Dalla nostra rivista, 100 anni fa

Siamo lieti di condividere con voi la copia integrale della nostra rivista pubblicata nel marzo 1926, immediatamente dopo i funerali di San Giuseppe Allamano.

«Martedì, 16 febbraio (1926), alle ore 4, santamente spegnevasi nel bacio del Signore il Re.mo canonico Giuseppe Allamano Fondatore e Superiore generale dei Missionari e Suore Missionarie della Consolata, da 46 anni Rettore del Santuario della Consolata e del Convitto ecclesiastico di Torino».
Giuseppe Allamano vegliato nella camera ardente, 17 febbraio 1926

Queste sono le parole che aprono le sedici pagine dedicate all’evento che ha segnato la vita dei due Istituti e della Chiesa di Torino.
Le pagine raccontano «La morte del Giusto» (vedi MC 1/2026), seguita dal «Commovente tributo d’affetto del Clero e Popolo di Torino» e dalla «Mirabile apoteosi» del funerale. Segue una breve sintesi della sua vita come «L’Uomo di Dio», e si conclude con «L’elogio del Papa» (Pio XI).

Qui trovate il periodico nella sua integrità, come è stato pubblicato cento anni fa.
Buona lettura. Uniti nella preghiera e nel ringraziamento con tutti i Missionari e le Missionarie della Consolata e con la Chiesa torinese.

N:B: per facilitare la lettura utilizzare il menu qui sotto o scaricare il file (formato pdf).




Centenario

Il 16 febbraio 2025 si è celebrata per la prima volta la solennità di san Giuseppe Allamano dopo la sua canonizzazione. Da quella data, la Famiglia Consolata ha iniziato un percorso di animazione verso il centenario della morte del suo fondatore (16 febbraio 2026). «Dopo cento anni dalla nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, i nostri due istituti si sono evoluti e trasformati; lungo gli anni si sono evidenziate situazioni nuove e nuove problematiche, ma la canonizzazione del padre fondatore ci aiuta a superare tutto e a dare risposte adeguate ai nuovi contesti se saremo capaci di riavvicinarci e identificarci al carisma da lui trasmesso», ha detto il superiore generale, padre James Lengarin.

Ravvivare e rivitalizzare il carisma che Allamano ci ha lasciato come preziosa eredità è l’impegno che accompagna i missionari lungo il cammino di quest’anno. Un carisma sbocciato dalla santità del fondatore e che raggiunge la sua massima espressione nell’impegno di vivere come santi secondo il motto a lui caro: «Prima santi, poi missionari».

Il fatto che le due famiglie missionarie fondate da san Giuseppe Allamano continuino a svolgere la loro opera, sul solco da lui tracciato, a distanza di un secolo dalla sua morte è prova certa della buona radice da cui sono germinate: la sua santità. Ecco perché questo anniversario diventa occasione per celebrare anche i 125 anni di esistenza dei Missionari e i 115 delle Missionarie della Consolata. La loro opera, in questi 100 anni, ha cambiato la vita di tante persone e di popoli interi, rivelando indirettamente i tratti della ricca personalità del padre fondatore.

«Come Famiglia Consolata desideriamo vivere intensamente questo tempo insieme a lui, contemplare la sua santità, ascoltarlo, pregarlo e sperimentarlo sempre di più come padre che illumina il nostro cammino, in cui ci sentiamo ancora una volta invitati a un rinnovamento spirituale profondo della nostra identità di missionari inviati ad annunciare il Vangelo a chi ancora non lo conosce», ha concluso padre Lengarin.

Nel celebrare il centenario della nascita al cielo di san Giuseppe Allamano, i missionari e le missionarie, in comunione con la vasta rete dei laici missionari, amici e benefattori, guardano al futuro con spirito positivo, impegnati a cogliere i segni dei tempi, in un mondo in rapida trasformazione, per continuare a essere segni di consolazione per tutti coloro che attendono l’annuncio della salvezza di Cristo.

Sergio Frassetto

Padre e fondatore

Cent’anni fa, il 16 febbraio 1926, morì il canonico don Giuseppe Allamano, sacerdote della diocesi di Torino. È passato un secolo e la presenza di quest’uomo, fragile come un cristallo, resistente come il diamante, rimane viva nell’esemplarità del suo zelo sacerdotale, nelle opere realizzate, nell’attività dei suoi Missionari e Missionarie. Anziché morire, i santi suscitano energie nuove, trascinano con la forza della loro vita e con la proposta del loro insegnamento. A Giuseppe Allamano, santo tra i santi, i Missionari e le Missionarie della Consolata si rivolgono nella preghiera e lo invocano come padre e fondatore.

Padre

L’immagine della generazione esprime trasmissione di vita e amore. Anche san Paolo la usa con i cristiani ai quali ha annunciato il Vangelo. Fra l’apostolo e le comunità si stabilisce una relazione profonda. Esse potranno avere molti maestri… ma lui solo ne è il padre. Parole che Allamano riprende nei confronti dei suoi missionari. Espressione che dice tutto l’interesse e l’amore che egli ha per loro.

È padre, perché dona uno spirito: quel modo di percepire e di vivere il Vangelo che è tipico dei santi. Quel modo di sentire e compiere la missione che distingue i Missionari della Consolata. Questo spirito, Allamano è cosciente di possederlo. Desidera comunicarlo. Lo fa con intensità, nell’insegnamento e nei contatti personali. Ne è geloso. Non permette interferenze. Chi non lo condivide, vada pure altrove. Meglio pochi, ma radicati in quello che egli intuisce e offre come spiritualità propria dei suoi missionari.

C’è una paternità spirituale, e quindi perenne. Ma c’è anche una paternità a livello di relazioni umane. Anche questa Allamano la vive in profondità. Ognuno si sente accolto nella sua singolarità. Ognuno ascolta la sua parola di incoraggiamento. La figura del padre è quella che maggiormente impressiona quanti lo conoscono. Le testimonianze, a questo riguardo, sono numerose. Molti ricordano il primo incontro con lui, le sue parole, i suoi gesti. Ricordano il suo sorriso e le sue delicatezze verso i parenti.

Padre di una famiglia

Essere padre è il suo stile di educare e formare. Per lui l’istituto è una famiglia. Parla molto di famiglia e di fraternità. Tutta la formazione e tutta la vita del missionario gravitano attorno a queste dimensioni. Come un padre, Allamano racconta tutti gli eventi della famiglia. L’Africa dev’essere molto vicina per i giovani studenti di allora! Le gioie e le sofferenze di ognuno devono essere di tutti. E quello «spirito di corpo» – altro modo di esprimere la coesione della famiglia – è forte. Uno per tutti e tutti per uno. Quando la formazione era di carattere piuttosto disciplinare, Allamano è originale ed efficace nel suo metodo. Metodo e spirito che ancora caratterizzano ovunque i Missionari e le Missionarie della Consolata.

Fondatore

Allamano non vuole essere chiamato fondatore, anzi lo proibisce esplicitamente. La Consolata è la vera fondatrice. Ma, nonostante la sua umiltà, è fondatore. Non sono da ricercare forme straordinarie di ispirazione riguardo alle due famiglie missionarie da lui fondate. Non le ha, né le cerca. Gli bastano i richiami dall’Africa, l’abbondanza di clero in Piemonte, il desiderio di alcuni sacerdoti di andare in missione, la necessità di un nuovo tipo di suore per la missione. Gli basta la parola della Chiesa. Gli è sufficiente l’obbedienza. È in queste realtà che lo Spirito opera. Perché è certo che ogni vita nella Chiesa e ogni dono all’umanità scaturiscono dallo Spirito, inesauribile nel rispondere con creatività al dinamismo degli uomini.

Uomo dello Spirito

Nonostante il suo pragmatismo, fatto di studio e riflessione, di sondaggi e contatti, Allamano è un uomo dello Spirito. Uomo che conduce alla santità; che rende la Chiesa sempre più idonea a svolgere la sua missione di universale sacramento di salvezza. Questi sono, infatti, i due aspetti che qualificano un fondatore: contribuire alla sempre maggiore comprensione del Vangelo e porsi al servizio della Chiesa.

Indubbiamente, Allamano è maestro di sapienza e di santità. Lo è per i seminaristi e il clero diocesano. Lo è per le molte persone di ogni ceto che ricorrevano al suo ministero di confessore e di consigliere. Ma lo è, in modo eminente, per i suoi missionari e per le sue missionarie. Il richiamo alla santità, condizione indispensabile per l’apostolato, è continuo. E a una santità specifica, da missionari. Lo si comprende soprattutto considerando i mezzi da lui suggeriti. Due espressioni caratterizzano la sua proposta a quanti intendono seguire Cristo come discepoli: «Fare bene il bene», e «essere straordinari nell’ordinario». In questo c’è dell’eroico, ci si santifica. Qui c’è l’intuizione carismatica propria di ogni fondatore nel proporre una via per vivere il Vangelo.

San Giuseppe Allamano vive

Il centesimo anniversario della scomparsa di san Giuseppe Allamano ci parla di vita più che di morte. Egli è vivo nella fama della sua santità, nello spirito a noi trasmesso. Vive nella paternità spirituale e carismatica. Vive nei Missionari e nelle Missionarie della Consolata che continuano a nutrirsi della sua parola. Vive in quanti ne ammirano l’attività apostolica, lo zelo pastorale, la santità sacerdotale. Vive ancora in quanti, seguendo l’opera dei Missionari della Consolata, diventano parte della loro famiglia e condividono la paternità di Allamano.

Il centenario della sua nascita al cielo contribuisce a rinvigorire questa continua presenza e vitalità che fa ardere nel cuore il fuoco della missione per portare a tutti gli uomini il lieto annuncio del Vangelo.

a cura di Sergio Frassetto

La Santità celebrata

I missionari della Consolata che vivono e lavorano in Venezuela hanno celebrato con grande gioia la canonizzazione di san Giuseppe Allamano.

Tutti noi abbiamo potuto vedere e sentire papa Francesco pronunciare il rito della canonizzazione e abbiamo provato un’emozione traboccante nel seguire questo evento meraviglioso da lontano.

Vedere tanti sacerdoti, religiosi e laici, che parlavano lingue diverse, ma uniti in un solo cuore, celebrare come una grande famiglia ci ha riempito di gioia. Era la famiglia sognata da san Giuseppe Allamano che proprio lì, in Italia, aveva iniziato quel grande progetto missionario che oggi è una realtà in 35 Paesi del mondo.

In Venezuela, come famiglia della Consolata, abbiamo toccato quel «piccolo pezzo di cielo» il 27 ottobre 2024 con una celebrazione di ringraziamento che si è svolta nel Santuario di Nostra Signora di Coromoto, situato nel settore El Paraíso della capitale Caracas.

L’eucaristia è stata presieduta da monsignor Lisandro Rivas, missionario della Consolata, vescovo di San Cristobal. Lui e padre Nebyu Elias, superiore delegato Imc, erano appena tornati da Roma dove avevano partecipato al solenne evento della canonizzazione, per cui ci hanno trasmesso tutte le meravigliose impressioni che avevano vissuto in quell’evento.

Insieme a loro c’erano tutti i missionari e le missionarie della Consolata che lavorano in Venezuela, padre Ricardo Guillén, direttore delle Pontificie opere missionarie (Pom), padre Alfredo Infante, superiore dei gesuiti in Venezuela, padre Gonzalo Becerra, superiore dei redentoristi e il diacono permanente Eduardo Jiménez che ha annunciato il Vangelo.

È stata una celebrazione emozionante e indimenticabile per noi che facciamo parte della grande famiglia Imc, ma anche per gli amici, i benefattori, le congregazioni religiose amiche e i parrocchiani in generale. Tutti abbiamo vissuto un’eucaristia intrisa dell’ardore missionario che il nuovo santo ci ha lasciato in eredità.

Prima della messa, ha avuto luogo la XXII marcia missionaria giovanile, che si realizza ogni anno durante il mese delle missioni e che, in quell’occasione si è svolta lungo le vie circostanti, fino a concludersi in chiesa. Si tratta di un’attività di animazione missionaria nata per iniziativa dei Missionari della Consolata e che oggi si realizza in collaborazione con le Pom e la Pastorale giovanile di Caracas.

Lo scopo della marcia è di animare i giovani delle scuole, delle parrocchie e dei movimenti cattolici all’impegno missionario acquisito nel battesimo. In questa occasione, si è data particolare enfasi alla figura di san Giuseppe Allamano, missionario per eccellenza.

La camminata è stata caratterizzata da canti, dinamiche, animazioni e riflessioni su temi di attualità e sfide di interesse per i giovani, organizzati con grande creatività e fantasia dai gruppi responsabili.

Va notato che in tutte le nostre presenze missionarie, nella città di Barquisimeto, a Barlovento tra gli afroamericani, e tra gli indigeni di Tucupita e Nabasanuka c’è stato un momento di preghiera e ringraziamento.

La nostra gioia è grande: siamo felici di far parte della famiglia della Consolata e chiediamo a Dio di aiutarci a mantenere vivo questo entusiasmo per continuare a lavorare sempre in comunione confidando nell’intercessione di san Giuseppe Allamano.

padre Beni Kapala




Cento anni e «oltre»

L’anno che sta arrivando sarà ricco di anniversari per i Missionari e le Missionarie della Consolata. Diventa un’occasione per ripensare al passato e capire meglio il presente. E magari progettare le mosse future.

«Stasera voglio parlarvi di una bella pratica che desidero sia da voi… praticata… quella degli anniversari».

Esordiva così, Giuseppe Allamano, «il signor Rettore», in una delle consuete conferenze formative domenicali (quella di domenica 21 gennaio 1912) ai suoi missionari della Casa Madre di Torino. Desiderava convincerli dell’importanza di tenere un calendario del cuore, in cui appuntarsi le date significative della vita di ognuno: nascita, battesimo, cresima, prima comunione, ordinazioni.

Ogni ricorrenza, infatti, aiuta a far memoria e la memoria ci mantiene «sul pezzo», facendoci vivere al meglio il presente e proiettandoci nel futuro.

Allamano visse con questo spirito la celebrazione dei 25 anni di fondazione dell’istituto, le «nozze d’argento», trascorsa ricopiando le ultime disposizioni testamentarie, con uno sguardo realistico sulla sua ormai compromessa situazione di salute, ma anche aperto a chi e a cosa gli sarebbe sopravvissuto e ne avrebbe continuato l’opera. Era il 29 gennaio 1926. Poco più di due settimane più tardi, il 16 febbraio, il canonico Giuseppe Allamano sarebbe morto al Santuario della Consolata, il luogo che per 46 anni aveva servito con amore e totale dedizione.

il cardinale Giorgio Marengo con due monaci buddhisti mongoli in visita in Vaticano. Il dialogo interreligioso è un aspetto fondamentale della missione. ©AfMC

Il passato ci definisce

Oggi tocca a noi riportare alla luce un passato che ci definisce, che continua a suggerirci chi siamo e cosa dovremmo essere. Poco più di un anno fa, il 20 ottobre 2024, Roma e Torino si sono riempite dei colori e dei suoni del mondo grazie alle centinaia di persone provenienti dai quattro angoli del pianeta, venute in pellegrinaggio per vederlo santo.

Tuttavia, al di là della bellezza del ritrovarsi insieme, la canonizzazione del nostro fondatore ci ha obbligato a fare un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire le ragioni della sua santità. È stata un’occasione unica per ripensare alle nostre radici, provare a confrontarci oggi sul nostro modo di vivere la missione e capire come essere autenticamente Missionari della Consolata domani.

L’ormai imminente anno 2026 ci sembra essere, dal punto di vista celebrativo, particolarmente fecondo. Il 16 febbraio festeggeremo il centenario della morte o, per meglio dire, della «nascita al cielo» di san Giuseppe Allamano. Questa data, tuttavia, verrà preceduta da un altro momento celebrativo importante: il 125° anniversario della nascita dell’Istituto Missioni Consolata, avvenuta il 29 gennaio 1901. Non si può separare il ricordo del Fondatore da quello della sua fondazione.

È stato grazie ai missionari e alle missionarie che lo spirito di Giuseppe Allamano ha continuato a vivere in tanti luoghi e in mezzo a moltissimi popoli, dando continuità al suo carisma, facendone conoscere il nome, con orgoglio e gratitudine. La storia dei missionari e delle missionarie della Consolata si è innestata in quella di Giuseppe Allamano e ne ha dato seguito, l’ha portata a compimento.

In quattro continenti

Forse non sempre le cose sono riuscite così come l’Allamano avrebbe desiderato, non sempre siamo stati capaci di vivere in modo straordinario l’ordinarietà dell’esistenza di tutti i giorni, la ferialità della vita religiosa e missionaria. Non sempre, forse, siamo riusciti a «fare bene il bene» e a farlo senza rumore, con l’understatement tutto piemontese con cui il Fondatore condiva le sue azioni. E, senz’altro, molte volte siamo stati missionari senza prima essere santi, santi come lui, eroico nelle sue virtù.

Missionari, però, questo sì, lo siamo stati. Allamano si è reso presente in quattro continenti grazie alla partenza dei suoi figli e delle sue figlie, che hanno parlato di Cristo, della Consolata, ma anche di quest’uomo minuto, silenzioso, che nella sua vita ha mosso poco le gambe, ma ha fatto correre il cuore.

Il 2026 porterà con sé anche una terza ricorrenza, certamente non così significativa come le altre due; tuttavia, l’affetto e la riconoscenza di tante comunità che hanno avuto modo di conoscere i Missionari della Consolata ci rende orgogliosi anche del più piccolo di questi anniversari: i 25 anni della Fondazione Missioni Consolata Ets (MCets).  Nata nel giugno del 2001 come Missioni Consolata Onlus per poter rendere più efficace e organizzato il lavoro di cooperazione svolto dai missionari, la fondazione ha cambiato nome, ma non lo spirito con cui opera negli ambiti dell’educazione, sanità, e molto altro. MCets è anche l’editore di questa rivista che state leggendo, nonché la struttura organizzativa dietro ai programmi del Cam, acronimo di Cultures and Mission, il polo culturale e di promozione missionaria aperto a Torino, presso la Casa Madre dei Missionari della Consolata due anni fa.

Chi volesse saperne di più sulla fondazione può trovare tutte le informazioni necessarie sul sito www.missioniconsolataets.it.

processione il giorno della Consolata a Funda, in Angola. ©AfMC

Trasformare l’ambiente

MCets ha passato 25 anni a servizio delle attività dei missionari della Consolata nel mondo, mantenendo vivo lo spirito ereditato dal fondatore che sempre intese la promozione umana come una componente irrinunciabile dell’evangelizzazione. «Ameranno una religione che offre le promesse dell’altra vita e rende più felici su questa terra», scrisse Giuseppe Allamano ai suoi missionari del Kenya, in una lettera datata 10 ottobre 1910, parlando delle persone a cui erano stati inviati e alle quali dovevano, con la testimonianza della loro vita, dimostrare che il Regno di Dio inizia già qui, su questa terra. Agli stessi missionari aveva detto: «Puntate alla trasformazione dell’ambiente, non solo degli uomini», un pensiero che è rimasto alla base del metodo di evangelizzazione adottato dai missionari della Consolata e del loro modo di fare cooperazione.

Una nuova biografia

Per esercitare concretamente «la bella pratica» degli anniversari da celebrare, Missioni Consolata Ets ha promosso la pubblicazione di una nuova biografia del Padre Fondatore: «Oltre. Vita e Missione di San Giuseppe Allamano», di Alberto Chiara, pubblicato presso le edizioni Effatà. Non è certamente la prima biografia dedicata alla sua figura: ricordiamo, tra i principali contributi, la straordinaria e completissima opera di padre Igino Tubaldo e i volumi molto più agili di Domenico Agasso e padre Giovanni Tebaldi. Soprattutto questi due testi, ormai purtroppo esauriti, sono serviti all’autore da riferimento per seguire le vicende storiche di questo prete vissuto a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, nipote di san Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti come lo zio e come un’altra eccezionale figura della chiesa di quegli anni: san Giovanni Bosco.

Allamano manda i suoi missionari in Kenya, dipinto della chiesa di Wamba (ora perso a causa dell’incendio che l’ha distrutta), Kenya ©AfMC

Santo locale con sguardo globale

Alcune caratteristiche rendono quest’ultima fatica letteraria particolarmente interessante e meritevole di lettura. Il titolo, «Oltre», descrive Allamano in quella che fu una delle sue peculiarità: aver fondato due istituti missionari senza essere mai «partito» lui stesso per la missione. Un santo «glocal», lo definisce Alberto Chiara ripescando un termine in uso anni fa per definire il carattere globale e allo stesso tempo locale di una determinata realtà.

Allamano visse il suo ministero sacerdotale in modo pieno e realizzato nella Torino dei suoi tempi. Il Santuario della Consolata rimase il centro operativo delle sue attività, da cui non si staccò mai per ben 46 anni. Un luogo a cui dedicò sforzi non indifferenti per rimetterlo a nuovo e offrire un servizio pastorale e liturgico di prim’ordine affinché chi vi entrasse potesse vivere un’autentica esperienza di incontro con Cristo e con Maria, sua Madre.

Eppure, nel contempo, Allamano seppe andare oltre, con la mente e con il cuore, offrendo alla Chiesa di Torino la possibilità di incontrarsi con altri mondi, altre culture.

Alberto Chiara, per molti anni redattore di «Famiglia Cristiana», grande viaggiatore e narratore di storie di Chiesa in giro per il mondo, con stile giornalistico va anche oltre la vita stessa di Giuseppe Allamano, mettendola in dialogo con quanto avviene nel mondo, nella consapevolezza che davvero, in questa nostra vita, tutto è interconnesso, collegato, in relazione, come Papa Francesco ha scritto a chiare lettere nella sua enciclica «Laudato si’», dedicata alla cura della casa comune.

Alberto Chiara evidenzia, però, anche un «oltre» temporale, portando l’opera di Allamano fino ai nostri giorni e aprendo uno spazio che la proietta in un futuro a noi ancora sconosciuto. È forse questo il contributo più originale del libro, annunciato già dalla copertina, nella quale il volto del santo è avvolto in una «nuvola» di parole che ne raccontano lo spirito e la missione. Alcuni di questi termini, come ad esempio migrazioni, minoranze non appartengono al cuore della spiritualità originaria di Allamano, ma sono diventati temi e priorità nell’attività dei missionari nei vari contesti in cui si sono dovuti confrontare.

Del resto, Alberto Chiara ha conosciuto lo spirito di Allamano negli anni ’90 attraverso i suoi missionari. In qualità di inviato del suo giornale, ne ha raccontato il lavoro, faticoso e rischioso, nell’Amazzonia brasiliana, in una delle missioni più significative e sfidanti, in difesa del diritto alla terra delle popolazioni indigene.

Proprio all’Amazzonia è dedicato uno dei capitoli più toccanti del libro, con il racconto, più volte narrato anche sulle pagine di questa rivista, del miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano: la guarigione di Sorino, l’indigeno Yanomami attaccato e quasi ucciso da un giaguaro in piena foresta.

padre Jaime Patias durante la celebrazione dell’Eucarestia nella comunità Guyana El Clavo, in Venezuela. ©AfMC

La storia continua

La biografia non si conclude con la morte di Giuseppe Allamano, avvenuta al Santuario della Consolata il 16 febbraio 1926, ma termina con la descrizione della missione attuale dei missionari della Consolata. Per l’autore è chiaro che anche il 16 febbraio 2026, data in cui festeggeremo il centenario della nascita al cielo di Giuseppe Allamano, non sarà il termine reale e definitivo della storia che ha narrato.

Allamano continua a vivere in coloro che, a Torino come nel resto del mondo, si lasciano ispirare dalla sua intuizione, e continuano, attraverso il loro impegno, ad allargare a dismisura i confini della Chiesa.

Il suo è un invito a continuare ad avere fiducia e speranza in Dio per poter essere annunciatori del suo amore nel mondo, un invito che vale per tutti, noi inclusi. Lo dice bene Alberto Chiara, nelle ultime righe del volume: «Una cosa è certa, anzi due. La prima: grazie all’opera dei Missionari e delle Missionarie della Consolata attivi in circa trenta Paesi, san Giuseppe Allamano continua a essere un modello di fiducia, non a caso richiamato più volte nel corso del 2025, Anno Santo della speranza. Ancora oggi la sua spiritualità sprona tutti a vivere con impegno il “qui e ora”, considerando ogni istante come un momento favorevole per l’azione di Dio, senza sottrarsi ciascuno alle proprie responsabilità. Il segreto per saldare Cielo e Terra, l’infinito e l’ingarbugliato intreccio della storia rimane quello indicato dal canonico: l’abbandono confidente al Signore e alla Vergine Maria».

Ugo Pozzoli*
*Coordinatore della Fondazione  Missioni Consolata Ets, già direttore editoriale di MC.

Allamano Youth Day al Consolata Philosophicum Hall. Langata -Nairobi, Kenya ©AfMC

Il libro «Oltre» si trova nelle librerie o potete richiederlo a
Missioni Consolata Ets, corso Ferrucci 14, 10138 Torino
Chiamate al 011 4400400 o scrivete una email a:
segreteria@missioniconsolataets.it oppure spedizioni@missioniconsolataets.it (vedi contatti)




Missionari di speranza

«Siamo gente di primavera, con uno sguardo sempre pieno di speranza da condividere con tutti, perché in Cristo crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole sull’esistenza umana» (papa Francesco, messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2025).

«La promozione dello zelo apostolico tra le genti rimane un aspetto essenziale del rinnovamento della Chiesa previsto dal Concilio Vaticano II, ed è ancora più urgente oggi. Il nostro mondo, ferito dalla guerra, dalla violenza e dall’ingiustizia, ha bisogno di ascoltare il messaggio evangelico dell’amore di Dio e di sperimentare il potere riconciliante della grazia di Cristo. In questo senso, la Chiesa stessa, in tutti i suoi membri, è sempre più chiamata ad essere una Chiesa missionaria che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola […] e che diventa lievito di concordia per l’umanità».

Così si è espresso papa Leone XIV nel mese di maggio, all’inizio del suo pontificato, ai direttori nazionali delle Pontificie opere missionarie. «Perciò – ha aggiunto – vediamo l’importanza di promuovere uno spirito di discepolato missionario in tutti i battezzati e il senso dell’urgenza di portare Cristo a tutti i popoli».

Era questo il sogno di san Giuseppe Allamano il quale, pur riconoscendo che non tutti possono partire per le missioni «tutti possono essere apostoli nel loro Paese e in casa loro. Tutti sono chiamati e devono essere apostoli; ognuno, nel suo ambiente e sfera di azione, deve sforzarsi di far conoscere e amare Gesù Cristo». Attraverso la rivista «La Consolata», da lui fondata, aveva svolto un’intensa opera di sensibilizzazione sulla natura missionaria della Chiesa e l’urgenza di annunciare il Vangelo a tutti. Mosso dallo stesso spirito, nel 1912 si era fatto promotore presso i superiori generali degli istituti missionari italiani di una lettera, inviata a papa Pio X, con la richiesta di istituire la «Giornata missionaria mondiale» per animare alla missione tutta la Chiesa. Un’iniziativa che rappresentò la prima tappa di un lento sviluppo, sfociato poi nell’enciclica missionaria Maximum Illud di papa Benedetto XV, pubblicata nel 1919, che portò nel 1926 alla celebrazione della prima Giornata missionaria mondiale. Papa Leone concludeva il suo discorso esortando i rappresentanti delle Pontificie opere missionarie a essere «Missionari di speranza tra le genti», tema scelto da papa Francesco, ancora in vita, per la Giornata missionaria di quest’anno.

Per san Giuseppe Allamano si diventa «missionari di speranza» perseguendo l’ideale della santità, lasciando cioè trasparire, attraverso il dono della propria vita, la carità di Cristo che si piega su ogni creatura per farla oggetto del suo amore.

«Solamente facendovi voi santi e grandi santi, potrete ottenere il fine proprio del nostro Istituto: salvare molte anime di infedeli», così diceva. E aggiungeva: «Il missionario deve avere maggiore virtù per essere uno strumento idoneo nelle mani di Dio: deve avere una santità speciale, eroica, e, all’occasione, anche straordinaria da fare miracoli».

San Giuseppe Allamano ha acceso il «fuoco della missione» in tantissimi cuori che, mediante l’annuncio del Vangelo, continuano a seminare speranza nel mondo.

Sergio Frassetto

Nella casa di Allamano

Le celebrazioni seguite alla canonizzazione di san Giuseppe Allamano, avvenuta il 20 ottobre 2024, dopo i fasti di piazza San Pietro, si sono svolte nei paesi che videro la sua vita quotidiana, prima nella sua terra natale, Castelnuovo, poi al Santuario della Consolata dove fu rettore per 46 anni. La celebrazione conclusiva si è svolta nel santuario «San Giuseppe Allamano», chiesa della Casa madre dei Missionari della Consolata, chiamata anche «Casa del fondatore» perché qui c’è il sepolcro che contiene le sue spoglie. Riportiamo l’omelia di monsignor Osório Citora Afonso, missionario della Consolata mozambicano, attuale vescovo di Quelimane, Mozambico.

Nella casa di san Giuseppe Allamano

Siamo in un luogo santo, meta di pellegrinaggio, un luogo che ci invita a sostare in preghiera e meditazione. È un luogo di relazione, una casa: il sepolcro di un defunto, infatti, secondo un’antichissima concezione cristiana, è anche la sua casa. Mentre egli vive nella perfetta comunione con Dio, è la sua dimora terrena il luogo dove continua a spargere benedizione, incoraggiamento e consolazione. Ed è qui, in questa casa, che vogliamo riascoltare ancora il suo mandato missionario e respirare la sua santità.

Luogo di relazione e santificazione

La casa è un luogo di vita, di incontri, di relazioni, dove le persone, i missionari e i laici cercano di vivere e di testimoniare la passione per la missione che nasce dalla ricerca della santità. Una santità del quotidiano che cresce nelle relazioni reciproche. In questo senso, desidero richiamare lo spirito di famiglia a cui ci esortava Allamano: è lo spirito della casa, ed è lo spirito della prima comunità cristiana: «Avevano un cuor solo e un’anima sola». Vivendo questo spirito di comunione, respiravano e testimoniavano l’amore di Dio.

Celebrando la canonizzazione di Giuseppe Allamano, pensiamo, dunque, di vivere lo spirito della casa. Papa Francesco, citando grandi santi come papa Giovanni Paolo II e Carlo Acutis, parlava, appunto, dei «santi della porta accanto», di quella gente normale che non giunge da un mondo parallelo, ma appartiene al popolo fedele di Dio e che è inserita nella quotidianità fatta di famiglia.

La missione inizia nella casa

Parlare della casa è parlare della missione che inizia nelle nostre case religiose, ma anche nelle nostre famiglie dove ritorniamo ogni tanto per visitare i nostri parenti e gli amici. Ed è qui dove conosciamo le difficoltà della gente, le sofferenze, la mancanza di speranza, ma è anche qui che troviamo i santi della porta accanto.

La santità, diceva Allamano, non è un programma di sforzi e di rinunce, è vivere «lo straordinario nell’ordinario». È dire anche solo «Buon giorno», ma detto bene; è saper dire al fratello o alla sorella: «Ti voglio bene»… sono piccoli gesti legati alla casa, ma che fanno crescere questa famiglia religiosa.

È un’esperienza che io stesso ho fatto tornando da vescovo nelle nostre comunità in Italia: nessuno mi chiamava «Eccellenza», ma tutti mi davano del «tu». Trovare padre Fiorentini o padre Trabucco che ho conosciuto come superiori generali e sentirmi rivolgere la domanda: «Osório come stai?». O rivolgermi a padre Lengarin, attuale superiore generale, chiedendogli «Come stai?» e lui: «Andiamo a prendere un caffè», tutto questo mi ha fatto sentire a casa mia. Il mio cuore era agitato da grossi problemi riguardanti la mia terra natale, ma l’essere trattato con tanta amicizia e familiarità mi faceva sentir bene. La santità di Allamano era così: «Lo straordinario nell’ordinario». Se vogliamo vivere questa santità di cui Allamano è modello, ripartiamo dalle nostre case, dalle nostre relazioni, dalle piccole cose della vita quotidiana.

Uscire per evangelizzare

È là, nella casa, dove si ascolteranno le ultime parole di Gesù: «Andate e predicate» (Mc 16,14), e noi siamo venuti in questa casa per ascoltare ancora una volta quell’«andate» dalla vita di Allamano. Ne abbiamo bisogno perché spesso ci siamo accomodati nelle nostre case e, magari, abbiamo perso la voglia di uscire.

Il Risorto chiede di andare, cioè di mettersi in cammino. Gli apostoli hanno ricevuto il comando di uscire da Gerusalemme e, come loro, i primi missionari sono usciti da Torino e hanno evangelizzato il mondo. E oggi, noi siamo qui da molte parti del mondo come frutti del loro lavoro e siamo qui perché i primi sono usciti.

Se cerchiamo la comodità la missione morirà. Bisogna, dunque, uscire. Il Risorto non chiede ai discepoli di abbellire il sepolcro (dell’Allamano), non chiede di incidere lapidi, né di dedicargli vie e meno ancora di costruirgli monumenti o scrivere libri su di lui, tantomeno di organizzargli feste. Chiede di continuare quel ministero della Parola che ha costituito la sua principale attività suscitando la fede nel cuore dei discepoli. Il Vangelo ci racconta che Gesù era sempre in movimento, passava da un villaggio all’altro, da una città all’altra ed è questo a cui siamo chiamati.

Missionari della consolazione

Uscire da Gerusalemme e andare in tutto il mondo, a tutti i popoli per formare un popolo di popoli. All’inizio, i Missionari della Consolata erano tutti italiani, piemontesi, e oggi vengono da tutto il mondo. La prima chiamata ha spinto ad uscire e a mettersi in movimento affinché il messaggio di Gesù giungesse ai confini della Terra.

E proprio dai confini è sgorgato il miracolo che ha portato alla canonizzazione di Giuseppe Allamano. Non da Torino, non da Roma, non da São Paulo o da qualche grande città, ma dal folto della foresta amazzonica è brillata la santità di Giuseppe Allamano.

Lasciamo, dunque, le nostre comodità e usciamo a portare la buona notizia della consolazione.

È bello sentire che, dove passa un missionario della Consolata, passa la consolazione, quella che trova la sua radice nella casa, nella famiglia così come san Giuseppe Allamano ci voleva.

A cura di Sergio Frassetto

Pier Giorgio frassati e Giuseppe Allamano

Il 7 settembre scorso, papa Leone ha canonizzato Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Padre Michelangelo Piovano, vice superiore generale dei missionari della Consolata, racconta di quando era ancora bambino e suo papà, presidente dell’Azione cattolica di Cambiano (To), gli parlava con entusiasmo del nuovo santo torinese, come di un modello di vita cristiana e di impegno politico e sociale. «Lo era per lui, come padre di famiglia, e voleva che lo fosse anche per me parlandomene e regalandomi una piccola biografia che era in circolazione a quei tempi. Ed è per questo che Pier Giorgio Frassati mi è sempre stato caro e ogni volta che ritorno a Torino amo fare un piccolo pellegrinaggio alla cattedrale dove è conservata la Sindone, ma anche l’altare con la sua tomba».

Torino, 4 maggio 1924, ingresso in diocesi del cardinale Giuseppe Gamba con la presenza di Giuseppe Allamano (al centro con il piviale) e del giovane Pier Giorgio Frassati (a destra, giovane con cappello dietro sacerdote con cotta bianca).

San Giuseppe Allamano e san Pier Giorgio Frassati erano contemporanei e quasi certamente si conoscevano. Infatti, è dimostrato che il secondo ha frequentato il Santuario della Consolata, quando Allamano ne era rettore. È inverosimile che un giovane del suo calibro spirituale non abbia sentito il fascino di un tale rettore! Tanto più se si pensa che anche Frassati aveva un’anima missionaria e intendeva, presa la laurea in ingegneria mineraria, emigrare per essere accanto ai minatori in America, in Russia, in Africa.

Ci sono due testimonianze di don Nicola Baravalle, secondo successore di Allamano come rettore della Consolata. La prima è stata rilasciata al processo canonico: «Il Servo di Dio come grandemente gioiva e si compiaceva del bene compiuto dagli altri, così soffriva immensamente per le offese fatte al Signore. Ricordo, che quando nella andata a Roma della Gioventù cattolica, vi furono tafferugli, per cui vennero incarcerati parecchi nostri giovani, egli si compiaceva e versava lacrime di intima gioia nel leggere che il Servo di Dio Pier Giorgio Frassati teneva alto il morale di tutti, non piegandosi alla volontà dei nemici, e non accettando la liberazione quando si venne a conoscere che era figlio dell’ambasciatore d’Italia a Berlino. E più ancora nel sapere che era l’anima di tutti, che invitava a recitare il rosario, e intonava le litanie della Madonna».

Ma la testimonianza più bella è quella che Baravalle scrisse nella lettera alla sorella di Frassati: «(Nel 1925) alla notizia della morte di Pier Giorgio, il vecchio Allamano pianse». Non si piange per uno sconosciuto. Baravalle continua: «Nel giorno dell’ingresso del nostro amatissimo arcivescovo (monsignor Giuseppe Gamba – 4 maggio 1924), a cena, il canonico Allamano ricordava di aver notato lo studente Frassati che procedeva soddisfatto e riverente a lato dell’arcivescovo, e sovente concordava ancora con questo giovane così nascostamente virtuoso».

Il padre Giacinto Scaltriti, ricordando l’impegno cristiano, soprattutto sul piano sociale di Frassati, e conoscendo la sensibilità di Giuseppe Allamano in questo campo, si domanda: «Quante volte Pier Giorgio fu dall’Allamano per coordinare quest’azione che aveva un quartiere non secondario in quello della Consolata?». Una conferma indiretta è rappresentata da una foto che riprende, in una sola inquadratura, sia Allamano che Frassati, vicini al nuovo arcivescovo, monsignor Gamba, nel corteo del solenne ingresso in diocesi.

L’amore per il Signore, per l’Eucarestia, per la Consolata, per i poveri e la missione che li ha accomunati qui in terra li trova ora uniti nella comunione dei santi insieme ad altre belle figure di santità della chiesa torinese sempre attenta a tutto ciò che è umano, ma che ci riporta a Cristo e che sosteneva la vita di fede di san Pier Giorgio, il quale scriveva: «Gesù nella santa comunione mi fa visita ogni mattina. Io gliela rendo, con i miei poveri mezzi, visitando i poveri».

Michelangelo Piovano




Minoranza in dialogo

La missione in un’area dove i cristiani sono il 3% della popolazione porta con sé diverse sfide. Se si aggiungono la povertà di mezzi e l’isolamento, il lavoro si fa duro. Ma è quello che dà più senso a una presenza.

La presenza dei Missionari della Consolata in Costa d’Avorio inizia nel 1996 e si concretizza con due zone di missione piuttosto diverse.

La prima, a Sud, a San Pedro, dove tutto è cominciato, è a maggioranza cristiana. La seconda, a Nord, nella diocesi di Odienné, dove l’istituto è presente dal 2001, prima nella parrocchia di Dianra, e poi, l’anno successivo, in quella di Marandallah. Quest’area, che confina con il Mali e il Burkina Faso, è a maggioranza musulmana. Qui si aprono sfide specifiche dovute al contesto.

«La missione nel Nord della Costa d’Avorio ha un senso profondo per tre motivi – ci dice padre Stefano Camerlengo, missionario a Dianra village -. La missione come incontro, come relazione, in questa zona si manifesta nell’essere “minoranza”.

Pur essendo missionari, e quindi con il dovere di essere in prima linea là dove non si conosce il Vangelo, ho constatato che la maggior parte dei Paesi nei quali siamo presenti in Africa sono a maggioranza cristiana, o comunque dove i cristiani sono in gran numero. Qui, nel Nord della Costa d’Avorio, invece, ti rendi conto di essere minoranza. Quindi, innanzitutto, sei privo di particolari privilegi. 

Inoltre, qui lavoriamo con un piccolo gruppo di persone, che è piuttosto stabile. Qualcuno muore, uno nuovo può arrivare, ma di base la comunità è sempre la stessa, senza la pretesa di avere delle folle». Padre Stefano continua: «Essendo un gruppo stabile, poi, è anche fragile, perché è tutto in mano a poche persone (catechisti e agli animatori), che sono anche i più intraprendenti. Questo fatto, però, genera precarietà».

«Devo aggiungere che, per fortuna, in questo periodo storico, nonostante siamo solo il 3% della popolazione nella diocesi di Odienné, noi cristiani non siamo maltrattati».

Povertà in periferia

Il secondo elemento, che per padre Stefano da un senso profondo alla missione nella sua zona, è la condizione di povertà di mezzi e di servizi: «Qui ci sentiamo “periferia”. È presente una povertà che chiamerei atavica. Nella nostra area ci sono villaggi nella stessa situazione in cui erano trenta o quaranta anni fa. Non è arrivata l’elettricità, tanto meno la strada asfaltata. Durante la stagione delle piogge spostarsi diventa molto complicato. Inoltre, come mezzi di trasporto, le persone possono contare al massimo su un motorino cinese. Poi mancano i servizi, ad esempio quelli sanitari. La nostra area di intervento è grande come la regione Marche, ma c’è un unico ospedale con il reparto odontoiatrico. Per farsi curare i denti, la gente deve fare due giorni di cammino, oppure usare i mezzi pubblici che non arrivano.

Allo stesso tempo però, a livello generale, il Paese sta crescendo, aumenta la ricchezza, ma questa tocca pochi e solo in città. Non nelle nostre zone. In questo senso, ci sentiamo periferia».

Un altro aspetto, molto importante, e legato al primo punto, è quello del «dialogo interreligioso».

Continua padre Stefano: «Un elemento motivante nello stare qui è il fatto di poter intavolare il dialogo interreligioso. Intanto dobbiamo partire dal presupposto che questo interessa solo a noi, e non agli altri, perché è insito nel nostro stile, nel Vangelo. Per realizzarlo dobbiamo creare delle occasioni. Ma per un dialogo a livello di dottrina, a livello teologico, intellettuale, qui non abbiamo le basi, neppure linguistiche. Per noi, si tratta piuttosto di un dialogo nel quotidiano, del vivere insieme. Ci si invita alle feste religiose reciprocamente. Ci sono anche dei momenti convocati dal governo locale. Quando c’è una festa nazionale o un incontro organizzativo, il prefetto, o il sindaco, invita tutti i responsabili religiosi. Tutti partecipiamo e cerchiamo insieme di migliorare il nostro ambiente di vita comune.

Ad esempio, abbiamo fatto alcune riunioni sulle elezioni che si terranno a breve (a ottobre, ndr). Ogni incontro, anche se in ambito civile, inizia e finisce con una preghiera. Quella iniziale chiedono sempre a me di farla, mentre quella finale la predica un imam. Poi il prefetto ci invita a pranzo, e c’è sempre il posto riservato alle autorità religiose».

Anche questo, dunque, è un dialogo fatto di relazioni quotidiane. «Se ci sono dei progetti per il bene comune, cerchiamo ci coinvolgere tutti. Come parrocchia, abbiamo, ad esempio, acquistato un trasformatore per stabilizzare la corrente elettrica, e abbiamo coinvolto tutti».

Esiste inoltre un protocollo di comportamento: «Quando vado a visitare una delle nostre comunità in un villaggio, appena arrivato vado dal capo villaggio, poi dall’imam e, infine, posso riunirmi con i fedeli a pregare».

Analfabetismo

Padre Stefano porta l’attenzione su un’altra questione: «Nella missione di Maradallah il presidente del nostro consiglio pastorale è poligamo. È l’unico che sa leggere e parlare in francese, quindi è necessario. Qui l’analfabetismo è ancora molto diffuso. I nostri catechisti non sanno leggere, allora imparano tutto a memoria. Talvolta diventa difficile fare passare i messaggi. Ad esempio, non tutti sono in grado di usare i programmi di messaggistica sul telefono. Quelli che di solito ci aiutano non sanno farlo. Quindi, non è facile organizzarsi».

Grandi sconvolgimenti

Padre Stefano ha una nuova preoccupazione per la sua zona di missione. Recentemente è stato scoperto un grande giacimento d’oro per la quale è stata data la concessione a una società canadese: «Sono già presenti e stanno costruendo alcuni impianti. Arriveranno strade, elettricità. Il prefetto mi ha chiesto di calmare la gente. Ci sono villaggi che saranno spostati, perché sotto di essi si trova l’oro. Una strada dovrebbe passare attraverso a una foresta che è sacra, secondo le credenze locali. Quindi la gente non vuole e ha bloccato i lavori. Inoltre, quando un abitante di un villaggio riceve l’indennizzo per il suo terreno, non è in grado di gestire una quantità di denaro mai vista prima, e rapidamente viene persa. La compagnia mineraria farà qualche dispensario e qualche scuola, il che è un bene. Però arriveranno anche avventurieri da ogni dove. Insomma, sarà tempo di grandi sconvolgimenti».

E chiude: «Quando lavori in questo contesto vedi proprio la fatica del quotidiano. E questo dà senso alla tua missione. Qui diciamo: Tutto è un problema, d’altra parte si troverà una soluzione, prima o poi». Però è dura.

Marco Bello




Nunc coepi

«Ricominciare» è la parola chiave che, all’inizio dell’Anno santo della speranza, papa Francesco ha rivolto a tutti coloro che da ogni parte del mondo si sarebbero fatti pellegrini alla ricerca di un nuovo inizio per la loro vita. Il Giubileo, infatti, è un nuovo inizio, la possibilità per tutti di ripartire da Dio. Col Giubileo si incomincia una nuova vita, una nuova tappa.

Per spiegare il significato del «ricominciare» papa Francesco ha usato l’immagine del battesimo di Giovanni Battista. Giovanni proponeva ai battezzandi di attraversare il fiume Giordano come era avvenuto con Israele seguendo Giosuè per entrare nella Terra promessa. Così noi oggi attraversiamo la Porta santa col desiderio di incontrare la terra promessa della grazia di Dio che perdona e rinnova la nostra vita.

A papa Francesco ha fatto eco papa Leone XIV che, all’inizio del suo pontificato, rivolgendosi al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha allargato il concetto alla dimensione socio politica del mondo, dicendo: «Il mio ministero inizia nel cuore di un anno giubilare, dedicato in modo particolare alla speranza. È un tempo di conversione e di rinnovamento e soprattutto l’occasione per lasciare alle spalle le contese e cominciare un cammino nuovo, animati dalla speranza di poter costruire, lavorando insieme, ciascuno secondo le proprie sensibilità e responsabilità, un mondo in cui ognuno possa realizzare la propria umanità nella verità, nella giustizia e nella pace».

«Ricominciare»: una parola, un verbo, una dinamica continuamente ribaditi da san Giuseppe Allamano attraverso il motto latino «Nunc coepi», adesso ricomincio. Con questa espressione insegnava ai suoi figli e figlie a non abbattersi, nonostante l’esperienza dei propri difetti e mancanze, ma a riprendersi sempre con speranza, perché è possibile raggiungere l’ideale della santità missionaria.

Per il fondatore questo incoraggiamento non era una semplice consolazione, ma l’invito a un serio impegno di riprendersi e migliorare senza scoraggiarsi. «Esaminiamo noi stessi se siamo sempre allo stesso modo: a fermarsi, nella via della perfezione, i buoni diventano cattivi, i fervorosi, ahi! Si discende sempre… Se non ci teniamo su, su… Esaminiamo in che classe siamo e facciamo propositi. Ego dixi: nunc coepi».

«Questo rinnovamento dovremmo farlo tutti i giorni, anzi tante volte al giorno, cioè sempre ricominciare».

Stimolati dalle parole dei papi Francesco e Leone, i Missionari della Consolata si fanno pellegrini di speranza in questo anno santo nello spirito del «Nunc coepi» di san Giuseppe Allamano.

Sergio Frassetto

Castelnuovo, padre James Lengarin porge l’omelia durante la messa in ringraziamento per la canonizzazione di san Giuseppe Allamano (AfMC).

Missionario per il mondo

Castelnuovo, il paese natale di Giuseppe Allamano, il 23 ottobre 2024, tre giorni dopo la canonizzazione del nostro fondatore, ha celebrato l’evento con una solenne messa di ringraziamento per un’affollata partecipazione di castelnovesi e pellegrini provenienti da varie parti del mondo. Riproponiamo in questa sede l’omelia pronunciata da padre James Lengarin, superiore generale dei Missionari della Consolata, che ha presieduto l’eucaristia.

Lode e ringraziamento

Siamo qui per lodare e ringraziare il Signore per averci fatto dono di san Giuseppe Allamano figlio di Castelnuovo, il nostro santo, santo per la Chiesa universale e per tutti i popoli amati da Dio.

Ringraziamo gli abitanti di questa terra speciale per averci dato il loro amato figlio come padre, fratello e intercessore presso il Padre. I castelnovesi hanno cresciuto un sacerdote esemplare che ci ha lasciato una preziosa testimonianza di fedeltà a Cristo e di amore per le anime e le persone più lontane da noi.

Chiamato alla missione

Fin dalla giovinezza Allamano visse in un clima di missionarietà, dapprima, durante gli anni del ginnasio alla scuola di don Bosco, poi nel seminario diocesano, quando, assieme ad altri compagni, aveva fatto domanda di essere accolto nel Collegio delle missioni Brignole Sale di Genova. Lo slancio apostolico del cardinale Guglielmo Massaia, anche lui originario di queste parti (nell’astigiano, ndr)
le scuole apostoliche istituite a Torino dall’intraprendente sacerdote canonico Ortalda, l’inizio delle missioni salesiane nelle Americhe meridionali, l’abbondanza del clero diocesano e soprattutto il suo zelo ardente e instancabile. Queste sono le situazioni che Allamano ha saputo interpretare per aprirsi verso l’altro, per andare oltre il suo piccolo paese, oltre Torino, oltre il Piemonte per arrivare alle persone più lontane alle periferie del mondo.

Per questo, la festa di oggi non è soltanto nostra, ma di tantissime persone del mondo che hanno conosciuto i Missionari della Consolata fondati dal santo che oggi celebriamo.

Il dono della salvezza è per tutti

Il Vangelo di Luca che abbiamo appena ascoltato ci parla della missione di Cristo: egli viene per raggiungere i poveri, liberare i prigionieri, restituire la vista ai ciechi, sollevare gli oppressi (Lc 4,18-19). Nella sinagoga di Nazaret, con le parole di Isaia, Gesù rivela il volto di un Dio che è credibile perché mostra la sua vicinanza a chi soffre, a chi è fragile e a chi è escluso ed emarginato dalla società. Mostra il volto di un Dio che vuole la libertà e il bene per tutti i suoi figli e figlie, che non annuncia un anno di comandamenti, un anno di leggi, un anno di regole, ma un anno di grazia, un anno di verità, un anno di serenità.

La sua missione è la stessa che siamo chiamati a compiere noi oggi. La grazia che Dio dona all’umanità passa attraverso la persona di Cristo ed è per tutti, indipendentemente dal paese di origine, dalle condizioni sociali e dal credo religioso. Allamano ha colto questo messaggio dal Maestro e ha dato un impulso missionario al suo tempo mostrando che la salvezza non è per alcuni, ma per tutti. Oggi le parole di Gesù sono rivolte a ciascuno di noi così come siamo, nella situazione in cui ci troviamo; l’amore di Dio, infatti, ci raggiunge anche quando ci troviamo in uno stato spirituale imperfetto e non camminiamo secondo lo spirito di Dio.

Quadro e statua di san Allamano nelal chiesa di s. Andrea a Castelnuovo (AfMC)

La sua missione era alimentata dalla preghiera

Nel firmamento della Chiesa, san Giuseppe Allamano è una stella luminosa e oggi ringraziamo Dio per la sua preziosa eredità. Egli aveva un cuore aperto alla realtà umana e sociale del suo tempo. Questa sua disposizione l’ha aiutato a dare priorità all’annuncio della salvezza ai non cristiani, a coloro che non hanno conosciuto Cristo. Egli sapeva bene che la santificazione delle anime dipende dalla grazia e che bisogna essere santi per poter diventare strumenti adatti, capaci di trasformare le persone nell’opera meravigliosa di collaborare con Dio nell’apostolato, nella missione, nella cura della gente.

Per questo, dopo le intense attività di ogni giorno, Allamano si ritirava nel «coretto» del santuario per pregare portando le persone alla Madonna, affidando a lei le gioie del presente, i progetti per il futuro e il sogno delle missioni. Era una persona che viveva qui, ma il suo spirito raggiungeva sempre coloro che erano più lontani.

La missione è farsi tutto a tutti

I missionari hanno colto questa fiamma e sono andati a chiamare tutti agli incroci e alle periferie del mondo; e, come dice san Paolo, «si sono fatti tutto a tutti» vivendo nella povertà e nell’abbondanza, nella sazietà e nella fame, facendo ogni cosa in colui che dava loro forza.

Con questa forza hanno percorso le strade del mondo, confidando in Dio che chiama e invia, al servizio della missione della Chiesa, spezzando il pane della Parola agli ultimi e ai lontani, portando a tutti il dono dell’amore inesauribile che sgorga dal cuore del salvatore e maestro Gesù Cristo.

«Coraggio e avanti»

Cari castelnovesi, quella piemontese è stata una Chiesa feconda di tanti missionari, religiosi e laici che hanno contribuito a fondare la Chiesa in tante parti del mondo. San Giuseppe Allamano ci aiuti e interceda affinché il seme da lui gettato cresca e porti frutti di uomini e donne nuovi, coraggiosi e lungimiranti, con il cuore aperto alla chiamata del Signore. L’immenso campo di apostolato si apre a tutti i discepoli di Allamano, specialmente ai giovani per testimoniare l’amore di Cristo.

«Coraggio e avanti», carissimi fratelli e sorelle, carissimi tutti.

A cura di Sergio Frassetto

Tutti i partecipanti alla festa di ringraziamento in Piazza Don Bosco a Castelnuovo (AfMC)

La santità celebrata

Riportiamo la cronaca delle celebrazioni realizzate, in azione di grazie, in vari paesi del mondo per la canonizzazione di san Giuseppe Allamano. A Bogotá, in Colombia, più di 600 amici dei missionari e delle missionarie della Consolata si sono riuniti nel Collegio Giuseppe Allamano per esprimere pubblicamente la loro gratitudine al Dio della missione, fonte di ogni consolazione, per i tanti doni ricevuti.

Il 16 novembre 2024, abbiamo ringraziato Dio, in primo luogo per il dono di suo Figlio, missionario inviato e incarnato, morto e risorto, vera consolazione da condividere con tutti i popoli della terra, specialmente quelli che camminano nelle tenebre della morte e cercano la pace.

In secondo luogo, abbiamo ringraziato per Giuseppe Allamano, per la sua vita vissuta in ordinaria semplicità, ma in modo straordinario e riconosciuta come una vita di santità proposta alla Chiesa e a tutta l’umanità come spirito, stile e metodo per diventare santi.

Abbiamo reso grazie anche per aver potuto incontrarci nuovamente nel Collegio Giuseppe Allamano, guardandoci negli occhi, abbracciandoci, ricordando i tempi passati e vivendo il momento presente come memoriale di amicizia e gratitudine.

Tutta questa gratitudine è stata celebrata alla mensa dell’eucaristia, presieduta dal nunzio apostolico in Colombia, monsignor Paolo Rudelli, dal presidente della Conferenza episcopale colombiana, monsignor Francisco Javier Múnera, dal
superiore regionale dei missionari della Consolata, padre Venanzio Mwangi Munyiri, dal vicario apostolico di Puerto Leguízamo, monsignor Joaquín Humberto Pinzón e da numerosi sacerdoti, religiosi e laici impegnati nella missione con spirito «allamaniano».

Il vescovo Francisco Múnera, Imc, ha tratteggiato la figura del Santo Fondatore con le parole di Cecilia Castro, sorella del defunto monsignor Augusto Castro, giunta per l’occasione dagli Stati Uniti.

«Carissima Famiglia missionaria della Consolata, è con grande gioia e gratitudine che invio le mie più sentite congratulazioni alla vostra grande famiglia in occasione della canonizzazione di san Giuseppe Allamano. La Chiesa, nella sua saggezza, ha riconosciuto le sue virtù esemplari e la sua immensa opera di formatore di santi missionari.

“Prima santi, poi missionari”, era solito dire. Così, ora che il Padre e Maestro dei missionari è arrivato agli altari, è bene seguire l’esempio delle sue virtù. La sua bontà, la sua dolcezza e la sua prudenza spiccano in tutto ciò che fece. Così diceva ai suoi missionari: “Desidero il meglio per tutti voi e vivo in questo mondo solo per voi”.

Per lui il primato della pedagogia missionaria era l’amore, lo spirito di universalità e la qualità del lavoro. La qualità non è la quantità. Per questo ricordava sempre che “il bene deve essere fatto bene”. Questo significa con una forte motivazione, con una mistica, con una passione evangelica, in una parola, “con spirito”. E aggiungeva: “Voglio che cresciate con spirito di lavoro. Faremo le vacanze in Paradiso”.

Il suo obiettivo era la santità, formare missionari santi: “Il missionario è chiamato a crescere globalmente fino a raggiungere la statura stessa di Cristo”. “Aumentare il numero dei missionari, sì, ma soprattutto aumentare la virtù. Solo la virtù sostiene la comunità”.

I miei più fervidi auguri per un’evangelizzazione alla maniera del nostro san Giuseppe Allamano».

Abbiamo rinnovato così la nostra alleanza con Dio e tra di noi, con l’impegno di continuare a servire la sua missione ispirati dal santo fondatore e chiedendo al Signore della messe di inviare nuovi operai per continuare a seminare il suo Regno nei sei continenti, compreso quello digitale.

padre Salvador Medina

Messa di ringraziamento al Collegio Allamano di Bogotà (Comunicazione IMC Bogotá)



Porta santa

Se Gesù è la «speranza che non delude», come ricordava papa Francesco nell’esordio della Bolla di indizione del Giubileo, sappiamo che tale mistero di speranza è stato tessuto nel grembo della Vergine Maria. Senza il cuore e la carne di Maria non ci sarebbe stata la sorgente della speranza che è la certezza della compagnia del Dio con noi e per noi. Così Maria è il crocevia indispensabile, per volere divino, attraverso cui passa la comunione tra Dio e l’uomo.

San Giuseppe Allamano ogni sera si faceva «pellegrino di speranza» presso l’icona della Consolata che contemplava da un piccolo matroneo, chiamato «coretto», posto all’interno del santuario. Da quella posizione le poteva parlare stando quasi a tu per tu con lei. Si rivolgeva alla Madonna con espressioni piene di tenerezza e di confidenza, fino a immaginare che tra la Consolata e lui si fossero create un’intesa e una collaborazione speciali, quasi che Maria prolungasse la sua funzione di dispensatrice dei favori divini.

L’avventura missionaria di san Giuseppe Allamano, come pure quella dei nostri due istituti, iniziò indubbiamente da lì. È evidente che, anche in rapporto alla fondazione, Allamano si considerava solo collaboratore della Consolata. La sua attività di fondatore e di educatore di missionari e missionarie ha un senso solo a partire dalla Consolata e in relazione con lei. L’istituto era opera sua e, quindi, Allamano non si preoccupava per il suo futuro. Lui, come segretario, le presentava l’opera dell’evangelizzazione, le attese dei popoli che non conoscevano Cristo e l’attività dei missionari, le loro difficoltà e i loro progressi, i frutti gioiosi di tanto lavoro.

Per Allamano, il massimo della speranza era la fiducia. Una fiducia sempre ripagata fino a poter dire: «La Consolata ha fatto per questo Istituto dei miracoli quotidiani, ha fatto parlare le pietre».

Grazie alla Madonna, durante la guerra non era accaduta alcuna disgrazia e non era venuto a mancare il pane quotidiano e «anche per questo, lascio l’incarico alla Madonna; per le spese ingenti della casa e per le missioni non ho mica mai perduto il sonno o l’appetito, glielo dico, pensateci voi, se fate bella figura siete voi, io me ne vado».

Per questo insegnava ai suoi missionari a essere uomini e donne di speranza. «La speranza è la virtù degli ardimentosi, di coloro che non accettano nella loro vita l’immobilità, che hanno orizzonti ampi, che con coraggio affrontano le sfide quotidiane come nuove opportunità. Il cristiano, infatti, non dovrebbe avere paura di allineare le proprie attese e i propri sogni a quelli di Dio che “vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità”» (1 Tm 2,4).

Una speranza che fioriva all’ombra della Vergine che Allamano invocava come «Madre di speranza» per tutti coloro che avevano perso la strada del bene e desideravano tornare a Dio. E proprio nella casa della Consolata, questi, inginocchiandosi al confessionale dove lui trascorreva lunghe ore, trovavano in Maria la porta santa che introduceva a Dio. Una porta che i torinesi continuano a varcare numerosi ancora oggi.

Sergio Frassetto

La «sua Consolata»

San Giuseppe Allamano visse la maggior parte del suo ministero sacerdotale come rettore del Santuario della Consolata. Il suo amore per la Madonna lo spingeva a dichiararsi suo «segretario e tesoriere» e oggi spiega a noi perché abbia chiamato con questo nome i suoi missionari e missionarie.

Quarant’anni di consolazione

Giuseppe Allamano aveva solo ventinove anni quando fu nominato rettore del santuario della Consolata dall’arcivescovo di Torino nel 1880. Per lui, che custodiva nel cuore il desiderio di andare vicecurato ed eventualmente parroco in qualche paesello, fu questa un’obbedienza che gli costò assai, tanto da fargli venire la febbre, ma fin dal primo momento del suo arrivo al santuario si sentì avvolto dallo sguardo tenerissimo della Consolata che lo attendeva, e il suo cuore un po’ smarrito e trepidante si sentì al sicuro sotto il manto di quella Madre che l’avrebbe custodito e amato come pupilla degli occhi suoi.

Da allora, sostenuto dalla Consolata, con la quale si intratteneva a lungo e alla quale tutto confidava, trovò sempre la forza per accogliere ogni situazione, anche le più scabrose e dolorose, con grande serenità, ripetendo con fede incrollabile, il suo fiat. Perciò verso la fine della sua vita, così si esprimeva: «Se avessi da fare la storia delle consolazioni ricevute dalla Madonna in questi quarant’anni che sono al santuario, direi che sono quarant’anni di consolazione. Non è che non abbia avuto da soffrire; lo sa Iddio quanto! Ma lì, ai piedi della Consolata, si è sempre aggiustato tutto».

Ne parlava con tenera devozione

Fin da giovane seminarista, Giuseppe Allamano nutriva una tenera devozione per la Madonna e celebrava con gioia ogni sua festa, sotto tutti i titoli, ma poi, quale rettore del santuario e ancora di più quale padre di missionari e missionarie, con disarmante semplicità confessava che la «sua Madonna» era solo Lei, la dolcissima Consolata.

I suoi figli e figlie della prima ora hanno testimoniato che parlava della «sua Consolata» con una tenerezza indicibile, si commuoveva profondamente e si entusiasmava, tanto da trasfigurarsi; e non usciva mai di casa senza essere prima passato a salutare la Consolata.

Guida e sostegno del missionario

La devozione alla Madonna non era, però, fatta solo di pii sentimenti. Per tutta la vita, la Consolata rimase al centro del suo ministero sacerdotale, guidando, sostenendo, illuminando ogni sua scelta.

Alle suore confidava: «Chi è la Consolata per noi? È essa che ha fondato l’Istituto, che lo dirige, che ci manda il pane quotidiano». E ai missionari aggiungeva: «La Consolata ha fatto per questo Istituto dei miracoli quotidiani; ha fatto parlare le pietre».

Di conseguenza, voleva che noi prendessimo la Madonna, che generò la nostra famiglia nel cuore della Chiesa, come custode, modello, guida e sostegno della nostra vita e della nostra missione: «Fare tutto con Maria, prendendola come nostro modello in tutte le azioni e agire come farebbe lei».

Segretario e tesoriere

Allamano, inoltre, si considerava suo segretario e tesoriere; si sentiva, cioè, dispensatore privilegiato delle tenerezze materne della Consolata, e nulla faceva senza di lei: «Se fai bella figura, sei Tu!», le diceva con amore filiale e sconfinata fiducia.

Pochi mesi prima di morire, durante un periodo di riposo a Rivoli, a un sacerdote che lo visitò disse: «Mi hanno mandato qui in riposo ed io mi sento in esilio. Andando ella domani a Torino, dica a miei sacerdoti che io lontano dalla Consolata non posso vivere!». Sì, la Consolata fu la «sua Madonna» sotto il cui sguardo visse per ben quarantasei anni, fino all’ultimo respiro.

Le ultime parole che i circostanti hanno raccolto dalle sue labbra in un soffio sono state un «Amen» e un’invocazione: «Ave Maria». Amen: l’atteggiamento di tutta la sua vita di fronte alla volontà di Dio, bussola unica e fermissima della sua anima in continua ricerca dei segni del cielo. Ave Maria: l’espressione di amore e di speranza di un cuore sacerdotale tutto fuoco, per il quale la Consolata è stata la stella soavissima d’ogni alba e d’ogni tramonto. Non ha avuto bisogno d’altro nella sua vita. Dio e la Madonna sono stati il suo «tutto» immenso.

Capiamo allora che Allamano, affidando i due istituti da lui fondati alla Consolata, non ci ha dato solo un nome, ma una madre: «Quanta gente viene a pregare e porta via le grazie e i miracoli, e noi che siamo i suoi figli prediletti? Ne portiamo il titolo come nome e cognome. Sotto questo titolo è nostra Madre particolare.  Noi siamo Consolatini, figli prediletti della Consolata».

Guardiamo alla Consolata

Il nostro fondatore, quale figlio prediletto della Consolata, oggi risplende della santità di Dio, e anche la Chiesa così lo riconosce e proclama. La sua canonizzazione è per tutti noi un dono immenso, ma è anche una sempre più grande responsabilità perché ci chiama a rinnovarci con fedeltà e impegno, attingendo con abbondanza alla ricchezza della sua vita e della sua santità.

Quante volte Allamano ha rivolto il suo sguardo alla Consolata e quante volte si è lasciato guardare da lei! Anche noi desideriamo contemplare il suo volto e lasciarci guardare da lei, qui sta la nostra forza e la forza dei nostri Istituti.

Guardiamola spesso, a lungo, con amore, in silenzio, preghiamola ogni giorno per noi, per l’istituto, per il mondo intero. O Consolata, madre della consolazione, entra sempre più nei nostri cuori e colmaci del dono dell’amore.

A cura di Sergio Frassetto

Celebrato nel suo santuario

In un clima gioioso e solenne al tempo stesso, domenica 16 febbraio si è celebrata la prima festa di san Giuseppe Allamano anche nel Santuario della Consolata di cui fu rettore per più di 45 anni (1880-1926).

A lui si devono l’opera pastorale per far crescere nei torinesi di allora la devozione alla Vergine Consolata e l’attuale struttura del Santuario: da lui ingrandito con l’aggiunta di quattro nuove cappelle e totalmente riplasmato con marmi e dorature, rendendolo – come qualcuno lo volle definire – un’autentica «reggia di Maria». A lui si deve il rilancio del Convitto Ecclesiastico che per decine di anni fu luogo e scuola di formazione per i giovani sacerdoti torinesi e piemontesi. A lui si deve la fondazione dei missionari e delle missionarie della Consolata, congregazione questa che può già gloriarsi per due suore proclamate beate: Irene Stefani, che fu accolta tra le suore dal Santo stesso, e Leonella Sgorbati, martire in Somalia.

La celebrazione delle 18 è stata presieduta dal cardinale Roberto Repole accompagnato dal clero locale e da numerosi missionari della Consolata. Le missionarie della Consolata e tantissimi torinesi riempivano tutti gli spazi del santuario.

Al termine della celebrazione, il Cardinale ha benedetto la nuova pala d’altare dedicata a san Giuseppe Allamano, collocata a destra, nella prima cappella delle quattro che circondano l’emisfero del santuario.

Monsignor Giacomo Maria Martinacci, rettore del Santuario della Consolata, prima della benedizione, ha presentato il grande quadro, opera del pittore milanese Antonio Molino, dicendo: «Davanti a noi possiamo vedere al centro, sotto l’immagine della Consolata, raffigurata con le preziose corone di stelle che Allamano volle aggiungervi, la figura del santo mentre tocca il mappamondo sul quale i confini dell’Africa sono quelli del tempo in cui egli vi inviò i primi missionari. Attorniano Allamano il suo santo zio Giuseppe Cafasso a cui egli costantemente volle ispirarsi; il canonico Giacomo Camisassa, da lui personalmente scelto, che per 42 anni fu il suo prezioso e insostituibile collaboratore sia per le molteplici opere compiute nel Santuario sia per la fondazione dei due istituti missionari; e il beato Luigi Boccardo, il quale per trent’anni fu il braccio destro di Allamano nella conduzione del rinato Convitto Ecclesiastico.

Con loro è sembrato giusto ricordare le due suore missionarie, ora beate, Irene Stefani, che fu accolta nella vita religiosa dal Santo stesso, e Leonella Sgorbati, prima martire dell’istituto. Nelle tante figure poste nella parte inferiore del quadro non è difficile identificare una rappresentanza dei destinatari dell’opera compiuta dal Santo e portata avanti in tutto il mondo dai suoi missionari e missionarie.

Mi auguro che, aiutati anche dal sostare davanti a questo quadro, i fedeli possano qui attingere quei valori a cui Allamano sempre si ispirò e che seppe trasmettere ai sacerdoti e ai fedeli, non solo torinesi, in tutta la sua non breve vita: la devozione alla Consolata, la grande dedizione per l’opera di evangelizzazione che Gesù volle affidare a ognuno dei suoi discepoli e l’impegno a formare una cordata che insieme cammina nelle vie del Signore, valorizzando il reciproco fraterno aiuto».

A cura di Sergio Frassetto




Le «armi dei piccoli»


L’iniziativa di un missionario porta a nuovi orizzonti. Trova subito le condizioni per una missione «ad gentes». Poi la presenza si espande. Ma la crisi socio economica in cui versa oggi il Paese interroga.

L’esperienza dell’Istituto Missioni Consolata in Venezuela comincia nel 1971, grazie all’iniziativa di padre Giovanni Vespertini.

Vespertini era in missione in Colombia ma, stanco e in difficoltà, decise di recarsi in Venezuela e prendere contatti con alcuni vescovi. La risposta dell’episcopato del Paese fu molto positiva, tanto da indurre i missionari della Consolata della Regione Colombia a inviare altri sacerdoti e stabilire una comunità nella diocesi di Trujillo. Erano i primi anni dopo il Concilio Vaticano II, quando, su suggerimento del Capitolo del 1969, ovunque nell’istituto si studiavano possibilità di aprire nuovi campi di lavoro missionario, attraverso la costituzione di piccoli gruppi.

I superiori accolsero la proposta della Colombia e nel 1974 iniziarono a inviare personale. Tra i primi ci fu padre Francesco Babbini, che sarebbe rimasto un missionario emblematico del Venezuela.

Una prima riflessione che sorge è che, talvolta, le nuove aperture in Paesi sconosciuti sono fatte dopo grandi discernimenti, ma non sempre. Altre volte, invece, l’indicazione te la dà la vita, un qualche malessere, il bisogno di andare altrove. E ancora, spesso aspettiamo sconvolgimenti e cambiamenti fatti da masse, ma la storia ci insegna che a volte basta una persona che crede in qualcosa, e che inizi a fare dei passi, e da lì cambiano le cose.

Popoli indigeni e afro

Nel 1982 la presenza di Imc in Venezuela assunse il nome di Delegazione e fu dedicata alla vergine di Corogoto.

Come istituto ad gentes, l’opzione fu da subito quella dei popoli indigeni. Così le prime missioni furono nella Guajira, la striscia di terra al confine con la Colombia, nelle tre comunità di Guarero, Paraguaipoa, Sinamaica. Il lavoro dei missionari diede vita a numerose piccole comunità.

Terminata quell’esperienza una decina di anni dopo, i missionari furono sollecitati per una nuova missione tra i Warao, il popolo delle canoe, nel delta dell’Orinoco. Iniziato negli anni 2000, il lavoro tra loro continua ancora oggi.

Il secondo pilastro dell’intervento Imc in Venezuela è l’accompagnamento degli afrodiscendenti. Nel 1986 fu aperta, tra queste popolazioni, una comunità a Barlovento. Occorre dire che gli afrodiscendenti del Venezuela sono piuttosto diversi da altri con cui i missionari lavorano in America Latina.

Qui è difficile ricavare qualcosa, essere significativi, anche dopo tanti anni di presenza. In Colombia, ad esempio, gli afro portano avanti una ricerca identitaria, culturale. In Venezuela si tratta di gruppi che vivono in zone periferiche. Esercitano il controllo del territorio e, con le loro bande, fanno entrare solo chi vogliono. La situazione è dura. Sono quasi gettizzati. Si fa fatica a riunirli e a camminare con loro. Gli sforzi di promozione umana sono difficili. È un terreno abbastanza arido.

Il merito dell’istituto è quello di essere lì con continuità da 40 anni a condividere un cammino missionario fatto di quotidianità.

Quartiere di Carapita, periferia di Caracas

Con gli ultimi delle periferie

Dal 1999, inoltre, i missionari si interessarono anche alle periferie povere delle grandi città. Così nacque l’accompagnamento della comunità di Carapita. Si tratta di una baraccopoli formata da un impressionante alveare di mattoni, lamiere e cartoni, dove le abitazioni poggiano l’una sull’altra, fino a raggiungere la sommità della collina. Le strade, poche e strette, si inerpicano su per la montagna, tra strapiombi mozzafiato. In molti luoghi si può andare solo a piedi. Qui vivono 100mila persone soggette a ogni sorta di stenti e potenziali vittime di ogni tipo di violenza. Questo habitat pone svariate sfide al lavoro pastorale: mancanza di spazio per strutture parrocchiali; eterogeneità del tessuto umano quanto a provenienza e nazionalità; pochi i giovani che frequentano la chiesa; molta violenza, droga, assenteismo nelle iniziative pastorali.

L’ultimo pilastro della presenza Imc in Venezuela è l’animazione missionaria e vocazionale. Nacque presto, come naturale espressione del carisma missionario dell’istituto e come dono alla chiesa venezuelana. I frutti sono stati molteplici: vocazioni di speciale consacrazione al servizio della Chiesa locale e anche dell’istituto; laici che hanno accolto la dimensione missionaria dentro la loro specifica vocazione laicale nelle loro comunità cristiane, non disgiunta anche da servizi temporanei alle chiese dell’Africa; parrocchie e seminari sensibilizzati a un nuovo stile di evangelizzazione.

Il dubbio

Nel desiderio di recuperare l’ad gentes originario, fatto cioè di ricerca dei «non cristiani», alcuni missionari hanno iniziato, alcuni anni fa, a riflettere se fosse giunto il momento di lasciare il Paese per andare altrove.

Anche la crisi sociopolitica, oramai acuta nel Paese, portava in questa direzione.

La missione in Venezuela si era anche fatta una cattiva fama tra i nuovi missionari, per cui i seminaristi preferivano non andarci.

Proprio per queste difficoltà si è invece pensato che non era il momento di lasciare, ma piuttosto di rimanere come segno di consolazione. Questa si esprime anche attraverso a una comunità aperta. Come dimostra l’attività di accompagnare i poveri per le strade: c’è un gruppo di giovani che sabato e domenica vanno nei quartieri a portare cibo e consolazione agli abbandonati. È un’esperienza molto forte.

Nel 2018 i missionari presenti in Venezuela hanno scritto una lettera a tutti i confratelli nella quale ricordano la crisi che il Paese sta vivendo ma ribadiscono che «in Venezuela, la missione di consolazione e liberazione è oggi più necessaria che mai», e dichiarano: «Siamo disponibili ad accogliere qualsiasi giovane in formazione che desideri fare una esperienza missionaria in Venezuela e fare qui i suoi studi di specializzazione».

Voglio concludere citando una frase di san Francesco, che calza con la presenza «piccola», perché non numerosa, dei missionari della Consolata in Venezuela:

«Siamo pochi e non abbiamo prestigio. Che cosa possiamo fare per consolidare le colonne della Chiesa? […] Noi possiamo offrire solo le armi dei piccoli, cioè: amore, povertà, pace. Che cosa possiamo mettere a servizio della Chiesa? Solo questo: vivere alla lettera il Vangelo del Signore».

Stefano Camerlengo


La serie

 Le missionarie e i missionari della Consolata sono presenti in 35 paesi di quattro continenti: Africa, Americhe, Asia, Europa. È questa l’opera di san Giuseppe Allamano oggi, iniziata nel 1901 e tramandata da generazioni di donne e uomini che hanno raccolto la sfida. Questa serie è realizzata insieme alla rivista Andare alle genti, e al sito delle missionarie della Consolata. missionariedellaconsolata.org

Barrio Carapita




Allamano. Sapeva guardare oltre


Un prete umile e senza apparenza, Giuseppe Allamano, il 20 ottobre scorso è stato proclamato santo: per la fedeltà eroica con cui cesellò la sua vocazione cristiana e sacerdotale e, soprattutto, per avere spinto il suo sguardo attento non solo alla città in cui trascorse la vita, ma molto più in là, in Africa. E con la fondazione di due istituti missionari riuscì a raggiungere altri popoli e continenti.

Ancora ragazzo, guardava alle missioni con passione e curiosità. Superando le idee ristrette del suo ambiente e i confini limitati della sua terra piemontese, Allamano allargò i suoi orizzonti e sentì l’urgenza del mandato di Cristo di portare a tutti il Vangelo.

Trovava innaturale che nella sua Chiesa torinese, feconda di tante istituzioni di carità, ne mancasse una dedicata alle missioni. Decise di rimediarvi e, con l’approvazione del suo arcivescovo, monsignor Agostino Richelmy, e della Conferenza episcopale subalpina, il 29 gennaio 1901, fondò l’Istituto dei Missionari della Consolata.

Nel 1902 partì il primo gruppetto di pionieri per il Kenya. Vedendo, poi, la necessità della presenza di donne, consacrate a tempo pieno per l’evangelizzazione, dieci anni dopo, il 29 gennaio 1910, fondò le Suore Missionarie della Consolata.

I due Istituti adattano oggi il passo ai nuovi tempi, camminando nel solco tracciato dal fondatore e portando con loro il ricordo di una persona cara e santa, con l’impronta di una pedagogia adatta a ogni forma di evangelizzazione.

La concezione missionaria di Allamano è aderente, nella forma e nei contenuti, alle persone e alle loro culture, e si adatta ai ritmi di vita che incontra nel suo cammino. Egli insegnò ai suoi missionari e missionarie a entrare in casa altrui in punta di piedi e a sedersi alla mensa comune, senza pretese o condizionamenti, contenti di condividere con gli altri il pasto comune. Soleva dire che «il bene non fa rumore», che va compiuto con discrezione e nel miglior modo possibile.

Presenti, oggi, in 35 paesi d’Africa, America e Asia, i missionari e le missionarie della Consolata continuano a percorrere le strade del mondo, chiedendo ogni giorno al Signore di mantenere acceso nel cuore quel fuoco di carità che infiammò Giuseppe Allamano, per portare al mondo, con Maria Consolata, Gesù la vera consolazione e annunciare la sua gloria alle genti.

padre Giacomo Mazzotti


Rendiamo grazie a Dio

«Grazie a Dio per il suo dono indescrivibile» (2 Corinzi 9,15). «Rallegratevi sempre nel Signore. Lo ripeto ancora una volta: Rallegratevi! Che la vostra dolcezza sia evidente a tutti. Il Signore è vicino. Non siate in ansia per nulla, ma in ogni situazione, con preghiere e suppliche, con ringraziamenti, presentate a Dio le vostre richieste. E la pace di Dio, che trascende ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Filippesi 4,4-7)

L’espressione «Rendiamo grazie a Dio» è la risposta alla proclamazione delle letture nelle celebrazioni eucaristiche, in segno di riconoscenza per il dono della Parola di Dio che è «luce che illumina i nostri passi» (Salmo 118).

Faccio mia questa espressione per ringraziare Dio, con tutto il cuore, per il dono specialissimo che ha fatto alla nostra famiglia missionaria, della canonizzazione del nostro fondatore, Giuseppe Allamano. Ripetiamo, singolarmente, in comunità, nelle parrocchie, con san Paolo: «Grazie a Dio per questo suo dono ineffabile».

Grazie a quanti hanno collaborato

Il processo di canonizzazione di Giuseppe Allamano, iniziato nel 1944, è stato lungo e faticoso, ma comunque sempre sostenuto e incoraggiato, soprattutto agli inizi, da tanti missionari e laici che l’avevano conosciuto e ne attestavano la santità. Facendo memoria del cammino fatto, è doveroso ringraziare tutti i confratelli che hanno lavorato in questi ultimi anni per portare a termine il processo di canonizzazione.

Un ricordo speciale anche per i missionari che sono in Paradiso e che si sono avvicendati nell’ufficio della postulazione, i quali, con la loro costanza e determinazione nel raccogliere materiale, produrre studi e pubblicazioni su Allamano, hanno mantenuto vivo l’interesse e favorito l’avanzamento del processo fino alle fasi conclusive.

Un grazie ai Superiori generali, nostri predecessori, che hanno sostenuto la postulazione insieme a tutti coloro che ci hanno creduto e le tante persone di buona volontà che hanno sostenuto il servizio della postulazione con la loro generosità. Questa ammirevole collaborazione ha reso possibile che Allamano diventasse un santo della Chiesa universale e per il mondo intero.

Un grazie davvero speciale va a tutti coloro che hanno lavorato instancabilmente per programmare e organizzare le celebrazioni della canonizzazione sia a Roma che a Torino, con il momento culminante nella messa solenne in Piazza san Pietro, domenica 20 ottobre, un giorno meraviglioso, indimenticabile, di gioia e di festa per tutti.

Una grande organizzazione

In una visione di insieme, è bello constatare come la proclamazione della data della canonizzazione, avvenuta il 1° luglio 2024, abbia suscitato un’ondata di interesse per il Fondatore in tutto l’Istituto con tanta voglia di celebrarlo e farlo conoscere.

Con entusiasmo e spontaneità si è messa in moto la nostra organizzazione, nelle sue diverse componenti: dalle circoscrizioni alle comunità locali, dalle diocesi alle parrocchie, dalle scuole ai collegi, dai missionari laici ai gruppi giovanili, tutti hanno organizzato eventi, partecipato ad incontri, preparato sussidi per celebrare e far conoscere la figura di san Giuseppe Allamano.

Attraverso pubblicazioni, interviste, articoli sulla stampa, video, omelie, incontri di preghiera, veglie missionarie, tantissime persone si sono rese disponibili per dare lode al Signore e annunciare il Vangelo attraverso il profumo di santità di Giuseppe Allamano.

I testimoni dell’evento

Straordinaria e sorprendente è stata anche la partecipazione di migliaia di pellegrini venuti in Italia per vivere in presenza la settimana di celebrazioni in onore del santo. Parrocchie e associazioni, famiglie e individui, giovani e adulti, gruppi e scolaresche da tutti i continenti, insieme ai vescovi Imc e di altre diocesi, hanno partecipato alle celebrazioni della canonizzazione sia a Roma che a Torino, testimoniando in modo mirabile che siamo un’unica grande famiglia riunita per celebrare la santità del proprio padre fondatore.

Al rientro nei loro Paesi, i superiori di circoscrizione, i parroci, i dirigenti scolastici e i gruppi di laici, si sono fatti promotori di celebrazioni di ringraziamento e di incontri per trasmettere la gioia e l’entusiasmo vissuti in Italia, in spirito di famiglia e con profonda spiritualità. Un unico argomento catalizzava l’interesse di tutti: la santità di Giuseppe Allamano, il significato per ciascuno di noi e per la Missione dell’Istituto. Lo si percepiva vivente nelle nostre celebrazioni, nei momenti di preghiera, nei discorsi spontanei fatti nei corridoi, negli incontri comunitari e nelle conversazioni spirituali. Non si parlava d’altro, con tanta soddisfazione per il traguardo raggiunto.

Una santità da imitare

Il mio augurio, per l’Istituto e per ciascuno di noi, è che l’onda lunga di questo interesse per Allamano e dell’entusiasmo per la canonizzazione possa continuare e trasformarsi in un seme di vita nuova per le comunità, il lavoro di evangelizzazione e la nostra santificazione. La santità di Allamano è prima di tutto da imitare, renderla significativa per la nostra vita personale e per la missione dell’Istituto.

Abbiamo un’altra grande opportunità per mettere al centro della vita il santo fondatore: l’anno del centenario della sua morte, iniziato il 16 febbraio 2025 e che terminerà il 16 febbraio 2026. Sì, un altro kairos per tenere alto l’interesse, l’amore e l’affetto verso Allamano e coinvolgere la grande famiglia della Consolata.

Continuiamo a rendere grazie a Dio per questo suo figlio, Giuseppe Allamano, amato in modo speciale e nostro intercessore, mentre ci impegniamo a essere fedeli alla missione a noi affidata.

padre James Lengarin,
Superiore generale IMC

Padre James Lengarin sullo sfondo della vetrata dedicata a San Giuseppe Allamano


La santità celebrata

Riportiamo la cronaca delle celebrazioni realizzate, in azione di grazie, in vari paesi del mondo per la canonizzazione di san Giuseppe Allamano. Ecco il racconto di suor Dinalva Moratelli, missionaria della Consolata che opera in una baraccopoli di San Paolo in Brasile.

Non appena è stata annunciata la notizia della canonizzazione di Giuseppe Allamano, una luce ha cominciato a brillare negli occhi di tutti coloro che lo conoscevano o ne avevano sentito parlare. Un entusiasmo contagioso ha cominciato a permeare i continenti, e tutti gli angoli della terra dove c’erano missionari, missionarie, laici e amici della famiglia Consolata.

Così è stato nella piccola comunità ecclesiale, il cui patrono è san Giuseppe Allamano, situata tra le case e gli edifici di São Miguel Paulista, San Paolo, in Brasile. La piccola cappella può passare inosservata per i passanti, ma non per i devoti di Giuseppe Allamano.

Quando sono entrata per la prima volta, sono stata colpita innanzitutto dalla luce del tabernacolo al centro e dalle immagini della Consolata e di Giuseppe Allamano in alto. Come non commuovermi? Come non vibrare? Come non ricordare le parole del fondatore? Piccola chiesa, umile, semplice, ma molto curata, non manca dell’essenziale per celebrare degnamente i misteri della salvezza; rispecchia lo stile di san Giuseppe Allamano, che dava grande valore alla liturgia e alla cura dell’altare, «al bene fatto senza rumore».

Fin dagli inizi, questa comunità ha contato sulla presenza delle missionarie della Consolata che hanno piantato radici di fede e di amore per la Consolata e Allamano, alcune di loro già nell’eternità, altre molto fragili, ma molto amate da chi le ha conosciute.

Venuti a conoscenza del grande evento della canonizzazione, i leader della comunità hanno iniziato a riflettere e a pianificare la preparazione della giornata. Tutto è stato molto semplice, ma fatto con impegno, immensa gioia ed entusiasmo.

I preparativi più stretti riguardavano la liturgia del giorno: prove di canti appropriati, scelta di simboli per la celebrazione e dinamiche per pubblicizzare il grande evento, coinvolgendo così la gente nella preparazione. Sono state confezionate magliette per l’occasione con le parole del nuovo santo: «Coraggio, ti benedico», con la certezza che lui era e sarà sempre presente.

Finalmente è arrivato il grande giorno e la cappella, già piccola di per sé, si è rivelata insufficiente per ospitare le suore, i laici missionari della Consolata e tante persone provenienti da altre comunità.

Era impossibile non commuoversi quando è stata intronizzata l’immagine di san Giuseppe Allamano nella processione d’ingresso e collocata nel luogo preparato con grande cura, così come la sua reliquia, accompagnata dal canto: «Allamano le tue benedizioni si riversano…».

Il vescovo, monsignor Algacir Munhak, ha contagiato il popolo con il suo messaggio pieno di ardore missionario e di gioia per la canonizzazione.

Dopo la messa, è stata benedetta la targa al cancello d’ingresso, tra gli applausi della comunità. Quindi, è stata servita la colazione, condividendo ciò che la gente aveva portato con generosità. Non è mancata neanche la torta con l’immagine del nuovo santo. Varie persone, poi, hanno raccontato le grazie e i favori che, nel corso degli anni, avevano ricevuto per intercessione di Giuseppe Allamano.

Il 20 ottobre 2024 è stato un giorno speciale e resterà per sempre nella memoria della nostra piccola comunità.

suor Dinalva Moratelli MC, São Miguel Paulista

Memoria di San Giuseppe Allamano a Raposa Sierar do Sol (Roraima) il 16 febbario 2025

 




Giubuti. La missione «un po’ più in là»


La missione in un contesto islamico è sfidante.  Si fa con l’esempio della vita di ogni giorno. E il dialogo si realizza nel silenzio. Le «figlie» di san Allamano sono a Gibuti da 20 anni. E si spingono dove nessuno va.

La prima grande, contundente esperienza per chi arriva a Gibuti, avviene quando si esce dall’aereo e si è sopraffatti da un caldo infernale. Il piccolo aereo, nel piccolo aeroporto della capitale, parcheggia vicino alla costruzione che, in pochi metri quadrati, racchiude il controllo passaporti, la raccolta dei bagagli e il controllo doganale. Eppure, in tutta questa piccolezza, c’è da scendere la scala dell’aereo e percorrere pochi metri sotto il sole rovente, prima di entrare, con grande sollievo, nella costruzione con aria condizionata. È il primo test di sopravvivenza a cui sono sottoposti tutti coloro che arrivano a Gibuti.

Lo raccontano anche le sorelle missionarie, con un ricordo vivo: lo vissero anche loro quando, nel 2004, arrivarono in questo Paese del Corno d’Africa, un lembo di terra desertica lambito dalle onde del Mar Rosso.

Le porte del Mar Rosso

La capitale di Gibuti ha accolto per diversi anni la comunità delle Missionarie della Consolata. Atterrate nel mese di settembre 2004, insieme a una comunità di Missionari della Consolata, le sorelle spesero un primo tempo per lo studio della realtà. Su orientamento del vescovo, monsignor Giorgio Bertin (francescano, oggi vescovo emerito), si inserirono poi nelle attività della Chiesa locale, prestando servizio alla Caritas, in un orfanotrofio e nell’ambito sanitario. Fin dall’inizio fu chiaro il tipo di annuncio del Vangelo possibile in una realtà musulmana: la carità e la testimonianza di vita. «Tutte le sorelle si sono subito gettate dentro queste attività con tanto amore e con tanta gioia», racconta suor Anna Bacchion, la decana della Consolata, ormai da più di 20 anni a Gibuti. E possiamo senza ombra di dubbio inserire anche lei in questo vortice di passione missionaria. Dopo i primi anni, nella città arrivarono altre congregazioni religiose, dedite in particolare all’educazione. La Chiesa cattolica, infatti, è molto impegnata nell’istruzione. Per l’alfabetizzazione utilizza uno speciale metodo chiamato Lec (lire, écrire, compter), e gestisce nella capitale alcune istituzioni educative di livello superiore, molto apprezzate dalla popolazione. Un giorno, però, nelle nostre missionarie sorse un’inquietudine: «Tutta la Chiesa si trova nella capitale. Noi siamo missionarie, non c’è nessuna presenza di Chiesa nel resto del Paese, perché non andiamo dove non c’è ancora nessuno?». Questa inquietudine alimentò un tempo di discernimento comunitario e – senza dare troppo nell’occhio – diventò il dinamismo della missione in Gibuti: l’andare un po’ più in là, dove non c’è la Chiesa. Lo stesso dinamismo che aveva spinto san Giuseppe Allamano a fondare due Istituti missionari per la prima evangelizzazione.

Ali Sabieh

Cittadina di circa 20mila abitanti al Sud del Paese, Ali Sabieh si trova al confine con l’Etiopia, da cui riceve l’acqua potabile, vari prodotti alimentari, e da cui arrivano tanti giovani in cerca di fortuna. Nel 2009 arrivarono ad Ali Sabieh suor Redenta Maree e suor Dorota Mostowska. Nel 2013 si trasferirà in questa cittadina tutta la comunità MC, lasciando a Gibuti solo una piccola casa, nella quale giungere quando si ritornava in capitale. Quando arrivarono, non c’era nessun cristiano ad Ali Sabieh. Ancora oggi, oltre alle sorelle e al sacerdote, c’è solo una famiglia cristiana malgascia che si trova lì per lavoro.

«L’evangelizzazione in Gibuti non si realizza facendo il catechismo. Si fa con la vita, amando e servendo le persone», afferma suor Grace Mugambi, da 12 anni nel Paese. E dai saluti per strada e i commenti ascoltati nell’ospedale, dove la missionaria lavora, si capisce che le sorelle offrono il Vangelo attraverso una vita di donazione, ed è ben accolto dalla gente. «Loro vogliono che diventiamo musulmane e si intristiscono perché non ci convertiamo», ride suor Grace.

Ma il dialogo con i musulmani è possibile in Gibuti?

«Realizziamo il dialogo nel silenzio: per esempio, i giovani che vengono nella nostra scuola di alfabetizzazione, molte volte non hanno speranza per il futuro. Con gli anni, costruiamo insieme possibilità, e loro riconoscono il valore di questo servizio».

Ad Ali Sabieh, oltre alla scuola di alfabetizzazione, le sorelle hanno aperto una scuola inclusiva, «La scuola per tutti», che raccoglie una ventina di bambini e ragazzi disabili. Inoltre, si offre un corso di taglio e cucito alle donne: sono piccoli gesti rivolti alle persone più emarginate, e sono atti che dicono molto alla gente.

Obock

Il sudore cola sul corpo a rivoli. L’umidità è alta e la temperatura estremamente elevata. Obock è l’ultimo «un po’ più in là» delle Missionarie della Consolata in Gibuti. Piccolo paese che si affaccia su uno stretto del Mar Rosso, dirimpetto allo Yemen.

Dal suo porto ogni notte partono barche che raggiungono il Paese della penisola arabica, mèta ambita dei migranti etiopici che, dopo aver affrontato la traversata del deserto gibutino, si affidano ora a barconi precari gestiti da organizzazioni criminali che assicurano l’arrivo in Yemen, ultima tappa prima di raggiungere l’Arabia Saudita. Ma non tutti arrivano, e spesso il Mar Rosso si converte in un cimitero di corpi, di sogni e di speranze. Vi ricorda qualcosa tutto questo?

Le sorelle sono arrivate a Obock nel 2020: anche qui gestiscono una scuola di alfabetizzazione, ma al loro arrivo le aule erano quasi deserte. Le famiglie (qui in maggioranza di etnia Afa) non sentivano la necessità di far studiare i propri figli. Come fare? Come suor Irene Nyaatha: andando a visitarle e spiegando l’importanza dell’istruzione. Tutto questo sotto il sole cocente. Ma i risultati non hanno tardato ad arrivare: la scuola Lec conta circa 70 alunni, con una percentuale bassissima di abbandono scolare. Come ad Ali Sabieh si offre anche un corso di taglio e cucito per donne e ragazze.

Il giorno della canonizzazione di san Giuseppe Allamano, il 20 ottobre 2024, le sorelle si sono riunite con tutta la Chiesa di Gibuti per celebrare la gioia della santità del Fondatore e la gioia di essere a Gibuti da 20 anni: con danze, canti e, soprattutto, con volti radiosi hanno ribadito ancora una volta che «un po’ più in là» dei nostri schemi, delle nostre comfort zone o abitudini (anche pastorali) si trovano un fratello e una sorella che attendono la Consolazione. E quando si arriva, lì si trova il Signore.

Stefania Raspo*

 *Suor Stefania Raspo, missionaria della Consolata, dopo diversi anni in Bolivia è attualmente consigliera generale e responsabile della comunicazione per l’istituto.

 Video: 20 anni di missione in Gibuti




Missionari santi


La Giornata missionaria mondiale di domenica 20 ottobre 2024, è stata celebrata a una settimana dalla conclusione del percorso sinodale che dovrà rilanciare la Chiesa verso il suo impegno prioritario, cioè l’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo.

In quella giornata, il Santo Padre ha proclamato la santità di Giuseppe Allamano, sacerdote della Chiesa torinese, rettore del santuario della Consolata, formatore di sacerdoti e fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata.

Come ha scritto papa Francesco nel suo messaggio: «La missione è un andare instancabile verso tutta l’umanità per invitarla all’incontro e alla comunione con Dio. La meta dell’invito è la partecipazione di tutti i popoli al banchetto escatologico, immagine della salvezza finale nel Regno di Dio, simboleggiata e anticipata già ora nel banchetto dell’Eucaristia, che la Chiesa celebra su mandato del Signore in memoria di Lui».

«Il missionario – diceva san Giuseppe Allamano più di cento anni fa – è il ministro dell’apostolato della Chiesa, inviata da Gesù ad evangelizzare tutte le genti. Bisogna fare nostre le parole dell’Apostolo: “Tutto faccio per il Vangelo!”. Lavorare non solo per santificare noi, ma anche gli altri; essere disposti a qualunque sacrificio. “Tutto faccio per il Vangelo!”. Tutto, tutto! Mi spenderò e mi sacrificherò».

Ispirandosi al suo carisma, i missionari svolgono il loro servizio ad gentes annunciando la buona notizia dove non è ancora presente, privilegiando i più poveri, bisognosi e trascurati e prestando speciale attenzione alle situazioni umane alle quali è più difficile far giugnere il messaggio cristiano.

L’Allamano ha speso il suo sacerdozio al servizio dei fedeli nel santuario della Consolata: 46 anni vissuti con zelo pastorale e forte passione per le missioni ad gentes. Pur non lasciando mai l’Italia, ha percorso con il cuore il mondo intero cercando di fondere insieme santità e sacerdozio, evangelizzazione e missione.

Ha voluto che i suoi figli fossero come Gesù, santi ed evangelizzatori, per questo il suo motto era: «Prima santi, poi missionari». Da loro esigeva radicalità ed entusiasmo, qualità riassunte nell’espressione: «Ci vuole fuoco per essere apostoli». L’importante era «fare bene il bene e senza rumore» cercando di essere «straordinari nell’ordinario».

Sergio Frassetto


Grazie per il dono della santità

La santità è dono del Signore, per questo bisogna fare festa e ringraziare. I missionari e le missionarie della Consolata l’hanno fatto lunedì 21 ottobre, il giorno dopo la canonizzazione di Giuseppe Allamano, con un’eucaristia solenne nella basilica di San Paolo fuori le mura. Una celebrazione gioiosa, rallegrata dalle danze e dai canti dei popoli africani e di altri continenti. Ha presieduto la liturgia il cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico della Mongolia che nell’omelia ha invitato a ringraziare il Signore.

L’oggi di Dio nella liturgia

Nella sinagoga di Nazaret, dopo aver annunciato l’anno di grazia del Signore, Gesù dice: «Oggi si compie questa scrittura». «Oggi Dio mi chiama», disse l’Allamano mentre discerneva la sua vocazione. La ricerca della volontà di Dio nel suo «oggi» è stata costante nella sua vita e ci invita a fare altrettanto.

E c’è un’altra parola che merita essere evidenziata: «Gli occhi di tutti erano fissi su di lui»: avere gli occhi fissi su di lui così da poterli volgere agli altri con vicinanza, compassione e tenerezza.

L’eucaristia quotidiana era il perno attorno al quale ruotava la vita di san Giuseppe Allamano: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue… fate questo in memoria di me», e lo Spirito Santo ha plasmato il cuore di san Giuseppe Allamano permettendogli di diventare puro strumento nelle sue mani in una successione continua di «oggi» e di «qui».

Il mistero celebrato nella liturgia è la forza che muove il presente, è l’oggi, la contemporaneità, l’attingere la forza della missione dalla contemplazione, e lui ci diceva: «Lasciamo che ci giri e rigiri a suo talento e per tal modo diverremo veri e santi missionari».

Vorrei citarvi ancora una parola del fondatore detta in un’occasione particolare: era il 24 gennaio 1905, la professione religiosa e partenza di due missionari, e lui disse così: «Nostro Signore Gesù Cristo da questo altare rivolge a voi, carissimi figli, le solenni parole che disse un giorno agli apostoli: “Andate, predicate alle genti, battezzatele, ecco io sarò con voi tutti i giorni”.

Le stesse parole rivolse nel corso dei secoli a tanti uomini apostolici che da lui chiamati ebbero la stessa missione con la stessa promessa», e aggiungeva: «Oggi queste parole sono per voi, fortunati figli della Consolata e per i vostri fratelli che vi precedettero e vi seguiranno. La vostra è la stessa missione di Nostro Signore Gesù Cristo, missione divina».

Screenshot

L’oggi della missione

Allora «oggi» significa avere gli occhi fissi su di lui, un unico movimento che definisce la santità di Giuseppe Allamano per capire la quale bisognerebbe essere saliti anche noi con lui sul «coretto» nel santuario della Consolata e aver speso come lui lunghe ore con lo sguardo fisso sul tabernacolo e l’immagine della Consolata, aver dato tempo all’ascolto dei suoi figli e figlie spirituali come anche alla gente comune che veniva al santuario per un consiglio, aver condiviso con il canonico Giacomo Camisassa e con gli altri uomini della prima ora le inquietudini e le speranze di una famiglia missionaria che stava nascendo.

Per i santi non c’è distanza, c’è solo contemporaneità. Il mistero celebrato nella liturgia è la forza che ci muove, è l’oggi, è l’essere qui per essere inviati nel mondo. E per questo i santi lasciano che lo Spirito dia loro la forma che vuole. Per san Giuseppe Allamano e per noi è la forma della missione ad gentes, la prima evangelizzazione dove la chiesa non è ancora radicata e non ci sono altri testimoni del Risorto, con lo stile di Maria. E questo stile vissuto nella vicinanza, nella compassione e nella tenerezza.

Scossi dalla santità di Allamano

Quanto san Giuseppe Allamano teneva alla serietà del nostro volerci bene tra noi. Lo considerava una priorità, un punto di attenzione continua, e qui, oggi, siamo anche noi. Allora possiamo chiederci: che dice al nostro presente la santità di Padre Fondatore? Verrebbe da dire che se non prendiamo sul serio questo invito a fissare i nostri occhi sul Signore qui presente in mezzo a noi e se trascuriamo quest’oggi, che è la possibilità concreta di volerci bene davvero, senza logiche di gruppo, ma con una vera armonia tra tutti noi, la santità di Giuseppe Allamano forse non riuscirà a giovarci più di tanto.

Sì, dobbiamo dircelo con sincerità: la sua santità ci deve scuotere, altrimenti non ci gioverà.

I nostri istituti attraversano un momento delicato della loro storia che condivide le incertezze e i rapidi mutamenti del mondo. «Oggi» non è solo un punto di arrivo, deve essere anche un momento di ripartenza. L’amore appassionato per il Padre Fondatore trasmessoci dalle prime generazioni dei missionari e missionarie, l’immenso lavoro apostolico portato avanti da tanti fratelli e sorelle che noi qui oggi rappresentiamo, l’impegno della postulazione, le fatiche della preparazione… tutto sarà ampiamente ripagato se prenderemo sul serio questo «oggi» e avremo gli occhi fissi sul Signore teneramente amato da san Giuseppe Allamano.

E realizzeremo davvero il suo desiderio di vederci famiglia della Consolata che si vuole bene e che arde di zelo apostolico.

Che questo giorno benedetto ci aiuti a riscoprire con fervore e fedeltà creativa il dono di essere missionari e missionarie della Consolata, inviati dove altri, forse, non se la sentono di andare per rendere concretamente possibile l’incontro con Cristo, imitando così la Madre di Dio presa con noi tra gli affetti più cari per imparare da lei.

cardinale Giorgio Marengo


Pagine di vita

Era Occupatissimo

San Giuseppe Allamano svolse un intenso ministero nella diocesi di Torino, oltre a quello già molto impegnativo al santuario della Consolata e al Convitto ecclesiastico. C’è anzitutto da sottolineare il suo ministero tra le comunità di religiose. Dal 1886 al 1891 fu superiore delle Suore di san Giuseppe di Torino e, nel giro di pochi anni, compì un gran bene in quella congregazione. Unendo alla fermezza del comando una bontà longanime e comprensiva e un tatto squisito, diede impulso nuovo allo spirito e all’osservanza religiosa. Allamano fu pure superiore delle Visitandine dal 1889 fino al 1905, anno in cui il loro monastero fu trasferito da via Santa Chiara in corso Francia.

L’Allamano svolse in diocesi anche altre mansioni di prestigio tra le quali quella di dottore collegiato alla Facoltà teologica di Torino dal 1877, e quella di membro aggiunto della Facoltà legale pontificia di Torino dal 1887. Questi incarichi lo impegnarono in varie attività accademiche: adunanze generali, sessioni di esami e presidenza della facoltà stessa.

A tutto ciò si aggiunge l’intensa attività di confessore e direttore spirituale: «Ho visto io personalmente – assicurò il suo domestico Scovero – molti poveri recarsi da lui per confessione o per consiglio. Non rimandava mai alcuno, ma riceveva tutti con la stessa bontà e carità».

«A me dava l’impressione ch’egli avesse giammai niente da fare. Da noi occupava molto bene il suo tempo; mai che mostrasse avere impegni o urgenze, e soltanto più tardi abbiamo saputo che dirigeva mezza diocesi ed era occupatissimo». Con queste parole il padre Gaudenzio Panelatti ricordava le visite dell’Allamano alla prima Casa Madre, all’inizio dell’Istituto dei missionari.

«A lui – fu la testimonianza comune dei canonici G. Cappella e N. Baravalle – si può dire senza esagerazione, ricorreva tutto il clero diocesano, dai parroci più anziani fino al più giovane convittore. Così molti vescovi del Piemonte ricorrevano a lui per consiglio.

Grande conto ne fecero sempre gli arcivescovi di Torino, da monsignor Gastaldi al cardinal Gamba.

Buona parte del patriziato torinese a lui ricorreva per consiglio sia per le questioni familiari, come e molto più per le circostanze politiche e sociali. Molte personalità, sia ecclesiastiche che civili, lo avevano per direttore di spirito».

L’arcivescovo Gastaldi un giorno avrebbe detto al suo segretario: «Sono così contento che il teologo Allamano mi abbia fatto aprire il Convitto che lo faccio canonico».

Di fatto, con decreto del 10 febbraio 1883, Allamano fu nominato «canonico onorario» della Chiesa metropolitana, ad appena 32 anni di età e a tre anni dal suo ingresso alla Consolata.

Quattordici anni dopo, l’8 maggio 1897, al chiudersi dell’episcopato di monsignor Davide Riccardi, Allamano fu nominato «canonico effettivo», all’età di 46 anni. Quando si recò a ringraziare l’arcivescovo, Allamano si sentì dire: «Questa nomina servirà anche a migliorare la sua salute. Lei passa la giornata al tavolino e fra le mura del santuario e del convitto. Quale canonico effettivo dovrà frequentare il coro, e quindi sarà obbligato a fare la passeggiata dal santuario al duomo». «Come canonico Allamano era esemplarissimo – dichiarò un altro canonico – sempre puntuale all’ufficiatura e molto raccolto».

Nel discorso ai canonici in occasione della presa di possesso, il 10 novembre 1897, Allamano disse tra l’altro: «Che cosa abbiano riguardato in me i due venerandi arcivescovi per conferirmi tanto onore io non crederei se non me l’avessero entrambi espresso dicendomi che volevano darmi prova della loro soddisfazione per l’opera prestata nell’educazione del giovane clero. E il nuovo onore d’oggi mi è pure stimolo ad accrescere questo buon volere nel compiere la missione affidatami dalla Divina Provvidenza».

 




Giuseppe Allamano santo


I 20 ottobre scorso i Missionari, le Missionarie, i Laici della Consolata, la Chiesa torinese e quella universale hanno vissuto l’immensa gioia della canonizzazione di Giuseppe Allamano. Il lungo cammino che ha portato a proclamarne la santità è iniziato il 7 ottobre 1990, quando san Giovanni Paolo II l’ha dichiarato «Beato».

Il miracolo attribuito alla sua intercessione si riferisce alla guarigione miracolosa dell’indigeno Sorino Yanomami che, assalito il 7 febbraio 1996, da un giaguaro nella foresta amazzonica di Roraima (Brasile), nonostante la copiosa emorragia di sangue e le lesioni al cervello, non solo è sopravvissuto, ma ha potuto anche riprendere la sua vita normale senza alcuna conseguenza del trauma subito.

Il significato di questo miracolo conferma l’attualità degli insegnamenti di Giuseppe Allamano e il cammino missionario che la Chiesa sta seguendo. Come Dio guarda con cura a tutti gli uomini, l’Allamano, fondatore di una famiglia missionaria ad gentes, ha fatto suo lo stesso sguardo e lo ha infuso nei suoi discepoli. Così, sotto l’impulso dello Spirito, ha formato i primi missionari e missionarie per una missione incarnata nella realtà e oggi, tramite il miracolo avvenuto per sua intercessione, ha mostrato di accompagnare i suoi figli e la Chiesa tutta a vivere la missione con uno stile universale, audace e prudente, aperto all’incontro e al dialogo con le culture e i popoli.

I Missionari e le Missionarie della Consolata hanno vissuto i giorni di attesa della canonizzazione del loro santo fondatore con una intensa preparazione spirituale, affinché questo evento diventasse per i due Istituti e per la Chiesa intera un’occasione di rinnovamento nella grazia carismatica.

La canonizzazione di Giuseppe Allamano è stata un dono immenso che invita ad ascoltare il fondatore per attingerne la ricchezza. «Ecco, o miei cari, la santità che io vorrei da voi: non miracoli ma far tutto bene. Farci santi nella via ordinaria. Il Signore, che ha ispirato questa fondazione, ne ha anche ispirate le pratiche, i mezzi per acquistare la perfezione e farci santi. Se egli ci vorrà sollevare ad altre altezze, ci penserà lui, noi non infastidiamoci. I santi sono santi non perché abbiano fatto dei miracoli, ma perché “bene omnia fecerunt” (hanno fatto bene ogni cosa)».

padre Sergio Frassetto

Padre Barlassina visita un villaggio kikuyu e cura gli occhi dei bambini


Murang’a 2 – seconda parte

Presentiamo la seconda parte della relazione storica di monsignor Giovanni Crippa sulle «Conferenze di Murang’a» (vedi la prima parte in Mc – agosto/settembre 2024, pagg. 70-71) tenute dai primi missionari giunti in Kenya, dal 1° al 3 marzo 1904. Quanto in esse venne proposto era frutto dell’esperienza già collaudata nella vita quotidiana dei missionari. Dal confronto di questa realtà con i principi appresi in Italia e con i metodi sperimentati da altri missionari, il gruppo di «principianti» del Kikuyu cercò un proprio metodo di evangelizzazione.

Un nuovo metodo di evangelizzazione

Scartati altri metodi o perché si sarebbero protratti troppo nel tempo o perché considerati troppo onerosi, i missionari riuniti a Murang’a elaborarono un proprio piano di evangelizzazione così formulato: «Dato il carattere e i costumi degli Akikuyu, i mezzi migliori per iniziare le nostre relazioni con essi pare si possano ridurre ai seguenti: catechismi – scuole – visite ai villaggi – ambulatori alla missione – formazione d’ambiente».

Con i catechismi, che richiesero quasi subito la formazione di un corpo di catechisti, si inculcavano le prime nozioni di religione naturale. Le scuole miravano a formare una èlite che avrebbe coadiuvato i missionari nell’approccio con i Kikuyu. Gli ambulatori, che segnarono la prima attività a favore degli indigeni in missione, venivano intesi come mezzo per rendere credibile il missionario e assicurargli la simpatia della gente. Le visite ai villaggi, che ricordavano il metodo del cardinale Guglielmo Massaia, assunsero caratteristiche proprie: servivano alla conoscenza reciproca ed erano il mezzo più valido per l’enunciata formazione dell’ambiente, consistente nell’istruire la popolazione in modo che in massa fosse preparata a ricevere il battesimo, qualora si desse il caso di pericolo di morte.

A Murang’a si stabilirono norme che riguardavano anche la vita interna di missione e comprendevano, tra l’altro, la compilazione di un «Diario di missione», il modo con cui scrivere la lingua Kikuyu e la relazione trimestrale che ogni superiore di missione doveva inviare a Torino.

Unità di intenti

«Per i Missionari della Consolata nel Kikuyu le conferenze tenute a Murang’a nel 1904 segnarono un punto di riferimento anche per molti anni successivi, sebbene siano state ripetute con regolarità annuale. Il Fondatore, a Torino, le incoraggiava e ne vagliava i risultati che venivano di volta in volta approvati. Il principio della “uniformità” fu ritenuto necessario nella prima evangelizzazione e condiviso da tutti. Per attuarlo si escogitò il “Rapporto serale”».

Ogni sera, padri, fratelli e suore delle singole missioni si incontravano per informarsi reciprocamente sul lavoro della giornata, correggerne i difetti, orientarne le prospettive per il giorno seguente e far conoscere a tutti lo stato del settore assistito. Il lavoro così inteso diveniva un efficace strumento di comunicazione interpersonale e di orientamento della pastorale e favoriva l’«unità di intenti» che l’Allamano voleva tra i suoi. Esso arricchiva dell’esperienza comune soprattutto i missionari nuovi arrivati e permetteva al superiore di missione non solo di controllare il lavoro di tutti, ma anche di sostenere le iniziative più valide e di intervenire nelle emergenze più impellenti.

La missione esige un metodo

L’Allamano non ebbe e non poteva avere una metodologia missionaria: in missione non andò mai. Ebbe però un metodo per fare apostolato che così egli stesso descrisse: «… datevi toto corde et omnibus viribus all’opera dell’evangelizzazione. È per questo speciale fine che per farvi santi sceglieste la via delle missioni, preferendo il nostro istituto a tante altre Congregazioni che attendono ad altri ministeri. Ma perché il vostro lavoro ottenga il frutto desiderato deve avere tre qualità, che sia perseverante, concorde ed illuminato» (Lettera ai missionari del Kenya, 2 ottobre 1910).

Perseveranza: è richiesta dall’esigenza di far sorgere e crescere la fede. Non fu facile convertire il Kikuyu, la delusione per una realtà diversa e dura è espressa costantemente nei diari.

Per perseverare occorre affezionarsi alla gente, imparare a volere bene, avere viscere di carità. Prima che con la parola, si evangelizza con la bontà.

Concordia: «L’unione di mente e di cuore – continua l’Allamano – mentre rende leggera la fatica, fa la forza ed ottiene la vittoria».

Il missionario che non ricerca la concordia, secondo il fondatore, «lavorerà invano e forse distruggerà il bene fatto dagli altri». «Lavorate concordi e Dio benedirà le vostre fatiche». Non siamo noi o gli altri, ma Dio che deve dire bene (benedire) del nostro lavoro.

Illuminato: «Vengo al terzo carattere del vostro lavoro, quello che chiamo illuminato riguardo al metodo da seguire. Bisogna degli indigeni farne tanti uomini laboriosi per poi poterli fare cristiani: mostrare loro i benefizi della civiltà per tirarli all’amore della fede: ameranno una religione che oltre a offrire le promesse dell’altra vita, li rende più felici su questa terra» (2 ottobre 1910).

Fu così che i primi missionari della Consolata nel Kenya, sebbene giunti in Africa da poco più di un anno, riuscirono a darsi delle norme da seguire nel lavoro apostolico. La via, tracciata con un impegno quotidiano costante, avanzò sotto la guida lontana dell’Allamano, e la trazione in loco di padre Filippo Perlo, che indirizzarono l’opera dei missionari verso l’unico fine di giungere presto alla conversione dei Kikuyu.

+ Giovanni Crippa, Imc
Vescovo di Ilhéus


Roraima: diocese in festa

Il miracolo attribuito san Giuseppe Allamano è avvenuto nella missione Catrimani, appartenente alla diocesi di Roraima, nel nord del Brasile. Il vescovo della diocesi, monsignor Evaristo Pascoal Spengler, ha pubblicato un messaggio indirizzato al popolo di Dio della sua diocesi e alla famiglia Consolata, in cui esprime la sua gioia per il «lieto annuncio della canonizzazione del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei missionari e delle missionarie della Consolata, presenti nella nostra Chiesa di Roraima dal 1948».

Ha scritto il vescovo: «Questo è il Dio misericordioso ancora una volta all’opera nella nostra storia. Dio non si stanca mai di sorprenderci con il suo amore e la sua bontà».

Questo miracolo è motivo di gioia per i missionari e le missionarie, ma lo è anche per la chiesa di Roraima «perché si riconosce l’intercessione del beato Allamano a favore dell’indigeno yanomami Sorino, che vive nella nostra diocesi, nella missione Catrimani, nel territorio indigeno del popolo yanomami di Roraima.

La guarigione miracolosa dell’indigeno, in un momento in cui le cure tradizionali e la scienza medica potevano solo attendere la sua morte, è stata il frutto della fervente preghiera delle Missionarie della Consolata, che hanno chiesto aiuto al loro fondatore, il beato Giuseppe Allamano nel primo giorno della novena a lui dedicata».

Il messaggio ricorda i passi compiuti durante il processo, prima nella fase diocesana, e racconta come si è svolto. Si sottolinea inoltre che «l’annuncio della canonizzazione del beato Giuseppe Allamano è motivo di consolidamento dell’opzione evangelizzatrice della missione Catrimani, di conferma della storia dell’alleanza della nostra diocesi di Roraima con i popoli indigeni e un motivo di benedizione e di speranza per la nostra diocesi, che celebra 300 anni di evangelizzazione in queste terre di Macunaíma».

Infine, il vescovo di Roraima ha annunciato che «istituiremo una commissione nella nostra diocesi per celebrare il dono della fecondità dell’annuncio del Vangelo tra noi, confermato dal miracolo operato sul nostro fratello Sorino, per intercessione di san Giuseppe Allamano».

 


Io carmelitana

Sono una povera e anziana carmelitana scalza dell’ex Carmelo Sacro Cuore in Torino, nata e vissuta a Torino in prossimità del Santuario della Consolata, imparando fin dalla mia fanciullezza a invocare la Vergine Consolata.

Quando il canonico Allamano fu dichiarato «beato», nel nostro Carmelo ci fu grande gioia, e lo festeggiammo con entusiasmo, come si gioisce per un dono fatto a una persona cara. Per più di cento anni, infatti, i padri della Consolata sono saliti tutte le mattine da corso Ferrucci fino al nostro Carmelo, non senza fatica, ma con una grande fedeltà: non un giorno ci è mancata la celebrazione della santa Messa, né il dono dell’Eucaristia, e tante volte anche quello di poter accedere al Sacramento del perdono amministrato con piena disponibilità e tanta misericordia.

Attendevamo con speranza questo giorno in cui il beato Allamano sarebbe stato proclamato santo e il nostro cuore esulta di gioia e gratitudine al Signore perché il nostro desiderio è stato esaudito.

Quello che scrivo vuole essere una umile testimonianza della santità, fecondità e amore che i suoi figli e le sue figlie sanno portare e donare al mondo.

C’è infine un legame profondo tra il nostro monastero e i figli dell’Allamano: per settantacinque anni abbiamo condiviso la nostra vita con la cara suor Teresina del Bambino Gesù, sorella di sangue di padre Giovanni Calleri, l’eroico missionario della Consolata morto martire in Amazzonia.

Suor Maria Luisa del Volto Santo
Carmelitana scalza