) e Capital Group (5,1%), due fondi statunitensi. I primi tre azionisti di Bpm sono Credit Agricole (19,8%), BlackRock (5%), JPMorgan (3%), banca francese la prima, fondo e banca statunitensi gli altri due. Ma, al di là della nazionalità degli azionisti, l’aspetto che forse più interessa alla Lega è il mantenimento dello status quo in un territorio che è suo bacino di voti.

Constatato che, in territorio padano, Bpm è stato attore di stabilità economica e che la stabilità economica è garanzia di stabilità politica, la Lega teme l’arrivo di nuovi soggetti che potrebbero alterare la situazione.

A seguito del veto del Governo italiano, Unicredit ha impugnato il provvedimento di fronte al Tar il quale il 12 luglio si è pronunciato a favore della banca, almeno in parte. Per di più, del caso si è occupata anche la Commissione europea che il 16 luglio ha contestato al governo italiano la validità del suo decreto. Ciò nonostante, il 22 luglio Unicredit ha annunciato di voler gettare la spugna: rinunciava definitivamente all’acquisto di Bpm per l’allungarsi dei tempi necessari a ottenere «una risoluzione definitiva della questione golden power».

In teoria, ora Monte dei Paschi avrebbe avuto campo libero per portare avanti il suo progetto di fusione con Bpm, ma stranamente più nessuno ne ha parlato. Eppure, Bpm è già presente nell’azionariato della banca senese con una partecipazione che rasenta il 9%. Evidentemente quell’idea è stata poco più di un’ipotesi accarezzata lì per lì, ma poi lasciata cadere, perché, nel frattempo, Mps ha ufficializzato un altro progetto di acquisizione, addirittura di Mediobanca. Un progetto che molti ritengono stravagante perché una banca piccola (Mps) vuole mangiarne una grande (Mediobanca). Tanto da pensare che le vere finalità dell’operazione non siano di tipo economico, ma dettate da ragioni di potere.

La banca più antica

Fino agli anni Duemila, Monte dei Paschi, la banca più antica d’Italia, con sede a Siena, aveva fatto parlare di sé soprattutto per i benefici economici e culturali che aveva apportato al territorio senese. Poi si è fatta prendere dal gigantismo e ha sbandato. L’inciampo più serio è avvenuto nel 2007 quando si è indebitata pesantemente per acquistare la Banca Antonveneta.

Il problema, tuttavia, non è emerso subito, perché i dirigenti erano riusciti a nascondere il marcio dietro un’intricata operazione di ingegneria finanziaria.

Quando, però, nel 2011 la magistratura ha portato a galla la gravità della situazione, lo Stato ha dovuto intervenire con potenti iniezioni di denaro per evitare il fallimento. L’intervento pubblico è avvenuto a più riprese fino a concentrare nelle mani dello Stato più di due terzi del capitale azionario di Mps. Oggi, il pacchetto azionario in suo possesso corrisponde all’11,7% perché, dopo il 2017, molte quote sono state vendute. L’ultima grande vendita è avvenuta nel novembre 2024 e ha lasciato dietro di sé una montagna di polemiche. Non tanto per la decisione del Governo di ridurre la propria presenza nella banca senese, ma per le modalità con le quali è avvenuta la vendita delle azioni in suo possesso. Tant’è che la stessa Commissione europea ha aperto un’inchiesta, non ancora conclusa, per appurare se le procedure siano state corrette, o se – come denunciano alcuni, fra cui Unicredit – siano stati utilizzati degli stratagemmi per favorire alcuni soggetti rispetto ad altri. In particolare, Francesco Caltagirone, patron di un vasto impero comprendente anche il quotidiano Il Messaggero, e Delfin, società della famiglia Del Vecchio, proprietaria, fra l’altro, di Luxottica. Le loro quote rasentano in ambedue i casi il 10% e oggi Caltagirone e Delfin sono rispettivamente il secondo e terzo azionista di Mps, seguiti da Bpm che detiene un altro 9%.

Il fatto intrigante è che Caltagirone e Del Vecchio compaiono anche fra gli azionisti di Mediobanca, la banca che Mps vuole inglobare.

La storia di Mediobanca

Fondata nel 1946 da tre banche di proprietà statale, dieci anni più tardi Mediobanca è stata quotata in borsa e data in pasto ai privati, rappresentando, così, una sorta di sperimentazione ante litteram di privatizzazione. Mediobanca è stata però una sperimentazione anche di un nuovo modo di fare banca. Essa, infatti, non è una banca ordinaria, ma una banca d’affari o banca d’investimenti che dir si voglia. Mentre le banche ordinarie, cosiddette commerciali, si rivolgono al grande pubblico con l’intento di raccogliere risparmio da chicchessia per offrire prestiti e servizi finanziari di uso comune, le banche d’affari si rivolgono a un pubblico ristretto, ma più facoltoso, desideroso di investimenti più lucrosi anche se più rischiosi. Inoltre, si rivolgono al mondo delle grandi imprese per aiutarle a realizzare non solo i loro investimenti produttivi, ma anche i loro progetti di riorganizzazione aziendale, tramite ristrutturazioni, acquisizioni, fusioni. Le banche d’affari, insomma, svolgono un ruolo centrale nella definizione degli assetti proprietari dei grandi complessi societari, per cui tutti gli imprenditori di un certo calibro vogliono parteciparvi per poter dire la propria su questioni strategiche per l’assetto produttivo e finanziario dell’economia nazionale.

Mediobanca non ha fatto eccezione, tanto da essere stata definita il «salotto buono» d’Italia.

Nel momento in cui scriviamo (agosto 2025), Mediobanca conta migliaia di azionisti per la maggior parte con quote al di sotto dell’1%, con l’eccezione di tre: Delfin (Del Vecchio) con il 19,8%, Caltagirone con il 10%, BlackRock con il 3,5%. In teoria, in Mediobanca dovrebbero comandare Del Vecchio e Caltagirone, ma la vecchia dirigenza continua a godere della fiducia del piccolo azionariato che riesce ad agire in maniera compatta. Il governo della banca, infatti, continua a essere nelle mani di Alberto Nagel, un banchiere che ricopre la carica di amministratore delegato da più di un quindicennio. Questo con profondo disappunto dei due azionisti di maggioranza, che – tra l’altro – sono azionisti importanti anche in un’altra società di cui Mediobanca è il maggiore azionista: Generali.

Banca Monte dei Paschi di Siena in Pisa – foto Petar Milosevic

La vittoria di Monte dei Paschi

Stiamo parlando della più grande società assicuratrice d’Italia, che ha come primo azionista Mediobanca (13,2%), seguita da Del Vecchio (10%) e da Caltagirone (7%). Inutile dire che, in Generali, comanda Mediobanca e che la «sfortunata» coppia Del Vecchio-Caltagirone non comanda né di qua né di là, pur avendo numeri consistenti. La frustrazione dei due soci deve essere grande e molti leggono l’intenzione del Monte dei Paschi di Siena di voler acquisire Mediobanca, come una mossa che permetterebbe alla coppia Del Vecchio-Caltagirone di conquistare, con un colpo solo, il governo di due banche e una società d’assicurazione. Prospettiva, questa, gradita anche al Governo italiano, perché si troverebbe anch’esso al comando di due banche e un’assicurazione, due realtà che possono giocare un ruolo importante nell’assorbimento dei titoli di debito pubblico, che rappresentano una fonte strategica di entrata governativa.

Con un comunicato dell’11 luglio 2025, il Consiglio di amministrazione di Mediobanca si è dichiarato contrario all’operazione annunciata da Mps nei suoi confronti. Invano.

Ricevute tutte le approvazioni da parte delle autorità competenti, il 14 luglio Mps ha diramato un avviso per informare tutti i possessori di azioni Mediobanca di essere disposta ad acquistarle tramite una modalità particolare, definita di scambio. In data 8 settembre, Monte dei Paschi ha raggiunto il 62,3 per cento del capitale, conquistando la maggioranza assoluta di Mediobanca e divenendo così il terzo colosso bancario italiano dopo Intesa San Paolo e Unicredit. Qualunque sarà il prosieguo della vicenda, non sarà comunque la fine del risiko bancario, bensì il suo inizio.

Francesco Gesualdi

foto Dmytro Demidko – Unsplash



In dialogo con i discepoli (Gv 14)

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù parla molto. Nell’ultima sua sera con i discepoli parla davvero moltissimo. Nel capitolo 13, innanzitutto spiega il senso del suo gesto di lavare loro i piedi, poi prosegue rispondendo a quattro domande, poste da quattro discepoli diversi.

Il primo a prendere la parola è Simon Pietro (Gv 13,36). Dopo le parole di Gesù che affermano: «Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma […]: dove vado io, voi non potete venire», il discepolo gli domanda «Signore, dove vai?». La risposta di Gesù si incentra dapprima sul rinnegamento di Pietro, poi, con l’inizio del capitolo 14 il discorso diventa più profondo. Succede anche grazie alle domande che Giovanni, nel suo Vangelo, attribuisce ad altri discepoli. Questa è una caratteristica tipica dello stile di scrittura giovanneo, e la troveremo molto presente nei capitoli successivi.

Turbamento e pace (vv. 1-4)

Il capitolo 14 inizia con le parole di Gesù: «Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 14,1). Per il mondo semita il cuore non è la sede dei sentimenti (che sono collocati nelle viscere) ma delle decisioni. Il cuore è l’organo che media tra viscere e testa. Ci può succedere di non riuscire a dominare le nostre emozioni, però normalmente manteniamo noi il controllo sulle nostre decisioni. Ed è a questo livello che Gesù invita a non farsi prendere dall’agitazione o dal panico.

Il Dio della Bibbia, e ancora di più del Nuovo Testamento, non vuole spaventarci, impressionarci, tenerci legati a sé con la paura o le minacce. Sempre interviene invitando a non temere, a non piangere, ad avere fiducia accogliendo la pace. Se nella storia della Chiesa a volte si è preferito sostenere l’immagine di un Dio severo e solenne, perché pareva più adeguato ed efficace, esso però non è il volto di Gesù, né, quindi, del Padre.

Quello a non temere non è un semplice invito vuoto e generico. Gesù sostiene che si debba mantenersi sereni perché nella casa del Padre ci sono molti posti, altrimenti non avrebbe detto che va a prepararli (v. 2), e siccome va a prepararli, questo significa che tornerà (v. 3). D’altronde, i discepoli conoscono già la via per arrivare alla casa del Padre (v. 4). Certo, questo non toglie che sia necessario avere fiducia (v. 1), perché non vediamo ancora tutto. Ma il legame con Gesù ci può spingere a fidarci delle sue promesse. Non ci sono dimostrazioni scientifiche, la nostra serenità non si fonda su dati oggettivi incontrovertibili, ma su una relazione personale che è di amicizia e affidabilità. La nostra serenità si fonda non sulla prova che tutto andrà bene, ma sulla rassicurazione di Gesù che saremo sempre con lui.

La domanda di Tommaso (vv. 5-7)

A questo punto, interviene un secondo discepolo: Tommaso. Normalmente è conosciuto per il suo «non credere» all’apparizione del Risorto (Gv 20,24-28), ma è già stato colui che nel capitolo 11 ha lucidamente osservato che tornare a Gerusalemme avrebbe comportato il rischio della morte (11,16). Tommaso è la persona razionale, che muove una domanda ragionevole: «Non sappiamo dove vai. Come facciamo a conoscere la strada?» (14,5).

La risposta di Gesù è però, almeno in apparenza, tutt’altro che razionale: «Sono io la via, la verità e la vita» (v. 6). È una risposta spiazzante, come è tipico del Vangelo di Giovanni. Vale quindi la pena provare a capire le cose come vengono dette.

Normalmente, per sapere quale percorso intraprendere, fissiamo prima la meta. Gesù ci invita a capovolgere l’ordine: noi conosciamo lui, che è la via. Guardare a Gesù ci fa cogliere come andare al Padre. Non importa il dove andare, ma il come: cioè con la modalità di vita di Gesù. Questo ci dice che già adesso non siamo separati dal Padre, Lui, in qualche modo, è già con noi, nel nostro andare. Il cammino è la meta.

Ecco allora che deve aver ragione Gesù a definirsi anche la verità e la vita. Se lui è la strada per andare al Padre, e non importa il tragitto, ma il cammino sulle sue tracce, è lui a metterci in comunione autentica con il Padre, la verità che ci dà la vita.

La domanda di Tommaso avrebbe pieno senso, anche metaforico, se il Padre ci chiedesse un «minimo etico»: fare almeno certe cose, osservare almeno dei comandamenti specifici. Una comunità organizzata si dà inevitabilmente anche dei precetti e delle regole. Lo ha fatto anche la primissima Chiesa. Giovanni ci invita però a riscoprire che le regole sono secondarie. La risposta di Gesù ha senso se al Padre sta a cuore non ciò che facciamo, ma il fatto di essere in comunione con Lui. Allora il camminare verso Lui è già essere alla sua presenza. Ha ragione Gesù: anche se non conosciamo la meta, conosciamo già la via. L’arrivo ci sorprenderà. Intanto sappiamo di non essere fuori strada.

E Gesù può arrivare a dire esplicitamente che, se conosciamo lui, abbiamo già visto il Padre (v. 7). Il volto di Dio lo conosciamo già, anche se siamo ancora in cammino. Anzi, siamo in cammino perché conosciamo il volto del Padre, che è quello di Gesù. Ciò che cogliamo in Gesù è già la comunione piena con il Padre.

Da Jesus Mafa

La domanda di Filippo (vv. 8-21)

Filippo ci sembra l’entusiasta dei Dodici: chiamato da Gesù mentre dal Giordano ritorna in Galilea, coinvolge anche Natanaele (Gv 1,43-46). È lui a reagire subito prima della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6,5-7) e a informare Gesù che dei greci lo stanno cercando (Gv 12,21-22).

Lui chiede a Gesù di poter vedere il Padre, di avere direttamente la meta davanti a sé. Questo offre a Gesù la possibilità di ripetere ai discepoli che, per vedere il Padre, basta guardare al Figlio (v. 9). Anzi, la piena comunione tra il Padre e il Figlio, che permette di conoscere il Padre senza averlo visto, è una dimensione in cui Gesù inserisce da subito anche i discepoli.

Seguiamo i passaggi: il Padre e Gesù sono l’uno dentro l’altro, vedere Gesù implica vedere il Padre, come si può notare dalle azioni di Gesù (vv. 9-11).

L’accenno alle azioni è interessante, perché la conoscenza del Padre non è qualcosa di teorico, di astratto, ma si innesta nella vita, anima la vita stessa, quella di Gesù e, quindi, quella dei discepoli. Allo stesso tempo, queste azioni hanno bisogno delle parole di Gesù che le spieghino, perché il suo rapporto con il Padre non è una relazione magica, di eventi e segni che accadono da sé, ma è una vita piena, autentica, concreta che conosce le proprie coordinate, sa le ragioni della propria fiducia. Non c’è una conoscenza astratta senza vita vissuta, né lo spontaneismo di una vita che non si interroghi su di sé.

Il secondo passaggio è che in questa armonia tra Padre e Figlio è inserito anche chi crede in Gesù (vv. 12-14), al punto da arrivare a dire che i discepoli faranno opere più grandi di Gesù stesso.

Perché un’affermazione del genere abbia senso occorre che Dio non sia un giudice severo che vaglia le scelte umane, ma un padre amorevole che vuole vivere nella comunione con i suoi figli, al punto da non offendersi, ma, anzi, inorgoglirsi nel vedere che i figli hanno fatto di più e meglio del padre. È solo con un Dio così che ha senso un Gesù tutto concentrato sulla comunione.

Il terzo passaggio (vv. 15-21) è un appello di Gesù, apparentemente incongruo, a rispettare i comandamenti. In realtà di incongruo non c’è niente, perché i comandamenti che Gesù lascia sono quelli dell’amore, di quella stessa dimensione di affetto e dono di sé che lega Padre e Figlio e che accoglie anche gli esseri umani. È in questo contesto che si ricomincia a parlare dello Spirito, soffio divino inafferrabile ma percepibile, che non si presenta come un «di più», ma come colui che entra nella stessa relazione di amore rendendo possibile anche agli uomini di farne parte.

Nulla parla di ubbidienza a regole formali, tutto si esprime con il linguaggio dell’affetto.

La domanda di Giuda (vv. 22-31)

Al versetto 22 Giovanni presenta la quarta domanda, formulata da Giuda. L’evangelista precisa: «Giuda, non l’Iscariota».

Per la tradizione, questo Giuda coincide con il discepolo che negli altri Vangeli è chiamato Taddeo. Questa è un’altra sorpresa che Giovanni ci riserva: sceglie di introdurre qui  un personaggio finora non nominato, omonimo di un altro ben più noto, quell’Iscariota che ha deciso di ragionare secondo il mondo, tradendo per denaro.

Grazie al confronto con l’Iscariota, risulta ancora più evidente il percorso inverso di questo Giuda, che si pone la domanda sul mondo a partire da quello che ha scoperto su Gesù: «Perché ti sei rivelato a noi, e non al mondo?» (v. 22). È una domanda generosa, buona.

La risposta di Gesù riprende le modalità che abbiamo già imparato a riconoscere. Proviamo a usare parole diverse da quelle del Vangelo: «Voi mi avete conosciuto, mi avete seguito, quindi avete visto il Padre, avete osservato i suoi comandamenti (cioè, mi avete amato) e siete dunque coloro che possono ricevere lo Spirito Santo».

Tutto è relazione personale, non il semplice rispetto di una regola esteriore. Non si è di «quelli di Gesù» perché si fanno delle cose o si rispettano delle norme, ma perché si ama. E l’amore è fatto di relazioni, che possono non avere ragioni. Non esiste uno statuto con delle norme alle quali si decide di aderire così che poi si venga premiati; c’è invece un aver incontrato le persone giuste, forse semplicemente perché si camminava in un certo luogo in un certo momento. Questa casualità sarebbe ingiusta, se l’amore fosse poi giudicante ed escludente. Ma non lo è.

Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Padre di Gesù, che avrebbe potuto essere pensato come un giudice giusto ma solennemente severo, si mostra semplicemente come amorevole e amante.

Da Maria Mfariji shrine, Marsabit, Kenya, L’ultima cena

La pace di Gesù

A questo punto, per la prima volta nel Vangelo, Gesù utilizza l’espressione «Spirito Santo», due parole che quasi non si dovrebbero mettere insieme perché esprimono due realtà contraddittorie: lo «spirito» (o il «soffio», il «vento») è una realtà inafferrabile, incontenibile e invisibile, anche se la si percepisce. Il «santo», invece, nel mondo ebraico è qualcosa di messo da parte, riservato, rinchiuso e protetto perché non sia contagiato dal profano.

Lo Spirito Santo è Dio che si mostra in modi imprevedibili e inafferrabili, eppure logici, coerenti con Gesù, legati indubitabilmente a Dio, al Padre.

È in questo contesto che Gesù promette la pace, ma una pace che è la sua, non simile a quella del mondo. Quando il mondo dà la pace, lo sappiamo e lo vediamo, spesso la dà sterminando le opposizioni: «Fecero un deserto, e lo chiamarono pace» (dal De Agricola di Tacito, ndr). Persino noi che siamo senza potere, quando vediamo ingiustizie, guerre e distruzioni, sentiamo l’istinto di distruggere chi distrugge. Vorremmo combattere la morte senza uscire dalla logica di morte.

Gesù non spiega in che cosa la sua pace sia diversa, ma invita di nuovo a non avere il cuore turbato, e parla della sua assenza, che parrebbe non entrarci niente. In realtà la serenità del cuore a cui ci invita è esattamente quella di chi sa di non essere solo anche se non vede nulla.

Sì, è vero, sta arrivando «il capo del mondo», che vorrà mettere le mani su Gesù, ma l’amore del Padre e di Gesù renderà i discepoli intoccabili. Non perché il capo del mondo non possa dare la morte (Gesù verrà ucciso) ma perché non potrà fermare l’amore, che vince anche la morte. E la stessa sorte di vita toccherà chi vive in comunione con Gesù e con il Padre.

La pace di Gesù è questo volto del Padre che ama, senza condizioni e senza regole. Al punto che può dire che per rispettare i suoi comandamenti è sufficiente amare.

Al versetto 31, Gesù sembra finire il discorso («Alzatevi, andiamo via da qui»: v. 31), anche se poi parlerà ancora molto. È un segno per il lettore: il discorso continuerà, ma sarà un approfondimento, in quanto l’essenziale è già stato detto tutto.

Il volto del Padre è già visibile nella vita di Gesù, in una vita che sta per essere donata per amore, ma non verrà cancellata. «Non sia turbato il vostro cuore».

Angelo Fracchia
(Il Volto del Padre 17 – continua)