Mondo. Una mappa più giusta

Il 4 settembre l’Assemblea generale dell’Onu ha votato a grande maggioranza una risoluzione per abbandonare la proiezione di Mercatore – ossia la mappa che usiamo ogni giorno – a favore di proiezioni che riflettano in modo più accurato le dimensioni reali dei continenti, in particolare dell’Africa.
Qualcuno potrebbe chiedersi se sia davvero il caso che l’organizzazione internazionale per eccellenza dedichi tempo a una mappa, mentre la nostra contemporaneità è attraversata da questioni ben più urgenti. Ma misurare il mondo è una questione tanto tecnica quanto politica e sociale. Come ha detto Robert Dussey, ministro degli Affari esteri del Togo: «Le mappe plasmano la nostra comprensione del mondo […] Guidano l’istruzione, alimentano l’immaginazione e influenzano le percezioni collettive».

Tutto è partito dalla campagna #CorrectTheMap, lanciata da Africa No Filter – un’organizzazione che lavora per cambiare le narrazioni stereotipate sull’Africa e mettere in luce il suo progresso, la sua innovazione e le sue opportunità – insieme a Speak Up Africa. L’Unione africana (Ua) ha appoggiato la campagna nell’agosto 2025, chiedendo al Togo di guidarne l’adozione in sede Onu. La vicepresidente della Commissione dell’Ua, Selma Malika Haddadi, ha dichiarato che «potrebbe sembrare solo una mappa, ma in realtà non lo è». Infatti, la proiezione di Mercatore riduce l’Africa a un continente marginale, nonostante sia il secondo per estensione al mondo e conti oltre un miliardo di abitanti.
Il voto finale ha visto 164 paesi favorevoli e 6 astenuti (Estonia, Georgia, Lituania, Moldavia, Serbia e Ucraina). Solo gli Stati Uniti si sono opposti, etichettando l’iniziativa come superflua e parte di un «progetto ideologico radicale».
La risoluzione promuove l’uso della mappa Equal Earth, elaborata nel 2018 da un team internazionale di cartografi. Secondo i sostenitori, il cambiamento contribuirà a correggere le percezioni (distorte) sull’Africa.

Perché Mercatore è «sbagliata»
Le mappe, essendo bidimensionali, portano con sé un difetto irreparabile: non è possibile riportare correttamente le misure di una superficie curva come la Terra su una superficie piatta. Le mappe, quindi, non sono riproduzioni in scala della realtà, ma delle proiezioni. Queste rappresentano più o meno realisticamente la superficie terrestre, che nel passaggio dalla sfera al piano causa inevitabilmente delle deformazioni. Ogni proiezione ha caratteristiche ed errori specifici, nessuna è indenne, risultando quindi artificiosa.
La proiezione a cui più siamo abituati è quella di Mercatore, sviluppata nel Cinquecento dal fiammingo Gerhard Kremer, studioso di matematica e astronomia. Le sue mappe conservano gli angoli a discapito della fedeltà di scale e distanze, caratteristica che risultava molto utile per le rotte nautiche dell’epoca, ma che causa distorsioni importanti. Ad esempio, la Groenlandia appare paragonabile all’Africa, mentre in realtà il continente africano è 14 volte più esteso. Nella mappa di Mercatore, quindi, più un territorio è vicino ai poli e più appare ingrandito, mentre risulta più realistico in prossimità dell’Equatore. È per questo che Groenlandia, Canada, Russia o l’Antartide sembrano molto più grandi di quanto non siano. Un criterio utile per la navigazione ha plasmato e influenzato, fino ad oggi, il nostro modo di percepire le proporzioni della Terra.

Non solo dimensioni
Un’altra convenzione cartografica ormai data per scontata è la rappresentazione eurocentrica, cioè con l’Europa al centro, il Nord in alto e il Sud in basso. In realtà la Terra non ha un sopra o un sotto, quindi ogni orientamento sarebbe teoricamente legittimo; quello utilizzato si è imposto soprattutto per la centralità storica dell’Europa nella navigazione.
Nelle aule cinesi, ad esempio, si usa una mappa che sfida i canoni eurocentrici e posiziona la Cina e l’Asia orientale al centro del mondo, con l’Oceano Pacifico a occupare gran parte del planisfero. Europa e Americhe sono spostate alle due estremità. Questa mappa riflette il nome con cui i cinesi chiamano il loro paese, Zhongguo, ovvero «paese di mezzo». Il tutto ribalta anche la nostra idea di cosa sia «oriente» e cosa «occidente» dato che, centrandosi sull’Asia, sono le Americhe e gli Stati Uniti a dover essere definiti come «oriente». Il caso cinese conferma inoltre quanto le mappe siano strumenti politici, che influenzano il nostro immaginario; infatti, i planisferi cinesi includono nei loro confini anche territori rivendicati da Pechino.
Anche la convenzione tra Nord e Sud è storicamente relativa: basti pensare che gli antichi egizi disegnavano le mappe con il sud in alto, dato che era da quella direzione che nasceva il Nilo.

Cosa cambia davvero
Le risoluzioni delle Nazioni Unite non sono vincolanti, quindi a nessuno Stato verrà imposto di usare la nuova proiezione. Chi si chiede se l’Onu debba davvero occuparsi di una mappa potrebbe leggere in questo un’ulteriore conferma. Nonostante la mancanza di vincoli, la decisione potrebbe comunque incidere sull’aggiornamento dei programmi scolastici e delle tecnologie di uso quotidiano, vista l’ampia diffusione della proiezione di Mercatore nell’istruzione, nella tecnologia e nella governance globale.
La cartografia si evolve in base a ciò che le mappe devono mostrare. In passato, era data rilevanza a elementi naturali come mari, monti e fiumi, mentre oggi sui nostri smartphone troviamo segnalazioni di negozi o ristoranti. Le mappe non fanno altro che adattarsi alle necessità della nostra società, ed evidentemente la comunità internazionale ha sentito il bisogno di rappresentare il mondo in modo più equo, oltre che più accurato.

Eva Castelletti




America Latina. Trump avanza (ma non sfonda)

Nel consesso latinoamericano degli amici di Trump (Trump-friendly leaders, come dicono i giornalisti Usa), loro sono gli ultimi arrivati, ma si sono subito messi in pari. Parliamo di Keiko Fujimori, dal 28 luglio presidente del Perù, e di Abelardo de la Espriella, dal 7 agosto presidente della Colombia.
Appena entrati in carica, i due neo eletti si sono affrettati ad aderire allo Scudo delle Americhe (Escudo de las Américas, Shield of the Americas), la coalizione multinazionale di cooperazione militare voluta da Donald Trump e nata ufficialmente a Miami lo scorso 7 marzo con l’obiettivo – questa la motivazione della Casa Bianca – di combattere il narcotraffico.
In quest’ottica va collocata la visita che il segretario di Stato Marco Rubio ha effettuato, tra l’8 e il 10 settembre, in Colombia e Perù (con l’Ecuador, come interludio). «Una delle nostre priorità – ha spiegato il numero tre dell’amministrazione Trump – è rafforzare la nostra presenza nell’emisfero occidentale».
La nuova cooperazione militare tra Washington e i Paesi latinoamericani aderenti (al momento, sono 14) rientra nell’ambito della «Strategia di sicurezza nazionale» degli Stati Uniti, esplicitata nel documento programmatico del novembre 2025. In esso, a parte qualche considerazione sull’Europa, si afferma che «gli Stati Uniti metteranno al primo posto i propri interessi» nell’ottica dell’America first.
Si tratta, in pratica, di una riformulazione della «dottrina Monroe» del 1823 cui è stato dato il nome di «corollario Trump» o, in termini più giornalistici, di «dottrina Donroe» (acronimo dei nomi Donald e Monroe). Con una sostanziale differenza: se ai tempi di Monroe i nemici degli Usa in America Latina erano i Paesi europei, oggi sono la Russia e soprattutto la Cina.

In questo grafico, si evidenzia il maggiore gradimento della Cina (51%) rispetto agli Stati Uniti (40%) tra i cittadini dell’America Latina.

Scalzare quest’ultima sarà comunque molto difficile, considerato che in questi anni Pechino ha investito massicciamente nel continente latinoamericano. Peraltro, il rapporto 2026 Pulse of Democracy (della Vanderbilt University, Nashville, Tennessee) segnala un dato per molti versi clamoroso: i cittadini latinoamericani credono più nel governo cinese (51 per cento) che in quello statunitense (40 per cento).
Inoltre, per rimanere alla Colombia e al Perù, in entrambi i Paesi la vittoria dei candidati trumpiani è stata di strettissima misura, evidenziando una forte polarizzazione delle due società. Per esempio, con riferimento alla visita di Rubio, l’Asamblea nacional de los pueblos de Perú si è espressa in questi termini: «Non è benvenuto chi viene a imporre al nostro Paese la politica del bastone, il saccheggio delle nostre risorse naturali, dell’Amazzonia, dell’acqua, del nostro patrimonio di civiltà».

Se è vero che i risultati elettorali e il recente viaggio di Marco Rubio mostrano che, al momento, l’America Latina è l’unico continente del mondo dove Donald Trump sta ottenendo qualche successo, è altrettanto vero che la partita rimane aperta.

Paolo Moiola




Rd Congo. Un virus dalla foresta

Nelle province dell’Est della Repubblica democratica del Congo si aggira uno spettro che sta mietendo migliaia di vittime. Da mesi tutta l’area è colpita da un’epidemia di Ebola che, secondo l’ultimo rapporto di situazione pubblicato dall’Insp (Istituto nazionale di sanità pubblica), aggiornato al 14 settembre 2026, ha contagiato 7.022 persone e provocato 3.398 vittime, con un tasso di letalità del 48,6%.
L’epicentro dell’infezione è la provincia dell’Ituri, nel Nord Est del Paese, dove si concentrano 5.065 casi e 2.305 morti, pari all’81,9% di tutte le infezioni censite in territorio congolese. La pressione sulle strutture mediche di questa provincia risulta elevata, con diversi centri di trattamento saturi nelle località di Bambu, Nizi, Kigonze e Lolwa. Preoccupante è anche la situazione nel Nord Kivu, dove le strutture di isolamento ospitano 283 pazienti a fronte di una capienza di 220 letti, registrando un tasso di occupazione del 128,6% e un tasso di letalità del 67,9%. Di oggi la conferma di un’infezione nella provincia Ubangi del Sud, nel Nord Ovest del Paese, lontano dall’epicentro dell’infezione e vicino alle frontiere con Repubblica del Congo (Brazzaville) e Repubblica Centrafricana. Potrebbe aprirsi un nuovo fronte.

Guerra e povertà estrema
Quella in corso è la 17ª epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo ed è qualcosa di più di un’emergenza sanitaria. Povertà, guerra e instabilità politica si mescolano e fanno da acceleratori alla diffusione del virus. Secondo Vittorio Colizzi, professore di Patologia generale e immunologia con una lunga esperienza nello studio delle malattie tropicali nel continente africano, il virus dell’Ebola non può essere compreso se non si guarda al contesto in cui nasce e si diffonde.
«L’estrema povertà, la guerra, il cibarsi di animali infetti e quindi l’avvio del focolaio epidemico sono i tasselli che compongono il puzzle di questa epidemia – osserva -. L’Ebola è una zoonosi. Il virus vive nei pipistrelli della foresta equatoriale e può essere trasmesso ad altri animali, in particolare alle scimmie. Quando la popolazione, spinta dalla fame e dall’assenza di alternative alimentari, si nutre della carne di questi animali, spesso senza un’adeguata cottura, il virus passa all’uomo».

Prevenzione e contenimento
La foresta che si estende tra Congo e Uganda costituisce un serbatoio naturale del virus. «Eradicare l’Ebola è impossibile – fa eco Giovanni Putoto, responsabile della programmazione sanitaria internazionale dell’Ong Medici con l’Africa Cuamm -. Come si può controllare la presenza dei pipistrelli in una foresta equatoriale vastissima?». Il vero obiettivo non è quindi eliminare il virus ma, secondo l’esperto, costruire efficaci sistemi di prevenzione e contenimento. Tuttavia, proprio questa è una sfida difficile, al limite dell’impossibile.
Le province dell’Ituri, del Nord Kivu e del Sud Kivu, dove si registra gran parte dei casi, sono infatti tra le aree più instabili dell’intero continente africano. Qui operano decine di gruppi armati, milizie locali e movimenti ribelli che combattono per il controllo di immense ricchezze minerarie, tra cui coltan, oro e cobalto. Gli scontri hanno provocato milioni di sfollati interni, costringendo la popolazione a continui spostamenti alla ricerca di sicurezza e cibo. In questo scenario, il monitoraggio epidemiologico diventa complicato.

Le strutture sanitarie e gruppi armati
La fragilità delle infrastrutture sanitarie rappresenta un ulteriore elemento critico. Molti villaggi si trovano in aree isolate, difficili da raggiungere anche in condizioni normali. Quando poi il territorio è attraversato da combattimenti, le équipe mediche e le organizzazioni umanitarie incontrano enormi ostacoli logistici e di sicurezza. La sorveglianza epidemiologica deve essere molto stretta ma, spiegano gli esperti, nelle zone rurali controllate dai gruppi armati diventa estremamente difficile intervenire rapidamente. «Si teme inoltre che tra la popolazione possano infiltrarsi membri di alcuni di questi gruppi armati – spiega Mapendo Ndaliko Augustin, consigliere medico della diocesi di Butembo-Beni, in un’intervista al sito Vatican News -. Questi miliziani potrebbero incoraggiare la resistenza popolare contro la risposta sanitaria e instillare paura tra gli operatori umanitari: tutto ciò rappresenterebbe per loro un’occasione per aumentare il numero dei morti nella regione, considerando l’Ebola come un’altra arma da diffondere».
Un altro elemento di preoccupazione riguarda il ceppo virale in circolazione. «L’attuale epidemia – osserva Giovanni Putoto – è causata dal ceppo Bundibugyo, diverso dal più noto ceppo Zaire, responsabile della grande epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016. Il problema è che per questo ceppo abbiamo pochi strumenti diagnostici specifici e non esistono vaccini pienamente efficaci come quelli sviluppati per il ceppo Zaire».
Papa Leone ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché intervenga per contenere l’epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo. «Esorto la comunità internazionale a rispondere in modo da coinvolgere anche le comunità locali negli sforzi di prevenzione per salvare quante più vite possibili», ha detto il Pontefice, sottolineando come l’epidemia «stia mietendo troppe vittime».

Enrico Casale




India. Libertà religiosa limitata per legge nel Maharashtra

È una nuova sfida per la vita dei cattolici e per le altre minoranze cristiane del Maharashtra, stato dell’India centro-occidentale, affacciato sul mare arabico.

Nell’agosto 2026 è entrato in vigore il Maharashtra Freedom of Religion Act 2026, dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea legislativa dello Stato e l’assenso della presidente della Repubblica indiana.

La legge intende contrastare le conversioni ottenute attraverso la forza, la frode, la coercizione, false dichiarazioni, lusinghe o indebite pressioni. L’obiettivo dichiarato può apparire difficilmente contestabile: nessuna persona dovrebbe essere costretta o ingannata nella scelta della propria fede. Ma solleva interrogativi la definizione di ciò che costituisce una “induzione” o una “influenza indebita”.

La nuova normativa considera infatti potenzialmente illeciti atteggiamenti e condotte molto ampi: offrire denaro o doni, promettere un impiego, garantire un’istruzione gratuita, prospettare un matrimonio o uno stile di vita migliore, oppure invocare guarigioni divine allo scopo di indurre qualcuno a cambiare religione. Anche presentare una fede come superiore a un’altra, con l’intento di favorire una conversione, può rientrare nel campo di applicazione della legge.

Una sfida per la Chiesa locale

A sottolineare in un colloquio con MC notizie questa difficoltà è il nuovo vescovo di Poona, Simon Almeida, che conosce profondamente la realtà pastorale del territorio dopo 35 anni di ministero sacerdotale in una diocesi del Maharashtra che conta circa 92mila cattolici.

Per il vescovo la nuova normativa tocca da vicino la pastorale: «È una sfida per la vita della Chiesa locale», ha spiegato, mettendo in evidenza il clima di prudenza e di timore che il provvedimento può generare.

Il punto più delicato riguarda la predicazione: «Ci mette in difficoltà – osserva il vescovo – e ci induce a parlare di Cristo solo all’interno delle nostre chiese, perché la predicazione al di fuori può facilmente essere scambiata per proselitismo, per un tentativo di convertire qualcuno e quindi diventare motivo di punizione».

È una preoccupazione che tocca il cuore stesso della missione cristiana. Per la Chiesa, annunciare il Vangelo non equivale a costringere qualcuno ad aderire alla fede. La libertà della risposta personale è parte essenziale dell’atto di fede. Ma una legge dai confini ampi può produrre, secondo il vescovo, un effetto paradossale: non tanto proteggere le persone dalle coercizioni, ma restringere lo spazio pubblico nel quale i cristiani possono testimoniare la propria fede.

A rischio educazione, sanità e sostegno ai poveri

La questione assume un peso particolare in uno Stato in cui le istituzioni cattoliche sono impegnate da decenni soprattutto nei settori dell’educazione, della sanità, dell’assistenza sociale e del sostegno ai poveri, ai Dalit e alle popolazioni tribali.

A contestare il nuovo provvedimento è anche lo United Christian Forum dell’India, che ha chiesto al governo del Maharashtra di rinviarne l’applicazione. In un memorandum indirizzato al primo ministro statale Devendra Fadnavis, il Forum sostiene che il testo vada ben oltre la prevenzione delle conversioni ottenute con la forza o con la frode.

Secondo l’organizzazione, attività cristiane del tutto ordinarie – dall’istruzione gratuita nelle scuole delle minoranze all’assistenza ai bisognosi, dalla preghiera per i malati alla predicazione – rischiano di essere interpretate come forme di “adescamento” o “induzione”.

È questo uno dei punti che maggiormente preoccupa le comunità cristiane. La carità non nasce dalla ricerca di nuovi fedeli, ma dalla convinzione che ogni persona, soprattutto quella più fragile, va accompagnata e aiutata nella sua dignità.

Definizioni vaghe e poteri estesi

Anche l’arcidiocesi di Bombay ha espresso a sua volta “profonda preoccupazione”, ricordando che la Chiesa cattolica ha sempre condannato senza ambiguità le conversioni ottenute attraverso la forza, la frode, la coercizione o l’induzione. Il problema, secondo la Chiesa, non è dunque la tutela della libertà religiosa contro gli abusi, ma l’uso di definizioni troppo vaghe e di poteri investigativi molto estesi.

Tra gli aspetti più controversi vi sono le modalità con cui può essere avviato un procedimento. La legge consente ai parenti della persona che si presume sia stata sottoposta a una conversione illegale di presentare una denuncia. La polizia può inoltre avviare un’indagine d’ufficio quando ritenga che una conversione illecita sia avvenuta o sia stata tentata.

Le pene possono arrivare fino a sette anni di reclusione e a una multa di 100mila rupie, mentre per i recidivi la pena può raggiungere i dieci anni. L’onere della prova, poi, ricade sulla persona accusata di aver provocato o favorito la conversione e questa disposizione potrebbe esporre sacerdoti, religiosi, operatori pastorali e semplici fedeli a procedimenti fondati su accuse non provenienti dalla persona direttamente interessata.

Il Forum richiama inoltre l’esperienza di altri Stati indiani (sono 13 in tutto, con il Maharashtra) nei quali normative analoghe sono utilizzate per intimidire le minoranze, che ora dunque si appellano all’articolo 25 della Costituzione indiana: un testo che garantisce la libertà di professare, praticare e propagare la propria religione, pur nel rispetto dell’ordine pubblico, della moralità e della salute.

Di fronte a questo scenario, la risposta dei cattolici del Maharashtra non è la contrapposizione, ma la disponibilità a dialogare con il Governo perchè l’obiettivo legittimo di impedire conversioni fraudolente o coercitive non si trasformi nella limitazione dei diritti fondamentali.

Paolo Affatato




Zambia. Elezioni e arresti

Il primo settembre, Hakainde Hichilema – leader dello United party for national development (Upnd) – ha giurato per un secondo mandato da presidente dello Zambia. La sua vittoria con il 60% dei voti (percentuale molto simile a quella del 2021) era stata annunciata il 18 agosto dalla Commissione elettorale, cinque giorni dopo il voto. Il suo principale sfidante, Brian Mundubile del National reconciliation party for unity and prosperity (Nrup), invece, si sarebbe fermato al 38%.
La giornata elettorale è stata essenzialmente pacifica. Ma diversi organismi (come le Nazioni Unite) e osservatori internazionali (tra cui quelli dell’Unione europea) hanno denunciato anomalie nel voto, pur riconoscendo che Hichilema dovrebbe aver comunque superato la soglia del 50% necessaria per diventare presidente. Sono stati criticati anche le limitazioni alla libertà di stampa subito prima dell’elezione e il massiccio dispiegamento di militari il 13 agosto. Dal canto loro, molti membri dell’opposizione hanno denunciato intimidazioni, restrizioni e arresti.

Ricorsi impediti
Subito dopo la chiusura dei seggi, le tensioni sono cresciute rapidamente. Mentre le forze di sicurezza hanno effettuato un raid nell’abitazione di Mundubile, un ex ministro – Mutotwe Kafwaya – è rimasto ucciso e 11 membri dell’Nrup sono stati arrestati. Secondo quanto dichiarato dal partito, Mundubile e il suo vice, Makebi Zulu, «si sono rifugiati in una località segreta, sotto protezione di un’organizzazione umanitaria internazionale, a causa delle minacce nei loro confronti». I due si sono poi consegnati alla polizia il 27 agosto, venendo subito accusati di tradimento.
Nel frattempo, Mundubile aveva annunciato l’intenzione di fare ricorso alla Corte suprema per denunciare le frodi elettorali: «I nostri uffici hanno documentato serie irregolarità, inconsistenze e circostanze poco chiare relativamente a conduzione, conteggio, trasmissione e dichiarazione dei risultati». Ma il 24 agosto, l’ultimo giorno utile per presentare i ricorsi, l’amministratore capo della magistratura ha ordinato al personale dei tribunali di non recarsi al lavoro «per motivi di sicurezza». Una mossa chiaramente politica e volta a impedire la presentazione delle richieste dell’opposizione.
Dopo il giuramento, Kapembwa Simbao (ex ministro e presidente di Zambia we want, altro movimento di opposizione) ha dichiarato a Radio France internationale: «Stiamo assistendo alla morte della democrazia in questo Paese». Muhabi Lungu, invece, esponente dell’Nrup, ha detto che l’insediamento di Hichilema è stato «una farsa» e che oltre 300 persone sono detenute dalle forze di polizia.

Denunce internazionali
Critiche al processo elettorale e alla repressione dell’opposizione sono giunte anche da Tigere Chagutah, direttore regionale per l’Africa orientale e meridionale per Amnesty international (Ong per i diritti umani), che ha ricordato: «Le accuse devono essere indagate in modo approfondito e trasparente e chiunque sia detenuto senza prove sufficienti di reati penali deve essere immediatamente rilasciato».
Invece, Volker Turk, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha ricordato che «ogni arresto e i successivi processi devono essere condotti nel rispetto degli standard umanitari internazionali e della legge nazionale zambiana».

Hichilema, tra successi e repressione
Era la settima volta che Hichilema si candidava alla presidenza dello Zambia. Dopo essere stato sconfitto per cinque volte, HH (come lo chiamano i suoi sostenitori) si era imposto nel 2021, prendendo il posto di Edgar Lungu. Proprio durante il mandato di quest’ultimo (2015-2021), Hichilema era stato arrestato e accusato di tradimento, venendo detenuto per quattro mesi in un carcere di massima sicurezza. Rilasciato, anche grazie all’ondata di proteste che si era scatenata in suo favore, è salito al potere in uno dei periodi più duri per il Paese.
Nel 2020, infatti, lo Zambia è diventato il primo Stato al mondo a dichiarare il default (ovvero l’insolvenza) del debito a causa delle ripercussioni economiche della pandemia da Covid-19. Hichilema ha introdotto riforme che hanno ridotto l’inflazione, aumentato le riserve di valuta estera e creato 50mila posti di lavoro pubblici.
Sul piano dei diritti, ha reso gratuita l’educazione primaria e secondaria e abolito la pena di morte.
Ma, secondo la Banca mondiale, il 70% dei 22 milioni di abitanti dello Zambia continua a vivere con meno di tre dollari al giorno e l’economia resta legata a doppio filo al rame, commodity che assicura il 70% delle entrate derivanti dalle esportazioni.
E poi il primo mandato di Hichilema è stato marcato da un crescendo di preoccupazioni su diritti e libertà, con i partiti di opposizione e la società civile che hanno accusato il governo di limitare sempre di più il dissenso. Pratiche che sono esplose definitivamente nelle ultime settimane, con la repressione seguita al voto di agosto.

Aurora Guainazzi




Brasile. Rimangono (sempre) ultimi

In un Paese politicamente spaccato in due e in attesa delle elezioni del prossimo ottobre, uno dei pochi attori sempre schierati a difesa dei popoli indigeni è il Conselho indigenista missionário (Cimi) della Conferência nacional dos bispos do Brasil (Cnbb), l’organismo dei vescovi della Chiesa cattolica brasiliana.
Come consuetudine, lo scorso agosto il Cimi ha presentato l’annuale rapporto sulla violenza contro i popoli indigeni. L’ennesimo rapporto senza buone notizie per quasi 1,7 milioni di persone, suddivise tra 391 etnie.

Invasioni, omicidi, suicidi
La presentazione è affidata alle parole del cardinale Leonardo Ulrich Steiner, presidente del Cimi. «Il Consiglio missionario indigeno – scrive il prelato – ha la responsabilità profetica di denunciare, anno dopo anno, attraverso il Rapporto sulla violenza contro i popoli indigeni in Brasile, le pratiche di violenza, omissione e negligenza che aggrediscono, uccidono, distruggono e devastano vite, violano i diritti, compromettono il patrimonio pubblico e minacciano la natura. […] I dati raccolti dal Cimi per l’anno 2025 riflettono, da un lato, la forza bruta, l’omissione e la negligenza dello Stato. Dall’altro, rivelano anche la straordinaria resistenza dei popoli indigeni che, anche di fronte a uno scenario così avverso, continuano ad affermare la vita, la memoria, la cultura e il benessere come vie di speranza».

Il cardinale Leonardo Ulrich Steiner (foto Senado federal-Wikipedia). La copertina dell’ultimo rapporto del Cimi sulla violenza contro i popoli indigeni del Brasile (agosto 2026).

Nel 2025, per l’ennesimo anno, i diritti territoriali dei popoli indigeni sono stati sotto attacco. La protezione costituzionale è venuta meno soprattutto con la legge 14.701/2023, nota come legge del «limite temporale» (Lei do marco temporal), contestata fin dalla sua promulgazione e inutilmente contrastata dallo stesso presidente Lula. Gli invasori – garimpeiros, madeireiros, fazendeiros e grileros – si sono sentiti ancora più liberi di agire. Le situazioni più gravi si sono verificate a Roraima, Amazonas e Mato Grosso do Sul.
Tutti i dati raccolti dall’organismo missionario sono drammatici. Oltre alle violenze contro il patrimonio territoriale e naturale dei popoli indigeni, sono cresciute la violenza contro la persona (258 indigeni assassinati nel 2025) e quella conseguente all’inerzia dello Stato (215 suicidi).

Gli indigeni e le Chiese evangeliche
Fin dalla sua nascita (1972), il Cimi si è distinto per la difesa ad oltranza dei popoli indigeni brasiliani, mentre è assai più controverso il rapporto di questi con il variegato mondo delle Chiese evangeliche. Secondo il censimento del 2022 dell’Instituto brasileiro de geografia e estatística (Ibge), la maggioranza dei popoli indigeni è di religione cattolica (42,7 per cento). Tuttavia, tra i cinque gruppi etnici (pretos, pardos, brancos, amarelos, indigenas) in cui è suddivisa la popolazione brasiliana, proprio quello indigeno conta la maggiore percentuale di evangelici (32,2 per cento). Un dato quest’ultimo che fa riflettere perché, ancora oggi, ci sono Chiese evangeliche che etichettano la spiritualità indigena come «demoniaca».

Nel Congresso brasiliano, i parlamentari legati alle Chiese evangeliche sono una forza. Quasi sempre schierata contro i popoli indigeni e i loro diritti.

Peraltro, sono anche stati documentati attacchi e crimini contro comunità indigene da parte di membri delle Chiese pentecostali, per esempio della Igreja Deus é Amor. Ma è tra gli evangelici del Congresso brasiliano che i popoli indigeni annoverano i nemici più pericolosi. Il Frente parlamentar evangélica (Fpe), conosciuto come «Bancada evangélica», conta 232 aderenti (215 deputati e 17 senatori). Ebbene, quasi il 90 per cento di questi parlamentari ha votato contro i popoli indigeni approvando la legge del «marco temporal».
Molti nemici e pochi alleati: da 560 anni, per i popoli indigeni del Brasile, la storia sembra ripetersi sempre eguale e mai in senso positivo.

Paolo Moiola




America Latina. Le eredi di Bartolina Sisa

Il 5 settembre si commemora la «Giornata internazionale della donna indigena», in memoria di Bartolina Sisa (1750-1782), coraggiosa donna aymara che, nel 1780, guidò, insieme al suo popolo, la ribellione aymara (e quechua) contro le ingiustizie imposte dai conquistatori spagnoli nell’alto Perù, l’attuale Bolivia.
Fin da giovanissima, fu testimone della sottomissione a cui erano ridotti fratelli e sorelle del suo popolo, cosa che la spinse a lottare con fermezza per l’autodeterminazione e il diritto dei popoli indigeni a forgiare il proprio destino. Tradita e consegnata alle autorità coloniali, Bartolina fu da queste giustiziata nel 1782.
Oggi – ricorda l’Equipo nacional de pastoral aborigen (Endepa) della Chiesa cattolica argentina -, le donne indigene mantengono viva la sua lotta, rivendicando l’effettiva attuazione dei diritti che sono stati loro riconosciuti e difendendo la libertà di decidere sulle proprie priorità e sui propri modi di vivere. Il loro impegno si esprime nella protezione dei territori e dei beni naturali, che sono la base delle loro culture, della ricchezza ancestrale e dell’eredità da trasmettere a figlie e figli.
Le donne indigene creano e sostengono spazi di dibattito sull’educazione, la cultura e l’economia; alzano la voce contro il razzismo e ogni forma di discriminazione e rifiutano la violenza che le colpisce sul piano fisico, culturale e spirituale.
Garantire i loro diritti umani richiede agli Stati azioni concrete. Le donne indigene sono il cuore dei processi collettivi dei loro popoli. Il loro benessere si ripercuote su quello dell’intera comunità, e il loro lavoro quotidiano, dentro e fuori dal territorio, costituisce un pilastro per la costruzione di società più forti, giuste e resilienti di fronte alle complesse sfide attuali.

Per le donne indigene
Questo è – in breve – quanto scritto nel testo commemorativo dell’équipe di pastorale indigena dell’Argentina. Nel nostro piccolo, anche noi missionari della provincia di Jujuy abbiamo ricordato Bartolina Sisa con un evento nel territorio di El Talar, appartenente alla parrocchia San Michele Arcangelo di Yuto.
Per l’occasione è stato bello ricordare qualche passaggio della preghiera per la donna indigena:
«Dio della vita e di tutti i popoli, Creatore della terra, dell’acqua e del vento, oggi eleviamo le nostre voci per ringraziarti per le vite e l’eredità delle donne indigene.
Le affidiamo a Te: custodi della memoria ancestrale, seminatrici di cultura, lingue e tradizioni, che, con mani ferme e cuori generosi, nutrono l’armonia nella comunità e con Madre Terra. Rafforza i loro passi mentre affrontano l’ingiustizia, il dolore dell’essere dimenticate e ogni forma di violenza. Sii fonte di conforto e di giustizia per chi soffre, e fa’ che la loro leadership sia ascoltata e valorizzata in ogni ambito della nostra società.
Concedici la grazia di imparare dalla loro visione olistica del mondo, dal loro rispetto per il creato e dalla loro luminosa resilienza. Che possiamo camminare al loro fianco, riconoscendo la loro dignità e la loro voce sacra».

La presidente del Consiglio comunale del municipio di El Talar, Norma Ibáñez (a destra), e donne guaraní della località. Foto di Ángela Pérez.

Un unico grido: «Basta sfratti»
In questo periodo storico, il governo di Javier Milei mira a facilitare l’appropriazione della terra da parte dei privati ai danni dei popoli indigeni che le occupano da una vita. Così accade che in molte province dell’Argentina siano in corso sfratti – spesso violenti – delle comunità indigene dalle loro terre ancestrali. Particolarmente grave è la situazione dei Mapuche della Patagonia ed anche nelle province di Jujuy e di Misiones.
Ancora una volta, in prima fila ad affrontare la situazione ci sono le donne indigene. «Noi – dicono – siamo il fondamento e la radice… Siamo tessitrici di storia e di memoria… Rifiutiamo di subire ulteriori abusi con gli sfratti dalle nostre terre. Sfratti in contrasto con la visione giuridica e costituzionale di un’Argentina multietnica e multiculturale. Buttarci fuori dal nostro territorio significa sradicarci e spezzare il legame con la Pachamama, la nostra Sorella-Madre Terra. Basta sfratti, ovunque in Argentina».

Giuseppe (José) Auletta, Imc




Niger. Tentato golpe contro i golpisti

La notte tra venerdì 28 e sabato 29 agosto, i cittadini di Niamey sono stati svegliati dal frastuono di nutriti tiri di armi automatiche, che sono continuati per tutto il giorno. In città si è infatti consumato un tentativo di colpo di stato o, come viene derubricato da voci filogovernative, una ribellione interna all’esercito.

Le Forze speciali
Gruppi appartenenti alle Forze speciali, militari d’élite preposti a combattere i jihadisti nel Paese, hanno raggiunto la capitale del Niger da Dosso, all’estremo Est, e da Tillaberi (Nord Ovest). Gli insorti hanno attaccato tre luoghi strategici: il campo militare 101 all’aeroporto, il palazzo presidenziale e la sede della Radio televisione nazionale. Sono riusciti a occupare parzialmente il campo 101 fino a sabato sera, ma sono stati respinti dagli altri due obiettivi.
A loro si è opposta la Guardia presidenziale, composta dai soldati più fedeli al presidente Abdourahmane Tiani, con l’appoggio, determinante dei mercenari russi dell’Africa corps (ex Wagner).
Il 26 luglio 2023, Abdourahmane Tiani e i suoi ufficiali avevano condotto con successo il colpo di Stato che aveva rovesciato il presidente eletto nel 2021, Mohamed Bazoum. Da allora è la prima volta che il regime di Niamey subisce un attacco «interno». In tutti gli altri casi, si trattava di attacchi da parte di gruppi jihadisti, molto presenti sia nell’Ovest (nei pressi dei confini con Burkina Faso e Mali) che nell’Est verso il Ciad.

I russi
Verso la sera di sabato i lealisti hanno ripreso il campo 101 e decine di militari insorti sono stati arrestati. Nessun commento da parte delle autorità del Niger, mentre l’ambasciatore russo a Niamey, Viktor Voropaiev, ha confermato che c’è stata una richiesta di aiuto ufficiale accordato al Governo di Tiani. L’intervento degli Africa corps è avvenuto anche tramite l’uso di droni esplosivi.
La vicenda ha mostrato la debolezza del regime di Tiani e la sua dipendenza dagli alleati russi, anche dal punto di vista militare.
Ha messo in evidenza, inoltre, forti divisioni all’interno delle Forze armate nigerine. Da mesi, infatti, gli uomini delle Forze speciali, manifestano frustrazioni. Sono loro i soldati in prima linea nella guerra contro gli jihadisti, contano molte perdite, ma non sono molto considerati a livello centrale.
Gli analisti concordano nel dire che a fare ago della bilancia sono stati gli altri reparti dell’esercito. Se nel momento decisivo si fossero alleati con gli insorti, l’ammutinamento avrebbe potuto avere l’esito opposto.
Da segnalare, tuttavia, che l’intervento dei russi contro militari nigerini, le Forze speciali ammutinate, ha comunque dato molto fastidio in vari settori delle Forze armate.

La testimonianza
«Il morale dei nigerini non è certo alto – ci confida una fonte locale contattata a Niamey -. Il contesto economico, sociale e di sicurezza è pessimo. Ma la gente ha ripreso le proprie attività regolarmente. I nigerini sono abituati a queste crisi in successione».
Il regime militare di Tiani continua con la repressione e la limitazione di diverse libertà. Ad esempio l’attivista per i diritti umani Moussa Tchangari, arrestato il 3 dicembre 2024, continua a essere detenuto ingiustamente.
Si tratta di un regime che perde rapidamente consensi popolari. In generale, «la gente è delusa dalla governance del regime attuale», ci conferma la nostra fonte.

Gli alleati
Il Niger, insieme a Mali e Burkina Faso ha fondato l’Associazione degli stati del Sahel (settembre 2023), uscendo dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao/ Ecowas). I tre Paesi hanno stretto alleanze economico-militari con la Russia, troncando invece rapporti con Francia (di cui sono ex colonie) e Unione europea. Per la Russia di Putin vuol dire mettere le mani sulle materie prime nei tre Paesi (oro, uranio, petrolio) ma anche inserirsi nell’importante scacchiere dei flussi migratori dall’Africa subsahariana verso l’Europa.

Marco Bello




Rdc. Rompere il silenzio

A inizio luglio, il governo congolese ha annunciato la creazione di un Consiglio consultivo internazionale, incaricato di esaminare le violazioni dei diritti umani che da trent’anni si susseguono nel Paese. Formato da alcuni dei massimi esperti di giustizia internazionale, l’organo ha avviato i propri lavori il 13 luglio, con l’obiettivo di facilitare il riconoscimento delle violenze, individuandone i responsabili.
A guidare il Consiglio sono due copresidenti: Julienne Lusenge, attivista congolese per i diritti umani, e Howard Morrison, avvocato britannico, ex giudice della Corte penale internazionale e del Tribunale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia. Insieme a loro, formano l’organismo alcuni dei massimi esperti di crimini di guerra e diritto internazionale e umanitario. Come Stephen Rapp, ex ambasciatore statunitense per i crimini di guerra, e procuratore capo durante il processo contro l’ex presidente liberiano Charles Taylor, condannato a cinquant’anni di carcere proprio per questa tipologia di crimini. Ma anche Nina Jørgensen, giudice del tribunale dell’Aia, e Pascal Turlan, ex funzionario della Corte penale internazionale con esperienza in casi relativi alla Rdc.

Trent’anni di violazioni
A queste figure spetta un compito complesso: fare luce su trent’anni di violazioni dei diritti umani e abusi continui, soprattutto nell’est del Paese, dove dai primi anni Novanta è un continuo succedersi di scontri armati e violenze nei confronti dei civili. Non a caso, in una nota congiunta, Lusenge e Morrison hanno sottolineato che «per tre decenni sono state inflitte atrocità al popolo congolese, su una scala che ricorda i momenti più bui della storia umana». E in tutto questo «le storie, i nomi e le sofferenze dei sopravvissuti sono stati ignorati per troppo tempo».
Dare un nome alle vittime, raccoglierne le storie e avviare processi legali e diplomatici che portino al riconoscimento delle violenze commesse, trent’anni fa come oggi, e all’individuazione dei responsabili è il motivo per cui nasce il Consiglio.
Il lavoro del gruppo si articola lungo tre decenni di storia. In questo senso, il contenuto della prima seduta del 13 luglio è stato emblematico. Gli esperti si sono dedicati all’analisi delle recenti violenze nell’est della Rdc e dei programmi di assistenza urgente. Ma hanno anche ripreso in mano un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2010 e nel quale sono stati documentati oltre 600 crimini commessi da forze locali e straniere (rwandesi e ugandesi) tra il 1993 e il 2003: stupri, massacri sistematici e l’ipotesi di genocidio nei confronti degli hutu arrivati nella Rdc dopo il genocidio dei tutsi in Rwanda.

Radici nel passato
La situazione attuale nelle province orientali congolesi, infatti, si lega al genocidio rwandese, a seguito del quale molti hutu – sia responsabili del genocidio, sia civili che temevano la ritorsione dei tutsi – sono fuggiti nell’est della Rdc. I trent’anni successivi sono stati un alternarsi di guerre – tra cui le due guerre del Congo, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila – e conflitti a bassa intensità, con il coinvolgimento di movimenti armati locali e stranieri.
Il Rwanda in particolare da trent’anni è parte integrante delle vicende congolesi, sia in modo diretto con propri militari sul terreno, sia attraverso il supporto logistico e materiale a gruppi armati alleati. Tra tutti, il Movimento del 23 marzo (M23), che negli ultimi anni ha conquistato ampie porzioni di Nord e Sud Kivu.
Proprio per denunciare l’interventismo rwandese e all’interno di una più ampia campagna per la ricerca della giustizia e della verità, il governo congolese a giugno ha accusato il Rwanda di fronte alla Corte penale internazionale di aver violato la Convenzione sul genocidio (di cui è firmatario).
Nel 2025, invece, di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il presidente congolese Félix Tshisekedi aveva denunciato il «genocidio silenzioso» che da tre decenni sta avvenendo nel suo Paese e chiesto la creazione di una Commisione di indagine internazionale «per rompere il ciclo di impunità».

Sinergia con le istituzioni
La creazione del Consiglio si inserisce proprio in questo percorso di ricerca della verità e della giustizia. L’organo lavorerà in stretta sinergia con due enti statali, il Fondo nazionale per la riparazione delle vittime di violenza sessuale (creato per sostenere le vittime di violenza) e la Commissione interministeriale per l’assistenza delle vittime e il sostegno alle riforme (organo per la giustizia e per la realizzazione di riforme politico-giuridiche per evitare il ripetersi di crimini del passato).
Durante l’incontro del 13 luglio, Lusenge ha detto che «la prima missione del Consiglio è rompere il silenzio». Ora sta all’organo riuscire a farlo effettivamente ed evitare di essere l’ennesimo tentativo inefficace di cercare di portare alla luce le violenze che da tanto, troppo, tempo stanno dilaniando intere aree del Paese.

Aurora Guainazzi




Papua indonesiana. La guerra silenziosa

Una crisi cronica, caratterizzata da un profondo conflitto a bassa intensità che logora quotidianamente la popolazione civile. Quella nella Papua indonesiana non è una «emergenza passeggera», ma una ferita strutturale, aperta da decenni, che oggi sta attraversando un periodo di forte tensione, con sfollamento, crisi umanitaria, polarizzazione nella società.
È la descrizione che consegna a MC fratel Alexandro Rangga, OFM, direttore della Commissione Giustizia e Pace dei Frati minori della Papua indonesiana.

La storia del separatismo

La regione, che occupa la parte occidentale della grande isola di Nuova Guinea, nota come Papua o, in lingua locale, Irian Jaya, è stata una colonia olandese fino al 1962. Successivamente è stata occupata e annessa dall’Indonesia, nel 1969, tramite un referendum in cui, però, solo circa mille rappresentanti scelti votarono l’integrazione, senza un reale voto popolare.

Da allora i gruppi indipendentisti non hanno mai smesso di portare avanti una campagna politica di autonomia e le popolazioni indigene locali hanno sempre posto all’attenzione del Governo centrale di Giacarta rivendicazioni di carattere economico, sociale, culturale e politico – del tutto inascoltate – a partire dal riconoscimento dell’identità melanesiana, ben distinta da quella giavanese indonesiana.

In 60 anni l’Indonesia ha sempre considerato la Papua parte indivisibile del proprio territorio nazionale etichettando il movimento indipendentista e i separatisti armati della «Organisasi Papua Merdeka» (Opm) come una minaccia separatista e terrorista.

Estrattivismo e tresferimenti demografici

Una delle questioni più scottanti, in una regione ricchissima di materie prime, è il controllo sulle risorse. Rame, oro, legname, gas, sono sfruttati da grandi multinazionali grazie alle concessioni ottenute dal Governo centrale, ma con nessuna ricaduta di sviluppo sulle popolazioni native.

A monte, ricorda fra Rangga, «vi è lo scontro per il controllo delle risorse, che si cela sotto la narrativa statale di sviluppo e modernizzazione». Imponenti progetti agricoli, minerari e infrastrutturali promossi da Giacarta vengono percepiti dai nativi papuani come «una forma di colonizzazione che espropria le loro terre ancestrali e distrugge l’ecosistema, alimentando il risentimento e la resistenza».

Lungo i decenni, un altro elemento conflittuale è stato rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici promossa dal Governo centrale (la «transmigrasi», ovvero la migrazione di popolazioni da Giava e altre isole indonesiane), che ha reso i papuani indigeni minoranza e aumentato le tensioni per la terra e le risorse.

Guerra a bassa intensità

Fratel Rangga delinea i diversi aspetti critici oggi sul terreno: «In primis vi è la militarizzazione diffusa, con la pesante presenza dell’esercito indonesiano e, d’altro canto, azioni e incursioni armate dei ribelli separatisti».

Questa situazione «ha trasformato intere aree montane e forestali in zone di guerra, dove la popolazione indigena vive nel terrore costante di rastrellamenti, accuse di complicità, o si ritrova nel mezzo del fuoco incrociato», rileva.

In queste condizioni, «si registra un esodo silenzioso, con oltre 105mila sfollati interni, che hanno dato vita a un’emergenza umanitaria invisibile agli occhi della comunità internazionale». «Sono famiglie fuggite dai propri villaggi nativi che si rifugiano nelle foreste o cercano aiuto nelle parrocchie – racconta – e che mancano di cibo, alloggi sicuri, assistenza sanitaria e istruzione per i bambini».

Le Chiese per la pace

In tale cornice, «la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti – segnala – sono considerate come ultimo baluardo di difesa, anche perchè la Papua indonesiana resta ampiamente preclusa ai giornalisti stranieri e alle organizzazioni umanitarie internazionali».

Sacerdoti, religiosi e catechisti non sono solo guide spirituali, ma gli unici testimoni oculari delle violazioni dei diritti umani e gli unici che riescono a fornire aiuti di prima necessità.

Il quadro è aggravato dalle accuse di torture, abusi dei diritti umani, sparizioni e impunità per le forze di sicurezza. «La Chiesa cattolica e le Chiese protestanti in Papua giocano un ruolo importante nella difesa della dignità umana, dei diritti umani e nel promuovere il dialogo e la pace», rimarca il francescano.

Tra i vescovi cattolici della regione, mons. Bernardus Bofitwos Baru, Vescovo di Timika, ha denunciato apertamente «l’eccessiva presenza militare», ricordando ai governanti che «i nativi sono creature di Dio e non pedine da eliminare a piacimento».

Petrus Canisius Mandagi, arcivescovo di Merauke, ha voluto smentire pubblicamente le accuse secondo cui la Chiesa cattolica appoggerebbe i controversi «mega progetti» industriali ed energetici statali nella Papua, e ha chiesto che «la fede non venga strumentalizzata dalla polarizzazione politica».

In una dichiarazione congiunta, le Chiese cristiane della nazione indonesiana, guidate dal reverendo Jacklevyn Fritz Manuputty, presidente della Comunione delle Chiese in Indonesia, hanno ricordato che «la crisi umanitaria in Papua non è un problema sporadico, ma una crisi strutturale che continua a ripetersi senza una soluzione dignitosa», e hanno lanciato un appello al governo di Giacarta affinché interrompa l’invio massiccio di truppe, che non risolve affatto, anzi acuisce il problema.

I leader religiosi hanno inviato lettere ufficiali al presidente indonesiano Prabowo Subianto, lamentando di non aver ancora ricevuto risposta e affermando che «le Chiese non smetteranno di far sentire la propria voce per via diplomatica e umanitaria».

Paolo Affatato




Sudan. Genocidio e condanne a morte

A inizio luglio, le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale (Cpi) hanno annunciato contemporaneamente di aver raccolto prove sufficienti per dimostrare che le Forze di supporto rapido (Rsf) – una delle due fazioni principali nella guerra in Sudan – hanno commesso crimini contro l’umanità e genocidio nelle città di el-Geneina ed el-Fasher (entrambe nel Darfur).
Le violenze nei due centri urbani sono avvenute nel contesto del conflitto che attraversa il Paese da aprile 2023. Scatenata da una lotta per il potere, la guerra contrappone l’esercito regolare (Saf), comandato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, leader de facto del Paese secondo la comunità internazionale, e il gruppo paramilitare delle Rsf, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo (conosciuto anche come Hemedti).
Da più di tre anni, la popolazione vive in un Paese spaccato: l’esercito controlla l’Est e la capitale Khartoum, mentre le Rsf predominano nell’Ovest. Il numero di vittime è imprecisato, ma stime di diverse organizzazioni internazionali arrivano a contarne 150mila. Le ultime indagini di Cpi e Onu hanno contribuito a raccontare il clima di violenza, abusi (anche sessuali) e violazioni dei diritti umani, che dall’inizio del conflitto si verificano in tutto il Paese e sono commessi da entrambi gli schieramenti.

Da el-Geneina a el-Fasher

C’è un filo lungo due anni e mezzo e costellato di violenze che collega la città di el-Geneina – capitale del Darfur occidentale, conquistata dalle Rsf nel giugno 2023, poco dopo lo scoppio della guerra – a quella di el-Fasher – occupata dai paramilitari nell’ottobre 2025, dopo un assedio di 18 mesi.
A inizio luglio, in un’intervista alla Bbc, la viceprocuratrice capo della Cpi, Nazhat Shameem Khan, ha dichiarato di essere in possesso di «prove evidenti» del fatto che le Rsf hanno commesso crimini di guerra nelle due città e di avere materiale che «collega quanto accaduto sul campo a specifiche persone, facenti parte della leadership del gruppo paramilitare».
Lo stesso giorno, la Missione investigativa dell’Onu, costituita per indagare su quanto accaduto a el-Fasher, ha annunciato di avere prove delle violenze delle Rsf durante l’assedio e la conquista della città: uccisioni, stupri di massa, rapimenti di donne e bambine, blocco dei rifornimenti, bombardamenti a tappeto dei sistemi di produzione alimentare e uso della fame come arma di guerra. Gli investigatori hanno detto che i paramilitari (composti prevalentemente da arabi) hanno condotto una campagna violenta, pianificata e coordinata dai vertici stessi del gruppo per annientare specifiche comunità di origine africana, in particolare zaghawa e fur. Per l’Onu si tratta di un tentativo di genocidio.

La condanna di Hemedti
Entrambe le indagini proseguono. Nel frattempo, un tribunale di Port Sudan (capitale provvisoria del Paese, dato che Khartoum è vicina alla linea del fronte) ha accusato Hemedti e altri 15 esponenti delle Rsf di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio nel Darfur, condannandoli a morte. Tra i 15 figurano anche due fratelli di Hemedti – Abdelrahim Hamdan Dagalo (secondo in comando) e al-Qoni Hamdan Dagalo – nonché il comandante delle Rsf nel Darfur occidentale, Abdul Rahman Juma Barkallah.
Il tribunale ha anche chiesto la confisca dei beni delle Rsf e domandato all’Interpol (l’Organizzazione internazionale della polizia criminale, incaricata di facilitare la cooperazione tra le forze di polizia in tutto il mondo) di emettere un mandato di arresto internazionale nei confronti dei condannati.
Tuttavia, l’impatto della sentenza è pressoché nullo: tutti i massimi vertici delle Rsf al momento si trovano nei territori controllati dai paramilitari, al di fuori dalla portata del regime di al-Burhan. Il quale, d’altra parte, non è, a sua volta, esente da accuse di violenza e abusi nei confronti dei civili: secondo l’Onu, dall’inizio degli scontri, le Saf hanno contribuito al blocco degli aiuti umanitari, bombardato ospedali e abusato di donne e bambini.

Il nuovo epicentro della guerra
Ora, con il Darfur praticamente tutto sotto il controllo delle Rsf, la regione meridionale del Kordofan è diventata il nuovo epicentro del conflitto. Tant’è che l’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Volker Turk, ha avvertito che una catastrofe simile a quella di el-Fasher potrebbe ripetersi nella città di el-Obeid.
Sotto assedio da ormai un anno e mezzo, il centro abitato è privo di acqua pulita ed è sottoposto all’attacco costante dei droni. In città vivono mezzo milione di persone e circa 83mila sfollati. Tutt’intorno sono stati documentati torture, rapimenti, violenze sessuali ed esecuzioni sommarie.
Mentre la giustizia internazionale tenta di fare il proprio corso, portando la luce sui fatti del passato, quelle stesse violenze rischiano di ripetersi ancora oggi. E a pagarne le conseguenze sono ancora una volta i civili.

Aurora Guainazzi




Mondo. Il loro nome è Nessuno

Può una storia di tremila anni aiutare a comprendere la condizione dei migranti di oggi? Se lo chiedono una parte degli spettatori che, con l’Odissea di Christopher Nolan, hanno visto il ritorno di Ulisse sul grande schermo. Per rispondere a questa domanda, non si deve però pensare al viaggio o alla figura dell’eroe omerico, quanto alla sua condizione.
Ulisse vive una lontananza prolungata, la sua identità viene messa alla prova, deve adattarsi continuamente a circostanze ostili. A partire da questo, uno psichiatra spagnolo lo ha scelto come metafora per raccontare lo stress migratorio contemporaneo.

Una condizione, non una malattia
Si chiama «Sindrome di Ulisse» ed è stata descritta per la prima volta nel 2002 da Joseba Achotegui, psichiatra e professore dell’Università di Barcellona. Indica un insieme atipico di sintomi depressivi, ansiosi, dissociativi e somatici che colpisce chi è esposto a livelli estremi di stress legati ai processi migratori contemporanei.

Una scultura raffigurante Ulisse, lo psichiatra spagnolo Joseba Achotegui, il regista inglese Christopher Nolan.

Achotegui parte da una considerazione fondamentale, ma troppo spesso dimenticata, quando si parla di migrazioni: al centro di un fenomeno che si racconta quasi sempre in termini economici, numerici e securitari, c’è un essere umano. Nella sua esperienza pluridecennale con i pazienti migranti, lo psichiatra ha potuto constatare le enormi difficoltà che attraversano e subiscono, e come queste generino livelli di stress altissimi. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone resilienti, ma esposte a fattori di stress che superano la normali capacità di adattamento.
Ecco perché la Sindrome di Ulisse non rientra nei disturbi mentali, quanto nell’ambito della salute mentale legato allo stress e al lutto. È la reazione naturale a uno stress tossico che colpisce persone altrimenti in un normale stato di salute psichica, aggravata dalla mancanza di reti di sostegno o di un accesso adeguato alle cure. Si tratta di un accumulo progressivo di perdite affettive, linguistiche, culturali e sociali. Del resto, come chiarisce Achotegui, migrare fa parte della nostra storia e la specie umana è oggi il risultato di innumerevoli migrazioni riuscite nel corso della sua evoluzione. La migrazione, di per sé, non è dunque causa di disturbo mentale. Può diventare un fattore di rischio quando si sommano vulnerabilità pregresse – quali cattive condizioni di salute, traumi, violenze – e un livello troppo alto di stress e difficoltà di adattamento nel paese d’arrivo.

Cosa causa lo stress estremo
Achotegui individua quattro grandi famiglie di «stressori» che mettono a rischio chi migra. C’è innanzitutto la solitudine forzata, quella di chi lascia la propria famiglia e vive nella preoccupazione costante per i propri cari. C’è poi la lotta quotidiana per la sopravvivenza, spesso senza poter soddisfare bisogni primari come l’avere una casa, il diritto alla salute o l’accesso al lavoro. C’è il senso di fallimento del proprio progetto migratorio, quando le barriere all’integrazione appaiono insormontabili e l’obiettivo per cui si è partiti sembra allontanarsi. Infine, ci sono i pericoli concreti del viaggio, durante il quale ci si ritrova privi di diritti e impotenti, e che lascia ferite che non si dimenticano.
Dalla combinazione di questi elementi nascono i sintomi della sindrome, quali tristezza e pianto, nervosismo, irritabilità, insonnia, difficoltà di concentrazione, vuoti di memoria. A questi si affiancano disturbi somatici come dolori muscolari da tensione, problemi digestivi e, soprattutto, cefalee.
I servizi di assistenza, spesso, non sono preparati a riconoscere questa sofferenza specifica. Da qui un doppio rischio, denunciato dallo stesso Achotegui e dall’Ulysses syndrome institute. Da un lato la vittimizzazione e la banalizzazione di un lutto migratorio estremo. Dall’altro l’iper-medicalizzazione, cioè la tendenza a scambiare una condizione di stress complesso per un disturbo mentale vero e proprio, con conseguente sovradiagnosi tra la popolazione migrante. Secondo lo psichiatra, il rischio più concreto per chi vive la Sindrome di Ulisse non è tanto sviluppare un disturbo psicotico o depressivo, quanto di cadere in disturbi da dipendenza, cercando un sollievo che nessuno è riuscito a offrire in altre modalità.

Il peso che non si vede
Nell’Odissea questa condizione è già scritta. Quando Ulisse, prigioniero nella grotta di Polifemo, deve dichiarare la propria identità, risponde con un inganno che è anche una verità: «Il mio nome è Nessuno; Nessuno mi chiamano infatti tanto la madre che il padre, e sì, gli altri, tutti i compagni» (Libro IX, 366-367). Ulisse deve negoziare la sua identità e reinventarsi pur di sopravvivere. È l’esperienza di chi, lontano da casa, smarrisce il proprio nome e la propria storia, soprattutto agli occhi degli altri.

Il «Sentiero delle lacrime» (Trail of tears) è il nome dato all’esodo forzato di migliaia di nativi americani nel 1830-31.

Ancora, così Ulisse è ritratto sulla spiaggia dell’isola di Calipso: «E lo trovò sulla riva, seduto; né mai gli occhi suoi erano privi di pianto, estenuava il dolce suo tempo nel sospirare il ritorno […] si consumava nell’animo in lacrime, gemiti e doglie» (Libro V, 151-157). È il peso di un accumulo di perdite che continua a farsi sentire anche in assenza di un pericolo immediato. È la stessa immagine di un dolore muto che vivono oggi migliaia di persone, senza riuscire a nominarlo né a farlo riconoscere da chi dovrebbe accoglierle.
Guardare oggi Odissea può allora diventare l’occasione per guardare anche a loro, alle persone che abbandonano la propria casa, il cui viaggio – proprio come quello di Ulisse – si misura nella capacità quotidiana di sostenere un peso che non si vede.

Eva Castelletti