Sudan. La guerra dell’oro e del cloro

Il conflitto in Sudan, scoppiato nell’aprile 2023, non accenna a fermarsi. Da tre anni e mezzo, il Paese è diviso tra l’esercito (Saf) guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, che controlla la parte orientale, e il gruppo paramilitare Rapid support Forces (Rsf) comandato da Muhammad Hamdan Dagalo (detto Hemedti), nelle cui mani si trova l’Ovest.
Secondo le Nazioni Unite, la violenza ha causato la peggiore crisi umanitaria al mondo, con circa 10 milioni di sfollati, insicurezza alimentare dilagante, abusi (anche sessuali), accuse di crimini contro l’umanità e di genocidio. Ma, intanto, gli scontri non si fermano. Anzi, nel tentativo di invertire le sorti del conflitto e acquisire un vantaggio competitivo, entrambi gli schieramenti stanno sfruttando tutte le opzioni possibili.

Così, a settembre, un’inchiesta delle testate statunitensi New York Times e Washington Post ha rivelato l’utilizzo da parte delle Saf di bombe al cloro. Contemporaneamente, alcuni collassi all’interno di miniere artigianali nel Darfur e nel Kordofan hanno riportato l’attenzione su una delle principali fonti di finanziamento delle Rsf. Due eventi apparentemente molto diversi, ma in realtà legati tra loro dal desiderio di al-Burhan ed Hemedti di prevalere definitivamente l’uno sull’altro.

Bombe al cloro
Tra luglio 2024 e gennaio 2025, nel tentativo di superare lo stallo militare nella capitale Khartoum (allora controllata dalle Rsf), le Saf hanno ideato un programma per la produzione di bombe al cloro.
Come denunciato dalle testate statunitensi, per realizzarle, i militari inizialmente hanno contrabbandato una ventina di bombole e poi, non soddisfatti, hanno sottratto cloro alle infrastrutture civili, violando il diritto internazionale. In particolare, hanno sfruttato il gas in dotazione a uno dei pochi impianti di depurazione delle acque ancora operativi, quello di al-Manara a Omdurman. Lì, il cloro, fornito dal Comitato della croce rossa internazionale, era utilizzato per purificare l’acqua durante le epidemie di colera.

Oltre a violare il diritto internazionale, il programma ha anche, fin da subito, mostrato difetti tecnici importanti, con perdite non previste di sostanze chimiche. Quando il progetto è stato scoperto dall’intelligence statunitense a fine 2024, sono state varate sanzioni mirate nei confronti di diversi esponenti delle Saf (anche se l’uso di armi chimiche è emerso pubblicamente solo a settembre 2026).
Interrotto a inizio 2025, il programma ha comunque portato alla creazione di circa trecento bombe. Alcune erano state sganciate sulle Rsf durante la battaglia per il controllo della raffineria di petrolio di Al-Jaili, a Nord di Khartoum. A confermarlo è stato un messaggio, tanto breve quanto esplicito, inviato dal brigadiere generale Tariq Hussein, figura chiave del programma, a un collega: «Hanno bevuto il gas».

Il contrabbando di oro
Dall’altro lato, nemmeno i paramilitari sono stati a guardare. Dall’inizio del conflitto, hanno puntato a consolidare il proprio controllo sui giacimenti di oro: dal commercio illegale di questo metallo (estratto soprattutto nel Darfur e nel Kordofan), le Rsf arrivano a guadagnare anche 900 milioni di dollari l’anno.
Già prodotto di punta dell’economia sudanese sin dalla secessione del Sud Sudan nel 2011 (e dei suoi pozzi petroliferi), l’oro è anche la prima risorsa contrabbandata al di fuori del Paese. Le stime della Banca centrale riportano che nel 2025 il Paese ha prodotto 70 tonnellate, ma solo 15 sono state esportate legalmente. L’oro spesso è estratto da minatori artigianali (il cui numero, tra il 2021 e il 2025, è passato da due a quattro milioni), privi di protezioni, esposti costantemente al rischio di frane e al contatto con metalli come mercurio e cianuro.

Una parte dei traffici è nelle mani dell’esercito, ma la quota maggiore è controllata dalle Rsf. Buona parte dell’oro contrabbandato attraversa Stati vicini come Libia, Ciad e Sud Sudan per arrivare negli Emirati arabi uniti (accusati di essere uno dei principali finanziatori dei paramilitari, ai quali forniscono anche armi). Una volta giunto nella penisola araba, il metallo viene raffinato, acquisendo una nuova indicazione di provenienza e divenendo «pulito». Ovvero pronto per l’esportazione, soprattutto nelle fonderie svizzere. Il legame commerciale tra Abu Dhabi e Berna infatti è molto solido: nel 2025, la Svizzera ha importato 420 tonnellate di oro «emiratino».
In Europa poi, il metallo ottiene ulteriori certificazioni che gli permettono di accedere al mercato continentale. A facilitarne la diffusione è anche la normativa europea sui minerali di conflitto: introdotta nel 2017, è poco stringente, dal momento che richiede di verificare solo l’ultimo fornitore – molto spesso la Svizzera – senza ripercorrere a ritroso tutta la filiera produttiva.
E così, tra oro e cloro, la guerra civile in Sudan continua.

Aurora Guainazzi