Brasile. Geografia popolare del voto
Alla fine, la «virada» (la rimonta) alle elezioni brasiliane, che fino all’ultimo pareva impossibile, c’è stata. E il Nordest è stato, ancora una volta, decisivo, anche se molti nordestini attribuiranno «il miracolo» a Padre Cicero, un santo popolare venerato in tutta la regione.
Significativo è stato anche l’appoggio di una parte della regione amazzonica, con gli stati del Pará e Amazonas dove Lula ha ottenuto rispettivamente il 54% e 55% delle preferenze. Il Brasile della «seca» (la siccità che caratterizza la zona del cosiddetto Semiarido o Sertão) e quello delle acque. Il Brasile delle comunità discendenti di schiavi del Maranhão, come il Quilombo Piqui da Rampa, dove Lula è considerato «un padre, una madre, un nonno» e degli indigeni Guajajara, i «guardiani della foresta», dell’ex ministra e ora deputata Sonia.
È il Brasile dei piccoli produttori rurali del Piauí, dove ha ottenuto percentuali schiaccianti (con punte del 90%) e dei Fulni-ô del Pernambuco (Stato che gli ha dato i natali) che, dopo la mobilitazione costante sull’omonima pagina instagram, ora ringraziano Edjadwa, il «Grande Spirito» per aver protetto il proprio popolo dal male.
Dai grandi fiumi al centro
È il Brasile dei ribeirinhos (abitanti delle rive dei fiumi), che hanno solcato, anche per giorni, i fiumi su lance e battelli per raggiungere i seggi più vicini, e dello sciamano e pensatore Yanomami Davi Kopenawa. Anche lui, con in mano la Costituzione che sancisce i diritti inalienabili dei popoli indigeni, ha lanciato via instagram un toccante appello: «Andate a votare, per la terra che stiamo calpestando, per l’acqua, la foresta e il popolo che sostiene il cielo. Non dobbiamo aver paura di perdere, perché la terra-foresta continuerà a proteggerci».
Scendendo più a Sud, in Minas Gerais – stato storicamente ago della bilancia delle presidenziali, che, spostando il proprio voto in favore di Lula, gli ha consegnato la vittoria – gli indigeni Maxakali, vestiti di rosso come le bandiere da loro impugnate, hanno marciato per centinaia di chilometri per partecipare a questo momento storico. Il video, accompagnato dal celebre inno di protesta «Camminando e Cantando /la stessa canzone. Siamo tutti uguali (…) nelle fabbriche, a scuola, nei campi, in città», è diventato subito virale, e continua a circolare su instagram.
Anche Ailton Alves Lacerda, noto attivista del popolo Krenak, primo membro indigeno dell’Accademia brasiliana delle lettere, nonché filosofo di fama internazionale, ha affidato ai social media il suo slogan in sostegno a Lula: «Resta vivo! L’alternativa è la necropolitica». Per Krenak, con la rielezione di Lula, i popoli indigeni e la foresta possono tirare un «sospiro di sollievo». Al contempo, però, con la lucidità che lo contraddistingue, non ha potuto esimersi dal lanciare un nuovo monito per noi, non indigeni: «La realtà è che siamo in guerra. Non ci sarà vera pace finché non si porrà fine alle sofferenze che subiamo da 500 anni e il Brasile non sarà finalmente riconosciuto come terra indigena».
Fino a Sud
Arrivando al profondo Sud, dove Bolsonaro ha prevalso, sono i Guarani, originari custodi di quelle terre, ad aver fatto sentire la propria voce. Nel giorno delle elezioni, l’attivista Janete Jera Poty Martins ha postato sul proprio profilo social alcune immagini toccanti del suo villaggio situato nel Sud dello Stato São Paolo: giovani e anziani danzano sotto la pioggia battente e intonano, come una preghiera, i propri canti tradizionali, mentre i bambini escono a piedi nudi dalle baracche: sventolano brandelli di bandiere e gridano a squarciagola: «Olè olè olè olà, Lulà Lulà».
Silvia Zaccaria